Revisionismo storico sul "caso Guernica", propaganda comunista, Picasso...
Published: 2012-10-26

Per il bombardamento di Guernica, 26 aprile 1937, vengono pro­pagandati ancor oggi dinamiche e cifre del tutto false (nella foto lo Stendardo della tedesca Legione Condor). A parte la coppia Gallois-Vergès che dà 2000 vittime, la vulgata riporta (vedi la prima edizione dell'opera di Hugh Thomas, ma anche Eddy Florentin): deliberato esperi­men­to di nuove tattiche da parte dei «nazi» su una città indife­sa e priva di importanza bellica, in un giorno di mercato, in ore in cui le strade erano piene di gente, con lancio di bombe da 500 chili ininter­rotto per tre ore, di­strutto il 70% delle case, impiego di 70 aerei e mitraglia­men­to della popolazio­ne, bilancio: 1654 morti e 889 feriti, cifre «sorpren­dentemente precise» ma del tutto «campate per aria» (Stefano Mensurati) avanzate nel maggio 1937 dal presidente basco José Antonio de Aguirre y Lecube e da lui ufficia­lizzate al ministro della Marina e Aviazione Indalecio Prieto dell'11 giugno (nella seconda edizione, non tradotta in italiano, Tho­mas, pur inviluppato in un complesso di espressioni ambigue, abbassa le orecchie: «Non è stato possibile sta­bili­re con esattezza il numero delle persone uccise. Le stime variano da 1600 a 100 vittime. La valutazione più bassa sembra la più verosimile»); ancora nel 2003 il rieducato Wolfgang Bönitz e nel 2004 Gijs van Hensbergen osano dare 1645 morti... del resto il 18 luglio 1956, nel ventesimo dell'Alzamien­to, il comunista Riccar­do Longone aveva ricapitola­to su l'Unità: «Su seimila abitanti ne morirono quattromila»! Men­tre all'epoca i bollettini della nazio­na­le Burgos, della rossa Valen­cia e della basca Bilbao danno all'accaduto scarso rilievo, l'«evento» (a somiglianza del mai avvenuto «eccidio» dei 4000 repubblicani di Badajoz ad opera dei nazionali di Yagüe propalato nell'agosto 1936 da Jay Allen sulla Chicago Tribune e ancor oggi propa­gan­dato, ad esempio, da un Ranzato) viene gonfiato da cinque giornalisti inglesi, agenti dell'In­telli­gence Service: George Lowther Steer di The Times, autorevolissimo anche se con tiratura di sole 200.000 copie, e dell'agen­zia Press Association, nel 1943 tenente colonnello dei servizi; Noel Monks del Daily Express e Paris Soir, all'epoca i più venduti quotidiani inglese e francese, oltre due milioni di copie il primo, 1,8 milioni il secondo; Christopher Holme della Reuter, di The Star e del­l'e­dizione serale di News Chronicle; Mathieu Cor­man del comunista Ce Soir; certo Watson del Daily Herald, «più famoso per i suoi periodici interven­ti a Radio Bilbao che per i suoi articoli» (Mensurati), nessuno dei quali pre­sente a Guerni­ca ma che inventa­ro­no una potenza terrificante della Luftwaffe, favoleggiando di nuovi esplosivi sperimentati dai tedeschi (invero, già all'epoca la stampa italiana, come attesta Villari, aveva smascherato le menzogne anglo-francesi).

Il caso viene poi ulteriormente gonfiato a New York dalla giornalista Do­rothy Thompson, iniziatrice sulla New York Herald Tribune del 30 aprile, e a Parigi dal komin­terni­sta Willi Münzenberg (che, già inventore della responsabilità «nazista» per l'incendio del Reichstag, non solo impiega mezzo milione di sterline per fabbrica­re i necessa­ri «documenti», ma promuove la disce­sa in campo di Picasso) in modo talmente falso e nauseante che persino l'antifranchista George Orwell ricorderà, in Looking Back on the Spa­nish War "Ripensando alla guerra di Spagna":

«Da tempo mi sono reso conto che non c'è un solo avvenimento che venga cor­rettamente riferito dai giornali, ma in Spagna, per la prima volta, ho visto crona­che giornalisti­che che non avevano alcuna relazione coi fatti, e nemmeno una sottinte­sa relazione con una normale bugia. Ho visto reportages su grandi battaglie mai combat­tute e assoluti silenzi su altre nelle quali hanno perso la vita centinaia di uomini. Ho visto soldati che hanno combattuto valorosamente denunciati come codar­di e traditori, e altri che non hanno mai udito un colpo d'arma da fuoco additati a eroi di immagi­na­rie vittorie; ho visto giornali londinesi smerciare queste bugie e intellettuali smaniosi costruire emozionanti sovrastrutture su eventi mai avvenuti. Ho visto, in effetti, storie scritte non sulla base di quanto accaduto ma secondo quanto sarebbe dovuto accadere in conformità con le varie direttive di partito».

Guernica è cittadina posta in un crocevia situato trenta chilometri alle spalle del fronte cantabrico che copre Durango e Bilbao, messo in movimento dall'offensiva nazionale del 23 aprile, presidiata da tre battaglioni rojos con 2000 soldati, evacuata per treno da gran parte dei civili, transito per truppe, il tradizionale mer­ca­to mattutino del lunedì sospeso dal delegato governa­ti­vo basco Pedro Azcarreta in previsione di un'in­cur­sio­ne aerea (le cui avvisa­glie appaio­no verso le 16.30, mentre il «grosso» sarà di due ore dopo; il che non vieta a Steer & com­pany di infor­mare» su una strage di contadini compiuta «durante il mer­cato»), presen­za di quattro fabbriche d'armi (Talleres de Guernica, Unceta y Cia., Beistegui Hermanos e Joyería y Platería de Guernica, con una produ­zione all'epoca di trecento bombe per aerei al giorno, spolette e ogive per artiglieria, mine antisommer­gibili, pistole, mitragliatrici e bossoli per fucile) e di im­po­nenti depositi di munizioni e artiglieria «crimi­nalmente sparpagliati in pieno centro» (Mensurati), bombarda­mento del ponte di Rentería sul fiume Oca, in due-tre ripre­se: 1. alle 16.30, proveniente da sud, con un Dornier-17 E, bombardiere leggero con 15 bom­be da 50 chili, in parte sganciate in due passate sul ponte, cadute sul lato destro del fiume nel sobborgo di Rentería senza danni di rilievo, e, incrociatolo ad alta quota senza identificarlo, 2. tre Savoia Mar­chetti SM-79 italia­ni con 36 bombe da 50 chili, sgancia­te da 3800 metri di quota in neppure un minuto, tutte anch'esse andate fuori bersaglio, 3. alle 18.30, scortati da cinque caccia Fiat CR-32, compaiono 4. tre squadriglie di diciassette­/di­ciotto Junkers-52 della Legione Con­dor, aerei infe­rio­ri ai bombardieri che i sovietici impie­ga­vano senza rispar­mio da mesi sulle città franchi­ste (anche lontane dal fronte come Saragoz­za, Valladolid, Cordoba e Melilla), i quali in gruppi di tre in fila indiana su un corridoio di volo largo 130-150 metri, sgan­ciano da una quota tra 1500 e 3500 metri 39 bombe da 250 chili, oltre 200 tra bombe da 50 chili e da 10 chili e 5184 spezzoni incendiari da un chilo, gli ultimi da utilizzare sulle truppe nemi­che in ritirata per Guernica (altri dati secondo Moa: 17 pezzi da 250 chili, 184 da 50 chili e 4896 spezzoni da un chilo), durata dell'azio­ne cinque minuti (i cor­ri­spondenti britannici, l'agen­zia francese Havas e l'inglese Reuter «informano» di una forza stra­gizzante che va da 150 a 240 velivoli che bombardano per ore). Subito dopo segue 5. un isolato Hein­kel-111 da ricognizio­ne che, scortato di propria iniziativa da uno dei cinque caccia ita­lia­ni, fotografa le linee nemiche poco a sud della cittadina. E­splosivo totale sganciato, da un'altez­za di 1500-1800 (ma anche, come visto, 3800) metri, nelle due-tre azioni: 24,15 tonnellate, delle quali 750 chili dovute al Dornier, 1800 chili ai tre Savoia-Marchetti e 21,6 tonnellate ai diciassette/diciotto Junkers. Di «scopo terroristico del bombarda­mento» e di «un simile dispiega­mento di mezzi e potenza distruttiva» straparla Ranza­to (I), definendo pappagallescamen­te, e con tono tra il sadico e il compiaciuto nei confronti dei tedeschi, l'azione «bombardamento stra­tegico» «prefigurazio­ne di quelli del futuro conflitto mondiale che come nemesi si sarebbero abbattuti sulla stessa Germania più che su ogni altro paese europeo»!

Quanto ai morti effet­ti­vi sui cinquemila abitanti e i duemila miliziani presenti, vanno da 93 a 126 (taluno dei rojos ha l'impudenza di dare cifre di 3000 e 2000 morti!); dai 1654 morti della prima edizione dell'opera Thomas precipita a 200 nelle succes­sive; altri autori più o meno «autorevoli» parlano di 3000, «circa duemila», 1000, «più di ottocento», 800, 690, 600, 592, 500, 250, 200 e 150, «centi­naia», «migliaia e migliaia», «un numero incal­co­labile»; il generale e storico Jesús María Salas Larrazábal di 125-126, tutti nominativa­mente identi­fi­cati (dei quali: 45 nel rifugio antiaereo di via Santa María, sfondato da una bomba, estratti la settimana seguente dai nazionali dopo la liberazione del paese, 16-17 nell'Asilo Cal­za­da, colpiti dall'unica bomba caduta oltre il paese, 11 in una cunetta laterale sulla strada per Luno, 24 registrati dall'anagrafe, 18 inseriti in un secondo tempo nel regi­stro del tribunale locale, 3 deceduti in ospedale a Bilbao e altri 8 indi­ca­ti da varie fonti); secondo Pio Moa I, che revisiona Salas Larrazábal i morti scendono a 102, molti dei quali milita­ri, con 30 feri­ti; nella biografia di Göring, David Irving abbassa ulte­riormente la cifra a 90, «quasi tutti uccisi quando le bombe ave­vano colpito un rifugio anti­aereo primiti­vo e un ospe­da­le psichia­trico [il suddetto Asilo Calzada, in realtà una casa per anziani requisita dai baschi per installarvi un ospedale]». Inoltre, tutti i testimoni concordano che al termine del bombarda­mento – dopo il quale non ci fu alcun mitra­gliamento sui civili, come invece favo­leggiato e come ancor oggi pappagalliz­zato, ad esempio, dal solito Ranzato, che ne fa autori fantoma­ti­ci «fiammanti caccia Messer­schmitt in volo radente» – resta danneggiato solo il 10% delle case; l'incendio di alcune di esse, favorito dalla tradizionale archi­tettura in legno, da un forte vento sia da nord che da est, dal ritardo dei pompieri nell'arrivo da Bilbao e dall'inerzia dei rojos, porta però alla distruzione di due terzi della città. Invero, solo undici bombe da 250 chili, deviate dal forte vento laterale, cadono nel­l'a­bitato; le altre, di cui alcune non esplose, cadono nei campi prima del ponte di Rentería e delle strade che vi convergono, gli obiettivi dell'incur­sione, rimasti tutta­via in­den­ni; una bomba colpisce l'oppo­sta periferia all'estremo sud del paese. Delle di­struzioni sono in parte re­sponsabili gli spezzoni incendiari lanciati dai velivoli, caduti anche sui quar­tie­ri centrali a causa del vento, del tempo nuvoloso, della vicinanza degli obiettivi all'abitato e dell'imprecisione struttu­ra­le del puntamen­to, ma anche il materiale incendiario e l'esplosivo usati dai rojos prima dell'evacua­zione, onde fare terra bruciata da­vanti ai nazionali (tra i principali artefici delle distru­zioni sono i dinamiteros delle cave di pietra); di parte delle ingenti distru­zioni ma­teriali della cittadina gli stessi abitanti fanno, infatti, autori i minatori asturiani che, prima di fuggire, per fermare l'a­vanzata dei nazionali o per vendetta contro i «tiepidi» fanno saltare intere strade, incen­diando mona­steri, edifici pubblici e case private. Del resto, la politica della terra bruciata davanti al nemico vittorioso, adotta­ta da anarchi­ci, socialisti e comunisti, e ordinata da Indalecio Prieto, già era stata praticata a Tarua, Eibar, Irún e Amorebie­ta, mentre Bilbao si sarebbe salvata dalla preven­ti­vata distruzione solo per l'opposizio­ne delle più ragionevoli autorità basche. Sulle distruzioni riportate dagli edifici riassume Mensurati: «Le cause di questo immenso falò sono molteplici e tutte chiaramente individuabili: la tipica struttura in legno delle case della zona che favorì la propagazione delle fiamme (i caratteristici balconi chiuso a invetriata, con l'intelaiatura in legno, quando erano dirimpettai quasi si toccavano); l'angustia delle strade del centro che canalizzarono il forte vento; l'as­soluta inadeguatezza dei mezzi anti-incendio di cui era dotata la cittadina, aggravata dai danni subiti dalle condutture dell'acqua; il ritardo col quale arrivarono i pompieri da Bilbao, che giunsero sul posto intorno alle 22.000 (le linee telefoniche erano inter­rotte e per chiedere soccorsi si dovette raggiungere di notte un paese vicino); i gravi errori commessi nelle operazioni di spegnimentoo; la colpevole decisione di abbando­nare il paese a se stesso, tanto che alcune case che inizialmente non avevano patito alcun danno presero fuoco addirittura due giorni dopo, al punto che quando giovedì 29 i nazionali conquistarono la cittadina ancora bruciavano; il pro­babile, anche se non provato, contributo successivo di qualche "guasta­to­re", quan­do la cittadina era stata sgomberata e non c'erano più testimoni».

In compenso Rudolf Arnheim, squisito psicologo dell'arte «tedesco», tonitrueg­gia: «L'evento nel suo insie­me fu impressionante: non si trattava sem­plice­mente di "dan­ni", ma della devastazio­ne pressoché totale di una pacifica comuni­tà umana. E non si trattava neppure d'un semplice attacco da parte di un [singolo] generale ribel­le, ma d'una manifestazio­ne della bruta­li­tà fascista nel senso più completo della parola, impersonata dagli aeroplani e dagli equipaggi stranieri». Del resto, già il 2 giugno don Sturzo aveva portato il suo contributo cristiano sulle colonne de L'Aube: «Guernica è un nome che resterà nella storia come un simbolo, così come è rimasto il nome di Lusitania. È fatale che si riparli di Guernica ancora per un pezzo. La questione se Guernica fu bombardata da aeroplani tedeschi al servizio di Franco e della causa ribelle è superata [...] Nel passato tali bombardamenti sono stati tollerati, perché non furono rilevanti o non furono rilevati; da oggi la storia delle guerre future (storia di catastro­fi inaudite) si rifarà per i bombardamenti aerei alla distruzione di Guernica (come per i siluramenti sottoma­ri­ni si rifà al Lusitania)». Inoltre, nell'ottobre già il pazzoide sanguinario francese André Marty, segretario del Comitato Esecutivo del Ko­min­tern dotato di buona cultura scolastica, co­mandante di un batta­glione franco-belga a lui intitolato, stalinista ribattezzato, per intuibili buone maniere, «il macellaio di Albacete», aveva tuonato: «Guernica! Un massacro terribile, preparato freddamente, le mitraglia­trici che finivano i superstiti; Guernica, simbolo di tutte le città e i villaggi martiri della Spagna; Guernica, un delitto dopo il quale, indiscutibilmente, i misfatti di Nerone, di Attila, di Gengis Khan ci sembrano insigni­ficanti. Guernica, che nel mondo intero ha sollevato un grido di orrore tra tutti colo­ro che lavorano e che pensano. Guernica, talmente raccapricciante che persino gli stes­si criminali della croce uncinata non hanno osato giustificarsi e hanno saputo soltanto gridare: "Non siamo noi, sono loro!". Guernica, venuta a ricordare atroce­mente a chi ha già dimen­ti­cato, i fiumi di sangue, le membra staccate, gli occhi strap­pati e i cervelli resi pazzi dal mostro con le camicie nere e le croci uncinate». Una vera e propria idiozia viene infine riportata dal quotidiano socialista tedesco Vorwärts il 3 set­tem­bre 1988: a ridurre Guernica «in macerie e cenere» è stato, ordinato da Hitler, «lo spie­ta­to aviatore nazista Boelcke»... singolare che il capitano prus­siano Oswald Boelcke fosse precipitato, per inci­den­te dopo qua­ran­ta vittorie nella Grande Guerra, il 28 ottobre 1916. «Per ultimo, si deve nuovamente ricordare» – commenta Pio Moa (I) – «che i bom­bar­da­menti della popolazione civile furono iniziati e compiuti spesso dal Fronte Popolare. Per distogliere i nazionali da questa pratica, i rivoluzionari ricorsero molte volte all'uccisione di prigionieri [vedi i 224 massacrati da un'isteri­ca folla aizzata da anarchici nelle carceri di Bilbao, le cui porte erano state spalancate all'interno il 4 gennaio 1937 in «rappresaglia» per un bombardamento tedesco che ca­sual­mente aveva fatto quattro morti tra la popolazione della città] e, con miglior risultato, alla denuncia internazionale, considerando tali azioni un crimine compiute dal nemico, azioni legittime in caso contrario». A differenza poi del settantennale cancan per Guernica, aggiunge nel febbraio 2009 Piero Menarini, uno storico dotato di un minimo di decenza dovrebbe ricordare – tanto per cercare una più obiettiva prospettiva o dimostrare un minimo di onestà intellettuale – il caso, opposto, di Cabra, «del quale da poco stanno emergendo particolari e che è oggetto di un breve saggio ancora inedito che lo studioso Eduardo Palomar Baró ci ha concesso di utilizzare in anteprima. Si tratta dell'eccidio (uno dei tanti documentati) consumato dall'aviazione, questa volta repubblicana, il 7 novembre 1938. In quel paesino, situato nella zona nazionalista a 72 km da Cordova, era un animato giorno di mercato. Alle 7.35 spuntarono all'improvviso tre Tupolev SB-2 "Katiusha" dell'esercito repubblicano che scaricarono 30 bombe alla rinfusa, centrando scuola e mercato. Morirono 108 persone e oltre 200 furono i feriti: contadini e braccianti arrivati a frotte dai campi, operai, artigiani, donne che facevano la spesa insieme ai figli più piccoli (Palomar Baró dà la lista di tutti i morti, con nome, cognome, professione ed età). Nessuno, né allora né in seguito, è mai riuscito a capire i motivi di quella strage, visto che Cabra, al contrario di Guernica, non aveva fabbriche d'armi, né truppe, né era scenario di operazioni militari, essendo il fronte fermo sull'Ebro. Dato che gli aerei erano presumibilmente pilotati da sovietici, l'unica ipotesi, folle e per questo verosimile in quella guerra civile, è che l'attacco avesse voluto essere una sorta di "celebrazione" dell'anniversario della rivoluzione d'ottobre». Sulla città basca conclude infine Piero Buscaroli: «Gli scopi dell'invenzio­ne vanno distin­ti, nella necessa­ria occhiata a ritroso dietro i piedestalli del mito. Scopo immediato: distoglie­re l'attenzione internazionale dalle batoste che i "rossi" stavano toccando sul fronte basco, prossimo alla resa, e dirottar­la sulle atrocità del "fascismo internaziona­le". Scopo a lunga scadenza: capitalizzare l'indi­gna­zione per Guernica e dirigerla sulla "crociata antifascista generale", che tutti sentivano vicina [nonché, aggiungiamo, permettere al governo dell'«appaisementista» Chamber­lain di aumentare le spese di guerra dell'aviazione inglese per contrapporsi alla «devastante potenza» italo-tedesca]. Non si può negare che entrambi siano stati, grazie alla combinazio­ne degli sforzi comunisti e radicali, ampiamente raggiunti». E raggiunti al punto tale che non solo nell'aprile 1998 gli Ignobili del Bundestag votano una risoluzione in cui si uniscono alle «scuse» presentate un anno prima ai cittadini di Guernica dal ­presiden­te Roman Herzog, ma fanno passare, col voto dei Verdi e l'astensione della SPD, un e­mendamento presentato dai neocomuni­sti della PDS teso a vietare ogni forma di com­memorazione degli aviatori della Legione Condor. G V

 

 


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Author(s): Olodogma
Title: Revisionismo storico sul "caso Guernica", propaganda comunista, Picasso...
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Published: 2012-10-26
First posted on CODOH: March 12, 2017, 12:11 p.m.
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