Le banalità di Hannah Arendt...di Claudio Mutti

Published: 2012-11-17

Le banalità di Hannah Arendt

Sommamente imbarazzante, sconveniente, scandalosa la relazione tra i due, lei ebrea, lui il filosofo in odore di Nazionalsocialismo...(Olo)

di Claudio Mutti

Tra le formule elaborate dalla teologia occidentalista, quella dell'"Asse del Male" è solo la più recente, visto che già un guitto prestato alla politica coniò a suo tempo il sintagma "Impero del Male" per demonizzare l'Unione Sovietica. In origine, però, vi fu il "Male elementale", concetto partorito da un esponente della demonologia rabbinica, Emmanuel Levinas, per "spiegare" il nazionalsocialismo. Nella interpretazione teologica elaborata dai chierici giudei e cristiani circa il cosiddetto "Olocausto", Hannah Arendt ha introdotto, com'è noto, un elemento di cui nessuno naturalmente osa negare la genialità: il tema della "banalità del male". Secondo la filosofessa ebrea, infatti, il Male epifanizzatosi in Otto Adolf fu "banale", in quanto i suoi esecutori erano semplici tecnici e grigi burocrati. È alquanto significativo che i risultati della riflessione di Hannah Arendt abbiano trovato la loro prima tribuna in un giornale statunitense. Fu "The New Yorker" ("New", non "Jew"), nel 1961, a inviare la Arendt come corrispondente a Gerusalemme, affinché potesse seguire da vicino le udienze della messinscena processuale allestita contro Eichmann. Se qualcuno volesse rispondere in modo esauriente alle argomentazioni della banalità del male di Hannah Arendt, che nell'edizione italiana (Feltrinelli 2001) si estendono per trecento pagine, un libro della stessa mole non basterebbe. Ci limiteremo perciò ad indicare schematicamente, replicando nella maniera più sintetica possibile, solo alcuni punti della Banalità del male: quelli in cui il testo della Arendt si rivela per quello che è, ossia un resoconto giornalistico adeguato al livello intellettuale del pubblico americano. Fin dalle prime pagine, infatti, vengono acriticamente riportate affermazioni di Ben Gurion del seguente tenore: "milioni di persone, solo perché erano ebree, e milioni di bambini, solo perché erano ebrei, sono stati assassinati dai nazisti (.) la camera a gas e la fabbrica di sapone (*)

sono le cose a cui può condurre l'antisemitismo" (pp. 18-19). Indubbiamente il richiamo ai "milioni di bambini" trasformati in saponette non avrà mancato di produrre un certo effetto sul lettore statunitense. Chissà perché non sono stati evocati i paralumi fabbricati con la pelle degli ebrei. Forse per una dimenticanza (banale, per l'appunto) dell'illustre

filosofessa-giornalista. La quale, per quanto concerne l'antisemitismo, a p. 28 riferisce di una "tesi antisemitica" enunciata dal viceministro degli Esteri egiziano Hussain Dhulfikar Sabri. E questa è già una prova di ingegno: un arabo (dunque un semita) viene arruolato tra gli antisemiti! Pag. 29: Eichmann fu "catturato in un sobborgo di Buenos Aires" e quindi "trasportato in Israele". La Arendt non prova nessun imbarazzo per il carattere piratesco della cattura di Eichmann: un gruppo di criminali che agivano per conto dei servizi segreti sionisti, violando la legalità internazionale e le leggi di uno Stato sovrano, rapì un cittadino tedesco al quale la Repubblica Argentina aveva concesso il diritto di asilo. Né prova alcun imbarazzo, la filosofessa-giornalista, per la totale mancanza di ogni fondamento giuridico del "processo" al quale Eichmann venne sottoposto. Il 9 giugno 1960 un giurista francese, Geouffre de la Pradelle, scriveva su "Le Figaro":

"Nessun testo internazionale permette di attribuire competenza allo Stato d'Israele per giudicare un cittadino straniero al quale vengono imputati crimini contro l'umanità, se questi crimini sono stati commessi all'estero. Inoltre, all'epoca in cui questi crimini sono stati commessi, non si poteva trattare di vittime di nazionalità israeliana, perché lo Stato d'Israele non esisteva".

Ma le obiezioni di carattere giuridico sono, per la Arendt, cavilli formali di gente pedante. La filosofessa-giornalista afferma infatti con la massima disinvoltura che "tutte le obiezioni sollevate contro il processo di Gerusalemme in base al principio della giurisdizione territoriale erano semplici cavilli" (p. 266); che "la retroattività (...) è alquanto logica" (p. 261); che

"la tesi secondo cui al tempo in cui i crimini furono commessi non esisteva ancora uno Stato ebraico, era così formalistica, così avulsa dalla realtà e lontana dall'esigenza di far giustizia, che noi la possiamo tranquillamente lasciare ai pedanti" (p. 266).

Non solo: per giustificare l'atto di pirateria internazionale commesso dall'entità criminale sionista, la Arendt tira in ballo. "il vecchio crimine della pirateria", assimilando Eichmann al "pirata" del "diritto internazionale tradizionale" (p. 268). Argomentazione analoga, si converrà, a quella di un rapinatore che cercasse di difendersi sostenendo che "la proprietà è un furto". Addirittura, la Arendt respinge con disdegno la tesi "secondo cui un giudice ebreo non poteva essere imparziale, soprattutto se cittadino del nuovo Stato ebraico" (p. 266). Per smentire su questo punto la filosofessa-giornalista, basterebbe la citazione talmudica seguente:

"Se un Ebreo ha un processo con un non ebreo,tu (il giudice ebreo) darai per quanto è possibile causa vinta all'Ebreo e dirai al non ebreo: Così vuole la nostra legge" (Baba kamma 113a).

Di contraddizioni, interne ed esterne, La banalità del male abbonda. Per esempio: alle pp. 154-155 si dice, correttamente, che documenti

"riguardanti la soluzione finale (intesa come sterminio degli ebrei, n. d. r.) non sono mai stati trovati e probabilmente non esistettero mai".

Com'è allora possibile affermare che nella

"cosiddetta conferenza di Wannsee (...) i capi nazisti avevano discusso i vari metodi di sterminio" (p. 61)?

Contrariamente a quest'ultima asserzione, tutto quello che si può affermare circa la riunione interministeriale tenuta a Wannsee il 20 gennaio 1942, è che Reinhard Heydrich, il principale collaboratore di Himmler, disse ai funzionari presenti: "Il Führer ha ordinato il trasferimento di tutti gli ebrei verso i territori orientali invece dei luoghi oltremare originariamente programmati (Madagascar). Nei territori orientali gli ebrei costruiranno strade sino a morire di fatica". Che i dirigenti nazionalsocialisti abbiano "discusso i vari metodi di sterminio" non risulta affatto, per cui si tratta di una fantasia della filosofessa-giornalista (anche se non è stata soltanto lei ad aver fantasticato in questi termini). Circa la "conferenza di Wannsee", si veda D. Irving, La guerra di Hitler, Roma 2001, pp. 586-587. A pag. 91, il titolo stesso del Capitolo sesto (La soluzione finale: sterminio) contiene l'interpretazione del termine Endlösung come "sterminio degli ebrei". Che nel vocabolario nazionalsocialista Endlösung der Judenfrage ("soluzione definitiva della questione ebraica") indicasse invece un piano di reinsediamento della popolazione ebraica, risulta inequivocabilmente chiaro da una nota informativa del Ministero degli Esteri del Reich del 10 febbraio 1942:

"Nell'agosto del 1940 Le consegnai per i Suoi atti il piano della soluzione finale della questione ebraica (zur Endlösung der Judenfrage) elaborato dal mio ufficio, secondo il quale, nel trattato di pace, si doveva esigere dalla Francia l'isola di Madagascar, ma l'esecuzione pratica del compito doveva essere affidata all'Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich. Conformemente a questo piano, il Gruppenführer Heydrich è stato incaricato dal Führer di attuare la soluzione della questione ebraica in Europa. La guerra contro l'Unione Sovietica ha frattanto consentito di disporre di altri territori per la soluzione finale. Di conseguenza il Führer ha deciso che gli Ebrei non devono essere espulsi nel Madagascar, ma all'Est" (cfr. C. Mattogno, Intervista sull'Olocausto, Padova s.d., pp. 15-16).

A pag. 97 l'autrice riferisce un fatto prodigioso di cui Eichmann sarebbe stato testimone a Lwow, dove le SS massacravano donne e bambini: "dalla terra, sprizzava uno zampillo di sangue, come una fontana". Questo fenomeno, che sembra uscito dalla fantasia di un regista del genere horror, colpì la sensibilità letteraria di Elie Wiesel, che in seguito si impadronì dell'invenzione e raccontò di aver visto anche lui, ad Auschwitz, un geyser di sangue. A pag. 197: "nell'agosto del 1940, pochi mesi prima che la Romania entrasse in guerra al fianco della Germania, il maresciallo Ion Antonescu, capo della Guardia di Ferro e dittatore del paese (...)". Queste poche righe contengono almeno due errori. Primo: nell'agosto del 1940 il generale Ion Antonescu era ancora confinato a Bistritza. Secondo: il generale Ion Antonescu non solo non fu mai "capo della Guardia di Ferro", ma nemmeno vi militò in nessun momento della sua vita. Comandante della Guardia di Ferro era invece, all'epoca, Horia Sima. A pag. 146 (cfr. pag. 183) l'ammiraglio Horthy viene definito "dittatore fascista dell'Ungheria". Perfino Enrico Deaglio, che non è né una cima né un campione di obiettività, riesce a dire qualcosa di accettabile a questo proposito: "In Ungheria, - scrive l'aspirante epigono della Arendt - fino a metà del 1944, venne conservato il regime parlamentare e si svolsero elezioni, benché non a suffragio universale. Alla Camera era rappresentato, tra gli altri partiti, anche il partito socialista. Nell'industria erano presenti i sindacati" (E. Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli 2002, p. 37). Delle due l'una: o la Arendt ha del fascismo una concezione tutta sua, o non ha la minima idea di che cosa fosse realmente l'Ungheria al tempo di Horthy. In fatto di storia dell'Europa, in effetti, la nostra filosofessa non sembra essere troppo ferrata, visto che a p. 201 scrive: "Anticamente, al tempo del Sacro Romano Impero, l'imperatore era stato anche re d'Ungheria, e in epoca recente, dopo il 1806, la kaiserlich-königlich Monarchie era stata faticosamente tenuta unita dagli Asburgo, i quali erano imperatori (kaiser) d'Austria e re (könig) d'Ungheria". In realtà, l'Ungheria fu un regno indipendente fino al 1526; e si dovette aspettare la fine del XVII secolo perché i territori ungheresi (e transilvani) venissero incorporati nell'Impero degli Asburgo, i quali però diventarono re d'Ungheria soltanto con il cosiddetto "Compromesso", nel 1867. Fu solo l'8 giugno di quell'anno, e non "anticamente", che un Asburgo cinse per la prima volta la corona di Santo Stefano! L'ignoranza della storia europea, e ungherese in particolare, emerge nel testo della Arendt ad ogni pié sospinto, come quando essa sostiene che "una monarchia veramente ungherese non era mai esistita, almeno in epoca storica" (p. 201). E quando sarebbe esistita, secondo lei? In epoca preistorica? Forse il periodo che va dal X sec. al Quattrocento appartiene alla preistoria? Passando a trattare degli ebrei in Ungheria, la filosofessa-giornalista spara la cifra di 476.000 olocaustizzati, 434.351 dei quali sarebbero morti ad Auschwitz, dove le camere a gas, dice, "pur lavorando a pieno ritmo stentarono a liquidare tutta questa moltitudine" (p. 147). Sparando la cifra di 476.000, la Arendt gioca al raddoppio. Dalla tabella riportata a p. 229 del libro di L. Poliakov e J. Wulf, Das Dritte Reich und die Juden, Berlin 1995, si ricava infatti la cifra di 204.000 (che d'altronde dovrebbe essere ampiamente ridimensionata). D'altra parte, olocaustizzare 476.000 ebrei "ungheresi" sarebbe stato impossibile, per il semplice fatto che non ce n'erano tanti. Nel 1939, secondo Poliakov e Wulf, in Ungheria c'erano 404.000 ebrei; secondo la Commissione anglo-americana sull'ebraismo mondiale e la Palestina (Enciclopedia Treccani, Aggiornamento 1938-48, I, 1948, p. 813) gli ebrei "ungheresi" erano 400.000. Secondo queste fonti, dunque, nel 1946 mancherebbero all'appello, in Ungheria, 200.000 ebrei. Ma, prima di iscriverli nel registro degli olocaustizzati, bisognerebbe detrarre da 200.000 la cifra degli ebrei "ungheresi" che dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti, in Palestina e in altri paesi. In ogni caso, è del tutto assurda la cifra dei 1684 ebrei "miracolosamente scampati", che la filosofessa-giornalista propone a p. 126. È su una montagna di elementi e di dati di questo genere che si fonda la conclusione "filosofica" della Banalità del male, una "morale della favola" che possiamo riassumere nei termini seguenti. Siccome Eichmann

"era stato implicato e aveva avuto un ruolo centrale in un'impresa il cui scopo dichiarato era cancellare per sempre certe 'razze' dalla faccia della terra, per questo doveva essere eliminato" (p. 283).

Eichmann ha "eseguito e perciò attivamente appoggiato una politica di sterminio" (p. 284) che ha dato luogo al "più grande crimine della storia" (p. 283). Egli non può chiamarsene fuori, perché la storia biblica di Sodoma e Gomorra lo smentisce (sic). E allora, conclude la Arendt apostrofando direttamente l'imputato nella sua arringa finale, "noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato" (p. 284). " Noi riteniamo", dice la Arendt parlando a nome del sinedrio gerosolimitano. Noi, il popolo eletto. E il giudizio del popolo eletto è il giudizio dell'umanità autentica, perché, secondo il detto talmudico, "gli Ebrei sono chiamati uomini,mentre i popoli del mondo non sono chiamati uomini,ma bestie" (Baba mezia 114 b). Claudio Mutti Fonte: http://www.centrostudilaruna.it/banalitaarendt.html

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Author(s) Olodogma
Title Le banalità di Hannah Arendt...di Claudio Mutti
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Dates published: 2012-11-17, first posted on CODOH: March 23, 2017, 4:40 p.m., last revision: n/a
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