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Le controversie sull'Olocausto

É ora di un dibattito serio
Published: 1991-01-01

Il problema Attuale

Nessun altro argomento allerta i benpensanti come il revisionismo sull'Olocausto. Naturalmente si può dibattere ogni importante evento storico, ma alcuni gruppi di pressione hanno reso l'Olocausto un'eccezione, corrompendo con i dogmi lo spirito critico, anche all'interno di scuole e Università. Gli studenti dovrebbero essere invitati ad approfondire le ricerche sulla storia dell'Olocausto così come avviene per ogni altro fatto storico. Questo non è un punto di vista estremo o radicale: le sue basi risalgono a qualche secolo fa, ad un periodo chiamato Illuminismo.

Il problema storico

I revisionisti concordano con gli storici "ortodossi" sul fatto che il regime nazionalsocialista tedesco scelse di riservare, agli Ebrei, un trattamento particolarmente brutale. A ciò si aggiunga che i nazisti, oltre ad inquadrare gli Ebrei nell'ottica dell'antisemitismo tradizionale, li ritenevano una forza al servizio del comunismo mondiale. Durante la II guerra mondiale, gli Ebrei tedeschi erano considerati un pericolo per l'attività bellica, oltre che nemici della patria, situazione affine a quella vissuta dai giapponesi in America. Di conseguenza vennero spogliati dei loro diritti, ghettizzati, reclutati per i lavori di fatica, privati dei loro beni, deportati dalle terre d'origine e variamente maltrattati. Molti di loro perirono tragicamente in questo inferno.

Gli storici revisionisti si differenziano da quelli ortodossi in quanto negano che lo stato tedesco abbia mai perseguito una politica di sterminio, nei confronti degli ebrei o di chiunque altro, attuata mediante l'utilizzo di camere a gas o di altre forme di abuso e di negligenza. I revisionisti sostengono, inoltre, che la cifra di sei milioni di Ebrei volutamente sterminati sia una menzogna e che nei campi europei controllati dai Tedeschi non vi fu mai nessuna camera adibita alla gassazione dei prigionieri. Esistevano, al contrario, numerosi apparati per la pulizia e la disinfestazione dei vestiti, progettati per prevenire il diffondersi di malattie tra i prigionieri. Verosimilmente è proprio da questa procedura, volta a salvare vite umane, che è emerso il mito delle camere a gas.

I revisionisti ritengono che i governi alleati abbiano deciso di perpetuare la loro oscura propaganda sulle pretese atrocità tedesche, ben oltre la fine della guerra, essenzialmente per tre ragioni. In primo luogo era necessario continuare a giustificare i sacrifici sopportati per aver combattuto due guerre mondiali. Secondariamente, gli Alleati intendevano sviare l'attenzione dai brutali crimini contro l'umanità da loro stessi commessi, tra i quali rientrano, a parte le indicibili atrocità di cui si macchiarono i Sovietici, i bombardamenti incendiari delle popolazioni civili nelle città tedesche e giapponesi. Infine, per terzo e più importante motivo, era necessario dare una giustificazione agli accordi postbellici che, tra l'altro, comportarono l'annessione alla Polonia di vasti territori tedeschi, territori che non erano, peraltro, aree di confine contese, ma che appartenevano indiscutibilmente alla Germania. I milioni di Tedeschi residenti in queste regioni furono spogliati di tutto e brutalmente cacciati dalle proprie case. Diverse centinaia di migliaia di loro morirono.

Durante la guerra e nel periodo postbellico le organizzazioni sioniste si accordarono con i governi alleati per formulare e diffondere una vera e propria propaganda di odio verso la Germania e i Tedeschi. Rimane ancora il dubbio che il loro scopo fosse quello di catalizzare la compassione del mondo assieme al sostegno finanziario e politico per le proprie cause, soprattutto in vista della formazione dello stato di Israele. Oggi, mentre i benefici politici dell'Olocausto sono andati scemando, la storia gioca ancora un ruolo importante nelle ambizioni dei sionisti e di altre organizzazioni radicate nella comunità ebraica. Sono i leader di queste organizzazioni politiche e propagandistiche che continuano a darsi da fare per sostenere la leggenda dell'Olocausto e il mito delle atrocità tedesche della II guerra mondiale.

Coloro che ritengono che queste interpretazioni siano antisemite, pretendono di aver letto qualcosa che semplicemente noi non abbiamo scritto. I revisionisti non accusano gli esponenti di punta degli Ebrei di aver fatto, durante e dopo la guerra, nulla che anche gli stessi alleati non abbiano fatto.

Per coloro che ritengono che il processo di Norimberga abbia fatto piena luce sui crimini di guerra tedeschi, sarà un grosso colpo sapere che l'allora presidente della Suprema Corte di Giustizia Americana, Harlan Fiske Stone, descrisse il collegio giudicante come "un gruppo di linciatori".

Le fotografie Tutti noi abbiamo visto "le fotografie". I documentari registrati dai fotografi inglesi e americani durante la liberazione dei campi tedeschi e in particolare le strazianti immagini di Dachau, Buchenwald, Bergen-Belsen. Questi film e queste foto sono tipicamente presentati, palesemente o implicitamente, in modo tale che la scena risulti essere la terribile conseguenza della deliberata politica di sterminio messa in atto dai Tedeschi.

Le fotografie sono autentiche. L'uso che se n'è fatto o distorto.

Da parte tedesca, non fu mai attuata, in nessuno dei campi, una politica volta intenzionalmente a procurare la morte degli internati. Negli ultimi mesi di guerra, mentre i Russi avanzavano da est sul suolo tedesco, le truppe inglesi e americane distruggevano sistematicamente, con bombardamenti a tappeto, tutte le maggiori città tedesche. I trasporti, la distribuzione e il sistema medico-sanitario giunsero al collasso. Tale era lo scopo dei bombardamenti alleati che sono, infatti, stati descritti come la più tremenda barbarie vissuta in Europa, dall'invasione dei Mongoli.

Milioni di rifugiati, fuggendo dai Sovietici, si riversarono in Germania. I campi, ancora sotto controllo tedesco, furono sommersi dagli internati che arrivavano da est. Agli inizi del '45 gli ospiti dei campi furono colpiti dalla malnutrizione e da varie epidemie di tifo, febbre tifoide, dissenteria e diarrea cronica. Perfino il sistema mortuario raggiunse il collasso. Quando la stampa, assieme ai soldati inglesi e americani entrò nei campi, si trovò semplicemente di fronte a questa situazione. E' questo che ritraggono "le fotografie".

In campi come Buchenwald, Dachau e Bergen-Belsen furono liberate decine di migliaia di internati che apparivano ancora relativamente in buona salute. C'erano anche loro quando "le fotografie" vennero scattate. Esistono documenti filmati che mostrano queste persone camminare, parlare e scherzare tra loro. Altre foto ritraggono i prigionieri che lanciano in aria i cappelli per salutare i loro liberatori.

E' quindi del tutto naturale chiedersi perché nessuno ha mai visto queste foto e questi filmati, mentre gli altri "documenti" ci vengono propinati anche centinaia di volte.

Documenti Ai portavoce delle associazioni che sostengono la veridicità dell'Olocausto preme assicurare al mondo che esistono e sono state recuperate "tonnellate" di documenti comprovanti il genocidio degli Ebrei, ma qualora vengano sollecitati in proposito, non si riceve altro che una manciata di carte di dubbia autenticità e discutibile interpretazione. Messi di fronte all'evidenza, i leader delle già citate associazioni, sono costretti ad ammettere che non esista una tale mole di prove e a giustificarsi sostenendo che i Tedeschi distrussero ogni cosa avesse potuto dimostrare le loro malefatte, che usassero codificare i propri documenti o ancora, che gli ordini per gli assassinii di massa venissero impartiti a voce.

Riguardo al preteso genocidio degli Ebrei europei, tutte le testimonianze scritte indicano che non ci furono mai né ordini, né piani in proposito, né la destinazione di parte dei bilanci, né armi (cioè nessuna cosiddetta camera a gas), e neppure vittime (non esiste in alcuno dei campi nessuna autopsia che testimoni una sola morte per gassazione).

Testimonianze Oculari

Per "provare" il genocidio degli Ebrei europei, gli storici dell'Olocausto dipendono ormai quasi esclusivamente dalle "testimonianze oculari", molte delle quali sono ridicole e del tutto inaffidabili. La storia è piena di gente che pretende di essere testimone oculare di ogni cosa, dalle streghe ai dischi volanti.

Durante e dopo la guerra, furono molte le "testimonianze oculari" delle camere a gas di Buchenwald, Bergen-Belsen, Dachau e di altri campi situati in suolo tedesco. Oggi, quasi tutti gli storici illustri riconoscono che queste testimonianze sono assolutamente false e che nessuna camera a gas è mai esistita all'interno dei campi tedeschi.

Gli storici ortodossi continuano a ritenere, comunque, che tali strumenti di morte si trovassero invece ad Auschwitz e in altri campi polacchi. In realtà, le prove e le testimonianze oculari che suffragherebbero tale ipotesi non sono qualitativamente diverse da quelle che volevano la presenza di camere a gas in Germania.

Durante i processi per crimini di guerra, molti testimoni oculari giurarono che i Tedeschi producevano sapone e paralumi rispettivamente con grasso e pelle umana. Gli alleati riuscirono perfino a produrre le prove di tali accuse. Per decenni, nelle più prestigiose Università dell'Occidente, professori e studiosi confermarono queste menzogne, inducendoci a credere che fossero "incontestabilmente autentiche". Tuttavia, con il passare del tempo, molti di questi racconti sono divenuti insostenibili, tanto che, nel 1990, Yehuda Bauer, responsabile degli studi sull'Olocausto presso l'Università di Hebrew a Tel Aviv, dovette ammettere: "I Tedeschi non hanno mai trasformato i corpi degli Ebrei in sapone..." (The Jerusalem Post, Edizione Internazionale, 5 maggio 1990, p. 6). Questo è solo un recente esempio di come un'"incontestabile verità" sull'Olocausto si trasformi in una grossolana menzogna.

Riguardo alle confessioni dei Tedeschi processati per crimini di guerra, è ora emerso che moltissime furono estorte mediante minacce, intimidazioni, e perfino torture fisiche.

Auschwitz

Lo storico britannico David Irving, forse lo storiografo di lingua inglese più letto al mondo, ha definito la storia del campo di sterminio di Auschwitz "una nave che affonda", aggiungendo che "ad Auschwitz non è mai esistita alcuna camera a gas".

Il museo statale si Auschwitz ha recentemente rivisto le asserzioni secondo cui quattro milioni di esseri umani persero la vita nel campo. Si dice oggi che probabilmente furono un milione. Ma che prove fornisce il museo dell'attendibilità di quest'altra cifra? Nessuna! I propagandisti comunisti che gestiscono il museo hanno sistemato nelle bacheche pile di capelli, stivali, occhiali, ecc. Queste vetrine sono sicuramente efficaci strumenti di propaganda, ma non valgono niente come documentazione storica delle "gassazioni" o dello "sterminio".

I revisionisti vogliono ora sapere dove sono stati, per quarantacinque anni, quei tre milioni di anime. Anche loro fanno parte dei favolosi sei milioni?

Coloro che portano avanti la storia dell'Olocausto, spesso si lamentano che "il mondo intero" rimase indifferente al genocidio che, a quanto pare, si stava consumando nell'Europa occupata. Quando si chiedono loro i motivi di questo comportamento, viene risposto che ciò è probabilmente dovuto alla natura stessa delle popolazioni europee. Altre volte si dice, invece, che la gente non ha compreso l'enormità di quanto stava avvenendo. Rimane il fatto che il mondo ha risposto con l'indifferenza. E come altrimenti avrebbe potuto rispondere ad un qualcosa che non stava avvenendo?

Certo è che, se davvero fossero esistite queste "fabbriche di morte" in Polonia, sicuramente la Croce Rossa, il Papa, le associazioni umanitarie, i governi alleati, i governi neutrali e figure di spicco quali Roosevelt, Truman, Churchill, Eisenhower e molti altri se ne sarebbero accorti e non avrebbero tardato a porre ferma la loro condanna. Non lo fecero! I sostenitori della teoria dell'Olocausto ammettono che solo una ristretta cerchia di individui, molti dei quali legati alla propaganda giudaica, credeva che ciò fosse vero. La rinascita della storia dell'Olocausto fa pensare ad una campagna pubblicitaria ben orchestrata, piuttosto che a qualcos'altro.

Winston Churchill scrisse sei volumi della sua opera monumentale "La II guerra mondiale" senza mai accennare ad alcun progetto di genocidio o di sterminio di massa. Probabilmente la cosa gli è sfuggita. Dwight D. Eisenhower, nelle sue memorie, intitolate "Crociata in Europa" non fa alcun riferimento alle camere a gas. Il tremendo arnese di morte non era forse degno di qualche riga? O forse il presidente Eisenhower fu poco sensibile ai problemi degli Ebrei?

Il "politicamente corretto" e il revisionismo

Molta gente, quando per la prima volta viene in contatto con il revisionismo, rimane sconcertata. Le spiegazioni sembrano avere una certa logica... ma, "come è possibile?". Tutto il mondo crede all'Olocausto. Non è possibile che una cospirazione abbia potuto seppellire la verità per mezzo secolo.

Per comprendere come tutto ciò sia potuto accadere, è sufficiente riflettere sull'ortodossia politica e intellettuale dell'Europa medievale, della Germania nazista, o dei paesi del blocco comunista. In ognuna di queste società la grande maggioranza degli intellettuali si sottomette al pensiero comune. Asserviti all'ideologia prevalente e al suo modo di vedere e interpretare la realtà, questi studiosi sentono che è loro diritto, e perfino loro dovere, proteggerne e tutelarne ogni minimo aspetto. E' indirizzata a questo scopo l'oppressione cui sono sottoposti tutti coloro che a questa ideologia non sono e non vogliono allinearsi e che tentano di veicolare pensieri "offensivi" o "pericolosi". In ognuna di queste società sono gli intellettuali a svolgere la funzione di controllo delle idee.

Nella nostra società, all'interno del dibattito sul "politicamente corretto", c'è qualcuno che volutamente tenta di banalizzare la questione, sostenendo che, in realtà, non ci siano problemi di libertà di pensiero e che il "politicamente corretto" si riduca a poche regole finalizzate alla tutela delle minoranze. In realtà esiste anche un aspetto più serio e più profondo: all'interno di una qualsiasi Università esiste un ampio nucleo di idee e di punti di vista che è proibito discutere in pubblico. Perfino di fronte a fatti o realtà palesi, però politicamente sconvenienti, si sceglie di sopprimere e censurare. Per avere un'idea di come pensino e agiscano gli intellettuali organici all'ideologia dominante, basti osservare la loro reazione quando un tabù viene rotto e, ad esempio, è concesso ai revisionisti uno spazio pubblico.

Per prima cosa si dicono tremendamente offesi dal fatto che idee tanto oltraggiose e pericolose possano essere pubblicamente espresse. Rifiutano comunque di rispondere e di prendere parte alla discussione, perché ciò significherebbe dare una legittimazione ai revisionisti. Attaccano gli avversari attribuendo loro epiteti come "antisemita", "razzista", "neonazista" e additandoli come potenziali stragisti. Accusano i revisionisti di mentire, ma non specificano su cosa, né concedono loro repliche o faccia a faccia.

I sostenitori della veridicità dell'Olocausto accusano i revisionisti di essere gente piena di rancore e di diffondere una dottrina dell'odio. I revisionisti, però, non sono seguaci di una dottrina o di un'ideologia, ma semplicemente degli studiosi. Se gli storici e gli altri intellettuali ortodossi cercano chi diffonde l'odio, diano prima un'occhiata a se stessi e alle proprie dottrine.

Chiunque voglia invitare uno storico revisionista all'interno di un Ateneo è duramente attaccato e anche quando l'ospite riesce a prendere la parola, accade spesso che sia subito zittito e minacciato. Le biblioteche e le librerie subiscono intimidazioni di ogni tipo quando prendono in considerazione il materiale revisionista. Tutto questo continua sotto gli occhi della maggior parte dei Rettori e dei presidi di facoltà, che se ne stanno in silenzio lasciando che siano gli attivisti politici a decidere ciò che è bene leggere e ciò che non lo è.

In secondo luogo, gli intellettuali ortodossi cercano di distruggere il revisionista eretico sia nella sua credibilità professionale, sia finanziariamente, avviando e coordinando varie azioni legali contro la sua persona. I tribunali sono talora usati per attaccare il revisionismo: si cerca di sostenere che la scuola revisionista sia stata dichiarata falsa durante un qualche dibattimento. In realtà le tesi revisioniste non sono mai state giudicate o valutate nel corso di un processo.

Infine si cercherà in tutti i modi di "raddrizzare" quella fetta di media o di docenti che ha concesso spazi ai revisionisti.

Può perfino essere un istruttivo esercizio intellettuale quello di riconoscere e di individuare gli argomenti, oltre al revisionismo storico, che potrebbero infastidire, generando le medesime reazioni.

Di recente alcuni presidi e Rettori hanno stabilito che le amministrazioni degli Atenei dovrebbero porre in essere azioni concrete per sbarazzarsi di tutte quelle idee pericolose per lo stesso sistema universitario. Sicuramente con ciò si è scelto di assumere una posizione liberticida e di offrire un invito esplicito alla tirannide. Qualunque gruppo, munito di una robusta base militante, potrebbe, infatti, sgomberare il campo dalle idee scomode e imporre la propria ortodossia. E' certamente molto più semplice, per presidi e Rettori, eliminare le voci scomode che tenere a bada gruppi di scalpitanti e di ringhiosi, ma è indiscutibilmente il loro dovere quello di far si che le Università rimangano luoghi di libero scambio e di libera manifestazione del pensiero. Quando attraverso le idee si provocano dei danni è giusto colpire il responsabile del danno, non l'idea in se stessa.

Conclusioni

L'influsso del revisionismo, che vede le sue origini risalire al 1977, con la pubblicazione del libro La menzogna del XX secolo di Arthur R. Butz, sta crescendo a vista d'occhio sia negli Stati Uniti, sia in Europa. Oggi il prof. Butz è ordinario di ingegneria elettrica e informatica alla Northwestern University di Evanston, nell'Illinois.

Coloro che si avvicinano alla causa revisionista, compongono un ampio ventaglio di posizioni politiche e filosofiche. Di certo non sono né criminali, né bugiardi, né demoni come la lobby dell'Olocausto cerca di far credere.

Non esistono demoni nel mondo reale. Anzi, le persone raggiungono i livelli più bassi proprio quando iniziano a vedere e demonizzare l'avversario come l'incarnazione del diavolo.

La loro logica è destinata ad una triste fine.

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Author(s) Bradley R. Smith, Mark Weber
Title Le controversie sull'Olocausto, É ora di un dibattito serio
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Dates published: 1991-01-01, first posted on CODOH: June 30, 1996, last revision: n/a
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