Le valenze dell'olocau$to in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista

Published: 2013-02-14

Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

di Gianantonio Valli

seconda edizione, ampliata, corretta e reimpostata, di

Holocaustica religio - Fondamenti di un paradigma

LE VALENZE DELL'OLOCAUSTO

Gianantonio Valli ,holocaustica religio(Pagg.77,78,79) Il giudaismo è messiani­smo. Il mes­sia­ni­smo vede la storia come uno sta­dio in cui il piano di Dio si auto-rivela, dove la Sua promessa, dataci attraverso i Sui profeti, sarà compiuta [per il giudaismo la storia non è historia rerum gestarum «racconto delle azioni umane», ma tole­dot ha-yeshuah «storie della salvez­za»]. Il Regno di Dio giunge­rà. Con questa spe­ranza nel cuore l'uo­mo con­ti­nua a lottare, resta distaccato da tutte le soluzioni e da tutti i suc­ces­si celebrati nelle vittorie e nei giorni fausti della storia, fermo e co-rag­gio­so nella catastrofe, nella frustrazione, nella sofferenza con cui la storia lo assedia. Egli prose­gue il cammino. Il suo cuore gli dice: il Regno di Dio verrà. Come uomo mes­sianico l'e­breo vive nella storia e oltrepassa la storia. Il giu­daismo è messiani­smo. Ma il giudaismo non è solo mes­sia­nismo. Sia il profeta che il sacer­dote sono gli eter­ni archetipi dell'ebreo. Fianco a fianco col profeta, che insegna la spe­ran­za per il tempo promesso, sta il sacerdote. Il sacerdote non guarda avanti, al futu­ro. È di fron­te a Dio qui e ora, nei giorni di questa sua vita e nel luogo ove vive la vita [...] Il grande pericolo per noi in quanto popolo messianico è di fermarci incon­di­zionata­men­te in un'epoca, considerarla un "tempo compiuto" [...] Dobbiamo es­sere più che cit­ta­dini di un qualunque Stato, in Palestina come altrove. Dobbiamo restare ebrei. Gli ebrei sono ebrei solo se resta­no cittadini del Regno di Dio [We must be mo­re than the citizens of the state every­whe­re, in Palestine no less than outsi­de. We must remain Jews. Jews are Jews as long as they are citizens of the Kingdom of God].

Rab­bi Ignaz Maybaum, The Jewish Mission, 1949

Le stesse statistiche del governo israeliano mostrano che [solo] il 15% degli israe­liani sono religiosi. Questo non impedisce al 90% di affermare che questa terra è sta­ta data loro da Dio... al quale non cre-dono.

Nathan Weinstock, Le sionisme contre Israel, 1969

Il contestare (sinonimi forgiati dal Sistema Mondialista: «minimizzare, banalizza­re») l'unicità del «the most emotional event in modern history, più sconvolgente even­to della storia moderna» (definizione di Michael Shermer) non palesa solo man­canza di gusto, non solo è bestem­mia degna, se non dei roghi, oggi poco at­tuali, alme­no del carcere, ma priva gli Arruo-lati del loro fonda­mento psi­co-esisten­ziale. Perfi­no conservato­ri laici come il boss conser­vatore e neocon Norman Podhoretz il quale, scrive David Twer­sky, «invaria­bly took posi­tions direc­tly opposite to those of the Jewish mainstream, prende­va sempre posizioni contra­rie a quelle della corrente dominante del­l'ebrai­smo» (Rabbi Hertzberg pen­nel­la che «nella comu­nità ebraica americana egli resta un angry outsi­der: un outsider iroso e cruccia­to»), sostengono che l'Olo­cau­sto dimostra «l'i­nevita­bilità dell'es­se­re ebreo». Come anche, almeno a dar retta al-l'Hein­rich Heine di "Pensieri e rovine", sua opera postuma, la più pratica necessi­tà di un risar-cimen­to: «Infine il mondo riconoscerà il regno di Israele e come ammenda dei suoi sacrifici gli renderà grande gloria». 44 Esso è una «realtà storica cardinale» (Michael Fishbane, docente di Studi Ebraici a Chi-cago), «the great moral termite in modernity's woodpile, la grande termite etica nelle fonda-menta della modernità» (Barry Freundel, capo­rabbino ortodosso e docente di Giurisprudenza alla Georgetown Univer­sity), «una sacra obbli­ga­zione dovuta alle vittime e un potente stimolo all'agire morale» (Michael Meyer, docente di Storia Ebraica all'Università di Cincinna­ti), e addirittura «il più terribile momento della storia umana» (il politologo Al­fred Kazin), al punto che il «francese» Shmuel Trigano riesce a toccare la vetta, seriamente ammonendo: «L'invoca­zione ripetuta della Shoah, fonte di mora­lizzazione universale, ha contribuito alla nascita di una nuova sacralità che conferisce al segno ebraico un valore etico assoluto» (su le Monde, in Alain De Benoist, Hitler, una carriera..., 1997). Nel 1980 è però l'ebreo Howard F. Stein a rilevare la necessità profonda del con­cetto di persecuzione per l'anima ebraica, simboleg­giata dal motto yiddish «Schwer tsoo zine a Yid», «è ben duro essere ebreo». Redi­gendo uno «scandaloso» ar­ti­colo per il revisionistico «Jour­nal of Histo­ri­cal Review», The Holocaust and the Myth of the Past as Hi­story «L'Olocau­sto e il Mito del Passa­to come Storia» (che si riallaccia al suo saggio di due anni prima in «The Journal of Psychohi­story» Judaism and the Group-Fantasy of Martyr­dom, "L'ebrai­smo e la fanta­smatica collettiva del mar­ti­rio"), Stein ribadisce la Shoah come struttura portante religioso-esistenziale del giudaismo: «Per gli ebrei, il termine Olocausto non definisce semplicemente un periodo catastro­fi­co, unico ed isolato, della storia, ma è una maca­bra metafora [a grim meta­phor] per in­tendere l'in­tera storia ebraica. Il termine Olo­cau­sto giace al contempo nel cuore della vicenda sto­rica dell'ebrai­smo [of the Jewish expe­rien­ce]. Un ebreo o sta ansio­sa­mente atten­den­do la persecu­zione, la sta subendo, le sta sfuggen­do, o sta vi­ven­do in un periodo che non è altro se non una tregua, una sua sospensio­ne temporanea». Anche il detto «tedesco» Michael Wolffsohn, nipote di un mer­cante di tes­suti e figlio di un'oloscamp­ato, docente di Storia alla Scuola della Bunde­swehr di Neu­bi­burg, superco­scien­za del GROD e Pre­mio Ade­nauer, analizza l'i­ne­stricabile intreccio tra storia, politi­ca, socio­lo­gia, psicologia e teologia. O, con più chiare parole, la commistione tra l'e­si­genza profon­da del martirio e il suo pratico uso quale polivalen­te arma di condi­ziona­mento e peren­ne ri­catto, arma usata anche dai manutengoli goy­ish, demoli­berali come social­comunisti, con 1. fini storici per celare/relati­viz­zare le infini­te atro­ci­tà compiu­te contro i fascisti di ogni nazione, intra- e post-belliche, e impedire il diffon­der­si di interpreta­zioni storiche alternative di ampio respi­ro, 2. fini politici contro gli avver­sa­ri più o meno «fascisti» e per celare/rela­ti­vizzare le respon­sa­bilità del Sistema nello sfacelo del mondo, 3. fini econo­mici (le diutur­ne olo-estor­sioni finanziarie in ogni paese, delle quali non si vedrà, teoretica­mente perché il Crimine fu Incommensurabile, mai la fine). 45 Come che sia, tale falsificazione della storia non è, oggi almeno, per la massima parte degli sterminazionisti, il frutto di un'astuzia o di una menzo­gna cosciente, quan­to, per dirla con Max Scheler, di una «menzo­gna organi­ca» (potremmo anche dire di un «mito», se la valenza di tale termi­ne non fosse ben più alta, veritiera e qualifican­te). Ora, il proprio di una menzogna or-ganica è che essa non è trasparente a se stessa: è una menzogna «vitale», una men­zogna di cui l'individuo – e, nel caso speci­fi­co, tutto un popolo – abbisogna per dare un senso alla vita e attribuire un valore universale alle proprie frustrazio­ni, ai propri rancori, alla propria irre-quietez­za, alle proprie invettive. Il che la rende inattaccabile e inespugna­bile dalla critica razio-nale. Per ciò quell'individuo, e quel popolo, che ne sia impregnato è cieco da­van­ti a tutti i fatti che si pongono in contrasto con la sua svolta esistenziale. Un tale uomo, scrive Pellicani (I) trat­tan­do del rivoluzionario gnostico (o «di professione») con espressioni che possia­mo pari pari applicare ad ogni più o meno eletto sterminazioni­sta, «è in grado di vedere aspetti della realtà che ad altri abitualmen­te sfuggono, ma, nello stesso tempo, è incapace di prende­re in consi­de­ra­zione qualsiasi obiezione al sistema di idee con il quale si è totalmente identifica­to [...] Grazie alla sublima­zio­ne del suo risentimen­to, è diven-tato un creatore di valori e un uomo di con­vinzioni, asce­tica­mente im­pe­gnato a combattere le ingiustizie del mondo. Pure, tutto questo non esclude che egli possa essere un uomo in mala-fede, purché non si confonda la malafe­de con l'i­pocrisia o la menzo­gna. La malafede non con­si­ste nell'ingan­nare scientemente gli altri, bensì nell'ingannare, prima di tutto e soprattutto, se stessi. Essa è una forma di autoinganno nella quale – come ha mostrato magi­stralmente Sar­tre – il soggetto in­gannato­re e il soggetto ingannato coincidono. Chi è in malafe­de na­sconde a se stesso certi aspetti della realtà che minaccia­no di mettere in discussione la validità della propria scelta esisten­ziale. La malafede è una tecnica di rimozione, grazie alla quale il soggetto "proteg­ge", rendendolo impermea­bile alla critica e alle evidenze fattuali, ciò di cui ha bisogno per continuare a stimare se stesso e per elimi­nare quella che [lo psicologo] Leon Festinger ha chiamato la "dissonanza cognitiva". Il soggetto in malafede "chiude" la sua mente onde evitare che in essa penetri­no elemen­ti della real­tà esterna esiziali per il suo equilibrio psichico». Note: 44). Il giudaismo, aggiungono nel 1929 Jerome e Jean Tharaud, non è in verità una reli­gio­ne rivelata, ma una legisla­zione rivelata, come ha provato tra l'altro nell'Otto­cento la disil-lusione dei maskilim, quegli illuministi/razionalisti guidati della migliore volontà di aprire sé e il proprio popolo al progresso occidentale, ma emarginati, stron­cati ed espulsi dal grande cor-po del pur variegato ebraismo: «Erroneamente ave­vano pensato che il giudai­smo fosse un sistema religioso come gli altri, e che una volta che l'ebreo aveva osservato i suoi riti in casa e alla sinagoga poteva confor­mar­si agli usi e al pensiero dei popoli tra i quali viveva. No, il giudaismo era qualcos'al­tro, senza dubbio una religione, ma in primo luogo una razza, un pensiero, un senti­mento esistenziale, un particolare genio che uno portava con sé oltre la casa e la sinago­ga, e che non poteva abbandonare pena l'auto-distruzione» (del tutto ovvio, quindi, l'accanimento ebraico nel difendere dalla blasfemia, con le unghie e coi denti, la legittimità di Jahweh, dato che in tal modo si sacralizza lo stesso popolo eletto: «Noi vediamo che il Santo-sia-benedetto passa sopra all'idolatria, ma non all'Hillul ha-Shem, alla dissacra­zione del Nome Divino [alla dissacrazio­ne, cioè, del giudai­smo, o meglio ancora dell'ebrai­smo]», Levitico Rab-ba XXII 6, in Ephraim Urbach). 45). Concetto riespresso dal revisio­ni­sta Pierre Guillaume (II): «Come tutte le religioni tri-bali primitive e contrariamente al cristianesi­mo, all'i­slam e alle grandi metafisiche, il giuda-ismo è una metafisica della terra (promes­sa) e del sangue (i discendenti di Abramo; religione monoetnica) [...] In real­tà il vero Dio di Israele è lo stesso Israele: l'essere collettivo ipostatiz­zato della comuni­tà reale e materia­le, lo Jüdisches Gemein­wesen» (concetto folgorato, duran­te il linciag­gio di Eich­mann, anche da Golda Meir ad un'attonita Hannah Arendt, con l'afferma­zio­ne di non credere in Dio, da buona socialista, ma nel popolo ebraico). Vai alla valenza I

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Author(s) Olodogma
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Dates published: 2013-02-14, first posted on CODOH: April 28, 2017, 1:59 p.m., last revision: n/a
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