Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: psico-comunitaria

Published: 2013-02-16

Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

di Gianantonio Valli seconda edizione, ampliata, corretta e reimpostata, di Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma

LE VALENZE DELL’OLOCAUSTO

psico-comunitaria

Pagg.88,89,90

Gianantonio Valli ,holocaustica religio(...) Ma l'Olocausto è, ancor prima, un Wahrneh­mungs­filter, una «gri­glia inter­pre­tativa» della storia posta a tutela dell'Ein­sam­keits­gefühl, il «sentimen­to della solitudi­ne» contro i goyim, conside­rati sempre e a priori ostili. E tale aspetto sarebbe talmente consoli­da­to nel «sentire comune» non solo ebraico ma perfino goyish, che il Bundes­ver­fas­sungsge­richt, la Corte Costi­tuzio­nale tedesca, pronunciandosi nel 1991 contro la NPD, si richiama ad una senten­za del 1975, quattro anni dopo aval­lata dal Bundes­gerichtshof, la Corte di Cassazione tedesca (e richiamata nel 1989 dalla pre­tu­ra di Herford nella condanna dello storico Udo Walendy 3 Ls 46 Js 946/89: negan­do «l'assodato fatto storico dell'assassinio di milioni di ebrei compiuto dai nazional­so­cialisti», Walendy offende ogni ebreo: «Jeder Jude wird dadurch in seiner Men­schenwürde angegriffen und sieht sich weiter der früheren Diskriminie­rung ausgesetz, Con ciò ogni ebreo viene aggredito nella sua dignità umana e si vede inoltre esposto all'antica discriminazio­ne») secondo cui «fa parte del loro [degli ebrei] modo di intendere se stessi e della loro dignità personale essere conside­rati come apparte­nenti ad un grup­po di per­sone che si distingue dagli altri per una particolare sorte, persone nei cui confronti sussiste una particolare responsabilità morale di tutte le altre. Il rispetto di questa loro autocom­prensione è chiaramente per ciascuno di loro una delle garanzie contro il ripe­tersi di simili discriminazioni ed una condizione essenziale per la loro vita nella Repubblica Federale. Chi cerca di negare quegli avvenimenti con­te­sta a ciascuno di loro quel valore personale cui hanno dirit­to», e pertanto commette in­giuria (invitiamo il lettore a rileggere il passo tre volte, rilevando­ne non solo il protervo raz­zi­smo pro-ebraico – la perla di quel "chiara­mente"! – ma soprattutto la mostruosità giuridi­ca e l'intollera­bile osce­nità anti-storica e anti-intellettuale). Gli ebrei, nota Neher (II), «sentono che a causa di Ausch­witz-Israele sono tutti nello stesso paesaggio, ricondotti alla situazione di Abramo, il padre del po­polo, di cui il midrash dice che egli era da un lato e il mondo intero dall'altro: Avraham mit­zad 'ehad weha'olam kullò mitzad 'achèr. Oggi il popolo ebraico sente e sa che, a causa di Ausch­witz e Israele, sta da una parte, e il mondo intero dall'al­tra. Chiun­que si dica ebreo e non percepi­sce che è alterato da Auschwitz, rientra nel campo del­la psicopato­logia, ma non della storia. Una volta di più, ed in una specie di fremi­to collettivo ed unanime, simile a quello del Sinai, ecco gli ebrei messi da parte, esilia­ti, solitari, partecipi di una metastoria il cui segreto non riguarda che loro». «La nostra storia» – aggiunge Yosef Bali Barissever – «ha forgiato un'i­den­tità ebraica troppo dipendente dalla persecuzione e vittimizza­zione da parte dei nostri ne­mi­ci. Ma la più seria minaccia oggi viene non da quelli che ci perseguitereb­bero ma da quelli che, senza alcuna malizia, ci ster­minerebbe­ro con la gentilezza, assimi­landoci, spo­san­doci, unendosi a noi per rispetto, per ammirazione e anche per amore. Molti leaders ebrei, religiosi e secolari, hanno sostenuto che gli ebrei hanno bisogno di nemici, che senza antisemiti­smo l'e­braismo nella diaspora non può sopravvivere. Se agli ebrei si dà libertà, opportu­nità e scelta, sceglieranno di assimilarsi e scompari­ranno». E similmente Rabbi Chaim Brovender, laureato alla Ye­shiva Univer­sity di New York in Lingue Semitiche e rettore degli istituti Ohr Torah in Terra Promes­sa: «Will the community of Jews in Israel disappe­ar? Under siege, we will unite. But what will happen when peace co­mes?, Scompari­rà la comu­ni­tà degli ebrei in Israele? Circonda­ti da nemici, resteremo uniti. Ma cosa succe­de­reb­be, quando arrivasse la pace? [...] Sotto assedio, lo Stato d'Israe­le è un potente fattore di unificazione. Basti guar­da­re i volti dei deputati alla Knesset. Kib­butzim, nazionalisti religiosi e haredim [«timorati»], "insieme" affrontano oggi i pro­ble­mi dell'esisten­za. La pace, in ogni caso, ca­talizze­rebbe un cambiamento. Que­stioni oggi largamente ignorate dovranno essere affrontate direttamente e con franchezza». «Per noi la Shoah – la follia più profonda e atroce del ventesi­mo secolo – è un enigma così enorme, irrisolto e irrisolvibile da ridurci tutti quanti allo stato di bambini, impotenti di fronte all'assurdo e alla tragedia», aggiunge lo scrittore «laico» israeliano David Grossman: «La nostra identità sembra espri­mersi al meglio solo se ci sentiamo costante­mente assediati, se sappiamo di avere attorno a noi solo nemici. Ci definiamo sempre e solo in funzione del nemico che ci sta di fronte»; e alla domanda se sia utile o giusto continuare a considerarsi il «popolo eletto», il Nostro conferma:

«Devi credere di essere stato scelto per cercare di dare un senso a tutte le calamità e le catastrofi che hai dovuto affrontare e superare».

Conferma ed aggiunge oltreoceano Peter No­vick: l'Olocausto, «punto di orientamento morale» per ogni ame­ri­cano ebreo e non-ebreo e «praticamente l'unico deno­minatore comune dell'i­dentità ebraica americana nel tardo XX secolo, ha soddi­sfatto il bisogno di avere un simbolo comune e condiviso [has filled a need for a consensual symbol]». Speculare alla favoleggiata «stolidità» e «arrendevolezza» e «viltà» che hanno caratterizzato gli ebrei coinvolti, indifese vittime, nell'Olo­causto sta quindi, inscindibile per la riscossa contro gli eterni Difenso­ri delle Tenebre, l'Immagina­rio di Masada con l'altrettanto favoleg­gia­ta «caparbie­tà», «resisten­za» ed «eroismo» degli antichi zeloti (in realtà, bande di sicarii, assassini saccheggiatori dei villaggi circostanti, lungamente ignorati dai romani e finalmente «tirati giù dalle spese» tre anni dopo la caduta di Gerusalemme):

l'eterna arroganza che riscatta l'eterno vittimismo.

È infatti in tale luogo, l'antica fortezza a picco sul Mar Morto conquistata dai romani dopo un lungo assedio, che dopo l'adde­stra­mento di base e prima dell'incorporazio­ne nei reparti i coscritti israeliani passano una notte, giurando all'alba eterna fedeltà allo Stato ed al popolo ebraico: «Israel's most symbolic place is Masada», scrive M. Hirsh Gold­berg: «Masada lo tipol shenit, Ma­sada non cadrà più, Masada shall not fall again». Delle im­pressioni riportate in proposito dall'insigne storico «tedesco/ameri­ca­no» del nazio-nalsocialismo George (Gerhard) Lachmann Mos­se durante le sue numerose visite in Israele riferisce Emilio Gentile: «Quando [nel 1951] vidi il nuovo esercito israelia­no, o assistei al giuramento dei para­ca­duti­sti a Masada, il mio cuore prese a battere più forte. Sebbene non igno­ras­si il pericolo di venire ammaliato dalle immagini e dalla liturgia, e avessi scritto più volte sulla loro utilizzazione nel manipolare gli uomini, io stesso non ero affatto immune dalle forze irrazionali che come storico deploravo – special­mente quando si trattava del gruppo cui ritenevo di appartenere. Aggiunge Nachman Ben-Yehuda, docente di Sociologia a Gerusalemme: «[Già al momento della fondazione di Israele] i membri dei movimenti giovanili ebraici erano spiritualmente maturi per il mito di Masada, cosa che li aiutava a prepararsi al supremo sacrificio, al martirio e alla lotta all'ultimo sangue. Inoltre, il mito di Masada si basa su una potente costruzione sociale di legame ideologico e identificazione coi ribelli ebrei, valicando un abisso di due mllenni, un legame di natura etnica, religiosa e nazionale-storica. Il mito di Masada, che rafforza tali legami, fu pensato per fornire un saldo fondamento di eroismo a un nuovo tipo di identità nazionale ebraica […] L'ascesa a Masada e la cerimonia furono dunque pensate per familiarizzare una nuova generazione di giovani e ignoranti immigrati ebrei con Israele, con una delle maggiori componenti della nascente identità ebraica israeliana e del suo legame col passato […] Il racconto mitico di Masada fu un blocco costruttivo importante nella fondazione simbolica del moderno Stato di Israele. Generazioni di giovani ebrei furono socializzate nello Stato alla luce di Masada. Il racconto mitico di Masada contribuì a foggiare il nocciolo identitario di centinaia di migliaia di giovani israeliani. Invero, l'irritazione espressa da tanti israeliani quando furono costretti a rilevare la differenza tra il racconto di Giuseppe Flavio e il nuovo mito è una potente testimonianza del bisogno di continuare a credere sia in tale mito sia nel senso che il mito aveva creato». Per una comunità, specie se giovane, centrali sono infatti i miti, i riti e i simboli, come Mosse assevera in una conferenza a Tel Aviv (corsivo nostro): «Le popolazioni sono unite in gruppi da una sorte storica: tedeschi, ebrei, fran­cesi. Ma questo legame sarebbe privo di significato o puramente negativo se manca un vincolo emotivo, e il razionali­smo da solo non può fornirlo. Poi­ché non seppero imparare la lezione, due potenti movimenti andarono in­contro alla disfatta: il liberalismo dalla fine dell'Ottocento in poi, e il socialismo nel confronto col nazionalismo, che invece conosceva il valore del mito, del sim­bo­lo e del ritua­le politico. Questo è un dato storico. Per noi, la lezione deve essere molto chiara: gli ebrei hanno bisogno di coesione nel mon­do di oggi, essi hanno sof­ferto per la loro atomizzazione. Questa coesione si basa sulla liturgia politica di cui ho parlato. Dipende da una religione secolare, in un mondo dove la reli­gione stessa è divenuta faccenda di mino­ran­ze. Perciò, quando voi andate vagando con le vostre torce in uno storico paesaggio ebrai­co, quando parteci­pa­te alle vostre feste, voi non date solo soddisfazione ad un sentimento di cui non dovete vergognarvi, perché si è dimostrato necessario nella società moder­na, ma voi date anche una mano alla effettiva unione del popolo ebreo, perché questo è il modo in cui l'unifi­ca­zione di un grande nume­ro di gente diversa è stata realizzata con successo nel passato e lo sarà nel futuro. Qui fra noi il cinismo è fuori posto: miti e simboli compiono una fun­zio­ne essenziale per qualsiasi unità nazionale. Vorrei che voi facciate più pellegri­naggi con questo scopo, più feste e più cerimonie, perché spero che abbiate compreso la loro necessità storica e il loro scopo più profondo». Punti forti dell'identi­tà ebraica di ogni tempo («Può il popolo ebraico esistere senza nemico?», si era chiesto, nel gennaio 1996, l'ex knessetico Avraham Burg, presidente della World Zionist Organization e della Jewish Agen­cy), l'Eterna Perse­cu­zione, e maggior ragione la Somma Persecu­zione, sono in­di­spensabili e irri­nun­ciabili all'e­breo quanto la religione jahwi­sta, millena­ria forma di feroce identi­tà culturale e coesione sociale. In particolare, di tale valenza psico-comunitaria tratta, sotto un particolare aspetto storico-evolutivo, l'israeliano Gilad Atzmon, esule a Londra, afferma­to scrittore e tra i più noti compo­sitori musica­li mondia­li. Il suo illuminante intervento è riportato in prima Appendi­ce. Vai alla " valenza III " _______________________________________________

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Author(s) Olodogma
Title Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: psico-comunitaria
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Dates published: 2013-02-16, first posted on CODOH: April 28, 2017, 2:12 p.m., last revision: n/a
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