Third Reich Era

Events, organizations and personalities of National Socialist Germany – excluding war-related events (see "World War II") and the alleged extermination events of the war period (see "Holocaust" & "Final Solution").



Il Gotteskampf di Johann von Leers – 1 1 gennaio 2000 (19:25) | Autore: Claudio Mutti PRIMA PARTE Sol Invictus E queste Rocce, lo sapevo, erano state il centro dei riti solari germanici in un tempo immemorabile. (…) Qui, più di quattromila anni fa, i saggi e le guide spirituali …

Il Gotteskampf di Johann von Leers – 2 1 gennaio 2000 (19:24) | Autore: Claudio Mutti SECONDA PARTE Gotteskampf È necessario che tutti gli accademici di un popolo coinvolto in un così profondo movimento si pongano al servizio dei capi di tale movimento per rendere comprensibili i loro obiettivi nazionali, …

 Appendici  Seguono le appendici allo scritto Il diario di Anna Frank è autentico?  del Professor Robert Faurisson Appendice n°1 Descrizione dei documenti fotografici Fotografia n°1:   La mappa di Amsterdam. Il Prinsengracht, nel cuore della città, è un punto di passaggio. Fotografia n°2:   Vista aerea dell’immobile al numero civico 263 di …

1 gennaio 2000 (19:23) | Autore: Claudio Mutti TERZA PARTE Dalle Ande alle Piramidi Quanto a coloro che sono emigrati per la causa d’Iddio dopo essere stati perseguitati, daremo loro una bella dimora in questa vita; ma il premio nell’altra vita è più grande. Corano, XVI, 41 In seguito all’occupazione …

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Le torture (1) e gli assassinii "di" sua maestà inglese?   Il quotidiano inglese "The Indipendent", il 6 settembre pubblicava, un articolo firmato Cahal Milmo, atto a dimostrare la tesi dell'assassinio di Rudolf Hess. Braccio destro di Adolf Hitler, Rudolf Hess era stato accusato dopo la guerra di "crimine contro la pace",e …

In principio fu la discriminante dell'"elezione"     Un ebreo auto-insaccato per evitare il contagio, anno 2013 ...«Non fu l’antisemitismo il primo a sorgere, bensì l’antigentilesimo. Voi avete tanto sentito parlare, recentemente, delle leggi antigiudaiche hitleriane di Norimberga, vietanti i matrimoni misti, che i tedeschi chiamano “contaminazione della razza”. A …

 Sionismo e Terzo Reich Agli inizi del 1935, una nave passeggeri diretta ad Haifa in Palestina lasciava il porto tedesco di Bremerhaven. Sulla poppa portava  le lettere ebraiche per il suo nome «Tel Aviv,» mentre uno stendardo con lo swastika svolazzava dall’albero. Sebbene la nave fosse di proprietà sionista, il suo capitano …

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. "Essi" mentono. Abitualmente! Una branca dell'industria dell'olocau$to: lo sfruttamento delle proprie malattie mentali e comportamentali affibbiate, "ad usum delphini",  al Male Assoluto Adolf Hitler! Tutto va bene per far soldi e demonizzare/offendere/condannare chi non può difendersi. Un classico! Brigitte Hamann revisiona la narrazione standard.  La pratica dello sfruttamento/estorsione, a …

. Il testo di questo articolo è tratto dal libro:  La legge sulla Reichsbank (15 giugno 1939), Il III Reich nazionalizza la banca di emissione, Effepi Edizioni Il 15-06-1939 il III Reich promulga la “Legge sulla Reichsbank” Il 03-09-1939 Inghilterra e Francia dichiarano guerra alla Germania! Erano trascorsi solamente 80 giorni! L'usura …

Tutto nasce da una intervista di Antonio Gnoli a Donatella Di Cesare che riportiamo, in parte. Heidegger catalizzatore e nel contempo cartina di tornasole? ______________________ Martin Heidegger ...Donatella Di Cesare, ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma...è membro della comunità ebraica di Roma e al tempo stesso vice presidente dell' Heidegger Gesellshaft, la …

Tratto da l’Uomo libero n°67 maggio 2009

La madre di tutte le menzogne. Il conflitto 1939-1945 al vaglio del revisionismo

Un po’ alla volta, l’8 settembre è diventato una data diversa.

Il giorno della resa, col tradimento dell’alleato e il benvenuto al nemico che dopo aver bombardato le nostre città sbarcava sulla nostre spiagge, nella visione democratica delle cose, non è più quella macchia all’onore nazionale di cui tutti si vergognavano. Da qualche anno i vertici istituzionali hanno deciso di dargli connotazioni positive; lo legano alla «liberazione», lo indicano come momento fondante.

L’8 settembre non rappresenta un caso isolato.

Anche dal sacrario di el Alamein in Egitto – ricordiamo le visite di personalità di destra, il ministro della difesa Martino, e di sinistra, il presidente della repubblica Napolitano – ci giungono messaggi inquietanti. Lo spirito di sacrificio dei nostri soldati è lasciato in secondo piano, mentre sono puntualmente esaltati gli ideali del nemico. Le nostre autorità hanno parlato di «guerra sbagliata», hanno condannato con durezza la politica dell’Asse e le sue «mete aggressive».

Ma su quali basi si è formato il giudizio che la guerra fosse «sbagliata»? Chi ha stabilito che le mete dell’Asse fossero «aggressive» e quelle del nemico pacifiche e difensive?

Si tratta evidentemente di una presa di posizione alla quale manca qualsiasi controprova. Chi può dire infatti come l’Asse avrebbe sfruttato la vittoria? Quel che è certo è che gli uomini dei partiti, ossessionati dal politicamente corretto dettato dal vincitore, si devono accontentare di una storia immaginata, mentre noi, eredi degli sconfitti, possiamo elencare senza tema di smentita le malefatte e l’incoerenza degli «Alleati». Le democrazie atlantiche e la Russia sovietica, tanto nel corso che alla fine del conflitto, perseguirono infatti contro gli avversari obiettivi di pura sopraffazione – bombardamenti terroristici e violenze sui civili – e non si curarono affatto di rispettare quella linea di condotta e quei criteri etici dai quali si erano detti guidati. Questo nello scacchiere europeo, ma anche in quelli asiatico e africano, nei quali furono riconfermate le precedenti liberticide amministrazioni coloniali e creata, a danno degli autoctoni, una nuova paradossale ingiustizia: l’entità sionista.

***

A oltre sessantanni dalla sconfitta dell’Europa, gli esponenti di quella classe politica che era tornata alla ribalta grazie alla rovina della nazione, non correggono dunque il tiro, restano schierati sulle posizioni del vincitore, posizioni che la storia di un dopoguerra infinito ha dimostrato essere ostili all’indipendenza e agli interessi europei.

Questa desolante realtà non sembra tuttavia scuotere più di tanto l’opinione pubblica, resa miope e indifferente dall’allontanarsi nel tempo degli eventi e dal consolidarsi del disgregante modello individualista introdotto nel continente dalla colonizzazione atlantica. La tutela della collettività e l’orgoglio nazionale non accendono più l’animo popolare, così come d’altra parte non lo turbano le servili esternazioni dei politici.

Resta il fatto che l’esito di una guerra che ha portato l’Europa ad essere militarmente presidiata dagli eserciti extraeuropei, di Stati Uniti e Unione Sovietica, non può assolutamente essere considerato una liberazione. Né depone a favore di una scelta autonoma la circostanza che gli europei abbiano dovuto politicamente uniformarsi, a seconda della zona d’occupazione in cui erano capitati, alla democrazia o al comunismo, ideologie che proprio nelle due Super-potenze avevano le rispettive centrali di riferimento e diffusione.

Quel che vediamo oggi in Europa e in Italia è la piena conferma di un’ormai collaudata sudditanza. Imprigionati dalle istituzioni politiche, militari ed economiche costruite nel proprio interesse dall’oligarchia finanziaria mondiale, gli europei non hanno più voce in capitolo sul loro destino, non sono più padroni in casa loro.

È cosi per quel che attiene ai grandi temi strategici, monetari, energetici, ma anche per la cultura e il costume. La dipendenza è tale che le Nazioni debbono oggi sottostare a direttive imposte dall’esterno addirittura per quel che riguarda l’interpretazione della Storia, la gestione dell’ordine pubblico e l’ingresso degli stranieri.

Se queste che viviamo sono – com’è innegabile – le tragiche conseguenze della sconfitta, è allora evidente che non si possa accettare l’interpretazione degli eventi suggerita dal vincitore. Egli cerca di eludere qualsiasi tentativo di rimettere in discussione l’accaduto, mentre corrisponde proprio al nostro interesse l’atteggiamento opposto.

Lo studio delle cause del conflitto e dei suoi prodromi, del suo estendersi ed articolarsi nei vari teatri di operazione, delle mosse geostrategiche degli antagonisti, merita dunque tutta la nostra attenzione sia sotto il profilo storico che politico.

Per cogliere risultati apprezzabili, è preliminare tuttavia ripulire il campo dalle incrostazioni propagandistiche più smaccate. I vincitori, democrazie occidentali e comunismo sovietico, hanno infatti a lungo intorbidito le acque della ricerca attribuendo al conflitto interpretazioni teleologiche di comodo. Nella visione manicheista che ne è conseguita e che ancora oggi viene tenuta accuratamente in vita, gli Stati capitalisti e colonialisti, affiancati dalla spietata dittatura sovietica, si sarebbero battuti per la libertà e l’uguaglianza dei popoli e per una maggiore giustizia sociale; l’avversario nazifascista sarebbe stato invece guidato da irrazionali spinte razziste e i suoi Capi avrebbero nutrito mete di conquista addirittura planetarie.

Questo affresco configura però una forzatura dogmatica e superficiale, un cappello tautologico posto a incanalare la visione dei fatti, a fissare una volta per tutte i ruoli di buono e cattivo.

La realtà è assai diversa. Già lo aveva dimostrato a suo tempo il «nuovo ordine» instaurato in Europa nel breve periodo di supremazia dell’Asse (1939-1942), quando, sulle ceneri di Versailles, era nato un diverso equilibrio, specie nell’Europa centro-orientale e nei Balcani.

Che questo «nuovo ordine» corrispondesse all’autentica volontà dei popoli lo ha confermato il suo ripristino. Al crollo del comunismo (1989) sono seguiti: il ritiro dell’Armata Rossa, la riunificazione della Germania, la rinascita degli stati nazionali e la disintegrazione degli Stati multietnici, Unione Sovietica, CecoSlovacchia, Jugoslavia.

E non si deve dimenticare che fenomeno analogo, più accelerato anzi per la minor presenza comunista e la maggiore incidenza delle situazioni coloniali ebbe a registrarsi in Asia grazie all’azione del Giappone. L’esercito nipponico aveva infatti portato ai popoli oppressi delle Filippine, della Malesia, dell’Indonesia, il seme della libertà.

Il ripristino dei confini in base al principio di nazionalità non fu ovviamente possibile dove la popolazione autoctona era stata eliminata nella sua totalità. Questa pulizia etnica, realizzatasi attraverso uccisioni, espulsioni, deportazioni, aveva colpito principalmente la Germania, dove, nei territori orientali, due milioni di civili furono assassinati e tredici milioni dovettero abbandonare per sempre le loro case. La maggior parte di questi territori venne assegnata alla Polonia, letteralmente spostata a Occidente, per risarcirla di quanto aveva dovuto lasciare in mani sovietiche dopo l’invasione del settembre 1939.

Lo stesso perverso meccanismo fu attivato, sempre a vantaggio del mondo slavo-comunista, contro gli italiani della Dalmazia e dell’Istria.

***

Ma come ha potuto diffondersi e perpetuarsi la dolciastra menzogna dei vincitori? La leggenda di una guerra da loro combattuta per nobili motivi e felicemente coronata da una pace giusta?

A sorreggere la costruzione hanno provveduto gli intellettuali organici alla cultura dominante, messi in riga col solito meccanismo del premio e del castigo: la carota del successo, il bastone dell’isolamento.

Questi intellettuali, piazzisti dell’invadenza globalizzatrice, della primazia dell’economia sulla politica, artefici della bancarotta etica mondiale, hanno garantito alle oligarchie dominanti anche il ricambio generazionale richiesto dal trascorrere dei decenni. Scuola e università hanno consegnato i replicanti necessari.

Dalla loro disponibilità a collaborare è uscita un’imponente produzione editoriale di argomento storico, saggistico, documentaristico e memorialistico nella quale i fatti sono stati manipolati, distorti, falsificati.

Un’operazione mediatica che, condotta in regime di monopolio, e spalmata senza risparmio, ha consegnato ai giovani – con la «colpa» della Germania e dei suoi Capi – una versione del passato al tempo stesso caricaturale e ufficiale.

Ufficiale, quindi unica e immodificabile.

Tanto immodificabile che il sionismo, per le vicende che più gli stanno a cuore – olocausto, camere a gas – ha preteso, senza che la cosa abbia suscitato scandalo, l’abiura o il carcere a carico di chi si permette di esprimere le proprie circostanziate perplessità.

È così che, tra le opere riguardanti il conflitto 1939-45, sono molto scarse quelle che lo inquadrano in tutta la sua complessità, fornendo sui fatti un panorama completo e coerente. Pochi autori infatti hanno il coraggio di rimettere in discussione questioni che «in alto» si considerano già risolte in modo soddisfacente. Ci riferiamo al problema delle responsabilità politiche, culturali ed economiche del conflitto, un argomento che, in occasione di altre guerre, aveva sempre provocato tra gli storici un acceso dibattito. Ci si è questa volta invece adeguati ai desideri del «Principe» sfornando prodotti superficiali e divulgativi, forniti però del necessario imprimatur e sorretti dalla distribuzione e dalla critica. E così che la versione ufficiale sulle cause e sulle responsabilità è rimasta a lungo incontestata.

E più ricca la saggistica episodica. In essa non si ritiene necessario inquadrare con eccessivo rigore storico e temporale il racconto, si punta maggiormente a trascinare e commuovere il lettore; che viene interessato alle vicende personali, alle sofferenze dei protagonisti, piuttosto che a considerazioni politiche o alla riflessione sull’origine dei fatti descritti.

In questo genere di produzione editoriale, che pur non avendone i requisiti si pretende spesso di usare come documento storico, i ricercatori più attenti hanno colto a ripetizione incongruenze, inesattezze, esagerazioni, anacronismi. Ristabilire la verità dei fatti è cosa certamente meritoria, ma al di là dei dettagli quel che più conta è afferrarne il significato. Esso non può trovarsi all’interno del fatto stesso, ma è rintracciabile nelle intenzioni, negli obiettivi, nella volontà di chi lo ha posto in essere.

Il problema centrale, ossia l’accertamento oggettivo e sintetico delle cause e delle responsabilità del conflitto, è dunque un’operazione complessa che coinvolge la ricerca storica a tutti i livelli, e non rinuncia a trarne, in piena libertà, le conclusioni. Sono questi il tema dell’indagine e i metodi adottati dagli storici revisionisti.

Oggi il loro coraggioso lavoro è giunto al risultato di poter contestare la versione ufficiale. Questi storici sostengono in modo assai documentato la tesi che, a motivo dell’enorme squilibrio a favore dell’Occidente per quanto riguarda risorse economiche ed energetiche, potenziale demografico, capacità produttiva specie nel campo degli armamenti, la guerra non potesse aver avuto origine da quel complotto contro la pace imputato a Norimberga alla Germania, ma sia stata invece voluta dalle Democrazie.

Il suo esito, per le stesse ragioni, non poteva che essere segnato fin dall’inizio. Era impossibile infatti che Berlino, nel periodo immediatamente precedente allo scoppio del conflitto o nel corso del medesimo, riuscisse a entrare in possesso dei mezzi necessari per vincere o quanto meno per sostenere uno scontro di lunga durata.

Questa valutazione, fondata su pubblici, incontrovertibili dati statistici, porta a dedurre che la Germania, non potendoselo permettere, non abbia puntato affatto allo scontro frontale con l’avversario liberal-capitalista. Ne consegue che alla soglia degli anni Quaranta la politica estera tedesca fosse indirizzata alla sicurezza e limitasse ai possibili aggiustamenti di frontiera le proprie ambizioni territoriali.

Appare a questo punto assai più ragionevole e sensata l’ipotesi, suffragata a posteriori dagli eventi, che i detentori di quasi tutte le ricchezze finanziarie e reali della Terra – banche, mercati, borse, commerci, materie prime e petrolio -puntando al mantenimento del vantaggioso status quo, avessero deciso con una guerra preventiva di far morire in culla un concorrente che stava portando ai popoli europei un messaggio ritenuto dalle oligarchie finanziarie pericoloso.

Ad essere in pericolo non erano dunque – come oggi si dà per certo – le Democrazie, ma i regimi fascisti. Essi infatti non erano politicamente in condizione di evitare lo scontro con gli antagonisti, né tanto meno di reggerlo militarmente.

Né era possibile a Italia e Germania colmare il divario, neppure se ne avessero avuto il tempo e dedicato al riarmo tutte le risorse di cui erano in possesso. Una scelta inattuabile perché una buona parte del bilancio statale era destinata ad irrobustire le infrastrutture, finanziare importanti lavori pubblici, sviluppare e completare quello che maggiormente caratterizzava i regimi fascisti, ossia la costruzione dello Stato sociale, con la tutela del lavoro, del benessere e dell’elevazione delle categorie più disagiate, con l’assistenza sanitaria estesa a tutta la popolazione, la cura, attraverso anche l’eugenetica, della sanità della stirpe.

Scendendo nei dettagli, per l’Italia, alla debolezza strutturale c’era da aggiungere il grave errore commesso quando, trascurando la centralità del teatro europeo, si era impegnata in Africa, nella campagna di Etiopia (ottobre 1935, giugno 1936).

La conquista dell’Impero, al di là delle sanzioni, che rimasero un annuncio di facciata, più utile propagandisticamente al Fascismo piuttosto che dannoso, non fu ostacolata a fondo dagli Occidentali e neppure dall’Unione Sovietica. Queste potenze contavano, tenendosi buono Mussolini, di poterlo utilizzare ancora in chiave antigermanica. Non dimentichiamo che lo strombazzato invio delle divisioni italiane al Brennero, dopo l’uccisione del cancelliere austriaco Dollfuss (giugno 1934), aveva di poco preceduto l’impresa etiopica e si inquadrava perfettamente nell’atmosfera filo-occidentale e quindi antigermanica che aveva contraddistinto la politica estera italiana e tutte le conferenze internazionali di quegli anni.

L’impegno in Africa fu massiccio; così come fu notevole quello successivo nella guerra di Spagna (1936-39). Ma lo scontro con due avversari di levatura assai modesta come i guerriglieri etiopici e gli irregolari anarco-comunisti di Spagna non stimolò affatto nello Stato Maggiore italiano lo studio e la messa a punto di nuove tattiche e di nuove armi.

Le due facili vittorie ebbero anzi un effetto soporifero. Dettero sicurezza, come se le prove superate fossero state impegnative.

Etiopia e Spagna finirono dunque per esaurire le scorte dell’esercito italiano e per declassarlo qualitativamente. Se nel 1935 esso era tutto sommato competitivo con gli altri eserciti europei, nel 1939 non lo era più. Ma a Roma non ci si rendeva conto di questo scadimento e neppure del fatto che in Europa tutti gli altri si stessero rapidamente rafforzando. Si pensava di uscirne evitando impegni militari seri. Per rimediare davvero, del resto, mancavano i mezzi economici, non erano stati messi allo studio piani adeguati, ma soprattutto l’Italia era priva di un’industria bellica all’altezza del compito.

Quanto alla Germania, sconfitta nel primo conflitto mondiale, partiva praticamente da zero.

Inconsistente la flotta – allo scoppio delle ostilità nel 1939 i tedeschi potevano disporre appena di 11 sommergibili atlantici operativi -, modesto il numero e la qualità dei corazzati. La produzione di aerei, nel 1939 era inferiore a quella dei soli inglesi. Quanto alla presunta, totale meccanizzazione dell’esercito, esso in realtà era largamente ippotrainato, al punto che durante il conflitto furono impiegati oltre quattro milioni di animali da tiro (cfr. G. Valli, 22 giugno 1941 -Operazione Barbarossa, l’Uomo libero n. 65).

Questa situazione era il riflesso delle difficoltà che la dirigenza nazionalsocialista stava affrontando. Molte delle materie prime necessarie all’industria dovevano essere importate, e neppure per l’alimentazione il Reich aveva raggiunto l’autosufficienza. La valuta per coprire tali acquisti avrebbe dovuto essere ricavata dalle esportazioni, ma i prezzi dei beni tedeschi sui mercati internazionali non erano più competitivi perché dollaro e sterlina, a causa della crisi degli anni Trenta, erano stati svalutati.

Per vendere di più sarebbe stato necessario adeguarsi e svalutare anche il marco, ma l’operazione era preclusa perché avrebbe avuto conseguenze assai gravi. Per pagare le pesanti rate delle riparazioni accollatele a Versailles da Inglesi e Francesi (132 miliardi di marchi oro dilazionati fino al 1987, in annualità che sottraevano tra il 10 e il 12% del PIL) la Germania aveva infatti ottenuto prestiti dagli Stati Uniti, prestiti che dovevano essere rimborsati in marchi oro e non con marchi svalutati.

È evidente come il tentativo di risollevare le strutture civili e quelle militari della Germania mettesse la dirigenza nazionalsocialista di fronte a enormi problemi.

Quanto alle Democrazie, i loro fondamentali erano più saldi in partenza, frutto di secoli di dominio commerciale e finanziario e, grazie a questa migliore situazione economica, a metà degli anni Trenta esse avevano potuto avviare un riarmo accelerato. Si trattava di una linea d’azione che non verrà mai interrotta neppure in quel periodo – l’appeasement - in cui sembrava che le rivendicazioni tedesche venissero considerate dalla controparte con una certa benevolenza.

Fatto sta che gli Inglesi hanno nel 1939 una flotta di oltre due milioni di tonnellate di dislocamento contro 270.000 dei tedeschi, producono 3.000 aerei l’anno contro 1.600 dei Tedeschi (saranno 15.000 contro 7.000 nel 1940 e 20.000 contro 8.000 nel 1941).

Quel che più fa sensazione è però l’organizzazione ex novo, a partire dal 1936, di un sistema integrato di difesa antiaerea. Già nel luglio 1939 (guarda caso proprio in tempo per la guerra), l’intera costa britannica sul Mare del Nord e sulla Manica è sotto controllo radar con apparecchiature capaci di scoprire velivoli a 120 miglia di distanza e a 10.000 piedi di altezza. Dalla Cornovaglia alla Scozia la caccia inglese si assicura così i venti minuti di vantaggio necessari per salire alla quota utile ad affrontare l’avversario.

Grande significato assume anche il parallelo riarmo degli Stati Uniti, che è fomentato da un lato dalle pressioni politiche dell’ebraismo, dall’altro dalla crisi economica che il New Deal rooseveltiano non è riuscito a risolvere e che sarà appianata solo col conflitto.

Gli USA organizzano la flotta di guerra su due oceani, Atlantico e Pacifico, implicitamente prefigurando le ostilità simultanee con Germania e Giappone. Un solo dato per farsi un’idea dell’enorme potenziale statunitense, e quindi del divario produttivo tra gli antagonisti: Italia e Germania non hanno portaerei; gli Americani, al momento delle atomiche sul Giappone – le cui poche unità, quasi tutte ricavate dalla trasformazione di vecchi mercantili, sono state affondate nelle fasi iniziali del conflitto – ne avranno in linea ben 101 (centouno!).

Se contro la Germania appoggiano gli Inglesi, contro il Giappone, gli USA, già dal 1937, riforniscono di armi e materie prime la Cina di Chiang-Kai-Shek. Il flusso degli aiuti avviene da sud, attraverso l’Indocina francese. Gli americani, che hanno in Asia colonie (le Filippine) e una catena di basi militari (le isole del Pacifico, Guam la più attrezzata) in prossimità del Giappone e quindi a enorme distanza dal proprio territorio, trovano intollerabile che i Giapponesi cerchino spazio e sicurezza nei mari attorno alle proprie isole e sul vicinissimo continente.

Nel novembre 1938 viene deciso dal Pentagono il rafforzamento dell’aeronautica militare. La produzione è portata a 1.000 aerei al mese. Ci si augura di poter smaltire il crescente stock in guerra, direttamente o cedendolo ai belligeranti alleati.

Mentre in Europa il conflitto non è ancora scoppiato, negli USA già si farnetica circa un’invasione tedesca. Stampa e cinema giudaizzati mettono in guardia la popolazione contro le spie naziste e contro i neutralisti. Ricordate la Bergman di Casablanca!

***

È dalla constatazione di questa radicata, articolata e crescente ostilità delle Democrazie che nasce tra Italia e Germania l’idea di un’alleanza militare.

Il 22 maggio 1939 a Berlino, nella prestigiosa cornice della nuova cancelleria del Reich, viene siglato il Patto d’Acciaio.

Il documento, breve e stringato (solo sette punti, privi di qualsiasi incertezza interpretativa) impegna – senza se e senza ma – le due nazioni contraenti a combattere fianco a fianco.

La stampa italiana e tedesca di quei giorni chiarisce la ratio del Patto. Essa in sostanza è un avvertimento diretto a dissuadere dai loro obiettivi i guerrafondai atlantici. Roma e Berlino portano solennemente a conoscenza dell’opinione pubblica mondiale le conseguenze che avrà l’attacco ad una delle potenza dell’Asse: il conflitto, comunque originato, non sarebbe rimasto localizzato sarebbe stato combattuto sino in fondo. Se guerra doveva essere, sarebbe stata una guerra devastante, per i vinti certamente, ma anche per i vincitori. Nulla comunque nel mondo sarebbe restato come prima.

Il Patto, in conclusione, doveva avere un effetto dissuasivo, simile a quello che a partire dagli anni Cinquanta avrà tra le Superpotenze la reciproca minaccia atomica.

Più fonti hanno accennato a clausole segrete che avrebbero differito l’efficacia del Patto al momento in cui i due firmatari avessero completato i loro programmi di riarmo. Si tratta, a nostro parere, di una leggenda metropolitana. Abbiamo già detto che il tempo non giocava a favore dell’Asse e che rapporto di forze con gli antagonisti sarebbe anzi peggiorato. Ammette l’impreparazione militare sarebbe stata una sciocca confessione di debolezza in contrasto con il tono fermo e sostenuto del Patto, ma sarebbe anche equivalso ad ammettere che l’Asse stava programmando la guerra. L’esistenza queste clausole fu in seguito infatti sostenuta da quegli storici che, ideologicamente allineati coi nemici dell’Asse, erano interessati a confutare il carattere difensivo del Patto. La questione ci pare in ogni caso definitivamente chiarita da un addetto ai lavori non sospetto: Massimo Magistrati, primo consigliere dell’Ambasciata d’Italia a Berlino.

Ebbene, il Magistrati, antitedesco almeno quanto il suo superiore Attolici che dovrà essere sostituito perché non gradito ai tedeschi, e quanto Ciano, del quale era tra l’altro cognato avendone sposata la sorella Maria, così si esprime circa il Patto d’Acciaio: «Annesso vi fu un protocollo segreto aggiuntiva il quale non conteneva affatto – come tante volte è stato in seguito erroneamente affermato — una reciproca assicurazione che nessun conflitto armato sarebbe stato provocato da una delle parti prima di un periodo di tre anni. [ Il protocollo segreto] contemplava soltanto alcune intese circa la formazione delle commissioni militari, di economia di guerra e propaganda, indicate nell’articolo IV del Patto.» (Massimo Magistrati, L’Italia a Berlino, Mondadori 1956,p.345)

Per quel che riguarda l’Italia, non possono esservi dubbi sulla natura difensiva del Patto. L’Italia era in sostanza una nazione soddisfatta. Se dalla prima Guerra Mondiale era uscita recriminando per essere stata esclusa dal bottino coloniale, negli anni successivi aveva migliorato le sue posizioni, Aveva acquisito Fiume, regolato con la Jugoslavia le questioni del retroterra di Zara e delle isole adriatiche, stava sviluppando il Dodecanneso, una vera perla strategica, turistica e commerciale dove con la popolazione greca non vi erano problemi. Ma l’Italia si era irrobustita anche oltremare, aveva pacificato la Libia, dove dal 1938 era previsto l’afflusso di 20.000 coloni l’anno, aveva conquistato un vasto Impero, collegato Eritrea e Somalia e ottenuto dagli Inglesi l’Oltregiuba.

Nei confini nazionali c’erano Tedeschi in Alto Adige e Slavi all’interno dell’Istria. Queste minoranze però non erano messe sotto pressione né dalla Germania né dalla Jugoslavia. Si parlava di rivendicazioni nei confronti della Francia, circa la Corsica, Nizza e la Tunisia, ma queste rivendicazioni erano più politiche e propagandistiche che territoriali.

L’Italia aveva quindi immensi spazi da valorizzare, l’Africa Orientale da rastrellare con operazioni di polizia coloniale che non si prospettavano facili e dispendiosi piani di lavori pubblici sul territorio metropolitano, tra cui i programmi da ultimare per la bonifica pontina e la costruzione delle 130 nuove città fondate dal Fascismo. Grandi energie e risorse economiche erano destinate alla prestigiosa E42, l’Esposizione Universale che si sarebbe tenuta a Roma nel 1942 e per la quale era in corso la costruzione di un nuovo quartiere che avrebbe unito la Roma dei colli al mare di Ostia.

Ma anche la Germania, da quando il Nazionalsocialismo aveva preso il potere, aveva fatto passi da gigante. Quasi tutte le rivendicazioni del Reich avevano avuto soddisfazione; il disegno di unità nazionale era quasi completo. Portare sotto la stessa bandiera tutte le genti di lingua tedesca era una missione per chi, come i nazionalsocialisti, teorizzava uno Stato nazionale etnicamente compatto. A quest’obiettivo mancava solo Danzica, la città sul Baltico, posta allo sbocco del corridoio polacco che tagliava in due la Germania separando il nucleo principale dalla Prussia orientale.

La questione, per il ridotto numero di abitanti coinvolto, in pratica i soli cittadini di Danzica, era forse la meno importante delle rivendicazioni tedesche, ma era vissuta dal popolo tedesco come un’enorme, insopportabile ingiustizia nei suoi confronti.

Quando si parla di ingiustizia si è subito portati a pensare alla prepotenza del più forte che approfitta del più debole. Ebbene, Danzica era esattamente il contrario di ciò. L’ingiustizia era posta in atto dal debole, la Polonia, che senza giustificazione alcuna si faceva beffe di una grande nazione, la Germania. Altre nazioni, geograficamente defilate, Inghilterra e Francia, dopo aver creato a Versailles questa situazione irresponsabile e esplosiva, impedivano che il problema venisse risolto secondo buon senso, e secondo il peso di ciascuno, tra i due Paesi interessati.

La situazione era aggravata dalla scarsa omogeneità dello Stato polacco. Esso, pensato in funzione antitedesca, era stato gonfiato con territori e popolazioni che storicamente, linguisticamente e razzialmente con la Polonia non avevano nulla a che fare. Il governo polacco temeva dunque che la restituzione di Danzica fosse solo il primo passo verso la disintegrazione del Paese e che il compromesso con la Germania avrebbe innescato le rivendicazioni degli Stati confinanti, Ceco-Slovacchia, Unione Sovietica e Lituania.

Il Führer era frustrato da questo impasse. Lo tormentava il dover tenere a bada i Tedeschi in patria e soprattutto quelli di Danzica, che erano da anni in fibrillazione a causa delle promesse sempre rinviate. Si rendeva conto per di più che il passare del tempo non aveva aperto alcuna prospettiva di accordo.

Aveva preso atto della testarda ostilità degli Occidentali e si rendeva conto che il trascorrere degli anni non avrebbe giocato a favore della Germania. Se il problema poi doveva essere deciso dalle armi, il rafforzamento dell’esercito non poteva essere accelerato: l’Achille tedesco non avrebbe mai potuto raggiungere, nel rapporto di forze, la tartaruga atlantica.

Hitler poteva solo augurarsi che, anche questa volta, l’opposizione ai suoi piani restasse solo sulla carta e che il timore, diffuso col Patto d’Acciaio, di una guerra davvero mondiale, potesse mantenere localizzato lo scontro tra il Reich e il tronfio vicino slavo.

Rivendicare con decisione Danzica non indica tuttavia che il Fuhrer avesse puntato tutto sulla guerra.

Egli, compiuti cinquant’anni e colto l’obiettivo della Grande Germania, ha soddisfatto gran parte delle sue ambizioni politiche. Ma la personalità del Fuhrer è più vasta. Egli ama profondamente l’arte in tutte le sue manifestazioni. Segue a Bayreuth il Festival wagneriano, è appassionato di cinema, supervisio-na l’organizzazione dei raduni politici e sportivi. Vediamo nei lungometraggi della Riefenstiahl – Il Trionfo della Volontà e Olympia – l’emozionante nascita di una nuova religiosità laica. Fin dagli anni giovanili il grande amore di Hitler fu l’architettura. Alla soglia degli anni Quaranta egli ritiene di poter realizzare un grandioso piano di rinnovamento nel campo delle infrastrutture (autostrade) e dell’urbanistica, destinato a lasciare un segno nella storia tedesca.

Nei lunghi colloqui con l’architetto Albert Speer, Hitler discute le linee per la modernizzazione delle quattordici principali città tedesche, dalla viabilità ai progetti per i nuovi imponenti edifici pubblici.

Speer coglie al volo l’occasione che il destino gli offre di tradurre in pietra le idee della civiltà nazionalsocialista. Nel 1936, dopo essersi occupato a Norimberga della scenografia per i raduni annuali del Partito, è incaricato di realizzare il progetto olimpico del Terzo Reich. Nasce, tempio della forza e della bellezza, l’Olympiastadion, con 110.000 posti a sedere. Nel giro di soli due anni progetta, erige ed arreda, a Berlino, la splendida nuova Cancelleria del Reich e apre il nuovo Asse stradale Est Ovest. Le dimensioni di questa opera consentiranno, nell’aprile 1945, negli ultimi giorni della Berlino assediata, addirittura l’atterraggio e il decollo di aeroplani. È il luogo dove ancora oggi si può ammirare, dopo lo spostamento organizzato da Speer, la Siegessäule, la Colonna della Vittoria, originariamente (1873) collocata davanti al Reichstag, per ricordare il trionfo prussiano a Sedan.

Solo quando la pace con l’Inghilterra risulterà impossibile e la guerra si sarà estesa allo scacchiere orientale, la realizzazione di questi grandi progetti verrà accantonata. Eppure persino le nuove esigenze belliche offrono spazio ai progetti civili. Nelle grandi città, Berlino, Vienna, Amburgo, sono edificati giganteschi edifici, le torri contraeree che nel dopoguerra avrebbero dovuto assumere destinazioni sociali. Si trattava di edifici alti fino a settanta metri, con muri esterni in cemento armato dello spessore di un metro e mezzo, adibiti contemporaneamente a rifugio per la popolazione civile e a postazioni per l’artiglieria che funzioneranno in modo assai soddisfacente, come si può dedurre dalle forti perdite subite dalle aviazioni inglese e americana. Più di una volta, in una sola notte, vennero abbattuti quasi cento bombardieri nemici.

La torre posta allo Zoo di Berlino, che dopo la caduta del bunker della Cancelleria resistette per altri due giorni, fu abbattuta dai russi con un lavoro durato mesi e che registrò lo sgombero di 400.000 metri cubi di macerie. È il caso di ricordare che a Berlino anche la Cancelleria, solo danneggiata, fu fatta saltare, così come gli edifici di proprietà del Führer a Berchtesgaden e la prigione di Spandau dopo il «suicidio» di Hess, il 17 agosto 1987.

Rimangono oggi in piedi le torri antiaeree erette a Vienna, oggetto nel mese di marzo 2009 di un’interessante mostra tenutasi a Milano.

Ancora nel 1945, nel bunker di Berlino, Hitler cercava qualche breve momento di distrazione esaminando planimetrie e plastici di quel sogno mancato, i modelli in gesso di Germania – questo sarebbe stato il nome della nuova capitale del Reich millenario – o i progetti per le piazze e le gallerie d’arte della sua Linz, futura capitale dell’arte tedesca.

A Linz, nella sede del Museo del Castello, si è tenuta dal settembre 2008 al marzo 2009 la mostra intitolata: «La capitale della cultura del Führer». Vi erano esposte foto, plastici, progetti, quadri e filmati. Il depliant ufficiale mostra il Nibelungenbrück, ultimato nel 1942, in una foto a suo tempo scattata da Walter Frentz, il fotografo ufficiale del Führer di cui è appena uscito in francese L’oeil du III ReichWalter Frentz le fotographe de Hitler (Edizioni Perrin). Le grandiose sculture allora collocate alle estremità del ponte sono state rimosse e distrutte, ma di esse sono stati esposti alla mostra i modelli originali. Progettista del ponte era l’architetto Friedrich Tamms, che aveva precedentemente lavorato al tracciamento delle autostrade e alla costruzione delle torri antiaeree.

Anche nel corso della guerra affiorerà a tratti la passione di Hitler per l’arte. Ne è testimonianza la sua breve visita a Parigi nel luglio del 1940 con l’omaggio agli Invalidi e alla tomba di Napoleone.

Quando gli attacchi aerei sulle città tedesche si intensificano e la difesa risulta problematica, il Führer pensa già alla ricostruzione. Egli ordina: «In considerazione delle perdite crescenti e insostituibili causate dalla guerra aerea al patrimonio artistico e culturale, ritengo urgente che gli edifici monumentali e le altre opere di valore non asportabili siano registrati fotograficamente nella misura più ampia possibile, vale a dire nei dettagli».

Il Führer si attiva anche per il salvataggio dei tesori dell’Abbazia di Montecassino, che verrà poi rasa al suolo dal terrificante bombardamento angloamericano. Paul Conrath, comandante della divisione Hermann Göring, su precise disposizioni di Berlino, organizza la catalogazione, l’imballo in centinaia di casse di legno di 70.000 volumi. 1.200 manoscritti, dipinti, statue, o liturgici in oro e argento. Il tesoro è trasportato a Roma con 120 autocarri Wehrmacht e messo al sicuro il 1° novembre 1943 in Castel Sant’Angelo.

Nei mesi successivi, in ritirata da Anzio verso il Nord, il generale Kesselring aveva proposto di fare terra bruciata. Sarebbero stati fatti saltare anche i diciassette ponti sul Tevere che, nei 12 chilometri a cavallo di Roma, collegavano il Sud con le grandi arterie che la Quinta Armata del generale Clark avrebbe percorso per risalire la penisola. Ebbene, il 3 giugno l’OKW comunica a Kesselring: il Führer aveva deciso che i ponti romani avevano un grande valore storico e artistico e quindi «non doveva esserci una battaglia per Roma».

Ma, nella primavera 1939, gli umori internazionali non consentono progetti di pace.

Gli Inglesi avevano digerito malamente tutti i successi della Germania nazionalsocialista, dal referendum popolare che aveva sanzionato il ritorno al Reich della Saar, all’ingresso della Wehrmacht in Renania, al festoso Anschluss con l’Austria – uno schiaffo per chi lo aveva espressamente vietato a Versailles – fino ai più recenti accordi di Monaco per i Sudeti e, ultimi nel tempo, la disintegrazione della Cecoslovacchia con la nascita del protettorato di Boemia e Moravia e dello Stato slovacco. Ultimissimo il ritorno alla madre patria di Memel restituita dalla Lituania.

Queste annessioni, anche se non avevano ribaltato i rapporti di forza a favore dei Tedeschi, avevano tuttavia convinto gli Occidentali che gli equilibri innaturali da loro imposti con la forza all’Europa stessero poco a poco cedendo e che, per avere ancora in pugno la situazione, fosse necessario e urgente rimettere in riga la Germania.

Qualsiasi nuova mossa di Hitler andava bloccata; senza discussioni, senza compromessi, senza conferenze internazionali. La parola insomma doveva passare alle armi. I grandi gruppi finanziari e il giudaismo internazionale non potevano correre il rischio di un’Europa autonoma, fuori dal loro controllo e governata da quei regimi fascisti che stavano raccogliendo un crescente consenso popolare.

Uno dei temi che maggiormente disturbava gli ambienti demo-plutocratici era quello delle Banche Centrali, ossia delle banche autorizzate a emettere cartamoneta.

Mentre nell’Occidente è lasciata mano libera ai privati, nel senso che le banche di emissione tipo la Federal Reserve sono società privale le quali stampi denaro e lo prestano allo Stato accollandogli un interesse, il cosiddetto tasso di sconto, nella Germania nazionalsocialista e in modo meno esplicito nell’Italia fascista, la Banca Centrale è nazionalizzata. Il denaro, nella Nuova Europa, non appartiene più alle congreghe del cosmopolitismo, ma al popolo.

Il mondo dell’usura e dei parassiti finanziari si sente minacciato nelle pieghe più intime del proprio portafoglio.

Danzica poteva essere la via d’uscita, il pretesto per la guerra. E per chi la desiderava era una scommessa sicura, vinta in partenza: la Germania per Danzica si sarebbe mossa di sicuro, era solo questione di tempo. Ed ecco l’inusuale – proprio perché incondizionata – garanzia offerta da Londra alla Polonia. Danzica era dunque l’imboscata che il grande capitale aveva preparato per la Germania.

A questo punto, perché la garanzia facesse scattare il casus belli bastava spingere il topo a ruggire, aizzare cioè Varsavia al testardo rifiuto di qualsiasi trattativa con Berlino.

Nell’operazione, destinata a ritorcersi in modo drammatico contro gli ingenui polacchi, assumono ruolo da protagonisti gli ambasciatori USA in Europa. Dirige questa orchestra diplomatica che suona contro la pace il rappresentante a Parigi Bullitt, già agente della banca ebraica Kuhn & Loeb, fanatica spalla di Roosevelt e già suo uomo, guarda caso, a Mosca dal 1933 al ‘36.

Sono legati a Bullit e al suo collega Biddle, ambasciatore USA a Varsavia, e tramano per la distruzione del loro Paese i miopi o prezzolati diplomatici polacchi a Washington, Potocky, e a Parigi, Lukasiewicz.

Gli Americani ebbero ruolo da burattinaio anche nello spingere Londra e Parigi a trattare coi sovietici un’intesa militare tale da costringere la Germania a combattere su due fronti. A Ovest contro gli anglo-francesi, a Est contro i sovietici.

Ma tra la Wehrmacht e l’Armata Rossa c’era la Polonia. Premessa per la collaborazione strategica con l’URSS era dunque l’attacco tedesco alla Polonia che avrebbe portato l’esercito tedesco del Reich a contatto coi Russi.

Stalin però respinge la proposta degli Occidentali. Come mai? Egli teme che una volta scesa in campo contro i Tedeschi, l’URSS sarebbe stata lasciata sola. Non credeva insomma che la garanzia a favore di Varsavia avrebbe portato gli Inglesi a sbarcare sul Continente e a impegnare sul campo la Wehrmacht. Aveva capito che, in ultima analisi, ai Britannici non interessava proteggere la Polonia, ma usarla come pretesto contro la Germania. Non voleva dunque battersi da solo contro Hitler per non indebolirsi nei confronti dell’Occidente.

Del cinico attivismo degli Occidentali nell’usare gli sprovveduti polacchi è rimasta prova il Libro Bianco tedesco nel quale furono raccolti, a cura del Ministero degli Esteri, i documenti recuperati tra il 1939 e il ’40 nella Varsavia e nella Parigi occupate.

Rimaneva insomma il rischio per la Germania che l’attacco alla Polonia provocasse la dichiarazione di guerra anglo-francese e addirittura la possibilità di un intervento russo.

Gli Occidentali si dicono pronti a favorire un accordo tra Berlino e Varsavia; in realtà lo rendono impossibile spingendo i Polacchi a irrigidirsi. Invano un plenipotenzario polacco è atteso a Berlino. Hitler è in dubbio se rinviare l’azione.

In quegli stessi giorni però un inatteso, epocale successo è ottenuto dalla diplomazia tedesca, che conclude coi sovietici l’accordo «commerciale» del 23 agosto 1939, che definisce in realtà le rispettive zone di influenza tra Germania e URSS sull’intera Polonia e sul Baltico.

A questo punto lo scenario è cambiato, la Germania è uscita dall’angolo. Ha la possibilità di regolare finalmente i conti con la Polonia. È vero che i Russi potranno incamerare un consistente bottino senza nulla rischiare, ma gli Inglesi non possono più far conto, a breve scadenza, sulla rivalità tra Russia e Germania. Per di più ora è Londra a essere in difficoltà. Tocca a lei provare al mondo che la parola data alla Polonia non era un bluff.

E in effetti, dopo l’accordo di Mosca, la garanzia inglese si sgonfia, diventa in poche ore una banconota fuori corso.

Tutti gli equilibri strategici sono saltati.

Ha senso, si domanda a questo punto l’opinione pubblica britannica – cui è celato il retroscena e perciò crede a un autentico disinteressato sostegno alla Polonia – scatenare una guerra per un Paese lontano, oggettivamente indifendibile, condannato com’è dalla sua stessa posizione geografica, minato da una popolazione eterogenea, e circondato dagli eserciti russo e tedesco, le maggiori potenze militari del Continente?

E affrontare, per questa causa già persa, uno scontro di proporzioni mondiali con Berlino e Roma che – già lo avevano reso noto col Patto – sarebbero scese in campo unite?

E se la Polonia fosse stata invasa anche dai Russi, come sarebbe stato possibile sostenere che la sua intangibilità andava salvaguardata, a prezzo della guerra, ma solo nei confronti della Germania?

I dubbi sulla sincerità delle garanzie inglesi, e più in generale sul fatto che  all’Occidente la sorte dei popoli dell’Europa orientale non interessasse affatto, ebbero chiara conferma al di là del caso polacco.

Nessuna reazione verrà dalle democrazie alle ripetute aggressioni compiute dalla Russia comunista contro gli Stati vicini.

Il 17 settembre 1939 i Sovietici entrano in Polonia e ne occupano la metà orientale. Viene deportato un milione e mezzo di polacchi, in prevalenza intellettuali e borghesi. Quelli di razza ebraica finiranno ufficialmente nell’elenco delle vittime dei nazisti. Oltre 20.000 ufficiali, prigionieri di guerra, sono massacrati e sepolti nella foresta di Katyn o affogati nel Mar Glaciale Artico.

Tra l’ottobre 1939 e il giugno ’40, l’URSS aggredisce la Finlandia e si installa nei Paesi baltici, dai quali sono deportate oltre 100.000 persone.

Il 26 giugno 1940 tocca alla Romania, anch’essa garantita dagli inglesi. Sono occupate dai Russi la Bucovina settentrionale e la Bessarabia.

Sul finire del conflitto verranno invasi dai Sovietici, sempre con il beneplacito occidentale, la Bulgaria e, in Asia, la Manciuria e la Corea.

È del tutto evidente che la Russia comunista gode di un salvacondotto totale perché i suoi misfatti fiancheggiano con perfetta scelta di tempo la strategia antieuropea delle democrazie atlantiche.

***

Cosa convince a questo punto Londra e Parigi – che hanno visto smascherata con l’accordo nazi-comunista l’insincerità degli intenti dichiarati e dimostrata la premeditazione dell’aggressione alla Germania – a puntare ancora sulla guerra nonostante la defezione di Mosca? Nonostante il destino della Polonia appaia segnato?

Decisivo, a nostro parere, per annullare il vantaggio acquisito da Hitler a Est e confortare le plutocrazie a proseguire sulla strada intrapresa, è quanto accade in quegli stessi giorni nello scacchiere mediterraneo e più precisamente nella Roma fascista. Ci si imbatte qui in una vicenda che non ci pare eccessivo considerare un vero e proprio buco nero della storiografia moderna. Un episodio per noi italiani inquietante, perché mette in discussione ogni certezza.

Il nodo della questione – ancora irrisolta perché volutamente ignorata, sottaciuta e comunque sottovalutata – è che l’Italia, a fine agosto 1939, manca clamorosamente alla parola data col Patto d’Acciaio solo tre mesi prima. E per di più di questa sua inqualificabile decisione mette anticipatamente al corrente, in modo riservato, ma ufficiale, la controparte e per essa gli ambasciatori di Inghilterra e Francia a Roma.

La spiata è d’autore; non si tratta dell’indiscrezione di qualche oscuro funzionario. Per non lasciare dubbi sulla fondatezza dell’informazione, parla coi diplomatici occidentali nientemeno che il ministro degli Esteri Ciano, genero di Mussolini, l’uomo che tre mesi prima a Berlino, alla presenza del Führer, nella solenne atmosfera della nuova Cancelleria, aveva firmato il Patto d’Acciaio.

Con Berlino è il gelo. Mussolini era considerato l’alleato più sicuro e la notizia che, proprio mentre la Wehrmacht sta per entrare in Polonia, l’Asse è azzoppata, assesta un brutto colpo ai piani e al morale di Hitler.

Per non ingigantire la rottura, la Germania decide di sorvolare, dichiara che con la Polonia è in grado di arrangiarsi.

All’irritazione tedesca corrisponde il sollievo degli ambienti anglogiudaici. Solo dopo il clamoroso rifiuto dell’ostacolo da parte del cavallo italiano, sicuri di non dover affrontare nel Mediterraneo e in Africa un avversario allora ritenuto non trascurabile, il 3 settembre gli Occidentali dichiarano guerra alla Germania.

Che quella italiana di fine agosto 1939 sia stata molto più di una sbandata lo dimostrano gli eventi successivi, in particolare il discorso antitedesco di Ciano del 16 dicembre 1939 alla Camera, la lettera di Mussolini a Hitler che commenta favorevolmente il discorso, e le mosse italiane in politica interna e internazionale di quei mesi (rafforzamento delle fortificazioni al Brennero, mancato invio di rinforzi in Libia e in Africa Orientale, vendita di armi a Paesi neutrali o legati all’Occidente).

Fatti di tale rilievo fanno comprendere che la paternità della deriva neutralista non può essere attribuita al solo ministro degli Esteri.

La vicenda e i particolari che la inquadrano sono dunque noti, incontrovertibili, registrati in modo concorde dai diversi testimoni, eppure non ci risulta che alcuno storico ne abbia tenuto il conto che meritano, ne abbia fornito un’adeguata interpretazione e pesate le conseguenze.

La storia si è insomma rifiutata finora di collegare il «giallo» a quanto in quelle tragiche giornate si stava decidendo in Europa e quindi di attribuire all’Italia quella responsabilità determinante che ebbe nello scoppio del conflitto. Quel che è certo è che la notizia della defezione italiana danneggiò Germania.

L’assenza di indagini storiche sull’accaduto è molto probabilmente dovuto proprio a questa ragione.

Ma quali radici ha il comportamento italiano? Si trattò solo di leggerezza nell’impegno di maggio con il Reich? Di incapacità a mantenere i nervi saldi nell’agosto? Di una resa anticipata, vile e irresponsabile per evitare di essere coinvolti, in qualità di alleato militare e ideologico, nella dichiarazione di guerra contro la Germania? Di un intreccio maldestro tra opportunismo e furbizia attendista?

O la cosa fu ancora più grave e l’Italia, firmando il Patto e poi dissociandosene al momento decisivo, contribuì colpevolmente a trascinare la Germania nazionalsocialista in una trappola letale? Questo fu il pensiero del ministro degli Esteri del Reich von Ribbentrop, cofirmatario del Patto, il quale, proprio per l’esistenza dello stesso, aveva escluso con Hitler che gli Inglesi fossero disposti a sostenere la Polonia fino al punto di far scoppiare la guerra.

La Germania rimane sola, ma in tre settimane chiude vittoriosamente la campagna di Polonia.

Subito dopo, a fine settembre, i ministri degli Esteri tedesco e russo rivolgono a Inglesi e Francesi un appello per chiudere una guerra che non era ancora iniziata e che non aveva alcun motivo per essere combattuta.

Il 6 ottobre il Führer indirizza dal Reichstag un accorato invito agli avversari a evitare lutti e distruzioni inutili per i popoli d’Europa.

La volontà degli Occidentali di chiudere i conti attraverso la debellatio dei regimi fascisti è però troppo salda e l’offerta di pace non è presa in considerazione.

Trascorso l’inverno in una strana attesa, ai primi di aprile del 1940 gli Inglesi assumono l’iniziativa, con una serie di sbarchi in Norvegia per impedire il flusso verso il Reich del ferro svedese e per bloccare il passo ai sommergibili tedeschi in uscita dal Mare del Nord verso l’Atlantico.

Eliminata con prontezza la minaccia in Norvegia, la Germania risponde con l’offensiva del maggio 1940 contro la Francia. Hitler spera, in caso di successo, di riuscire a mettere la parola fine al conflitto. La campagna è un suo capolavoro personale. La vittoria è ottenuta in un solo mese, con azione fulminea contro nemici più numerosi e meglio armati.

Il mondo intero è scosso. Quell’esercito francese che nella prima guerra mondiale aveva retto per quattro anni la pressione delle armate del Kaiser si sbanda e si arrende in massa. L’alleanza anglo-francese non esiste più. Gli Inglesi sono estromessi dal continente.

Senza di loro sembra aprirsi per l’Europa un immenso varco verso il futuro.

Confermano l’intenzione tedesca di aspirare alla pace la rinuncia di Hitler di infierire a Dunkerque sul corpo di spedizione britannico in fuga e, poco dopo, le assai moderate condizioni dell’armistizio concesso alla Francia.

Come pegno di un prossimo ritorno a rapporti di buon vicinato è lasciato alla Francia un territorio non occupato con tutti i possedimenti d’oltremare, un governo autonomo presso il quale, a Vichy, è accreditato un ambasciatore USA, la disponibilità di forze armate e dell’intera flotta.

Questo cavalleresco trattamento venne mantenuto anche quando ogni prospettiva di pace era venuta a cessare, e fu assai apprezzato dai francesi. A confermare questo sentire, è sufficiente ricordare l’atmosfera animata, culturalmente stimolante della Parigi occupata tra il 1940 e il ’44. Nulla a che vedere con quanto furono costretti a subire i Tedeschi dopo la «liberazione».

Neppure il fatto di essere rimasta sola, piega però Londra. E che prosegua la lotta non deve stupire. Gli influenti ambienti finanziari, quelli d’oltreoceano in primis, avevano puntato sugli Inglesi ed erano in grado di sostenerli indefinitamente.

Come avevano desiderato la guerra, così erano disposti a tutto perché continuasse. Il conto in ogni caso sarebbe stato pagato da altri.

Per favorire i sionisti, ossia perché la guerra continui, il presidente Roosevelt non esita a violare le leggi internazionali e quelle interne USA sulla neutralità: autorizza la spedizione in Gran Bretagna di armi e naviglio, accetta ordini per la produzione e l’esportazione di armi e cannoni, mette a disposizione per le navi inglesi danneggiate i bacini di carenaggio nazionali, apre crediti illimitati.

Negli Stati Uniti è il mondo dell’informazione, tutto in mani ebraiche, ad alzare i toni. È in quel contesto che viene formata l’opinione pubblica. Gli ebrei hanno capito che, in democrazia, per vincere le elezioni non occorre essere molti. E sufficiente essere in pochi con tanti soldi. E questo il motivo per cui essi investono nell’editoria, nelle emittenti radiofoniche, nell’industria cinematografica.

Da queste fonti mediatiche nascono campagne dirette a impedire che ogni Stato possa regolare i suoi problemi interni come meglio ritiene opportuno. Contro il diritto dei popoli a difendersi viene agitato l’argomento dei «diritti umani»; al nazionalismo devono subentrare il mondialismo e l’individualismo, all’interesse pubblico quello privato; l’etica del lavoro è scardinata dal libero mercato, dalla speculazione finanziaria, dalle multinazionali.

Dalla metà degli anni Trenta l’ebraismo internazionale è in fibrillazione contro la Germania. Non tollera che, con le leggi di Norimberga, il Reich abbia regolato, limitandola, l’invadenza ebraica nella società tedesca. Le proteste della diaspora ebraica e dei suoi famigli, sono però controproducenti; dimostrano l’esistenza a livello mondiale di una potente lobby giudaica e l’esempio tedesco si diffonde.

Considerata l’importanza degli interessi in gioco, lo scontro si radicalizza. La City e Wall Street sono il caposaldo sionista dal quale muove la reazione contro il risveglio dell’Europa. Non importa alla lobby che il suo campione, gli Stati Uniti, non sia allineato sulle posizioni propagandate; l’importante è che i Tedeschi siano accusati di razzismo, di delitti contro l’umanità, e ci si prepari ad affrontarli con le armi.

Non importa che sotto la bandiera a stelle e strisce ci siano sudditi coloniali, cittadini privi di diritti politici (come a Portorico), che i negri abbiano scuole, locali e mezzi pubblici separati, e che le stesse discriminazioni siano operanti nelle Forze Armate.

Nessun disagio si manifesterà del resto quando, allo scoppio del conflitto, i cittadini americani di origine giapponese finiranno in campi di concentramento. Abbiamo parlato – è il caso di sottolinearlo – non di stranieri residenti, ma di cittadini americani. Si temeva, questa fu la ridicola giustificazione, che in California, nella zona di San Francisco, dove erano particolarmente numerosi, i «musi gialli» potessero appoggiare uno sbarco nipponico. Stesso destino toccherà del resto ai cittadini americani di origine italiana e tedesca, pericolosi anch’essi perché, con fervida, hollywoodiana fantasia il mondo dei media agita di continuo il fantasma di un’incombente minaccia d’invasione da parte dell’Asse. È chiaro, considerato che contro gli USA non esisteva alcuna minaccia, lo scopo di impaurire la gente, di spingerla ad approvare le decisioni di Roosevelt, di aizzarla alla guerra.

Di questo clima isterico troviamo conferma, a quasi settant’anni dai fatti, nei documentari americani trasmessi da Sky su History Channel dove vengono propinate ai telespettatori europei le panzane di allora come fossero verità documentate, passate al vaglio della Storia.

Nella serata del 16 dicembre 2008 è stato ad esempio illustrato, con testimonianze di alti ufficiali, suffragate da interviste ad esperti di strategia militare, un piano tedesco per trasferire negli USA un corpo di spedizione transatlantico attraverso una serie di sbarchi che dal Reich avrebbero toccato via via l’Islanda, la Groenlandia e Terranova!

Un’impresa davvero eccezionale per chi non aveva neppure i mezzi per attraversare il Canale della Manica!

L’Islanda? Sarebbe stata occupata militarmente dagli Stati Uniti poco tempo dopo la «scoperta» del piano nazista; occupata, ma solo per sventarne l’attuazione.

Nella stessa serata televisiva e sullo stesso canale ci si è poi dilungati – con toni da 11 settembre – sull’idea tedesca di costruire giganteschi bombardieri, mai realizzati, va da sé, in grado di colpire New York. L’ultimo di questi progetti sarebbe stato perfezionato – testardaggine dei malvagi! – nel gennaio 1945!

Il messaggio? Suspance e lieto fine hollywoodiano; meno male che i bombardieri USA hanno distrutto le industrie e le città europee riuscendo così neutralizzare i criminali progetti dei nazisti. God Bless America!

Sorretta la propria opinione pubblica con questo genere di amenità, Londra, il 19 luglio 1940, decide di respingere la nuova offerta di pace tedesc. Una pace per la quale il Führer, all’avversario giudicato in difficoltà, non aveva chiesto contropartita alcuna.

***

Si determina a questo punto uno stallo. È la medesima situazione in cui si era trovata nel 1812 la Francia di Napoleone – prima della campagna di Russia – dopo lustri di guerre. L’Imperatore non era in grado di battere gli Inglesi e questi non gli concedevano la pace; appena Napoleone batteva uno degli avversari, Londra organizzava e finanziava una nuova coalizione. L’Europa già allora doveva restare divisa e controllabile.

La Germania, nell’estate del 1940, non avendo voluto la guerra, non ha neppure un piano per condurla a termine. Constatata la determinazione dell’avversario, Hitler non può neppure essere sicuro che lo sbarco in Gran Bretagna chiuderebbe il conflitto. Gli Inglesi avrebbero portato il governo in Canada e proseguito la lotta dall’Impero, dall’India, dall’Egitto, dal Sud Africa. Gran parte delle colonie francesi sono già cadute del resto in mano al generale fellone De Gaulle, senza che né i Tedeschi, né il legittimo governo di Vichy, potessero impedirlo.

I proditori attacchi della flotta britannica alle basi navali francesi di Mers el Kebir e Dakar avevano dimostrata la spregiudicata, fredda volontà di battersi di Londra, la sua mancanza di scrupoli.

E allora? la Kriegsmarine ha subito in Norvegia pesanti perdite. Le navi rimaste a disposizione non sono certo in condizione di sbarcare e rifornire, una campagna dalla durata imprevedibile, un corpo di spedizione oltremanica. Non sono stati inoltre previsti dalla Luftwaffe né bombardieri pesanti, né caccia a larga autonomia atti a coprire dall’alto l’operazione.

È vero che, con l’occupazione della costa atlantica della Francia, i sommergibili tedeschi possono muoversi dalle basi di Bordeaux con più libertà e meno rischi, ma il progetto di piegare l’Inghilterra col blocco attuato dagli U-Boot non promette risultati decisivi.

Nei momenti migliori per la Germania della battaglia dell’Atlantico gli affondamenti sono davvero rilevanti, ma nonostante le nuove tattiche d’assalto: – a «branco di lupi» – e il valore degli equipaggi (i sommergibilisti tedeschi finiti coi loro scafi sul fondo del mare saranno a fine guerra 27.000) il tonnellaggio delle navi affondate non tocca il livello necessario (un milione di tonnellate al mese) per mettere in crisi l’industria cantieristica britannica. Ogni nave colata a picco viene prontamente rimpiazzata e le flotte mercantili dei paesi neutrali diventano, a causa del rapporto di forze tra i belligeranti, ausiliare della talassocrazia atlantica.

Quanto agli italiani, i cento sommergibili che avevamo in mare danno scarsi risultati, mentre le navi da battaglia restano ferme nei porti.

La prognosi della battaglia marittima e dunque per l’Asse infausta.

L’esercito tedesco, anche se il suo morale e assai alto, è molto provato, più nei mezzi che negli uomini, dalle assai ravvicinate campagne di Polonia, Norvegia, Francia.

Occorre urgentemente rimpolpare le divisioni corazzale e migliorare le prestazioni dell’aeronautica. Ma, come abbiamo già spiegato in precedenza, per rimediare alle manchevolezze fanno difetto i mezzi economici e le materie prime. Quelle rintracciate e requisite nei Paesi dell’Europa occupata e la loro produzione industriale e agricola risolvono a malapena i problemi per qualche mese.

A complicare le cose è tornata sulla scena l’Italia. Mussolini aveva seguito l’inizio dell’offensiva tedesca contro la Francia senza grosse apprensioni. Il Duce non ha il «pollice militare»: non crede alla guerra-lampo, è rimasto ancorato all’idea delle baionette e delle trincee. L’esercito italiano non ha divisioni corazzale, la Marina non ha portaerei, lo Stato Maggiore è formato da uomini che hanno solo puntato a far carriera senza scosse. Gli alti gradi sono una folla di imbelli pancioni che sembrano i nonni dei loro parigrado tedeschi. Non leggono, non hanno imparato nulla e nulla hanno da insegnare ai loro subalterni.

Mussolini non si aspetta sorprese. La convinzione che l’esercito francese non potesse crollare gli era parso argomento sufficiente a giustificare la defezione italiana dal Patto.

Ora, alle notizie del successo tedesco – un vero trionfo strategico — alterna timori, invidia, impotenza e nervosismo. Si domanda se per rimediare allo sbandamento di fine agosto la Storia potesse perdonare la «pugnalata  alla schiena» che si stava per dare alla Francia e giudicare sufficiente un intervento improvvisato e opportunistico.

È persuaso tuttavia di avere in mano quanto meno il nome del cavallo piazzato e il 10 giugno si affretta al botteghino per fare la sua puntata. Mentre Hitler la guerra l’ha subita e si batte solo per uscirne, il Duce non vede l’ora di infilarvisi e la dichiara lui.

Non capisce che la situazione non è affatto migliore di quella dell’agosto, che la pace non è affatto questione di giorni e che lo scontro, quello che era destinato a trasformarsi in un conflitto mondiale, è appena agli inizi. Non ha capito che gli Inglesi, bloccando in quei giorni in acque internazionali le navi cariche di carbone dirette nei nostri porti, stavano provocando l’Italia per spingerla alla guerra.

È Mussolini a dichiarare la guerra, ma a volere davvero lo scontro sono gli Inglesi: dopo la Germania, anche l’Italia fascista doveva finire nella rete.

E, proprio perché la giudica già finita, Mussolini decide che la guerra, di fatto, non si debba combattere. Emana ordini perché ogni iniziativa bellica venga evitata.

Sta forse trattando? È vittima di un raggiro? O, più semplicemente, aspetta quella miracolosa convocazione al tavolo della pace che lo porti a sedere, senza meriti, ma anche senza spese, a fianco del vincitore?

L’alleato germanico è allibito. Il Führer si attendeva, nelle ore immediatamente successive alla dichiarazione di guerra italiana, un colpo clamoroso che gettasse un peso decisivo sul piatto della bilancia dell’Asse. L’attacco all’Egitto e al Canale di Suez, coordinato dalla Libia, dal Dodecanneso, dall’Eritrea puntando sul Nilo, o quantomeno l’occupazione di Malta e la flotta in Tunisia.

A Berlino la gioia per la vittoria sul fronte occidentale è offuscata dall’inazione italiana. Quel poco di stima che era rimasta nei Tedeschi per l’alleato dopo il voltafaccia di fine agosto, si vaporizza poco a poco. E a ragione. Il prestigio che l’Italia fascista si era faticosamente costruito nel mondo tende a sfilacciarsi. Un rovescio militare dopo l’altro, una decisione sbagliata dietro l’altra lo sgretolano.

La tardiva, assurda, offensiva contro le imprendibili difese alpine francesi è il primo fallimento. In ottobre, quasi che in Libia non ci fosse bisogno di mezzi, inizia la campagna contro la Grecia. In pochi mesi assorbirà il 50% dei materiali che in tutto il conflitto giungeranno in Libia. Si attacca dai monti dell’Albania, invece di mandare la flotta al Pireo. È una vicenda talmente strana da far pensare che l’attacco, voluto testardamente da Ciano, avesse l’unico obiettivo di dar fastidio ai Tedeschi. Gli Inglesi avrebbero avuto l’opportunità di sbarcare in Grecia, non certo per aiutare gli aggrediti, ma per poter bombardare, da Salonicco in Macedonia, i pozzi petroliferi di Ploesti in Romania, unica fonte di carburante allora a disposizione della Germania.

A novembre, gli Inglesi, coi loro aerosiluranti Swordfish – veri pezzi di antiquariato aeronautico – attaccano con successo la base navale di Taranto. Le ostruzioni sono aperte, le reti parasiluri coprono solo alcune navi, la contraerea risulta inefficiente, l’aeronautica non si leva in volo né per contrastare il nemico né per inseguirlo fino alla vicina portaerei da cui si è mosso (la Illustrious).

Affondano le corazzate LittorioDuilioCavour. A dicembre 130.000 italiani ammassati dal maresciallo Graziani nel deserto al confine egiziano sono sorpresi e catturati da 20.000 inglesi.

I prigionieri italiani vengono contati a ettari. Grazie all’Italia gli Inglesi registrano la prima vittoria del conflitto e si rincuorano.

I Tedeschi, che avevano fatto conto sull’Italia per far sentire gli Inglesi ancora più isolati, cominciano a chiedersi da che parte stia combattendo Mussolini.

Nei mesi successivi è persa l’Africa Orientale, dove era stato messo al comando l’anglofilo, infido Amedeo d’Aosta. Il viceré non sfrutta la superiorità iniziale di uomini e mezzi, non manovra, lascia inutilizzate le riserve e abbandona senza rifornimenti il generale Carnimeo che a Cheren in Eritrea si stava battendo da leone.

Sospetto anche l’entourage del Duca, il gen. Trezzani suo capo di Stato Maggiore, il gen. Frusci comandante del Fronte Nord e il gen. Pesenti responsabile per la Somalia meridionale e l’Oltregiuba.

Dopo la capitolazione i primi due diventano ospiti degli Stati Uniti e il Trezzani a guerra finita sarà il primo Capo di Stato Maggiore dell’Italia repubblicana. Quanto al Duca, abbandona Addis Abeba, la capitale, e si ritira all’Amba Alagi dove resiste quindici giorni. Non combatte, ma al momento della resa riceve l’onore delle armi dagli Inglesi. La vicenda, tutt’altro che eroica, viene benevolmente liquidata nel diario del generale Caviglia come «una ragazzata».

Finito prigioniero a Nairobi nel Kenia, il Duca è libero di incontrare gli ufficiali inglesi tra i quali ci sono parecchi suoi compagni di studio a Oxford, di fare shopping in città, di cenare nei migliori hotel dove ha anche occasione di incontrare la zia, Olga di Kent, cugina del re d’Inghilterra e moglie del reggente Paolo di Jugoslavia.

L’Italia insomma non contribuisce per nulla a quella che avrebbe dovuto essere, a fianco della Germania, una lotta comune per la salvaguardia dell’Europa. Si rivela anzi per l’alleato una vera e propria palla al piede. Per tutta la guerra l’Italia succhiò al Reich enormi quantità di carbone – 12 milioni di tonnellate nel 1940-41, 11 milioni nel 1941-42, 12 milioni nel 1942-43 -, nafta, armi e materie prime.

Questi rifornimenti venivano sistematicamente sprecati o restavano ammassati nei depositi.

È un comportamento, quello italiano, che non coincide mai con le direttive discusse e pattuite con l’alleato nei numerosi convegni. Nemici, partigiani, ebrei sono trattati come se già si sapesse in che modo sarebbe andata a finire; sono preziosa merce di scambio per crearsi benemerenze per il dopo.

La spiegazione di quest’atteggiamento sfuggente, sostanzialmente antigermanico, va ricercata, al di là dell’impreparazione militare, nell’incapacità da parte di Mussolini di valutare le cose con la modestia e la lungimiranza necessarie.

Come poteva pensare di poter gestire una guerra senza una seria mobilitazione di tutte le energie, politiche, militari e industriali? Come poteva immaginare di riuscire a condurre, traendone vantaggi, una «guerra parallela» a scapito dell’alleanza? Come poteva spedire al fronte i nostri soldati, chiedere loro il sacrificio della vita, coltivando in cuor suo obiettivi assai diversi da quelli che lui stesso aveva per anni illustrato alla nazione? E come poteva sperare che gli Alleati, vittoriosi sulla Germania, accettassero la sopravvivenza del Fascismo?

Come non capire che la mossa giusta per mettere al sicuro le conquiste della Rivoluzione era stata il Patto d’Acciaio e che qualsiasi scelta diversa avrebbe spinto l’Italia in un vicolo buio dove sarebbe stata inesorabilmente e impietosamente bastonata?

E vero che il dover prendere, nella concitazione di un momento storico nel quale era in gioco il destino dell’Europa, decisioni tempestive nell’interesse della nazione non era cosa facile. Stupisce però che qualcuno non riesca a inquadrare nella giusta luce i fatti neppure a posteriori, con l’aiuto di quanto è successo. E che taluni, pur richiamandosi a convinte posizioni fasciste, individuino oggi l’errore che condusse al disastro non nel cedimento del Fascismo agli ambienti conservatori ed affaristici legati all’Occidente, ma al Patto d’Acciaio e all’alleanza con la Germania nazionalsocialista.

***

Hitler, nella seconda metà del 1940 vede sfumare quella vittoria che aveva assaporato prima sui polacchi poi sui francesi. Ha tentato di giocare la carta disperata di piegare con un attacco dall’aria la Gran Bretagna, ma la superiorità numerica e logistica dell’avversario lo ha costretto a rinunciare. Ha assistito impotente in quegli stessi mesi al concretarsi del doloroso flop politico e militare dell’Italia fascista.

Vi sono però altre preoccupazioni. Giungono da Oltreoceano segnali sempre più allarmanti. Il peso degli USA è chiaramente destinato a spostare la bilancia del conflitto a favore di Londra. E non si tratta solo di aiuti indiretti di tipo militare ed economico. Dopo la rielezione di Roosevelt il comportamento degli Americani, tanto nelle linee guida della politica estera, quanto nella sua attuazione pratica, è una continua provocazione alla guerra. E questo atteggiamento si inasprisce di giorno in giorno, diventa più arrogante al constatare che i tedeschi non reagiscono.

Hitler non ha dubbi sulla collocazione degli USA, sa che gli sono apertamente nemici, ma non ha i mezzi per reagire adeguatamente e quindi tollera la situazione.

È una gara insomma, quella degli Stati Uniti che cercano la guerra, a stuzzicare gli antagonisti, tanto europei che asiatici.

Vengono estese per prima cosa, unilateralmente le acque territoriali. Il nuovo limite è posto addirittura al centro dell’Atlantico. Metà della produzione bellica è destinata all’Inghilterra. È in linea con questa decisione il fatto che il calibro di tutto il munizionamento sia unificato a quello inglese. Roosevelt, presidente di un Paese neutrale, è orgoglioso di dichiarare: «La più grande nazione industriale del mondo diventa l’arsenale delle democrazie».

Il 30 settembre sono ceduti agli Inglesi 50 cacciatorpediniere, il 20 dicembre vengono consegnate 60 navi da trasporto. Si ritoccano gli ordini: ai 25.000 aerei già prenotati, se ne aggiungono altri 12.000. Le autoblindo già commissionate sono 4.000; ne verranno consegnate altre 2.500. Navi da guerra e aerei americani scortano sulle rotte atlantiche le navi inglesi cariche di armi e rifornimenti. Sommergibili e navi appoggio tedeschi sono segnalati agli Inglesi dagli aerei da ricognizione USA.

Si chiudono i consolati e si sequestrano i beni dei Paesi dell’Asse. Con un atto di vera e propria pirateria gli Americani si impadroniscono di 28 navi italiane ferme nei loro porti. Il transatlantico Conte Biancamano viene da lì a poco assegnato alla Marina da Guerra ed adibito al trasporto truppe.

Gli equipaggi che avevano opposto resistenza e tentato di sabotare le navi sono arrestati. L’8 maggio 1941 il comandante e l’ufficiale alle macchine del piroscafo Villar Perosa sono condannati a tre anni di reclusione. Otto membri dell’equipaggio a 18 mesi. In totale sono avviati al campo di concentramento di Fort Missuola 483 marinai italiani.

Basi militari vengono intanto disseminate in tutto l’orbe terracqueo; in luoghi vicini agli USA come Caraibi, Bahamas, Giamaica, Trinidad, Antigua, e lontani come Azzorre, Galapagos, Antartide, Islanda, Groenlandia.

In Europa, i servizi dell’OSS collaborano con gli Inglesi per organizzare a Belgrado il colpo di stato anti-Asse che porta alla guerra con la Jugoslavia. In Africa, ufficiali USA sono in Egitto per studiare l’impiego dei corazzati nel deserto contro l’armata italo-tedesca.

In Asia, il Giappone è sempre nel mirino USA. Nel luglio ’41 (mancano 5 mesi a Pearl Harbor) sono bloccati nelle banche i beni nipponici – ieri è successo all’Iraq di Saddam, oggi succede all’Iran di Ahmadinejad – ed è fermato qualsiasi scambio commerciale. Alle navi giapponesi è vietato l’attraversamento del Canale di Panama.

Nell’agosto ’41, con grande battage pubblicitario, gli USA firmano la Carta Atlantica che promette ai popoli della Terra un eldorado di pace, libertà e prosperità. Al punto 6 del documento gli Stati Uniti neutrali si impegnano con gli Inglesi per «la distruzione definitiva della tirannide nazista».

A dimostrare il paranoico livello di coinvolgimento degli USA in un conflitto che non li riguardava, è il caso di ricordare la lettera che Roosevelt invia a Churchill l’11 ottobre 1941 (due mesi prima di Pearl Harbor). Nel documento si suggerisce di unificare gli sforzi, scientifici ed economici, per giungere alla produzione in comune della bomba atomica. Da segnalare in questa vicenda il ruolo centrale ed emblematico dell’ebreo Albert Einstein, già attivista del movimento pacifista, diventato per l’occasione fervente guerrafondaio. Sovviene il comportamento del cognato di Giamburrasca, socialista in città, bigotto in campagna!

***

E’ un panorama, quello che abbiamo descritto, dal quale emerge, quale unica via d’uscita per la Germania, la necessità di «sparigliare», di mutare in modo radicale lo scenario del war game.

La novità, l’unica opzione possibile del resto, è l’attacco all’Est, l’operazione Barbarossa.

È della massima evidenza che Barbarossa, con l’apertura di un nuovo fronte, la dispersione delle forze, gli obiettivi distanti migliaia di chilometri dalle basi di rifornimento, una logistica che deve adattarsi a un territorio inospitale, praticamente privo di vie di comunicazione, presenta insidie difficili da superare.

E’ un’incognita anche l’assoluta impenetrabilità del mondo sovietico; mancano informazioni e informatori. Nulla sanno i Tedeschi ad esempio circa la delocalizzazione delle industrie all’Est, oltre gli Urali; le terribili «purghe» staliniane che avevano decimato il corpo degli ufficiali, portavano d’altra parte a sottovalutare le forze dell’Armata Rossa e a giudicarle in crisi.

Tra le due ultime «uscite» dei sovietici, il Führer è maggiormente portato a dar peso alla disastrosa campagna invernale – novembre 1939 – marzo ’40 – dei Russi contro la Finlandia, piuttosto che allo scontro ai confini della Mongolia col quale, a Khalkin-Gol, i Sovietici avevano vittoriosamente respinto i Giapponesi.

Giocano nel giudizio del Führer valutazioni più generali. La Russia comunista è giudicata un Paese arretrato, militarmente impreparato, un Paese terrestre il cui accesso all’Oceano è periferico e penalizzato dai ghiacci. Un Paese nel quale la dirigenza politica è priva di consenso e di prestigio, e il popolo non vede l’ora di vendicarsi dei soprusi messi in atto dalla polizia e dal partito, ambedue notoriamente gestiti da mani giudaiche.

Tutti hanno presente, del resto, l’impegno col quale Stalin perseguita con arresti e deportazioni le minoranze nazionali, le popolazioni tedesche, quelle tartare e caucasiche, quelle musulmane dell’Asia centrale.

L’attacco alla Russia è in ogni caso una mossa estrema: fin dalle sue origini però il nazionalsocialismo era abituato a camminare sul filo del rasoio. La sua stessa esistenza, a chi la consideri con attenzione, appare ancora oggi una improbabile, stupefacente «singolarità» della storia.

E allora, imbalsamare per il tempo strettamente necessario la situazione degli altri scacchieri, e spostare ad Est il baricentro delle operazioni militari, poteva essere la ricetta adatta, se non per una vittoria piena contro l’Occidente, almeno per impattare, per tenere gli angloamericani indefinitamente a bada, frustrarne alla lunga qualsiasi volontà offensiva.

Con le risorse energetiche, minerarie, agricole e di mano d’opera ricavabili dal territorio russo, la Germania sarebbe stata in condizioni di sopportare il blocco navale che la strangolava e di opporsi con successo all’ineluttabile ritorno offensivo degli Americani ragionevolmente previsto per il 1942.

Il Führer ha una eccezionale capacità di lavoro e di pensiero, una memoria prodigiosa per cui mai, in qualsiasi colloquio, si trova impreparato. Si tratti di argomenti culturali, storici, tecnici o militari. A questo punto della guerra egli si deve occupare di un’impressionante mole di problemi. Deve coltivare i rapporti coi Paesi alleati, pensare alla gestione della politica economica e militare dei Paesi occupati, studiare i tempi e decidere la priorità e quindi l’assegnazione delle risorse per le varie produzioni belliche. Dosare l’impiego delle Forze Armate per le operazioni in Africa e per quelle imminenti contro l’Unione Sovietica.

Ma deve anche immaginare e pianificare la guerra futura contro gli Stati Uniti, una guerra che, a differenza di quella finora combattuta, avrà caratteristiche prevalentemente aeronavali. Sarà una lotta che, ancora una volta, vede partire la Germania in svantaggio, costretta a battersi in uno scontro che si preannuncia senza quartiere e non offre, in caso di sconfitta, possibilità di rivincita.

In questa prospettiva di lotta per la vita e per la morte, la campagna di Russia dovrà essere davvero una guerra-lampo. È tassativo chiudere le operazioni militari all’Est prima che la mobilitazione piena dell’industria e dell’apparato bellico USA renda vano ogni sforzo fino allora compiuto.

La vittoria sul campo in Russia avrebbe portato importanti risultati geopolitici: il possesso del Caucaso avrebbe aperto la via del Medio Oriente e addirittura dell’India, incoraggiando la rivolta delle popolazioni soggette al governo coloniale. La Turchia, da sempre ostile alla Russia, avrebbe potuto schierarsi con l’Asse ponendosi alla guida delle genti turcofone oppresse dai Sovietici in quella immensa regione che fino a metà Ottocento era chiamata Turkestan.

Gli alleati «minori» del Reich – Baltici, Ungheresi, Romeni, Slovacchi. Finlandesi – avrebbero visto soddisfatte le loro aspirazioni territoriali. L’Italia infine avrebbe potuto riprendere fiato.

Se l’attacco all’Est nasce dalla situazione strategica maturata nei primi due anni del conflitto, ed è reso possibile dal fatto che Wehrmacht e Armata Rossa ora si fronteggiano senza inciampi intermedi, l’operazione Barbarossa non può essere compresa appieno se non la si colloca nel solco della Weltanschauung nazionalsocialista.

Per risolvere alla radice e definitivamente – per i secoli futuri – i problemi della Germania, il Führer aveva individuato il suo Lebensraum, lo spazio vitale, necessario, all’Est, nelle grandi pianure russe, territori che avevano già visto nel passato il flusso di una considerevole migrazione tedesca. Erano stati gli zar e le famiglie della nobiltà, gente tutta di ceppo germanico, a volere questi insediamenti affinché contribuissero a migliorare, dando esempio di serietà, disciplina, e amore per il lavoro, il livello dei contadini russi, abulici e quasi sempre ubriachi.

La mancanza di iniziativa, tipica della razza slava, abbinata alla propensione ad accettare il dominio di chiunque – mongoli, tedeschi, comunisti, caucasici ed ebrei – aveva rafforzato la convinzione di Hitler di trovarsi di fronte a una razza inferiore.

Con queste premesse il caso Barbarossa diventava paradigmatico. Se nella visione del mondo propria al nazionalsocialismo non poteva esserci spazio per dubbi o per ubbie di tipo umanitario, e il giudizio di fattibilità su ogni questione dipendeva esclusivamente dalla coincidenza con l’interesse del Reich e del popolo tedesco, Barbarossa era operazione giusta e morale. Da un lato lo spazio, vitale per il Reich, sarebbe stato acquisito a spese degli slavi, tribù semibarbare, dall’altro, la spada tedesca avrebbe tagliato una delle due teste, quella bolscevica, del mostro giudaico.

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 Fonte: http://bargello.wordpress.com/2010/07/26/la-madre-di-tutte-le-menzogne-1/

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