Le valenze dell'olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: storici

Published: 2014-02-14

II- Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

di Gianantonio Valli seconda edizione, ampliata, corretta e reimpostata, di Holocaustica religio - Fondamenti di un paradigma

LE VALENZE DELL'OLOCAUSTO

Storica (Pagg.78,87)

Gianantonio Valli ,holocaustica religioEd infatti, riconosce David Bidussa, «lo Stato d'Israele na­sce sull'on­da di un'e­mo­zione e di uno shock collettivi per le cifre "innumerabili" della Sho­ah»; la creazione di Israele tre anni dopo la sconfitta della Germania fu, concorda l'«antise­mita» David Duke, «an aftereffect of the Holocaust, una conseguenza tardiva dell'Olo­causto»; «No Auschwitz, no Israel, Senza Ausch­witz, niente Israe­le», lapidarieggia il ricatto emo­zio­na­le Nahum Gold­mann: «C'è dunque un saldo lega­me tra l'Olocausto e lo Stato di Israele [...] Sei milioni di ebrei furono stermina­ti. Ma noi abbiamo riportato due straor­di­nari successi storici [two huge historical suc­ces­ses]: la creazione dello Stato di Israele e le riparazioni ottenute dalla Germa­nia»; «è difficile ignorare che tra la Shoah e la nascita dello stato d'Israele esistono dei rapporti complessi e realissimi», abbozza Massimo Giuliani, per cui l'Olocau­sto è in primo luogo una delle ragio­ni fondanti, anzi il Mito e la Ragione Fondante del Paese. Ben rileva Antonella Salomoni: «È in questo contesto che, il 14 maggio 1947, nel corso di una sessione speciale consacrata alla situazione in Palestina, Andrej A. Gromyko pronuncia il suo storico discorso davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il viceministro degli Affari esteri sottolineò in quell'occasione la centralità della Soluzione finale nella politica na-zista e mise in relazione le atrocità patite dagli ebrei con le aspirazioni sioniste, ricono­scendo di fatto il diritto all'autodeterminazione [...] "Che nessun paese del­l'Eu­ropa occidentale sia stato in grado di assicurare la difesa dei diritti ele­men­tari del popolo ebraico o di proteggerlo dalle violenze scatenate dai carne­fi­ci fascisti spiega l'aspirazione degli ebrei a creare un proprio stato. Sarebbe ingiusto non tenere conto di questo fatto e rifiutare al popolo ebraico il diritto di realizzare simili aspirazioni. Non si può giustificare il rifiuto di questo diritto al popolo ebraico, se si tiene conto di tutto ciò che esso ha sofferto nel corso della Seconda guerra mondiale"». Il 26 novembre (1947) seguente Gromyko rincara la dose: «I rappresentanti dei paesi arabi sostengono che la spartizione della Palestina costituirebbe un'ingiustizia storica, ma questa opinione non è condivisibile, perché in realtà il popolo ebraico ha mantenuto il suo legame con la Palestina dai tempi più antichi. Inoltre, non possiamo non tener conto della situazione in cui esso si è venuto a trovare dopo l'ultima guerra scatenata dalla Germania hitleriana, che gli ha recato più sofferenze che a qualsiasi altro popolo. Sapete bene che nessuno Stato dell'Europa occidentale ha saputo adeguatamente difenderlo dall'arbitrio e dalla violenza hitleriani […] Siamo profondamente convinti che la spartizione della Palesina in due Stati indipendenti ri-sponda agli interessi non solo degli ebrei, ma anche degli arabi […] Questa soluzione accoglie le legittime richieste del popolo ebraico, di quelle centinaia di migliaia di ebrei, senza più tetto né comunità, che si trovano ancora ricoverati provvisoriamente in campi di raccolta in diversi paesi dellEuropa occidentale». Commenta Leonid Mlecin, storico e già vicedirettore delle Izvestija:«Il discorso di Gromyko fu decisivo per il futuro di Israele: stampato e diffuso in tutto il mondo dai giornali ebraici, influì anche sugli americani. Truman, visto che Stalin aveva deciso fermamente di dare uno Stato agli ebrei, decise che, da parte degli Stati Uniti, opporsi sarebbe stato stupido […] Nonostante i pareri discordanti all’interno dell'Amministrazione americana, Truman approvò la proposta di spartizione della Palestina e addirittura chiese al Dipartimento di Stato di ado-perarsi per garantire il voto favorevole, o l'astensione, dei paesi dell'America latina. Sapendo i diplomatici in disaccordo e pronti a boicottare la sua linea, Truman si fece caparbio: telefonava ogni giorno al Dipartimento per informarsi sull'attuazone delle sue direttive». In tal modo il 29 novembre 1947 l'URSS, dotata di cinque voti (tre propri: URSS, Ucraina e Bielorussia, e due satelliti: Cecoslovacchia e Polonia), vota a favore della Ri­soluzione n.181 per la partizione della Palestina. Lo Stato di Israele, proclamato il 14 maggio 1948, riceve il riconoscimento ufficiale di Mosca tre giorni dopo, il 17. «Israele nacque quale risposta a fondamentali necessità umane e dal libero voto di un consesso internazionale, l'Assemblea delle Nazioni Unite» – scrive Jacob B. Agus, Rabbi Emeritus della conser­va­trice Beth-El Congregation di Baltimora, consulente dell'Encyclopedia Bri­tannica per giudaismo e storia ebraica, docente di Modern Je­wish Philosophy alle università Temple e Dro­psie – «Fu quindi una realizza­zione tutta umana, un tentativo della famiglia delle nazioni di provvedere a una qualche riparazione per gli orrendi crimini dell'Olocausto. Le nazioni cristiane condivisero il fardello della colpa per i crimini della Germania, poiché per millenni avevano partecipa­to a insegnare il disprezzo per gli ebrei. Quindi un particola­re fervore ideale illuminò la figura dello Stato ebraico. La devozione sacrifica­le del popolo ebraico presen­te in ogni paese venne rinforzata dal profondo ri­spetto del mondo occidentale. E tale atteggiamen­to non rimase confinato a un élite di moralisti». L'annientamento degli ebrei da parte del «nazismo» e dei suoi alleati, «uno dei crimini più abominevoli della storia dell'umanità» – rincara il demi-juif Alain Gresh, nato in Egitto da padre copto e madre «russa», «ateo ma rispettoso dei credenti», caporedattore di Le Monde diplomatique e autore di diverse opere sul Vicino Oriente – «l'incapacità delle grandi potenze dell'epoca di impedire questo crimine hanno creato nelle opinioni pubbliche occidentali un complesso di colpa e una tendenza a favorire chi rivendica il ruolo di erede della storia e della memoria degli ebrei. Questo martirio ha condizionato il voto dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 a vantaggio della spartizione della Palestina e, quindi, della nascita dello Stato di Israele». Lapidario è anche, il 19 di­cem­bre 1997, il «tedesco» Robert B. Goldmann sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung: «Ohne Holo­caust gäbe es keinen jüdischen Staat, Senza Olocausto non ci sarebbe uno Stato ebraico». Altrettanto incisivo Jon Entine, produttore esecutivo per il giornalismo televisivo e docente in università americane: «International resistance to a Jewish homeland dissipa­ted in Hitler's crematoria, La resistenza internazionale ad una patria ebraica svanì nei crematori hitleriani». Mistificanti, al contrario, da un lato il goy Massimo Pieri, confondendo il piano dell'aspira­zione ideale con quello della realizza­zione pratica: «L'idea che Israele esiste perché ha subito la Shoà e che la sua rinasci­ta, in contrasto con la modernità o striden­te con il programma uni­versale, è dovuta ad una concessione dell'Oc­ci­dente, pentito delle proprie colpe, è denigrato­ria, squalli­da e razzista. Gli ebrei hanno combattuto contro gli inglesi e contro gli stati arabi e sono morti per questo. La cultura del popolo ebraico si è sempre basata sull'indica­zione e l'aspirazio­ne al ritorno degli ebrei in Eretz Israel e a Gerusalemme. L'aspi­ra­zione al ritorno, così come il rispetto del sabato, non è legata ad un deter­mi­nato periodo storico, ma è valida sempre ed è parte della cultura ebraica»), dall'altro gli arruolati Vittorio Dan Segre (IV): «lo Stato di Israele è il risultato del sionismo, non dell'Olocausto», ed Elena Loewenthal (IV): «L'idea che la rinascita dello Stato ebraico sia il contrappas­so di questo evento non ha fondamenti storici né intel­let­tali [...] In altre parole, lo Stato d'Israele non ha nulla che lo possa definire il riscatto della Shoah. Non è il regalo che l'Occi­dente fa agli ebrei dopo averli sterminati». L'Olocausto è infatti, aggiunge lo storico israeliano Tom Segev, «la giustifi­cazione decisiva [che] servì per la fondazione e l'esistenza dello Stato di Israele» (tesi, ci ricorda James J. Martin, avanzata già il 22 novembre 1941 a Boston da Rabbi Jo­shua Loth Liebman, il quale davanti ad un'assem­blea di giovani sionisti aveva tuonato che un giorno gli ebrei avrebbero prete­so non solo indennità, ma anche uno Stato in Palestina per i milioni di ebrei stermi­na­ti... in particolare mediante «refrige­rated cars, vagoni-frigorife­ri») [ vedi http://tmh.floonet.net/articles/missinghistory.html , n.d. Olodogma] , è un «pun­to di svolta ideo­lo­gi­co» che rap­presenta «la prova definitiva e decisi­va del falli­mento della nostra esi­sten­za nella diaspora» (lo scrittore Abraham B. «A.B.»/­«Alef Bet» Yeho­shua, che nel 1996 apparen­ta al «mito del­l'Olo­cau­sto» le «menzogne organiche» di Masa­da e della distru­zione del Secondo Tem­pio, indi­spensa­bili per l'identità di «un paese di nuovi immi­gran­ti»). È poi vero è che, scrive Fac­ken­heim (I), «solo l'Olocausto generò una di­sperata de­termina­zione nei soprav­vissuti e in coloro che si identificava­no con essi, sia fuori che soprattutto den­tro lo Yishuv [la comunità ebrai­ca di Palesti­na], pose fine ai ten­ten­na­men­ti della dirigenza sionista quanto alla saggez­za del cerca­re l'autodeter­mina­zione politi­ca e produsse un momento di tre­gua nel cini­smo politi­co della comu­ni­tà in­terna­ziona­le, sufficien­te a dare sanzio­ne legale allo Stato Ebrai­co». «Fu ai tempi del processo e della condanna a morte contro di Adolf Eichmann, all'inizio degli anni '60, che i sopravvissuti ai sei milioni di ebrei sterminati dalla furia nazista assursero davvero al ruolo di testimoni maggiori della legittimità di Israele», s'accoda Lorenzo Cremonesi (XII). «Gli eventi del­l'Olocau­sto non crearono il sio­ni­smo; conferma­rono le tesi del sionismo», conclu­de Seymour Sie­gel, docente allo Jewish Theologi­cal Seminary of America, autore dell'opera dall'ultraelo­quente titolo From Ausch­witz - Beginning of a New Era, "Da Auschwitz - Inizio di una Nuova Era". Egualmente, nel 1946, il big boss (ebreo) del sindacalismo USA Sidney Hillman ai luogote­nenti: «Questa gente [gli ebrei] vuole andarsene dalla Ger­mania e c'è un solo posto dove vuole andare, e questo posto è la Palestina [...] And I say that none has the moral right to stop them!, E io dico che nessuno ha il diritto morale di fermarli!». O anche, detto con più brutale franchezza dall'olo-esperta Lucy Dawi­do­wicz, Israele è «a state whose politi­cal exi­sten­ce was legi­ti­mated as a recom­pense for the murder of the European Jews, uno Stato la cui esi­sten­za politica fu legittimata quale ricompensa per l'assassinio degli ebrei europei». Il quale sterminio, chiude il cantore dei Sacrosanti Cassese copiando Wizen­thal («la creazio­ne di Israele è stata, piuttosto, l'unica reazione possibile, e l'unica giusta, ad Auschwitz»), «aveva giustificato e reso necessaria la creazione di uno Stato ebraico», ponendo in tal modo il suggello, pronun­ciando la risposta finale all'appello lanciato ai goyim trent'anni innanzi dallo «svizzero» Schema­ryah Gorelik: «Acquittez-vous de votre dette envers Israël, Pagate il vostro debito verso Israele». Concetto risostenuto il 13 ottobre 1947 dal de­legato sovietico all'ONU: «Non si può negare agli ebrei il diritto di costituire un loro Stato in Palestina. Le sofferenze patite dagli ebrei in Europa spiegano perché essi lottino per creare un loro Stato. La creazione di uno Stato ebraico è un problema ormai urgen­te. Non si può non risolvere questo problema, per quanti sforzi si facciano per compli­car­lo e avvolgerlo in un mare di riferimenti storici che si perdono nei secoli e perfino nei millenni». Concetto riaffermato dall'Assemblea Provvisoria nei pa­ra­grafi 6 e 7 della Procla­mazione di Indipenden­za la vigilia di sabato 5 iyar 5708, 14 maggio 1948, Yom ha-Asmauth, "Giorno dell'Indipen­denza": «L'eca­tombe nazista, che annientò milioni di ebrei in Europa, nuo­va­mente dimostra l'urgen­te necessità di porre rimedio alla man­canza di una patria ebraica attraverso il ristabili­mento dello Stato ebraico nella Terra d'Israele [il «trono di Dio» predica­to negli anni Trenta dal capo­rab­bino Avraham Isaac Ha-Cohen Kook], che aprirà le porte a tutti gli ebrei e conferirà al popolo ebraico la parità dei diritti nella fami­glia delle nazioni. I sopravvis­suti della catastrofe europea, ed egualmente gli ebrei degli altri paesi, riven­dicano il loro diritto a una vita di dignità, libertà e lavoro nella patria dei loro antena­ti, e senza lasciarsi scoraggiare né dagli ostacoli né dalle diffi­col­tà cercheranno di rientrare quanto prima nella Terra d'Israele» (nulla quindi di più ovvio, rileva Segev, che la contesta­zio­ne/negazione dell'O­lo-Immagina­rio – l'ap­plicazione cioè delle facoltà razio­nali allo studio della storia – significhi contesta­re­/negare la legittimità e l'esistenza stessa di Israele). Similmente aveva incita­to nel 1882 il proto-sionista Yehudah Leib Pinsker in Autoemancipation Mahnruf an seine Stamme­sge­nossen. Von einem russi­schen Ju­den (Autoemancipazione Appello ai propri fratelli. Da parte di un ebreo russo): «Siamo un gregge disperso su tutta la faccia della terra, senza un pastore che ci protegga e ci raccolga [...] I popoli hanno peccato contro gli ebrei più grave­mente che contro qualsiasi altro popo­lo. Non è forse questo sufficiente per renderli capaci e degni di possedere una patria?», seguito nel 1907 dal «rabbino agnostico» Achad Haam (1856-1927): «"Un centro della nostra nazione" implica l'esi­sten­za di una cir­conferenza nazionale che, come ogni circonferenza, è più larga del centro. Cioè, chi parla vede la maggio­ranza del suo popolo, nel futuro come in passato, disper­sa nel mondo, ma non più spezzata in molte parti sconnesse, poiché l'una parte – quella di Palestina – sarà un centro per tutte le altre e le unirà tutte in una circonferen­za unica e completa [...] L'azione del centro rinvigorirà la coscienza naziona­le della diaspora, cancellerà la macchia spirituale del galut (emigrazione,nd Olo), e riempirà la nostra vita spirituale di un contenuto nazio­nale che sarà naturale e vero». Concetti, questi di Israele come «zat­te­ra di salvatag­gio» e «possibilità di espia­zione», variamente esplicati anche da: 1. Guido Bedari­da: «E ai torti passati gli altri potranno riparare permet­tendo la contemporanea esi­sten­za dello Stato di Israele e del­la Diaspora, tenen­do appunto presenti la speciale, unica posizione del­l'uno e dell'al­tra», 2. David Horo­witz (in Holo­caust & Rebirth: The Holocaust as Back­ground for the De-cision of the United Nations to Establish a Jewish State): «Negli USA ci furono e­normi pressio­ni, nate da sensi di colpa, destino e missione, sentimen­ti che divennero una forza potente e centrale nell'ebrai­smo. Certo, l'Olo­cau­sto non fu l'unico fattore, e forse neppure il principale, ma pose le premesse che contri­buiro­no grandemente alla Risolu­zione del 29 novembre 1947. Inoltre esso inge­ne­rò un comples­so di colpa fra i non-ebrei, so­prattutto fra quelli che non avevano un diretto interesse alla crea­zio­ne di uno Stato ebraico, in quelli che erano per natura neutrali. Per essi l'Olocau­sto fu il fattore decisivo [the crucial factor]», 3. il big boss Nahum Goldmann, con sempre lapidaria coscienza: «Dalla Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sono stati trattati coi guanti. Senza Auschwitz, non ci sarebbe stato Israele» (in Paris Match, 29 dicem­bre 1979), 4. André Neher (II): «Nella loro solennità granitica, i due avveni­menti sono indis­sociabi­li. Non è perché la creazione dello Stato d'Israele è il compenso della Shoah che essi si riuniscono. La Shoah è un insuccesso bruto, assolu­to, inedito nella storia. Fino al XX secolo, una tale catastrofe era impensabile. Neanche lo Stato d'Israele può costi­tui­re una risposta alla Shoah, perché la Shoah resterà indefinita­mente una domanda. E tuttavia non si può sfuggire alla necessità di collegare i due avvenimenti, tanto costitui­scono, l'uno e l'altro, degli appelli che una dialettica misteriosa ma evidente ha fatto incontrare una volta per tutte nella storia del popolo ebraico», 5. il cristiano Clemens Thoma, ordinario di Scienze Bibli­che e Giudaistica alla facoltà teologi­ca di Lucerna, condiret­tore della rivista cristiano-ebraica Freiburger Rundbrief e consulente per le relazioni col giudai­smo nel Segreta­riato Vaticano per i non cristiani, bacchettando le gerar­chie più restie ad arren­dersi a discrezione: «[Lo Stato di Israele] in fondo è nato perché nel mandato della Palesti­na confluì un numero sem­pre crescente di ebrei, che erano sfug­giti agli antisemiti europei dei secoli XIX-XX e alle camere a gas del regime di Hitler, e divenne neces­sario per proteg­gere il popolo ebraico dall'antise­mi­tismo assas­sino in una patria che lo riconoscesse. Lo Stato d'Israele va accettato per motivi umanitari nell'interes­se degli ebrei e di tutti i non ebrei là dimoranti. Accettarlo non significa però pretendere di dirigerlo. Non esiste parola di Cristo che possa servire da base di un diritto teolo­gi­co dei cristiani a interloquire nelle faccende del paese e dello Stato degli ebrei», 6. l'attivista sionista, supergiornalista «italiana» Fiamma Niren­stein (II), per la quale «è vero, giu­sto e sacrosanto che gli ebrei dopo la Shoah avessero il loro Stato, che li difende e li garantisce [...] Israele è l'ebreo collettivo, con i suoi pregi e i suoi difetti, e in quanto tale è l'unico, sicuro baluardo contro l'antisemiti­smo», 7. il presidente del massi­mo Olo-Centro, il gerosolimitano Yad Vashem o Yad va-Shem, 46 Yit­zhak Arad Rodnitzki, per il quale l'Olocausto mostra cosa si può attendere un popolo senza un proprio Stato, quello Stato che, fosse stato presente prima ancora del­l'arrivo dei «nazisti» al potere, avrebbe certo reso impossibile lo sterminio, 8. il laico Alan Dershowitz («the establi­shment of a Jewish state by secular Jews on the ashes of Auschwitz..., la costituzione di uno Stato ebraico compiuta da ebrei secolarizzati sulle ceneri di Ausch­witz...»), 9. la chassidica Daniela Saghì Abravanel: «La Shoah, le cui ragioni sono ancora incomprensibili persino ai grandi saggi dell'e­braismo, ebbe almeno due ovvie conse­guenze. Da un lato insegnò all'umanità intera alcune lezioni importanti (anche se certe tenden­ze storiografiche e politiche cercano di cancellarne la memoria); dall'altro portò alla creazione dello stato ebraico con il consenso delle nazioni europee, turbate dall'entità dei danni provocati dal proprio antisemitismo più o meno dichiarato [...] Nel caso della Shoah furono le ceneri dei campi di stermi­nio a causare l'inverosi­mile fioritura del deserto: l'afflus­so in Israele, superata ogni difficoltà logistica, di migliaia di ebrei che, fino all'avvento al potere del nazismo, avevano considerato il ritorno alla loro terra un sogno irrealizabile. Sono le stesse ceneri dei campi nazisti che lasciano ancora oggi senza parole perfino i fedeli più devoti», 10. il «ragionevole» moscelnizzante Claudio Magris (IV): «È falso fondare qualsiasi legitti­mi­tà su una origine primordiale, sempre oscura. Israele, per esempio, ha ovviamente il sacrosanto diritto di esistere, ma non certo perché migliaia di anni fa un Dio abbia promesso quella terra ad alcuni avi di alcuni attuali cittadini israeliani: gli ebrei si sono trovati costretti a farsi uno Stato dalle persecuzioni che negavano loro il pieno diritto di vita e all'inizio perfino alcuni padri del sionismo, come lo stesso Herzl, avevano preso in considera­zione, quale territorio del loro futuro Stato altri Paesi, come l'Argentina o l'Uganda. Ma soprattutto Israele, come ogni altra realtà umana, ha diritto d'esiste­re, semplicemente perché, qualsiasi siano state le vicende che hanno portato alla sua formazione, oggi è uno Stato che c'è, abitato da persone ormai radi­ca­te in esso, anche da più generazioni, che dunque hanno pieno diritto di vivere, come ogni altro popolo, a cominciare dai loro vicini e/o concittadini palestine­si, che sono, in quelle terre, egualmente a casa loro», nonché, decisamente più critico, 11. il nonconforme «tedesco» Richard Chaim Schnei­der, per il quale il simbolo olocau­stico par excellence, «Yad Vashem è diventato con gli anni la rai­son d'être dello Stato ebraico [...] un altare dell'ido­la­tria ebraica [zu einem Altar des jüdischen Götzendien­stes]», 12. l'israeliana «Organizzando il processo Eichmann come un racconto mo­rale di portata storica, Ben Gurion non si limitò a istituire un nesso, tardivo, tra una gioventù israeliana senza passato e i suoi nonni massacrati; creò, altresì, il nesso teleologico, indispensabile, tra tragedia e morte della Diaspora ebraica, da una parte, e fondazione e diritto all'esistenza dello Stato di Israele, dall'altra, comprese le sue pratiche quotidiane, in particolare quelle militari», 13. l'ex presidente knessetiano Avraham Burg (tra l'altro, concordante sul fatto che le «alte sfere israeliane» decisero di trasformare il detto processo in una «esperienza pedagogica e formativa»): «Più ci penso, meno mi riesce di sfuggire all'ipotesi che la Shoah sia diventata un pilastro teologico dell'identità israeliana moderna […] Israele conferisce ogni anno daccapo la cittadinanza alle vittime della Shoah, morte prima che lo Stato nascesse. Le integra come parte imprescindibile in quel terzo Stato d'Israele, che probabilmente non avrebbero fatto proprio, quand'anche ne avessero avuto la possibilità. Questa è la parte visibile del culto israeliano degli abissi: il culto dei morti […] Per paradosso della storia, la Shoah è arrivata al momento giusto da un punto di vista sionistico, ha spinto lo Yishuv a diventare uno Stato, malgrado i sionisti non fossero riusciti a salvare le vittime. E forse, peggio ancora: se ciò fosse avvenuto, forse lo Stato non sarebbe sorto», 14. ridandoci conferma di tale valenza, il Dictionnaire de la Shoah sottolinea, dopo avere tirato un sospiro di sollievo per la repressione dei nonconformi permessa dalla Fabius-Gayssot (chiamata semplicemente Gayssot), che la «nuova forma di antisemitismo» rappresentata dal «negazionismo» è «una ideologia delirante, uno dei cui principali fini politici è di negare le fondamenta storiche dello Stato ebraico». Ed è ancora Schneider a ricordare come lo storico israeliano Moshe Zimmer­mann abbia sottolineato l'imprescindibilità dell'O­lo-Immaginario per Israele: «"Quan­to sia centrale il ruolo della Shoah all'interno dell'intera società ebraica, compresi i settori ultra-ortodossi in Israele, lo chiarisce uno studio sugli atteggiamen­ti dei candidati-insegnanti interroga­ti nei seminari israeliani per docenti quanto al tema dell'identità ebraica e israeliana. Richiesti di indicare i tre eventi più importanti della storia ebraica, tutti i gruppi mettono al primo posto la Shoah, e precisamente il 90% dei laici, il 77% dei nazional-religiosi e il 66% degli ultra-ortodossi. La fondazione dello Stato di Israele nel 1948 sta al secondo posto col 70% dei laici e il 63% dei nazional-religiosi, precipitando per gli ultra-ortodossi al sesto posto col 12%" [...] È quindi strana la tempesta di proteste che s'alzò contro il governo Rabin quando questo abolì il dovere per i politici stranieri di visitare Yad Vashem? L'opposi­zione si fondò sulla tesi che l'Olocausto era una ragione es­senziale dell'esistenza di Israele. Nella Dichiarazione d'Indipendenza David Ben Gurion aveva nominato l'Olocausto an­cora come uno dei sei motivi per la necessità di uno Stato ebraico; col tempo, tut­ta­via, esso sembra diventato il motivo principale». E valenza di fondamento storico – oltreché, ça va sans dire, di estremo, feroce condizionamento psico-esistenziale e più pratico sfruttamento pecunia­rio – il Paradigma possiede anche nei confronti della Terra Rieducata, il paese contralta­re/spe­culare dell'Enti­tà Ebraica. Sem­plicemente eccezio­nali, nella loro lapida­ria, forcaiola chiarezza, otto perle: 1. l'edito­riale di Peter Philipps Quo vadis, BGH? sul conserva­tore Die Welt 16 marzo 1994: «Fi­nora in que­sta Re­pubbli­ca le ingiu­stizie venivano con­dannate e non vi era indulgen­za per i sosteni­tori del nazi­smo. Chi nega Auschwitz non attacca solo la dignità umana degli ebrei, ma mina an­che le fon­da­men­ta che giustifi­ca­no la nostra società [rüttelt auch an Grundfe­sten des Selbstver­ständnissess dieser Ge­sellschaft]», 2. «Auschwitz als Sta­atsräson, Ausch­witz come ragio­ne di Stato», è del resto la predica­zio­ne dell'ex «­contestatore» sessantotti­no, deputato verde e in seguito gonfio ministro degli Esteri «Joschka» Fischer, dopo un colloquio con l'argento­cri­ni­to von Weizsäcker (in Der Spiegel n.28/1987), 3. il giornalista Karl-Heinz Janßen plaude poi apertamente al­l'o­lore­pres­sio­ne nell'arti­colo Die Rat­tenfänger ["I pifferai di Hameln"] su Die Zeit, 31 dicembre 1993, in quanto «die Auschwitz­lüge ist [...] als Instrument gedacht, unser Staatswesen aus den Angeln zu heben [...] Auf dem Spiel steht das moralische Fundament unse­rer Repu­blik, la menzogna/ne­ga­zione di Ausch­witz viene pen­sata quale strumento per scardinare l'essen­za del nostro Stato [...] È in gioco il fonda­mento morale della nostra Repubbli­ca», 4. il giudice a riposo Rudolf Wasser­mann, di etnia a noi non nota ma dall'ambiguo cognome: «Chi nega la verità sui campi di ster­minio nazionalso­cialisti abbandona i presupposti [die Grundla­gen] sui quali è stata costruita la Repubblica Federale Tedesca. Questo Stato deve essere una demo­crazia com­battiva, che si difende quando gli antidemocra­tici tentano di scardi­nar­la» (articolo Die Justiz hat Klarheit, su Die Welt, 28 aprile 1994), 5. il deputato SPD Hans de With: «Chi minimizza o nega lo stermi­nio di massa operato dai nazionalsocialisti, e dunque l'Olocausto, deve sapere che scuote le fondamenta della democra­zia [mu­ß wissen, daß er an demokrati­schen Grund­festen rührt]» (seduta della Knesset Renana, 18 maggio 1994), 6. il giornalista Patrick Bahners, le cui espres­sioni riportia­mo per intero in tedesco per la loro definitiva bellezza: «Wenn Deckerts Auffassung zum Holocaust richtig wäre, wäre die Bundes­republik auf eine Lüge gegründet. Jede Präsidenten­re­de, jede Schweigemi­nute, jedes Ge­schichtsbuch wäre gelogen. Indem er den Juden­mord leug­net, bestreitet er der Bundes-repu­blik ihre Legiti­mität, Se le opinioni di Deckert sull'Olo­cau­sto fossero vere, la Repubbli­ca Federale sarebbe fondata su una menzo­gna. Tutti i discorsi presi­denziali, tutti i minuti di silenzio osservati, ogni libro di storia diverreb­bero menzogna. Negando lo sterminio ebraico, Deckert contesta alla Repubblica la sua legittimità» (nell'articolo Objektive Selbstzer­stö­rung, "Autodi­struzione ogget­ti­va", Frankfur­ter Allgemeine Zeitung del 15 agosto 1994; Günter Deckert, presidente della «neonazista» NPD Nationalde­mo­krati­sche Partei Deutschlands e revisionista, docente liceale licenziato in tronco e privato del diritto alla pensione nel 1988, poi insignito di cinque anni di carcere per Volksver­het­zung, «sobillazione del popolo / incita­mento a delinquere», a norma dell'art.130 dello Strafgesetzbuch "Codice Penale", in realtà per avere «semplicemen­te» espresso opinioni non-conformi), 7. il demoavvocato Herbert Stomper nel 1996: «L'Olo­causto e la sua ammissione [und dessen Ein­geständ­nis] sono il fonda­mento nor­mativo della nostra Costituzio­ne. La legittimità, intesa quale dignità di riconosci­mento, del Grundgesetz si fonda sul riconosci­mento dei crimini nazional­socia­listi, che hanno comportato lo sterminio tecnico di massa degli ebrei [bezieht sich auf das An­erkenntnis nationalsozialistischer Verbrechen, denen Juden durch tech­ni­sche Vernich­tung massenhaft zum Opfer gefallen sind]», 8. ed infine, last but not least, il periodico ufficiale dei repressori del pensiero Journal zum Verfas­sungsschutzbericht, sponsorizzato dal massonico ministro dell'In­ter­no Man­fred Kanther, nel n.1/1997: «Im Interesse unserer auf die Menschen­rechte aufgebau­ten verfassungsmäßigen Ordnung bleibt zu hoffen, daß es den Rechtsextre­misten nicht gelingt, Zweifel an den histo-risch hinreichend belegten und in Gerichts­verfahren be­wiesenen Greueltaten zu schüren, Nell'interesse del nostro ordinamento costituzio­nalmente fondato sui Diritti Umani c'è da sperare che all'estre­mismo di destra non riesca di attizzare dubbi quanto ad atrocità a sufficienza documentate dalla storia e provate in procedimenti giudiziari». «Se tali voci avessero ragione» – commenta Germar Rudolf, revisionista scientifico tra i più indomiti (III) – «la Repub­blica Fede­rale Tedesca non varrebbe un fico secco, perché uno Stato che ha il suo unico fonda­mento su un partico­lare, magari falso, della storia contem­po­ranea e si vede costretto a difenderlo con ogni mezzo, non può reggere al corso della sto­ria [Wenn die­se Stimmen recht haben, dann ist die BRD nicht einen Pfifferling wert, denn ein Staat, der sich lediglich auf ein wo­möglich unwahres zeitge­schichtli­ches Detail gründet und dies mit allen Mit­teln verteidigen muß, kann vor der Geschichte nicht bestehen]» aggiun­gendo: «Ma queste voci sono nel torto, perché la legit­ti­mità di questo demo­crati­co Stato di diritto da un lato riposa sul consenso, almeno pratico, dei suoi cittadini [...] Dall'altro, nei solenni discorsi dei dirigenti di questo Stato si afferma e riafferma, a ragione, che gli inaliena­bili Diritti dell'Uo­mo e dei Popoli costituiscono quelle fonda­menta sulle quali riposa il nostro Sta­to, anche se noi possiamo ben constata­re che il nostro Stato sembra occu­par­si del diritto dei popoli solo a proprio svantag­gio. Le ragioni del proprio buon diritto ven­gono invece solita­mente abbando­nate. In nessun luogo leg­giamo che l'O­locausto è il fondamen­to del nostro Sta­to. Chi pensa altri­men­ti è, de jure, nel torto. De facto, certamen­te, la Fede Olocau­sti­ca è la base del potere del­le élite della sinistra internaziona­lista e degli estremi­sti liberali della RFT. Essi esercitano la difesa inquisito­riale della base del loro potere celan­dosi dietro il paravento della "difesa dello Stato"». Le ragioni dell'acquiescenza all'Olo-Ottusità e della guerra al proprio popolo che stanno alla base del com­porta­mento dei proconsoli di Bonn (tra le mille, vedi la dichiara­zione del cancelliere Helmut Kohl, autolaure­atosi storico nel cinquan­tesimo dello scoppio del conflitto mondiale: «Hitler ha voluto, pianificato e scatenato la guerra. Su ciò non ci fu e non c'è niente da cavillare. Dobbiamo contrastare con decisione ogni tentativo di attenuare questa sentenza») sono ben lu­meggiate da Jürgen Graf (III): «Da un lato i politici e gli intellet­tuali tedeschi hanno voluto rieducare il loro popolo mettendogli costante­mente sotto gli occhi la barbarie del nazionalso­cialismo; dall'altro lo Stato tedesco-occidentale ha voluto offrire l'im­ma­gine di un alleato modello degli USA ed evitare una incessante cam­pagna antitede­sca da parte dei me­dia americani controllati dal sioni­smo. I conservato­ri tedesco-occiden­tali si sarebbero certo accon­ten­ta­ti di una propa­ganda moderata sull'Olo­cau­sto e sulle came­re a gas. L'evocazio­ne di Ausch­witz due volte al mese sa­reb­be loro sem­brato suffi­ciente, ma la sini­stra, il cui scopo è l'estin­zione completa del sentimento nazionale, non ha tardato ad impa­dro­nir­si del sog­get­to; la stampa, la televisione, i pastori e i pedago­ghi hanno preso a servire al popolo Auschwitz tre volte al giorno. I conser­va­tori non hanno po­tu­to far niente per opporsi, per timore di venire accusati di voler discolpare Hitler. Ormai costoro sono stati rin­chiu­si dalla sinistra in un angolo, dal quale è impossibi­le uscire. Tutti i politici, dalla CSU ai Verdi, la gente dei media, gli scrittori e – non da meno – gli "stori­ci", i quali hanno per decenni sostenuto questa accusa con­tro il loro paese e ne hanno talvolta essi stessi vissuto, diverreb­bero un giorno l'oggetto del di­sprezzo e dell'indi­gnazio­ne dei loro compatrio­ti.

L'intera classe dirigente di uno Stato e tutti coloro che formano l'opinio­ne pub­blica si trovano oggi con le spalle al muro e tenta­no disperatamente di allon­ta­nare quanto più possibi­le il momento della sconfitta ado­pe­rando una cen­su­ra di stam­pa sen­za prece­denti nella sto­ria, una propa­ganda olocau­sti­ca sempre più insisten­te (si scrive sull'Olocausto mol­to di più oggi che dieci o vent'anni fa!) e, infine, una inter­mi­nabile serie di pro­ces­si nei quali l'unico argomento che viene opposto ai revi­sio­nisti consiste nel dire che lo sterminio di sei milioni di ebrei è un fatto provato.

L'Austria si trova in una situa­zione identica e i maneggi della casta regnante hanno preso dei modi strava­ganti. Un austriaco [il riferimento specifico è a Wolf­gang Fröh­lich, ingegnere specialista di tecniche di disinfezione / disinfestazione e gasazioni, poi arrestato nel giugno 2003 e dannato ad un anno di carcere] il quale prova che in virtù delle leggi della fisica e della chimica le camere a gas di Ausch­witz non hanno potuto funziona­re­, rischia dieci anni di gale­ra». Nulla di diverso era stato anticipato da Hitler nel 1928: «In generale [l'«oppo­sizio­ne nazio­nale»] deve fare in modo che il nostro popolo si renda gradata­mente conto che non dobbia­mo aspettarci un miglioramento della situa­zione tedesca da istituzioni i cui rappresen­tan­ti sono proprio i più interessati alla nostra attuale disgrazia» («Zweites Buch», X). «Quel che accade oggi a Bonn sotto gli occhi del mondo» – aggiunge lo storico tedesco Gustav Si­chelschmidt – «può solo essere l'ultimo atto di un teatro dell'assur­do. Il nome di questa città intanto è purtroppo divenuto il sinonimo di una politica esasperatamente anti­tedesca. In futuro gli storici potranno confermare che in questa località si è spinta al culmine la denazio­nalizzazio­ne, al perfido scopo di trasformare il popolo tedesco in schiavi da sottomette­re, ipnotizzati e senza rischi, ad una superiore volontà [...] Dalla capitolazio­ne del 1945 assistiamo nella nostra saccheggiata Germania ad un attacco fron­tale di influssi a-nazionali, in primo luogo di un mortifero ameri­cani­smo, contro tutto ciò che è specificamente tedesco, che si va sbriciolando sistemati­camente giorno dopo giorno [...] Il Nuovo Ordine Mondiale cerca program­matica­mente di sra­dicare concetti come Razza, Nazione, Popolo, Con­fini Ter­ritoria­li e Classi Sociali per far posto ad una integrazione ed una omogeneiz­za­zione mondialista. La meta finale è l'unificazione del genere uma­no, da raggiungere attraverso un programmato frammi­schiamento razziale che bandi­sca ogni autonomia nazionale. Di ciò, Maastricht è una importante pietra miliare». Der Freieste Aller Deutschen Staaten, Il Più Libero di Tutti gli Stati Tedeschi – cioè l'ignobile Proconsola­to Bonniano – ha come punti program­ma­ti­ci

«l'imba­star­di­mento dei tedeschi attraverso l'immigrazione sfre­nata, la ridu­zione delle nascite attraverso una liberalizzata prassi abortiva e la distruzione di tutti i sentimenti di un nuovo nazionalismo»

(punti tutti avanzati, per risolvere il «pro­ble­ma tedesco» per sempre, nell'autunno 1942 da Stalin a Wendell Willkie, inviato a Mosca da Roosevelt). Ma tale politica non può che richiedere i giusti manutengoli locali. E se i capifila più virulenti del GROD [ Grande Regime di Occupazione Democratica (Germania), G. Valli; definita anche: "Organisationsform einer Modalitaet der Fremdherrschaft"/ Forma Organizzativa di una Modalità del Dominio Straniero, dal Prof. Carlo Schmid, autore della Grundgesetz/Legge Fondamentale tedesca . Nd Olo] sono certo situati «a sinistra» – intellettuali come Jürgen Haber­mas, Günter Grass e Heinrich Böll, politici socialdemo­cratici e spazzatura verde, per non dire degli ex comunisti dell'ebreo Gre­gor Gysi – i più subdoli sono sempre i «centristi». Tali i democristiani von Weiz­säcker e Kohl, figli spirituali del più ve­le­noso di tutti, quel guelfo-renano Konrad Adenauer già borgomastro di Colonia, de­sti­tuito il 13 marzo 1933 e pluricon­giu­ra­to antinaziona­le dal motto «prima catto­lico, poi te­desco» (del guelfo ricordiamo anche la condanna della Prussia, «sor­gente di un aggressivo mi­litarismo nemico del­la civiltà» e «spirito malva­gio del­l'Eu­ropa», l'al­to tradimento nel plebi­sci­to della Saar, che nel 1955 gli fa invocare una scelta filofrancese, e il disprezzo per i connazionali rimasti ad oriente dell'Elba, da lui definiti e trattati alla stregua di «russi»; di Kohl ricordiamo l'odiosa e vana richiesta di essere ammesso a partecipare, in nome della Germania, alle cele­brazioni per il cinquantennale dell'invasione dell'Europa in Norman­dia). La fine della Fantasmatica Olocaustica costituireb­be una sconfitta senza precedenti per tutti costoro: politici e intel­let­tua­li, giornalisti e imbonitori dei media (un sondaggio della primavera 1993 dà, su 1498 giornalisti, il 70,1% schierato a sinistra­, mentre, scri­ve Reginald Ru­dorf, non è un segreto per nessuno che nelle reti televisive ARD e ZDF «lo strapotere dei sinistri è ancora mag­giore»). Tutti verrebbe­ro mostrati a dito dai cittadini – non solo tedeschi ma europei – se la verità venisse alla luce. Der Freiheitlichste Staat Deutscher Geschichte, il Più Libero Sta­to Mai Esistito nella Storia Tedesca, si svelerebbe per ciò che è: un truce fantoc­cio dei burattinai dia­sporici. Bat­ten­dosi per le camere a gas, gli «stori­ci», i giornali­sti, gli intellettuali e tutti i demopolitici si battono, in effetti, per la loro sopravvi­venza. Nulla quindi da stupirsi che la censura democratica im­pazzi, infie­rendo an­che al di là di quei limiti oltre i quali si sprofonda non solo nell'infamia, ma anche nel ridicolo. In tal modo Graf, persona «dotata di intelligen­za sopra la media e genio linguistico» (così lo svizzero Tages-Anzeiger, 22 luglio 1998), laureato in Scandinavi­sti­ca, Anglistica e Romani­stica e già lettore universitario di Tedesco, padrone di una quindicina di lingue e inse­gnante di francese e lati­no presso la scuola secon­daria di Therwil/Basilea, viene di­missionato d'au­torità e insultato su ogni mass medium (nel dicem­bre 1994 la sua opera viene inoltre vietata su tutto il territorio francese; succes­sivamente, verrà condannato in Germania, in due riprese, a due anni di carcere ed in Svizzera a quindici mesi di carcere e 8000 franchi d'ammenda). Anche Germar Rudolf incontra le sue persecuzioni: non occorre che il 22 giugno Heinz Jaeckel, segretario del Zentralrat der Juden in Deutsch­land, solleciti al presiden­te del Max Planck, Hans F. Zacher, «ade­guate misure» contro ­l'autore di una perizia che «può venire utilizzata quale prova pseudo­scien­tifica per negare lo stermi­nio di massa degli ebrei». Come ri­sponde tosto Za­cher, ogni rap­porto col temera­rio è stato tron­cato fin dal 7 giugno e «la Società Max Planck non ha altre pos­sibi­li­tà di controlla­re in futuro il comportamen­to del signor Rudolf. Penso ne convenga». Al­l'in­cauto viene poi respin­ta l'ammissione al dottorato di ricerca e, nel più completo silenzio dei 306 docenti cui ha inviato il lavoro per controperi­zia, il 30 settembre 1993 devastata la casa da dodici inve­sti­gatori, sequestrati i docu­menti più vari, nonché, il 19 aprile 1994, inten­tato un processo per «offesa»: con la ricerca l'impu­tato non solo mente contro «l'onore degli ebrei» e la loro «particola­re esperienza di persecu­zio­ne, das besondere Verfolgungs­schick­sal», ma cerca di «smi­nui­re il dolore de­gli ebrei con­cre­ta­mente colpi­ti, das Leid der kon-kret betroffenen Juden zu schmälern» e «sve­gliare e attizzare sentimen­ti ostili agli ebrei, feind-selige Gefühle gegen die Juden zu wecken und zu schüren». E peggio vanno le cose per l'ottantaduenne generale della Wehr­macht («diffama­to» dalla Frankfur­ter Allgemeine Zeitung con la definizione di «l'ex mag­gior generale delle SS»: in realtà, dell'esercito) Otto Ernst Re­mer, il maggiore cui va il merito di avere stroncato i crimi­na­li del 20 luglio, il salvatore di decine di migliaia di profughi in fuga davanti ai sovietici, otto volte ferito in 48 combatti­menti (lievemente ignorante, Franco Fracassi lo dice «colui che salvò la vita a Hitler nell'attentato del 1944 e che poi represse personalmente la fronda»). Nel dopoguerra fonda­tore della Soziali­stische Reichspartei (sedici seggi al Landtag della Bassa Sasso­nia nel 1951, sciolta d'autorità nell'ot­tobre 1952, impedita al Bundestag per «antico­stitu­zio­nalità» e sequestra­ta dei beni), condannato per diffamazione avendo definito «alti traditori» gli stauffenberghiani, pro­mo­tore di una riconci­lia­zione russo-tedesca e autore di opere stori­che, il vegliardo, direttore del periodico Remer-Depe­sche, dopo una condanna a 2250 marchi nel 1991, il 22 ottobre 1992 vie­ne danna­to a ventidue mesi di carcere sen­za condizionale, con «risar­ci­mento» di 16.592,89 marchi di spese giudiziarie, per Volks­verhet­zung und Auf­stache­lung zum Rassenhaß, «istigazione a delinquere / so­billazione del popolo e inci­ta­mento all'o­dio razzia­le» (nel marzo 1952 già era stato dannato a tre mesi dal tribunale di Braun­schweig per «Belei­digung des 20. Juli», offesa della cricca assassina del 20 luglio!). Ciò per avere commis­sio­nato la perizia e affermato che «non ci fu nessuna ca­mera a gas». Affetto da grave arteriopatia generalizzata e colpito da ictus, il 3 febbraio 1994 Remer si sottrae al carcere con un viaggio di venti ore che lo porta in Spagna con la moglie, accolto dall'austriaco Gerd Honsik, l'indo­mabile editore di Halt con­dannato nel maggio 1992 dalla Psi­co­polizia vienne­se a 18 mesi di carcere per identi­ci «crimi­ni». Un ordine del mini­st­ro della Giustizia bavarese mobilita quindi l'Interpol nella caccia al «crimina­le», che viene arrestato a Malaga il 1° giugno in attesa di estradi­zio­ne per scon­tare il delitto di libero pen­sie­ro (viene però tosto scarcerato da un giudice, che coraggiosamente dichiara non solo che Remer ha inol­tra­to domanda d'asilo per persecuzione politica, ma che il «cri­mi­ne» di cui è accusato, non associato ad atti di terrorismo o comunque di violenza, non è, all'epoca, riconosciu­to dalla giusti­zia iberica: la senten­za verrà confermata dalla Corte Suprema nel feb­braio 1996). Gli è al fianco la moglie che, intervista­ta da Der Spie­gel, assicura, ai perfidi come ai bacchettoni della democrazia: «Wir Remer machen keinen Knie­fall. Wir kämp­fen für die Wahr­rheit. Bis zum letzten Atemzug,

Noi Remer non ci ingi­nocchia­mo. Combattia­mo per la verità. Fino all'ultimo respi­ro»

(l'ottantacinquen­ne generale morrà in esilio il 4 ottobre 1997). Nota: 46) Il più noto monstrum dell'odio significa «dimora/mano e nome», espressione tratta da Isaia LVI 5, e quindi per traslato «memoriale, ricordo»; il nome completo suona in inglese Yad Vashem Martyrs' and Heroes' Remembrance Authority. Ideato fin dal settembre 1942, viene visitato annualmente da mezzo milione tra studenti e militari israeliani e da quasi un milione tra ebrei e non-ebrei di tutti i paesi (record 1999: due milioni di pellegrini). Dell'impressionante essenza oloeducativa compiuta non dall'analisi razionale dell'Evento, ma attraverso la più sfrenata suggestione psicologica testimoniano a meraviglia nel 1994, dopo la proiezione di quello che resta tuttora il più incisivo cineolodrammone, in una lettera al Corriere della Sera, Francesca Borgonovi e Sandra Perletti, terza liceo scientifico «Zaccaria», le quali, se non il paradiso, si sono certo guadagnate la promozione (corsivo nostro): «"Anonimo ringraziasi". Potrebbe essere questa l'inserzione di 1400 studenti milanesi per "ringraziare" un benefattore sconosciuto che ha donato dieci milioni al cinema Odeon per fare in modo che venisse proiettato il film di Steven Spielberg Schindler's List. Nell'attuale sistema scolastico, che risale a più di trent'anni fa, le immagini, la musica, le persone sono ritenuti mezzi meno efficaci delle lezioni tradizionali a stimolare i ragazzi verso lo sviluppo di un senso critico. Anzi non si riesce ad ammettere che andare al cinema possa essere una lezione scolastica. Schindler's List ha cambiato il nostro modo di rivolgerci alla guerra, al genocidio degli ebrei, ad una parte importante della nostra storia. È stato diverso dal solito documentario che spesso viene proiettato nelle classi: la differenza è nel fatto che, mentre i documentari sono quasi una fredda sequenza di immagini che seguono lo stile dei libri di testo, nella finzione cinematografica viene ricostruita la vita. Vedendo l'uomo Schindler o un bambino, noi ci siamo visti allo specchio, abbiamo visto la violenza e la morte attraversare la nostra mente, diventare esperienza. Ci siamo resi conto che la verità non era più mediata dalle parole, dalla razionalità con cui si studiano anche le lezioni più interessanti, era lì, vicino, drammaticamente reale,viva e pulsante come il saluto del portiere o il fischio del vigile.In questo modo le immagini dei bambini, anche se solo pallidi riflessi di quelli veri, sono diventati i nostri bambini uccisi, i massacri rappresentati, anche se semplici spezzoni di pellicola, sono ora i massacri visti dai nostri occhi. Un personaggio del film ha detto, in un altro contesto, che "la lista è tutto, oltre la lista, attorno alla lista nulla". Finalmente anche noi siamo entrati nella lista, siamo usciti dal vuoto di parole ridondanti e ripetitive che non avevano significato. Si è parlato molto della mancanza di un ricordo storico che hanno i giovani, e si è anche detto che questa è la causa del riesplodere di fenomeni nazisti ed antisemiti. Una risposta? Dare ai giovani ricordi di persone e storie individuali proprio come chi ha vissuto la seconda guerra mondiale dal vivo, tante storie nella storia, come ogni giorno nella realtà. Quindi ancora grazie, signore, per averci regalato dei ricordi; per averci fatto capire che chi salva un uomo, in ogni senso, salva il mondo » (dopo aver visto quel film «stupendo e terribile», anche la giovane ebrea Shira Helfman di Atlanta si identifica «col popolo ebraico come totalità [...] ero veramente orgogliosa per ciò che abbiamo passato»). Altrettanto conscio dell'effetto della suggestione filmica sarà, nove anni dopo, il ministro francese dell'Istruzione, «indignato» contro l'«antisemitismo» serpeggiante nelle scuole dell'Esagono: «Quello che bisogna fare è proiettare film come Nuit et brouillard ["Notte e nebbia", di Alain Resnais] oppure Schindler's List. L'immagine di un nazista che prende a calci un bambino di quattro anni colpisce di più ed è più educativa dei corsi di educazione civica» (in Le Parisien, 18 novembre 2003). Il meccanismo dell'oloidentificazione emotiva/antirazionale dei visitatori viene esasperato anche dagli ideatori del monstrum di Washington. Come scrive, intriso di olopavlovismo, Giovanni Gozzini: «Ogni persona che entra nell'Holocaust Memorial viene collegata all'identità di un perseguitato simile per sesso, età, professione. Nel corso della visita viene progressivamente svelato il destino del proprio "doppio", fino all'incontro per via televisiva con la diretta testimonianza autobiografica se si tratta di un sopravvissuto, con quella delle persone a lui vicine se si tratta di una vittima dello sterminio. La memoria ridiventa così qualcosa di vitale, un'esperienza concreta che interroga e coinvolge tutti gli uomini dell'oggi senza differenze di religione e cultura». E tale meccanismo identificatorio sembra essere olopeculiare, come traspare dall'ex lottacontinuo Luca Zevi, figlio di Tullia e assessore culturale della Comunità di Roma, perorante la creazione di un romano «museo degli stermini»: «Il modello è il museo dell'Olocausto che ho visto in Israele, dove i bambini rivivono in simulazione, con emozioni opportunamente graduate, l'orrore dei campi di concentramento, come se fossero loro stessi i deportati. Questa immedesimazione nella sofferenza li educa a non ripetere certi errori». Perfino a Fukuyama, presso Hiroshima, viene aperto un Holocaust Education Center, si compiace il Bollettino della Comunità Ebraica Milanese n.5/1998, «dedicato al milione e mezzo di bambini ebrei sterminati nei lager nazisti [...] Molte le scolaresche giapponesi che hanno già visitato il Memoriale, sotto la guida del direttore Makoto Otsuka. Il motivo della scelta di dedicare proprio ai bambini questo museo è che il coinvolgimento emotivo è maggiore se i bambini giapponesi, da cui il processo di sensibilizzazione agli orrori della Shoà deve partire, si possono identificare con i loro coetanei europei». Impressionante è anche il percorso nell'edificio progettato da Moshe Safdie su commissione dei beverlyhillsiani Abraham ed Edita Spiegel (il cui figlio Usiel, sostiene Tom Segev, morì ad Auschwitz), costo due milioni di dollari, aperto a Yad Vashem nell'estate 1981 per ricordare il «milione e mezzo» (come detto, taluno avanza due milioni, mentre Terrence De Pres e Wiesel IV si placano con uno) di bambini olocaustizzati: dopo una grande tavola che in lettere d'oro ricorda i committenti e le motivazioni dell'edificio, l'ingresso conduce in un corridoio di pietra che risuona di fruscii, di sospiri, di sincopati suoni di flauto; al termine, un rilievo in pietra col volto di Usiel, a sinistra una pesante porta di ferro e dietro... tenebra; dopo alcuni gradini, una parete di vetro con affisse fotografie di bambini, indi una stretta rampa nel buio, seguita da un sottofondo di fruscii sul quale il visitatore afferra – in ebraico, yiddish e inglese, con voci alternate maschile e femminile – solo nomi... Moshele Abramowitz di dodici anni, Leopoli, Sarale Zuckerman di tre anni, Vilna, Yaakov Shimonowitz di quattordici anni,Budapest...; indi un improvviso mare di luce («l'effetto è mozzafiato»), ci si trova al centro di uno spazio oscuro traforato da migliaia, centinaia di migliaia, milioni di luci..., in realtà poche candele riflesse all'infinito da un gigantesco sistema di specchi; ancora oscurità, ancora luci, ancora nomi di bimbi, l'uscita e una grande tavola in vetro, identica a quella all'ingresso... E suggestionato, in attesa di divenire presidente nel maggio 2007, resta il demi-juif «ungaro- francese» Nicolas Sarkozy: «È visitando in Israele il memoriale di Yad Vashem dedicato alle vittime della Shoah che ho sentito nel modo più profondo questa dimensione tragica della storia e della politica. Ricordo, alla fine di un lungo corridoio, questa grande stanza con migliaia di piccole luci e nomi di bambini pronunciati a voce bassa uno dopo l'altro, ininterrottamente. Ricordo l'emozione che mi ha preso alla gola. Non si esce indenni da un tale luogo [On ne sort pas indemne d'un tel lieu]. Ho sentito il mormorio delle anime dei bambini morti. Avevano due, tre, cinque anni... Echeggiavano il ricordo di quanto di più mostruoso l'uomo è capace di fare. Ancor oggi mi chiedo come sia stata possibile una tale ignominia nell'Europa del ventesimo secolo. Il tutto la dice lunga su quanto ci si descrive come progresso della civiltà». Raggiunti i vertici del potere, l'emotività si muta però in follia, ricevendo un brusco altolà; ricorda Il Sole - 24 ore dell'8 febbraio 2008, titolo Bambini custodi della Shoah, Sarkozy cede: «Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha abbandonato il suo progetto di affidare a ciascun studente dell'ultima classe delle elementari la memoria – nome, cognome e vita – di uno degli 11.300 bambini ebrei francesi vittime della Shoah. L'idea era stata contestata dalla maggioranza dei francesi, dei sindacati degli insegnanti, degli psichiatri, ma anche da ex deportati come Simone Veil. "Non si può chiedere a un bambino di identificarsi con un bambino morto", aveva detto l'ex ministro e presidente della Fondazione per la Memoria della Shoah, che aveva definito la proposta di Sarkozy "inimmaginabile, insostenibile ed ingiusta": si tratta – aveva aggiunto – di una memoria troppo pesante da portare, non la si può infliggere a dei bambini di dieci anni". Di fronte a queste proteste è stata organizzata ieri una riunione ministeriale cui hanno partecipato, fra gli altri, anche la Veil e lo storico e regista Claude Lanzmann,autore del film "Shoah", per "risistemare" il progetto di Sarkozy e lasciare spazio ad altre ipotesi: per esempio quella di approfondire l'insegnamento di questa parte della storia». Toccante anche il mondialista egizio-«italiano» ultramoscelnizzante Magdi Allam: «La visita allo Yad Vashem, il museo dell'Olocausto a Gerusalemme, è un'esperienza che mi ha segnato per la vita. Era il pomeriggio del 18 maggio 2006 [...] mi sono sentito coinvolto, partecipe e comunque corresponsabile del più atroce genocidio della Storia, perpetrato dal regime nazista tedesco con la complicità manifesta o occulta di tanti altri europei, quale esponente del genere umano che, circa settant'anni dopo, mostra di non aver ancora imparato il tragico insegnamento impartito da chi disconosce e oltraggia la sacralità della vita [...] Per accedere allo Yad Vashem bisogna percorrere un passaggio sospeso, che io ho percepito come una linea di demarcazione tra il mondo abietto della mistificazione e della menzogna e il Tempio della Coscienza dell'uomo [...] Chiunque abbia vivo dentro di sé il senso dell'umanità non può non convincersi della singolarità della Shoah quale momento di massima aberrazione della nostra ragione e massimo degrado della nostra anima nel corso della Storia». Il monstrum yadvashemiano – come il Golan e la fantastorica Masada, il più visitato sito archeologico israeliano, dichiarato dall'UNESCO «patrimonio irrinunciabile dell'umanità [...] la cui conservazione e protezione rientrano tra i doveri dell'umanità tutta» (così Shalom n.12/2002) – è stato per decenni luogo di visita obbligato per gli ospiti ufficiali, al punto che nel gennaio 1995 suscita aspre reazioni la decisione del ministero degli Esteri di abolire la precettazione degli uomini politici stranieri. Se il viceministro Yossi Beilin, che dovrebbe limitarsi a «raccomandare» il pellegrinaggio a chi giunge per la prima volta in Israele, sostiene che «non siamo più uno Stato bolscevico che impone ai suoi ospiti i posti da visitare», l'oloscampato Shevah Weiss definisce il provvedimento «incomprensibile, perché lo Yad Vashem è la carta d'identità del nostro popolo» ed altri lo dicono «vergognoso», perché le «testimonianze » del museo «costituiscono un forte argomento a sostegno di chi vede Israele anche come uno Stato rifugio per le vittime di persecuzioni antisemite». Interessante anche la confessione di Boas Evron nel maggio 1980 sotto il titolo provocatorio "L'Olocausto, pericolo per la nazione": «Ogni importante ospite non-ebreo giunto in Israele compie ovviamente una visita doverosa a Yad Vashem [...] cosicché si cali nella giusta atmosfera e avverta quegli adeguati sentimenti di colpa che da lui ci si attende». Identico, c'informa Wlodek Goldkorn (I), il grosso satellite d'oltreoceano: «In America la trasformazione della memoria specifica degli ebrei europei in una [memoria] universale è stata sancita il 22 aprile 1993, quando il presidente Bill Clinton inaugurò a Washington il Museo dell'Olocausto. Un luogo che viene visitato da tutti i capi di Stato di passaggio nella capitale USA». Data la frequentazione pellegrinale (due milioni di visitatori nel solo 1999, s'inorgoglisce Bianca Romano Segre), il ministro del Turismo israeliano Shahak si vede costretto a pianificare l'ampliamento del monstrum, «una costruzione di tre volte più grande dell'attuale, con uno sviluppo per lo più sotterraneo. La struttura, disegnata dall'architetto Safdie, comprenderà uno spazio d'arte dell'Olocausto, uno per mostre temporanee, una Sala dei Nomi e un centro multimediale didattico in cui, anche quando non ci saranno più i sopravvissuti a raccontare le loro storie, verrà garantita alle generazioni future la possibilità di ricordare la Shoà». Gustosa una scenetta nel Sacrario il 30 ottobre 2000: portatosi in Israele «per una delicata missione» (così il Corriere della Sera 1° novembre), l'Espiante cancelliere SPD Gerhard Schröder (il quale il 6 giugno 2004 – al contrario del predecessore Kohl, che nel 1984 aveva rifiutato l'invito di Ronald Reagan e François Mitterrand di accodarsi al D-Day ribattendo «Non c'è alcuna ragione per un cancelliere tedesco di festeggiare, quando altri festeggiano la loro vittoria in una battaglia nella quale sono caduti decine di migliaia di tedeschi» – avrebbe partecipato in Normandia ai festeggiamenti «liberatorii», rifiutandosi di visitare il cimitero tedesco di La Cambe, ove giacciono 21.000 soldati, tra cui 5000 Waffen-SS, spregiando quindi gli 80.000 caduti per contrastare l'invasione atlantica, e il 20 luglio celebrerà ufficialmente, primo cancelliere o capo di Stato tedesco, il tradimento e il giorno dell'attentato ad Hitler, quale «segnal[e] luminos[o] sulla strada verso una vera comunità di valori condivisi [...] il giorno più importante della nuova Storia tedesca [...] La vittoria degli Alleati non fu una vittoria sulla Germania, ma una vittoria per la Germania»), entrato nella Sala del Ricordo «dove sono scritti i nomi di tutte le comunità ebraiche cancellate dalla "soluzione finale" ideata da Hitler», dopo la preghiera per i «martiri della Shoah» si avvicina alla manopola che regola la fiamma che resta sempre accesa «per ricordare i sei milioni di esseri umani trucidati nei lager»: «Ma ha commesso un errore. L'errore che non avrebbe mai voluto commettere. Invece di ravvivare la fiamma, ha girato la manopola in senso opposto spegnendo quel simbolo significativo. Nella Sala del Ricordo sono stati momenti di imbarazzo. Schröder, sorpreso, ha cercato di rimediare all'errore e si è guardato in giro. In suo soccorso si è mosso un dipendente del museo dell'Olocausto che ha riacceso la fiamma». Infine, il 15 marzo 2005, in un parterre composto dal segretario ONU Kofi Annan e capi di Stato e governo, loro vice, ministri e ambasciatori – presidenti di Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Lituania, Polonia, Serbia/Montenegro e Svizzera, primoministro belga Verhofstadt, danese Rasmussen, francese Raffarin, olandese Balkenende, romeno Popescu-Tariceanu, svedese Persson, viceprimoministri inglese e dominicano, l'immarcescibile ministro degli Esteri tedesco ex sessantottino «Joschka» Fischer, norvegese Petersen, portoghese Monteiro e spagnolo Moratinos, del consigliere della Sicurezza Nazionale russo, del ministro della Difesa ceco, dell'Educazione greco, lettone e sloveno, dei Trasporti canadese, dell'Informazione e Comunicazione ungherese, del segretario di Stato austriaco, dell'ex ministro degli Esteri vaticano cardinale Jean Louis Tauran, del sindaco di New York Michael Bloomberg, dell'ambasciatore italiano, di delegazioni irlandese, finlandese e ucraina – viene inaugurato un nuovo settore, «luogo vivo della memoria per trasmettere, con tutti i mezzi didattici, storia e orrore della Shoah alle generazioni future» (l'eletta giornalista Daria Gorodisky). Di poco meno suggestivo, sempre all'insegna son et lumières, lo Jüdisches Museum di Berlino (il cui primo presidente è Werner Michael Blumenthal, ex ministro delle Finanze di Jimmy Carter), la cui prima pietra viene posta simbolicamente il 9 novembre 1992, cinque piani inaugurati da Schröder il 9 settembre 2001, opera dell'architetto decostruttivista David Libeskind (nato a Lodz nel 1947 da oloscampati, indi a Tel Aviv e poi americanizzato a New York; «il Pol Pot dell'architettura», secondo il Times, autore anche del Museo Ebraico Danese; nel febbraio 2003, scartando il «World Cultural Center» dei rivali confrères Rafael Vinoly e Frederic Schwartz, la Lower Manhattan Development Corporation, capeggiata dal sindaco Michael Bloomberg e dal governatore di New York, il volonteroso goy George Pataki, gli darà l'incarico di costruire i «Gardens of the World» sull'area delle ex Twin Towers): «La costruzione è una grande scultura, un'architettura simbolica carica di segni. La forma in pianta ricorda quella di un lampo, il cui carattere irrazionale viene sottolineato dal rivestimento argentato e luccicante in zinco. L'effetto dinamico e aggressivo dell'opera è accresciuto dalle finestre a feritoia incise come lacerazioni nella pelle di latta [...] Una complessa successione di vani di forme e misure diverse crea scorci visuali sempre nuovi, talvolta spettrali. La costruzione labirintica vuole rendere palpabile la storia ed i vuoti da essa lasciati e appare come segno apocalittico, che si può interpretare anche come una stella di David spezzata ed allungata. Nella parte sotterranea i tre assi distributivi richiamano direttamente la storia dell'ebraismo berlinese. Essi vengono interpretati come tre "vie del destino": l'una conduce nella strada senza sbocco della "torre dell'olocausto", che consiste in una fredda e buia torre carceraria in cemento, alta venti metri e accessibile tramite una pesante porta metallica che si chiude alle spalle del visitatore con un tetro rimbombo [...] La seconda via conduce al "Giardino E.T.A. Hoffmann", nel quale 49 steli di cemento, sulle quali sono stati piantati degli alberi, rappresentano la fuga verso l'esilio. Le steli sono inclinate così come il piano del calpestìo: entrandovi si ha l'impressione che nulla sia più al suo posto. Il terzo percorso, quello della vita e della convivenza ebraico-tedesca, avvia alle sale espositive, raggiungibili tramite una scala ove una serie di travi oblique sembrano precipitare sul visitatore» (Michael Imhof; aggiungiamo che nei 49 lunghi cassoni verticali, in file di sette per sette, quello centrale contiene terra di Berlino, mentre gli altri 48 terra di Gerusalemme, simboli dell'occhiuta sorveglianza e della sottomissione dei Rieducati; il numero 48 ricorda infine il 1948, anno di fondazione dell'Entità Ebraica). Certo più agghiacciante il plagio dei bambini compiuto non tanto nella meticciata California, ove una legge impone di istituire corsi di Olocausto in ogni scuola, quanto nel «bianco» Idaho, la patria dei «razzisti suprematisti» che più non si può: nel giugno 2003 un Dr. Woodsman ci informa orgoglioso, nell'opuscolo di diciassette pagine Holocaust Education in American Schools, copertina giallo-chiaro con raffigurata una bambina con la Stella di Davide sul grembiule, che in quello stato gli alunni vengono messi davanti alla cattedra, ove la maestra consegna loro una carta di identità e una stella gialla a sei punte da attaccare alla blusa, poi messi in fila e portati da un bidello verso le docce. Là devono sedersi su una panca, mentre viene loro coperta la testa con un sacco, simboleggiante una cella riempita di gas. Uno degli alunni, su una sedia a rotelle, si rivolge ai compagni nella «camera a gas»:

«Ecco cosa ha fatto Hitler a persone come me!».

I bambini sono poi trascinati davanti ad imitazioni di forni crematori e viene loro spiegato che la gente moriva anche di fame, venendo poi bruciata nei forni. Vai alla "valenza II" : "Psico-comunitaria"

Additional information about this document

Author(s) Olodogma
Title Le valenze dell'olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: storici
Sources n/a
Contributions n/a
Dates published: 2014-02-14, first posted on CODOH: April 28, 2017, 2:05 p.m., last revision: n/a
Comments n/a
Appears In
Mirrors
Download n/a