Dodicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Published: 2012-10-01

Dodicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Gentile signor Gatti, l'impegno preso con Lei in luglio sta volgendo alla fine senza avere ottenuto lo scopo da cui era nato: ottenere soddisfazione per l'uso nei miei confronti, a mio parere scorretto, dell'aggettivo «famigerato». Scorretto, beninteso, dal punto di vista non tanto morale – ogni gruppo umano ha la sua, di morale, e il Suo più di ogni altro – ma da quello razionale, perché decisamente aporetico. Cioè, senza piedi sui quali reggersi, senza capo né coda, senza fondamento, data la mia nessuna fama, buona o cattiva che sia, in Italia o mondiale. Nel frattempo, se non a livello mondiale certamente in Italia, grazie alla Sua petulanza il mio nome è volato a decine, migliaia, milioni di orecchie. Magari orecchie, o polmoni, in attesa di un suono più cristallino o di una boccata d'aria pulita, di qualche informazione che controbatta la lingua di legno del Sistema.   Avvicinandosi al termine questa cortese monotriba, mi riallaccio alla precedente lettera e Le lascio, in questa Dodicesima, qualche altro motivo di riflessione sulla più oscena e moderna delle religioni. Quella che nei più fragili cervelli goyish e nella quasi totalità di quelli dei Suoi sta soppiantando ogni altra credenza. Ogni altro culto. È certamente una religione civile nel senso di «civica», ma viene pretesa civile anche nel senso di «degna, benevola e progredita». In ogni caso lontana – magari – dalla definizione del giudaismo offerta dall'islamico «antisemita» Louis Farrakhan: «gutter religion», che potremmo benignamente tradurre con «religione da fogna». È comunque una religione che va intesa alla maniera usata dagli antichi romani verso il cristianesimo, cioè «superstizione»... superstitio. Meglio ancora: nova et malefica. O anche: exitiabilis superstitio.   Taluni aspetti della quale Credenza – che potremmo definire neutramente Immaginario Olocaustico od Olofantasmatica – sono non solo per niente credibili, ma decisamente ridicoli. Come per niente credibili, e ancor più ridicoli quando non allucinati alla Ka-tzetnik 135633, sono coloro che li hanno «testimoniati», e li disinvolteggiano. Non potendo qui – Lei mi capisce, e spero di incuriosire gradevolmente i goyim alla loro lettura – sciorinarLe gran parte dei miei «enormi volumi» che trattano infinite consimili affabulazioni, si accontenti di qualcuno tra i più piccanti particolari della Saga.   ● Vista la vicenda di tale Immaginario particolarmente truce e al contempo ridi­colo – del resto, lo sono altri oloaspetti [già detti nella Terza lettera] come gli Olodenti, gli Olocapel­li, gli Olospazzo­linidadenti fatti di Olocapelli, gli Olobottoni fatti con le Oloossa, le Oloceneri, le Oloprote­si­dentarie, i cumuli di Oloscarpe, le Oloossa, gli Olo­paralu­mi, gli Ologuanti e gli Olopan­ta­loni in Olopelle, gli Olooc­chi infilzati a mo' di farfalle, gli Olote­sticoli fatti addentare dai cani o per i quali vengono appesi gli Olostermi­nandi, i cumuli di Oloocchiali e di Olo­anelloni, gli Olosgabel­li fatti di Oloossa, gli Olomate­rassi fatti di Olocapelli, gli Olofertilizzanti fatti di Oloceneri, le Olofiamme vampeggianti dagli Olocamini, etc. – ne trattiamo qui poiché, anche se l'Olo­sa­pone costituisce pro­pria­mente uno degli aspetti «tecnici» dell'Olo­cau­sto, ne è al con­tem­po uno degli aspetti «religiosi», un moderno «culto delle reliquie» come lo fu la venerazione degli stinchi dei Santi, delle dita di San Giovanni Battista (oltre sessanta nel mondo) e dei prepuzi di Nostro Signore (soltanto tre: Anversa, Hildesheim e Santiago di Compostela, peraltro fiancheggiati dai tre cordoni ombeli­cali dell'Illustre Neonato a Santa Maria del Popolo, San Martino e Châlons).   Invero la questione del sapone fab­bri­ca­to con l'Olo­grasso, il grasso cioè dei cadaveri più o meno scheletriti che l'Olo-Imma­gi­na­rio figura colare dalla loro arsione (ma «testi» giurati parlano anche di grasso ribollente nelle «fosse di cre­mazione» e Filip Müller giura, e la consorella Pisanty e infiniti altri orecchian­ti concor­da­no, che gli addetti lo racco­glie­vano, a mo' di sadici olocuochi, coi me­sto­li da non meglio dette «canaline» rispargen­dolo sui cadaveri come combusti­bi­le aggiunti­vo), è oggi ufficial­mente ammessa come mera propa­ganda bellica.   Diffu­sa a fine 1942 da Rabbi Ste­phen Samuel Wise presi­dente del WJC, dopo essere stata lanciata anche dall'inviato di FDR presso la Santa Sede Myron Taylor («colui che riportò in America il primo pezzo di sapone fatto coi corpi degli ebrei vittime degli assassini nazisti», lo dice Max Bressler nell'eulogia roosevel­tiana in Kleiman M., Franklin Delano Roosevelt - The Tribute of the Synago­gue), l'osce­ni­tà viene av­valorata a No­rim­ber­ga il 30 settembre 1946 (passo della senten­za ai volumi I p.283 e XXII p.564 degli atti del TMI, che asseve­ra­no anche l'uso degli Olocapelli per i materassi, degli Olodenti per la Reichsbank e delle Oloceneri quale concime) sulle accuse del procura­tore sovietico L.N. Smir­nov il 19 feb­braio («ricetta origina­le per la fabbri­cazione del sapone umano», Documen­to URSS-196; pezzo di sa­pone, mai pe­riziato, prova d'accu­sa URSS-393, oggi messo al sicuro nel Palazzo della Pace all'Aja), che riporta la testimo­nianza giurata di tale Sig­mund Mazur, presunto assistente di laboratorio all'I­stituto Anatomico di Danzica: «Si mischia­no 5 chili di grasso umano con 10 litri di acqua e 500 o 1000 grammi di soda causti­ca. Il tutto viene fatto bollire due o tre ore e poi colato; il sapone sale alla superficie». Lo stesso anno la produzione di human soap viene «certifica­ta» anche dall'olo­scampato (fino a tredici «campi di stermi­nio»!) Szymon Wizen­thal, colla­bora­tore dell'OSS e del CIC Counter-In­telligen­ce Corps nonché vice­pre­si­dente del Comitato Cen­tra­le Ebraico della Zona di Occu­pa­zione USA in Au­stria. La «certifi­cazione» avviene sul n.17/18 di Der Neue Weg, perio­di­co della rina­ta Comunità au­striaca, nel­l'ar­ti­colo RIF, il marchio Reichs­stelle für Industrielle Fettversor­gung "Centrale Statale per l'Approvi­gio­namento Indu­striale di Materie Grasse", im­pres­so sulle barre di sapo­ne – su tutte le barre prodotte nel Reich! – viene letto, sorvolan­do sulla «I» disinvolteg­giata in «J», Rein Jüdisches Fett "Puro Grasso Ebrai­co".   Il rieducato Till Bastian cerca invece di farci credere che «la storiella» girasse, sub specie di barzellet­ta, in un non meglio precisato «tempo del Terzo Reich», mentre la semiologa Pisanty (I) accusa che «era costume dei na­zi­sti stessi, prima ancora che dei loro avversa­ri, di riferire storie truculente sui campi di sterminio per esaltare la portata della loro missione e l'effi­cien­za del sistema da loro creato». Anche il truce ebreo sovietico Ilja Erenburg, il verosi­mile i­deatore della Trovata Saponaria, testimo­nia: «Presi tra le mani il sapone, fatto coi cadaveri degli ebrei fucilati. "Puro sapone ebrai­co", c'era impres­so» (nota ribadita nel "Libro Nero", steso col confratello, di sangue e di idee, Vasilij Gross­man).   In seguito la Real­tà Sapona­ria, primamente inventata per il campo di Belzec, vie­ne ri­pre­sa da ogni gaz­zettie­re (ma anche da persona­li­tà quali Ludwig Lewi­sohn, per il quale i «nazisti» pianificaro­no «sottopro­dotti di sapone umano o pelle umana», e dal duo Dennis Prager / Rabbi Joseph Telu­shkin, per i quali milioni di ebrei vennero non solo gasati, inceneriti, usati per esperimenti e assiderati, ma «transfor­med into soap bars and lampshades, trasformati in pezzi di sapone e para­lumi»), da centinaia di libri e attestata dall'En­cy­clo­paedia Judaica (che al volume XIII p.761/2 pr­esenta due fotografie di «una fab­bri­ca tedesca di sapo­ne nei pres­si di Danzi­ca» con vasca ripie­na di sche­le­triti cadave­ri da tratta­re), dall'il­lustre Raul Hilberg (per il quale, tra l'altro, cadaveri di giovani arrestate dal Bri­ga­deführer Dirle­wan­ger, denudate e stricninizza­te, vengono «tagliati a pic­coli pezzi, mescolati a carne di cavallo, e bolliti per farne sapone») e, opera olodidat­ti­ca tra le più recenti, da un dispiaciuto Salvadori II: «[All'epoca, alla credibilità dello sterminio] nocque, ad esempio, la voce secondo la quale i cadaveri degli uccisi venivano usati per farne sapone (una notizia era già stata diffusa dalla propaganda antitedesca nel corso della prima guerra mon­dia­le e rivelatasi falsa). Tuttavia, durante il processo di Norimberga, furono depositati documenti dai quali risultava che una ditta di Danzica aveva costruito una vasca riscaldata elettrica­mente per fabbricare del sapone col grasso umano [...] Anche un testimone polac­co riferì che a Belzec i cadaveri venivano dissotter­rati per fabbricare sapone e fertilizzanti». Mal­grado la procura di Flensburg ne abbia am­messo l'in­consi­stenza fin dal 25 gennaio 1968, la fa­vola viene avalla­ta dalla Fonda­tion Ausch­witz di Bru­xel­les ancora il 24 febbraio 1986.   Addirittu­ra, pezzi di olosapo­ne sono esposti: 1. all'I­sti­tuto Storico di Varsa­via, 2. alla Casa Katznel­son del kib­butz Lohamei haGe­taot "Combat­tenti dei ghet­ti", 3. al­lo YIVO In­stitute di New York, 4. al Museo dell'Olo­cau­sto di Chicago, 5. al forte Breen­donck in Belgio e 6. alla Ca­me­ra dei Martiri o Grot­ta dell'Or­rore, costruita nel 1949 sul Monte Sion, non­ché se­polti con l'osservanza dei riti fune­ra­ri in diversi cimite­ri, come ad 7. Haifa, 8. Nizza, 9. Polti­ce­ni (venti cas­se!), 10. Sighet o Sighetul Marmatiel, patria degli oloscam­pati talmudi­sti David Weiss Ha­livni e di «quel­l'au­tentico taranto­la­to» di Elie Wiesel (la gustosa defini­zione è di Cesare Saletta, mentre André Chelain aggiun­ge: «mater dolorosa du judaïsme à la mode», Alain Guionnet lo dice «menteur invété­ré», l'ebreo anticon­for­mista e perciò «antisemita» Norman Finkelstein: «pagliaccio fisso del circo dell'Olo­causto», David O'Connell: «mercante della Shoah [...] spregevole posato­re e parolaio [...] truffatore che imbroglia sistematicamente la gente e ha fatto for­tu­na con storie che non stanno né in cielo né in terra» e Rabbi David Gold­berg com­ple­ta­, commen­tando­ne l­'ultima «fatica» And the Sea is Never Full su The In­depen­dent 31 agosto 2000: «vuoto, arrogante, credulo­ne e naif», mentre pietoso è Rabbi Yonassan Gershom: «the prophet of the Holo­caust»), 11. L'Avana/Cuba (ove, nota Letty Cottin Po­gre­bin, un imponente monumen­to grida: «Buried in this place are seve­ral cakes of soap made from Hebrew human fat, a frac­tion of the 6 million vic­tims of Nazi savagery in the 20th century, Qui sono sepolti pezzi di sapo­ne fatti con grasso umano ebraico, picco­la par­te delle sei milioni di vittime dell'effe­ra­tezza nazista nel XX secolo»), e 12. Atlanta/Geor­gia, ove al Green­wood Ceme­tery una lapide in ebrai­co e in­gle­se re­ci­ta «Here rest four bars of soap, the last earthly remains of Jewish victims of the Nazi Holo­caust, Qui riposa­no quattro pezzi di sapone, gli ultimi resti terreni di ebrei vittime dell'Olo­causto nazista». L'epitaffio più patetico lo stende Wizenthal; dopo averci ricor­da­to che la fabbrica più operosa si trova­va a Bel­zec («dal­l'a­prile 1942 al maggio 1943 furo­no fatti diventare materia prima 900.000 ebrei»), il Papa nazihun­te­ristico conti­nua: «Per il mondo cul­turale è forse inconcepi­bile il piacere con cui i nazisti e le loro donne del Gover­na­torato Genera­le considerava­no questo sapone. In ogni pezzo di sa­po­ne ve­devano un ebreo, che aveva­no mu­tato magica­men­te in cosa [hinein­gezau­bert], im­pe­dendogli di cre­sce­re e divenire un secondo Freud, Ein­stein, o Eh­rlich» (in Wolf Dieter Rothe).   Ben dopo i rilievi dei­ revisioni­sti, la questione viene ammessa quale «diceria» da Hil­berg nel 1967 e nel 1985 (ma il 10 aprile 1994 il Decano ritocca a Michael Shermer: «"Se il sapone umano fu davvero pro­dotto, non lo sappiamo proprio [is comple­tely doubt­ful] [...] Ci furono voci. E le voci si fondano su fatti, per quanto minimi, e poi si trasforma­no. Ma nel comples­so non vi sono indi­ca­zioni che ven­ne prodotto sapone" [...] Cosa possiamo conclude­re? Il sapone non fu mai pro­dot­to in scala industriale dai corpi delle vittime, ma è possibile sia stato pro­dotto a titolo sperimenta­le. Come nel caso di unità SS rinnegate che vio­la­rono cadaveri [abu­sing corpses], ci possono essere stati isolati casi di produzione di sapone dal grasso umano, ma non certo un piano or­ganizzato su ampia scala. Noi concordia­mo con lo storico dell'Olo­causto Israel Gut­man, che conclude che "ciò non fu mai fatto in grande scala"»), da Adalbert Rückerl, capo della Zen­tra­le Stelle der Landes­justiz­verwaltun­gen zur Auf­klärung NS-Ver­brechen, crea­ta per dare la caccia ai nazi-war-cri­mi­nals (1974), De­bo­rah Lip­stadt, laureata in Storia delle Religioni ma docente di Sto­ria Ebraica Moderna all'UCLA (16 mag­gio 1981, anche se in seguito, ri­porta L'Autre Histoire n.16, 2000, giocherà su due tavoli: «Il sapone è diventato una metafora – li hanno uccisi e ne hanno fatto sapone – per illu­strare la crudeltà dei tedeschi. Non direi che i tedeschi non l'hanno mai fatto. Lascerei una porta socchiu­sa»), dall'Insti­tut für Zeitgeschic­h­te "Isti­tuto di Storia Contem­po­ra­nea" di Monaco diretto dal demi-juif Martin Broszat (11 marzo 1983), da Geor­ges Wel­lers, di­rettore del Centre de Docu­menta­tion Juive Con­tem­poraine di Pari­gi (31 ago­sto 1983 e 23 aprile 1986), dallo storico israeliano Tom Segev e da Peter Novick (la storia del sapone fatto coi cadaveri degli ebrei è stata «oggi abbando­nata come infondata dagli storici dell'Olocau­sto»). Ed infine dal supremo olome­moriale Yad Vashem, il quale il 24 aprile 1990, per bocca di Shmuel Kra­kov­ski, taccia impli­ci­ta­mente di falso ­l'Encyclo­paedia Judai­ca.   Il tut­to non impedisce allo scrittore Yoram Kaniuk di maca­breg­giare, nel romanzo Adam Hunde­sohn, che «sullo scaffa­le del nego­zio, impacchetta­ta in carta gialla con stampato un ramo d'olivo, sta la famiglia Rabinovitz», o a Joseph Rovan, do­cente di germani­stica all'Università di Pa­ri­gi III, di afferma­re che per Hitler gli Eletti sono stati «materia prima per saponet­te» (1984), o a Le Monde di citare il poeta ebreo Pierre Valet che denuncia l­'Orro­re Saponario (13 feb­braio 1987), o al produttore cinematografico «tedesco» Artur «Atze» Brau­ner di riaf­fermare, con la moglie Maria-The­re­sa e i figli Alice e Sammy, la Realtà Sapona­ria sulla Frank­fur­ter Allgemeine Zeitung il 6 mag­gio 1995 (e pensare che un mese prima, il 6 aprile, anche l'israe­lia­no Maariv, so­ste­nendo la tesi della «scorret­ta» interpreta­zione del marchio RIF, l'aveva relegata nel regno delle fiabe!).   Il tutto non impedisce a Henry Kis­singer di la­men­tare, in un'inter­vi­sta al quo­ti­diano telavi­viano in lingua tedesca Israel Nach­richten del 27 dicembre 1974, che «i miei parenti non vi­vono più, sono sta­ti tra­sfor­mati in sapo­ne» (a chiudere, il 22 marzo 1982 le agenzie annun­cia­no che: «Louis Kis­singer, padre del­l'ex Segre­tario di Stato ameri­ca­no, è morto a New York alla biblica età di 95 anni», men­tre ai do­lenti s'aggiun­gono Henry, la moglie Nan­cy e l'al­tro fi­glio Walter, con lui mi­grati da Fürth presso Norim­berga nel 1938).   Ancora nel marzo 1995, il tutto non impedisce al telavi­viano trenten­ne Moshe Yaha­lon, sé-dicente figlio di oloscam­pati, pro­prietario di night club colluso col crimine e voglioso di rifarsi della crisi dovuta alla chiusura dei locali, di porre in vendita a 300 dollari, tra varie nazicianfrusaglie, saponette di «grasso di ebrei» made in Germa­ny. Apriti cielo! Contro l'oloaf­fai­re, gestito dal confrère Menashe Mar­duk della Zodiac – che certifica la «genui­nità» dei prodotti – si scaglia, «occhi in fiamme», il presi­dente knes­se­tiano olo­scampato Dov Shilansky: «Un'asta a Tel Aviv, nel cuore di Isra­e­le, dove si vendono sapo­nette di ebrei? Non lo avrei im­ma­ginato neppu­re nei miei incubi peg­gio­ri. Organiz­ze­rò una pro­te­sta perma­nente. La Zodiac sarà co­stretta ad annullare l'asta. Mobiliterò migliaia di persone. Sfile­remo muti, indignati, offesi. Il nostro silenzio diventerà un grido potentissi­mo». Identi­che proteste dal caporab­bino Israel Lau e dai capi di Yad Va­shem, che, im­memori di quanto ammesso cin­que anni pri­ma, chie­dono «l'im­mediato seque­stro di tutti gli oggetti contro­versi per esporli invece nelle sue sale». Serafi­co, Marduk mostra il catalogo alle telecamere: «Ab­bia­mo alcune sapo­nette fatte a Buchen­wald. Sono in tanti a volerle acqui­stare per qualsiasi prezzo. E non c'è motivo per cui noi non si debba ven­derle».   Indignato, il sindaco di Tel Aviv Ronni Milo tuona contro il commercio olosapo­nario: «Que­sta offesa non avrà luogo nella mia città». Dotato di buonsen­so economi­co, chiude il tea­trino un non meglio specifi­cato «professore di storia all'Uni­ver­si­tà di Geru­sa­lemme»: «È ben noto che i nazisti non giunsero mai alla produzio­ne di sapo­ne coi cadaveri degli ebrei ster­mi­nati. Certo dal punto di vista mo­ra­le non ebbero alcuna remora. Furo­no pronti a utiliz­za­re i capelli delle vittime per l'imbottitura dei mate­rassi in dotazione alla marina militare. Ma forse giun­sero alla conclusione che la fabbri­ca­zio­ne del grasso per saponette fosse poco convenien­te». Cinque mesi dopo, altra offerta («solo venti zloty, sedici­mi­la lire, per una saponetta "fatta per lo più da ebrei dei lager", diceva il cartello appeso a una delle bancarelle del mer­cato estivo di Danzi­ca; lo vede un anziano turi­sta tedesco e non esita a comprare [...] ennesima testimo­nian­za del perma­ne­re dell'odio anti­semita in Polo­nia?»), cassa­ta da Cremo­nesi (V, e anche II e IV): «Gli esperti di storia del­lo sterminio ebraico han­no ripe­tuta­mente se­gnalato che i nazisti in verità non produsse­ro mai sapone dai cadaveri de­gli ebrei uccisi». Più disinvolto è Karl Pfeifer, boss della Comuni­tà varsa­viana: «La storia del sapone ebrai­co è vecchia e falsa: si trat­ta o di una provoca­zione anti­semita o di una tro­va­ta di commer­cian­ti senza scrupoli».   Quanto al recupero del grasso a scopo comburente durante la cremazione nelle fosse, orrida fiaba avallata anche da Till Bastian, la parola al revisionista italiano Carlo Mattogno (V): «Questi altri sprovveduti igno­ra­no che i grassi animali hanno un punto di infiamma­bi­lità di 184 °C e una tempera­tu­ra di accen­sio­ne di 343 °C; poiché la temperatura di accensio­ne del legno è di 325-350 °C, il grasso ani­male, durante la combustio­ne della legna, brucia immediata­men­te e non può essere rac­colto in alcun modo» (e taciamo del sangue, composto per il 90% di quell'i­narri­vabile supercombustibile che è l'acqua!).   Ma tutte queste precisazioni tecniche non contano!, a che servo­no?, cosa importa come sono stati eliminati i Six Mil­lion?, o dove sono andati a finire?, per qualche «errore» o «inesattezza» dei «testimoni» dovremmo rimettere in causa il valore delle «testimo­nianze»?, prote­sta nell'ottobre 2000 a Moment, simpatico mensile dell'ebrai­smo americano, il pio lettore Carlos Verdi: «È davvero impor­tan­te sapere come gli ebrei ven­ne­ro imprigionati, nutriti, torturati e/o assassinati (The Soap 'Myth', giugno 2000)? È davvero impor­tante per voi sapere il nume­ro esatto delle vittime? Il saperlo cambiereb­be il fatto che gente innocente ha sofferto gli effetti di una paranoia genocida? Cambie­rebbe la realtà, sapere cosa accadde ai corpi delle vittime? Concludere che non venne fabbricato sapone rende­rebbe l'Olo­causto meno obbrobrioso e criminale?» (invero, l'oloscam­pa­ta auschwitz-bergen­bel­sen-buchenwald-the­resiensta­dtia­na Elisa Springer riporta un secondo sfruttamento/uso, e certo più sapiente, dei cadaveri: «Per cena ci veniva distribuito un quadratino di margari­na e un pezzetto di carne. Dopo la Liberazio­ne qualcuno ipotizzò, forse a torto, che quella margarina e quella carne erano state ricavate dai corpi dei compa­gni stermi­nati nel campo»).   Ma poiché le cervici del «traditional enemy of truth» sono sempre dure – come, peral­tro, favolosa è l'idio­zia dei goyim – il 25 marzo 2005 l'olodilet­tante Frediano Sessi (cognome dato ebreo da Heinrich ed Eva Guggen­heimer) riscopre (arti­co­lo: Storici ebrei: sapone con i deportati, leggenda nera - L'orrore dei lager alimen­tò anche dei miti. A Gerusalem­me si apre la polemica) l'ac­qua calda, lan­ciando tutta­via, nel finale, una stoccata agli studiosi revisioni­sti: «Cade una leggenda nera, quella degli ebrei ridotti a sapone. È una rive­la­zione recente [!] che pone fine a una serie di credenze sulle atrocità dei lager nazisti, servite in parte anche a negare gli orrori commessi. Disinfor­mazio­ne di guer­ra, dunque [...] Con il grasso degli ebrei, assassi­nati nelle camere a gas, i nazisti avrebbero "fatto sapone" o addirittura carne in scatola, da servire agli stessi ebrei impiegati nelle industrie di guerra [sic: ciclo continuo, nulla va perso!]. Una leggenda di cui non si conosce bene l'origine, ma che circolò tra le file della resisten­za polacca e che sarebbe stata alimentata dagli ufficiali e dai commis­sari politici del­l'Armata Rossa, per dipin­ge­re con toni ancor più macabri e drammatici gli orrori del nazi­smo. Una leg­gen­da fatta propria anche da taluni dei sopravvissuti (ne abbiamo sentito eco anche in Italia) che, per attirare l'attenzione dei molti indifferen­ti alla loro tragica storia, dichiaravano di avere assistito alla saponifica­zione di molti ebrei [...] Così, una leggenda nera che si trasfor­ma in racconto (anche il regista [Roberto] Beni­gni, che per il suo film La vita è bella dichia­ra di essersi avvalso della consulenza di storici e sopravvis­suti italiani, mette in bocca a Giosuè la frase "con noi ci fanno i bottoni e il sapo­ne"), negli anni verrà usata da molti negazioni­sti per affermare che lo sterminio e le camere a gas non sono mai esistiti [...] Chi dice il falso una volta, chi esagera sulle cifre delle vittime (nel dopoguer­ra una commissione sovie­tica affermò che ad Ausch­witz erano morti quattro milioni di perso­ne e che con la cenere dei corpi si era fab­bri­cato del fertilizzan­te), allora non è credibile nemmeno quando riporta la verità fattuale».   Mentre le favole dell'olosapone, degli oloparalumi e delle oloteste vengo­no oggi riesumate solo dagli sterminazionisti più beceri (vedi Holocaustica Religio e Note sui campi di sterminio), gli oloca­pelli sembra­no resistere al ridicolo. In tal modo Wizenthal «confer­ma» il «Rapporto Glo­boc­nik» e l'invio a Berlino di «25 carri ferro­viari di capelli femminili» dai campi di Treblinka, Sobibór e Belzec nei die­ci mesi 1.X.1942 - 2.VII­I.1943 (oltre a notevoli altre ricchezze quali 254 carri ferroviari di tappeti e coperte, 4000 carati di diamanti ed alcume migliaia di collane di perle, il Su­pre­mo Nazihunter assevera l'invio di 400.000 orologi d'oro, quantità inve­ro di poco credibile reperimento non solo in Polonia ma in tutta l'Eura­sia – gli olocaustizzati dei tre campi, ammontanti al massimo a 1.700.000 individui, dei quali poco più di 500.000 maschi adulti, risulterebbero quindi pressoché tutti dotati di orologio d'oro! – e di 145.000 chili di vere, equivalen­ti, a cinque grammi per anello, a 29.000.000 di dita derubate).   Il 30 novembre 1990 tale Joe Bob­ker tor­na, sul B'nai B'rith Messenger, sul sa­po­ne, i paralu­mi e i «mate­rassi im­bot­titi di capelli ebraici» usati «dal tedesco medio e da sua mo­glie». Inve­ro, se già il 27 febbraio 1946 l'olo­scampato treblinkiano Samuel Rajzman aveva narrato di capelli «usati per la preparazione di materassi destinati a donne tedesche», dopo la senteza del TMI (ai volumi I p.283 e XXII p.564 degli atti processuali) era stato il Quarto Pro­cesso Pohl a «certificarne» l'impiego, al punto da autorizzare il Galante Garrone a lasciarsi andare ad un tocco di colore, parlando di «mon­tagne di lucenti capelli ridotte a pagliericci. C'è forse ancora qualche tedesco che dorme i suoi placidi sonni su uno di questi giacigli nefan­di?».   Ancor più di­sinvolto è Lawrence Rees, che attesta l'utilizzo non solo dei capelli, ma anche dei «peli» (certamente ascellari e pubici, visto che è ancor più difficile pensare ai normali peli cutanei!), strappati a donne che «natural­mente igno­ravano che i tedeschi con i loro peli e capelli intendevano riem­pi­re mate­rassi». L'immondo Vrba aveva invece soste­nuto che i capel­li «doveva­no assi­curare l'impermea­bilità delle teste dei silu­ri» (aveva anche assicu­ra­to che «i corpi degli ebrei ric­chi, identificati già prima dall'aspetto, sareb­bero stati disse­zio­nati. Nessun furbo sarebbe forse riuscito a nasconde­re nel proprio corpo dei pre­ziosi, dei dia­manti!»); più articolato è Vasilij Grossman: «Ma perché si tagliavano i capelli alle donne? Era per ingannar­le? No, lo faceva­no per soddisfare il bisogno di materia prima della Germa­nia... Ho chiesto a parecchie persone che cosa ne facessero i tedeschi di tutti i capelli delle donne che andavano a morire. Mi hanno risposto che gli enormi muc­chi di ricci e di trecce nere, dorate e bionde venivano disinfetta­ti, pigiati in sacchi e spediti in Germania. Alcuni testimoni hanno conferma­to che quei sacchi avevano in effetti recapiti tedeschi. Ma laggiù, che cosa ne facevano di quei capelli? Nessuno mi ha potuto rispondere. Un tale Kon, in una dichiarazio­ne scritta, sostiene che venivano mandati al dicastero della Marina da Guerra; servivano per imbottire i materassi, confezionare conge­gni tecnici, intrecciare cordame per i sommergibili, eccetera. Questa dichia­razione deve essere confermata, e lo sarà, dal Grande Ammiraglio Raeder, che nel 1942 era a capo della flotta tedesca».   Per Claude Lanz­mann e Zyg­munt Bau­man, gli olo­ca­pelli servo­no in­ve­ce solo «per le fo­dere inter­ne» dei giub­botti dei sommer­gi­bilisti, mentre Otto Frie­drich attesta che «erano utilizzati per imbot­tire cuscini» e Frediano Sessi (VI) per «feltro industriale» e «la fabbrica­zione di pantofole». Il Documento URSS-511 aggiunge la fab­bri­cazione di calze/cal­za­ture non solo per i som­mergi­bi­listi, ma anche per i ferrovieri della Reichsbahn. Il 19 febbraio 1946 l'accusa sovietica riferisce che, oltre al ritrovamento di «documenti» sull'invio di 112 tonnellate e 600 chili di farina di ossa ad una «ditta Strem» per la produzio­ne di «superfosfa­ti», ben sette erano state le tonnel­la­te di capelli tagliati a 140.000 donne nella sola Auschwitz, capelli non spediti ma «ritrovati» il 7 marzo 1945 raccolti in 293 balle «nella conceria del lager» (si ricordi che i campi di Auschwitz erano stati occupati fin dal 27 gennaio!). Con gli oloca­pelli Pohl viene ancora accusato di avere fatto fabbri­ca­re zerbini. Primo Levi (I) riporta cripticamente che «questa merce insolita veniva acquistata da alcune industrie tessili tedesche che la usavano per la confezione di tralicci [?, sic] e di altri tessuti industriali». Il 26 gennaio 1995, nel cin­quan­tennale del­l'oc­cu­pazio­ne sovietica di Ausch­witz, Raidue parla gene­ri­ca­mente di chio­me «de­sti­nate a diven­tare tessuto», come del resto fa Marta Ascoli: «i capelli delle donne tagliati ai cadaveri [ai cadaveri! versione attestata anche da Filip Müller, «l'unico uomo che vide il popolo ebraico morire e visse per raccontare ciò che vide», ancora nel 1999 «te­stimone principe» dell'ologuru Raul Hilberg! eppure la fotodocu­menta­zione ci attesta che il taglio veniva fatto, per ragioni igieniche, subito dopo l'arrivo! superfluo poi ram­mentare l'asso­luta assenza di pregio indu­striale delle chiome delle inabili «selezio­nate», cioè di donne anziane e bambine!], prima della cremazione, serviva­no per fabbri­care tes­su­ti e veni­va­no inviati in Baviera».   Più informato sem­bra, nel risibile Di­zio­nario del nazismo, il radiologo Gu­sta­vo Otto­len­ghi (autovanta­to partigia­no pici­sta dodicenne e vo­lon­tario zaha­lico nel 1967 non­ché, stando all'autobio­gra­fia, «richiesto confe­renziere pres­so numerosi isti­tuti scolastici e universitari italiani»): i capelli «venivano inviati diretta­mente alla ditta che se ne serviva per la confezione di coper­te, calze e indu­menti va­ri»; e l'Inef­fabile osa darcene il nome: Zink Alex Filz­fa­brik AG, «fabbri­ca di stoffe e feltri di Norimberga che ottenne l'esclu­siva» (spe­cia­lizzatosi in oloimbe­cil­lità – tra le minori, il termi­ne Gas­zim­mer invece di Gaskam­mer, Begasungs- o Verga­sungs­skam­mer: ma certo... Zim­mer zu vermie­ten, «Ca­mere da affit­ta­re»! – e in olo-orrori, l'Ottolenghi si spinge, in La mappa del­l'in­ferno, a dirci che vi erano ditte più truci, dedite «fi­nan­co al com­mer­cio della carne dei cada­veri a scopo ali­mentare»!).   Più informato Ulrich Völklein (II): «All'ini­zio dell'agosto 1942 il Wirtschafts- und Verwaltungshauptamt der SS "Uffi­cio Centrale SS per l'Economia e l'Amministrazio­ne" chiese ai comandanti del campo di concentramento e sterminio di utiliz­za­re i capelli umani pro­dot­ti [das anfallende Menschenhaar] dopo l'arrivo e l'uccisione degli inter­na­ti. Tale materia prima [Dieser Rohstoff] poteva essere lavorata dall'indu­stria del feltro o filata, ricavandone calde "Haar­garnfüßlinge, pantofole di capelli filati" per sommergibilisti o "Haarfilzstrümpfe, calze di feltro di capelli" per ferrovieri».   Altri dettagli sull'ingegno­sità tedesca ci vengono dalla fantasia malata del Sonderkomman­do Shlomo Venezia che, ci sconvolge Roberto Piperno, impiegò «oltre sessanta anni per riuscire a scivere la sua terribile esperienza»: «Que­ste opera­zioni potevano essere effettuate an­che nei locali contenenti i forni. I capelli venivano essiccati [sic] e venduti a ditte tedesche per la produzio­ne di tela di crine; l'oro dei denti era invece raccolto in appositi contenitori, fuso in un piccolo locale del Krematorium III [ah, splendidi forni tuttofare!] e spedito a Berlino». La più gustosa desti­na­zione degli olocapelli ci viene però da David Sorani in Lager - Tec­no­lo­gia di uno ster­mi­nio, mo­nografia de Il calen­dario del po­polo - Rivista mensi­le di cultura diretta da Franco Della Peruta n.580, ottobre 1994, Teti editore, Milano, che a p.42 ci offre una foto con dida­sca­lia: «A sinistra: spaz­zolini da denti fatti con i capelli delle perso­ne brucia­te». Capel­li che, per la salute degli utenti, speriamo fossero stati almeno di­sin­fe­stati da pidocchi e rickettsie, quando pure non depurati dei residui di Zyklon B.   Lo scoop più recente è però quello ripor­tato dal ven­ti­treenne Ro­nen Berg­man in un sup­ple­mento settima­nale di Haaretz mag­gio 1996, che rivela, sulla base di racconti di non meglio iden­tificati «testimo­ni» oculari, come nel­l'impianto chimico italiano della Monte­ca­tini presso Ales­san­dria dal 1943 al 1945 giungesse­ro due vol­te la settima­na con­vogli di una decina di vagoni carichi di ossa di olostermi­nati al fine di produrre fertiliz­zanti agricoli: «Una puzza terribile. Spesso con ancora brandelli di carne putrefatta. Ossa umane senza dubbio, perché si può forse confondere una ti­bia con quella di animali, ma certo non un teschio o una cassa toraci­ca. E se ne vedevano mi­gliaia, acca­ta­state una sull'altra nei vago­ni senza tetto» e ancora: «L'inte­ro processo era comple­ta­mente sotto controllo tedesco. I treni erano sorve­gliati dai loro soldati, come anche il perimetro della ditta e le officine». È vero che «per il momento non ci sono prove evidenti. Non sappiamo neppu­re da dove pro­ve­nissero i treni. C'è chi dice da Geno­va, dove le ossa sareb­be­ro arrivate via nave dai porti tede­schi [«via mare»! in guerra! e nel 1943-45! e pensare che il duo Conte/Essner ci attesta che da anni già funzionava l'alta nazitecnologia a Majda­nek, terra «concimata con le ossa dei deporta­ti, polverizzate da una macina elet­tri­ca e "valorizzate" dalla gestione economi­ca della SS del campo come fertiliz­zante azotato ... dopo la libera­zione del campo, furono trovati circa "1300 mc di concime organi­co conte­nente ossa"»], oppure via terra attraver­so l'Austria o la Jugo­sla­via [e perché non attraverso la Mongolia o l'Amaz­zo­nia?!]».   Affasci­nato è anche l'«au­tore­vole» Israel Gutt­man, boss di Yad Vashem e curatore dell'al­trettan­to «auto­re­vole» Encyclo­pedia of the Holo­caust: «Le ossa potreb­bero essere ar­ri­vate dai campi di bat­taglia o da quelli di ster­minio. In en­tram­bi i casi si tratta comunque di una scoperta senza pre­cedenti. Sino ad ora non aveva­mo mai saputo che i tedeschi usassero i re­sti delle vittime come ferti­lizzan­ti» (ma le ceneri sì, abbiamo detto, come affermato dalla sentenza del TMI… e magari anche delle ossa, come radiobercia il 14 gennaio 1945 Thomas Mann II: «Hanno tenuto il registro, quegli imbecilli, anche della farina di ossa, del concime artificiale ricavato da questa industria. Perché i resti dei cremati venivano macinati e polverizzati, imballati e mandati in Germania per la fecondazione del suolo tedesco: del sacro suolo, che eserciti tedeschi dopo di ciò credono ancora di dover difendere, di poter difendere contro la sconsacrazione da parte del nemico!»).   «La ricerca è appena iniziata» – quieta le nostre perples­sità Lorenzo Cremo­nesi (VII) – «Si ripartirà da Spinetta Marengo per cercare di capire uno de­gli interro­ga­ti­vi di quel dramma: che fine hanno fatto le ossa dei sei milioni di ebrei morti nell'Olocau­sto?». «Oggi gli storici revisionisti negano l'ecci­dio pro­prio avanzando questa domanda. Ora potre­mo ­avere la risposta», rincal­za Berg­man mentre l'uomo che ha innescato la «bomba», il «teste» Giu­lia­no Giun­chi, lo affianca, sollecito e fors'anche «solleci­tato»: «Non voglio passa­re per fanati­co e nemmeno cerco pubblicità. Mi sono im­battuto casual­mente nella storia e mi è parso che meritasse appro­fon­di­menti. Vede, sul­l'O­locau­sto tira aria di revisioni­smo. Autorevoli personaggi so­sten­gono che nei campi di stermi­nio non si era attrezzati per eliminare sei milioni di persone. E se, mi chie­do, lo "smaltimento" fosse avvenuto attra­verso altre stra­de?».   Egual­mente, vista l'«auto­revo­lezza» di Haaretz, Cesare Segre e Arrigo Levi, pur non com­prenden­do «le ragio­ni di un viag­gio tanto lun­go» («i cada­veri usciti dalle camere a gas venivano cremati, le persone fu­cilate nei campi di concentra­mento furo­no seppellite: si sarebbero dovuti aspettare anni perché la carne liberasse le ossa», sospira il primo), «non si stupisc[o­no] sul piano morale» di quanto sarebbe stato compiuto da­gli Infa­mi.   Altret­tanto impudi­co lo stori­co Mario Isnen­ghi: «L'i­deologia dell'italia­no buono è stata messa in dubbio tante volte [...] Mi restano invece dei dubbi sulla notizia; che i tedeschi utilizzas­sero fino all'ul­timo i prodotti del loro scempio è notorio, di saponi­fi­cazione dei cada­ve­ri in Germania s'è par­la­to e molti della mia generazione sono cre­sciuti con il racconto sull'oro dei denti fuso o sulle protesi prove­nienti da cadaveri riutilizzate [speriamo almeno ripulite, come per gli ­spazzoli­ni!]. Ma il riferimento a fabbriche italiane no, quello è del tutto nuovo e le voci finora raccolte non bastano a soddisfare uno storico».   Assolutamente pertinente alla questione Olocausto è poi la questione demografica, per la quale, rimandandoLa alle specifiche affabulazioni dei Suoi congeneri e alla demolizione di esse compiuta, ad esempio, da Walter Sanning, Le porto una ventata di buonumore dovuta al Gran Libro:   ● È ben nota, oltre al­l'odio biblico/talmudico per ogni forma di censi­men­to che permetta un computo esatto della presen­za ebraica in una società – per tutti: «Ora Satana in­sorse contro Israele e incitò Davide a censire Israele [...] Tale fatto spiacque infatti agli occhi di Dio che colpì Israele. Allora Davide disse a Dio: "Io ho gravemente pec­cato" [...] Così il Signore inviò una peste in Israele e caddero settantamila uomini d'Israele», 1° Cronache XXI 1, 7 e 14 – l'assenza di formali­smo, negli ebrei di tutti i tempi e i paesi, nella scelta di nuovi cognomi o nell'adatta­mento dei vecchi.   Dell'antica sempre nuova volon­tà mimeti­ca sociale, cioè dell'antica sempre nuova ripu­gnanza per ogni for­ma di cen­simen­to, imposta come dovere, leggiamo in 2° Sa­mue­le XXIV 1-17 che il censi­men­to di Israele e Giuda viene istigato dal­l'Al­tis­simo, in quanto è in collera col Suo Popolo. Inviato alla bisogna il generale Ioab, Davide numera 800.000 uomini validi per Israele e 500.000 per Giuda. Ciò fatto, turbato per avere contato la sua gente, Davide si rivolge al Gran Boss: «Ho gravemente peccato in quello che ho fat­to, ora ti prego, rimetti il peccato del tuo servo, sono stato molto sciocco». Con ammirevo­le coerenza, il Signore gli invia il pro­fe­ta Gad, per la cui bocca gli propone di scegliere il castigo: «Vuoi tre anni di care­stia nel tuo paese o che per tre mesi tu debba fuggire davanti al tuo nemi­co, mentre egli ti insegue, o che per tre giorni venga la peste sopra il paese?». Imbaraz­zato, il «re» – che pure preferi­reb­be cadere nelle mani vendi­cative di Dio ma non in quelle degli uomini, e per il quale tre anni di carestia sarebbero forse fonte di mugugni popolari se si venisse a saperne la dabbenag­gi­ne – consigliato da Gad sceglie la pesti­len­za: «Così, il Signore man­dò sopra Israele la peste, ed essa infierì dall'alba fino al tempo fissato; così morirono da Dan a Bersabea 77.000 persone».   «Che si trattasse di qualcosa d'illecito», interviene il curatore de La Bibbia Concor­data, infiorettandoci di assurdità, «era indubbio, come appare dalle ri­mostranze di Ioab e dei capi e dalle per­plessità di Davide, condivise piena­mente dall'auto­re del nostro passo. La coscienza del proprio potere militare poteva facilmente indurre Israele all'orgoglio [!]. Ma esempi anche della letteratura classica ci mostrano il carattere pericoloso dei censimen­ti in quanto tali [?]». Se confron­tia­mo tale versione con la paralle­la 1° Cronache XXI 1-30, troviamo che in questa l'isti­gatore non è più l'Al­tissimo, ma Satana (psicoanaliti­camente significativa la sovrapposi­zione dei ruoli!). Israele conta ora 1.100.000 «uomini atti a maneggiare la spada», mentre Giuda 470.000 (tra questi Ioab non conta quelli di Levi e Beniami­no perché, anche se tardi, «l'ordine del re gli era sembrato detestabi­le»). Il solito Gad fa al re la solita proposta, il solito Davide sceglie la solita punizione, fermando però l'Angelo del Signo­re alle porte di Gerusalemme, sicché stavol­ta cadono solo 70.000 uomini e non 77.000­. Se l'intero Libro è Parola Divina e le assur­di­tà, incoerenze e contraddizioni sono sempre giusti­fi­cabili, ebbene, nulla c'è da meravi­gliarsi delle assurdi­tà, incoerenze e contraddizioni di cui sono oggi, dopo tremila anni, infarcite le autostime (elabora­te cioè dai Fedeli del Signore) sulla consi­stenza delle loro comunità.   Esilaranti le «spiegazioni» di Elena Loewenthal introducendo Juifs di Vol­tai­re: «Eppure gli ebrei sono sempre stati un'inezia numerica, un popolo talmente piccolo da indurlo a evitare di tirare le somme: antesi­gnano di quel concetto di privacy oggi tanto alla ribalta, il Talmud proibisce ai figli d'Israele di sottoporsi a censimenti. A tirare le somme provvidero, invero, i gerarchi nazisti studiando a tavolino la Soluzione Finale».   Mentre stavo impostando queste riflessioni olocaustiche, un amico è tornato alla carica con l'annoso problema della cazaricità dei Suoi congeneri. Vexata quaestio, caro Gatti, sulla quale forse Lei converrà con quanto Le riporto da L'ambigua evidenza. Infatti, se da un lato molti «antisemiti» sostengono la tesi della «non-semiticità» sostanziale dei Suoi, essi lo fanno per affermare l'illegittimità del «ritorno» degli «ebrei» in Palestina, una terra che mai era stata la loro. Ad essi possiamo, io e Lei, o almeno io, rispondere che non è affatto necessario, per gli «antisemiti», invocare una diversa origine territoriale degli ebrei, perché già nell'anno 50 il popolo ebraico aveva abbandonato la «sua» terra nella misura di almeno i tre quarti, sparso nel mondo per motivi essenzialmente commerciali. Quanto ai Suoi che ne sostengono la tesi – capifila un Arthur Koestler e uno Shlomo Sand – lo fanno per promuovere, più o meno consciamente, quella callida «strategia evoluzionistica di gruppo» così bene descritta da Kevin MacDonald. Come dire ai goyim: vedete che noi ebrei proveniamo da ceppi anche i più diversi, ebbene, accettate anche voi di meticciarvi con le genti più diverse. Mentre, in realtà, sostanziale è sempre stata, ed è, la loro chiusura in una ferrea endogamia razziale.   ● Trala­sciando il primo gruppo di «conversio­ni», quelle prece­den­ti l'anno zero, le genti del secondo gruppo, «giudai­che» per re­li­gione ma non per sangue, si manterran­no ge­neralmen­te sepa­ra­te dal grosso dell'ebrai­smo fi­no ad oggi, quando pure non sa­ranno riassorbite dai gruppi locali, in particolare dal mare ma­gnum dell'Isla­m. Solo dei cazari, popolo ugro-finnico o bulgaro-unno o turco sovrano nelle steppe tra il Caspio e il Mar Nero tra l'VIII e il X secolo, con la capitale Itil/Atil sul delta del Volga, e la cui classe dirigente (quattro­mi­la nobili, secondo Benjamin Freedman) e non la massa della popolazio­ne (per quanto David Max Eichhorn parli di «substantial portion of the people» e Nora Levin lo assecondi con «Most of the Khazars [...] converted to Judaism», aggiungendo, a parer nostro erroneamente data l'assenza di significative persecuzioni antiebraiche nei secoli VIII-X, che «durante il regno dei kagan ebraici [...] molti ebrei in fuga dalle persecuzioni in Europa occidentale trovarono rifugio nel regno cazaro») viene con­vertita nell'VIII secolo da rabbini giunti da Babilonia, solo di loro è lecito ipo­tiz­zare una qualche commistione, su suolo russo-ucraino, sia coi sefarditi locali giunti da Grecia, Armenia e Mesopota­mia, sia, nel XV-XVI se­co­lo, col ben più vasto ebrai­smo aske­na­zi­ta giunto dall'Eu­ropa Orien­tale: Cechia, Ucraina, Bielorussia, Litua­nia e Polonia (dopo l'accet­tazione del battesimo da parte dei russi, numerosi ebrei cazari si con­ver­tono al cristianesimo, exempli gratia Luc Jidiata, poi divenuto uno dei primi vescovi di Novgorod, autore di commenti teologici).   Di essi non esiste però traccia dopo la conquista cumana del territorio e la sconfitta ad opera del principe Sviatoslav di Kiev, ben prima, quindi, dei primi sposta­menti mas­sicci degli ebrei occi­dentali, specie da Cechia (chiamata «Canaan occidentale»), Rena­nia («Ashkenaz e Loter») e Francia («Zarfat»); Eichhorn rileva che oggi i trenta­mila ebrei caucasici del Daghe­stan sosten­go­no di discendere dai cazari ebrei. Al contrario, quanto ai caraiti (assommanti nell'anno 2000 a meno dell'1 per mille dell'ebraismo mondiale), i qaraim o bene ha-miqra "figli della Scrit­tura" che si rifanno ai sadducei del Secon­do Tempio attenen­do­si alla Torah in quanto Legge Scritta e rigettando quella Orale del Talmud, essi sono presenti in Crimea fin dal 137, quando migliaia di prigionieri ebrei vi furono trasferi­ti da Adriano dopo la sconfitta di Bar Kokheba (erroneamente, Maurice Fishberg ne assevera un'ascendenza cazara totale). Restano decisi avver­sa­ri del giudai­smo rabbinico e dei con­fra­telli talmudi­ci (da loro chiamati «rabbaniti») al punto che spesso, come riporta Benjamin da Tudela, per evitare scontri e aggressioni si rendono necessa­ri strumenti di separa­zio­ne fisica tra i due gruppi, come il muro che li divide a Pera di Costanti­nopoli. Nel secondo conflitto mondiale i caraiti restarono indisturbati sia in Crimea che in Lituania: a preservarli da ogni misura re­strit­tiva tedesca fu proprio la loro estraneità alle trame dell'ebrai­smo internazionale.   ● Mentre il primo a riferire al grande pubblico degli ebrei come sostanzialmente discendenti dai cazari era stato il rabbino Samuel Kohn in un volume pubblicato nel 1884, di «mysterious Jewish kingdom of Khazaria, mi­sterioso regno ebraico di Khaza­ria» parla con sufficienza Hillel Halkin su Commentary, mensile dell'American Jewish Congress, mentre Gerald Abrahams dice quel giudaismo «a ghost in an alien dwelling, un fantasma in una di­mo­ra aliena» e il grande storico «lituano» Shimen Markovic Dubnov rile­va la relativa in­consistenza dell'apporto caz­aro al corpus magnum dell'e­braismo: «La lotta tra missio­nari cristiani e gli ebrei in questo periodo ebbe per oggetto la nazione cazara, parte della quale aveva ab­brac­cia­to il giudaismo [...] Gli arabi e i bizantini riuscirono a convertire diversi gruppi della popolazione cazara all'islam e al cristia­nesimo, ma la parte del leone toccò al giudai­smo, cui riuscì di conquistare la dinastia reale e il ceto nobiliare», concluden­do la trattazione col rilievo della loro sconfitta per mano russo-bizantina nel 1016, della fuga in Spagna («to their coreligio­nist in Spain») dei parenti dell'ulti­mo khan di Tau­ri­de e con la dispersione dei gruppi di Crimea tra gli ebrei della regione, «consi­sting partly of Rabbanites and partly of Karaites» (anche lo storico Salo Baron nota che le classi media e bassa restarono, quando non islamizzate o cristianizzate, «idolatre»).   ● Altret­tanto decisi nel respingere l'origine sostanzialmente cazara degli askenaziti sono: David Goldblatt: «Il fatto che [il re] proclamò nel paese la libertà per tutte le religioni mostra che non forzò il popolo a fare quanto egli fece. La sua influ­en­za in favore della sua nuova religione non dovrebbe essere andata aldilà della sua casata, dei suoi ministri, dei nobili o della classe dominante, certo non più in là [...] l'asser­zione che gli ebrei europei sono i discendenti dei cazari è storicamen­te infondata»,   ● J.M. Judt: «E sebbene i cazari di Crimea e i caraiti derivino l'albero genea­lo­gi­co da popoli di stirpe mongo­li­ca quali ugri, avari, useni, sangari, bulgari e saviri, i loro elementi razziali del tutto alieni non ebbero pressoché alcun influsso sulle originarie masse di ebrei per sangue [so waren dennoch ihre ganz apar­ten Ras­sen­elemente auf die uns angehenden Massen geborener Juden von gar kei­nem Ein­fluss]. E poiché anche le comunità ebrai­che originarie isolate in Crimea (pri­ma dell'immi­grazione cazara) erano sparite attraverso l'assimi­lazione con la popola­zione non ebraica o si erano mischiate ai cazari, anch'esse non hanno cagio­na­to mu­tamenti razziali nel popolo ebraico. Insom­ma, gli ebrei rabbinici stanziatisi nella Russia meridionale non hanno preso né dai cazari né dai caraiti nuovi caratteri soma­ti­ci» (in particolare, il filokoestleriano Kevin Alan Brook ipotizza che razzialmente ebrei furono in particolare i maschi, e che il sangue cazaro giunse all'ebraismo askenazita soprattutto per via delle femmine cazare convertite e da essi impalmate),   ● Sigmund Feist: «Abbiamo un documento autentico in cui è descritta la conversione all'ebraismo dei cazari, o meglio del loro strato dominante. È una lettera del re cazaro Giuseppe indirizzata intorno all'anno 960 al medico ebreo Chasdai ibn Shaprut, attivo presso la corte dell'emiro ommajade Abdurrahman III a Cordova in Spagna [...] Del resto i ceti guerrieri dei cazari insieme a gran parte dei borghesi e dei contadini avevano aderito all'islam, e anche la dottrina cristiana aveva, tra i cazari, i propri fedeli. In tal modo il geografo arabo Yakut ibn Abdallah (inizio del XIII secolo), rifacendosi ad Ahmed ibn Fadlan (inizio del X secolo), riferisce che il re dei cazari sarebbe stato di fede giudaica, ma che la massima parte del popolo sarebbe consistita di fedeli islamici o cristiani, pochi sarebbero stati i giudei»,   ● i confratelli P.E. Grosser ed E.G. Halperin, secondo i quali «i cazari erano un popolo turco, i cui re e la cui aristocrazia si convertirono al giudaismo, pur permettendo una piena libertà religiosa»,   ● Piati­gorsky/Sapir: «La scelta religiosa dei cazari è un vero enigma! Invero, essi presentano l'unico esempio di un grande Stato medioevale che adottò il giudai­smo come religione ufficiale. Il fatto che la maggioranza della popolazione non accettò il giudaismo fu all'origine della tolleranza religiosa dei cazari, fenomeno pressoché unico nel Medioevo [...] Quanti furono i cazari ebrei? Qualche decina di migliaia, qualche centinaio di migliaia, un milione? Non ne abbiamo la minima idea. Inoltre nella regione c'erano vere comunità ebraiche, ancor prima che apparissero i cazari [...] Non si può non pensare che [da Arthur Koestler] i cazari furono stru­men­taliz­zati: asserire che la massima parte degli ebrei sono di origine turco-mongola, e ciò senza portare prove formali ma fondandosi su ipote­si, per di più verifica­te solo parzial­men­te, voleva dire scatenare una guerra [contro la gran massa degli ebrei]»,   ● Andreas Roth: «Il giudaismo fu solo una, seppure la dominante, delle tante re­li­gioni nell'impero cazaro [...] Chi furono i seguaci della fede giudaica nell'impero cazaro? Soprattutto il re, il suo seguito e i cazari del suo ceppo, dominante [...] Il giudaismo cazaro fu in primis una religione dell'élite e delle città»,   ● Andreas Vonderach: «I reperti genici che hanno dimostrato uno scarso contributo al pool degli askenaziti lasciano poco spazio a un influsso cazaro degno di nota, tanto più che gli influssi non-ebraici, come la presenza dell'aplogruppo 3 del cromosoma Y, rimandano a una impronta slava più che a una turca. Geni che indirizzano verso l'Asia centrale sono certo presenti negli ebrei orientali, ma in numero molto limitato [jedoch nur in sehr geringer Zahl]», e   ● Jon Entine, che dedicando alla questione cazara un intero capitolo del volume sui più recenti studi biologici concernenti gli ebrei, conclude che solo una parte della popolazione dell'impero cazaro si convertì al giudaismo («persino al loro culmine, gli ebrei cazari non superarono probabilmente i 30.000 su una popolazio­ne complessiva di 100.000, compreso qualche migliaio di nobili e membri della famiglia reale»): «All'inizio del XX secolo alcuni storici ipotizzarono che gli ebrei del Caucaso orientale e diversi gruppi di turchi musulmani del Cauca­so settentrionale sarebbero discesi dai cazari. Negli anni Cinquanta la leggenda della Cazaria ebraica emerse come teoria matura. In questo periodo in cui gli studi biologici non avevano ancora affrontato il genoma [In that pregenomic era], diversi studiosi osservarono che molti ebrei dell'Europa orientale avevano capelli rossi e occhi azzurri, tratti non comuni tra i semiti. Inoltre sostennero che lo yiddish, la lingua comune degli askenaziti, poteva sì avere molte parole tedesche, ma dal punto di vista sintattico era una lingua slava. Da questo rappezzarono una nuova teoria della storia ebraica: gli ebrei moderni non sono i figli di Israele, ma i discendenti di pagani convertiti dell'Eurasia turca. In quegli anni il mondo stava giusto riprendendosi dalle devastazioni inferte dal militarismo razziale del Terzo Reich e dall'impero nipponico. La nozione dominante che gli ebrei erano un popolo coeso con legami di sangue risa­lenti al biblico Medio Oriente era scomodamente simile alle discreditate teorie razzia­li. Sarebbe stato meglio, per gli ebrei e per la storia, se gli ebrei non fossero stati di "razza pura". La teoria della conversione cazara, per quanto carente di significative prove archeologiche o storiche, era quindi attraente [...] La teoria della conversione di massa, dei cazari o di altri non-ebrei dell'Europa orientale, rimase non testabile finché negli anni Novanta non giunsero i progressi delle ricerche tecniche sul DNA. Nel 1993, in uno dei primi test concernenti i marcato­ri del cromosoma Y, alcuni scienziati italiani compararono il DNA di askenaziti e sefarditi con quello di non-ebrei che vivevano in Cecoslovacchia, scelti a rappresentare i possibili discendenti di non-ebrei dell'Europa orientale. Se gli ebrei fossero stati slavi convertiti, le mutazioni sarebbero state simili. Essi trovarono un gran numero di somiglianze, ma non tra cechi ed ebrei. I dati erano sorprendenti per altre ragioni. Per la prima volta, il DNA offriva poderosa prova che gli ebrei di tutto il mondo condividevano una comune ascendenza mediorientale pressoché non toccata da conversioni. La linea maschile degli ebrei, compresi quelli con recenti radici ceche, aveva molto più in comune coi libanesi che coi non-ebrei cechi. I genetisti stimarono che il contributo dei maschi non-ebrei al complesso genico askenazita era stato molto basso, l'1% o meno per generazione. Questa era la prima prova genetica concreta che gli attuali ebrei askenazi­ti discende­vano in massima parte dagli antichi ebrei, e non da gentili convertiti [...] Non c'è la minima prova seria che sostiene la credenza popolare che i cazari si convertirono in massa al giudaismo [...] Gli studi sul cromosoma Y e sul DNA mitocondriale [di provenienza femminile] non sostengono la credenza un tempo diffusa che gli ebrei discendono per una qualche percen­tua­le significativa dai cazari o da gruppi slavi, per quanto sia evidente che qualche ebreo ha sangue cazaro» (in realtà, a tutt'oggi, anno Domini 2008, le stime della cazaricità degli attuali askenaziti mondiali variano tra il 2% e il 25%).   ● Dopo Chaim Potok («La teoria secondo cui gran parte dell'ebraismo polacco fosse inizial­men­te composta di cazari convertiti non può essere sostenuta in modo soddisfa­cente, per quanto non si possa scartarla del tutto»), deciso è anche Harry Rabi­no­wicz: «Dal sud e dall'est, dalla terra dei cazari (Cri­mea) e soprattutto dall'ovest, [fin dall'alto Medioevo] gli immigranti ebrei fluirono inces­santemente verso la Polo­nia e la Lituania».   ● «La stra­gran­de maggioranza degli ebrei tedeschi sopravvis­suti [alle crociate, alla Peste Nera e ai massa­cri del 1348-49 per mano cristiana – dei quali massacri, per inciso, l'entità è stata spesso esagerata, come ammette The Jewish Ency­clo­pedia per Strasburgo 14 febbraio 1349: «The number of the victims of this horri­ble holocaust has been greatly exaggerated by tradition, Il numero delle vittime di questo orrendo olocausto sono state grandemente esagera­te dalla tradizione»; simil­mente, per i cinque secoli dal 1000 al 1500 Maurice Fishberg riporta la cifra di 380.000 uccisi nelle più varie rivolte], nei se­coli XIV e XV era fuggita o era migrata ad oriente. In Polonia i re diedero loro il benvenuto», concorda il fotogiorna­lista Nahum Tim Gidal. Si consideri inoltre che il tipico lin­guag­gio askenazi­ta-«polacco», l'yiddish (jüdisch-deutsch o juden­teutsch), non è altro, nel suo fondamento, che la corru­zione di un dialetto medio-alto-tedesco dell'Alta Sassonia, e non una lingua slava né turcoman­na, come dovrebbe essere se l'ebraismo orientale fosse stato di ceppo sostan­zial­mente cazaro (vedi anche le considerazioni di Beider IV). In ogni caso, contrariamente alle tesi di Koe­stler (che Hyam Maccoby dice, quan­to ai cazari, «scri­ttore benintenzionato ma fatuo», mentre Edward Grossman ne rileva la «fissazio­ne» antisionista e Wilmot Robertson parla di «one of the hoariest of racial old wive's tales, uno dei più stantii racconti razziali di donnicciole»), di Stephen Brook, Sand, Abraham Poliak, dell'ottocentesco Hugo von Kut­sche­ra, di Erwin Soratroi e di qual­che altro «antisemita», il grosso delle gente cazara resta animista.   ● Le pretese conver­sioni collettive al giudaismo, sia cazare sia di altre genti, sono criticate sia dai «cristiani sionisti» alla David Allen Lewis (per motivi essenzial­mente te­ologici: per tali fondamentalisti, a parte ogni considera­zione storica, la «supreme con­sidera­tion» della non-cazaricità degli odierni ebrei sta nel fatto che andrebbe persa la continuità della plurimillena­ria «vera identità di Israe­le»), sia dal grecista Edouard Will (ebreo) e dal biblista Claude Or­rieux. Quanto ai cazar­i, Will e Or­rieux danno una spiegazio­ne po­litica, legata ai con­tra­sti teologici e guerre­schi tra Bisanzio e l'Islam: «Il giudaismo, socialmente impor­tante, poteva apparire, agli occhi di potenta­ti poco ansiosi di sottomettersi a espansio­nismi militari e religiosi che affermavano la loro volontà di sradicare il paganesimo, come una for­ma di mono­tei­smo politica­mente neutro e, inoltre, ecumeni­camente dif­fu­so. Aven­do, in sé, perduto ogni valen­za politica, il giudaismo poteva ritrovarne uno nelle mani dei principi convertiti quale strumento di resistenza politica al cristianesi­mo e, nel caso dei cazari, all'islam, religioni conquista­trici e missiona­rie».   ● Più articolate, le considerazioni di Sombart: «Si può considera­re un dato certo che il fenome­no del proselitismo giudaico risulti scomparso completamen­te al momento dell'ingresso degli ebrei nella storia europea. Anche la fantastica conver­sione dei cazari, intervenuta nell'VIII secolo, non altera affatto la circostan­za che lungo il percorso del proselitismo giudaico durante il Medioevo non si verificano afflussi ap­prezzabili di sangue straniero. Dedurre dall'evento della conversione dei cazari al giudaismo una forte commistione tra ebrei orientali ed elementi slavi, segnala l'assen­za completa del senso delle proporzioni storiche. L'"impero dei cazari" non conosce mai un'espansione considerevole. Già nel X secolo esso viene ridotto a un ter­ritorio minuscolo – in pratica, la Crimea – e nell'XI secolo il micro-Stato ebraico dei cazar­i scompare. Un minuscolo residuo di ebrei cazari (i caraiti) continua a vive­re a Kiev. Anche ammesso, dunque, che l'intero "popolo" dei cazari si sia convertito al giudai­smo (e che la conversione sia stata durevole), siffatta commistione costituisce senz'al­tro una quantité négligeable che non introduce alcuna alterazione nella "fisio­no­mia" etnica del ceppo ebraico. Rimane dubbio, per giunta, se la conversione non si limiti esclusivamente ai capi e al ceto dominante» (sequela di khan cazari: il primo, Bulan od Obadiah o Sabriel, convertito con 4000 feudatari, lascia il trono al figlio Heze­kiah, seguo­no Manasseh figlio di Heze­kiah, Hanukkah fratello di Oba­diah, Isaac figlio di Ha­nukkah, Zebulun figlio di Isaac, indi Moses, Nessy, Aaron I, Menahem, Benjamin, Aaron II e Joseph, che im­palma la figlia del re degli alani; che l'ultimo khan fu il cristiano Georgius Tzul, sconfitto nel 1016).   Ma sant'Iddio... tutto preso dall'Olocausto e dai cazari dimenticavo la Siria, il tragico spunto della nostra disputa! Mi limito a comunicarLe che ieri ho tenuto, nel Centro Culturale di un paese vicino, una conferenza sulla questione che ci ha messo fortunosamente in contatto. Titolo «Siria, baluardo di libertà - Uno sguardo globale». Quando fosse desideroso, per il testo La rimanderei alla Quarta appendice di quell'Aureo Libretto di cui Le dissi, di prossima stampa. Alla mia esposizione, attentamente seguita e applaudita da un centinaio di persone – certamente migliaia in futuro – sono seguiti l'intervento dell'amico «stalinista» Ouday Ramadan e la proiezione di una ventina di filmati sulle imprese di quei cani assassini armati e guidati dall'Occidente. E da Israele.   Questo, malgrado un gruppuscolo di fiancheggiatori dei terroristi abbia cercato di disturbare la mia esposizione. Giudichi un po' Lei, caro Gatti, se un italiano debba sentirsi tacitare, in casa sua, da bande di violenti che hanno invaso il suo paese! Giudichi un po' Lei, caro Gatti, se la Democrazia possa tollerare che venga messa a tacere una persona che vuole offrire al pubblico, pacatamente, una documentazione alternativa al 99,99% delle disinformazioni vomitate dalla Grande Stampa... compresa, ovviamente, quella specifica ebraica!   Caro Gatti, finalmente si esprima, mi affianchi in questa sacrosanta lotta di libertà. Prossimamente Le chiederò un appoggio anche per la sacrosanta lotta contro il liberticidio che i nostri bancoministri, solleticati dai Suoi, pensano di compiere varando una legge anti-olorevisionista anche in Italia! In entrambi i casi si tratta di libertà. Libertà di pensiero come di vita. Quasi tutti i presenti – in gran parte a me ignoti – e quasi tutti i pazienti e gli amici ai quali, nell'arco di tre ore, ho illustrato le mie opinioni, hanno concordato sulle cause e sui responsabili del massacro voluto dall'Occidente. E da Israele.  

Cuveglio, 15 ottobre 2012

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11) Undicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/10/03/undicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-st.html 10) Decima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/28/decima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 9) Nona lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/nona-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano1.html 8) Ottava lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/ottava-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 7) Settima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/17/settima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html 6) Sesta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/16/sesta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html 5) Quinta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/13/quinta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 4) Quarta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/10/quarta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 3) Terza lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/25/terza-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html 2) Seconda lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/14/seconda-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html 1) Prima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/07/30/572-risposta-del-dr-gianantonio-valli-a-gatti-stefano.html

 

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Author(s) Olodogma
Title Dodicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti
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Dates published: 2012-10-01, first posted on CODOH: Feb. 24, 2017, 4 p.m., last revision: n/a
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