Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: difensiva

Published: 2013-02-27

Premettiamo, al testo promesso dal titolo, un breve filmato di presentazione del volume "TRAFFICANTI DI SOGNI, Hollywood, creatura ebraica" di Gianantonio Valli, il video è stato realizzato il 21 Febbraio 2013.

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Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

di Gianantonio Valli seconda edizione, ampliata, corretta e reimpostata, di Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma

Copertina di Holocaustica religio, cliccare sulla foto per ingrandirla

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LE VALENZE DELL’OLOCAUSTO

4 – difensiva

(...) (Pagg. 93→115) In quarto luogo, e malgrado le assicurazioni di un Minerbi che fra­scheg­gia di «pretesa» utilizzazione della Shoah da parte di Israele per trovare una «legittimità internazionale» (per confer­marci subito dopo che l'in­vasione del Libano del giugno 1982 era stata imposta da Menachem Begin col concet­to: «l'alter­nativa alla guerra nel Libano era Treblinka»), l'Olocau­sto possiede una Rechtferti­gungsfun­ktion, «fun­zio­ne di legitti­miz­za­zione/di­scolpa/di­fesa» o, per dirla con Andrei Markovits, che ricorda il deputato laburista inglese James Purnell: «Egli aggiungeva poi acutamemnte che l'Olocausto si era rivelato per sessant'anni un buon vaccino contro il virus dell'antisemitismo». È anche attraverso di esso che gli ebrei, misticheggia Magdi Allam – «citta­dino italia­no di origine egiziana, di fede musulmana e di mentalità laica» (ma battezzato il giorno di Pasqua 2008 per mano di Sua Santità Baruch XVI, aggiungendo a Magdi il nome Cristiano) nonché già comunista di Lotta Continua, impalmatore di una Valentina­ Colombo e talmen­te cooptato dal clan mondialista da venir fatto «vice­direttore ad personam» del Corriere della Sera dell'«itali­co» Paolo Mieli e nel maggio 2009 europarlamentare UDC – «si sono inverati in me nella straordi­na­ria metamor­fosi da paci­fi­ci spiriti ingiusta­mente perseguitati in fiere persone giustamente risolute [...] È l'esperienza stessa della nostra storia contempora­nea a insegnarci che, così come l'ideolo­gia della morte poggia principalmente sull'antiebraismo, sull'an­tisionismo e sull'anti-israelismo, il fulcro della civiltà della vita risiede inequivocabilmente nel rispetto del diritto alla vita degli ebrei, nella legittima­zione dell'ideale del sionismo e nel riconoscimento del diritto di Israele all'e­si­stenza. Ecco perché Israele emerge come un valore da difendere e da dif­fon­dere, Israele diventa il parametro etico che segna la linea di demarcazio­ne tra gli amanti della civil­tà della vita e gli apologeti dell'ideo­lo­gia della morte, Israele si afferma come il discrimine tra la civiltà e la bar­ba­rie. Oggi sono in grado di comuni­carvi questa testimonian­za di fede nella sacralità della vita che si identifica nel riconoscimento del diritto di Israele all'esistenza perché ho avuto il dono della chiarezza intellettuale, della fer­mez­za etica e dell'intra­prendenza politi­ca, intesa come partecipazione fatti­va alla sfera pub­blica». L'Olocausto è «la spada e lo scudo d'Israe­le», commenta lapidario Ernst Zündel, mentre il professor Faurisson (V) completa: «il gioco non è solo sto­ri­co, ma politico. Questo gioco politico è paradossa­le: il mito dell'O­lo­causto serve a condannare in primo luogo il nazionalso­ciali­smo tede­sco, poi ogni forma di nazionalismo o di idea nazio­na­le, tranne il nazionali­smo israe­liano e l'idea sionista che tale mito, al contrario, rinforza». Altrettanto chiare le risposte 21 e 22 in un pieghevole, diffuso nelle maggiori lingue, del­l'antesignano Institute of Historical Review: «In che modo la storia dell'"O­locau­sto" giova agli ebrei oggi?: Come grup­po sociale, li pone al riparo da ogni critica. Stabi­li­sce un "legame comune" che torna utile ai suoi dirigenti. Si è dimostra­to uno stru­mento estremamente efficace nelle campagne destinate a raccoglie­re fondi e a giustifi­care il sostegno accordato a Israele: il che, in cifre, si traduce in circa 10 miliardi di dollari l'anno», e «In che modo la storia dell'"O­locausto" giova allo Stato d'Israe­le?: È servita a giustifica­re i miliardi di dollari, versati a titolo di "riparazio­ni" che Israele ha ricevuto dalla Germania Occi­dentale (la Germania Orientale ha finora rifiu­tato di pagare). Viene utilizzata dal gruppo di pressione sionista per tenere sotto controllo la politica estera statunitense nei confronti di Israele e per costringe­re i contri­buenti americani a versare tutti i fondi desidera­ti da Israele. E l'ammontare di questi contributi aumenta ogni anno». In tal modo, nel maggio-giugno 1967, nelle due settimane che segnano l'apice della cri­si della Guerra dei Sei Giorni, l'Israel Emergency Fund dello United Jewish Appeal racco­glie, a sostegno della causa sionista, oltre cento milioni di dollari, una somma senza precedenti non solo nella storia ebraica, ma anche in quella della filantropia ameri­ca­na (a fine anno lo UJA riesce a mettere insieme l'incre­dibile cifra di seicento milioni; a fine secolo la simbiosi con gli USA frutta a Tel Aviv una massa di aiuti, da parte degli statu­ni­tensi, siano essi ardenti sostenitori dello stato ebraico che semplici contri­buenti, pari a sei miliardi annui, un quarto del prodotto nazionale israeliano). I­noltre, a fine maggio, malgrado specifiche disposizioni governative vieti­no i viaggi nel Vi­ci­no Orien­te, diecimila giovani superamericani, i due terzi dei quali privi di una specifica edu­ca­zione ebraica, si presentano per recarsi in Israele a sostituire sul lavoro i coetanei chiamati alle armi. E ciò fino al punto che in seguito, contrariamen­te alla prassi che vieta a tutti gli altri cittadini di partecipare alle attività militari di altri paesi, i superameri­cani si vedranno gratificare di un permesso specia­le per servire nello Zahal, Zva Haganah leIsrael "For­ze di Autodife­sa di Israe­le", l'eserci­to dell'Entità Ebraica, in piena linea, del resto, con le prescrizioni giudaiche: «La partecipazione alle guerre definite come di miswah [di comandamento, obbli­ga­te], e cioè destina­te a difendere la vita degli ebrei o i confini nazionali, è strettamente obbliga­to­ria per ogni uomo o donna che sia chiamato ad arruo­lar­si [...] Anche gli ebrei residenti nella Diaspora, che non possono esser obbligati per legge al servizio militare nello Stato di Israele, hanno il dovere, specialmente in momenti di pericolo, di offrirsi spontaneamente per partecipa­re alla difesa di esso [...] Comunque è dovere di ogni ebreo, dovunque risie­da, di sentirsi idealmente legato con lo Stato di Israele ed aiutarlo e sostenerlo in tutti i modi possibili», ammonisce Elia Samuele Artom. Combattere il silenzio, l'indifferenza e l'abbandono dei confratelli da parte dei goyim, «assicura­re la soprav­vivenza di Israele è divenuto il cuore della fun­zione di difesa della comunità ebraica america­na», scrive nel 1974 il poli­to­logo Daniel Judah Ela­zar, il maggiore studioso del federalismo a dimensio­ne biblica, direttore del Cen­ter for the Study of Federalism presso la filadel­fia­na Temple University e dell'i­sra­e­liano Jerusalem Center for Public Affairs, ove insegna all'Università Bar Ilan. E la visita in Israele non è una vacan­za, ma piutto­sto un pellegri­nag­gio nel quale gli ebrei americani si iden­ti­fi­cano col popolo e la terra d'Israele, al punto che, per quanto non pensino certo di cambiare Broo­klyn con Ge­ru­salemme o Los Angeles con Tel Aviv, mol­ti di essi chiedono di essere se­polti in Israele. Ben scrive, dopo i rilevi compiuti su Commentary nell'ottobre 1967 da Milton Himmelfarb (gli ebrei «realizzarono improvvisamente che il genocidio, l'antisemiti­smo, la voglia di assassinare gli ebrei, tutte queste cose non erano solo ciò che uno aveva pensato di un crudele, stupido passato... Queste cose erano reali e attuali»), il «francese» Georges Friedmann: «La "guerra dei sei giorni" ha pro­vo­cato uno "shock" negli israeliani, ma, fatto stupefacente, più ancora negli ebrei della diaspora. Gli israeliani vivevano già da diciannove anni, giorno su giorno, in uno stato di guerra larvata, con l'intermezzo nel 1956 della campagna di Suez. Quel che li ha sorpresi non è tanto lo scoppio di un terzo conflitto (nuova "sortita" da essi tentata, come degli assediati, per spezzare l'accerchiamento del mondo arabo e, spe­ra­vano, conquistare final­mente il diritto di esistere e la pace) quanto la rapidità della loro vittoria – a meno che non si voglia vedere in essa, come i credenti, la mano di Dio. Invece, fra gli ebrei della diaspora (di cui ho esaminato i rapporti con lo stato di Israele), gli avvenimenti del giugno 1967 hanno provocato un'"im­pressio­ne" di una potenza e di un'ampiezza che hanno sorpreso la maggioran­za degli osservatori. I sei giorni hanno ridestato, rafforzato o suscitato in essi dei legami affettivi con Israele, legami che molti di loro non avevano neppure sospettato»; «la guerra dei Sei Giorni agisce comme un électrochoc; gli ebrei di Francia, fin'allora freddi nel sostegno a Israele, mutano atteggiamento», confermano Frank Eskenazi ed Edouard Waintrop; dopo il giugno 1967 Israe­le diviene «la religione degli ebrei americani», sigilla Finkelstein; egualmente Rabbi Hertzberg, intimo del presidente del World Jewish Congress Edgar Bronf­man, nell'agosto 1967 su Com­men­tary: «Il senso di appartenere al popolo ebraico sparso nel mondo, ad un popolo il cui centro è Israele, è un senti­mento religioso, ma investe anche gli ebrei che si considerano laici o atei». Dopo avere rilevato i vantaggi d'ordine strategico (frontiere al canale di Suez, al Giordano e alle alture del Golan) e internazionale (smacco per l'U­nio­ne Sovietica e umiliazione del mondo arabo) portati a Israele dalla vittorio­sa aggressio­ne, Vittorio Dan Segre (IV) prosegue: «Un terzo elemento positivo di questa guerra fu una ritrovata identità di Israele con la diaspora. La simpatia degli ebrei per Israele non era mancata nel passato. Ma la guerra dei Sei giorni provocò uno scoppio di ritro­vata coscienza comune. Molte riserve politiche, razionali, ideologiche, religiose nei confronti dello Stato sionista degli ebrei della diaspora si volatilizzarono prima in chiave di disperazione (quando si ebbe l'impressione che Israele fosse sul punto di sparire davanti alla – falsa – potenza numerica araba); poi con un tripudio di entusiasmo che unì come mai prima il mondo ebraico». Due sole testimonian­ze del­l'e­poca: «Noi abbiamo scoperto» – afferma il barone Aali de Rothschild su L'Arche - Revue du Fond Social Juif Unifié n.124, giugno 1967 – «nel corso della pre­sente crisi di identificare con Israele il nostro diritto alla giustizia, alla sopravvi­venza, alla vita». E similmente, affiancando sulle stesse pagine il miliardario «francese», il non-sionista comunista Manes Sperber: «Israele è l'affermazione più evidente e, nonostan­te il suo carattere nazionale, più universale di un umanesimo al di là dell'inferno. In que­sti giorni, in queste ore si ode ovunque un grande movimento: il popolo ebrai­co si identifica, come non l'aveva mai fatto prima nella sua storia, con un piccolo paese accer­chiato, minacciato da tutte le parti, che rischia di restare solo, solo, solo». Ultimo punto di discrimine nella storia ebraica («spartiacque della storia d'Israele», la chiama Ehud Sprinzak), la Guerra dei Sei Giorni – dap­prima col terrifi­co Immaginario della minaccia araba di gettare a mare i confratelli dopo averne distrutto lo Stato, abbandonato da ogni alleato: Nuovo Olocau­sto, 48 poi con quelle salvifi­che del piccolo Davide vittorioso contro il gigante Golia, dell'«appro­pria­zione del potere» da parte di Tel Aviv e del «castigo» dei pale­stinesi – è alla radice non solo di una straordinaria ricompattazione dell'ebrai­smo («Dalla metà degli anni Sessanta, e particolar­mente dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, l'aiuto a Israele fu in effetti il più importante fattore per identificare un individuo quale ebreo e membro della comunità ebraica [...] Le minacce portate a Isra­ele, in particolare quelle del 1967 e del 1973, inge­ne­rarono negli ebrei americani un immane impeto che spinse a por­tare aiuto allo Stato ebraico e identificarsi con esso», scrive Arthur Liebman), ma anche di una nuova Liturgia della Di­struzione (valenza numero 6). Invero, la falsità della Metanarrazione Seigiorni­ca – «a seminal event for Israel, evento determinante per Israele» dice Nachman Ben-Yehuda quella guerra – vanamente affermata per un trenten­nio da ogni goy che non volesse auto-accecar­si, esplode nel maggio 1997 ad opera dell'israe­liano Rami Tal e si completa nel 2007 con l'israeliana Idith Zertal, docente di Storia Contemporanea all'Uni­versità Ebraica di Gerusa­lemme. E tuttavia, già il 14 aprile 1971 il ministro per gli Insedia­menti Mordecai Bentov aveva rivelato su al-Hamish­mar ("Il guardia­no", organo ufficiale del partito laburista Mapam: Mifleget Poalim Meuhedet, "Partito Unito dei Lavoratori") che «l'intera sto­ria» del­l'im­minente sterminio era stata «inventa­ta di sana pianta ed esagerata dopo l'acca­duto per giustificare l'annessione di nuovi territori arabi». Equivalenti le am­mis­sioni di: 1. Mena­chem Begin, primo mini­stro: «Nel giugno 1967, aveva­mo la scelta. La concentrazio­ne di soldati egiziani nel Sinai non prova che Nasser volesse attaccar­ci sul serio. Dobbia­mo essere onesti con noi stessi. Noi decidem­mo di attaccarlo» (New York Ti­mes, 21 agosto 1982), 2. Yitzhak Rabin, capo di Stato Maggiore e poi primo mini­stro: «Non credo che Nas­ser volesse la guerra. Le due divisioni inviate nel Sinai il 14 maggio non erano sufficienti per sferrare un'offensiva contro Israele. Lui lo sapeva e noi lo sapevamo» (Le Monde, 28 febbraio 1968), 3. Yigal Allon, mini­stro del Lavo­ro: «Begin ed io vole­va­mo Gerusa­lem­me» (Eitan Haber, Menachem Be­gin, the Legend and the Man, Delacor­te Press, 1978), 4. Mat­titiahu Peled, generale: «Tutte quelle storie riguardo l'immane pericolo che correvamo a causa della picco­lezza del nostro territo­rio, un argomento spiegato a guerra finita, non erano mai state considerate un nostro calcolo, prima del termine delle ostilità. Mentre procedevamo verso la piena mobili­ta­zione del­le nostre forze, nessun essere sano di mente avrebbe potuto credere che tutto quel dispiega­mento di forze fosse necessa­rio per difenderci contro la minaccia egiziana. Fingere che le forze egiziane ammassate al confine fos­sero in grado di minac­ciare l'esi­sten­za di Israele non solo insulta l'intelli­genza di qualsiasi persona in grado di analizzare questo tipo di situazione, ma è prima di tutto un insulto all'eserci­to israelia­no» (Le Monde, 3 giugno 1972), 5. Ezer Weiz­mann, capo delle operazioni del­l'esercito e poi capo di Stato, nipote del primo big boss Chaim Weizmann: «Non c'è mai stato il pericolo dello sterminio. Questa ipotesi non è mai stata presa in con­sidera­zione, in nessuno dei nostri incontri» (Haaretz, 29 marzo 1972), 6. Yesha­yahu Gavish, capo del Comando Sud: «Prima della guer­ra dei Sei Gior­ni non avevamo mai preso in consi­derazio­ne l'ipotesi della distruzio­ne di Israele» (Alfred Lilienthal, The Zionist Conne­ction, Dodd, Mead & Co., 1978), 7. Morde­chai Hod, coman­dante in capo delle forze aeree: «In quegli ottanta minuti iniziali si sono svolti sedici anni di pianificazio­ne. Noi vivevamo con il piano, dormivamo sul piano, mangia­va­mo il piano. L'abbia­mo perfezionato costan­temente» (ibidem), 8. Haim Barlev, generale: «Alla vigilia della guerra dei Sei Giorni non eravamo affatto minacciati di genocidio, anzi, non abbiamo mai pensato a questa possibilità» (Maariv, 4 aprile 1972), 9. Chaim Herzog, generale e poi capo di Stato: «Non vi era alcun pericolo di annientamen­to. I Quartier Generali di Israele non hanno mai creduto a questa eventuali­tà» (ibidem) e 10. Meir Amit, gene­ra­le, capo del Mossad nel 1967: «Ci sarà una guerra. Il nostro esercito è ora pienamente mobilitato. Ma non possiamo restare a lungo in questa condizio­ne. Poiché abbiamo un esercito di civili, la nostra economia può risentirne. Dobbiamo prendere decisioni rapide [...] Se diamo noi il primo colpo, le nostre perdite saranno relativamente contenute» (vedi Dennis Eisenberg, Uri Dan, Eli Lan­dau, The Mossad, New American Li­brary, 1978). Tornando a Tal, il Nostro, giornalista di punta del popolare quoti­diano Yediot Aharonot, pubblica in esclusiva una serie di interviste fatte ventun anni prima ad uno dei massimi fondatori della «patria», l'Orbo Veg­gente Dayan. Ma lasciamo la parola a Lorenzo Cremo­ne­si (VIII), gongolante per tanto inganno (com­piuto anche a spese degli ingenui diasporici i quali, liricheggia Doris Bensimon, «provarono un'ango­scia esistenziale scoprendo la fragilità del piccolo Stato»): «Ricordate le ragioni di Israele per la guerra con la Siria nel 1967? I cannoneg­giamenti delle batterie siriane dalle alture del Golan sui kibbutz inermi in Galilea, la competizio­ne per il con­trol­lo delle acque, le continue provocazioni del regime di Damasco con­tro il nuovo Stato ebrai­co. Ebbene, tutto falso, tutta propagan­da architettata per legittimare agli occhi del mondo la conquista israeliana di migliori posizio­ni strategiche sul Golan e assicurare nuova terra agli agricoltori. E il "mostro" siriano? Una tigre di carta, parola di Moshe Dayan. È l'ennesi­ma spallata ai miti fonda­to­ri di Israele, che arriva tra l'altro in occasione delle cele­brazioni del quarantano­vesimo anniversario della nascita dello Stato e a tre settimane dal trentenna­le della guerra dei Sei Giorni [...] "Guarda, si può dire che i siriani sono dei bastardi, che è giunto il momento di fargliela pagare cara. Ma non è così che si fa politica. Non attacchi il nemico perché è un bastar­do, ma solo se ti minaccia davve­ro. E il quarto giorno della guer­ra del 1967 i siriani non ci minaccia­vano per nulla", afferma Moshe Dayan. Per molti israeliani è una doccia fredda sen­za precedenti. L'indebo­limento della con­vinzione di essere un paese comunque alla mercé di un nemico pronto ad annientarlo. "Possibile che per tanti anni menzogne così gravi e vergognose abbiano im­perato nella nostra democrazia senza che nes­suno osasse avanza­re seriamen­te un dub­bio?", si chiedeva incredulo la setti­mana scorsa sullo Haaretz Amnon Dank­ner, noto editoriali­sta e autore di un celebre libro sui modi di vivere e pensare nell'Isra­e­le anni Cinquan­ta». Finissima la strategia della provoca­zione, ancor oggi celata dai mass media mondiali, tutti sotto diretto o indiretto controllo ebraico (altro che definire i Sei Giorni «la guerra che nessuno ha voluto», come fece il sinistro antisionista Uri Av­nery!): «"Sai come si svolse almeno l'80% degli scontri a fuoco pri­ma della guerra del 1967? Noi man­da­vamo i nostri trattori a scavare nelle zone demilitariz­zate sapendo in anticipo che i siriani avrebbero sparato. Se non lo facevano, allora ordina­va­mo di penetrare più a fondo. Sino a che loro final­mente spa­ravano e noi potevamo risponde­re massiccia­mente con artiglieria e aviazione per poterci impadroni­re ogni volta di un pezzettino in più di terra. Era la prassi, lo feci io quando ero capo di Stato Maggiore, ma anche tutti i miei prede­ces­sori". Dayan rovescia senza pudore la cronaca ufficiale del quarto giorno di guer­ra: "Fu una delegazione di esponenti del kibbutz a chiederci di occupare il Golan, volevano più terra per le loro coltivazio­ni"» (il che non toglie a Fiamma Ni­ren­stein IV di continuare a stra­vol­gere la verità propa­lan­do che, come nel 1948 e nel 1956 – «mentre il 14 maggio 1948 Isra­e­le danzava e can­tava all'annun­cio dello Stato secondo i confini approvati dall'ONU, Siria, Egitto, Libano, Giorda­nia e Iraq lo attaccavano [...] ad appena otto anni dalla prima sconfit­ta, Nasser salta di nuovo addosso all'in­truso» – anche nel 1967 «Israele fu attaccato dall'Egit­to, dalla Siria e dagli altri tre Paesi al solito coinvolti nella guerra»). Di più ampio respiro il commento di Jacques Sironneau: «La conquista dell'alto­piano del Golan è stata dettata non solo da considerazioni di ordine strategico (con­trol­lo della linea spartiacque sia per assicurare la protezione degli insediamen­ti israelia­ni situati a valle che per "dominare dall'alto la città di Damasco"), ma anche dalla volontà di controllare la principale fonte idrica vitale per Israele. Infatti un terzo dell'acqua consumata in Israele proviene dal Golan. Altro obiettivo primario è stata la falda acquifera della Giudea-Sama­ria, che ha un'importanza eccezionale in una zona arida la cui area di ricarico idrico è situata nel sottosuolo dei Territori Occupati ma scorre verso la parte nordorientale e occidentale del territorio israeliano. Essa è sempre sfruttata mediante pozzi con sistemi di pompaggio per grandi profondità. L'operazio­ne "Pace in Galilea", condotta nel Libano meridionale nel 1982, permise final­mente a Israele di completare la sua opera e accre­sce­re così il suo heartland idrico, assicurandosi il controllo dei tre corsi d'acqua che alimentano il lago di Tiberiade: il Dan, il Banias e lo stesso Alto Giordano. Grazie a ciò Israele ha anche accesso al Litani (Nahr al-­Qamsmiyeh), il fiume principale del Libano (portata annua stimata: 930 hm3), che potrebbe, per ragioni geologi­che ancora sconosciute, avere un ruolo importante nell'a­limentazione delle sorgen­ti del Giordano, benché situato su un diverso bacino montano [...] Sapendo che i due terzi dell'ac­qua che Israele consuma provengono dall'ester­no delle frontiere precedenti al 1967, si comprende molto meglio l'incessante ricerca del controllo di una zona che presenta una reale unità idrologi­ca». Inoltre, in parallelo a tale meditata strategia per uno spazio vitale quanto più organica­mente inteso, ecco le incessanti punture di spillo della tattica quotidiana: «La politica di Israele nei Territori Occupati della Cisgiordania è stata quella di porre restrizioni all'utenza palestinese nello stesso momento in cui favoriva i propri coloni. L'ordinanza militare n.158 del 30 ottobre 1967 dispone infatti, all'art.4(a), che "è proibito a chiunque fare o possedere impianti idraulici senza aver preventivamente ottenuto un'autoriz­zazione del comando milita­re". Un'altra ordinanza milita­re (la n.92/7 del giugno 1967) prevedeva già una serie impres­sionante di restrizioni rivolte essenzialmente ai palestinesi: divieto di scavare nuovi pozzi senza preventiva autoriz­zazione delle autorità militari (dal 1967 sono state concesse solo 34 autorizzazioni, tutte per scopi domestici, con l'esclu­sione di finalità agricole o industriali); fissazione delle quote di prelevamen­to e posa in opera di meccanismi di con­trollo dell'uso del­l'acqua da parte dei palestinesi (il superamento delle quote è severamente punito con multe); espropriazione dei pozzi e delle sorgenti appartenenti a palestinesi "assenti"; proibizione agli agricoltori palestinesi di irrigare dopo le ore 16 (come veniva fatto secondo la tradizio­ne). Per di più, la fattura­zio­ne dell'acqua nei territori occupati era identica a quella stabilita in Israele, senza tener conto della differenza di tenore di vita tra le due comu­ni­tà. Infine, i palestinesi sono stati esclusi dalle sovvenzioni concesse agli irrigatori isreliani, sicché alcuni agricoltori palestinesi pagano l'acqua desti­nata all'irrigazione allo stesso prezzo pagato dagli israeliani per l'acqua po­ta­bile. Alcuni ritengono che tali pratiche discriminatorie non avessero altro scopo che costringere i palestinesi ad abbandonare quei territori. Contempo­raneamente Israele ha condotto una politica di insediamen­to di "colonie di po­polamento" [espressa­mente vietata dal diritto internaziona­le!] in particola­re in Cisgiorda­nia e nel Golan, cioè nelle zone più ricche di risorse idriche, sov­venzionan­do, soprat­tutto per mezzo dell'Organizzazione Sionista Mon­dia­le, l'acqua utilizza­ta (il prezzo di vendita è fissato tra le 15 e le 23 agorot al m3 per i coloni ebrei, a seconda che sia per uso agricolo o domestico, e in 70 agorot per i palesti­nesi, quale che ne sia l'uso)». Completa David Hirst: «All'inizio del 1967, la militanza congenita d'Isra­e­le stava spingendo verso una simile decisione [di scatenare contro l'Egitto una guerra per il Sinai]. In un certo senso, aveva bisogno della guerra. Stava attraversando la crisi eco­nomica più grave della sua esistenza; la disoccupa­zione era al 10%; il tasso di cre­scita era crollato; le sovvenzioni dalla Dia­spo­ra si stavano estingendo; e, cosa peggiore di tutte, l'emigrazione ini­zia­va a superare l'immigrazione... un dato che ovviamente indicava, più di ogni altro, che la crisi economica era una crisi del sio­nismo stesso. A cosa ciò poteva preludere l'aveva pronosti­cato nel 1962 il generale Burns, un soldato i cui acuti giudizi andavano ben oltre le arti belliche: "I leader d'Israele hanno l'abitudine di attribuire le difficoltà economiche al boicot­tag­gio di tutti i rapporti economici e commer­ciali intrattenuti dai paesi arabi e alla pressione che questi esercitano su altri paesi perché limitino gli scambi con Isaraele. In tali circostanze mi appare come una grande tentazio­ne trovare una qualche scusa per fare la guerra e spezzare così il blocco e il boicottag­gio... imponen­do la pace alle condi­zioni di Israele". Riteneva che se Israele avesse mai dovuto avvertire l'esigenza di espandersi oltre i confini di allora, "le forze armate israeliane, sicure della propria capacità di sconfiggere ciascuno e tutti i paesi arabi che circondano Israele facilmen­te e rapidamen­te, intraprendereb­bero tale compi­to con alacrità" [...] Tutto ciò che servi­va per scatenare la macchina da guerra israeliana, erano le "circostanze favorevoli", che si presentarono il 23 maggio. Fu alle quattro del matti­no di quel giorno che il capo di stato maggiore israeliano, il gene­ra­le Yitzhak Rabin, svegliò il primo mini­stro Levi Eshkol per dirgli che il Presidente Nasser aveva deciso di imporre nuo­va­mente il blocco di Aqaba. Poche ore dopo il gabinetto si riunì in seduta di emergen­za. Agli occhi d'Israele, Nasser aveva, di fatto, dichiara­to guerra. La sfida era effettiva­mente intollerabile. E non perché Israele rischiasse lo strangola­mento eco­no­mico, in quanto la chiusura dello Stretto di Tiran a tutte le navi israelia­ne e a navi di altre nazioni dirette a Eilat con materiale strategico avrebbe avuto uno scarso impatto economico immedia­to. Soltanto il 5% degli scambi di Israele con l'estero passava per Eilat; il petrolio proveniente dall'Iran era il principale materiale strategico, ma Israele poteva facilmente riceverlo attraverso Haifa. Un eventuale danno arrecato dalla chiusura dello stretto sarebbe stato compensato dall'of­ferta fatta pervenire dal Presidente Johnson – volta a fermare la mano di Israele – di preservare la sua vitalità economica. Le implicazioni a lungo termine erano certamen­te gravi, perché era attraverso Eilat che Israele intendeva sfruttare mercati nuovi o in espansio­ne in Africa e in Asia. Ma la cosa davvero intolle­rabile era un'altra. Per la prima volta gli arabi capovolgeva­no la situazione a danno d'Israele. Per la prima volta erano loro ad ammini­strare il fatto compiu­to (sebbene la precisa portata e rigidi­tà del blocco siano controverse; ciò che i leader egiziani dicevano in pubblico era ben diver­so da ciò che facevano in privato; il feldmarescial­lo Abdul Hakim Amer pare a­vesse dato istruzioni ai soldati di non interferire con nessuna imbarcazione israeliana o navi militari o imbarcazioni scortate da navi militari) [...] La reintrodu­zione del blocco costituì però al tempo stesso l'opportunità perfetta. Il fatto compiu­to egiziano, benché arbitrario, non era illegale. Dopo il 1956 gli egiziani avevano conti­nua­to a insi­stere che lo Stretto rientrasse nelle acque territoriali egiziane. Il preteso diritto israeliano di passaggio attraverso quelle acque territoriali era, in effetti, alquanto dubbio, perché basato sul possesso di un sottile tratto di costa, ottenuto a sua volta, per ammissione dello stesso Israe­le, con "una di quelle violazioni calcolate [del cessa­te il fuoco] i cui rischi politici dovevamo soppesare attentamente". Era accaduto nel 1949, durante le fasi finali della "Guerra d'Indipen­denza", quando, violando un ces­sa­te il fuoco sponsorizzato dall'O­NU, una pattuglia israelia­na si spinse a sud fino al borgo e alla stazione di polizia araba di Um Rashrash, espellendone gli occupanti e fondando al suo posto il porto di Eilat». In ogni caso, «c'erano alcuni, i generali, che sapevano che la situazione reale era esattamente il contrario di ciò che sembrava, che David non soltanto equivaleva a Golia, ma lo surclassava senza speranza. Sapeva­no che, qualun­que cosa i politici potessero dire e far credere alla gente, la sopravvivenza d'Israele non era mai stata in gioco, che se anche Nasser avesse inteso davve­ro fare la guerra, non aveva alcuna chance di vincerla». Tra i più recenti svelatori della psicosi e del grande inganno su cui si è fondato, e si fonda, il comune giudizio sull'«eroica» guerra «di sopravviven­za» si annovera Tom Segev, intervistato da Cremonesi (XI), con parole che sono solo conferma della tesi del professor Faurisson sull'incommensurabile danno creato alla psiche ebraica dall'Immaginario Olocaustico (49 ): «Sareb­be stato meglio non farla. La Guerra dei Sei Giorni per Israele è stata delete­ria e le conseguenze le stiamo pagando tutt'ora. Quarant'anni fa, alla vigilia dell'at­tac­co del 5 giugno 1967, sbagliammo nel lasciarci accecare dal panico della sopravvaluta­zione della minaccia araba. Poi, il settimo giorno, sba­gliammo ancora nel farci travolgere dall'euforia della vittoria. I fatti hanno dimostrato che invece non c'era un bel niente da festeggiare: era l'inizio dell'occupazio­ne delle terre arabe, con il suo bagaglio di immoralità, corru­zio­ne, ingiustizie che hanno creato le condizioni per la violenza, le tragedie, il terrorismo, persino le guerre degli anni seguenti [...] Avremmo dovuto far di tutto per evitarla. Però mi sembra che con gli egiziani il conflitto fosse inevitabile. Non tanto per causa loro, quanto per colpa nostra. La società israeliana di quel tempo era profondamente insicura, ansiosa, spaventata, ci si aspettava un secondo Olocausto [...] In verità nessuno di noi sa bene cosa volesse Nas­ser ordinando alle sue truppe di entrare nel Sinai. Intendeva dav­ve­ro distrug­gere Israele? Non lo so. Posso però dire che i dirigenti israeliani erano certi dell'approssimarsi di un secondo Olocausto, paragonava­no Nasser a Hitler. [Questa "sindrome dell'Olocausto" è ancora presente oggi?] Assolu­tamente sì, fa parte integrante della nostra identità nazionale. Basti vedere come in Israele si prendono sul serio e alla lettera le minacce che arrivano dall'Iran [del presidente Ahmadinejad]. In alcuni casi è pura strumentalizza­zione politi­ca, in altri si tratta di un sentimento genuino». Anche l'ammini­strazione Johnson, ci affiancano i politologi John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, «era con­vinta che Israele fosse mili­tarmente superiore ai nemici e che sul pericolo di un attacco arabo stesse esagerando. Il generale Earle Wheeler, capo degli Stati Maggiori riuniti, ragguagliò Johnson in questi termini: "In base alle nostre stime più accurate, se ci dovesse essere una guerra gli israeliani la vincerebbero in cinque-sette giorni". E Johnson stesso disse al ministro degli Esteri israeliano Abba Eban che, se gli egiziani avessero attaccato, Israele li avrebbe "spazzati via". Ma i principali leader israeliani, sebbene in privato esprimessero lo stesso parere, continuaro­no a inviare a Washin­gton dispacci allarmanti, in una campagna deliberata­mente volta a catturare simpatie e ottenere sostegno». Se possibile ancora più chiara sulla «paranoia della distruzione» fredda­mente colti­vata dai capi dell'Entità Ebraica è la Zertal: «Merita di essere qui analizzato come mai Israele abbia potuto percepirsi – al limite dell'isteria collettiva ancorché pilotata, e dell'inquie­tante distacco dalla realtà – in imminente pericolo di distruzione alla vigilia del giugno 1967, poiché è qualcosa che ha molto a che fare con la memoria politica collettiva sollecita­ta dal caso Eichmann e, da allora in poi, coltivata in Israele. L'eredità lasciata da Ben Gurion al suo popolo mediante il processo Eich­mann fu duplice: per­manenza dell'eterno odio nei confronti degli ebrei nonostante l'esistenza dello Stato di Israele; nemico di tipo nazista ammassato davanti alle porte della nazione-sotto-assedio». E l'onestà intellettuale della storica ebrea giunge al punto di chiedersi, concludendo per la seconda delle ipotesi, «se questa guerra sia stata la conseguenza inevitabile dei condizionamenti dell'ostilità arabo-israeliana oppure degli interessi economici, sociali e politici interni a Israele, che contribuirono a esacerbare le tensioni alla vigilia della guerra e ad esagerare la minaccia all'esisten­za stessa di Israele allo scopo di giustifica­re l'azione preventiva». Avvertendo di non volere forni­re una nuova versione degli avvenimenti che con­dus­sero allo scoppio della guerra, ma di analizzare la dimensione della Shoah siste­ma­ticamente introdotta nel discorso e nell'immaginario collettivo israeliani alla vigilia della guerra, la Zertal continua: «È generalmente riconosciuto che Israele ebbe un ruolo attivo nella maggior parte degli accadimenti che precedettero la guerra. Volen­do risalire un poco all'indietro, la tensione tra Israele e Siria sulla questione della distribuzione delle acque del Giordano s'era acuita dal 1964. Nel settembre 1966, il capo di Stato Maggiore israeliano Yitzhak Rabin aveva lanciato un ammoni­mento alla Siria, dal quale si poteva evincere l'intenzione israeliana di rovesciare il regime baathista. Il 4 novembre 1966, Egitto e Siria firmarono un accordo di difesa recipro­ca. Nello stesso mese, dopo che una mina collocata dall'Organiz­zazione per la Libe­ra­zione della Palestina (OLP) aveva causato la morte di tre soldati israeliani, l'eserci­to israeliano condusse un'azione di rappresaglia in pieno giorno nel villaggio palesti­nese di Samu, distruggendo abitazioni e infliggendo gravi perdite all'esercito giorda­no intervenuto. L'ampiezza dell'azione, che oltrepassò i limiti concordati, irritò il moderato primo ministro Levi Eshkol [che il primo giugno 1967, sfiduciato da una specie di putsch militare, si sarebbe dimesso da ministro della Difesa per venire sostituito dall'aggressivo Moshe Dayan]. Il 7 aprile 1967, dopo alcune provocazioni da entram­be le parti, l'aviazione israeliana abbatté sei aerei siriani in volo nei cieli della Siria, di cui uno sulla capitale e, l'11 maggio, il capo di Stato Maggiore Rabin riba­dì l'intento di Israele, in un futuro conflitto con la Siria, di occupare Damasco e rove­scia­re il regime baathista. Il giorno seguente, l'Unione Sovietica annunciò che Israele stava mobilitandosi per attaccare la Siria. In risposta, il presidente egiziano ­Giamal Abdel Nasser ordinò alle truppe egiziane di entrare nella zona smilitarizzata del Sinai. Il 17 maggio, Israele diede avvio alla mobilitazio­ne delle forze di riserva e completò la mobilitazio­ne generale il 20 maggio, creando non poche difficoltà eco­no­miche e sollecitando ulteriormente la rapida conclusione della crisi». «Il 21-22 maggio, il comandante in capo delle forze egiziane ordinò un paio di azioni che causarono il rapido deterioramento di una situazione già tesa. Operazioni che, secondo alcuni storici, non erano state approvate da Nasser e consistenti in voli di ricognizione sull'installazione nucleare israelia­na di Dimona e sull'evacuazione delle United Nations Emergency Forces (UNEF), schierate sul confine tra Israele ed Egitto per fungere da cuscinetto [...] La crisi si acutizzò il 23 maggio con la chiusu­ra, ordinata da Nasser, degli stretti di Tiran e il conseguente blocco del traffico ma­rit­timo diretto al porto israeliano di Eilat. Il posizionamento delle truppe egiziane nel deserto del Sinai e, come riconosciuto nelle memorie di due generali egiziani, la gran­de confusione, la mancanza di rifornimenti e l'assenza di piani di battaglia, prova­no, però, che il piano di Nasser era mantenere a lungo le forze egiziane nel Sinai in posizione difensiva, e che non prevedeva di passare all'attacco. D'altra parte, le mosse egiziane furono accompagnate dall'esagitata retorica e dalle minacce di tota­le distruzione di Israele trasmesse quotidiana­mente dai programmi in lingua ebraica della radio nazionale egiziana, captate in Israele e riportate dalla sua stampa. Non c'è dubbio che le minacce di Nasser abbiano avuto un'importanza cruciale nell'alimentare e intensificare le preoccupazioni della popolazione israeliana. Questi discorsi aggres­sivi del presidente egiziano tornarono, inoltre, molto utili a chi, sul versante israelia­no, faceva pressione, per motivi propri, affinché Israele sferrasse un attacco preventi­vo [...] In Israele, la relativa tranquillità che caratterizzò la prima settimana di crisi fu sostituita da una preoccupazione e una tensione crescenti anche nei circoli dirigenti e politici. Questi erano a conoscenza dei fatti e non avevano motivo di dubitare né della capacità difensiva di Israele, né di quella di vincere qualsiasi guerra [...] Va inoltre ricordato che, pochi giorni prima dello scoppio della guerra, Israele portò segretamente a termine la fabbricazione delle sue due prime bombe nucleari, pronte ad essere lanciate in caso di necessità». Quanto alla persistente centralità dell'Immaginario Olocaustico: «La guerra e la vittoria lampo di Israele – a ulteriore conferma che l'immagine della situazione che, poco prima, s'era fatta il popolo israeliano, e il mondo intero, era falsa – non dissi­pa­rono l'idea di una distruzione incombente. Al contrario, ali­men­tarono e diffu­se­ro la leggenda di una Shoah miracolosamente evitata. Una specie di tautologia autocon­fermantesi: più grande era stata la vittoria, tanto più grande era stata la catastrofe evitata. La vittoria, i territori conquistati, erano l'alternativa ai forni crematori». E in particolare quanto alla strumentalizzazione è il saggista israeliano ex «rome­no» Gabriel Asch, come Norman Finkelstein pacifista ma sempre ster­mi­nazionista, a rilevare: «La­sciatemi parlare fuori dai denti di questi piazzisti dell'Olocausto. L'Olocausto ha elevato i crimini dei nazisti come il paradigma del male assoluto. Parados­salmente, ogni crimine successivo, specie se l'autore è Israele, può oggi essere giustificato in virtù dei campi di sterminio. Per contro, le tendenze genocide che segnano la base della vita civile possono esse­re ignorate, invocando la rituale condanna della "falsa analogia" col nazismo, persino quando la distruzione sistematica è parte integrante della pratica militare degli occidenta­li e dei suoi moderni ed operativi eserciti, che combattono con la resistenza popolare. Conseguente­mente, non si può parago­nare la morte di più di un milione di iracheni, risultato della politica america­na di "sicurezza" dal 1992, all'Olocausto. Oppure non è possibile paragonare la pluridecennale punizione collettiva cui sono sottoposti gli abitanti di Gaza, o la distruzione del sud del Libano, ai metodi di "pacifica­zione" dei nazisti. Nessuno chiamerebbe Bush "negatore dell'Olocausto" per aver fatto in modo di negare il valore di studi scientifici a proposito dei morti (in Iraq), stimati nell'ordine delle centinaia di migliaia». Giungendo persino, il Nostro – e in questo gli riconosciamo un certo coraggio – a negare, se pure non l'esistenza, almeno la specificità delle Gaskammern:

«Cos'hanno le camere a gas di così sofistica­tamente scioccante o di scioccan­temente sofisticato, rispetto alle bombe nucle­a­ri, al gas mostarda, al napalm, alle bom-be a grappolo, all'agente orange, ai mitragliatori, ai Caterpillar D-9s, ai bombardieri di lunga autonomia, e alle altre migliaia di piccole e grandi invenzioni, progettate da aziende perfetta­mente legittime per accelerare con efficacia il trapasso dei "nemici" alla tomba?».

Oltre ad essere una psicosi, l'Olocausto è perciò, in abili mani e gestito da abili menti, una straordinaria arma diplomatica, un «asse­gno in bianco», uno scher­mo o, per dirla brutalmente con Sergio Romano (II), una «sorta d'in­tan­gibilità», una «fran­chigia morale» da usare a mo' di ricat­to – Auschwitz come «ser­ba­toio del­l'odio», «evitiamo un secon­do Olocau­sto»!

Vitas Tomkus

Vitas Tomkus

– non solo e perfino non tanto con­tro i tedeschi, quanto con­tro tutti i non-ebrei. Vedi, ad esem­pio, l'ammenda di 3000 litas (882 euro) inflitta nel luglio 2005, sulla base di una legge «antiraz­zista/anti­revisionista», al lituano Vitas Tomkus: proprietario e caporedat­tore del quotidiano Republi­ka, l'anno prima si era autorisposto, nel­l'editoriale "Chi governa il mondo?": «Gli ebrei, che si servono dell'Olo­causto per nascon­dere i propri crimini». Quanto ai tedeschi, ecco nel 1999 le considerazioni di Simo­net­ta Della Seta (II) su Shalom: «La Repub­blica Federale Tedesca rimane, sul piano politico, il più stretto allea­to d'Israele dopo gli Stati Uniti, e si deve certamente alla sua influenza modera­trice il fatto che la politica dell'U­nione Europea non sia ancor più nettamente orienta­ta in chiave filo-palestinese. L'inter­scambio econo­mico, tecnologi­co, culturale e perfino militare fra Israele e Germania è secondo solo a quello con gli Stati Uniti. Il numero di organiz­za­zioni ufficiali – partitiche e private – tedesche presenti ed attive in Israele è impressionante. Ma è ovvio che l'interesse sproporzio­nato della Germania per Israele – e vice­versa – risieda nella memoria dell'Olocau­sto». Considerazioni riecheggiate il 5 marzo 2001 dall'ancora più illuminan­te Roger Cohen sul New York Times: «Dalle ceneri dell'Olocausto è nata una singolare amici­zia: cinquantasei anni dopo il crollo del Reich hitleriano e trentasei dopo l'allaccia­mento delle relazioni diplomatiche [i primi passaporti riportava­no la scritta «valido per tutti gli Stati tranne che per la Germa­nia»], la Germania è diventata l'alleato più importante di Israele dopo gli Stati Uniti, fornitrice di supporto essenziale nel campo degli arma­menti, nello spionaggio, in politica e in economia [...] Oggi, un'indagine condotta in Germania e Israele fa conclu­dere che il sostegno tedesco è centrale per la sicurezza di Israele, anche se viene tenuto nascosto in parte per i timori tedeschi sulle reazioni del mondo arabo e della loro pubblica opinione. Le relazioni tra i servizi di spionaggio dei due paesi sono particolarmente intense, affermano alcuni responsabili. La Germania fornisce a Israele una quantità di informazio­ni sul mondo arabo, e Israele contrac-cambia con lo spionaggio nell'Eu­ropa orientale e in Russia, ove, per dirla con un esperto israeliano, "noi abbiamo un mucchio di gente ben disposta". La Germania, ad esempio, lavora di nascosto per assicurare il rilascio di tre militari israeliani rapiti lo scorso ottobre dagli hizbollah, i militanti musulmani sciiti con base in Libano. La Germania è dunque il secondo maggiore partner in cam­po mili­tare, dopo gli Stati Uniti, attiva nel co-sviluppo di certi arma­men­ti, fornitrice di tecnologia e di due sottomarini altamente sofisticati (ad un terzo del costo) quale gesto di benevolen­za dopo la Guerra del Golfo. La Germania è diventata il secondo maggior partner commerciale, dopo gli Stati Uniti, e manda in Israele più turisti che ogni altro paese, tranne l'America. Come per la politica, la Germania "è oggi il nostro primo e più saldo soste­gno in Europa", dice Reuven Mer­hav, ex direttore gene­rale del ministero degli Esteri. Invero, la politica medio-orientale dell'Europa è largamente determinata dalla Germania, che bilancia l'atteggiamento della Francia quale paladina in Europa della causa palestine­se. Il rapporto annuale del ministero degli Esteri tedesco non contiene riferimenti alle azioni israeliane nei territori occupati, in contrasto con le critiche dell'equivalente rapporto americano contro l'assassi­nio extra­giu­diziale di palesti­nesi da parte israeliana. "Le relazioni tra la Germania e Israele sono speciali e non dovranno mai diventare normali come quelle che abbiamo, ad esempio, con l'Olanda o gli Stati Uniti", asse­vera Rudolf Dress­ler, l'amba­sciato­re tedesco in Israele. "Ci sentiamo corresponsabili nel garanti­re l'esisten­za di Israele, e la conseguenza politica di ciò è che, nel dubbio,

ci schieriamo con Israele perché questo è il nostro unico compito

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[We feel co-responsible that the existence of Israel be guaranteed, and the political conse­quence is that, when in doubt, we side with Israel, because that is our unique duty]". Nato nel 1940, figlio di un tedesco anti-hitleriano, Dressler dice che legittima­mente può chiedersi quale re­spon­sa­bilità egli porti per l'Olocau­sto e per tutelare lo stato ebraico. "Ovviamen­te mi chiedo come i nazisti abbiano potuto fare una cosa del genere, e che cosa io ho a che fare con quanto loro hanno fatto", dice l'ambasciatore. "Ma lo hanno fatto, e noi dobbiamo vivere con quanto loro hanno fatto. Non c'è pre­scri­zione per quanto i tede­schi hanno fatto. Per questo aiutiamo Israele [And so we help Israel]». «La Germania esiste per difendere Israele», completa nel novembre 2007, lasciando di stucco persino molti democristiani, la cancelliera CDU Angela Merkel. Quanto al più generale mondo goyish ci limitiamo a citare due italiani ed un greco: «Esiste forse un rapporto fra certe spregiu­dicate manifesta­zio­ni della politica israeliana, dalla guerra del Libano in poi, e la vigilanza contro l'antisemiti­smo a cui siamo sempre più fre­quentemente richia­ma­ti?», si auto­risponde Romano. «Quando si parla di ebrei, siamo paralizzati e inibiti dalle cose terribili che hanno dovuto patire [...] quello che vi è stato fatto ci colma di orrore», conferma Giovanni Mariotti nell'articolo Ricordiamo l'Olo­causto con un deserto a Berlino, comparso sul Corriere della Sera il 28 feb­braio 1999, anche se «non per questo intendiamo rinun­ciare a interro­garci con fran­chezza sui pro e i contro della vostra eredità religiosa e intel­let­tuale» (eredità che, invoca perdono di tanto ardire critico, «è in gran parte anche la nostra»). Più deciso è il nonconforme Mikis Theodo­rakis, celebre compositore musi­cale, da anni boicottato dalle orchestre sinfoni­che di tutto il mondo, in partico­lare dopo avere composto l'inno nazionale palestinese. Intervi­stato da Ari Shavit su Haaretz il 30 agosto 2004 dopo essere stato tacciato di «anti­semiti­smo» per avere detto, il 4 novembre 2003, «alcune parole che hanno sconvol­to ebrei e non ebrei in tutto il mondo» (in realtà per avere affer­mato che gli ebrei, sostenendo il bellicismo di Sharon e Bush jr, si pongono «alla radice del male»), Theodora­kis passa all'attacco:

«Credo sia artificioso pensare che vi sia un nuovo antisemiti­smo. È un pretesto. È un modo per non fare autocri­tica. Invece di chieder­si cosa vi sia di sbagliato nella politica di Israele gli ebrei dicono che gli europei sono contro di loro a causa dell'antise­mi­ti­smo. È una reazione malata. È una reazione da psicopatologia del popolo ebraico. Gli ebrei vogliono sentirsi vittime. Lasciate­ci creare un altro ghetto. È una reazione masochista. Vi è un masochismo psicolo­gico nella tradizione ebraica. [C'è anche del sadismo?] Sono certo che quando gli ebrei della dia­spora parla­no di se stessi si sentono soddisfatti. Essi sentono che ora, quando il più grande potere del mondo è a portata di mano, nessuno possa far loro del male. Essi possono fare quello che vogliono. Per questo motivo la pretesa che esista un nuovo antisemiti­smo non è solo una reazione malata, è anche una reazione astuta. [In che senso?] Perché realmente essa consente agli ebrei di fare qualunque cosa vogliano. Non solo psicologi­ca­mente, ma anche politi­camente for­nisce agli ebrei un pretesto. Il senso del vittimismo. Dà loro la licenza di nascondere la verità. Oggi in Europa non vi è alcun genere di problema ebrai­co. Non c'è antisemitismo»; l'arroganza e l'aggressività della psiche ebraica trova alimento costante nella consapevolezza dell'incredibile potere finanziario e politico da loro accumulato in tutto il mondo, in particolare negli USA, ove la Comuni­tà «controlla gran parte del­l'e­conomia. Sicura­mente controlla i massmedia. Lasci che io chiarisca bene il mio pensiero. Quando fu fondato lo Stato di Israele, noi eravamo al fianco di Israele. C'era molta simpatia per il sionismo a causa di quanto avevano sofferto durante la guerra. Questo è un lato degli ebrei. Ma la comunità ebraica internazio­nale è anche un fenomeno negativo. Il popolo ebraico controlla le grandi banche. E spesso i go­ver­ni. Pertanto tutto il male che proviene dai governi è naturale venga associato dalla gente con il popolo ebraico. [Lei personal­mente ritiene che gli ebrei, la comuni­tà ebraica interna­zio­nale, abbia il controllo delle banche, di Wall Street, dei media?] Sì. [E lei af-ferma che ora, influenzando Bush, ha il controllo della politi­ca mondia­le?] Sì. [Dunque gli ebrei tirano le fila alle spalle di Bush?] No, loro stanno davanti a lui. [L'America, la grande super­potenza, è oggi controllata dagli ebrei?] ».

Tale quarta fun­zio­ne di legitti­miz­za­zione/di­scolpa/di­fesa – altro che l'impudenza di David Cesarani (I), per il quale «soprat­tutto l'intolle­ranza per la memoria­lizzazione dell'Olocau­sto si basa su un risentimento permanente, per­si­stente, nei confronti della differenza ebraica»! – scatta quindi ogniqual­volta si voglia giusti­fi­ca­re un'aggres­sione nei con­fronti dei goyim, una loro paralisi mentale, o quando si pre­tendano «risarcimen­ti», bassamente monetari come altamente morali, ad majorem Jahweh gloriam. Ed infatti, giusta le elu­cu­brazioni facken-heimiane sul 614° comanda­mento, la sopravvi­venza ad ogni costo del popolo ebrai­co è, spiega Joshua Halber­stam, «a new binding impe­ra­ti­ve, un nuovo, vincolan­te imperativo».(50) Ancora più intriso di quella Realpolitik che diverrebbe al contrario, anche se più ragionata, infamia sulle bocche goyish, nel settembre 2004, il pronuncia­mento di quattordici rabbini israeliani del Yesha Rabbis' Council: Dani Aizek, Benyahu Bruner, David Dudekevich, Tzphania Drori, Chaim Druk­man, Rem Ha­cohen, Dov Lior, Avraham Vaserman, Elyakim Leva­non, Eliezer Me­la­med, Shlo­mo Ro­zenfeld, Amnon Shuger­man, Yuval Sherlo e Ye­hoshua Shapira che, piatisce il moscel­nizzante quotidiano maurizio­ferrari­co Il Foglio, «gridano l'in­dicibile [...] È uno scandalo, cioè, etimologicamen­te, una pietra di inciampo, si può esorcizzarlo o discuterne. Ne discutere­mo», affermando che in guerra, quando una delle parti in causa è il Popolo Eletto, non solo non bisogna fare distinzio­ne tra i militari e i civili del nemico, ma che ogni aggressione «preventi­va» nei loro confronti è legittimata, anzi ordinata dall'Eterno: «1. Noi, sottoscritti, chiediamo al Governo dello Stato di Israele e all'IDF [Israeli Defence Force, l'esercito israeliano], di agire secondo la regola biblica "chiunque venga per ucciderti, uccidilo per primo". L'equità e la giu­sti­zia che sono state tra­man­date attraverso la tradizione del popolo di Israele durante tutte le generazioni hanno insegnato a noi figli di Israele e al mondo intero questo importante ed essen­zia­le principio per l'esi­stenza dell'in­tera umanità. In questo modo ha agito la Nazione di Israele dai tempi del profeta Mosè che ha combattu­to i madianiti: uccidili e colpi­sci­li, perché ti odiano. In questo modo hanno agito Iftah il giladi, Shaul e David e tutti i condot­tieri di Israele attraverso le molte generazioni. In questo modo ha agito lo Stato di Israele durante la Guerra dei Sei Giorni e questi princìpi fanno parte del Diritto Inter­nazionale. Non è necessario e non esiste nessun motivo per aspet­ta­re che il tuo nemico ti attacchi ed è invece necessario prevenire un attacco prima che que­sto diventi realtà. 2. Non esiste nessuna guerra al mondo nella quale sia possi­bi­le fare una distinzione assoluta tra civili ed esercito. Questo non è avvenuto nelle due guerre mondiali, non avviene nella guerra degli Stati Uniti in Iraq e in quella della Russia in Cecenia, e non è stato possibile nelle guerre che Israele ha dovuto condurre contro i suoi nemici. Una nazione combatte contro una nazione e una nazione vince su un'al­tra nazione. 3. La domanda alla quale ci trovia­mo davanti è se sia giusto com­battere il nemico mentre dei civili stanno nel mezzo della guerra e probabilmente saranno uccisi o non combatte­re per non ferire alcun civile, ma lasciare che la nostra popolazione venga attaccata. La risposta alla nostra domanda ci viene data da Rabbi Aqiba: le nostre vite prima di tutto! Rabbi Aqiba, il quale diceva di amare il tuo pros­si­mo come te stesso, uno dei princìpi più importanti della Torah, ci ha insegna­to che esistono delle priorità, anche tra amici e tra di noi: se sappiamo che qualcuno viene per uccider­ci, lo uccidiamo per primi. 4. Non ci lasceremo con­tagiare dalla morale cristiana del porgere l'altra guancia, non ci lasceremo impressio­nare da coloro che si rifanno all'etica-morale di preferire la vita del loro nemico alla propria. L'intel­letto, la coscienza naturale, la tradizione ebraica e il diritto internazionale sono tutti dalla parte del nostro paese, che si trova sotto continuo attacco da feroci animali che fanno saltare in aria le teste dei bambini, che uccidono e trucida­no uomini, don­ne, anziani, anziane, quando il loro unico peccato è quello di appartenere al Popolo di Israele. 5. Questo princi­pio morale ed etico non contraddice la visione profetica di pace, e la grande precauzione che ha il popolo ebraico di non far male al suo pros­si­mo se non è in guerra con il suo popolo. La Nazione di Israele si distingue dalla sua nascita per essere Shomer Dereh Elohim (guardiana del volere di Dio), nel fare Zdaka (carità) e Mishpat (giustizia) e per la sua premura e naturale gentilezza. 6. Noi stringiamo le mani all'esercito e ai fedeli coman­danti durante tutte le loro missioni e a tutti coloro che dedicano le loro vite all'eternità dello Stato di Israele. Diamo suprema importanza al loro appoggio e a rendere più forte l'etica nazio­na­le di Israele. Cerchiamo di essere forti per il nostro popolo e per le città di Dio, noi non saremo spaventati e non avremo paura».(51) 1. Concetti espressi già: da Moshe Dayan il 28 giugno 1959 al Comitato Centrale del suo partito, il Mapai («Il retaggio storico dei Sei Milioni, l'imperativo storico che ci hanno lasciato, sta nel dovere di assicurare che nulla del genere accadrà mai più»), 2. dal detto «au­stralia­no» W.D. Rubinstein (che, su The National Review del 21 giugno 1979, parla della Shoah come del più impor­tan­te tra gli strumenti a disposi­zio­ne di Israele per la sua propagan­da mondia­le), 3. dal nonconforme saggista e giornalista «in­glese» Chaim Bermant («Oggi al mondo c'è proba­bil­mente meno antisemiti­smo e cer­ta­men­te meno aperto antise­mi­ti­smo che in ogni altra epoca dalla nascita del cristiane­si­mo. Natural­mente, Ausch­witz è una delle ragioni»), 4. dal grande critico letterario superamericano Ludwig Lewisohn («Nessun cristia­no ha il diritto di vivere senza un quotidiano atto di contri­zione e un tentativo di espiazione; nessun ebreo ha il diritto di vivere senza un yiskor quotidiano, una commemo­ra­zione quoti­diana nel proprio cuore, e senza un fermo e coscien­te ahavat Yisrael, un amore per Israele, il suo popolo, che lo guidi in ogni atto e pensiero»), 5. da Norman Finkel­stein (per il quale l'Olocau­sto è servito «a estorcere denaro all'Europa nel nome delle vittime bisogno­se», sicché «un vero Marti­rio è stato ridotto al rango del casinò di Montecarlo» con la conseguen­za, da un lato, che il Simon Wiesen­thal Center serve solo da «tattica sensa­zionalistica per la raccolta di fondi», e dall'altro che «la falsificazione e lo sfrutta­mento dell'Olocau­sto sono serviti a giustificare la politica crimina­le dello Stato israeliano e il supporto garantito dagli USA a questa politica [...] Dalla guer­ra dei Sei Giorni Israele ha assunto il ruolo di Stato-vittima e il gruppo etnico più di successo degli USA ha acquisito lo status di vittima», ribadendo in The Holocaust Industry che l'Immaginario è «un'arma ideolo­gica indispen­sabile», con la quale «una delle più formidabili potenze militari mondia­li [tra l'altro, titolata di 400 testate nucleari], con a carico una lista di orrende violazioni dei diritti umani, si presenta come Stato "vittima", mentre il grup­po etnico di maggiore succes­so negli USA ha, simil­mente, acqui­stato lo status di vitti­ma», «l'arma perfetta per distogliere l'atten­zione dei critici da Israele», in quanto «evocare una persecuzio­ne storica distoglie la critica degli eventi attua­li» e «invocare l'Olocausto fu perciò un modo per delegittimiz­zare ogni critica verso gli ebrei: una tale critica potrebbe nascere solo da odio patologi­co»), 6. dallo scrittore e columnist israelia­no Boas Evron (per il quale la «consapevo­lezza dell'Olo­causto» è oggi in realtà «un'indot­trinamen­to ufficia­le, propagandi­stico, un turbinìo di slogan e una falsa rappresenta­zione del mondo, il cui scopo reale non è affatto la comprensio­ne del passato, ma la manipola­zione del presente», «un'arma potente nelle mani dei capi d'Israele e degli ebrei della Diaspora»), 7. dal profes­sor of politics della Macquarie University di Sydne­y, Austra­lia, Colin Tatz («l'illegitti­mità del razzismo e del coloniali­smo dopo il 1945» e «l'illegittimità dell'antisemiti­smo dopo Ausch­witz»), 8. dal Director of the Department of Research and Publica­tions dell'AJC David Singer, prefatore alla ricerca di Zora Bútorová e Martin Bútora («Has the Holo­caust finally delegi-tima­ted anti-Semitism, or has it merely driven it under­ground?, Ha finalmen­te l'Olocausto delegitti­mato l'an­tisemitismo, o lo ha solo costretto in clande­sti­nità?»; all'inverso, sempre ben conscio della posta in gioco è ancora Singer: negando l'Olocausto, i «nega­zioni­sti» cerca­no di «derubare il popolo ebraico e lo Stato di Israele del loro capitale morale»), 9. da Peter No­vick («L'Oloca­usto permette di scar­ta­re come irrilevanti tutte le pur legittime motivazioni di critica a Israele, permette perfino di trascurare la possibilità che bene e male siano intreccia­ti»), 10. da James E. Young II, docente di Inglese e Studi Ebraici all'Uni­ver­sità del Massachu­setts ad Am­herst («Oggi l'Olocau­sto continua a occupare un posto centrale nelle coscienze degli ebrei come dei non ebrei. Nelle società pluralistiche è dunque entrato a far parte di un regno univer­sale, divenendo un metro di misura e una moneta di cambio [a stan­dard and curren­cy] col quale i più diversi grup­pi confrontano il loro passato»), 11. dal furbesco Minerbi («A chi afferma che si parli troppo della Shoah, rispon­do che è necessario ricordare ai giova­ni di tutta Euro­pa il massacro industria­lizzato degli ebrei, perché forse è questo l'unico vaccino che li preservi dalla malattia menta­le dell'an­tisemiti­smo»), 12. da Beniamino Irdi Niren­stein, che su Shalom riferisce di una indagine condotta nel novembre 2002 dall'ADL sulle «per­versità» serpeggianti in Au­stria, Olanda, Italia, Spagna e Svizze­ra dopo i massacri seguiti alla seconda intifada («La Spagna è il campione europeo di antisemi­ti­smo, con l'Italia immediata­mente alle spalle [...] L'an­tise­mitismo che cresce in Europa è solo falsamente nuovo, solo falsa­mente sot­ti­le. Dietro una patina di critica politica e di finta tolleranza, sotto la bandiera della pace, dell'egua­glianza e dei diritti umani, c'è la stessa vecchia bestia di una volta, con una nuova armatura che la renda più adatta ai tempi e la protegga dalla novità costituita dal politica­men­te corretto. L'antisemiti­smo è vivo. Ogni giorno che passa e ci allontana dalla Shoah rende il suo tabù [!] più fragile, trasforma l'Olocausto in uno scudo dietro cui è sempre più dif­fi­cile ripararsi, perché non regge più i colpi. Ogni giorno che passa e in cui Israele è in Guerra, toglie ossigeno ai sensi di colpa dell'Euro­pa e lo aggiunge alla tentazione antisemi­ta»), 13. dall'eterno corrucciato Claudio Magris (V), paladino della devastante aggres­sio­ne israe­lia­na al Libano nel luglio 2006, che avanza a difesa «il tremendo primato ebraico nella sofferenza»: «La Shoah, la quale di per sé non c'entra col con­flit­to arabo-israeliano, getta la sua ombra su quasi ogni aspetto e giudizio e presa di posizione in merito. L'anti­semi­ti­smo è qualitati­va­mente diverso dagli altri odi razziali o ideologici, perché si nutre di secoli ed è culminato in un vertice supremo del male, appunto la Shoah [...] le proporzioni e le moda­lità della Shoah l'hanno trasforma­ta, nella coscienza e nella sensi­bi­lità, da Storia criminosa a evento metafisico, a male assoluto e dunque sempre la­tente e presente nella Storia e nella percezione della Storia», ed infine, più lapidario, 14. dal carneade – senza offesa, ovviamente, per Carneade – deputato forzitalista Pie­tro di Miccio, del quale citiamo il motto: «La ten­tata "soluzione finale" ha aperto agli ebrei un credito di giustizia che l'umani­tà futura non potrà mai onorare del tutto», 15. dal patetico Pierluigi Battista, vicedirettore del Corrierone e intelligente liberticida, schiumante per le dichiarazioni di oloincredulità diffuse alla vigilia del nono Holoday, proferite dal vescovo tradizionalista «lefebvriano» Richard Williamson dopo la riammissione nel seno della Grande Chiesa: «Il negazionismo sulla Shoah non è un'opinione personale, la carta d'identità di una congrega minoritaria di lunatici che giocano con la frequentazione provocatoria del Male. Non è neanche più, a differenza dei decenni scorsi, una fandonia che rivendica il rango di controstoria, un vaniloquio travestito da disputa storiografica che ambisce alla riscrittura del passato. Il negazionismo è ormai diventato una poderosa macchina simbolica e ideologica che, contestando lo sterminio degli ebrei di ieri, mette violentemente in discussione il diritto alla sopravvivenza degli ebrei di oggi. Vuole cancellare l'immane debito del passato per destituire di ogni credito l'identità ebraica del presente. Vuole togliere agli ebrei lo statuto di vittime per consegnarli interamente al ruolo di carnefici […] il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato […] il negazionismo, appunto, non è un'opinione privata o un terreno su cui possa esercitarsi un legittimo diritto di espressione a proposito di una controversa pagina della storia […] ma una prova di tolleranza verso l'intollerabile […] un terribile insulto» portato al popolo ebraico da individui e da testi «impregnati di pregiudizi maniacali e di incontenibile odio antisemita», 16. dal benintenzionato cosmopolita Edgar Morin, riecheggiatore del moni­to del professor Fauris­son di cui in epigrafe: «La credenza in un odio antise­mi­ta perma­nente dei gentili, in ogni epoca e in ogni società, porta all'odio. L'odio, che ha mantenuto la perennità dell'Ebraismo, mantiene ormai nello stesso tempo l'ostilità di Israele per il mondo arabo e l'ostilità del mondo arabo per Israele. Contribuisce a rendere proba­bile una catastrofe storica futura per Israele. L'inflazione del termine "antisemiti­smo" è anch'essa sintomatica. Il termine ha ormai il valore di un esorci­smo, come fu nel caso di "anticomuni­smo" per decenni, per rigettare come un boo­me­rang ogni critica all'Unione Sovietica. Utilizzando l'antiebraismo reale che dilaga nel mondo arabo-musulmano, Israele brandisce un antisemitismo immagina­rio del mondo euro­peo, sia per disarmare ogni critica sia per incitare i figli della diaspora a raggiunger­lo. La denuncia di antisemitismo è stata chiaramente uti­lizzata per definire ogni critica all'intervento israeliano in Libano dell'estate del 2006» (più oltre, Morin sintetizza le tre funzioni basilari del sempre più ossessio­nante Olocausto e quindi del sempre più invadente ebreocentrismo: 1. «fare risultare l'unicità del marti­rio ebraico», 2. «occultare le sofferenze che Israele infligge con il ricordo del marti­rio ebraico passato», 3. «sviluppare una psicosi di appartenenza incondizionata a Isra­e­le in tutti gli ebrei della diaspo­ra. Il buco nero della Shoah fomenta l'incertez­za ebraica sulla possibili­tà di essere integrati fra i gentili e fornisce al figlio laico della diaspora la testimonianza dell'irriducibilità della sua identità ebraica»), 17. da Idith Zertal, che focalizza la centralità della grancassa mediatica generata dal Processo Eichmann nel con­fi­gurare una nuova «sensibilità» pla­netaria: «Mediante Auschwitz – diventato nel corso degli anni il principale riferimento di Israele nelle sue relazioni con un mondo definito, ripetutamente, antisemita e irrimediabilmente ostile – Israele s'è reso immune da qualsiasi critica ed è diventato indifferente al dialogo razionale col mondo circostan­te». Nessun altro popolo, nessun'altra ideologia, nessun'altra religione – e si tenga presente, scrive Sergio Romano (II), che il giudaismo è «una delle più antiche, introverse e retrograde confes­sioni religiose mai praticate in Occidente [...] un ebrai­smo arcigno, arcaico, psicolo-gicamente impermea­bile a qualsiasi forma di tolle­ranza e conviven­za» – viene oggi infatti giustifica­ta e tutelata non soltanto dall'«opinione pubblica», ma proprio dalla bruta forza re­pres­si­va del Sistema:

«Oggi ho l'impressione che dopo la soppressione del Sant'Uffizio esista ormai una inquisizione ebraica, autorizzata a controllare e verificare il tasso di antisemitismo delle società cristiane. Vi è nel mondo un tribunale dell'antisemitismo che siede permanentemente e da cui tutti possono essere convocati per rendere conto delle loro parole e dei loro sentimenti».

Per nessun altro popolo, ideologia o religione si sono stilate a difesa «leggi speciali» liberticide del pensiero. Per nessun altro popolo, ideologia o religione è necessario porre, ad avvertenza di ristampe anastatiche di libri sull'ar­go­mento, ridicole contorsio­ni dialettiche e umilianti espres­sioni giustificati­ve quali le seguenti: «Dal 1945, le atroci persecuzioni di cui sono stati vittime gli ebrei hanno portato, a giusto titolo, l'opinione e la legislazione francese alle più espresse riserve nei confronti dell'anti­semitismo. Al riguardo, un E­douard Dru­mont

E­douard Dru­mont

autore francese, E­douard Dru­mont (1844-1917), ha giocato un ruolo fondamen­tale che ha potuto farlo con­siderare il pa­dre dell'antisemiti­smo. Si capisce, perciò, che le sue opere siano divenute introvabili. Questi testi sono tuttavia dei documenti essenziali. Essi sono corrente­mente citati, analizzati da autori tra loro diversi quali Bernanos o Wynock, Sternhell o Beau de Loménie. Essi hanno avuto un ruolo di gran­de importanza nella storia del­le idee [...] Prendendo cono­scenza dell'opera di Drumont, e necessaria­men­te avverti­to dell'or­rore che deve oggi ispirarci ogni nozione di persecuzione razziale o religio­sa, il lettore scoprirà, al di là del contesto antisemita di allora, un nemico dell'Alta Banca e dell'o­li­gar­chia finanziaria il quale constata che "il capitalismo sta alla pro­prie­tà come Caino sta ad Abele". Pubblicando le opere di Drumont, teniamo a sotto­li­neare che la nostra intenzio­ne è dunque, innanzi­tutto, ben inteso, documenta­ria» (ristam­pa di Le testa­ment d'un antisémite; parimenti la libreria antiquaria torinese Le Colonne definisce Drumont, presentan­do nel catalogo n.13/1988 il suo La fin d'un monde - Etude psycho­logique et so­cia­le, «uno dei più grifagni e plateali antisemiti, fa accapponare la pelle»!). O anche: «La ristampa serve a scopi documentari e scientifi­ci. Il suo contenuto non incontra la totale approvazione del curatore e dell'editore. Sulle ricerche qui ristampate Hannah Arendt affer­mò in un suo libro che esse erano state l'unico tentati­vo seriamente scientifico intrapreso durante il Terzo Reich per indagare sull'e­braismo e sulla sua storia. Il curatore parte­cipa di tale giudizio, per quanto attiene allo sforzo di scientifici­tà, ma non è dell'opi­nione che allora si sia trattato soltanto di uno sforzo scientifico. D'altra parte egli considera non molto convincenti taluni dei lavori qui ristampati» (ri­stampa degli otto volumi delle preziosissime, scientifiche Forschungen über das Judentum, edite durante il Terzo Reich). Per nessun altro popolo, ideologia o religione è necessario porre, ad avvertenza della vendita di libri di antiquariato, ridicole contorsioni dialettiche e umilianti espres­sioni giusti-fica­ti­ve quali le seguenti: «Attenzione: Questo catalogo a diffusione limita­ta è destinato ad un pubblico adulto e avvertito. Non costituisce in alcun modo un manifesto o una presa di posizione su un qualsivo­glia argomento poli­ti­co o storico. Soprattutto le opere d'epoca vanno considerate come documenti di lavoro. Molti dei libri proposti presentano del resto tesi o idee totalmen­te opposte. Non bisogna dunque vedere in questo opuscolo che una bolla commer­ciale» (dal cata­logo n.30, 2001: Deu­xiè­me Guerre Mondiale della libreria Les Oies Sauvages di Marc Vidal). O anche: «I libri nazionalso­ciali­sti [Nationalsoziali­stisches Schrifttum] possono essere ceduti solo a scopi scientifici (i libri comunisti si possono diffondere come prima, senza condi­zio­ni)» (dai cataloghi del Ver­sandanti­quariat Uwe Berg, anni Novanta). O: «La vendita di libri e oggettistica del Terzo Reich è possibile solo a norma degli artt.86/3 e 86a del Codice Penale. Essi posso­no essere acqui­stati solo a scopo di educa­zio­ne civica [nur für staatsbürger­liche Aufklärung] o per scopi scientifici, e non possono essere impie­gati ad altro fine. Ordinando tali libri ed oggetti, il commit­tente concorda con tale impostazione» (dai cataloghi del Privatar­chiv Steinbiss, 2001). O ancora: «Le edizioni Deutsche Stimme offrono libri di antiquariato solo alle seguenti condizioni: Con l'acquisto di libri che contengono emblemi del Terzo Reich o di organizzazioni allora importanti [die mit Emblemen des Dritten Rei-ches oder damals maßgeblicher Organisationen versehen sind], l'acquirente si obbliga ad acquistare tali libri solo a scopo storico-scientifico e a non usarli in alcun modo a scopo propagandistico. Un tale uso sarebbe punibile a norma dell'art 86a del Codice Penale [art. 86/1: «carcere fino a tre anni o pena pecuniaria», art. 86/2 «Mezzi di propaganda nel senso del comma 1 sono solo quegli scritti (art.11/3) il cui contenuto è indirizzato contro l'ordinamento fondamentale liberale democratico o il concetto di intesa tra i popoli»]. Gli acquirenti di tali libri assicurano di non avere alcuna intenzione imputabile a norma dell'art. 86a. Solo a tale condizione vengono accettate ordinazioni. Vendita solo a persone di diciotto anni compiuti, previa dimostrazione dell'età» (dalla Antiquariatsliste novembre 2008). O l'agghiacciante – agghiacciante davvero – avvertenza al volume di Ray e Josephine Cowdery, peraltro unicamente centrato sulla pubblicità commer­cia­le nel Terzo Reich:

«L'editore e il distributore di questo libro è la USM Inc., PO Box 2600, Rapid City, SD 57709-2600 USA, e vuole dichiarare che questo libro fu pubblica­to negli Stati Uniti d'Ame­rica ad uso di americani cui, per tradizione e protetti dalla Costituzione degli Stati Uniti e dal Bill of Rights sono garantiti certi diritti assoluti alla libertà di parola e stampa e tutti i benefici che tali diritti implicano. È preciso intento e desiderio dell'e­ditore e del distributore che questo libro NON SIA distribuito e/o vendu­to in Canada, Australia, Sviz­zera, in paesi dell'Unione Europea (EU), compresi, ma non solo, Au­stria, Belgio, Danimar­ca, Fran­cia, Germania, Italia, Olanda, etc.,

che non hanno la tradizio­ne suddetta e/o che non concedo­no ai propri cittadini un similare diritto alla libertà di parola, credo ed espressione, e nei quali il possesso o la distribuzione di letteratura che potrebbe presentare un qualsiasi aspetto del Terzo Reich Tedesco in maniera neu­tra o positiva è severamente vietata dalla legge e può esitare nel seque­stro del libro, in un'ammen­da, in un'incarcera­zio­ne o in tutte e tre le pene».

O persino, questa volta sfidando il ridicolo: «These books are NOT revisio­nist in any way and are free of any bigotry or racism. We have a rabbinical blessing on our web site, so you may order with peace of mind! Questi libri NON sono revisionisti in alcun modo e sono liberi da ogni forma di fanatismo o razzi­smo. Il nostro sito internetico ha una benedizio­ne rabbinica, così potete compiere ordinazioni a mente serena!» (dal catalo­go 2004 di Europa Books di Bay-side, NY-USA). Alla quale avverten­za segue l'impri­matur: «To Whom It May Concern, Agli interessati. Mi chiamo Rabbi Dovid HaKo­hein Kent. Sono un rabbino ortodosso ordinato alla Kol­lel Ayshel Avra­ham di Mon­sey, New York. Sono membro della Rabbinical Allian­ce of America e de­legato rabbi­nico dell'Union of Orthodox Jewish Congrega­tions (OU). Quanto alle edi­zioni Europa Books voglio segnalare chiaramen­te, così da non lasciare dubbi al lettore, che i loro volumi sono privi di contenuti antisemiti! Ho esaminato ogni volume. Ho studiato questi ottimi libri di storia della Seconda Guerra Mon­dia­le e vorrei che ogni serio studioso dell'Olocausto studiasse tali opere. Uno studioso di storia non può capire davvero le SS naziste (Yimach Shemam VeZichram [sia cancel­la­to il loro nome e ri­cor­do]) se non ha un concetto della vasta partecipa­zione del­l'U­mos HaOlam [mondo gentile] nella distruzione e nella progettata distru­zio­ne. L'autore è un amico del popolo ebraico e nelle sue opere ha difeso l'ebrai­smo dalle accuse di comu­nismo. È anche un mio amico e io rispetto la sua profes­sio­nalità come la sua menshlic­hkeit [umanità]. Vorrei che ogni ebreo leggesse le opere sulle SS bosniache e sulla parteci­pazione di musulmani come Haj Amin El Husseini (Yi­mach Shmo VeZi­chro [sia can­cel­lato il suo nome e ricordo]). La storia parla da sé. Le edizioni Europa Books documentano, ma il loro tema primario non è l'Olo­causto. Su questo esiste un gran numero di libri. Esse trattano di quei popoli che hanno reso possibile lo stermi­nio. Tali libri sono presenti in ogni biblioteca sull'Olo­causto. Denigrare le edizioni Europa Books come revi­sioniste o "discutibili", vuol dire calunniarle. Fare ciò è, secondo la nostra Santa Torah, peccare. Come af­fer­ma il Tal­mud, "Chota­mon Shel Hakado­sh Baruch Hu Emet" [Il sigillo del Santo-che-sia-be­nedetto è la verità]. Il sigillo dell'Onnipo­ten­te è la verità. Chiunque definisca nazista l'autore, Antonio Munoz, si rende colpevole di falsità, cosa proibita da G-D [God, Dio, per ogni ebreo ortodosso il Nome impronunciabile non solo in ebraico, ma in ogni lingua, del quale si omettono la/le lettere centrali]. La gente vede foto di nazisti e salta alla conclusio­ne che l'autore è filonazista, malgrado molti ebrei abbiano scritto sullo stesso tema. Ciò deve finire! Esorto gli ebrei a prendere cono­scenza della shrecklech­keit [atrocità] in Europa leggendo le opere edite da Europa Books» (su europabo­ok­s.com, 11 gennaio 2005). claudio-gattiPer nessun altro popolo, ideologia o religione potremmo leggere incredibi­li con­fes­sioni come quella del giornalista goyish Claudio Gatti, l'indagatore del «quinto scena­rio» di Ustica, sul proprio blocco mentale: «Analiz­zando gli altri quattro scenari, avevo via via puntato il dito contro italiani, americani, libici e francesi. Non avevo avuto remore o esitazioni nell'accusa­re i verti­ci militari del mio paese natale – l'Italia – e del mio paese adottivo – gli USA. Ma quando venne il momento di considera­re un'ipotesi isra­eliana, non riuscii a non pen­sare alle conse­guenze di un'even­tuale accusa pubblica contro Tel Aviv. Mia moglie Gail è ebrea, sua madre e suo zio sono nati in Polonia e soprattutto lo zio è rimasto profon­damente segnato dall'Olo­causto. Israele per lui non è solo la Terra Promessa, è l'estre­mo, anzi l'unico rifugio in caso di nuovi pogrom. Valutando lo scenario israe­liano, non riuscivo a non pensare alla famiglia di mia moglie. Se fossi arrivato alla conclusione che erano stati gli israeliani, temevo che la mia accusa potesse scatenare reazioni inconsulte contro l'intera comunità ebrai­ca internazionale. Accusando l'Ae­ro­nautica ita­liana, nessun italiano, né in Italia né all'estero, sarebbe stato in alcun modo ritenuto corresponsabile. Ma se avessi accusato Israele, con tutta probabilità qualcu­no avrebbe finito coll'associare tutti gli ebrei del mondo all'opera­zione e quindi anche alla strage. Avrei così contri­buito ad alimentare l'antisemiti­smo internaziona­le».(52) Per nessun altro popolo, ideologia o religione l'uomo della strada accette­rebbe di vietarsi una qualche riflessione personale su quanto stilato il 14 luglio 1979 su Jewish Week da Bernard Postal: «L'antisemitismo non divenne tabù fino al­l'O­locau­sto. Ci fu un tempo in cui discorsi antisemiti erano aperta­men­te tenuti nelle campagne po­litiche nazionali [were an open factor in national campaigns]. L'Olocausto rende tabù l'aperto antisemi­ti­smo tra i maggiori espo­nenti della politica e dei media [puts a taboo on overt anti-Semi­tism among upper-level state­smen and publicists]». Da nessun altro popolo, ideologia o religione il cittadino accet­te­rebbe senza reagi­re insulti mortali, all'intelligenza e alla concreta carne, come quelli venuti alla luce dopo oltre sei anni sul cargo El Al sigla LY 1862, precipi­ta­to il 4 ottobre 1992 su due ca­seg­giati di Amsterdam-Bijlmermeer distruggendo qualcosa come 233 apparta­men­ti: «Sembra un thriller della serie X File quello che tiene incollati gli olandesi alla televisione dal 27 gennaio, per seguire in diretta i lavori della commis­sione parlamen­tare d'inchiesta sul Boeing piombato sei anni e mezzo fa sul quartiere popolare di Kruitenberg ad Amsterdam [peraltro, abitato da invasori terzomondiali]. Una città intera si accorge di essere la protago­nista di un incubo che, forse, minaccia ancora molte vite, oltre alle 43 [93, per Frank Hills] bruciate allora nel rogo del cargo della compagnia israeliana El Al. Gli ingredienti della fantahor­rorpo­litica ci sono tutti: centi­naia di abitanti del quartiere che denunciano strani malori a sei anni e mezzo di distanza dal­la tragedia. Il grande complotto del silenzio su un carico di sostanze chi­miche diretto a Tel Aviv dagli Stati Uniti, misteriosi uomini con scafandri bianchi, visti da molti testimoni dopo lo schianto e poi scomparsi nel nulla. Guasti di volo regolarmente ignorati. E le spie israeliane del Mossad di casa all'aero­porto olandese di Schiphol [...] Che la verità quel giorno fosse un'altra, era già nota dall'ottobre scorso, quando il governo israeliano, costretto da una fuga di notizie, ha ammesso che a bordo del­l'a­ereo c'erano 190 litri di dime­til-metilfosfato (Dmpp) de­stinati all'I­stituto di ricerca biologica di Nes-Ziona, vicina a Tel Aviv [...] 190 litri di gas letale da ag­giungere ai 282 chili di uranio non arricchito inseriti come con-trappeso nella coda del Boeing, secondo una procedura usuale nella costruzio­ne di quel tipo di veli­vo­lo, fino al 1989 [il francese Bruno Barrillot, citando Paul Loewen­stein, vicepresi­dente della Nuclear Metal Inc. o Starmet, fornitrice dell'ura­nio impoverito del Boeing, riporta 390 chili, di cui solo un terzo ritrovati, il resto essendosi polverizzato nell'incendio, avvelenan­do la popolazione]. Insomma, un cock­tail da far rabbrividi­re. Adesso, però, ­l'Olanda ha saputo incredula che gli alti papaveri dell'ae­roporto (e del governo?) furono avvertiti subito dalla compagnia El Al della vera natura dei "fiori". Ma aderi­ro­no alla richiesta di mantenere il segreto. Risultato: centinaia di vigili del fuoco, infermieri e volontari mandati allo sbaraglio fra le mace­rie senza nessuna protezione [...] Sulla presenza abituale di agenti del Mossad all'ae­roporto, snodo europeo di traffici inno­mi­nabili [!], sembra non avere dubbi un vete­rano dei servizi segreti israe­lia­ni intervistato dal gior­nale francese Libération: "C'erano riunioni regolari a Schip­hol. Sono convinto che il Boeing (pro­ve­niente da New York e diretto a Tel Aviv) con­te­nesse prodot­ti chi­mici di un'impre­sa americana destinati alla fabbri­cazione di armi chimiche in Israele" [...] tutto quello che riguar­da­va la compagnia israelia­na sembra essere stato coperto per anni da una pioggia di top-secret all'aero­porto di Schiphol, a giudicare dalle testimo­nianze davanti alla commissione d'inchie­sta. Tec­ni­ci olande­si costretti dai propri superiori a "chiude­re un occhio" su guasti a bordo della El Al, o a certificare control­li che non erano mai stati eseguiti. Risulta­to? Aerei talmente malridotti, che non avrebbero dovuto mai decollare, partivano rego­larmen­te. Come il Boeing della morte, che alla vigilia della partenza aveva una serie di guasti lunga 25 pagine di rapporto tecnico e che, infatti, precipitò a causa di due motori su quattro in avaria» (Maria Gilda Lyghou­nis), ed infine l'eterna chutzpah: «A chiudere una giornata piena di rivela­zioni clamo­ro­se e veleni, la notizia che la Boeing non vuole più collaborare all'in­chie­sta e che i due testimoni israeliani della El Al non si presenteran­no davanti alla commis­sione» (Matteo Incerti). La «ragione morale» per preservare il ricordo dell'Olocausto «oltre il tempo» la configura anche Rabbi Lawrence Hoffman, assentendo con Ben Gu­rion (e con De Pres e Wiesel IV): «Chiediamo alle nazioni del mondo di non dimenticare che un milio­ne di bambini [altri, come Joshua Halberstam, Gadi Luzzatto Voghera III o Saul Friedländer, disinvol­teg­giano uno e mezzo o, come Matas, tondeggiano due milioni; più vago è Alexandre Safran, già Gran Rabbino di Romania, docente di Filosofia del Giudaismo e Gran Rabbino a Gine­vra: «le nombre d'enfants juifs massa­crés par les nazis dépas­se le million] furono assassinati per il solo fatto di essere ebrei. Vogliamo che le nazioni del mondo sappiano che con ciò si voleva ster­minare tutto un popolo. Questa intenzione aveva le radici nell'anti­semiti­smo. Le na­zio­ni devono sape­re che l'antisemiti­smo è infausto, e che di esso devono vergo­gnar­si». «La quarta ragione per i progressi conseguiti dagli ebrei» – scrive Norman Cantor analizzando il declino dell'ostilità anti-ebraica negli States – «fu l'Olocausto. Cui bono?, chiede il filosofo morale. Chi trae vantaggio da un'azione? Gli ebrei d'Ameri­ca trassero grandi vantaggi dall'Olo­causto. L'hitlerismo screditò del tutto l'antisemiti­smo tra le classi bianche superiori. L'antisemiti­smo non fu più visto come uno sport da country club o uno sfogo legitti­mo di emozioni pri­mor­diali, ma come una torcia che, portata tra le relazioni sociali, può incenerire la casa. L'antisemi­tismo non fu più social­men­te accettabile negli am­bienti facoltosi e potenti del Nordest e della Costa Occidenta­le. Perfino i fanatici del Sud impararono a riflettere su ciò che dicevano. Non è un caso che Steven Spielberg decidesse di girare Schindler's List, basato su un libro edito nel 1986 [sic!, in verità la prima edizione è del 1982], nel 1993. Non appena l'anti-semi­ti­smo comin­ciò a riemergere come parte di un discorso sociale legit­ti­mato, nei cam­pus universitari e sulla stampa, proposto dai Musulmani Neri, Spiel­berg capì che il resto del paese necessitava di un promemoria visivo, di un'iniezio­ne supplementa­re, su cosa fu davvero l'Olo­causto, così da soffocare l'incipiente fuoco della giudeofo­bia». (53) La reazione all'O­lo­causto che investe sia gli eletti a monito esaltante che i goyim a mo­ni­to paralizzante (piena assunzione delle responsabilità olocau­sti­che!, responsabi­liz­zarsi sul passa­to!, autodetermina­zione per le minoranze e­braiche!) è infatti, per ammis­sio­ne dello stes­so Seme Santo, «il po­tente eserci­to di cui il Paese di­spo­ne [...] Una volta eravamo persegui­ta­ti e alla mercé di tutti, e oggi siamo in grado di colpire duramente chi ci vorrebbe nuocere» (da un'intervista a cittadini israeliani), per cui Lorenzo Cremone­si titola tranquillo (VIII), quanto al tentato assassinio del palesti­ne­se Khaled Meshal, «Mossad, sempre licenza di uccidere - La legge del taglione / La "sindro­me dell'asse­dio" giustifica anco­ra gli agguati all'estero degli 007 ebraici - Israele processa l'at­ten­tato al leader di Hamas. Ma solo perché è fallito». «L'Olocausto mi riempie di furore e di sfiducia verso le nazioni del mondo, e della certezza che gli ebrei devono controllare da sé il proprio desti­no. Israele ci dà questo controllo, e per Israele nutro un amore incondiziona­to» (Franci­ne Klagsbrun I); «Le soffe­renze dell'Olocausto mi spingono a fare tutto quanto posso per difendere la sicurezza del popolo ebraico, per contribuire alla sua grandezza e per vivere con fede più profonda Dio, il Cui nome, inscritto nella nostra carne ebraica, gli assassini hanno cercato di cancellare dal mondo» (David Novak, docente di Studi Ebraici al­l'Università di Virginia e vicepresidente della Union for Traditio­nal Judaism); «Nel fondo dell'a­nima di tutti gli israeliani, e di tutti gli ebrei, sono depositate memorie atroci, riflessi istintivi di solitudine e di paura che inducono a non fidarsi di nessuno e a cercare la sicurezza, ora che Israele è forte, solo nella forza» (Arrigo Levi III, super-gior­nalista, super-zio e super-suggeritore del quirinalizio Carlo Azeglio Ciampi).(54) Poco più pro­­blematico Da­vid Blumenthal, docente di Studi Ebraici alla Emory University di Atlanta/Ge­orgia e rela­tore a Parigi, Roma ed Oxford: «L'Olo­causto, pro­iettando la sua ombra sul futu­ro, ci obbliga dunque ad un'iper-vigilanza che spesso distorce le nostre prospetti­ve politiche e sociali in campi così diversi come la sicurezza dello Stato d'Israele, il bisogno di pace in Medio Oriente, la profon­dità della minaccia dell'anti­se­mitismo e il bisogno di partecipare alla, o di essere separati dalla, vita del mondo non ebraico». Note: 48. «Non ci sarebbero stati profughi ebrei se Israele avesse perso la guerra. Ci sarebbero stati due milioni di cadaveri da aggiungere ai sei milioni di vittime della Shoah», impudenteggierà il ministro degli Esteri Abba Eban alle Nazioni Unite dopo la vittoria. Anche Elie Barnavi mi-stificherà: «È facile a posteriori profetizza­re al contrario il verdetto delle armi; prima, nelle lunghe settimane che gli israelia­ni hanno battezzato la hamtana, "l'attesa", lo spettro di un secondo olocausto osses­sionava i sopravvissuti al primo», tosto giuliveggiando: «In seguito, ci fu la straordinaria ampiezza della vittoria, raggiunta in sei giorni, come la Creazione, la cui disinvoltura, rapidità ed eleganza sembrarono un miracolo». 49. Ecco, in nostra traduzione, il testo preciso del professor Faurisson, febbraio 1985, am-pliamento della cele­bre «frase delle sessanta parole» (fino a «tutt'intero») pronunciata a Radio Europe-1 su invito del conduttore «francese» Yvan Levaï il 17 dicembre 1980: «Le prete­se camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei for­ma­no una sola e mede­sima men-zogna storica che ha aperto la via ad una gigante­sca truffa politico-finanzia­ria, i cui principali beneficiari sono lo Stato d'Israele e il sionismo inter­na­zio­nale, e le cui principali vittime sono il popolo tedesco, ma non i suoi diri­gen­ti, il popolo palestinese tutt'intero e, infine, le giovani genera­zio­ni ebrai­che, che la religione olocaustica chiude sempre più in un ghetto psico­lo­gico e morale». Quanto alla veridicità dell'ultima proposizione, tra le più recenti conferme vedi l'ag-ghiacciante seconda appendice, di Maurizio Blondet, Padroni in casa altrui, sulla psiche dei "Figli della Memoria" e dei "Nipotini della Preveggen­za". 50. Seicentotredici sono i comandamenti per l'ebreo osservan­te. Il termine taryag, o meglio TaRYaG, rappresenta il numero 613 espresso in lettere nella Gematria: T=400, R=200, Y=10, G=3 (l'ebraismo classico manca di segni numerici, usando al loro posto le lettere alfabetiche); il «perfetto giusto» Rabbi Luria Ha-ashkenazi insegna che, come ci sono nel corpo 248 mem­bra e 365 tendini, così anche l'anima è composta da 613 parti (248 membra e 365 tendini spirituali), ciascuna a sua volta composta da 613 parti minori o «radici» (shoresh), ognuna delle quali si suddivide a sua volta in «radici minori» o scintille (nitzotzot). A sua volta ogni «scintilla individuale», o anima umana, è composta da «luci» od aspetti ed è divisa nei tre livelli nefesh, ruach e nesha­mah; ciascun livello comprende a sua volta 613 parti. I coman­da­menti negativi sono 365 (a diffe­ren­za di Luria, Maimoni­de aveva attri­buito il numero ai giorni dell'anno so­lare, poiché, nota Moise Levy, «ogni singo­lo giorno dice all'uomo: oggi non com­mettere una trasgressione»), i positi­vi 248; insieme con­cor­rono a forma­re la «gravosa libertà» del giudaismo. A esempio di profondità intellet­tuale citiamo il 205° [e 206°]: «Il nazoreo [l'«osservan­te»] non deve man­giare i semi [le bucce] dell'uva»; «precetto che si deve eseguire anche oggi». In ogni caso, assevera Alexandre Safran, tutto si tiene: «Ognuna delle mitzvòt si lega nell'inti­mo all'unità organica delle altre: "una mitzvà attira un'altra mitzvà" e così via». 51. La Pupilla di Dio si permette comportamenti decisamente disinvolti ed atroci, in par-ticolare nei confronti degli immediati vicini palestinesi e libanesi. ● Tra le più recenti imprese ricordiamo l'operazione Grapes of wrath, "Furore", scatenata sull'intero Libano l'11 aprile 1996 con indiscriminati bombarda­menti aereo-ter­restri-navali in nominale rappre­saglia per i guerriglieri islami­ci Hiz­bollah: mezzo milione di civili costretti ad evacuare le zone meri­dio­nali, deliberata distru­zio­ne di migliaia di edifici, centinaia di morti civili con bombardamen­ti voluta­mente terroristici di mezzi di soccorso (come il 13 aprile a Mansouri, di fronte al posto di blocco dell'ONU 1-23, ove un'ambulanza viene delibera­tamente colpita da un eli­cot­tero Apache con un missile, incenerendo due donne e quattro bambine) e campi profughi (come il 18 aprile, con la strage nel campo di Qana, 102 morti e 200 feriti, con vittime anche tra i militari ONU che lo «proteggo­no»; come per le immediate proteste inter­na­ziona­li, vana è, nel giugno 1997, la richiesta dell'ONU a Tel Aviv, approvata con 127 voti contro due, USA e Israele, e un astenu­to, la Russia, di risarcire con 1,7 milioni di dollari i danni provocati dagli «imprecisi» bombardamen­ti, richiesta rigettata dal delegato ad interim David Peleg; un ministro inglese verrà poi attaccato per «antisemiti­smo», dopo avere denun­cia­to l'uso, nel massacro di Qana, di proiettili proibiti). Non manca una dimen­sione «metafisi­ca» o, per dir meglio, «di colo­re»: il 16 aprile, nell'an­ni­ver­sario della morte di Giosuè, nove rabbini cabbalisti guidati da Rabbi David Bazri invo­cano l'aiuto divino contro i combattenti i­slamici, girando in proces­sio­ne per sette volte intorno ad una Bibbia al suono dello shofar. ● Dieci anni dopo, seconda reiterazione del massacro in Libano (e ritorno alla ribalta della cittadina di Qana, il 30 luglio 2006: 37 bambini, dei quali 15 disabili, una dozzina di donne, una decina di anziani ed un pugno di giovani colpiti dall'avia­zione in un edificio civile), pia-nificato da mesi e per il quale viene preso a pretesto il «rapimento» (leggi meglio: la cattura) di due militari israeliani ad opera di Hizbollah. Nella totale indifferenza del mondo, in tren-taquattro giorni dal 12 luglio 2006 muoiono, sotto 7000 incursioni aeree, 2500 bombardamen-ti navali e manovre terrestri, una settantina di guerriglieri Hiz­bollah e 1500 civili, di cui un terzo bambini, restandone feriti altri 4000 e profu­ghi 970.000 (un quarto della popolazione), nonché distrutti abitati, autostrade, ottanta ponti, novantaquattro strade, stazioni di rifornimen­to, un migliaio di esercizi com­mer­ciali, trentamila abitazioni rase al suolo, pozzi, centrali elet-triche, impianti di trattamento acque, porti e l'aeroporto di Beirut. Altre decine di civili mor-ranno poi, vittime dello scoppio ritardato di bombe cluster disse­mi­nate in un milione e cen-tomila pezzi negli ultimi tre giorni di ostilità (il totale lanciato tocca i quattro milioni di pezzi); altre armi proibite usate: granate al fosforo bianco e proiettili all'uranio degradato. Callida-mente disonesto, oltre che ilare se non trattasse di morte e distruzione, l'intervento di Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia, ospitato con tutti gli onori dal Corriere della Sera del confratello Paolo Mieli il 17 luglio 2008: «Se passato e presente sono un'indicazione di ciò che accadrà in futuro, è facile prevedere che Hezbollah continuerà a celebrare assassini a sangue freddo come idoli del suo ethos di violenza. Proseguirà nella sua ossessione di distruggere Israele e destabilizzare il Libano, come successo due anni fa, quando Hezbollah fece preci-pitare il Sud del Libano [sic!: «il Sud del Libano», come se Israele non avesse devastato, con furia inaudita persino per la stessa Entità Ebraica, l'intero paese da Tripoli al fiume Litani] in una guerra, con assoluta noncuranza del suo impatto sulla popolazione libanese». ● Identici massacri indiscriminati vengono compiuti, a partire dal 27 dicembre 2008, sulla Striscia («campo di concentramento») di Gaza, ove un milione e mezzo di palestinesi vegetano da decenni in un'area lunga quaranta chilometri e larga da cinque a dieci (densità 4117 abitanti per kmq), quotidianamente vessati e derubati persino di acqua e cibo. Il pretesto è sempre lo stesso: contrastare il lancio di missili (artigianali) da parte dei combattenti di Hamas sulle cittadine israeliane a nord del confine. La vera ragione è invece annientare la dirigenza di Hamas, liberamente scelta con una «scandalosa» tornata elettorale nel 2006, per sostenere gli screditati rivali di al-Fatah e il «presidente» Abu Mazen di Cisgiordania, traditori del proprio popolo: «L'inferno per Gaza era già stato progettato con mesi d'anticipo», si compiace Haaretz ai primi del gennaio 2009. Ai (patetici) missili Qassam, lanciati peraltro in ritorsione alla vio-lazione della tregua (concordata il 19 giugno) compiuta da Israele il 4 novembre con bombar-damenti indiscriminati (a parte le devastazioni materiali, sette morti) e ulteriore taglio di cibo, carburante, forniture sanitarie e altri beni di necessità (i generatori e i trasformatori della prin-cipale centrale elettrica erano stati distrutti nell'estate con lancio di razzi), Zahal risponde in-fatti (operazione "Piombo Fuso", ultima parte di una più vasta operazione militare-spionistica – comprendente persino l'assassinio del capo palestinese Yasser Arafat, deceduto in ospedale a Parigi l'11 novembre 2004, e l'«intronizzazione» del collaborazionista Abu Mazen – iniziata strategicamente nel 2001 da Ariel Sharon e denominata "Vendetta Giustificata" o "Piano Dagan" dal generale della riserva Meir Dagan, allora consigliere di Sharon ed ora capo del Mossad, e impostata tatticamente a inizio marzo 2008), oltre che con una valanga di esplosivo convenzionale, con bombe a guida laser GBU-39, dotate di penetratore all'uranio degradato, con proiettili al fosforo bianco e con bombe Dime - Dense Inert Metal Explosive, sprigionanti per un'altezza di un metro una polvere al tungsteno che frantuma ogni ostacolo e immette nei corpi piccolissime particelle cancerogene. Armi tutte soggette a chiare limitazioni di impiego quando non del tutto proibite, in particolare nelle aree popolate da civili. A prescindere dalle immani devastazioni materiali, calcolate in prima approssimazione due miliardi di dollari, tra cui la distruzione totale di 4150 abitazioni e il danneggiamento di oltre 20.000, il 18 gennaio 2009, giorno del «generoso» «cessate il fuoco» israeliano, dopo ventidue giorni di bombardamenti compiuti nella pratica indifferenza del mondo (ONU e organizzazioni «umanitarie» in prima fila, peraltro più volte simpaticamente colpite da Zahal nelle poche strutture presenti), 1234 sono i morti e 5450 i feriti in tutte le fasce di età, di cui 1200 in con-dizioni disperate per il collasso delle strutture sanitarie, quasi tutti civili e per un terzo bambini; per la precisione, la Mezzaluna Rossa segnala che i neonati e ragazzi uccisi sono 413 e che 1800 hanno riportato ferite, mutilazioni o traumi cranici con danni permanenti (per il Centro Palestinese per i Diritti Umani i morti dell'offensiva sono 1434, di cui 960 civili, 235 combat-tenti di Hamas e 239 poliziotti). Centinaia di giovani e adulti sono poi stati sequestrati, e por-tati in Israele, mentre nel Primo Paese di Dio già stazionano 18.640 prigionieri politici. Chiaro sulle responsabilità dello scoppio del conflitto, a differenza della demostampa em-bedded (tra gli altri giornalisti, quelli un po' più indipendenti, a scopo dissuasorio Zahal ne ha «disgraziatamente» eliminati cinque e feriti dodici) il rappresentante speciale dell'ONU per i diritti umani Richard Falk, ebreo mondialista ma dichiarato da Israele «persona non grata»: «Non ci sono stati sostanziali lanci di razzi da Gaza durante il cessate il fuoco fino al 4 no-vembre. [In quel giorno Israele] ha lanciato un attacco contro quelli che sono stati definiti mi-liziani palestinesi a Gaza, uccidendo numerose persone […] Durante il cessate il fuoco la lea-dership di Hamas a Gaza ha più volte proposto di estendere la tregua. Ma Israele ha ignorato queste iniziative diplomatiche e non ha rispettato la sua parte di accordi per il cessate il fuoco, che comprendevano un allentamento del blocco che stava limitando l'entrata a Gaza di ali-menti, medicine e combustibile». Onesta anche la scrittrice israeliana Ariella Azoulay, commentando una foto con un gruppo di zahalici in sonno, avvoltolati in colorate coperte palestinesi: «Dopotutto questa è Gaza. Come fanno i soldati israeliani che hanno partecipato alla sua distruzione – alla devastazione di interi quartieri ed edifici pubblici, alla rovina di infrastrutture vitali, al ferimento di migliaia di persone, al bombardamento di ospedali, rifugi civili, scuole, all'uccisione di oltre un mi-gliaio di esseri umani – come fanno questi soldati che a Gaza non sono esattamente "ospiti graditi", come fanno a dormire così placidamente in mezzo all'inferno che hanno scatenato, senza temere di rischiare la vita? La risposta sta in una delle strategie dell'occupazione: creare una "zona sterile", cioè un'area svuotata dagli arabi in modo che l'esercito possa portare a buon fine le sue missioni […] Dal 1948 la casa palestinese non è più garanzia di rifugio da invasori e stranieri. Gli israeliani non si considerano invasori o stranieri, né i palestinesi sono consi-derati proprietari di case nel senso stretto del termine. Le loro case sono esposte a incursioni notturne, interventi di bulldozer, bombe, missili o semplici spari che le rendono inabitabili, sono espropriate per creare avamposti, postazioni e quartieri generali dell'esercito, tutto in base al mutare delle circostanze e alle crescenti "esigenze di sicurezza". La spiegazione che si dà a questi atti rituali è che sono cruciali per "snidare i terroristi", "annientare la resistenza" o "distruggere le infrastrutture dell'insurrezione" […] Israele riesce di solito a mettere il silen-ziatore alla sua opera di distruzione, evitando che nel discorso pubblico israeliano o inter-nazionale se ne senta l'eco e mantenendo lo status quo. Ogni volta che le sue operazioni si sono intensificate e allargate e che i palestinesi hanno resistito strenuamente alla forza militare israeliana con i miseri mezzi a loro disposizione, Israele si è rivolto al mondo in cerca di aiuto, per bloccare la campagna a cui ha dato il via e raggiungere un accordo per il cessate il fuoco. Di solito nel corso di queste trattative riesce a cogliere l'occasione per nuove azioni distruttive e invade altre case». Il canadese Michel Chossudovsky ci ricorda infine che in sette anni di ostilità, dal 2001 al 31 dicembre 2008, i 10.048 razzi lanciati dai palestinesi avevano causato 10 (dieci) morti e 433 feriti tra gli israeliani. Rivelatore dell'alta correttezza bellica israeliana anche Maurizio Blondet (IV): «Durante l'invasione terrestre, testimoni oculari descrivono i colpi di artiglieria dei carri armati in questo modo: prima sparano un proiettile convenzionale; una volta distrutti i muri, un secondo proiettile, al fosforo, viene sparato dentro le case. Usato in questa maniera, il fosforo brucia le famiglie. Numerosi corpi carbonizzati sono stati rinvenuti fra particelle di fosforo in fiamme […] Il fosforo usato sembra essere immerso in uno speciale agente stabilizzante. Il risultato che si ottiene è che il fosforo non brucia fino all'esaurimento. Residui di esso coprono i campi, le aree di gioco e i quartieri. Essi riprendono fuoco quando sono raccolti da ragazzini curiosi, o tornano a produrre fumi quando i contadini riprendono a irrigare i loro campi […] Ad elevare questo atto d'accusa, che implica l'accusa di crimini di guerra e atrocità, non è un sito anti-semita. È The Lancet, la più autorevole rivista medica del mondo, universalmente stimata per la sua obiettività scientifica. Autori del rapporto sono due medici britannici, il dottor Swee Ang e il dottor Ghassan Abu Sittah, che sono riusciti a penetrare a Gaza durante l'invasione israeliana. "Un milione e mezzo di tonnellate di esplosivi sono stati gettati sulla striscia di Gaza durante i ventidue giorni di guerra", ricordano i due medici […] Prima dei fatti bellici, Gaza era stata completamente assoggettata a blocco e privata di cibo per cinquanta giorni. Di fatto, dalle elezioni palestinesi Gaza è soggetta a blocco parziale o totale di rifornimenti ormai da anni […] "Ogni singola stazione di polizia è stata bombardata, con l'uccisione di un gran numero di agenti. Spazzata via la forza di polizia, Israele si è dedicata a bersagli non gover-nativi. Gaza è stata bombardata dal cielo con F-16 ed elicotteri Apache, cannoneggiata dal mare da navi da guerra israeliane e da terra con artiglieria. Molte scuole sono state ridotte in macerie, compresa la Scuola Americana; quaranta moschee, ospedali, edifici dell'ONU, e na-turalmente ventunmila abitazioni, di cui quattromila completamente demolite. Si valuta che centomila persone siano oggi senza tetto". I due medici segnalano che "si è sparato su tredici ambulanze allo scopo di uccidere gli autisti e il personale di soccorso mentre era impegnato nel raccogliere ed evacuare i feriti". Descrivono vere e proprie esecuzioni a freddo: "Tanks israeliani arrivavano davanti alle case e ordinavano ai residenti di uscire. Vecchi, donne e bambini uscivano, venivano messi in fila, e semplicemente mitragliati. Ci sono famiglie che hanno perso decine dei loro membri, in queste esecuzioni. La presa di mira deliberata di bam-bini e donne disarmati è ben documentata dai gruppi per i diritti civili presenti nella striscia di Gaza il mese scorso". Affermano che il numero dei morti, "1350 al 25 gennaio 2009, sta cre-scendo quotidianamente. Ciò è dovuto ai feriti gravi che continuano a morire negli ospedali. Il 60% dei feriti sono bambini" […] "I chirurghi ospedalieri riferiscono casi in cui, dopo una pri-ma laparatomia per ferite relativamente piccole, se ne rende necessaria dopo tre giorni una seconda perché le aree di tessuti in necrosi si estendono. Allora i pazienti si ammalano gra-vemente e, a circa dieci giorni, questi pazienti richiedono una terza esplorazione, che constata una massiccia necrosi del fegato, a volte accompagnata da sanguinamento profuso, blocco renale, collasso cardiaco e decesso. Benché sia noto che acidosi, necrosi epatica e arresto car-diaco improvviso da ipocalcemia sono complicazioni del fosforo bianco, non è possibile at-tribuire solo a questo tali complicazioni". È urgente analizzare e identificare la vera natura di questo fosforo modificato in relazione agli effetti a lunga scadenza sulla popolazione di Gaza». Altrettanto interessante è Viviana Mazza, dando voce al ventiseienne Yehuda Shaul, co-fondatore di Breaking the Silence, organizzazione di veterani che dal 2004 raccoglie testi-monianze dei colleghi sugli abusi commessi dall'«esercito più etico del mondo» (il ministro della Difesa Ehud Barak dixit, aggiungendo che «al massimo» quelli da chiarire sono «episodi individuali»)nei Territori Occupati: «"Non ho mai sentito storie come queste. L'aggressività dei comandanti, l'uso massiccio dell'artiglieria in un'area urbana, la scomparsa della distinzione tra civili e combattenti. Sono entrati a Gaza senza regole d'ingaggio. Si sparava a tutto ciò che si muoveva. Ci sono testimonianze sulla demolizione di massa di abitazioni senza che ce ne fossero necessità operative" […] "All'inizio gli ordini erano di andare con mezzi blindati chia-mati Achzarit (che significa Crudele, ndr), sfondare la porta e cominciare a sparare all'in-terno… io lo chiamo omicidio" – ha detto un comandante della brigata Givati identificato co-me Aviv – "Dovevamo andare piano per piano, sparare a chiunque. Mi sono chiesto: qual è la logica? Ci dicevano che era permesso, perché chiunque rimanesse nel settore e a Gaza City era un terrorista, perché non se ne era andato. Non capivo. Da una parte non avevano dove andare, dall'altra ci veniva detto che era colpa loro se non se ne andavano" […] Il quotidiano israeliano Haaretz ha anche scoperto che per festeggiare la fine della guerra alcuni soldati hanno fatto realizzare T-shirt personalizzate con immagini di bambini palestinesi morti. Ce n'è una con un bersaglio disegnato sulla pancia di una donna incinta e la scritta: "Due con un colpo solo". Il quotidiano ha scritto del ritrovamento a Gaza di un documento in ebraico che autorizzava i soldati a far fuoco sui soccorritori della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Il giorno dopo Physicians for Human Rights ha accusato l'esercito di aver impedito l'evacuazione di feriti, sparato su ambulanze e ucciso sedici medici palestinesi». Ben volonteroso, al contrario, il berlusconico ministro degli Esteri Franco Frattini (dato per ebreo da Blondet) sul BCEM n.3/2009: «Il punto fondamentale è che Hamas non deve in alcun modo essere messa in condizione di trarre il benché minimo vantaggio politico dalla sua con-dotta sconsiderata. Si tratta di un'organizzazione terroristica che disconosce il diritto di Israele ad esistere, e che persegue una strategia imperniata sulla minaccia permanente alla sicurezza di Israele. Non solo: Hamas ha la responsabilità immensa di avere prodotto una frattura in campo palestinese, contro l'Autorità legittima e la leadership del presidente Mahmoud Abbas. Certo non possiamo permettere che Hamas consolidi il controllo della Striscia di Gaza. L'Europa sostiene gli sforzi egiziani per una riconciliazione interna palestinese, ma a condizione che non ci sia spazio per Hamas, che sia garantito il controllo del legittimo Governo palestinese su tutto il territorio. Non ci possono essere due popoli e tre Stati. L'Egitto, dunque, non potrà aprire la frontiera di Gaza se non ci saranno le forze dell'ANP dall'altra parte. Stesso discorso vale per la ricostruzione: non è pensabile che sia Hamas ad approfittare dell'impegno umanitario della comunità internazionale» (ad una prima stima, la ricostruzione delle 14.000 case, 219 fab-briche e 240 scuole distrutte ammonta a quasi due miliardi di euro, che verserà ovviamente in nulla parte Israele, bensì nella quasi totalità, come per il Libano devastato nel 2006, i «ge-nerosi» europei). Ciliegina sulla torta, il 5 marzo il moscelnizzante, che in contemporanea bac-chetta l'Iran per le «dichiarazioni inaccettabili» contro Israele e l'Olocausto, annuncia, causa una prevista «ondata antisemita», il ritiro dell'Italia (a braccetto con USA, Israele ed Olanda) dalla conferenza onusica sul «razzismo» (la cosiddetta «Durban 2»), prevista a Ginevra per il mese seguente. Il boicottaggio, entusiasticamente avallato da Bernard-Henri Lévy, era stato promosso dall'egualmente «francese» Pascal Bruckner. 52. La strage di Ustica va indubbiamente inserita in un conteso più ampio di quello ipotizzato dalle varie vulgate del Sistema che vogliono di volta in volta responsabili la Francia, gli USA, la Libia o l'Italia stessa. È ipotizzabile un quinto scenario. Offriamo al lettore qualche tassello non conforme affinché possa egli stesso, in piena autonomia, farsi un'opinione. Collegati al blocco del programma nucleare ira­che­no sono decine di crimini orditi da Tel Aviv e coperti da una diabo­li­ca disinfor­ma­zio­ne. Il 5-6 aprile 1979 un commando mos­sadico fa sal­tare a La Seyne-sur-Mer, nei pressi di To­lone, cin­que involucri negli hangar della Con­structions Navales et Indu­striel­les de la Mediter­ra­née, che fabbrica i nòccioli del reattore di Tuwaitha. L'attentato viene riven­dicato da un fantomatico Groupe des éco­lo­gistes fran­çais, anche se la polizia, scrive l'ex mossadico Victor Ostrov­sky, non vi presta credito: «I giornali comin­cia­rono a fare ipotesi su chi fossero i responsabili del sabotaggio, anche in conseguenza del blackout pra­ticato dalla polizia sulle indagini. France Soir, per esempio, disse che la polizia sospettava di "estremisti di sinistra", men­tre per Le Matin erano stati i palestinesi per conto della Libia; il settimanale Le Point indicò l'FBI. Altri accusaro­no il Mossad, ma un funzionario del go­verno israeliano re­spin­se le accuse come "an­ti­semiti­smo"». Il 13 giugno 1980, con l'approva­zione del primo ministro Menachem Begin, viene tagliata la gola a Parigi, in una stan­za dell'Hotel Meridien, al quarantottenne fisico egizia­no Yaya al Me­shad, col-laboratore al pro­getto; il 12 luglio, all'indomani del suo interrogatorio da parte della polizia, la troppo loquace pro­stituta che è servita per attirarlo nella trappola, Marie-Claude Magal, viene fatta tacere per sem­pre, inve­stita da una mos­sadica Mercedes. Po­li­tica usuale, per gli Occhi d'I­sraele, l'as­sassi­nio (le tre squadre omicide in opera, di nome Kidon­ "Baionetta" coprono: una Italia, Au­stria e Germania, una il resto dell'Occi­dente, la terza i paesi arabi). A parte minori «avvertimenti» più o meno esplosivi che non esitaro­no in omicidi (come la bomba esplosa il 7 maggio 1988 a Grasse, sulla Costa Azzurra, alle tre di notte sotto la Peugeot del­l'in­gegnere svizzero Ekkehard Schrotz, o la «soffiata» alle dogane america­ne che porta all'arre­sto dello scienziato egizio-americano Abdel Kader Helmy, attivi nel progetto Condor 2, il programma missilistico iracheno cui collabo­ra­no scienziati egiziani e argen­ti­ni e chiamato a Bagdad Badr-2000), altri casi sono quelli 1. del sessanta­duen­ne inge­gnere canadese Ge­rald Vin­cent Bull, già mossadico agente ma idea­tore, coi figli Michel e Stephen, del super­cannone G-6 di 155 mm per il «Nuovo Hitler» Sad­dam Hussein, pisto­let­ta­to al cranio il 22 marzo 1990 a Bruxelles (il Belgio è sede del quartier genera­le europeo del Mossad, l'«Istitu­to», il più noto dei servizi segreti israeliani), e, in quanto forni­tori di mate­ria­le strategico agli arabi, 2. dell'inge­gnere anglo/sudafrica­no Alan Kidger, direttore della Thor Che­mi­cals, trovato nel cofano della BMW fatto a pezzi e scuoiato nel novem­bre 1991, 3. del suo amico John Scott, direttore di una ditta chimica, che dopo «avere accoltel­la­to» moglie e figlia «si tira» un colpo in testa nel dicembre, 4. del suo amico Wy­nand van Wyk, dirigen­te dell'An­glo World Resources di Johanne­sburg, cui viene fra­cassata la testa a colpi di accetta nell'aprile 1993, 5. di Felix Coetsea e 6. Scott Ayton, chimici a Port Elisabeth, legati e freddati con colpo alla nuca nella casa dei genito­ri di Ayton nel maggio 1994, 7. del busine­ssman Don Juan Lan­ge, amico di Kid­ger e van Wyk, «suicida» nel giugno 1994 con la testa in un sacchetto di plastica contenente veleno, e di altri due soci di Lange, 8. Trevor Carter, finito nel solito portabaga­gli, e 9. Dirk Stof­ferg, «suicida­» nel luglio 1994, anch'e­gli dopo «avere uc­ci­so» la moglie. Ai nominati vanno aggiunte 10. almeno altre diciannove persone coinvolte nel riarmo iracheno, la cui eliminazione viene decisa dal successore di Begin, Yit­zhak Shamir, il 5 ottobre 1988; di essi ci relaziona, con Fabrizio Tonello, l'ex mossadico Ari Ben-Menashe: «Nelle settimane suc­ces­sive otto scienziati tedeschi assunti dalla ditta di Ihsan Barbouti a Miami, che viaggiavano su e giù dall'Iraq, furono eliminati. Furono uccisi anche due scienziati pakistani che si trovavano per caso in Europa. Poi un altro tedesco fu ucciso in un brutto "incidente d'auto" appena fuori Monaco di Baviera [...] Il suo nome era Hans Mayers [...] In Gran Bretagna mori­ro­no quattro uomini d'affari iracheni. Tre egiziani e un francese seguirono la stessa sorte». Dopo che il pri­mo invio di uranio è giunto in porto il 25 giu­gno 1980, scrivono Claudio Gatti e Gail Hammer in Il quinto sce­na­rio, il 27 giugno Begin manda due caccia per abbattere l'Air­bus A-300 Air France, che dovreb­be traspor­tar­ne il se­condo. Per un perverso in­trec­cio di e­venti viene inve­ce abbattuto nel cielo di Usti­ca il DC-9 I­ta­via 870 con 81 passeggeri. Rico­struzione «autore­volmente» smentita da Avi Pazner ambascia­tore a Roma, ma altrettanto cer­tamente da considerare al pari di tutte le altre e in ogni caso per nulla in­cre­dibile ed anzi ben veridica, visti sia le conseguenze psicologiche dell'O­loimmagina­rio e il «com­plesso di Masa­da» che intridono gli eletti, sia i pre­ce­denti criminali atti di terro­ri­smo. Tra questi: ● deli­be­rato abbatti­mento di cinque aerei britannici sul Sinai alla fine della «guer­ra d'indipen­den­za» nel 1948 e di aerei civili l'11 dicem­bre 1954, il 21 feb­braio 1973 e il 10 ago­sto 1973 (invidiosi di tanta nonchalan­ce, il 4 luglio 1988 anche gli america­ni si sarebbero distinti quali terroristi, facendo abbattere «per errore» sul Golfo Persico dai marinai dell'incrociatore Vincennes, stazionato in acque territoriali iraniane, l'airbus n.655 in volo da Bandar Abbas a Dubai, regolarmente nel suo corridoio aereo, in sali­ta a velocità di crociera e con transponder lanciante il regolare segnale di «aereo civile»: 290 morti, in massima parte pellegrini diretti alla Mecca... l'episodio, autoassolto dagli USA e ignorato dal resto del mondo, è il colpo di grazia che porta Teheran, entro il mese, ad accetta­re la Risoluzione onusica 598 e a por fine alla guerra con l'Iraq); ● dirotta­mento a Ramat David, presso Haifa, di un aereo civile libico sospet­ta­to di traspor­ta­re dirigenti OLP, il 4 febbraio 1986; ● bombar­da­mento «per errore» della nave-spia ame­ri­ca­na Liberty, sor­volata per sei ore e colpita per settanta minuti facendo 34 morti e 171 feriti, in acque interna­zionali al largo di Israele l'8 giugno 1967; ● sabotag­gio del­l'a­ereo Argo 16, il Dakota dell'Aero­nautica Militare fatto preci­pitare il 23 no­vem­bre 1973 a Marghera con quattro mi­li­tari, dopo che aveva por­tato in Libia due arabi accusati da Israele di prepara­re un attentato contro la El Al, per ordine del capo del Mossad Zvi Zamir e del suo brac­cio destro in Italia Aba Le­ven (dopo che già nel lontano 1974 la prima inchiesta era stata archivia­ta, dopo l'apertura della seconda nel 1987 Zamir viene rinviato a giudizio, dal giudice Carlo Mastello­ni il 15 dicembre 1998, col confrère Gior­gio Lehman, ex consi­gliere giuridico del ser­vizio segreto mili­tare SISMI, accusa­to di favoreggiamen­to, e con sette alti uffi­ciali italiani filoisraeliani, accusati di soppressione, falsifica­zione e sottrazione di documen­ti; colpo di spugna il 16 dicem­bre 1999: la Corte d'Assise di Venezia assol­ve gli imputa­ti «perché il fatto non sussi­ste»; tuttavia, su la Repubblica del 4 agosto 2000 Gianadelio Maletti, ex generale dei servizi segreti ed ex capo del «reparto D» del SID riparato a Johannes­burg dopo esse­re sta­to condannato in vari pro­cessi a 31 anni di carcere, con­ferma e arricchisce di dettagli la tesi della responsabilità israeliana); ● viola­zio­ni della sovra­ni­tà di altri paesi (1° ottobre 1985 e 16 aprile 1988: rispettiva­mente, bombar­da­men­to, con l'as­sas­sinio di 75 per­so­ne, del quar­tier gene­rale del­l'OLP a Tu­ni­si quale ritorsione per l'eli­mi­na­zione di tre spie israeliane a Larnaca/Ci­pro, e invio, ap­provato dal «club dei primi mini­stri» Shamir-Peres-Ra-bin, di un comman­do contro il vice di Ara­fat Kha­lil al Wazir e assassi­nio di quat­tro persone). Ai morti di Ustica si ag­giun­go­no, inti­midato­ri per chi abbia orecchie ad intendere: 1. i deces­si di una decina di testi scomodi negli anni se­guen­ti, 2. due attentati esplo­sivi a Roma ed uno a Parigi il 7 agosto 1980, 3. te­le­fonate e lette­re minatorie a tecnici italo-francesi addetti a Tuwaitha. Nulla ancora di nuovo, del resto, avendo pre­sente il «caso Lavon» – nel 1954 falliscono azioni di sabo­taggio impo­sta­te dal numero due del Mapai, Pinchas Lavon Lubianiker, ministro della Difesa, miranti fra l'altro a far saltare in aria al Cairo, con l'intento di addossare la colpa agli egiziani, un centro culturale ameri­ca­no e dei cinema proiettanti film di Hollywood – e le de­ci­ne di «misteriosi» at­ten­tati com­piuti mediante rapi­men­ti, assassinii e lettere e­splosive nel 1962-65 contro scien­zia­ti, tecnici e ingegne­ri euro­pei, soprattut­to tede­schi, attivi nell'E­gitto nasseriano, colpiti in particolare durante il loro ritorno alle famiglie in Germania («almeno due scienziati furono rapiti e spariro­no [uno, Heinz Krug, rapito l'11 settembre 1962 nel suo ufficio a Mo­naco]; altri furono feriti quando aprirono i pacchi-bomba. Altri ancora ricevet­tero lettere mina­torie», conferma tran­quil­lo Tom Segev). Quanto agli 84 morti e 200 feriti dell'atten­tato alla sta­zio­ne di Bolo­gna il 2 agosto 1980 – occorsi non tanto per l'e­splo­sione diret­ta dei 20 chili di T4 quanto per l'on­da d'urto che, rim­balzata contro un convoglio, fa crollare il tetto – tutte le ipotesi restano aperte, prima fra tutte quella de­pi­stante. L'in­te­ra democa­nea – governo cen­tro­si­nistro istruito dal ser­vi­zio militare SISMI, intelli­ghenzia «laica» e piazze mo­bilitate dai comu­ni­sti – accolla infatti l'ecci­dio nella «capitale rossa», dalla quale era partito il DC-9 di Ustica, all'«e­versione neofa­sci­sta», che avrebbe posto un'ordigno anche sull'aereo, plau­dendo al­l'ar­re­sto di decine di innocenti, ta­lu­ni dei quali demo­craticamen­te incarce­rati per anni. La tragica telenovela passa, tra postume accuse di influenze co­mu­niste sulla magi­stra­tura bolo­gnese, a. per le quattro con­danne all'erga­sto­lo di primo gra­do (luglio 1988) e b. le quattro assolu­zio­ni dell'appello del luglio 1990, c. annullate in Cassazio­ne nel febbraio 1992, d. per giun­ge­re all'appello-bis, che il 16 maggio 1994, rece­pendo il teore­ma accusato­rio co­munista, in­flig­ge, non potendo de­cente­mente condan­na­re uno degli indi­ziati, l'erga­sto­lo a soli tre «neo­fa­sci­sti» (con ciò peraltro minando l'assurdo verdetto di condanna; l'as­solto ha intanto carcerizzato die­ci anni) ed e. ancora alla Cassazione, che nel dicem­bre 1995 confer­ma gli ergasto­li. Certo è, come sostiene anche il giudice Rosario Priore, il legame tra Bolo­gna e Ustica. Per il quale even­to, nel 1995, dopo 15 anni e le con­clu­sioni di Gatti (confer­mate da Ostrovsky ma cadu­te nel nulla dopo lo «shock» inizia­le... il libro diviene tosto introvabile e non è stato mai più citato né ristampa­to, anche se nei confronti dell'autore, peraltro sposato con la co-autrice Gail Hammer, ebrea), c'è chi osa ancora parla­re non di missile, ma di bomba a bordo! Altret­tanto certi i misterio­si decessi di almeno 17 persone, soprat­tutto militari dell'Aero- ­nauti­ca attivi la notte di Ustica: il colonnello Giorgio Teoldi (schianta­tosi in auto con moglie e due figli sulla via Aurelia l'8 agosto 1980), il capita­no Mauri­zio Gari, responsabile dei radar di Poggio Ballone la sera del 27 giugno (morto di «infar­to» a 32 anni il 9 maggio 1981), il sindaco di Grosse­to Gio­vanni Finetti, conduttore di un'in­chiesta personale su Ustica («incidente stradale» nel 1984), il generale Licio Giorge­ri, in forza presso il Registro Aereo Italiano e a bordo di un aereo militare la sera del 27 giugno (pistolet­ta­to da «Unità Comuniste Combat­tenti» il 20 marzo 1987), il mare­sciallo Alberto Mario Dettori, con­trollore del centro di Pog­gio Ballone la sera del 27 giugno (impiccato «sui­ci­da» il 30 mar­zo 1987), il mare­sciallo Ugo Zam­ma­relli, partecipe dell'indagine su Ustica (tra­volto, con un'amica, da due motocicli­sti tossico­mani il 14 agosto 1988), gli ufficia­li Ivo Nutarelli e Mario Naldini, decolla­ti la sera del 27 giugno per inseguire l'aereo «non-NATO» identifica­to dal centro difesa aerea di Marsala (prossimi a venire interro­gati sui fatti di Ustica, si schiantano nel­la sciagura delle Frecce Tricolori a Ramstein/Ger­mania il 28 agosto 1988), il mare­scial­lo Antonio Mu­zio, attivo allo scalo di Lame­zia Terme in cui erano conservati i resti di un Mig libico e le regi­strazioni del volo («suici­da» per mano ignota, tre colpi di pistola all'addome il 1° febbraio 1991), l'ex colonnello pilota San­dro Mar­cucci (pre­ci­pi­tato col suo Piper, il 2 feb­braio 1992, due giorni dopo aver accusato il gene­ra­le Zeno Tascio, l'ex re­sponsabile dei servizi del­l'A­eronau­tica poi rinviato a giudizio nell'agosto 1999 per attentato agli organi costituzio­nali e alto tradimento), il capitano di fregata Antonio Sini (morto il 10 aprile 1991 nel rogo del traghetto Moby Prince, entrato in collisione a Livorno con la petro­liera Agip Abruzzo e tosto esploso con la morte dei 140 passeg­ge­ri e uomini di equipaggio... unico sopravvissuto il mozzo Alessio Bertrand), l'ammira­glio Giovanni Tor­risi («stron­cato da infar­to»), l'ex generale Roberto Boe­mio, ex capo di Stato Maggiore della Terza Divi­sione aerea basata a Marti­na Franca (accoltel­la­to il 13 gennaio 1993 a Bru­xel­les da tre sconosciuti), il medico Gian Paolo Totaro, già in forza presso le Frecce Trico­lori («im­pic­ca­tosi» il 2 novem­bre 1994), il ma­re­sciallo Angelo Carfa­gna, radari­sta a Pratica di Mare la sera del 27 giugno («suici­da» il 1° febbraio 1996). Ed infine, last but not least, il democri­stia­no Toni Bisaglia, ministro dell'In­dustria nel 1980, «caduto» dal proprio yacht a Porto­fi­no e «annegato» il 26 giugno 1984 in un «inciden­te» (singolare, scrive Simone Colzani dopo avere notato che «la dina­mica dei fatti non fu assolu­ta­mente accertata, tanto che gli imbarcati di quel giorno fornirono versioni discordanti fra di loro», il fatto che non venne compiuta autopsia perché Francesco Cossiga, capo del governo all'epoca di Ustica, «arrivato in loco a tempo di record, riuscì a sottrarre il corpo agli esami che andavano fatti a norma di legge, cosicché la salma di Toni fu caricata in fretta e furia su un C-130 dell'Ae­ronautica Militare con destina­zione Roma, per le esequie di Stato») e il suo combatti­vo fratello don Mario che, non convin­to delle spiegazioni ufficia­li, aveva deciso di svolgere una indagi­ne persona­le, rinvenuto «suicida» (il 14 agosto 1992, «annegato» nel lago di Centro Cadore, corpo decomposto da almeno due giorni, poi ricor­da­to con funerale solenne in duomo a Rovigo... cosa quantomeno strana per un sacerdote «suicida»; dopo un quindi­cennio, il cadavere verrà riesumato e sottoposto a più moderni accertamenti che, pur non avanzando altre ipotesi, porteranno ad escludere l'annegamento quale causa di morte). «Infarti che uccidono all'im­prov­viso uomini nel fiore degli anni. Inciden­ti stradali misteriosi, dove gli investitori non vengono mai trovati. Suicidi con tre colpi di pistola all'ad-do­me. Incidenti aerei con velivoli carbonizzati e vittime intatte. Sottuffi­ciali dell'aeronautica, piloti, generali, politici, un medico: ci sono almeno altre quindici morti misteriose che incombono sul Grande Mistero di Usti­ca», ricapi­tola Giulia­no Gallo (II). «Di altre tragiche morti», conclu­de il Centro Studi Orion, quali quelle nel 1982 dei «neofasci­sti» Gior­gio Vale il 5 maggio, Carmelo Palladino il 10 agosto e Pier­lui­gi Pagliai il 10 ottobre (colpito alla testa in Bolivia dai demoservizi e rimpatriato cadavere), «legate a queste stragi e di molti altri fatti ancora si dovrebbe scrivere, ma per il momento è meglio fer­marsi qui (si rinvia, per l'appro­fon­dimento ad Un mecca­nismo diabo­lico, pub­bli­cato da Publicon­dor, Roma 1995)». Chiu­dono, temporanea­mente, la serie le minac­ce for­mulate nel gennaio 1995, durante la visita in Palestina del ministro USA della Dife­sa William Perry, dal corsivi­sta di Maariv Alex Fishman il quale, ventilan­do un'azione «preventi­va» contro i futu­ri impianti nuclea­ri iraniani, scri­ve: «Si sta avvicinando il momento della verità, che esigerà azioni drasti­che, che vada­no oltre un em­bargo formale e pressioni diplo­ma­ti­che». A parte l'elimi­nazione di Khalil al Wa­zir, gli Occhi d'Israele assas­sinano infine decine di esponenti palesti­nesi, tra i quali: Hussein al Bashir, Abu al Hul, Abu Jihad, Abu Iyad, Ghassan Ka­nafani­, Abu Walid, il trio Kamal Ad­wan, Gamal Nas­ser e Yusef Naj­jar (all'una di notte del 10 aprile 1973 mezzi israeliani sbarca­no a El-Ouzai a sud di Beirut – si noti che all'epoca non c'è stato di guerra tra Israele e Libano – 35 terroristi in abiti civili capeggiati da Ehud Barak, poi giunto a primo ministro del­l'En­tità Ebraica: una squadra irrompe in un apparta­mento di Rue Verdun, assassi­nan­do in perfetto gang­ster style Najjar, la moglie che gli fa scudo e, forse, una figlia; una seconda squadra assassina nello stesso edificio il poeta e intellettuale Nasser; una terza falcia nei pressi non solo Adwan, ma anche una italiana in un alloggio vicino; una squadra della poli­zia libanese accorsa viene accolta da una gra­gnuola di colpi: due poliziotti restano uccisi e nove feriti; complessi­va­mente, oltre a 29 libanesi feriti, l'operazione provoca la morte di 2 poliziot­ti, 2 civili, 3 lavoratori siriani, 4 o 5 palestinesi, 1 italiana) e, in Europa, Mohamme­d Boudia (alge­rino)­, Mahmud Ham­chari, Said Ham­ma­mi, Khodr Kanou (gior­nalista siria­no)­, Naim Khader (per il quale, scrive Ostrovsky, «si organizzò l'azione in modo tale che la colpa ricadesse su[l guerrigliero dissidente pale­stinese] Abu Nidal»), Ibrahim Maqa­dmeh, Abbas Mussa­wi, Ezze­di­ne Qa­laq, Issam Sarta­wi, Majid Abu Sha­rar, Abdel Wail Zwaiter­ e, nell'ottobre 1995 a Malta, Fathi Shakaki­. Fallisce invece, settembre 1997, il com­mando as­sas­si­no inviato in Giordania contro Khaled Meshal: di fronte alla decisione del pur subordinato re Hussein di rompe­re le relazio­ni diplomati­che, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si vede costretto a inviare ad Amman i ministri della Difesa Yitzhak Morde­chai e delle Infrastruttu­re Ariel Sharon, che scortano il capo del Mossad Dani Yatom, lato­re di un antidoto contro il veleno sparato dai suoi agenti nella nuca del palestine­se. La pratica assassina non si ferma, comunque. Tra i più recenti casi: nel 2006 un «incidente» aereo costa la vita ad un generale iraniano responsa­bile del programma missilistico di Teheran; il 15 gennaio 2007 viene avvelenato a Shiraz lo scienziato nucleare, sempre iraniano, Ardeshir Hassan­pour. Negli stessi giorni scompare a Istanbul il sessantatreenne Ali Reza Asghari, alto ufficiale dei pasdaran ed ex ministro della Difesa. Ripetizione del brigantesco raid su Tuwai­tha, nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2007, uno squadrone di otto-dodici F-15 israeliani bombar­da, con la complicità turca e curdo-irachena, una base siriana sull'Eufrate nei pressi di Al Qamishli, sede di un presunto impianto nucleare cui colla­bo­rano i nordcoreani. Un mese dopo giubila l'«italico» Emanue­le Ottolen­ghi: «Si continuerà a congettura­re sulla natura dell'o­bietti­vo colpito e sulla dinamica dell'opera­zione. Ma una cosa è confermata. Isra­ele ha lanciato un raid contro un obiettivo strategico in Siria che è stato com­ple­ta­mente distrutto. Le difese antiaeree siriane sono state completamen­te disattivate, mettendo a nudo la completa inferiorità siriana in un possibile scontro convenzionale contro Israele – il che ristabili­sce parte del deterrente strategico che Israele aveva perso dopo la guerra con Hizbollah l'anno scor­so. E la Siria esce molto indebolita da questo mi­sterioso incidente». Nel giugno 2009 viene rapito dalla CIA il ricercatore iraniano Shahram Amiri, mentre è in pellegrinaggio in Arabia Saudita. Il 12 gennaio 2010 viene fatto saltare a Teheran con una motobomba lo scienziato nucleare Massud Ali-Muhammadi. Il 1° agosto 2010 muore, nell'esplosione di una bombola di gas nella sua villa ad Ahwaz, anche se, recitano le cronache, «i fatti sembrano far propendere per un attentato», lo scienziato Reza Baruni, personaggio chiave dell'apparato bellico iraniano. Il 29 novembre due motociclisti fanno saltare a Teheran l'auto, diretta all'università Shahid Beheshti, che trasporta lo scienziato nucleare Maijd Shah-riari e la moglie, uccidendo l'uomo. Lo stesso giorno scampa a stento alla morte, mediante bomba fatta saltare vicino all'auto, Ferydoun Abbassi Davani, uno dei più importanti specia-listi nel settore dei laser utilizzati dal ministero della Difesa, nel febbraio seguente fatto direttore dell'Organizzaziona Iraniana dell'Energia Atomica. Il 23 luglio 2011, uscito dall'abi-tazione, viene assassinato a pistolettate da due motociclisti, mentre la moglie resta ferita, il trentacinquenne Dariush Rezaeinejad, docente in fisica nucleare in rapporto con la OIEA. Ma ben più ambiziosi, conclude Seymour Hersh (VIII), sono i piani del Superstato Cana­glia: «Poco dopo il bombarda­mento, un inviato cinese e un alto funzio­nario della sicurezza internazionale dell'ammi­nistrazione Bush si sono incontrati a Washington. Il cinese era appena tornato da una visita a Tehe­ran – mi ha riferito una persona infor­ma­ta dei fatti – e voleva far sapere alla Casa Bianca che c'erano dei mode­ra­ti interessi ad avviare dei colloqui. Il funzionario americano ha escluso questa possibilità e ha detto all'inviato: "Lei sa benissimo cosa ha detto recente­mente Israele a proposito della Siria. Gli israeliani hanno una posi­zio­ne molto chiara nei confronti dell'Iran e del suo programma nucleare e sono convinto che, se il governo degli Stati Uniti non riuscirà a risolvere la questione a livello diplomatico, gli israeliani lo faranno a livello militare". E invitando l'inviato a riferirlo al suo governo, ha ribadito che gli israeliani facevano sul serio. "In pratica stava dicendo ai leader cinesi di avvisare l'Iran che gli americani non posso­no trattenere Israele, e che la Siria è un esempio di cosa succede quando la diplomazia fallisce", ha con­clu­so la persona informata dei fatti. "Questo significa che l'attacco alla Siria era un avvertimento per l'Iran"». Tra le prodezze dell'Entità Ebraica violatrice di tutte le leggi internazionali, citiamo infine: 1. il bombardamento nel Sudan, compiuto a gennaio 2009 da una squadriglia di jet, di un convoglio di sedici veicoli con a bordo duecento guerriglieri provenienti da paesi africani, 2. nel mese seguente, un secondo bombardamento di altri diciotto veicoli, seguito dall'affondamento di una nave iraniana, colata a picco di fronte alle coste del Sudan in quanto presunto trasporto di armi per Hamas, 3. il 31 maggio - 1° giugno 2010 l'atto di pirateria, col crimine contro l'umanità rappresentato dall'assassinio di nove persone col ferimento di altre decine, in acque internazionali a 70 miglia dalla costa (il limite delle acque territoriali è 12 miglia!), contro i pacifisti della Freedom Flotilla capeggiata dalla nave turca Mavi Marmara che si proponevano di portare ai palestinesi di Gaza, affamati e stremati dal blocco israeliano, aiuti umanitari; un anno dopo, semplicemente impagabile (oltre all'impersonalità del «venne a consumarsi» e «portò alla morte», si rilevi che gli «attivisti» avevano reagito con bastoni alle pallottole dei commando calati dagli elicotteri) il resoconto di Pagine ebraiche n.7/2011: «venne a consumarsi un violentissimo scontro tra esercito israeliano e alcuni attivisti filopalestinesi armati che portò alla morte di otto cittadini turchi». 53. Il permesso di «girare» nel Sommo Sacrario viene negato nel 1993 a Spielberg per Schin­dler's List, «La lista di Schin­dler», pellicola che, inizial­mente osteggiata dalla maggior parte dell'ebraismo, non solo suggellerà la trasforma­zione di Hollywood in Holowood, ma costituirà il cardine, psicologico e pratico, del­la costruzione filmica dell'Immagina­rio ancor più di quanto lo era stato nel 1978 il televisi­vo Holocaust. Poiché tale film – ben detto da Instauration aprile 1997 «the greatest hate film of all time, il più grande film istigatore d'odio di ogni tempo» – resterà nella storia del degrado della ragione umana, diamo qualche spunto. Que­sto anche perché, pur spac­cia­to come documen­to di storia e Settimo Si­gillo Ster­mi­na­zioni­stico («La te-stimo­nian­za più commovente di un avvenimento stori­co», si osa scri­vere ancora due anni dopo), non è che la ridu­zio­ne di una bio­grafia roman­zata o, meglio, di un roman­zo fanta-storico sé-dicente fondato sui «fatti» (che sarebbero le «testimo­nian­ze» degli oloscampati). Avvocatesca­mente esplicita per sottrarsi ad ogni contesta­zio­ne era infatti stata la prima edi­zio­ne che, edita senza suscitare cla­mo­ri nel 1982 dalla Touchsto­ne Books – sussidiaria della Simon & Schu­ster, l'ebraica casa controllata dalla Gulf & We­stern, Rockefeller Center, 1230 Avenue of the Americas, New York, NY 10020 – viene ripub­blicata in seconda nell'a­prile 1994, priva del­l'Avvertenza: «This book is a work of fiction. Names, characters, places and inci­dents are either products of the author's imagina­tion or are used fictitiously. Any resem-blance to ac­tual events or locales or persons, living or dead, is entirely coinci­dential, Questo li­bro è un'opera di fantasia. Nomi, per­so­naggi, luoghi ed episodi sono un prodotto del­la fanta-sia del­l'au­tore o sono utilizzati in maniera immaginaria. Ogni somi­glianza con av­ve­nimenti, luoghi o perso­ne reali, vive o morte, è puramente casuale». E come «ro­man­zo» il libro era stato ca­ta­logato dalla washing­to­niana Biblio­teca del Congres­so, con la sche­da: «Keneally, Tho­mas. Schin­dler's List. / 1. Schin­dler, Oskar, 1908-1974–fic­tion. / 2. Holo­caust, Jewish (1939-1945)–fiction. 3. World war, 1939-1945–fiction. / 1. Title. / PR9619.3.K­46S3 1982 823 82-10489 / ISBN: 0-671-44977-X / 0-671-77972-9 / 0-671-88031-4» (corsivo nostro; proseguita l'o­pera censoria, la III ed. vede, nel maggio, solo i numeri a partire da 82-). Stesso adeguamento in Italia: il volume, pubblicato nel 1994 dalla Frassinelli, viene de­finito sia dalle lo­candine filmiche che dalla fascetta di presentazio­ne «Un grande ro­man­zo, un film even­to», I edizione; più articolate le successive fascette presentatorie: «Da questo ro-manzo il film evento di Steven Spielberg premia­to con 7 Oscar», VI ed., e «Un grande classi-co della letteratura contempora­nea. Un indi­menticabile film di Steven Spielberg», XII ed. (corsivo no­stro: occorre sotto­lineare al lettore la scomparsa del termine «romanzo», sostituito, se pure non da «docu­mento storico», dall'ambiguo «grande classico della letteratura»? per fortuna a ridefinirlo romanzo è nel 2007 Rosanna Ghiaroni, in Saul Meghnagi). E anche l'au­tore cerca di attenuare la sgradevole impressione di artificiosità che un attento lettore potrebbe ripor­tare dall'Avvertenza: «Nella moderna narrativa ci si serve spesso della struttura e del meccani­smo del romanzo per raccon­ta­re una sto­ria vera. Altret­tanto ho fatto io, prima di tutto perché sono un romanziere di profes­sione, e poi per­ché la tecnica del romanzo mi sembrava adatta a un perso­naggio del­l'ambi­guità e della gran­dezza di Oskar. Ho co­munque cercato di evitare ogni possibi­le finzione letteraria». Con similare understatement, della trasposizione filmica dirà Federi­ca Cavadini nel maggio 1997: «Non è un documentario ma un film, forse non è del tutto fedele alla storia, ma della storia, del genocidio compiuto dai nazisti, fa parlare. Quando uscì nelle sale cinematografiche fece riaprire il dibattito sull'Olocau­sto e lo stesso ef-fetto ha sortito la programmazio­ne in tivù». Egualmente disarmante e giustificante la Pisanty: «Nel passaggio dal romanzo al film, poi, la cautela con cui l'autore affronta i passaggi più ipotetici della sua ricostruzione viene fatal­men­te perduta, con il risultato che Schindler's List di Spielberg – come ogni altro rac­conto a sfondo storico – può essere considerato come una sto-ria di finzione libera­mente ispirata a una serie di eventi che si suppongono essere realmente accaduti, e non certo come documento a sé stante» (corsivo nostro). Firmata dall'irlandese trapiantato in Australia e docente negli USA Thomas Keneally, che, stando a quanto si narra, nel 1980 avreb­be raccolto dall'oloscamp­a­to losangeli­no Leo­pold Pfef­ferberg e da cinquanta suoi confratelli (oltre che, ci assicura, da «documenti e altre informazio­ni») «testi­mo­nianze» su un presunto sal­va­tag­gio di 1100 – o 1200, o 1300 per Giuseppina Manin e Aldo Grasso, o anche, con la Cava­di­ni, «al­me­no milleseicento»: scelga il lettore ciò che gli aggrada – ebrei compiuto da certo tedesco Oskar Schindler (il cognome del Nostro, peraltro, è riportato dai Gug­genheimer anche come ebraico), la stun­ning novel – «raccon­to sbalorditivo, formida­bi­le, che tramorti­sce» – si trova gravata del nobile compito di inchioda­re per sempre all'Or­rore non solo i «nazisti», ma gli europei tutti. Come scrive, intriso di delirante chutzpah, Lucia­no Tas (II): «Un gran­dis­simo film [...] ed un vi­bran­te messag­gio. Il massi­mo oggi for­mulabile attra­ver­so la mediazione arti­stica sul tema cosmico dello Sterminio. Ed anche una sorta di sparti­ac­que tra un "prima" in cui la memoria dello Sterminio era affidata essenzial­mente alla testimo­nianza e alla docu­mentazione, e un "dopo" che non avrà più testi­mo­ni da chiamare e che dovrà ricorre­re ad altri stru­men­ti di comu­ni­cazione. In bre­ve, alle nozioni che si dileguano saranno di neces­si­tà privilegiate le emo-zioni [intenda il lettore: all'analisi razionale dovrà suben­trare il potere della suggestione], a partire dal momento in cui la polve­re del tempo smor­ze­rà il Grido». Vedi anche nota 46. Ancora più astuta è l'operazione di dezinfor­macija com­piuta dal motto: «Chiun­que salva una vita, salva il mondo intero» (vedi anche la scopiazzatura musulmana in Corano, V 32: «Per questo prescrivemmo ai figli di Israele che chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un'altra o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l'u-manità intera. E chiunque avrà vivificato una persona sarà come avesse dato vita all'umanità intera»). Oc­chieggiante dalle locandine, rei­te­ra­ta nel film – del quale dovrebbe costituire l'etico fil rouge – e rimbombante in ogni recensione, la massima ci viene presentata come un distillato di purissima uma­ni­tà­, quintessen­za dell'etica giudai­ca. Ma solo i più disinformati (cioè il no-vantano­ve e rotti per cento degli spettatori) possono credere corret­to il riferimento. In realtà, ammettono Rabbi Joseph Telushkin, dinami­co leader della Synagogue for the Performing Arts, e Peter Novick, il vero pensiero, espresso in testi non purgati della Mishnah di Sanhedrin 37a, è non solo diffor­me, ma radi­calmente diverso: «L'uomo venne perciò creato uni­ca­mente per insegnarti che quando uno di­strug­ge un'anima ebraica fa, per la Scrittu­ra, come se avesse di­strutto un intero mondo, e che quando uno salva un'a­ni­ma e­braica fa, per la Scrittu­ra, come se avesse salvato un in­tero mondo» (corsivo nostro). In­commen­su­rabile agli occhi di Dio è in-fatti, per la Sapienza come è stata predicata e recepita da cento milioni di eletti in due mil-lenni, la vita dell'ebreo, non quella dell'«uomo» e tantomeno di un goy. E questo anche se Te­lush­kin aggiunge: «Questa diversità non cambia il senso, perché la dimo­stra­zione del valore incom­men­surabile della vita umana discen­de da Adamo, e Ada­mo non era un ebreo». Iden­tico talmudismo rivela una lettri­ce di Jewish Week, della quale il 10 febbraio 1994 il giornale ripor-ta i lamenti: «Ho udito un gruppo di donne ride­re e dire: "Oh, ma que­sto è un film ebraico". Mi sono fer­ma­ta e ho ri­cor­dato loro che non era un "film ebraico", bensì un film su esseri umani». 54. Sioni­sta in Palestina nel 1947, diretto­re dell'agnelliana La Stampa, opi­nio­nista sul Corrie-re della Sera, adepto Aspen, condi­rettore di Aspenia e collabo­ra­tore del Times, anche condut­tore di tra­smis­sioni tele­visive, adepto Bilderberg Group e Trilateral Commission, membro del­l'In­terna­tional Institute for Stra­te­gic Studies, super­presenziali­sta televisi­vo, consiglie­re per le relazioni esterne e capo ufficio stampa dell'ex azionista Carlo Azeglio Ciam­pi decimo Quiri-nalizio, Arrigo è lo zio del miliarda­rio «uruguaya­no» Ri­car­do «Riki» Franco Levi. Costui, cit-tadi­nanze italiana e argenti­na nonché israeliana, laurea in Scienze Politiche e diploma della London School of Economics, azio­nista della casa editrice liberal-sinistra il Mulino, attivo su Il Sole- 24 Ore, capo dei servizi economi­ci del Corrie­re della Sera, primo di­ret­tore del falli-mentare L'Indi­pendente, editoriali­sta sul milanese Il Giorno, il romano Il Messag­gero e i settimanali Il Mondo e Pano­ra­ma, è inti­mo amico e biogra­fo del capitalsi­ni­stro Roma­no Prodi, del quale nel luglio 1997 (e poi nel maggio 2006) è portavoce e capo ufficio stampa a Palazzo Chigi non­ché, migrato Prodi nel maggio 1999 a presidente della Commissione di governo del­l'Unione Euro­pea, portavoce unico di tutti i commissari europei, nel maggio 2000 scelto a nuovo direttore del CES Comitato Economico e Sociale. Articoli precedenti sulle "Valenze dell'olocausto" 0139/ III ) 22-’2-2013 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: socio-politica…di Gianantonio Valli 0139/ II ) Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: psico-comunitaria…di Gianantonio Valli 0139/ I ) 16-02-2013 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: storica…di Gianantonio Valli 0139/ 0) 14-02-2013 Le valenze dell’olocau$to in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista…di Gianantonio Valli Vai alla Valenza V, "aggressiva" __________

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Author(s) Olodogma
Title Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: difensiva
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Dates published: 2013-02-27, first posted on CODOH: April 30, 2017, 6:07 p.m., last revision: n/a
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