Quattordicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti
Published: 2012-10-28

Quattordicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Gentile signor Gatti, ogni sogno finisce. Alla luce dell'alba – all'apparir del vero – cade ogni illusione. In tre mesi di sollecitazioni assidue, ma sempre dignitose, non sono riuscito a ottenere da Lei neppure un singulto. O una parola di scusa per l'inaudita brutalità con la quale Ella mi si è rivolto. E per di più in una questione che non riguardava direttamente Lei né i Suoi congeneri. O magari sì. In ogni caso, non ricordo di avere mai incontrato qualcuno più deciso di Lei a soffocare un'urbana conversazione. Se da un lato Le fa onore tale fermezza, istintiva che sia o parte di callida strategia, da un altro fa compiere a me un esame di coscienza. Non sarò forse stato, io, pretenzioso? mi sarò davvero, in questa nostra corrispondenza, comportato da gentiluomo, senza esagerare, senza provocazioni né indebite asprezze? non avrò talora trasceso nei toni e nella forma, violando quei canoni di correttezza codificati da monsignor Della Casa? Sono poi io il Suo giudice? La conosco a fondo nelle Sue virtù, nei Suoi sentimenti, nelle Sue debolezze? Sicuramente no. In ogni caso, a Suo favore gioca l'avere appreso la grande lezione della vita, che dobbiamo sapere quando convenga stare al centro delle cose e quando ritrarsi. Di qui la saggezza del grande caustico irlandese: «Poiché sappi, sconsiderato giovane, che sulla crosta di questo astro chiamato mondo il Fato ci sospinge tutti a trovare il nostro bene primario in ciò che è possibile, non in ciò che vorremmo». Ed è anche vero che devo esserLe grato, poiché l'insulto del «famigerato» è servito non solo a farLa conoscere al mondo nelle Sue intemperanze – un malizioso aggiungerebbe: e nelle Sue viltà – ma anche a farmi decidere di non farglieLa passare liscia. In primo luogo, per il rispetto emozionale dovuto ai miei concittadini goyim, da sempre presi per i fondelli dai Suoi. In secondo, per il rispetto intellettuale nei confronti del più generale raziocinio umano e degli infiniti sforzi per giungere a conclusioni che si allontanino il più possibile dalla menzogna. In particolare, da quella seminata a piene mani dai Suoi e dai loro, anzi: dai vostri, reggicoda. Tutto questo La ha urtata? la Sua sensibilità ne ha risentito negativamente? Mi spiace,ma, non sono stati i Suoi di ogni tempo e luogo ad avere corroso, corrotto, rovinato ogni vivere civile che non fosse il vostro? E avrebbe voluto, avrebbe davvero pensato che qualcuno, prima o poi, non reagisse – peraltro in modo decisamente urbano – alle Sue/vostre soperchierie? A titolo di esempio, a chi dobbiamo, se non a voi, la corruzione della ricerca scientifica della storia più recente? A chi la persecuzione, che grida vendetta, la rovina e il carcere inflitti a decine dei più onesti studiosi degli eventi della Seconda Guerra dei Trent'anni? di quell'immane bellum germanicum dilagato a conflitto planetario che vide la distruzione del mondo spirituale europeo, l'assoggettamento del mio continente e dell'intero globo alla più perversa delle ideologie distruttrici, quella vostra, quella giudaica? Ed ancora, dopo due tentativi falliti – maggiordomi di giustizia il Ceppalonico nel 2007 e il Blefaropendulo nel 2010 – voi tornate alla carica, sponsorizzati dal Gran Tecnico Bancogolpista. Ma vergognatevi! Ma si vergognino anzi non tanto i Suoi, ma quei novantasei Fratelli Minori – 66 PD, 21 PDL, 9 ramazzaglia – codazzanti la beatificata Sorella Maggiore. Ma si vergogni ognuno di quella Band of Brothers! in particolare – a parte la Centenaria, cui va la mia indulgenza, e i due quidam de populo – i due altri apripista: la capogruppo dotata di poliziotti-valletti per spesa al supermercato e il capogruppo dallo sguardo difforme nonché, sarà un caso, nel CdA della israeliana Telit. Mi riferisco al «Disegno di Legge n.3511», comunicato alla Presidenza schifanica l'8 ottobre 2012: «Modifica all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n.654, in materia di contrasto e repressione dei crimini di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale». Ebbene, cosa ti inventano i Novantasette? O meglio, cosa ti pappagallano – eh! ci siamo capiti, caro Gatti?! Da storici di vaglia del Controverso Problema vorrebbero dotare l'art. 3 di una lettera «b-bis)»! E cioè: reclusione fino a tre anni per chiunque «con comportamenti idonei a turbare l'ordine pubblico o che costituiscano minaccia, offesa o ingiuria» faccia apologia dei crimini suddetti e di quelli «definiti dall'articolo 6 dello statuto del Tribunale militare internazionale, allegato all'Accordo di Londra dell'8 agosto 1945». O, cosa altrettanto grave, per chiunque neghi «la realtà, la dimensione o il carattere genocida degli stessi». Ora, gentile Gatti, lasciamo stare l'«apologia di reato», da sempre presente nei codici, partiamo dal fondo: 1. il carattere «genocida» è mero verbalismo, ideato dal Suo congenere Lemkin, un artifizio che può venire elasticizzato a definire qualsiasi cosa, 2. più concreta è la «dimensione», anche se le vaghe cifre di Norimberga non possono certo costituire una base per un giudizio fondato, 3. quanto alla «realtà», ebbene, rimandandoLa per più compiuto sapere ai miei Holocaustica religio - Psicosi ebraica, progetto mondialista e La rivolta della ragione - Il revisionismo storico, strumento di verità, comincio a sospettare che «la realtà» la conosca solo il Padreterno, 4. che dire poi dei «comportamenti idonei» e della «minaccia, offesa o ingiuria», se non che gli illuminati – absit iniuria a masonica ecclesia! – obiettivi e imparziali giudici democratici cerneranno il grano dal loglio? Ciò che è rivoltante è la ratio del liberticidio. I Novantasette non solo presuppongono che esistano «fatti storici incontrovertibili» (a parte gli effettivi decessi, che so?, di un Giulio Cesare o di un Savonarola), ma, a mo' della psichiatrizzazione sovietica, incolpano gli oloincreduli di praticare «forme di alienazione», di dedicarsi ad una «negazione tendenziosa della verità storica», di essere affetti da «perversioni culturali e civili». Non manca poi la polpetta avvelenata, il richiamo alla «più civile» Unione Europea, con le sue «raccomandazioni» sui capestri da imporre «spingendo i singoli Stati a prodursi in una nuova azione legislativa che venga incontro alla necessità di [...] favorire una più efficace cooperazione giudiziaria di contrasto ai fenomeni in questione». Come se questa laida «Unione Europea» fosse l'Europa, come se rappresentasse gli interessi morali e materiali dei popoli europei e non fosse piuttosto una creazione dei loro nemici più radicali – i Suoi congeneri, caro Gatti, i Suoi congeneri! – come se non fosse lo strumento ideato per castrare definitivamente, annientare l'Europa. Ma poi, caro Gatti, Lei crede davvero all'Olocausto? E non mi venga a fare l'indignato! al massimo Le concedo il perplesso. Nessuno ha mai negato le sofferenze patite dai Suoi nel corso di un conflitto che ha visto sofferenze mille volte peggiori e più vaste. Peraltro, certo, l'Olocausto è l'Olocausto. Una Religione. Dogmi precisi. Mica noccioline. Unico sarà il Culto, unico il Dogma, commenta il vostro Phillip Lovate: «The Holocaust is a jealous God; thou shalt draw no parallels to it, L'Olocau­sto è un dio geloso; non lo paragonerai a nessun'altra cosa». Ma tutti hanno sofferto. Quello che gli studiosi goyim e taluno – onesto – dei Suoi mettono in discussione, e magari «negano», non sono le sofferenze patite dai Suoi, ma i pilastri portanti dell'Immaginario: 1. i Six Millions, 2. le Gaskammern, 3. la nazivolontà di sterminio. Queste, e solo queste, sono le tre gambe dello sgabello. Definizioni, dogmi e pilastri che dovrebbero riguardare un evento storico, non una Metafisica. È questione di Storia, di Storia concreta. Non di Filosofia, di Morale, di Religione, di Mistica o di Fantascienza. È questione di documenti, non di affabulazioni. È questione di freddo raziocinio, di esami forensi, di perizie tecnico-scientifiche. Come ogni evento generato e compiuto dagli esseri umani e non da qualche entità metempirica, l'Olocausto deve essere soggetto, non può non essere soggetto, è per definizione soggetto ad essere studiato con gli eterni strumenti dell'indagine storica. Quella applicata alle problematiche di Stonehenge come di Ramsete, a Caligola come a Napoleone, alla calata degli Hyksos come a quella degli extraterrestri. Il cervello umano, caro Gatti, se non vuole rinnegare se stesso, la propria coerenza e nobiltà, deve coltivare non una doppia morale come fanno i Suoi – cosa che, in effetti, a noi goyim ci sta sul piloro – ma una sola morale, un solo modo di giudicare i più diversi eventi, un solo modo di procedere nell'analisi financo di se stessi. Senza trincerarsi dietro prosopopee come l'offesa portata alla memoria di chi ha «tanto sofferto» – così scadendo nell'emotività perturbante – o come il timore per il risorgere dell'Immonda Bestia che sappiamo. E poi, come Le ho detto, non è forse stato uno dei vostri santoni, quel Popper, a intorbidare le acque col concetto di «falsificabilità»? anche se più terra a terra avrebbe potuto usare «verificabilità»? Cioè, possibilità di confutare. Ma poi guardi, già il buonsenso dei Miei, il senso del reale di Machiavelli, Vico e Pareto, la saggezza elleno-romana, quella di Atene e di Roma rivitalizzata dal pensiero italiano e tedesco – la saggezza che potremmo definire, latamente, fascista – ha concluso che per capire un evento storico lo studioso deve essere libero da impedimenti che vietino il libero corso della ragione. Da impedimenti che vietino, ad esempio, l'approccio a una nuova documentazione, a una curiosità che ponga nuovi dubbi, esprima nuove domande. Libero dal timore di incorrere in uno psicoreato, libero dal timore di venire incarcerato per crimine di pensiero. È davvero retorica la Quarta Libertà del buon FDR (quella dalla paura), per non dir della Prima (quella di parola)? È legittima l'ade­sione di un Illuminato alla «cultura del sospetto» e al «principio di autorità»? A quell'ipsi dixe­runt da sempre rigettato da ogni illuminista che si rispetti? «Non può esistere per nessuno [tantomeno per qualche Popolo Eletto, aggiungerei] il diritto a mentire», ha testé sentenziato la Corte di Cassazione. Tutto il resto sono contorcimenti mentali di maestrine invasate di «postille filosofiche». Una donna filosofa... ma siamo seri! Con tutto il rispetto per l'altra metà del cielo, faremmo prima a incocciare un ircocervo! E quindi non si comporti come il serpente sordo, quello che si era turato le orecchie per non sentire i suoni degli incantatori. I quali, peraltro, mai come allora avevano suonato per il suo bene. Ed è il Suo bene che voglio, caro Gatti, la Sua crescita intellettuale e morale. Per questo – rimandandoLa di necessità, per più compiuti aspetti numerici, alla nota 57 di Holocaustica religio – Le riporto la nota 27 della stessa opera: ● Per quanto concerne il revisionismo olocaustico, ad esempio, il ritorno alla retta valutazione delle prove 1. fattuali e al riesame scientifico di quelle 2. documen­tali andrà necessaria­mente a scapito di quelle 3. testimo­niali, ora preponderanti ed emozionalmente deci­si­ve. Ovvia la gerarchia di valore dei tre tipi di prove, come peraltro è d'uso corrente nelle cose giuridi­che! Per un individuo infatti, e prescin­diamo dalla falsificazione operata consapevolmen­te, la sua memoria è la verità (in quale altro modo può avere senso ricor­dare la propria vita?). Ma per lo stori­co questo è solo un fattore, uno tra i tanti, e neanche tra i primari, un fattore che va verificato, equilibrato, gerarchizzato e considerato come parte di un insieme. Invero, ripetiamo, tre sono, in ordine d'impor­tan­za, i tipi di prove (altro che «la me­moria viva dei testimoni», voluta da Vidal-Naquet qua­le «fonte prin­cipale»! ci si fermasse, peraltro con reverenza, all'esimia «teste» de visu Olga Lengyel, olo­scam­pata «unghe­rese», i quattro crema­tori di Birke­nau avrebbe­ro avuto 120 muf­fo­le, mentre in realtà ne aveva­no 46... e tralasciamo le assurdità «testimonia­te» sulle Gaskammern, di cui ha fatto giustizia, ad esempio, Graf II): 1° fattuali o materiali, prove cioè del «fatto del crimine»: perizia sui più vari compo­nenti delle ca­mere a gas e dei crematori, riscontro delle fosse di inceneri­mento, cadaveri possi­bil­mente periziati, ceneri, ossa, indumen­ti, pallottole, etc., 2° documen­ta­li: ordini di deportazione, trasporto ed esecuzione, protocolli i più diversi, fotogra­fie, piani edilizi, ri­scontri ferrovia­ri, fatture commer­ciali dei materiali più vari, oggetti perso­nali degli internati, riscontri demografi­ci, etc., 3° testimo­nia­li: dichiarazio­ni dei responsabili, tede­schi e di altre nazio­ni, «testimo­nianze» di oloscam­pati, «confes­sioni» più o meno aguzzi­niche, etc. «Testimonianze» di tali «santi laici» che, impone virtuosamente Richard Bauckham, docente di New Testament Studies alla scozzese University of St. Andrews, devono restare non solo primarie, ma incontestabili: «Le testimonianze dell'Olocausto non vengono facilmente fatte proprie dallo storico, visto che appaiono come scarsamente credibili alla prima impressione e sfuggono, inoltre, alle solite categorie di giustificazione storica. ([L'oloscampata] Charlotte Delbo disse dei nuovi arrivi ad Auschwitz ciò che è valido anche per chiunque legga le testimonianze dell'Olocausto: "Essi si aspettavano il peggio, non si aspettavano l'inconcepibile"). Questo è il motivo per cui le testimonianze dei sopravvissuti dell'Olocausto sono assolutamente necessarie per qualsiasi tentativo di comprendere ciò che accadde. L'Olocausto è un evento la cui realtà potremmo a stento immaginare se non avessimo le testimonianze dei sopravvissuti [...] La testimonianza dei sopravvissuti dell'Olocausto è il contesto contemporaneo nel quale più facilmente riconosciamo che la testimonianza autentica dei protagonisti è totalmente indispensabile per acquisire una reale comprensione degli eventi storici, almeno degli eventi di una simile eccezionalità [...] Nel paradigmatico caso di Auschwitz ("Le vittime di Aschwitz sono, per eccellenza, i delegati presso la nostra memoria di tutte le vittime della storia") abbiamo a che fare con un evento che evoca orrore. L'orrore è la reazione che riconosce un simile evento, lo individua nella nostra consapevolezza della storia non solo in termini di impareggiabile particolarità di tutti gli eventi, ma in un modo che sfugge al tentativo dello storico di rendere particolari eventi comprensibili rintracciando le loro connessioni con altri eventi [...] L'eccezionalità dell'evento implica che solo la testimonianza di un testimone partecipante possa darci un qualcosa che si avvicina a un accesso alla realtà dell'evento [...] In tutti i casi, includendo perfino i tribunali, la testimonianza può essere controllata e valutata in modi appropriati, ma ciononostante deve essere creduta. Per gli eventi incomparabilmente unici che stiamo considerando, ciò è anche più vero». Altrettanto banale ci sembra la risposta, da fornire all'in­diretto quesito, al lettore nel sottotito­lo di Memoria della Shoah, del pedagogista Saul Meghnagi, pre­siden­te dell'Istituto Superiore per la Formazio­ne, già membro del c.d.a.del Centro Europeo per la Forma­zio­ne e del comitato direttivo dell'Istituto per l'Educazio­ne dell'U­NE­SCO: «Dopo i "testimo­ni"» – scom­parsi cioè per motivi di età i tito­la­ri del Terzo Tipo di prove – a spiegare le vicende intrabel­li­che degli ebrei ci saranno in primo luogo le risultanze fattuali e documen­tali. Ed invero in campo giuridi­co, rileva Raf­fa­ele Simone, do­cente di Lin­guistica Gene­rale a Roma III, la tradi­zione euro­pea «ha tolto alla testimo­nianza o al docu­men­to orali ogni valore di prova, invece rico­no­scen­dolo agli atti docu­menta­ti per iscritto o comunque in forma stabile, ri­ve­dibi­le, archivia­bi­le», abo­lendo in sovrappiù per chiun­que il «principio di autori­tà» e l'intangi­bile privilegio dell'ipse dixit, cioè quella specie di delega morale che permette a taluni di dire qualunque cosa senza venir sottoposti a ispezione, verifi­ca e contraddit­to­rio. O forse, per tornare all'olo­questio­ne, nulla conta sapere che a Norimberga l'in­da­gine su infi­ni­te cose, in ispecie o­gni perizia tecni­ca sull'Ar­ma dell'Olo-Delitto, fu resa impos­si­bile dagli articoli 19 e 21 dello Statuto? art.19: «Le Tribunal ne sera pas lié par les règles techniques relatives à l'ad­ministration des preuves. Il adoptera et applique­ra autant que possible une procé­dure rapide [in inglese: expeditious] et non formaliste et admettra tout moyen qu'il estime­ra avoir une valeur probante», o in tedesco: «Der Gerichtshof ist an Beweisre­geln nicht gebunden, er soll im weiten Ausmaß ein schnelles und nicht formelles Ver­fa­hren anwenden, und jedes Beweismaterial, das ihm Beweiswert zu haben scheint, zulas­sen». Come dire: il tribuna­le non si ritiene legato a regole tecniche né perizie scientifi­che di alcun tipo per l'esame delle prove, ammet­ten­do anzi solo ciò che esso stesso avrà stimato probatorio per le proprie tesi. «Ciò signifi­ca chiaramen­te» – postilla Jürgen Graf (I) – «che si potevano a volontà forgiare dei corpi di reato e ignorare delle prove a discarico». art.21: «Le Tribunal n'exigera pas que soit rapportée la preuve de faits de noto­rié­té publi­que, mais les tiendra pour acquis. Il considerera également comme preu­ves authentiques les documents et rapports officiels des Gouverne­ments des Na­tions Unies, y compris ceux dressés par les Commissions établies dans les divers pays alliés pour les enquêtes sur les crimes de guerre, ainsi que les procès verbaux des audiences et les décisions des tribunaux militai­res ou autres tribunaux de l'une quel­conque des Nations Unies», o in tedesco: «Der Gerichtshof soll nicht Beweis für all­ge­mein be­kannte Tatsachen fordern, sondern soll sie von Amts wegen zur Kenntnis ne­hmen; dies erstreckt sich auf öffentliche Urkunden der Regierung und Berichte der Vereinten Nationen, einschließlich der Handlungen und Urkunden der in den verschiedenen alli­ierten Ländern für die Untersuchung von Kriegsverbrechern eingesetzten Komitees, sowie die Protokolle und Entschei­dungen von Militär- oder anderen Ge­richten irgend­einer der Vereinten Nationen». Come dire: il tribunale accetterà come «prova autenti­ca», vale a dire che non sottoporrà a discussione né ammetterà un contraddit­torio in proposito, rifiutando quindi i testimoni della difesa in quanto contestatori di «fatti» definiti acquisiti, qualunque fatto «pubblicamente notorio» oltre che, beninteso, qual­sivo­glia «rap­porto ufficiale» comunque stilato da un qualsivoglia vincitore: «Era lo stesso tribunale a decidere cosa fosse "un fatto di pubblica noto­rietà" [judicial notice, procedi­mento arcaico del diritto inglese]. Cosicché la colpevo­lezza degli accusati era stabilita per principio, poiché l'Olocausto e le altre colpe che pesavano su di essi erano dei fatti di "notorietà pubblica"» (Jürgen Graf I). E ancor più, dopo questa prima mordacchia (magari anche ovvia, se pensiamo agli odii scatenati dall'Estremo Conflitto), non dovremmo, noi posteri senza colpa, considera­re lievemente aberrante il bavaglio che dopo mezzo secolo ci impedisce qualsiasi perplessità, dubbio, indagine, studio, ricerca, argo­menta­zione razionale sull'effettiva consumazione del Crimine? Mutatis mutandis, sarebbe come se un cittadino denunciasse un delitto – ad esempio l'omi­ci­dio di un paren­te, un amico o un qualunque essere umano magari non più presente sul posto – ma al contempo vietasse alle autorità qual­siasi indagine sull'effetti­va realtà del delitto, con la singolare pretesa che la propria denuncia debba bastare per l'incriminazio­ne dell'asserito responsa­bile. Ancor più, sarebbe come se lo stesso giudice, peraltro pa­ren­te o complice dell'accusatore e in qualche modo dell'asse­ri­to scomparso, zittisse d'autorità l'accusato, condan­nan­dolo sull'u­nica base dell'«onorabilità» e della «sofferen­za» del denunciante, oltretutto senza cercare riscontri oggettivi nella materialità fattuale e, in seconda istanza, documen­tale. «Nemo iudex in causa sua», nessun giudice può partecipare ad un processo ove coltivi un qualche interes­se, suona l'antico pre­cetto romano! e similmente il concetto di «legittima suspicione», il sospetto cioè che il giudizio possa essere inquinato da interessi estranei alla giustizia. E dovremmo ignorare che il Tribunale Militare Internaziona­le (così come le Oloriparazioni) nacque da un lato in un colloquio dell'amba­sciato­re sovieti­co a Londra, il «russo» Ivan Majskij Steinman, col ministro degli Esteri Anthony Eden il 12 novembre 1942, dall'altro dal seno del World Jewish Congress con l'oste­trica mediazio­ne dell'Insti­tute of Jewish Affairs dei fratelli «lituani» Jacob e Nehemiah Robin­son e, nella primavera 1943, con l'ap­pel­lo della YIVO rivolto a FDR dal confra­tello Max Weinreich? Dovremmo igno­ra­re che gli ufficiali dei Robinson furono il «belga» Leon Kubowitzki segretario generale del WJC, il sociologo «polacco» Arieh Tartako­wer vicediretto­re dell'IJA, l'ex deputa­to «polacco» Isaac Ignacy Schwarzbart, Rabbi Maurice Perl­zweig, il «rus­so» Noah Barou, l'«austriaco» F.R. Bienenfeld giuri­sta alla Società delle Nazioni, la con­sorella Eva Violet Mond Marchesa di Rea­ding, il deputato laburi­sta Sydney Silverman e l'altrettanto «inglese» giornalista Alex Easterman? Ignorare che i Robinson erano da anni intimi di Ro­bert Jackson, procu­ratore generale USA, poi capo-accusa a Norimberga? che di costui – Mae­stro fin dal 1929 della loggia Mount Moriah n.145 di Jamestown, New York, indi ricoprente altis­sime cariche al Supremo Concilio della giurisdizione nord e alla Commandery – dirà l'onesto Har­lan Fiske Stone, presi­den­te della Corte Su­prema: «Jackson è là a Norimberga a gui­da­re la sua squadra di linciatori di prim'ordine. Me ne infischio di quello che fa ai nazi, ma mi ripugna vederlo, come pretende, ammini­stra­re la giusti­zia e condurre un processo secondo il diritto consue­tu­dinario. È un'imbroglio un po' troppo moralista per accordarsi con le idee di un magistra­to di vecchia scuola»? o, ancora, che Fiske prenderà le distanze dal tutto, assicu­rando al direttore di Fortune: «La Corte Suprema non ha avuto nulla a che fare, né diretta­mente né indiret­ta­mente, col processo di Norim­berga o con l'iniziativa del governo che l'ha autorizzato [...] Sono profonda­mente amareggiato nel vede­re questo trave­sti­mento e questa parodia di legalità. La cosa migliore che posso dire è che si tratta di un atto politico delle Potenze vincitrici che può avere la sua giustificazione morale, come fu per l'incar­cera­zione di Napoleo­ne nel 1815. Ma a quel tempo gli alleati non si sentivano in do­ve­re di giustificarsi e di richiamarsi a princìpi legali che non esistevano»? E con tutto questo – e mille altre cose, tra le quali, magari, che tra il personale impiega­to a Norimberga gli ebrei furono 2400 su 3000, compreso il ser­gente mag­giore John C. Woods Short, boia con 364 impiccagioni al merito – dovremmo cre­dere ad «giu­stizia» «internaziona­le» che di interna­zionale non ha avuto proprio niente e che è stata insieme, ma guarda un po', 1. parte lesa, 2. fonte di diritto, 3. accusa e 4. giudice? ad un tribunale che nel suo Statuto – nei suoi atti fondanti – afferma di non essere altro che la prosecu­zio­ne di atti di guerra? dovrem­mo igno­rare che il massonico sir Norman Bir­kett, vice del massonico presi­den­te del tribunale sir Geoffrey Lawren­ce, nel­l'a­prile 1946, a processo dunque in corso, con­fer­ma in una lettera priva­ta che il processo deve adem­pie­re ad un compito puramente politi­co e avere non la sostanza, ma solo la forma di un procedi­mento legale? credere a un processo che tiene per as­so­dati, vietan­do ogni dibatti­to, fatti «noto­ri» all'opinio­ne pub­blica? dovremmo creder­vi, come se la «notorie­tà», a livello teoretico e prati­co, non espri­mes­se, ovviamente a prescin­dere dalla frode, che uno stato momen­ta­neo della conoscen­za, sempre suscet­tibile di venire cor­retto, appro­fondito ed infine superato o perfino negato? Chi potrebbe peraltro negare che un tempo siano stati «notori» l'esistenza di Mosè pronipote di Levi figlio di Giacobbe («anche se mancano – per l'arcaicità del perso­naggio e dei fatti – testimonian­ze espli­cite, non è possibile negare la storicità di Mosè», osa scrivere­, ancora nel 2001, Pier Angelo Carozzi), il rivendicato Esodo, il primitivo villaggio della Ge­rusa­lemme pre-davidica (in realtà, non ammessa e non concessa l'esi­sten­za del «grande» Davide, città già dotata da un millennio di un comples­so sistema di acque­dotti opera di gebusei e cana­nei; vedi gli archeologi israeliani Israel Finkelstein e Neal Asher Silber­man), la ma­gnificenza imperiale del capo-tribù Salomone (indi­viduo mai neppure esisti­to al pari del padre: altro che il prendere in sposa la figlia del faraone Siamun, millantato da Potok come «indizio dell'importan­za internazionale del re di Giuda e di Israele»!; vedi lo storico Giovanni Garbini, l'archeologo Mario Liverani e lo storico inglese Robin Lane Fox), le Dieci Tribù Perdute («uno dei più impor­tan­ti miti universa­li», scrive Tudor Parfitt), il favoleggia­to eroi­smo di Masada (vedi infra), il salomo­nico-erodiano Muro del Pianto (vedi infra), la verginità inconcussa di Maria, la resurrezio­ne di Yeshua Mashiach o i rapporti carnali tra il Maligno e le streghe, confessati e talora persino vantati dalle stesse sventurate? E che dire delle «camere a gas» di Dachau e Maut­hau­sen, «no­torie» fino al 19 ago­sto 1960, quando l'evidenza costringe Broszat ad ammet­terne, peraltro en toute souples­se, l'inesi­sten­za su Die Zeit, «autorevol­mente» convali­data da Hilberg – quello dai «piedi d'argilla» il «gigante» demolito da Jürgen Graf – e dalla Arendt? Per anni, da noi visto e fotografato nel 1991, un cartello in tedesco, inglese, francese, russo e italiano all'interno della Gaskammer lapidareggia, disinvolto: «Camera a gas. Non fu mai messa in funzione». E pen­sare che nel 1957 un falegname di Dachau era stato dan­nato a sette mesi di carce­re per essersi rifiutato di credervi. Quanto ai decessi risul­tan­ti per i campi di Dachau negli anni 1941-1945, a prescindere dai «mitici» origina­rii 238.000 deces­si, ven­gono ancora propagan­date 50.000 vittime, quan­do il museo ne dà 31.591 per l'intero dodicennio 1933-45, lo Sonder­stan­des­amt "Uffi­cio Anagrafi­co Spe­ciale" di Arolsen 31.951 per lo stesso perio­do (forse inversione di cifre) e la storia uffi­cia­le di Paul Berben 27.839 dal gen­naio 1940 al giugno 1945, dei quali 18.296 negli ulti­mi terribi­li sette mesi di guerra (compresi i 2226 morti dopo l'occupazio­ne USA), che, sommati ai decessi del­l'epi­demia di tifo dell'inver­no 1943-44, portano ad almeno 19.605 le sole vittime per tifo, il 70% del totale. In pochi mesi il campo, previsto per 10.000 persone, si era visto som­merso, al pari di Bergen-Belsen, da decine di migliaia di internati giunti dai campi orientali già evacuati, e come a Belsen la morte aveva falciato anche dopo l'occupazio­ne: nei soli primi 17 giorni di maggio, 1588 internati... e si pensi che in tutto il 1943 i morti erano stati 1100 (quanto alle esecuzioni, erano state lo 0,0087%). Mentre i detenuti transitati nel dodicennio sono stati in tutto 206.206 (negli anni di guerra 170.330) – «anche se oggi si comincia a parlare di 250.000 detenu­ti tra i quali 44.000 non registrati», rialza Sessi (IV) che, aggiungendo gli unregiste­red, disin­volteggia: «oggi si parla di 76.000 morti nel lager» – e il 26 aprile 1945 ne sono pre­sen­ti 66.890 (Howard Buechner ne dà 31.432 nel campo principale e 37.964 nei 34 sus­sidiari, per un totale di 67.665), di cui 43.401 politici, 22.100 ebrei, 1066 antisociali, 128 militari della Wehrmacht, 110 omoses­suali e 85 Testimo­ni di Geova, altre stime, tuttora riportate da «autore­voli» testi, portano i de­cessi a 238.000 (il pastore anti-«nazista» Martin Niemöller ne dà 238.756, l'Haupt­ankläger Jackson sale a 268.000, il polacco padre Alexis Lechanski a 278.000, il giornalista turco-ameri­ca­no Nerin E. Gun, ex interna­to, si accon­tenta di tondi 100.000 individui, di cui 3000 gasati). Tutto questo coacervo di cifre – ma non si eviden­zia che dei 362 morti del mese di marzo 1944 ben 233 sono dovuti ai bom­bar­damenti sugli impianti indu­striali (simil­men­te nelle notti 3-4 e 4-5 aprile 1945 cinquecento bombardieri fanno, oltre a 7400 tedeschi periti in un mare di fiamme, 1450 vittime tra gli internati di Nordhau­sen, vittime sempre però presen­ta­te, allineate in impressio­nan­te schiera, quali opera dei «nazisti» per sfinimen­to, malattie o mitra­glia­mento da parte delle guardie... quando l'11 aprile, quindi solo una settimana più tardi, gli americani occupano la città, ritengono responsabili del «nazimassacro» le autorità, mettendole al muro... e venendo fermati unicamente da un coraggioso internato polacco, che testimonia dell'effettiva dina­mica) – viene conficcato nel cranio di scola­re­sche in visita riedu­cativa «guidata», giusta quanto previsto dal Gover­no Fe­derale e dal ministe­ro dell'Istru­zio­ne bavarese. Quanto a Mauthausen, nel 1960 l'Encyclo­paedia Britanni­ca ri­porta che «close to two million people, mostly Jews, were exter­mi­na­ted between 1941 and 1945, circa due milioni di perso­ne, in massima parte ebrei, vi furono sterminati tra il 1941 e il 1945»; più mite era stato Chester Wilmot nel 1953, placato da 353.180 «uomini, don­ne e bambini, ster­minati in cinque an­ni», la cui elimi­na­zione fu «registrata alla storia in sette volumi elegante­mente rilegati in marocchino rosso»: superfluo sottoline­are l'asso­lu­ta irrealtà della favola wilmotia­na, tanto più che i decessi riscon­tra­ti per il complesso di campi di Mauthau­sen ammonta­no, secon­do il centro anagrafico di Arolsen in data 11 maggio 1979, a 77.727, cifra che il 16 gennaio 1984, sulla base di ulteriori verifi­che, verrà rettificata in 78.824. Ancor prima, del resto, la realtà gaskammeriale nel Reich aveva trova­to smentita in una relazione stesa a Vienna il 1° ottobre 1948 dal maggiore Müller della polizia militare agli ordini della Allied War Crimes Investiga­tion Commis­sion, valida­ta dal tenente Emil La­chout. Secondo la relazione (la cui autenticità è peraltro contestata da Klaus Schwen­sen; il testo lo si può reperire anche in Niko­laus von Prerado­vich), commis­sioni d'inchiesta avevano ap­purato non solo l'ine­sisten­za di gasazioni a Bergen-Belsen, Bu­chen­wald, Da­chau, Flos­senbürg, Gross-Rosen, Mauthausen­, Natzweiler­, Neuengam­me, Niederhagen/We­welsburg, Ravens­brück, Sach­senhausen, Stutthof e Theresien­stadt, ma anche che le «confes­sio­ni» erano state estorte agli «aguzzini» mediante torture, e che le «testimo­nianze» non erano da giudicare risponden­ti a verità (per avere Lachout, poi ingegnere, insegnante di religione e impiegato di tribunale a Vienna, confermata l'au­tentici­tà del documento nell'ottobre 1987, gli viene tolta l'abilita­zione all'inse­gna­mento e ritirata la medaglia al merito di servizio della municipa­lità, mentre gli si scatena contro un processo dode­cennale con psichiatriz­zazione forzata). Ed ancora, sul settimana­le cattolico Our Sun­day Visitor del 14 giugno 1959, dall'onesto Stephen S. Pinter, per sei anni consulen­te giuridico degli occupanti: «Dopo la guerra fui a Dachau per dicias­sette mesi come avvoca­to del ministero della Guerra americano, e posso testi­mo­niare che a Dachau non vi sono mai state camere a gas [...] Non ci furono camere a gas neanche in altri campi [della Gran­de Ger­mania]», mentre, quanto all'her­mannlan­gbei­nia­no anus mundi, «ci è stato raccontato che c'era una camera a gas, ma poiché [Ausch­witz] si trovava nella zona di occupazione russa non ci fu possibile indagare, poiché i russi non ci lasciaro­no entrare» (la realtà dachauense viene ammessa dai reggicoda bon­niani solo il 28 settembre 1960; nell'aprile 1975, da Wizenthal). A parte l'ex internato comunista Franz Blaha (sot­toscrittore dell'affi­da­vit "dichia­ra­zione giurata" norim­ber­ghese 3249-PS, con­fezionato dall'eletto tenente Daniel Margo­lies, che assevera uno «sterminio di massa in una camera a gas di Da­chau»; presi­dente nel 1961 dell'As­so­cia­zione Internazio­nale di Dachau, Blaha attesta anche di avere visto confezio­nare con pelle umana pantaloni e altri articoli), l'«eviden­za» gaskamme­ria­le a Dachau era stata «certifi­ca­ta» il 15 maggio 1945 dalla Commissione Spe­cia­le del Con­gresso americano di cui al documento 159-L, IMG XIII-605. Per Mauthau­sen il coman­dante Ober­sturmführer Franz Ziereis, pur carezzato con una sbrigativa fucilata allo stomaco il 23 maggio 1945 e morto dopo otto ore di interrogato­rio-tortura alla presenza del generale Seibel, coman­dante la 11a Divisio­ne Coraz­za­ta, confes­sa dieci mesi dopo il decesso, l'8 aprile 1946, sia pure per interposta persona. I soccorrevoli sono l'ex inter­na­to Hans Marsalek e il tenente colonnello Smith W. Brock­hart jr, «ne­gro» lette­ra­rio speciali­sta nel redigere con­fessio­ni come quella di Höss in inglese PS-3868 e quella di Otto Ohlen­dorf in tedesco PS-2620. Impagabile, quanto a Maut­hau­sen, man­cante di «prove» gaskammeriali, il duo Sher­mer-Grobman commen­ta che «per loro natura molti eventi storici sono infe­renzia­li [sic], ma non sono per questo meno veri». Una perla vera e propria è poi l'arti­co­lo apparso il 24 agosto 1945 sulla Berna Tagwacht - Offizielles Publika­tion­sor­gan der Sozial­demokrati­schen Partei der Schweiz, che riporta un comuni­cato Reuter da Lon­dra: la Germania hi­tle­riana ha elimi­na­to nei campi di concen­tramento 26 milioni di persone, «die meisten davon wurden in Dachau getö­tet», la maggior parte delle quali (cioè almeno tredici milio­ni e una persona) a Dachau, con una media di 12-15.000 uccisioni giornalie­re e 24.000 «Männer, Frauen und Kinder» svaniti nel solo 10 luglio 1944, vero e pro­prio Rekordtag dei nazi-assassini, festeggiato con una colossa­le bevuta (in verità la traduzione, ad opera della partigiane­ria polacca, di un «docu­mento tedesco» datato 22 set­tembre 1943 – vedi lo spagnolo Enrique Aynat – si era da tempo autocongra­tulata con l'insuperato record di 30.000 gasati giornalieri: «Brze­zinka siwecila swój rekord zagazowa­nia w ciagu 1 dnia 30.000 ludzi»). E una perla ancor più preziosa è la seguente «testi­mo­nianza»­: «Giovane inter­nato undicen­ne, Moshe Peer venne inviato nella camera a gas del cam­po di con­cen­tra­mento di Bergen-Belsen [il campo di transito di Bergen-Belsen!, ove neppu­re la fantasia malata dei vincitori – ma non quella del top-giornalista ex partigiano giellista Enzo Biagi – pretese mai esservi stata una Gaskammer!] almeno sei volte. So­pravvis­se ogni volta e vide con racca­priccio come cadevano e morivano le donne e i bam­bi­ni por­ta­ti con lui nella came­ra a gas e gasati a lui d'intor­no. Ancor oggi Peer non sa come potè scam­pa­re alle gasazioni. "Forse lo capiscono meglio i bambi­ni, io non lo so", disse Peer in una intervista la scorsa settimana». Altrettanto disarman­te è quanto attesta a milioni di telespetta­tori – tra i quali noi stessi – l'olo­scampata auschwitziana «un­garo/italica» Zita Szi­geti in un talkshow col condut­to­re che la sollecita (Mau­rizio Costanzo Show sull'emittente Canale 5, 2 novem­bre 1992) «... e poi un giorno ha vi­sto che c'era scritto "came­ra a gas"»: «Sì, ci por­tavano periodi­camente a disinfettarci perché era­vamo privi di acqua... non ce n'era nemmeno da bere, non ce n'era di acqua... e allora io non so in che stato eravamo... non mi ricordo, ma chis­sà in che stato che erava­mo... non buono... e ci porta­va­no nella camera a gas a fare la doccia... eh, ho letto "camera a gas", e siamo entrati». Senza lasciar tempo allo spettato­re di realizzare appieno la bestialità testé detta né invocare una licentia pöeta­rum, il Lenin dei Parioli le giun­ge ancora in soccorso, con un lungo sospi­ro di compren­sio­ne per lei e di disprezzo per gli infami: «... e pensare che Lei sa che qualcuno in quest'ul­timo perio­do, in quest'ulti­mo anno, nega l'Olo­cau­sto, nega che ci sia stato l'Olo­cau­sto, nega che ci sia stato Dachau, che ci sia stato Ausch­witz... dico­no che gli ebrei uccisi non sono, eh, sei milio­ni, ma a malapena un milione, dicono che è propa­ganda dell'A­merica che ha messo in giro queste voci sull'Olo­causto... io cre­do che questo sia [...] l'offesa maggiore che è stata fatta a tutti questi morti». E che dire, caro Gatti, di uno dei vostri storici più corretti, ignorato dal mainstream sterminazionista per privilegiare orecchianti come i Poliakov 1951, Reitlinger 1953, Hilberg 1961/1985, Levin 1973, Dawidowicz 1975, Bauer 1982 e Yahil 1990? Decapiteremo Arno Mayer con la mannaia dei Novantasette? Ne sequestreremo il libro, devasteremo le case dei suoi lettori, in cerca di più acri volumi? E di questi, ne impediremo le ristampe? Ne saranno permesse solo le prime edizioni, pubblicate prima della ololegge? O magari neppure quelle, pur edite in tempi meno perversi? E se un tizio ne avesse due copie, vi comportereste come in Terra Rieducata, lasciandogliene una – in nome del «libero esame» democratico – e sequestrando l'altra in quanto sospetta di venire diffusa a propaganda? E per questa seconda copia, per questo sospetto, lo tirereste in giudizio? Qualcuno potrà leggere i Volumi Oloeretici, qualcun altro no? O finiranno tutti, i lettori magari, gli editori altrettanto, gli autori certamente, a contemplare il sole a scacchi? O rovinati da spese tribunalizie e ghiotte oloammende? Li bruceremo, intendo i volumi, non gli oloeretici, dato che gli autodafé non sono più di moda? Li celeremo nel buio dei leniniani specchrany? Ne daremo notizia, con Liste di Proscrizione, ai curiosi, ai milioni di persone vogliose di aria non più olomefitica? Perseguiremo i provider, i banali curiosi, gli stravaganti, gli imprudenti, i Ricordanti alla Fahrenheit 451? O soltanto gli Oloincreduli di Professione? Il tutto, ovviamente, per non aggravare le sofferenze di chi ha «tanto sofferto». O per non perdere l'obolo, magari quei 300.000 euro che Lei sa. Oh, profetico Norman Finkelstein! Non si meravigli, caro Gatti: oltre che alla retroattività delle norme la Democrazia ci ha abituato – voi ci avete abituato – alle peggiori canagliate e contraddizioni. Intellettuali come politiche. ● Autore di un vo­lu­me di 500 pagine, Arno Ma­yer, pur non met­tendo in discus­sione l'Olovulgata ed anzi ac­cen­tuando l'opera dei tremila militari (compresa una quota di non combattenti come interpreti, radiote­le­grafisti e altro per­so­nale) delle Ein­satz­gruppen nelle retro­vie del fronte sovietico (il che non vale a risparmiar­gli né gli attacchi della Dawido­wicz né l'anatema da parte dell'ebrai­smo, in particolare per avere concluso che Hitler fu ben più occupato a fronteg­gia­re il bolscevi­smo che a stermi­nare gli ebrei: «practi­cally ex­communi­cated», ammette il confrère D.D. Guttenplan in The Holo­caust on Trial su Atlan­tic Monthly febbraio 2000, aggiun­gen­do che «calcoli politici [hanno] influenzato la nostra cono­scenza dell'Olo­causto fin dai primissimi inizi, political calcula­tion [has] influenced our knowle­dge of the Holocaust from the very begin­ning»), ha invece l'intelligen­za: 1. di non avanzare alcuna cifra sulla Solu­zio­ne Finale per mancanza di docu­men­ta­zione attendibile (peraltro, facendone intendere una di «un milione e mezzo»): egualmente fece Gerusalemme al Proces­so Eich­mann, e così pruden­teggia Otto Friedrich specificamente per Auschwitz: «nessuno sa quan­te per­sone vi siano state uccise, neppu­re approssi­mando al centinaio di migliaia [...] il numero effettivo dei morti rimane incalcolabi­le», 2. di sorvolare sulle «came­re a gas», affermando che le vitti­me sono state ben più numero­se per cau­se «na­tu­ra­li» quali epidemie, ma­lat­tie le più varie, denutri­zione, etc.: «Besides, from 1942 to 1945, certainly at Auschwitz, but probably overall, more Jews were killed by so-called "natural causes" than by "unnatural ones"» (già nel 1953 Gerald Reitlin­ger, riportandoci 4.200.000-4.600.000 ster­mi­na­ti, aveva sostenuto che «più di un terzo degli ebrei d'Europa scomparsi non morì per violenza fisica diret­ta»; l'inglese Norman Stone, presiden­te nel 1984-96 della Società di Storia Moderna ad Ox­ford, afferma poi sul Daily Telegraph del 30 gen­naio 1997 che – sconto del 33% – «la versione ufficiale secondo cui sei mi­lioni di persone furono gasate è verosimil­mente falsa. Verosimil­mente mori­rono quattro milioni di per­so­ne. Soprattut­to di fame e malattie»), 3. di am­met­tere le proprie perples­sità sulle «testimo­nianze», più o meno giurate, rilascia­te dagli oloscampati, considerate proiezioni di un Immaginario più che di un Vissuto o «razionalizzazioni post hoc» quando non «manipolazioni ad hoc» (altro che l'impu­di­co goy comunista Franco Fracassi, che tac­cia i revisionisti di sce­glie­re soltanto ciò che loro accomoda: «Per reperire le prove del fatto che l'Olo­cau­sto è una leggenda non si ricorre mai alle testimo­nian­ze delle vitti­me»! altro che gli insulti di tal dottor Körber che, il 20-22 settembre 1991 a Norimberga al convegno della Thomas-Dehler-Stiftung, si scaglia contro il revisio­nista scientifico Germar Ru­dolf, chiamdolo «porco» perché alle «testimo­nian­ze» antepone le prove materiali!). Quanto all'ultimo punto egli scrive testualmente che, se pure sol­tanto i so­prav­vissuti «che vissero il terribi­le tormento dei luoghi di stermi­nio, dei ghetti e dei campi sono in grado di parlarne», se pure «essi soltanto possono comprendere i più riposti sentimenti e pensieri, l'agonia delle vitti­me», se pure «essi soltanto possono fornire testimonianze autentiche dell'in­dicibile brutalità dei loro oppressori» – se pure quindi solo a loro dobbiamo attribuire, in virtù dell'«incon­testabile sofferenza patita» il massimo della credi­bilità (dopo avere narrato ai parenti, che lo osservano scettici ribattendo che forse ha esagerato quando pure non si è inventato tutto, di essere sopravvissuto alle ottanta frustate infertegli dall'ex «aguzzino» Joseph Schwam­m­berger – SS-Ober­schar­führer nei campi di lavoro a Mieles e Prze­mysl, estra­dato dal­l'Argen­tina nel 1990, dan­nato all'erga­stolo a Stoccarda il 18 maggio 1993, dopo due anni di raffi­na­te torture psico­fi­siche – l'olo­scampa­to Mi­chael Gi­lad Gold­man si sconsola: «Quel dubbio costi­tuì l'ottantu­nesimo col­po»...) – tuttavia qualcosa che non convince permane, tutta­via «bisogna insi­stere, senza certa­mente svalutare il loro valore storico, sul fatto che essi [cioè i racconti di quei «testimoni ocula­ri» giudicati «indispen­sabili» per qual­siasi discorso sull'ebrei­ci­dio] non sono completi né in sé sufficien­ti». Non ci si può infatti attendere, continua Mayer, che i soprav­vissu­ti «quando rivolgono lo sguardo in­dietro, possano vedere l'esatta cronologia delle loro espe­rienze e il contesto storico in cui avvennero. Per di più, quando essi rievoca­no i loro ricordi, questi sono fissati e selezionati alla luce di successivi eventi e interpreta­zioni. In particolare, non posso­no non essere influenzati dai dogmi e dalle metafore che hanno successi­va­mente strut­turato, cristal­lizzandole, la memo­ria collettiva e la visione della catastro­fe ebraica. Inoltre, i ricordi possono benissimo venire adattati ai disegni narra­ti­vi entro i quali viene calato il rac­con­to di questa catastrofe». Ovvia quindi la sospensio­ne delle leggi fisico-chimiche legate all'Orrore: «Perfino il loro respiro era regolato da leggi naturali diverse dalle solite. Vivevano e morivano non secondo le leggi di questo mondo», attesta al Processo Eichmann il pazzoide olo­scampato Yechiel De­nur / Dinur Ye­chiel Feiner alias Ka-tzetnik 135633 – l'autore di The House of Dolls, «La casa delle bambo­le», «acknowledged classic of fiction about Holocaust, ricono­sciuto classico della narrativa olocaustica», nel quale una giovane internata viene costretta a prostituir­si nel bordello del campo, e di un altro romanzo altrettanto quasi-pornografico col quale il Nostro, commenta David Cesarani II, ha «determinato il modo in cui gene­razioni di israeliani avrebbero immaginato i campi di concentramento e di ster­minio» – psicoterapizzato da Jan Bastiaans a suon di LSD – «Auschwitz gli aveva rubato non solo la famiglia, ma anche l'identità [...] Parlava con grande, inti­ma irrequietezza, con lunghi monologhi che non riuscivo sem­pre a capire del tutto e che talora mi facevano accapponare la pelle, ricordi dell'effe­ra­tezza di Auschwitz che si mischiavano con visioni mistiche, apocalitti­che [...] Aveva visioni psichedeliche che ricordavano i quadri di Dalì. Vedeva angeli e demoni. Vedeva Dio in verde, rosa e giallo. Vedeva anche, da "Dio del mondo", il fungo di fumo di un'esplo­sione atomica», ci commuove Segev. «La massima parte della gente» – aggiunge Albert Linde­mann, con un monito, ci sembra di riscontrare, alle più dure cervici – «riconosce che l'i­mmagine che una certa categoria di persone ha di "quanto accadde davvero" nel passato non è la stessa di un'altra categoria. Fatti incontestabili per un gruppo sono interpreta­zioni dubbie [slippery interpretations] per un altro; il racconto ufficiale di un gruppo è il resoconto erroneo per un altro. I veterani del fronte che rivendicano una compren­sione speciale della guerra – superiore a quanto gli studiosi possano mai conseguire – devono essere ascoltati con rispetto, così come chi racconta dell'Olocau­sto. Gli ebrei che hanno sperimentato l'antisemitismo hanno di questo una compren­sione che dev'essere considerata con attenzione da coloro che non l'hanno personal­mente sperimentato. Ma in nessuno di questi casi l'esperienza di­retta deve assurgere a monopolio di verità [but in none of these cases does direct experience translate into a monopoly on truth]. Anzi, talora una tale esperienza è di ostacolo alla riflessione chiara o fruttifera. I sacrosanti resoconti ufficiali possono condurre, e talora lo hanno fatto, a nuove tragedie per i gruppi che ca­par­bia­mente insistono che l'immagi­ne da loro tracciata della verità resti intoccabi­le» (al proposito, si vedano anche le considerazioni di James E. Young in Writing and Rewriting the Holocaust - Narrative and the Consequen­ces of Interpreta­tion "Scrive­re e riscrivere l'Olo­causto - La narrazio­ne e le conseguenze dell'in­ter­pretazione" e in The Texture of Memory - Holocaust Memorials and Meaning "La trama della memoria - Memoriali e significato dell'Olocausto", testi che peraltro insinuano che nessuno potrà mai conoscere davvero l'Olo­causto se rifiuta­ le «testi­mo­nian­ze»: diari, me­morie, romanzi, novelle, poesie, drammi, ricostru­zioni, video-intervi­ste e perfino monumenti commemo­ra­tivi, cioè le «Holo­caust literary testi­mony and Holocaust meta­phors»). Già Vilfredo Pareto (I) aveva notato, a prescindere dall'influenza pur capi­ta­le di un «disegno narrativo» estrinseco e voluto (come nel caso di Mena­chem Begin, che «racconta volentie­ri» che il padre era stato ucciso alla testa di un corteo di 500 ebrei, colorando il fiume di rosso... pur non sapendo egli stesso cosa fosse in realtà successo: «In Wirklichkeit wußte er nicht genau, was gesche­hen war», scrive Segev), l'inaffidabilità intrinseca dei ricordi: «Poiché un racconto si alteri, non occorre che passi di bocca in bocca; esso si altera anche quando è ripetuto dalla stessa persona. Per esempio, una cosa che si voleva in­di­care come grande, diverrà ognora più grande nei successivi racconti; una cosa pic­co­la, ognora più piccola. Si aumenta la dose, ognora cedendo al medesimo sen­timen­to» (§ 646). Inoltre, «gli uomini non consento­no agevolmente ad abban­do­na­re le lo­ro leggende, e procurano almeno di salvarne la maggior parte possibi­le. Il procedi­mento gene­ralmente in uso sta nel mutare il senso alla parte che proprio non pare accettabi­le, affine di togliere ad essa un carattere troppo spiccato di impossibili­tà» (§ 657). Nel medesimo modo – compia il lettore i debiti parallelismi – Edward Gibbon aveva commentato, mortuis persecutori­bu­s, le testimonianze dei «mar­ti­ri» cristia­ni: «Dopo che la chiesa ebbe trionfa­to di tutti i suoi nemici, l'interesse non meno che la vanità dei detenuti li spinse ad ingrandire il merito dei loro patimenti. Una conveniente di­stanza di tempo e di luogo diede ampio campo ai progressi della fantasia e i frequenti esempi che si potrebbero citare di martiri, dei quali si erano istantaneamen­te risanate le piaghe, rinnovate le forze e miracolosamente restituite le membra perdute, erano estremamen­te comodi per rimuovere ogni difficoltà, o confutare qualsiasi obiezione. Le leggende più stravaganti, ridondando a onore della chiesa, venivano applaudite dalla credula moltitudine, sostenute dal potere del clero e attestate dalla sospetta testimonianza della storia ecclesiastica». Ed egualmente lo storico russo George Katkov: «La verità ha numerosi nemici e fra questi la men­zogna è il più appariscente ma il meno esiziale e il meno sub­do­lo. La menzo­gna patente e consapevole ha, secondo un detto che non è sol­tan­to russo, "le gambe cor­te" e non percorre molta strada. Gli ostacoli maggiori che si frappon­go­no alla procla­mazione della verità sono piuttosto i desideri scam­biati per la realtà, la mitomania e il timore semiconsapevole che le credenze alle quali siamo particolar­mente attaccati si rivelino erronee alla luce di fatti inoppu­gnabili scoperti successiva­mente». In parallelo, trattando di alcune «testimonianze» sul «terzo aereo» dell'epocale «11 settem­bre», David Ray Griffin nota che «seppure fortemente smentiti dalle prove, i patroci­na­tori della versione ufficiale, per smontare qualsiasi teoria contraria alla presenza di un Boeing 757, si affidano principal­mente alle dichia­ra­zioni di quei testimoni oculari che affermaro­no di aver visto un aereo dell'Ameri­can Airli­nes schiantarsi contro il Pentago­no. Tra costoro, c'è chi scrisse sul Sunday Times che "ad assestare un colpo mortale alla tesi del complotto sono i numerosi testimoni ocu­la­ri che hanno visto l'aereo abbattersi sull'edificio". Come fanno dunque i revisionisti a conciliare la loro convinzione con tali testimonianze? Quattro sembrano essere i cri­te­ri principali. Il primo si basa sul normale principio processuale secondo cui se c'è un conflitto tra prova documentale e testimonianza oculare, la prova, una volta con­fer­matane l'autenticità, di solito ha maggior peso. Se in un processo penale l'accusa presenta un caso saldamen­te fondato su prove di tal genere, la difesa di rado può spe­rare di "assestarle un colpo mortale" pre­sentando testimoni oculari che asseriscano il contrario. Questo perché le testimo­nianze di singoli individui potrebbero rivelarsi fallaci per molte ragioni diverse, quali una falsa percezione dei fatti, una cattiva memoria o menzogne bell'e buone (magari dovute a corruzione o intimidazio­ne). Di conseguenza, ogni vera o pre­sun­ta testimonianza oculare che contraddica tali prove viene tenuta in minor conto [...] le dichiarazioni dei testimoni che dicono di aver visto un aereo dell'A­merican Airlines si possono spiegare in termini di dinamiche psicologico-sociali della percezione e della memoria, per cui accade spesso che persone "vedano" quello che si aspettano di vedere o "ricordino" di aver visto quanto altri si aspettano che abbiano visto». In campo scientifico è invero nozio­ne consoli­da­ta che il cervel­lo umano può can­cel­lare, ed invero cancella, in gran parte incon­sa­pevol­mente, molte regi­strazio­ni; è nozione consolida­ta, ci avverte Giuliana Mazzoni in un suo specifico studio, che esistono, anche non supposte né create, vere e proprie «trappole della memoria»; è noto che può costrui­re in tranquillità, anche inconsa­pe­vol­mente e in buona fede, veri falsi e che oggi sono so­prattutto il cinema e la televi­sio­ne a modificare i ricordi al punto che nella memoria il pas­sa­to si trascolo­ra e si confonde sempre più con la finzione. In parallelo, applicando l'analisi al campo storico, aggiunge Giovanni Conti­ni: «È stato giustamente osservato che le defor­ma­zioni indotte dalla memoria sono interessanti come e più dei fatti dei quali si tratta; tuttavia nel caso delle fonti orali utilizzate per ricostruire eventi altamente drammatici diventa difficile distinguere, nel racconto, il livello fattuale da quello interpretativo, isolare la distorsione e il suo significato; si rischia quindi di accettare in modo acritico gli anacronismi, le inversioni delle sequenze temporali e dei soggetti, le condensazio­ni di più eventi in uno e le omissioni di eventi particolari. Le tipiche ristruttura­zioni operate da una memoria coinvolta e parteci­pe sono interessanti se, appunto, si riescono ad apprezzare come ristrutturazioni. Ma spesso, soprattutto quando dal racconto del testimone dipende in modo forte la sua identità, egli presenta quelle ristrutturazio­ni come racconto di "ciò che realmente è successo"; da un lato perdiamo la capacità di interpretar­le, dall'altro rischiamo di accoglierle nella nostra ricostruzione fattuale». Anche lo «stermina­zio­ni­sta» Pressac, soste­nuto dal Centre natio­nal de la recher­che scien­tifi­que, ci avverte: «Non bisogna dire che costoro men­tono. Dobbiamo considera­re un certo gra­do di emotività perso­na­le [il faut pren­dre en compte un coefficient personnel d'émo­tion]». «Si sa che la memoria non è immu­ne dall'influenza delle emozioni e che spesso gioca strani scherzi, accentuando e dramma­tizzando alcune esperienze e stemperando­ne altre», concor­da Gitta Sereny (unghere­se secondo David Irving e malgrado l'ebraico cogno­me, sposa­ta col tout-juif Dov Hone­y­man, fotografo di Vogue «alto, biondo, ori­ginario dello Iowa», come vanta la Nostra; invero, è lei stessa, cresciuta protestan­te dal padre, a dire ebrea la madre, amante dell'e­conomista «au­stria­co» Ludwig von Mises), peraltro trattando non di oloscam­pati ma delle memorie di Albert Speer (II). «Le trascrizioni delle testi­monianze da me esami­na­te sono piene di errori per quanto concerne le date, i nomi delle persone, i luoghi, e mostrano con tutta evidenza una scorretta compren­sio­ne degli eventi stessi. Più che essere utili allo studioso, alcune di tali deposizioni possono piuttosto fuorviar­lo», ribadisce Lucy Dawidowicz. «Così, secon­do il parere di questa storica» – postilla piccata Annette Wie­viorka (II) – «non si può salvare nulla della testimo­nian­za, la quale non è in grado di darci una prospet­ti­va positiva rispetto all'in­formazione dei fatti e, soprattutto, non è in grado di indurre un racconto conforme alla storia. In genera­le, gli storici hanno lasciato ai letterati, agli psicologi, agli psichiatri, agli psicoanali­sti, e in misura minore ai sociologi, il compito di riflette­re su questo corpus gigantesco [...] Il testimone si rivolge al cuore, e non alla ragione. Suscita compassione, pietà, indigna­zione e tal­vol­ta persino un senso di rivolta. Il testimo­ne stipula un "patto di compassione" con colui che l'ascolta, così come colui che scrive la propria autobiografia stipula con il proprio lettore quello che Philippe Lejeune ha chiamato un "patto autobiografico". Un patto che Dominique Mehl caratte­rizza come "una particolare interazione tra tra­smissione e ricezione" [...] È una visione che mette a disagio lo storico. Non perché sia insensibile alla soffe­ren­za, perché non venga a sua volta turbato dai racconti delle sofferenze, e affa­sci­na­to da alcuni di essi. Ma proprio perché sente che questa giu­stap­posizione di storie non è un racconto storico, e che anzi, in un certo senso, lo cancella [...] Come fare appello alla riflessione, al pensiero, al rigore, quando i sentimenti e le emozioni invadono la scena pubblica?». Meno vago ed alato era stato Bar­dè­che, mezzo secolo innanzi: «Le testimo­nianze auten­ti­che, genuine, come dicono gli inglesi, raccolte alla metà del 1945, si sono presto modificate. Da principio i deporta­ti hanno raccontato le cose viste; un po' più tardi hanno subìto l'influenza della letteratura di deportazio­ne ed hanno parlato secondo i libri letti o secondo i racconti dei compagni, che a poco a poco si sostitui­va­no alle loro impressio­ni personali. Infi­ne, all'ultimo stadio, hanno adottato più o meno incon­sciamente una versione utilita­ria della prigionia, si sono fatti un'anima di professioni­sti dell'interna­mento politico ed hanno sostituito nei loro racconti le cose viste in realtà con quelle utili a dirsi». Ancora più esplicito il nazionalsocialista Dietrich Klagges, già capo del gover­no regio­nale di Braunschweig dal 1933 al 1945 (arrestato, torturato e accusato di «crimini contro l'umani­tà», nel 1950 condannato all'ergastolo dalla BRD in base alla legge di occupazione, pena ridotta a quindici anni nel 1957 rifiutando peraltro i testi a discarico in quanto, testuale, avrebbero «testimo­niato a sua discolpa», indi scarcerato dopo un dodicennio di vessazioni e morto nel 1971): «Le accuse agli imputati riposano, oggi come allora, sostanzialmente su deposizioni di testimoni i quali, in quanto internati nei campi, erano stati in balìa degli imputati, o che almeno questo credeva­no. Si tratta di testimoni politici, intrisi di astio e risenti­mento. Le loro deposizio­ni sono dettate dall'odio e servono in parte anche a otte­ne­re vantaggi personali. L'esperienza fatta in altri processi politici insegna che la credibilità di tali testimoni, non solo ebrei, è basata su pregiudi­zi, poiché essi vogliono nuocere all'imputato» (II). Nonostante questi limiti, più che sufficienti per farci considera­re quelle «testimonianze» al minimo come sforzi «benintenziona­ti» («We Jews have testi­mony to offer an embittered, cynical world, Noi ebrei abbiamo una testimo­nian­za da offrire ad un mondo esacerbato e cinico», ci commuove Rabbi Harold Schul­weis), più realisticamente come puri prodotti di centrali dell'odio (è ad esempio noto ad ogni libero studioso che, riporta il revisionista ebreo J.G. Burg, la gran parte dei «testi» al pro­cesso di Francoforte per Auschwitz furono «prepa­rati» dai servizi se­gre­ti sovieto-polacchi a Varsavia), per Mayer i ricordi degli scampati riman­gono «una fon­te essen­ziale di informa­zione e comprensio­ne». E ciò anche se tali «angosciosi ri­cordi» «sono stati inseriti in una liturgia che si è trasformata in un culto delle rimem­branze, con le sue specifi­che cerimonie, ricor­ren­ze, santuari, monu­menti e pellegri­naggi». Del tutto naturale, allora, che chiunque, eretico, scisma­ti­co o miscredente che sia, non possa venire considera­to, nel contesto di tale «religio­si­tà», che bestem­mia­to­re, degno non solo della messa al bando civile e della rovina economi­ca ma del rogo intellet­tuale e, spesso, anche fisico. Anche il pio cardinal Decourtray, Primate delle Gallie, arcivesco­vo di Lione e presidente della Conferenza Epi­scopale Francese, decorato nel novembre 1991 della me­daglia del B'nai B'rith, invoca, contro i revisioni­sti, che «la Shoah è il bene sacro degli ebrei», la sua memoria è sacra e «chiunque la tocca com­mette sacrile­gio». Il reificarsi dello «sterminio», continua Arno Mayer, ha trovato «espres­sione e consacra­zio­ne in un concetto verbale pieno di reli­gioso orrore, l'"olo­cau­sto", termi­ne il cui signifi­ca­to corrente è quello di un'offerta sacrificale intera­men­te consumata dal fuoco per l'esal­ta­zio­ne di Dio. La dottrina embrio­nale dell'"olo­cau­sto", che è quindi divenu­ta una idée force, ha intessuto i pensosi e traspa­renti ricordi dei sopravvis­suti in una "me­mo­ria" collettiva­mente pre­scrittiva che non con­sen­te una riflessione critica e conte­stua­le della catastro­fe ebraica». Anche il Mayer sembra quindi ben ren­dersi conto del pericolo costituito, per la libera ricerca storica, da tale atteggia­men­to psicologico: «Ma, sia pure non intenzio­nal­mente, a poco a poco questo culto delle rimembranze è divenuto ecces­si­va­men­te settario, ha sempre più contribuito a disgiun­ge­re la catastrofe ebraica dal suo contesto storico laico, collocandola invece in una storia che va commemo­rata, lamen­tata, inter­pretata in senso restritti­vo». Scendendo da questa illuminante prosa psico-sociologica, troviamo altre ammissione di identica, sconvolgente portata: «Le fonti per studiare il fenomeno delle camere a gas sono al contempo scarse e inaffi­da­bi­li [Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable]» (si ricordi che per un tribunale anglosasso­ne un teste o una documento giudica­to «unre­lia­ble» è come non esi­stesse: il giudice informa i giurati di non farne conto alcuno e di cancellarlo dalla memoria). «Non si può negare che esistano numerose contrad­di­zio­ni, am­biguità ed errori nelle fonti esi­stenti». «Ciò vale anche per le contra­stan­ti stime ed estra­pola­zioni sul nume­ro delle vittime, dato che non esisto­no stati­stiche su cui lavorare». «Fino ad oggi non sappiamo con certezza [in realtà, «non sappia­mo» tout court] chi abbia dato l'ordine, e quando, di in­stallare le camere a gas». Anche la Pisanty (II) ammette, in particolare quanto alle inter­vi­ste, che mal­gra­do «il loro innegabile valore docu­menta­rio» «poche, tra le testimo­nianze degli ex deportati, resistono agli assalti di una lettura pignola mirata a individuare le sbavature [sic, toccante terminolo­gia!] interne ed esterne», per cui esse vanno con­sidera­te con cautela, da un lato in quanto «mettono in gioco strategie co­municati­ve spe­ci­fi­che, basate sul­l'intera­zione tra intervistatore e intervistato. Di conseguen­za, le conoscen­ze ricava­bili da esse dipendono in primo luogo dall'o­biet­ti­vo perse­guito dal­l'intervista­to­re [...] In altre parole, col passare degli anni le testi­mo­nianze si sono trasfor­mate da docu­menti a monumenti storici, e ciò ha diminuito la loro efficacia in quanto fonti di informa­zio­ne», dall'al­tro perché «la memoria della mag­gior parte dei supersti­ti è soggetta ai naturali mecca­ni­smi di distorsione che accom­pa­gnano le esperienze pro­fonda­mente trauma­tiche». In ogni caso, a dif­ferenza degli Infami, «gli stori­ci di professione applicano un principio di carità interpreta­tiva [sic, carità che dovrebbe essere «d'obbligo in qualun­que scambio comunicativo cooperati­vo»... esclusi quindi i revisioni­sti anti-cooperativi] nella loro let­tu­ra delle testimonian­ze in questione: di fronte alle esagerazioni riscontrabi­li in esse, piut­tosto che balzare alla conclusione che i testimoni abbiano consa­pevol­mente menti­to, gli storici preferiscono inferi­re che essi hanno ceduto al meccani­smo retorico dell'iperbo­le». Lie­vemente più critico sulla validità del ricordo è l'acrobati­co Enzo Traverso (in Marcello Flores): «Gli storici non ignorano più le fonti orali né la scrittura popolare e possono disporre di strumenti inediti come gli archivi audiovisi­vi che raccolgono le testimo­nianze dei reduci dei lager. Questo lavoro si è rivelato estremamente fruttuoso ma non dovrebbe far dimentica­re che la memo­ria singola­rizza la storia. La memoria è per defini­zione sog­gettiva, selettiva, spesso irrispet­to­sa delle linearità cronologi­che, a volte irriducibile alle ricostruzio­ni d'insieme, alle razionalizza­zioni globa­li. Essa elabora l'espe­rienza vissuta e, di conseguenza, la sua percezio­ne del passato non può che essere del tutto singola­re [...] L'insie­me di questi ricor­di forma la memoria ebraica, una memoria che lo storico non dovrebbe i­gnorare e alla quale deve in ogni caso rispetto. Una memoria che egli dovrebbe, per quanto possibile, esplo­ra­re e spiegare, ma alla quale non deve sottometter­si. Egli non ha diritto di trasformare la singolarità assoluta e legittima della memoria in un prisma normativo di scrittura della storia». Forse ancora più chiari sono l'israeliano Zeev Sternhell («La memoria non è solamente un filtro; è altresì un modo deplorevole di ri­flettere le necessità del presente»), l'ex comunista «francese» Victor Serge («Lo scarso valore della testi­monianza umana è di solito una cosa stupefacente: un uomo su dieci tuttalpiù sa vedere quasi esattamen­te, osser­vare quel che vede, ricordarlo – e bisogna poi che sappia esprimerlo, che resista alla suggestione della stampa, alle tendenze della sua pro­pria imma­gi­nazione: si vede quel che si vorrebbe aver visto, quel che la stampa o l'inchiesta suggerisco­no») nonché, il 3 settembre 1996 su Le Nouveau Quo­ti­dien di Losanna, il pur stermina­zioni­sta Jacques Baynac: «Per lo storico scientifico, la testimonian­za non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimo­nian­za non ha molto peso, e pesa ancor meno se nessun soli­do do­cu­mento la con­ferma. Il postulato della teoria scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documen­to, o documenti, niente fatto accerta­to». O anche, detto con saggezza latina, «contra factum non valet argumentum». Assolutamente risibili ci paiono quindi i patetici, furbeschi, criminali ricatti di Salvadori (II) quanto alla centralità, e ancor più all'assolutizzazione e inconte­stabilità (taccia ed accetti ogni curioso, si vergogni e s'inchini ogni dubbioso!), delle «testimonian­ze» (corsivo nostro): «Qualcu­no ha anche sostenuto che i soli che abbiano titolo a parlarne sono i sopravvissuti, ammesso che vogliano farlo [...] Ma la memoria di Auschwitz va soggetta – in forza della enormità qualitativa e quantitativa delle efferatezze che sono state consumate in quel lager – a un'emo­zione particolarmen­te intensa che paralizza e rende ammutoliti. Non c'è nessuna persona dotata di una qualche sensi­bilità, sia pur minima, che si possa sentire pari ad Auschwitz, e cioè in grado di affrontare con serenità l'argomento. Come si è detto poco sopra non sono pochi quelli che hanno l'impressione di trovarsi din­nan­zi non solo al male assoluto o ultimo, oltre il quale non si può andare, ma anche e soprattutto ad un'impresa diabolica in cui tutte le forme della malvagità sono state sperimen­ta­te e messe in atto nel loro grado estremo. Lo scrittore e premio Nobel, Elie Wiesel, sopravvissu­to ai campi di sterminio, intorno ai quali ha reso importanti testimo­nianze, ha affermato: Non si comprenderà mai come Auschwitz sia stato possibile, e insisterà successivamente: Quelli che non hanno quell'espe­rier­nza non sapranno mai che cosa sia stata, quelli che l'hanno vissuta non lo diranno mai; non vera­mente, non fino in fondo. Il passato appartiene ai morti. Un altro so­prav­vissuto, Robert Antelme, osserverà: A noi stessi allora quello che si aveva da dire, comin­ciò a sembrare "inimmaginabile". Per parte sua Emile Facken­heim ribadisce: L'e­vento resiste ad ogni spiegazione di tipo storico che ricerca le cause, e di tipo teologico, che ricerca significato e scopo [...] Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi si domanda con inquietudine: Si ha diritto di parlare di Auschwitz? [...] L'assolu­tizzazione di Auschwitz lo sacralizza e lo trasferisce in regioni inaccessi­bili per chiunque, ne mette tra parentesi la realtà terrena e umana che lo ha espresso e lo sottrae sia alle possibilità di capire che a quelle di adoprarsi perché, in sé o in altra forma, non si ripeta [...] Molti dei sopravvissuti che avevano finora taciuto, hanno trovato la forza di parlare, di narrare, di dire ciò che non è dicibile. E il quadro, visto più da vicino e in alcuni suoi dettagli, è apparso ancora più terribile». In conclusione, suggerisce Arno Mayer, dopo mezzo secolo, dopo infinite ricerche documen­tarie e in­nu­meri in­chieste giudiziarie, dopo gli assassinii legali dei capi del nazionalso­ciali­smo, dopo la feroce persecuzione dei gregari, le percosse, le torture e il terro­re: 1. non sappiamo chi abbia dato l'ordine di sterminio (altro che «il regime nazista aveva programmato il sistematico sterminio», come omelizza il Vicario «Polacco» il 29 gennaio 1995!); 2. non sappiamo chi abbia ordi­nato di installare le «camere»; 3. non abbiamo, addirit­tura, prove dell'e­sistenza delle «camere» (altro che gli eventi «incredibili e insieme orribilmente documenta­bili» di Luigi Meneghello!); 4. non abbia­mo i cadaveri degli o­lo­caustiz­zati (per­ché a differen­za dei bimbi belgi con le mani ta­gliate della Grande Guerra, milioni di corpi si sono volatiliz­zati «su per il camino» facendo perdere ogni traccia; «no scientific study or autopsy has ever been done to prove the existence of Nazi gas cham­bers», ammet­te Raul Hilberg al processo Zündel, riportato dal Toronto Sun 18 gennaio 1985); 5. non sappiamo il numero degli olo­caustizzati (anche se dobbiamo tenerci a Sei Milioni, mentre Doris Bensimon cerca di soffocare ogni curiosità con un patetico: «L'am­piez­za della Shoah, che ha segnato così profonda­mente la coscien­za ebraica contempo­ranea, rimarrà igno­ta per sempre», e con un impuden­te: «Non disponiamo di dati precisi sulla popolazio­ne ebraica nel mondo», poiché anche i demografi – ebrei, ça va sans dire – Arthur Ruppin e Roberto Bachi «conside­rano "ebreo" chiunque si dichiari in modo formale o informale appartenente al grup­po ebraico. Le cifre che abbiamo riportato si riferiscono a questo "nucleo"»); 6. non sap­pia­mo se i «testi», più o meno oculari, siano affidabili: quanto ad Auschwitz, Mattogno (VI), bacchettando la Pisanty (I), rileva che «delle centina­ia e centi­naia di testimo­nian­ze su questo campo soltanto una decina o meno sono assunte dalla storiografia ufficiale come "prova" del presunto sterminio in massa: quelle dei mem­bri del Sonderkom­mando e quelle di Höss e di qualche altra SS del campo. Le centi­naia e centinaia di testimonianze indirette parlano del presunto sterminio soltanto per "sentito dire"». Al contrario, sap­piamo con certezza: 1. che le «confessio­ni» degli «aguzzini» sono state estorte con torture e terrore (vedi quel­le di Höss, «raccolte» a suon di bastonate e frustate e che, perplesseggia l'olo-orecchiante Sessi IV, «restano comunque un enigma»: denudato l'in­fe­li­ce, ubriaca­to con whisky, ininterrottamente ammanettato per tre settimane, mi­nacciato­, picchiati gli occhi con un frustino, impedito il sonno per tre giorni e tre notti – soprattutto dal sergente «inglese» Bernard Clarke e dal soldato Kenneth Jones del 5° Royal Horse Artillery Regiment e presentate al TMI quali spontanee «testimo­nian­ze»: «Il mio primo interrogato­rio si concluse con una confes­sione, dati gli argo­menti più che persuasivi usati contro di me. Non so cosa contenga la deposi­zio­ne, sebbene l'abbia firmata», lasceranno passare i censori polacchi del «memoriale auto­biografi­co», ed ancora, riferito dal compagno di prigionia Moritz von Schirmei­ster: «Certo, ho firmato che ho ucciso due milioni e mezzo di ebrei. Ma avrei anche firma­to che i milioni di ebrei erano stati cinque. Ci sono metodi con i quali si può arrivare ad ogni confessione, che sia vera o no», ed ancora, dal memoriale: «Ma non posso certo prendermela con quelli che m'interrogavano: era­no tutti ebrei») o che, come le sei diverse versioni del «rapporto Gerstein» (di cui solo la seconda, dattilo­scritta il 26 aprile 1945 in francese «dallo stesso Gerstein» dopo un manoscrit­to steso lo stesso giorno e firmata dall'«auto­re»), pietra angolare della leggenda di Belzec, Sobibór e Treblinka, sono inaffi­dabili e sospetti, se pure non propria­mente falsi (vedi le analisi di Mattogno I e II e di Henri Ro­ques; dopo essere stato presentato a Norimberga il matti­no del 30 gen­naio 1946 dal procuratore france­se Charles Dubost ed essere stato rifiutato dalla corte in quanto mancante del certifi­ca­to sull'origine, la «prova» PS-1533 viene accettata come autenti­ca nel pomerig­gio, dopo che il procuratore ge­nerale ingle­se ha prodotto l'affidavit «per l'identifica­zione dell'origina­le»: «piccolo incidente giuridico» che non ne infirma comunque l'autentici­tà, commenta la Pisanty!; il «do­cumento» verrà utilizzato anche nel 1961 contro Eichmann a Gerusalem­me); 2. che falsi sono i «docu­men­ti», o meglio il «documen­to» poiché altri non ve ne sono, che avrebbe­ro dato il via allo «ster­minio», come il Protocollo di Wann­se­e: vedi Erich Kern, Wil­helm Stä­glich, Udo Walendy, RolandBohlinger/Johan­nesNey e, di con­tro, non tanto un remissivo Nolte (I), ma i pedis­se­qui Wizen­thal, Segev, il duo KurtPätzold-ErikaSchwartz (dottori in... filosofia, dubbiosi peraltro che Hitler «fosse stato informa­to, se pur inciden­talmente, della riunione dei capi delle SS e dei segretari di Stato a Berlino. La cosa appare piuttosto improbabi­le [sic]; per contro, non v'è dubbio che egli fosse a conoscenza dell'inizio dello sterminio di massa degli ebrei»), Gustavo Corni, Ga­briele Nis­sim I, Giorgio Neb­bia postfa­tore di Bastian, Gerhard Werle, Thomas Wandre­s, Hilberg, Leni Yahil e mille altri, non­ché il giornalista Jorge Camarasa e Wolfgang Benz, la Wieviorka, il duo Shermer-Grobman e Mark Roseman (il quale ultimo non si vergogna di de­fi­nire il pezzullo «il documento forse più ignominio­so» dello sterminio, sprolo­quiando che «il Protocollo del Wannsee è emblematico dell'Olo­causto anche in un altro senso. Da una parte il verbale esiste, la sua autenticità è innegabile, la greve prolissità è fuori discussione quanto lo è la sua incompren­si­bilità [sic]. Ci rammenta che l'Olocausto è l'omicidio di massa meglio docu­men­tato della storia. Non a caso il suo marchio di fabbrica era la burocra­zia»); più accorti stermi­na­zionisti come Eber­hard Jäc­kel, Jürgen Rohwer e il «ceco» Yehu­da Bauer, docen­te di Storia all'Institute of Contem­po­rary Jewry, direttore del Centro Studi sull'Antisemi­tismo Vidal Sassoon dell'Uni­ver­si­tà Ebraica, boss di Yad Vashem e già consulen­te del lanz­man­nia­no Shoah, dicono la Con­fe­ren­za «in­in­fluen­te» o «stu­pi­dag­gini»; più navigato, Edmond Lipsitz taglia seccamente il nodo informan­doci che «the Holocaust be­gin[s]» fin dal 30 gennaio 1933 «with the accession of the Nazis to power», e terminò l'8 maggio 1945 «with the uncondi­tio­nal surren­der of Nazi Ger­many»; 3. che le più elementari e comuni garanzie giuri­diche sono state nega­te agli impu­ta­ti in tutti gli oloprocessi, sia subito dopo il conflitto, come fu ovvio, che a cinquant'anni di distanza, come forse ovvio non è (o come forse è più ovvio!); 4. che le prove fotogra­fiche addotte si sono rivelate fotomon­tag­gi artefatti, imma­gini ritoccate, pezzulli di prove­nien­za scono­sciu­ta o anche foto reali accompagnate da rife­ri­menti dida­scalici del tutto generici quando non francamente assurdi (vedi non solo le analisi critiche di Walendy e Ball o L'Album d'Auschwitz o le più recenti ammissioni del giornalista Jean-Max Colard sul «restauro della memoria», ma anche le consi­de­razioni della Pisanty (II): «L'entusiasmo per le capacità docu­men­tarie della fotografia va tuttavia smussato dalla consapevolez­za che, come ogni altro segno, anche la fotografia può essere menzognera [...] I negazionisti sfruttano l'ambiguità che abbiamo riconosciuto essere tipica di ogni fotografia per attribuirla solo alle fotografie che riguardano lo sterminio ebraico. È per questo motivo che essi dedicano molto più spazio alla demolizione delle interpretazioni ufficiali delle immagi­ni di archivio che non alla costruzione di interpretazioni alternative circa il loro significa­to» – come dire: l'accusato non solo dimostri la falsità delle prove presentate dall'ac­cusa, ma definisca un senso alternativo alle prove presentate dall'av­versario – conce­dendo tuttavia che «per giustifica­re la pro­pria diffidenza, il negazio­ni­sta evidenzia alcuni cattivi usi che sono stati fatti del materiale fotografico risalente alla seconda guerra mondiale [...] È giusto segnalare l'intervento improprio compiuto sul materia­le documen­tario da parte di storici poco scrupolosi»); 5. che un'oc­chiu­ta, ingrave­scente re­pressione vie­ta, ancora dopo mezzo secolo, una libera indagi­ne scientifica in paesi sempre più nume­rosi: vedi le perizie chimiche eseguite nel marzo 1988 dagli Alpha Analytical Laboratories di Ashland, Massa­chu­setts, per conto del massimo esperto americano di camere a gas Frede­rick A. Leuch­ter – su «campioni ottenuti senza permesso», velenoseggia il duo Shermer-Grobman, tentando di farci credere che, se solo lo avesse richie­sto, gli auschwit­ziani ben volentieri avrebbero concesso a lui, come ad ogni altro studioso, di compiere perizie in libertà – quelle eseguite nel settembre 1991 dall'Institut Fresenius di Taunu­sstein-Neuhof per conto del chimico diplomato del Max-Planck-Institut Germar Rudolf (chiamato Ru­dolph, con indubbia acribia, da Shermer-Gro­bman), quelle dello studioso francese Pier­re Ma­rais sui «camion a gas» («vagoni a gas», scrive il tradutto­re di Ian Kershaw; «costruiti apposi­tamente», continua Wievior­ka III; «una quarantina, da tre a cinque tonnellate di marca Daimond, Opel-Blitz e Sauer, costruiti tra il 1941 e il 1944», completa il Dictionnaire de la Shoah; a parte le favole raccontate dall'ex prigio­niero Feni­chel nell'affida­vit rilasciato ai russi – «lavorando come meccanico d'auto, ebbi l'opportunità di assistere alla costruzione dei furgoni per soffocare e sterminare la gente coi gas di scarico» – come unica prova documen­ta­le della loro esistenza Hilberg cita la pre­sun­ta lette­ra inviata da tale Unter­sturmführer Becker all'Ober­sturmfüh­rer Walter Rauff in data 16 maggio 1942; con tutta evi­denza, Hilberg non considera quindi prova la testimonianza di Ivan Kotov, che al processo di Krasnodar del 14-17 luglio 1943 aveva asseverato, riporta Antonella Sa­lo­moni, «che si era salvato in un camion a gas respirando attraverso uno straccio impre­gnato di urina»), le conclusioni tratte nel dicembre 1991 su Konstruktiv - Zeitschrift der Bundes-Ingenieur-Kammer dal­ cinquantanovenne austriaco Walter Lüftl (chiamato Lüftle da Shermer-Grobman), presidente appunto della Camera Federale degli Ingegneri, e le considera­zio­ni svolte nel 1985 in tribunale dal dottor William Lindsey, chimico-ricercatore alla Du Pont per 33 anni, teste per le Gaskam­mern – le «vere camere a Zyklon B» – di Ausch­witz I e II e di Majdanek; 6. che la «delinquenza id­eo­logica» imputata ai revisionisti nel novem­bre 1992 dal mini­stro della Giusti­zia Clau­dio Martelli – quello delle Tre M – non è che puro terrori­smo, al fine di reprimere ogni cervello pensante. Per ultimo, viene a dirci Arno Mayer: 1. che le testimonianze – «Parola di Dio per il Popolo Santo!», direbbe il Papa Polacco, per cui Somme Bestemmie sono il dubbio e l'incredulità, per non dire della loro «dissa­cra­zio­ne» e «demi­stificazione» – sono ambigue, im­precise, in­complete (ol­tre la metà delle ventimi­la rac­colte a Yad Vashem sono state rico­no­sciute inat­ten­di­bili dal diret­tore degli Archivi Shmuel Krakow­ski, come ripor­ta il Jerusa­lem Post del 17 agosto 1986: «Many were never in the places where they claim to have witnessed atro­cities, while others relied on second-hand information given them by friends or passing strangers, Molti non furo­no mai in quei luoghi dove dicono avere visto atrocità, mentre altri si basano su informazioni di seconda mano date loro da amici o da estranei di passag­gio»; nel pro­cesso intenta­to contro il nonconforme austriaco Gerd Honsik, scrive Rudolf Czer­nin, il perito del­l'ac­cusa professor Gerhard Jagschitz ammette di avere letto, ai fini della perizia, da 5000 a 7000 «testimonianze», trovan­dole false per la massima parte!), in­suf­fi­cienti e inat­ten­dibi­li (vedi anche Peter Novick: «Si è sostenuto che le memorie dei sopravvissuti rappresentano una fonte storica indispensabile che va preservata [...] In realtà, queste memorie non sono una fonte storica di grande utilità, In fact, those memories are not a very useful historical source»), assurde e conte­stabili (vedi, riferite dal procuratore generale Gideon Hausner all'aper­tu­ra del Processo Eichmann, le asser­zioni su quel condannato rinchiuso a puni­zione nel «bunker della fame» che avrebbe estirpato – a mani nude o mediante ipnosi? – il fegato dal corpo di un altro condan­nato, «e in tal modo ne affrettò la fine, mentre divorava un fegato uma­no»), quando non del tutto false e vergo­gno­samente impunite, come quelle contro la «belva» ucraina John Dem­ja­njuk, già guardiano a Treblin­ka (e pensare che Primo Levi – che pure nell'edizione 1947 di Se questo è un uomo, aveva ammes­so, lui internato a Mono­witz, di avere sentito par­lare solo a guerra finita di gasazioni a Birkenau – aveva cer­ca­to di preparare le accuse degli increduli, facendo sbraitare le SS contro gli internati: «Nessuno di voi rimarrà per portare testimonian­za, ma se anche qualcu­no scampas­se, il mondo non gli crederà [...] E quando anche qualche prova dovesse ri­manere, e qualcuno di voi sopravvive­re, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti [...] e crederà a noi che negheremo tutto»; primoleviz­zante è anche Terrence des Pres in The Survivor, edito nel 1976 dalla Oxford Univer­sity Press: «I guardiani SS ridevano, dicendoci che non avevamo alcuna possibilità di uscirne vivi, e su questa cosa insistevano con gusto particolare, ripetendo che dopo la guerra il resto del mondo non avrebbe creduto a quanto accaduto; certo, ci sareb­be­ro stati voci, speculazioni, ma non chiare prove, e la gente avrebbe concluso che il male su una tale scala non era davvero possibile»); 2. che non hanno potuto no­n essere in­fluen­za­te da dog­mi e meta­fo­re: «menti­tori involontari», chiama benignamente Mattogno (VI), facendo il verso alla Pisanty, tali testimoni i quali «hanno visto qualcosa che hanno prima male inter­pretato sulla base del "sentito dire", e che poi, dopo aver letto "altre opere sull'argo­mento", "perduta l'imme­diatezza del ricordo", hanno trasformato incon­scia­mente in una "vi­sio­ne più coerente e completa del processo di sterminio"», vedi l'ottantu­nenne Rosolo Ventura, militare finito ad Ausch­witz dopo l'8 settem­bre 1943: «Per sette giorni e cinque [sic!] notti viag­giammo chiusi in quei vagoni, senza mai scende­re, senza mai mangiare. Un'u­nica volta ci diedero una tazza di brodo [...] E mi è rimasta stampata nella memoria la camera a gas dove ci butta­va­no, nudi, per uccidere con il gas i pidocchi che infesta­va­no i nostri vestiti e la nostra pelle. Ci lasciavano lì finché non perdevamo i sensi. Qualcuno, più debole, non si rialzava più [...] Un giorno ci fecero scavare una fossa e poi vi buttarono del liquido. Ricordo che mi chiesi a cosa potesse servire. Poco dopo un convoglio si fermò e fece scendere dei bambini, tutti polacchi. Li calarono nella buca. Un soldato accese un fiammi­fero e lo buttò senza esitazione in quella stessa fossa. Quel liquido era benzina. I bambini vennero divorati dalle fiamme. E io ero lì, a poca distanza, attonito. Quei volti, quegli occhi che per un momento si fissarono nei miei sono ancora con me, nella mia testa. Non li posso dimenticare. Come non posso dimenticare i tanti compa­gni che furono oggetto di esperimenti medici indicibili, a causa dei quali moriro­no» (altret­tan­to suggestivi, per quanto senza fiamme, Munoz/Roman­ko, secondo cui Wilhelm Kube, Commissario Gene­ra­le per la Bielorus­sia, accom­pa­gnando in tour per il ghetto di Minsk alti capi SS e NSDAP, contem­pla poliziotti tedeschi e ausi­lia­ri ucraini gettare in fosse decine di bambini «before burying them alive, prima di seppellirli vivi», «sorridendo e gettando caramel­le ai bambini condannati»); 3. che, in quanto proiezioni di un Immaginario, sono state a­dattate in una cornice prestabi­li­ta e prescritti­va (ma anche in una più bassamente reale, rileva Mattogno IV: «All'interno del campo, i dete­nuti cono­scevano già per "senti­to dire" la storia che Vrba e Wetzler portarono poi all'ester­no [gli olofuggiaschi diciannovenne Ru­dolf Vrba Walter Rosen­berg/Ro­sen­thal e venticinquenne Al­fred Wetz­ler/West­ler poi ribat­tez­za­tosi Josef Lanik, i primi due oloinfor­matori del mondo, la cui «testimo­nian­za», giunta ai sioni­sti a Ginevra nel maggio 1944, viene resa nota al pubblico USA nel novembre in un «rapporto» del War Refugee Board con le «testimonianze» degli «slovacchi» evasi Czeslaw Mordo­wicz e Arnost Ro­sin e del maggiore polacco Jer­zy Weso­low­ski alias Tabeau]. Dopo la liberazio­ne del campo, i dete­nuti visse­ro promi­scuamente per più di tre mesi sotto il bombarda­mento propa­gandi­stico di due inchie­ste sullo sterminio in camere a gas; i testimoni oculari, in particola­re, poterono non solo consultarsi tra di loro, ma esamina­re perfino piante e docu­menti tedeschi. All'e­sterno del campo la storia si diffuse sia nelle forme abortive note per "sentito dire" ai detenuti trasferiti in altri campi, sia nella forma canoni­ca pubblica­ta dai sovietici sulla Prav­da il 7 maggio 1945 e propa­gata immediata­men­te dapper­tutto. I testimoni dunque, dopo aver reinter­pretato tutte le loro esperien­ze personali in funzione di queste conoscenze, crearono quella "vi­sio­ne più coerente e completa del processo di stermi­nio" che rap­pre­senta il "nu­cleo essenziale" delle loro testimo­nianze, una sorta di trama vaga e generica nella quale le contraddi­zioni e le assurdità prendono forma e crescono man mano che il discorso scende dal vago e dal generico al partico­lare e al fatto circostan­zia­to»); 4. che tale cornice è divenuta, coi decenni, sempre più di natura para-religiosa se non religiosa tout court, quindi non contesta­bi­le – popperiana­mente non conte­stabile in quanto non «falsificabile»! – come tutto ciò che è fantastico: «Der Holocaust ist ein heiliges Mysterium, dessen Geheimnis auf den Kreis der Prie­ster­schaft der Überlebenden beschränkt bleibt, L'Olocau­sto è un mistero sacro, il cui segreto è noto unicamente alla cerchia sacerdotale dei sopravvissuti» (asser­zione dell'olopapa Elie Wiesel, riportata da Peter Novick); 5. che essendo religiosa non può che esigere una interpre­ta­zione «restritti­va», rigettare i parame­tri critici valevoli per ogni altra in­da­gine storica, e invocare, quando non direttamente somministrare, san­zioni per eretici, sci­smatici, impeniten­ti, bestemmia­tori e quant'altri. Se poi aggiungiamo tali considerazioni a quelle, ben più radicali e puntua­li­, for­mu­late dal professor Faurisson (V) in Mon experience du révision­ni­sme (non è mai esisti­to: 1. un ordine di sterminare gli ebrei, 2. un piano per compiere tale sterminio, 3. un organo centrale per coordinare l'esecuzione del piano, 4. un bilancio finanzia­rio, 5. un organo di controllo, particolarmente indispensabile in tempo di guerra, 6. l'arma del delitto: nessuna perizia scientifica in favore delle Gaskam­mern né dei «camion a gas»!, 7. neppure un cadavere: nessun rapporto d'autopsia che provi una morte/assas­sinio per gas, 8. un processo verbale di ricostruzione del crimine, 9. un qualunque controinter­rogatorio di testimoni sulla materialità del crimine, 10. una qualunque confes­sione verificata dei colpevoli... anche se, ben è vero, un «nazista» non è un uomo «come un altro» e non va quindi trattato «come un altro»), richiamando Klagges: «E quanto al valore di prova delle confessioni degli stessi imputati? Per giudicarne dobbiamo tener presente la situazione processuale nella quale egli si trova. La pubblica accusa ha convocato testimoni da tutto il mondo che lo incolpano delle più inverosimili efferatezze. Dimostrare il contrario non gli è assolutamente possibile. I testimoni giurano sulle loro false accuse, l'impu­ta­to vede che tutti prestano fede e che verrà condannato. Se protesta incrolla­bil­mente la propria innocenza, verrà considerato uno schifoso bugiardo e dovrà aspettarsi il massimo della pena, e cioè l'ergastolo. Se invece ammette la propria colpa, si mostra pentito e rinnega il proprio passato politico può contare sulla concessione di attenuan­ti ed uscirne con solo qualche anno di carcere. Addirittura, chi arricchisce l'elenco delle efferatezze con presun­te proprie osservazioni, accusando i camerati, riceve atte­nuanti più sostanziose. Ha "aiutato la Corte"! Dopo avere conteggiato il periodo di detenzio­ne preventi­va, potrebbe forse, dopo la sentenza, venir messo a piede libero. La tenta­zione è pericolosa, e solo un carattere forte e retto può resistervi. Solo gli eroi lottano per la verità e pospongono la libertà all'onore» (II), e completando infine con Butz (II): «L'accusa di "stermi­nio" non è mai stata messa in questione pratica­mente in nessuno dei processi che vi si riferivano e, in certi casi, non è mai stata questionata nel senso giuridico del termine [Butz si rifà ai termini inglesi trial, processo/ verifica, e to try, cercare/verifi­care/giudica­re­/porre in questione]. La questione non ha mai riguardato altro che la responsabili­tà persona­le nel quadro di un'accusa di stermi­nio che non veniva mai, essa, posta in questione. È così che le "confessio­ni" di certi tedeschi, che in tutti i processi hanno tentato di negare la loro responsabilità personale o di minimizzarla, rimanevano sem­plicemente il loro solo mezzo di difesa nelle circostanze in cui si trovavano. Non è, propria­men­te parlando, una "negoziazione alla sbarra" come quan­do vi è intesa tra ac­cusa e dife­sa, ma non ne siamo lontani. La sola cosa che conti è presenta­re al tribunale una sto­ria che esso possa accettare [...] Non abbiamo biso­gno di "confes­sio­ni" o di "pro­ces­si" per stabilire che hanno avuto veramente luogo i bombarda­menti di Dresda o Hiro­shima, o le rappresaglie di Lidice che seguirono l­'uccisione di Heydrich. Ora, la leggenda dello sterminio non men­ziona solo pochi casi di omicidi; afferma l'esi­sten­za di avveni­menti della dimensione di un continente dal punto di vista della geo­grafia, di una durata di tre anni dal punto di vista del tempo, e di parecchi milioni dal punto di vista delle vittime. Che assurdi­tà, di conse­guenza, da parte dei sostenito­ri della leggenda, voler "prova­re" avvenimenti di tale ampiezza appoggiandosi su "con­fessioni" otte­nute nel clima dell'isteria, della censura, dell'inti­midazione, della persecuzio­ne e della flagrante illegalità che circondano l'argo­mento da trentacin­que anni!», se poi aggiun­giamo tutto ciò, non possia­mo che dire: grazie, Arno Mayer! Da La rivolta della ragione vengo infine a citarLe, sicuro che Le porteranno ulteriori folate di aria fresca nei circuiti del neopallio, altri spunti di riflessione. Spunti che, data la Sua statura morale, Lei imparerà certo a memoria e diffonderà, utilmente, ai Suoi congeneri: ● Poiché però ci ripugna chiudere il saggio con dati di tale squal­lore, che ricon­fer­mano come l'Oloreligione – non cioè la memoria di innegabili sofferenze ebrai­che nel più devastante conflitto della storia, ma la Mistica dello Ster­minazio­ni­smo Gassatorio e dei Six Millions – operi non solo sul piano dell'ag­gres­sione giuridi­ca e fisica fino al­l'as­sassi­nio, ma anche su quello più soft dell'argent, tattica pluri­mil­le­naria in mancanza di argomen­ti più elevati, chiudiamo, dopo aver chiesto al lettore –a te, ardito lettore – fino a quando degli uomini liberi tollereranno che venga loro imposto cosa leggere e cosa non leggere, con diciotto citazioni. Del filosofo libertario Bertrand Russell: «In effetti, quello che gli uomini vogliono non è la conoscenza, ma la certezza». Di George Orwell: «Freedom of speech is my right to say what you don't want to hear, Libertà di parola è il mio diritto di dire ciò che tu non vuoi sentire». Del filosofo ebreo Baruch de Spinoza, anatemizzato dalla Comu­ni­tà: «Nulla res pu­blica, nisi salva philosophan­di libertate, stare potest, Nessuno Stato può sopravvi­ve­re se non permet­te la libertà di indagine critica» (del Tractatus sono anche l'enun­ciato «è del tutto contrario alla libertà comune che il libero giudizio personale sia asservito al pregiudizio, o subisca alcun tipo di costrizio­ne» e la definizione della tirannia come di un dominio nel quale «la sem­plice discus­sione passa per sacrilegio»). Dell'impudico sterminazionista, ammirevole per estrema faccia tosta, Vidal-Naquet: «La rivalità organizzata del­le me­morie è un tratto caratteristico delle società pluraliste. Non è la stessa cosa nelle società totalitarie, dove la memoria e la storia – l'una e l'altra ufficiali – devono coincidere perfettamente, pronte a essere modificate sulla base di un ordine venuto dal­l'alto. Il libro di George Orwell 1984 illustra perfettamente questa situazione». Del preilluminista autore francese del Traité des Trois Imposteurs: «Forse nulla quanto il modo di comportarsi dei difensori della religione verso i miscredenti offre a questi un pretesto più plausibile per biasimarla. Da un lato, quelli trattano col massimo disprezzo le obiezioni di questi; dall'altro, col fervore più ardente istigano alla distruzione dei libri che contengono le obiezioni ritenute tanto spregevoli. Bisogna ammettere che questo modo di agire fa torto alla causa che difendono. Se in­fatti fossero sicuri della sua bontà, avrebbero forse paura, nel sostenerla unicamente con buone ragioni, di vederla soccombere? E se fossero pieni di quella salda fiducia che la verità ispira a quanti credono di combattere per essa, farebbero ricorso a finti successi e a mezzi riprovevoli per farla trionfare? Non si affiderebbero forse soltanto alla sua forza e, sicuri della vittoria, non si esporrebbero volentieri a una lotta ad armi pari contro l'errore? Paventerebbero di lasciare a tutti la libertà di paragonare le ragioni degli uni e degli altri, e di giudicare da questo raffronto quale parte sia in vantaggio? Sopprimere questa libertà non darebbe forse adito agli increduli di imma­gi­narsi che si temono i loro argomenti e che si ritiene più agevole toglierli di mezzo anziché dimostrarne la falsità?». Dell'indomita svizzera Mariette Paschoud: «Le camere a gas sono dunque esisti­te. Bene. Allora vorrei che mi si spiegasse perché da vent'anni ci si ostina a perse­gui­tare i revisionisti nella loro vita professiona­le e privata, se è così semplice zittirli una volta per tutte produ­cendo anche una sola delle in­nu­merevoli e inconfutabili pro­ve di cui si continua a parlare». Dell'estensore del samizdat Sionisme, révisionnisme et démocratie: «Ma allora, perché proibire ai revisionisti di parlare? Se hanno torto bastereb­be lasciarli parlare, affinché l'assurdità delle loro tesi si palesi agli occhi di tutti. "Certo – rispondono i novelli censori – ma le loro teorie, talmente deliranti, rischiano di abbacinare persone poco illuminate e informate, risvegliando l'antise­mitismo". Qui i difensori dell'ordine palesano tutta la loro debolezza: "Le tesi dei revisionisti sono evidentemente assurde, ma l'evidenza della loro assurdità rischia di sfuggire alla gen­te". Cosa che, evidente­mente, dimostra che l'assurdità delle tesi revi­sioniste non è per nulla evidente, ma rende evidentemente evidente l'assurdità delle tesi dei censori. Costoro dimostrano inoltre di non essere proprio sicuri d'avere ra­gio­ne. Se la loro fede nella realtà del genocidio e delle camere a gas fosse certa, non pretendereb­bero dogmatica­mente delle leggi antirevisioniste. Infine, questi grandi democratici confes­sa­no ingenuamente di far poco conto del primo postulato della democra­zia: la razio­na­li­tà (almeno in generale) del cittadino. Il fondamento della democrazia riposa in effetti sull'ipotesi secondo cui i cittadini sono, nel loro comples­so, maggiorenni, dotati di ragione e capaci di discernimento. È possibile che tutto ciò abbia un rappor­to lontano con la realtà, ma la democrazia si fonda su questa ipotesi. Ora, sono gli stessi democratici che, pretendendo di censurare e cacciare in prigione i revisionisti, mostrano di non avere fiducia nel loro stesso sistema. Finché il popolo bue guarda i giochini televisivi e si accalora per la politica interna e le partite di cal­cio, tutto bene: viva la libertà! Ma che nasca una teoria pericolosa per la classe domi­nante... le maschere cadono: non si lasciano più i bambini giocare coi fiammiferi». Del direttore de l'Uomo libero Mario Consoli (II): «Ricorrente inoltre è l'accusa ai revisionisti di ingiuriare, con le loro opere, i morti, di istigare all'odio razziale, di fare apologia di genocidio. Si tratta invero della più assurda ed illogica delle argomentazioni: come può infatti qualcuno fare apologia di un delitto quando cerca di dimostrare che tale delitto non è avvenuto? Come può istigare all'odio razziale o ingiuriare i morti chi fa opera di ricerca e documentazione al dichiarato fine di appurare la verità storica? Infine vi è chi, rinculando, di destreggia: anche se i "sei milioni" fossero un'iperbole e gli ebrei morti nei campi di concentramento fossero solo cinquecentomila, o anche meno, sarebbe il crimine meno grave? "Un solo ebreo ucciso, o anche semplicemente emarginato, in quanto tale, è cosa che grida al cielo" [così il delicato, «neofascistico» quotidiano Il Secolo d’Italia, 9 febbraio 1996]. Certamente, ma il ragionamento risulta pieno di implicazioni: la stessa logica, per gli stessi motivi, deve infatti ritenersi valida anche per "un solo tedesco", o per "un solo italiano", o per "un solo giapponese", o per "un solo nazionalsocialista", o per "un solo fascista" ucciso in quanto tale. E di tedeschi, di italiani, di giapponesi, di nazionalsocialisti, di fascisti trucidati in quanto tali ve ne sono stati a milioni. Eppoi, come è giusto condannare chiunque voglia giustificare uccisioni eseguite per motivi ideologici o razziali, non sarebbe forse giusto avere una qualche perplessità verso chi avesse inventato milioni di uccisioni per procurar vantaggi alla propria ideologia o alla propria razza?». Di Vilfredo Pareto [altro che il talmudismo popperiano!]: «Prima che una teoria possa essere detta cor­ret­ta, è virtual­mente indispensabile che si sia perfettamente liberi di rifiutar­la. Qualsivoglia limita­zione, anche indiretta o remota, imposta a chi cerca di contrad­dirla basta a renderla sospetta. La libertà di esprimere il proprio pensiero, anche contro l'opinione della maggioranza o di tutti, anche quando esso offende i sentimenti di qualcuno o della maggioranza, anche quando è giudicato assurdo o criminale dalla generalità, è sempre favorevole alla scoperta della verità obiettiva». Del giallista Rex Stout: «Nero Wolfe [investigatore protagonista della sua celebre serie di romanzi] mi ha insegnato che l'angolo in cui non arriva la luce è proprio quello in cui è rotolata la monetina». Di David Donnini (II), lo svelatore più convincente, con Turone, Marsoner, Cascioli, Salsi e Tranfo, della falsifi­cazione che generò il culto cristiano, antesignano di quello olocaustico: «Non appena [la verità] reca turbamento e cessa di essere funzio­na­le agli equi­libri istituzio­nali e agli interessi dominan­ti, qualsiasi ele­mento della verità non è più riconosciuto come tale e viene to­tal­mente cancellato, non solo dal­l'uf­ficiali­tà del sapere, ma dai processi di pensiero della per­so­na stessa, attra­verso un sottilissimo meccanismo di ricatti in cui si gioca l'appar­tenenza dell'in­divi­duo al sistema o la sua emarginazione. In questo modo la sostitu­zio­ne del pensiero libero (incline alla verità totale) col pensiero condi­zionato (incline alla verità di convenien­za) avviene incon­scia­mente, come se un file di con­trol­lo (per usare la ter­mi­nologia informatica al posto di quella psicologica) lavorasse nel sistema operativo cerebrale per escludere tutte le opzioni che generano conflittua­li­tà con la cultura e con la mora­le sociale. Questo avviene soprattutto nella mente di coloro che nel siste­ma voglio­no porsi in una situa­zione di vantaggio, così come in quella di coloro che so­no troppo semplici e troppo poco corag­giosi per pen­sa­re in ma­niera autonoma, senza la­sciarsi indottrinare e senza resistere alla facile suggestione della cultura dominante». Del liberale Benedetto Croce: «La maggior parte dei pro­fesso­ri hanno definitivamente corredato il loro cervello come una casa nella quale si conti di passare comodamente tutto il resto della vita; ad ogni minimo accenno di dub­bio vi diventano nemici velenosissimi, presi da una folle paura di dover ripensare il già pensato e doversi mettere al lavoro. Per salvare dalla mente le loro idee prefe­ri­scono consacrarsi, essi, alla morte dell'intelletto». Del coraggioso e decentemente onesto – nonché indecentemente inconseguente – storico ebreo Renzo De Felice: «Per sua natura lo storico non può che essere revisioni­sta, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi pre­de­ces­sori e tende ad ap­profondire, correggere, chiarire la loro ricostruzio­ne dei fatti. Lo sforzo deve esse­re quello di emancipare la storia dall'ideologia, di scindere le ragioni della verità sto­ri­ca dalle esigenze della ragion politica»; ed ancora, e più chiaro: «Norim­berga fu il giudizio dei vincitori sui vinti. Non servì principi giuridici ma gli interessi delle potenze che lo organizzarono, quelle che avevano sconfitto la Germa­nia. Spero che di Norimberga si perda il modello». Del superperseguitato Germar Rudolf (V): «Non esiste per nessuno, ebrei com­presi, il dirit­to al tale o al talaltro risultato della ricerca scientifica. Per nessuno la digni­tà può dipendere dal campo ove si cerca e si trova la verità scientifica [...] Imporre alla scienza i risultati significa ucciderla, poiché per produrre un vero sapere occorre che la scienza abbia il diritto di porre tutto in questione e che per prin­ci­pio sia possi­bi­le ogni risultato. Non possiamo dunque in alcun caso accettare che la ricer­ca della veri­tà venga proibita da potenti minoranze». Dello slavista Vittorio Strada: «L'"oggettività" storica, intesa come idea rego­lativa che presiede alla ricerca, può attuarsi soltanto attraverso un costante libero confronto intersoggettivo tra diverse ricerche concrete fondate su un uso critico delle fonti nella prospettiva non di una storia partigiana, in quanto "proiezione politica sul passato", bensì di una storia aperta al presente, in quanto liberamente "contemporane­a"». Dell'Institute for Historical Review: «Ricorrendo alla violenza con­tro i revisionisti della questione Olocausto e contro altre persone, i sionisti fanatici ricono­scono impli­cita­mente la propria incapacità a screditare le tesi dei loro avversari in un libero, aperto dibattito. Ogni nuovo atto di intimidazione e violenza serve solo a sotto­line­a­re tale impotenza intellettuale». Del poeta austriaco Johann Nepomük Nestroy (1801-1862): «La censura è la più infame di due sorelle. La più vecchia si chiama inquisizione. La censura è la confes­sio­ne vivente dei potenti che essi sono capaci solo di calpestare stupidi schiavi, non di reggere popoli liberi». Del poeta primonovecentesco Franz Wedekind: «Un cen­sore è un funzionario che, mentre le vieta, raccomanda le cose». Ma, soprattutto, chiudiamo con la splendida sentenza di Vincent Re­ynouard (III), da vent'anni pluritrasci­nato nei tri­bunali del­l'inci­viltà democratica con l'imputazione di libero pensiero: «Le révision­ni­sme s'adresse au petit groupe de per­sonnes qui privi­lé­gient en­core le réel sur l'ir­ré­el». Invero, il revisio­ni­smo si rivolge a quelle poche persone che preferiscono an­co­ra il reale all'irrea­le. Altrettanto capitale dell'Immaginario Olocaustico, a questo anzi sovrapponibile, è infine, mi creda, una più neutra questione. Quella della Modernità Emancipante. Mi consenta, quindi, non solo di affliggere Lei e i Suoi con qualche considerazione critica – e non mi ribatta con le bellezze del Ballo Excelsior! – ma anche di illuminare i miei goyim con la nota 92 di La fine dell'Europa: ● «La modernità», scrivono Alain De Benoist e Charles Champetier nel manifesto "La Nuova Destra del 2000", «designa il movimento poli­tico e filosofico de­gli ultimi tre secoli della storia occidentale. Si caratteriz­za principal­mente per cinque processi convergenti: l'individua­lizza­zione, attra­verso la distru­zio­ne delle vecchie comunità di appartenenza; la massifica­zione, attraverso l'adozione di comportamenti e modi di vita standardizza­ti; la desacra­liz­za­zione, attraverso il riflusso dei grandi racconti religiosi a vantaggio di un'interpre­tazio­ne scientifica del mondo; la razionalizzazio­ne, attraverso il do­mi­nio della ragione strumentale trami­te lo scambio mercantile e l'effi­ca­cia tecnica; l'universalizza­zio­ne, attraverso l'estensione planeta­ria di un modello di società implicitamente considerato come l'unico razio­nalmente possi­bile, e quindi come superiore. Questo movimento ha radici antiche. Per più di un verso, rappre­senta la secolariz­zazione di nozioni e prospettive prese a prestito dalla metafisi­ca cristiana, che sono state trasferi­te sulla vita profana dopo averle svuotate di ogni dimensio­ne e trascenden­za [...] Le diverse scuole filosofiche della modernità, in con­cor­renza e a volte in contrasto nei rispettivi fondamenti, si trovano nondimeno d'ac­cordo sul­l'essenziale: l'idea che esista una solu­zione unica e universaliz­zabile per tutti i fenomeni socia­li, morali e politici. In questo quadro, l'uma­nità è percepita come una som­ma di individui razionali che, per inte­resse, per con­vinzione morale, per sim­patia o anche per paura, sono chia­ma­ti a realiz­za­re la loro unità nella storia. In questa prospettiva, la diversità del mondo diventa un ostacolo e tutto ciò che differenzia gli uo­mini è visto come ac­ces­sorio o contingente, superato o pericoloso. Nella misura in cui non è sta­ta solamente un corpus di idee, ma anche una modalità di azio­ne, la moder­nità ha cerca­to in tutti i modi di strappare gli individui alle loro apparte­nen­ze particolari, con lo scopo di sottometterli a un modo universale di associa­zio­ne. Il più efficace, nell'uso, si è dimostrato il mercato». Ben deciso nella critica alla Modernità, commenta l'ebreo Georges Bensoussan, è anche il massimo filosofo tedesco del Novecento: «Quando Heidegger condanna la modernità, condanna il liberalismo, la democrazia, il socialismo e la massificazione del mondo. Ma ciò che respinge, da cima in fondo, è la Rivoluzione francese, la religione cristiana e il loro substrato comune e fondamentale, quello dell'unità della specie umana». Che la Modernità altro non sia che la «trascendenza pratica» del giudaismo (tra le poche tesi valide di Marx primeggia quella che identifica l'ebreo, il Geldmensch, come l'origine della società moderna in quanto società del denaro, che del denaro ha fatto il suo cardine esistenziale, il suo feticcio e il suo Dio), che sia ebraico lo spirito della Modernità, filosofica­mente identificabi­le: nel rifiuto del limite, di qualsiasi limite e quindi di ogni strutturazione: spazia­le, territoriale, temporale, psicologica, esistenziale, giuridica, sessuale, scientifica, razzia­le, sociale, artistica, architettu­rale e quant'altre (exempli gratia, le concezioni schizoidi dell'ideatore del Guggenheim Museum di Bil­bao, della praghe­se Nationale-Ne­derlan­den, del Ray and Maria State Center del MIT di Cam­bri­dge e della Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, il postmoder­no «canade­se» Frank Owen Gehry Gol­d­berg, del decostrutti­vista Daniel Libeskind, autore non solo del Museo Ebraico di Berlino, ma della ricostru­zione dell'area ex WTC a New York, o di David Fisher, «israeliano di nascita ma fiorentino d'adozione», ideatore della Rotating Tower per la prevista Esposizione Universale milanese del 2015); nella lacerazione dei precedenti vincoli di unità e disciplina, con l'emancipazione, rileva Emilio Gentile, sì del singolo «dalla gabbia delle comunità arcaiche» ma col suo affogamento «nell'anonimato della massa amorfa nelle grandi metropoli», col suo scioglimento sì «dai vincoli delle antiche corporazioni» ma con l'imprigionamento «nelle strutture delle nuove organizzazioni collettive» e la disumanizzazione nell'anomia di una società disorganica; nell'assolu­tiz­za­zione dell'indi­viduo, delle sue fantasie come delle sue legittime paure e delle sue illegittime pretese; nella frenesia paranoica del nuovo e del diverso con l'indu­zione di «biso­gni» artificiali di ogni tipo, e che il mondo si sia «ebre­izzato», che tutto ciò sia vero lo attesta­no o lo rivendicano – stupenda espressione del Leroy-Beau­lieu: l'e­breo «instiga­teur du monde mo­derne»! «l'ebreo è la cifra della modernità», riecheggia l'acidulo Francesco Germinario I – oltre ad innume­ri dichiara­zioni delle parti in causa: 1. l'«antisemita» Adolf Wahrmund («in primo luogo è importante vedere in quanta misura i nuovi mez­zi di trasporto e comunicazione sono tornati utili alla mobilità nomadica dell'e­bre­o. Ferro­vie, telegrafo e telefono sembrano essere stati inventati per lui, benché non li abbia inventati lui, come in genere non inventa niente – anch'essi sono stati inventati solo "per portarti le ricchezze delle genti" (Isaia LX 11). "Le ferrovie hanno permesso gli ebrei di cam­biare rapidamente le zone del loro attivismo. Per nes­sun popolo è stata di tale importanza l'invenzione delle ferrovie come per il più mobile dei popoli. Essa è venuta ad essere di tale vantaggio per l'irrequie­tezza degli ebrei come l'aria è a vantaggio dell'uc­cel­lo: di notte l'ebreo dorme nella carrozza ferroviaria e di giorno fa ovunque i suoi affari" (Ernst Freiherr van der Brüggen, Rußland und die Juden, edito a Lipsia nel 1882) [...] L'era della fondazione delle fer­rovie ha dato al talento ebraico l'oppor­tu­nità e il mezzo di impadronirsi di gran parte dei nuovi mezzi di comunica­zione. In particolare, ciò è avvenuto in Francia, ove le grandi linee si trovano oggi pressoché tutte nelle mani dell'Haute finance ebrai­ca, soprattutto dei Roth­schild. Natural­mente il capitale ebraico vi era impie­gato solo in apparenza [...] All'era della fondazione delle ferrovie seguì quella delle truffe borsisti­che e bancarie, nelle quali gli ebrei sono i protagoni­sti per il 90%. Qui regna il crudo brigantaggio, del quale l'ebreo di Borsa o di banca si gloria, come il beduino del deserto»), 2. l'«antisemita» Werner Sombart (I): «gli ebrei hanno svolto nell'e­conomia mo­derna un ruolo infini­ta­mente maggiore di quello che si è soliti riconosce­re loro [...] l'influenza esercitata dagli ebrei sulla formazione e lo sviluppo del capitalismo moder­no è stata al contempo este­riore e inte­rio­re, o spirituale. Sotto il profilo esteriore, gli ebrei hanno contribuito in maniera essenziale ad imprimere alle relazioni economiche internazionali il loro marchio e ad accelerare l'avvento dello Stato moderno quale "coper­tura" del capitalismo. Hanno in seguito dato all'organizzazione capitalista una forma tipica, crean­do nume­ro­se istituzioni, la maggior parte delle quali reggono ancor oggi il mondo degli affari, e svolgendo un ruolo preponde­rante nella fondazione di un certo numero di altre», con la sperso­nalizzazio­ne/interna­zionalizza­zio­ne dei rapporti finanziari, l'invenzione della Borsa, l'indifferenza tecnica dell'im­prenditore, ignorante agli altri aspetti della vita sociale, e la commercializzazio­ne/finanziariz­zazione dell'indu­stria, 3. l'«antisemita» Roderich-Stoltheim (sottolineando la centralità degli ebrei nel commercio, «quel settore nel quale hanno posto la base per la loro potenza e che tendo­no a formare sem­pre più a loro domi­nio, anzi a monopolio ebrai­co», nella mani­pola­zio­ne del dena­ro, «non solo mezzo per una vita agiata, ma al con­tempo mez­zo per il potere: attra­verso il denaro [l'ebreo] vuole dominare e assog­get­ta­re [...] Il denaro è una merce del tutto partico­la­re, e chi traffica col denaro controlla l'economia più saldamente del commercian­te [...] Il seden­ta­rio deve deside­rare intorno a sé rapporti bene ordinati e continuità, per potersi dedicare tranquillo alla propria attività creativa e costruttiva. Il nomade, pervaso dall'impulso di tenere con sé tutte le proprie sostanze e di poterle trasferire facilmente deve nutrire il desiderio di rendere mobili le cose e i valori, di "mobilizzarli" [...] Dai suddetti motivi di fondo deriva la brama dell'ebreo di preferi­re merci straniere. Egli vuole sempre essere il primo a importare il nuovo da terre straniere, ed è l'instancabile esaltato­re di tutto ciò che è straniero. Sempre attesterà che le merci straniere sono migliori delle nazionali, sostie­ne anzi, perfino, che il grano estero è più nutriente di quello del contadino tedesco. Sa bene che la produzio­ne nazio­na­le trova con estrema facilità la via per passare diretta­mente dal produttore al consumato­re, senza abbiso­gnare di lui quale media­tore; e ciò non gli va a genio. Vorrebbe rendere dipendenti da sé sia la pro­duzione che il consu­mo, tenerli in pugno; cerca perciò di tenerli disgiun­ti, e di inserirsi e trafficare tra loro», e nell'opposi­zione all'ambiente naturale: «Il giudaismo è un tentativo di staccare la vita umana dalla natura e formar­la a puro pro­blema di razio­na­lità matema­tica. Qui risiede il tanto decantato "intellettua­lismo" ebraico [...] Nella repulsio­ne di tutto quanto c'è di naturale, l'ebreo non prova, nei confronti della natura, alcuna gioia spon­tanea. Un fiore che splende, un uccello che canta gli sono niente; se ne accorge appena») e 4. il filoebraico Piero Melo­grani (I), docente di Storia («di­stacco dalla terra, mobi­lità territo­riale, tenden­za all'urbanesi­mo, adattabilità alle trasforma­zioni, spirito competiti­vo, atteg­gia­mento spregiudi­cato verso il denaro, in­ter­nazionalizzazio­ne delle relazio­ni economi­che e commerciali» nonché, aggiungia­mo, sfruttamento e di­stru­zio­ne dell'odiata Natura: «Nel giudai­smo la trasforma­zione della società è collo­cata nella medesima categoria della trasforma­zione della stessa natura», approva l'au­torevole Rabbi David Polish), e ce lo riconfer­mano 5. i filoebraici Thierry Maulnier e Gilbert Prouteau: «La relatività, il cubismo [e movimenti paralleli o derivati: Picasso, Max Ernst, Man Ray e la quarantina di ebraici pittori della Scuola di Montparnasse, in particolare Soutine, Modigliani, Max Jacob e Chagall], il marxismo, il dadaismo [«ebraico per le sue fonti e il suo estuario», fondato dai «romeni» Tristan Tzara Sami Rosenstok e Marcel Janco: «Non soltanto il movimento sosteneva il pacifi­smo di sinistra, ma si contrapponeva deliberatamente a qualsiasi convenzio­ne artistica: i suoi aderenti si propone­vano di minare le basi tradizionali della cultura e dell'ordine sociale, e arrivavano al punto di proclamare che scarabocchi e prodotti in serie erano opere d'arte», commentano Philip Canni­straro e Brian Sullivan; e il surreali­smo coi «francesi» Max Jacob e Paul Eluard Eugène Grindel], la musica concreta [il «Bergson della musica» demi-juif De­bus­sy, Milhaud, Stra­winsky, Mahler, l'atonale Schönberg.­.. cristanizzato al pari di Mahler e rigiudaizza­to dopo la Shoah], l'arte a­strat­ta [Paul Klee], la psicoanalisi e i due eventi capitali del nostro tempo: la rivoluzione sovietica e la fisica nucleare, sono figli di ebrei [...] Quando Adolf Hitler proclama che le arti plastiche del nostro tempo sono bastarde dell'arte negra e dell'arte ebraica, esprime una verità biologica (in realtà, è l'annessione delle ricette dell'arte negra da parte dei pittori ebrei). Ma è per condannare a morte l'arte e gli artisti. La Seconda Guerra Mondiale non metteva più in gioco delle frontie­re o un impero ma, col ruolo premi­nente degli ebrei in una civiltà, quella stessa civiltà nel suo insieme», 6. l'ebreo Abraham A. Roback, dottore in Scienze Biolo­gi­che e docente di Psi­co­logia ad Harvard, che in "Influenze ebraiche nel pensiero moderno" elegge a «sovrani intellettuali» dell'Europa il «francese» Henri Bergson/Be­reksohn, l'«austria­co» Sig­mund/Shlomo Freud e il «tede­sco» Albert Einstein, 7. il pensatore tradizionalista francese, e poi massonico e islamico, René Guénon: «Perché i principali rappresen­tanti delle nuove tendenze, come Einstein in fisica, Bergson in filosofia, Freud in psicologia, sono quasi tutti di origine ebraica, se non perché c'è qualcosa che corrisponde esattamente alla parte malefica e corruttrice del nomadismo deviato, il quale predomina inevitabilmente negli ebrei staccatisi dalla tradizione?», 8. l'ebreo Norman Cantor, docen­te di Sto­ria, Socio­lo­gia e Lette­ra­tu­ra Com­parata a New York: «Nel vente­simo secolo gli ebrei hanno dato al mon­do occiden­ta­le un gruppo di pensa­to­ri che hanno cre­ato la cultura mo­derna e postmo­der­na nel­le scien­ze, nella psico-sociolo­gia [in the behavio­ral disciplines] e nelle arti», per cui dopo la pittura di Chaim Souti­ne, Marc Chagall, Amedeo Modiglia­ni, Gustav Klimt e Oskar Koko­schka, la musica di Gustav Mahler, Ar­nold Schön­berg, Béla Bartok, Anton von We­bern, Kurt Weill, Paul Dessau e George Gershwin, la narrativa del demi-juif Marcel Proust (madre Jeanne Weil di famiglia del Württem­berg e poi «alsaziana», un prozio il famoso Adolphe Crémieux dell'Alliance Israélite Universelle) e di Franz Kafka, dopo la storiografia di Lewis Namier Ludvik Bernsztajn/Nie­mirowski e Marc Bloch, la socio­lo­gia neomarxi­sta della Frankfurter Schule: Walter Benjamin, Max Horkhei­mer e Theo­dor Adorno, e soprattut­to dopo i Big Five Emile Durk­heim socio­lo­go, in gio­ven­tù studi talmudici, progenie di una dinastia di otto rabbini, lui stesso figlio di rabbino e zio dell'altret­tanto noto sociologo/et­nologo Marcel Israel Mauss, Sigmund Freud psicoanali­sta («la figura più sopravva­lutata dell'in­te­ra storia della scienza e della medicina, un individuo che produsse immemsi danni pro­pa­gando false eziologie, dia­gnosi sbagliate e infruttuosi schemi di studio. La leggenda è ancora dura a morire, e quelli che la sfida­no continuano ad essere trattati da cani rabbio­si», concorda MacDonald III, che pone in rilievo, quanto alla psicoanalisi, le carat­te­ristiche di intolleran­te «religio­ne secolare», essendo essa «meno un'impre­sa scientifico-medica che un politburo risoluto a spegnere ogni deviazioni­smo [...] Mentre la vera scienza è al suo nocciolo individuali­stica, in tutte le sue manifesta­zioni la psicoanalisi è fonda­men­tal­mente un insieme di gruppi coesi e autori­tari, incentrati intorno a un capo carismatico»), Albert Einstein fisico, Franz Boas antro­po­lo­go (per Jon Entine «elevato a condizione mitica, eroe di una nuova generazione di intellet­tua­li, il portatore della torcia della ragione nelle tenebre dell'irrazionalità razziale [...] la guida di una generazione di accoliti antropologici, molti dei quali ebrei, tesi a ridefinire il concetto di razza»), Ludwig Wit­tgen­stein filo­so­fo – e tralascian­do i linguisti strutturali­sti Roman Jakobson, Leo Spitzer ed Erich Auerbach – Cantor elenca i «four Jewish thin­kers of a younger genera­tion» Noam Chomsky, Ha­rold Bloom, Claude Lévi-Strauss e Jacques Derri­da (per inciso, que­st'ul­ti­mo, invasioni­sta invocante la negrizzazio­ne della Francia). Per l'ultimo, il decostrutti­vi­smo da lui sostenuto non è altro che «freud­iani­smo applicato alla letteratura [...] Il retroterra ebraico della filosofia di Derrida è evidente. Nella sostanza, egli propone una teoria ermeneutica del testo piena di tradi­zioni talmudi­che, cabalistiche e chassidi­che. Ebreo algerino, Derrida fu il rampollo di una minoranza maltrattata e sfavorita, e perciò incline ad assumere un'attitudine radicale e contestatrice verso la cultura letteraria canonica» (si noti il piatto behaviorismo cantoriano!). Simpatico poi l'operare «nepotistico» di Mauss – tra l'altro mem­bro del direttivo della Alliance Israélite Universelle – che si circonda di discepoli quali Maurice Halbwachs, Georges Gurvitch, Clau­de Lévi-Strauss, Lucien Levy-Bruhl, il «tedesco» Henri Stern, la «russa» Deborah Lifszyc e Anatole Lewitsky (ben a ragione Céline, in L'éco­le des cadavres, attacca Mauss e tutto il gruppo di docenti di Scienza della religione, accusandoli di essere un «sottoghetto, una sinagoga abolita» dove ci si scambia diplomi fra correli­gionari). Quanto a Schönberg, il padre della musica atonale, quella in cui manca l'inter­ven­to di un Significante Domi­nan­te che imponga un ordine sensato alla confusa molteplici­tà dei suoni (e quindi, del mondo reale), severo è il conductor goy Ernest Anser­met: «In una paro­la, la teoria dodecafoni­ca (non diciamo la sua appli­cazione) ha distrutto tutto ciò che fa della musica un linguaggio chiaro. Il linguaggio che ne deriva tornerebbe chiaro solo se il musicista, d'istinto, reintrodu­ces­se ciò che la teoria ne ha eliminato: il sentimento tonale [...] Perciò Schönberg fa la stessa rivoluzio­ne di Marx: il "loro" mondo è retto dalla totalità delle unità che lo compon­gono, messe sullo stesso piano. Non c'è più tonica, non c'è più gerarchia fra i suoni, non c'è più "forma" gene­rata da dentro, ma un'esi­stenza condi­ziona­ta da fuori dal partito comunista del momento e della "serie" del momento. In ambo i casi la soggettività è con­dan­nata a una vita vegetativa [...] Aspirava all'impossibi­le; voleva condurre il linguaggio musicale e significare delle cose che non erano chiare in lui o, essendo movimenti di pensiero o di sen­ti­mento, che non avevano preso forma di senti­mento musi­cale, sfuggivano al potere di significazione del linguag­gio musicale; e per farlo spingeva il linguaggio fuori dalle vie comu­nicabili». Stranoto è del resto l'ethos psicoesistenziale dei Catalizza­tori della Moder­ni­tà, determi­nanti della Nuova Era. 9. Con la visione del giu­dai­smo qua­le «catalyst» e «ultimate expression of religious uni­versalism in an age of progress» si accorda anche il rabbinico duo Hertz­berg-HirtMan­hei­mer – e si rammenti che in chi­mi­ca il cataliz­zato­re, pur perno della reazio­ne, non vi viene coinvolto, resta se stesso – i plurimil­lenari «di­strut­tori dei confini», gli eterni «infran­gito­ri dei limiti», gli «eterni stranie­ri», gli «ostinati dissenzienti in tutte le società ove hanno vissuto», impostato sul «passar oltre» nomadi­co/teolo­gico, 10. per la qual cosa ci è del tutto natu­ra­le assentire con quanto di Vittorio Casti­glio­ni, caporabbino a Roma nel 1903-11, commen­ta Ste­fano Cavi­glia: «la moder­ni­tà co­me passo in di­re­zione dell'era messiani­ca...». 11. Altrettali le anticipa­zioni di Moses Hess («Mediante l'ebraismo la storia dell'umanità è diventata una storia sacra, vale a dire un processo ed uno sviluppo unitario ed organico che, iniziato con l'amore familiare, non sarà completato fin quando tutta l'umani­tà non sarà un'unica famiglia, fin quan­do i suoi membri non saranno solidamente uniti dallo Spirito Santo, dal genio creativo della storia, così come lo sono i diversi organi di un corpo vivo da una forza naturale altret­tanto sana e creativa»), 12. il vanto di Moritz Kohn prima della Grande Guerra: «Senza essere stato assorbito, oggi regna lo spirito ebraico, laddove prima era a stento tollerato. Non abbiamo più bisogno di tacere nell'umiltà del ghetto medioevale, poi­ché da tempo abbiamo il dominio che ci fu promesso. Senza di noi nessun potere al mondo può intraprendere nul­la, poiché dominiamo il mercato del denaro. Nessuna parola che non voglia­mo esce alla pubblica luce, poiché dominia­mo la stampa. Nes­sun pensiero che non ci aggrada entra nella cer­chia degli acculturati, poiché domi­niamo l'editoria [...] Lo spirito ebraico ha conquistato il mondo!» (in W. Meister), 13. l'auspicio di Leo Baeck (I), per il quale nell'ebrai­smo l'umanità ha trovato la sua compiuta espressione, essendo l'ebrai­smo «un indice per misurare il livello di civiltà sulla Terra»: «Chi è schierato per il progresso della civiltà, si è schierato, consape­vol­mente o inconsapevol­mente, per noi. Quando noi desi­de­riamo si­curezza e libera esistenza per l'ebraismo, non abbiamo bisogno di esigere altro se non la verità e la rettitudine del paese. Non esiste migliore giustifi­cazione», 14. l'analisi da me stesso compiuta, nell'ormai più che lontano 1989, nel mio primo e più vissuto volume Lo specchio infranto - Mito, storia, psico­logia della visione del mondo ellenica, 15. come anche dal marxista Salvatore Natoli (I): «La tradizione ebrai­co-cristiana conosce la dispe­ra­zio­ne, mai la tragedia. In questa tradizio­ne la tragedia è costitutiva­mente impossi­bi­le. Ci sarà pure un confronto-opposizione con il fondo tragico dell'e­si­sten­za, ma la tragedia non può avere spazio alcuno laddove vige l'esperienza di YHWH. L'indole dell'e­braismo è assolutamente incompati­bile con il tra­gi­co. Il cri­stia­nesi­mo, che è poi una grande eresia ebraica, uccide definiti­va­mente ed irreversi­bil­mente il tragico. Se si bada bene alla differenza che corre tra la possibilità umana di sperare e la speran­za dell'impossibile ci si rende anche conto della ragio­ne per la quale i nuclei originari della "metafi­sica del tragico" e della "tra­di­zione ebraico-cristiana" siano costitutiva­mente incompatibili [...] Quel che comunque è certo è il fatto che la capacità incon­dizionata di spera­re è stata veicolata nel mondo dall'espe­rienza di un popolo e dal­l'av­vento di una civil­tà: la tradizione ebraico-cristiana [...] Ad Abramo Dio promette la terra e la stirpe, numerosa quanto le stelle del cie­lo e la rena del mare. Nel tem­po questa promessa si specifica ed è adattata al contesto in cui nuo­va­mente si enuncia: la promessa della terra si tramuta nell'attesa del regno; dopo la di­struzione del regno la promessa si tramuta nell'attesa della Nuova Gerusa­lemme dove converranno tutti i popoli; infine nella teologia cristiana la Ge­ru­salemme ventura si muta nella Gerusa­lemme celeste. Infine questo mon­do nel "retro mondo". È da notare però che que­st'ul­tima mutazione ha una na­tu­ra propriamente sincretistica e non specifica­mente ebraico-cristiana. È peraltro vero che l'ebraismo ed il cristiane­si­mo forniscono elementi es­sen­ziali di mediazione per l'elaborazio­ne del "retro mondo" e per il tradi­mento della terra», 16. e dal cattolico Sergio Quin­zio (III): «Con la rivela­zione bibli­ca si realizza certa­men­te una secolarizza­zio­ne intesa come "disin­canta­mento del mondo" [...] La se­co­la­riz­zazione non è che la razionaliz­za­zione del messia­nismo, l'e­sca­to­logia imma­nen­tizzata. Il concetto di progres­so che la anima è ormai un concetto naturalisti­co, l'idea di qual­che cosa che sareb­be intrin­se­ca alla natura delle cose, come loro capaci­tà e necessità di cresce­re, di evolvere [...] Non mi pare si possa cogliere la novità del mo­derno con il suo formi­da­bile impulso al cambia­mento – come pure, e molto au­to­revol­mente, si è voluto fare – senza rico­no­scere al centro di questa novità la rivelazione biblica, l'influsso determi­nan­te della promes­sa, e dell'attesa messiani­ca» (IV) e, ancor prima: «Cè chi già oggi segretamente confida nel progresso della scienza fino al punto di pensare di non dover mai più morire. Ma chi percorre queste vie in realtà non fa altro che ripercorrere, con una fede nella scienza, l'antica prospettiva cristiana, la speranza di pervenire alla vita del regno senza dover passare attraverso la morte […] Queste esperienze e queste vicende mostrano con sufficiente chiarezza che nella tecnica si assiste all'ultima metamorfosi del monoteismo, all'ultimo, e anticristicamente stravolto, tentativo di giungere alla salvezza che era stata annunciata nella fede». 17. Similmente l'ebreo Albert Linde­mann: «La civiltà occiden­ta­le, in parti­colare negli ultimi 250 anni, è stata influenzata in ogni sua fibra [pervasi­vely] e profondamen­te arricchita, se pure talora turbata, dalle attività e dai contributi degli ebrei, al punto che è a malapena possibile concepire cosa avrebbe potuto essere, nel bene e nel male, senza quell'ap­porto. Un'an­cora più ampia generalizza­zione in tal sen­so possiamo fare quanto al contributo ebraico alla cultura americana nel XX secolo. La civil­tà occiden­tale è indub­biamente una civiltà "giu­daizza­ta", per quanto offensi­vo il termine possa suonare alle nostre orecchie a cagione del turpe uso [because of the ugly use] fattone dagli antisemiti; la parola do­vreb­be invece essere usata con orgoglio». «Due razze gui­dano il movimen­to [della moder­ni­tà]» – aveva scritto nel 1939 il detto convertito angli­ca­no e sionista sir Lewis Namier In the Margin of History – «per quan­to in condi­zioni ben diffe­renti: i britan­ni­ci e gli ebrei; entrambi furono i pionieri del capitalismo e i suoi primi, e forse massimi, beneficia­ri». 18. Sulla strategia che ha portato alla Modernità, cioè alla distruzione dei fonda­menti morali, politici, culturali ed economici d'Euro­pa per instaura­re il Regno dell'Occidente, conclu­de Kevin MacDonald (III): «Possiamo rileva­re che un tema comu­ne di tutti questi movimenti di cultural criticism è che le strutture sociali generate dai non-ebrei sono patogene. Dal punto di vista della psicoanalisi, Scuola di Franco­forte compresa, le società umane non sanno soddisfare i bisogni radi­cati nel­la natura uma­na, sicché gli esseri umani sviluppano una quantità di turbe psi­chiche quale risposta alla perdita dei loro rapporti di naturalezza e armo­nia con la natura. O gli esseri umani sono visti come una lavagna sul­la qua­le la cultura capitalistica occidenta­le ha inciso avidità, etnocentri­smo goyish e altri presunti disordini psichici (marxismo, antropologia boa­sia­na)»; «questa retorica di condanna morale del gruppo non-ebraico rappre­sen­ta una versione secolare della posi­zione degli intellettuali ebrei post-illumi­nisti: il giudaismo rappresenta un faro morale per la restante umani­tà». 19. Ben chiaro è anche l'Edgar Morin Nahoum (III): «In maniera diversa gli ebreo-gentili [Morin chiama ebreo-gentili quegli ebrei che accedono allo statuto di cittadini delle nazioni occidentali moderne al pari dei non-ebrei, definizione meno chiara di quella, altrettanto ellittica, di Albert Lindemann: «non-Jewish Jews, ebrei non-ebraici» e ancor meno di quella, più esatta, di «ebrei laicizza­ti»] hanno partecipato attivamente alla formazione, al dinamismo e alla trasformazione del mondo moderno. Con e nella loro propra singolarità, sono legati, nel bene e nel male, alla modernità occidentale. Hanno lavorato allo sviluppo dell'era planetaria contribuendo allo sviluppo dei cosmopoliti­smi intellettuali ed economici. Hanno partecipato alla formazione di un mondo metanazionale che conser­va, e nello stesso tempo supera, le nazioni. La loro diaspora è stata un fattore di cosmopolitismo, il loro cosmopoliti­smo è stato un fattore di mondializza­zio­ne. Sono stati animatori delle due mondializzazioni, nello stesso tempo legate ed antagoniste – la mondializzazione economica e la mondializzazione culturale delle idee umaniste – contribuendo così all'uni­versalizzazione dell'universalismo. Cosmopolitismo capitalista e internazio­nalismo socialista furono i due poli estremi e antagonisti del mondo ebreo-gentile. Sotto l'impulso del neomessianismo gli ebreo-gentili hanno alimen­ta­to i grandi sogni emancipatori dell'umanità e hanno portato in essi non solo la speranza in un altro mondo celeste, ma l'aspirazione, spesso arden­te, a un mondo terrestre diverso. Hanno contribuito ai sogni e alle realtà del nostro divenire». 20. E che il cosmopolitismo – la distruzione di nazioni e popoli in un meticciamento universale – esiga da un lato l'individualismo a proprio fondamento e ne costituisca dall'altro la premessa psicologica, l'aveva mirabilmente previsto Giacomo Leopardi: «[Dopo la scomparsa dell'umanità primeva e sortane una nuova dopo il diluvio, Giove] diede leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in ultimo volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e sopraumane, ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi»; trascorsi tuttavia i secoli e giunti gli uomini alla conquista della Razionalità moderna, «saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini avranno piena contezza dell'essere di quelli, mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanto saranno gli uomini. Perciocché non si proponendo né patria da dovere particolarmente amare, né strani [= stranieri] da odiare: ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quai incomodi sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare» (Operette morali, «Storia del genere umano»). Ed ancora: «Ma questa è una bella curiosi­tà, che mentre le nazioni per l'esteriore vanno a divenire tutta una persona, e oramai non si distingue più uomo da uomo, ciascun uomo poi nell'interio­re è dive­nu­to una nazione, vale a dire che non hanno più interesse comune con chicchessia, non formano più corpo, non hanno più patria, e l'egoismo gli ristringe dentro il solo circolo de' propri interessi, senza amore né cura degli altri, né legame né rapporto nessuno interiore col resto degli uomini [...] La fola dell'amore universale, del bene universale, col quale bene ed interesse non può mai congiungersi il bene e l'interesse dell'individuo, che travagliando per tutti non travaglierebbe per sé, né per superar nessuno, come la natura vuol ch'ei travagli, ha prodotto l'egoismo universale. Non si odia più lo straniero? Ma si odia il compa­gno, il concittadi­no, l'amico, il padre, il figlio; ma l'amore è sparito affatto dal mondo, sparita la fede, la giustizia, l'amicizia, l'eroismo, ogni virtù, fuorché l'amor di se stesso. Non si hanno più nemici nazio­nali? Ma si hanno nemici privati, e tanti quanti son gli uomini; ma non si hanno più amici di sorta alcuna, né doveri se non verso se stesso. Le na­zio­ni sono in pace al di fuori? Ma in guerra al di dentro, e in guerra senza tregua, e in guerra d'ogni giorno, ora, momento, e in guerra di ciascuno contro ciascuno, e senza neppur l'apparenza della giustizia, e senz'ombra di magnanimità, o almeno di valore, insomma senz'una goccia di virtù qualunque, e senz'altro che vizio e viltà; in guerra senza quartiere; in guerra tanto più atroce e terribile, quanto più è sorda, muta, nascosta; in guerra perpetua e senza speranza di pace. Non si odiano, non si opprimo­no o lontani e gli alieni? ma si odiano, si perseguitano, si sterminano a tutto potere i vicini, gli amici, i parenti; si calpestano i vincoli più sacri; e la guerra essendo fra persone che convivono, non c'è un istante di calma, né di sicurezza per nessuno. Qual nemicizia dunque è più terribile? Quella che si ha co' lontani, e che si esercita solo nelle occasioni, certo non giornaliere; o quella ch'essendo co' vicini si esercita sempre e del continuo, perché continue sono le occasioni? Quale è più contraria alla natura, alla morale, alla socie­tà? [...] Come senz'amor patrio non c'è società, dico ancora che senz'amor patrio non c'è virtù, se non altro, grande, e di grande utilità [...] La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtù grande» (Zibaldone di pensieri, 148-49, 890-893, 896). 21. Ed ancora Georges Vacher de Lapouge, nell'ottavo e conclusivo capitolo di L'Aryen - Son rôle social: «Il cristianesimo ha dato alla politica una serie di postulati: distinzione tra anima e corpo, origine sovrannaturale dell'anima, identità di natura delle anime. Si aggiunga l'idea del paradiso, l'idea della giustizia eterna, quella del libero arbitrio e tutta una serie di princìpi morali [...] L'essenza sovrannaturale dell'anima è servita da base per la teoria dei diritti dell'uomo, anteriori e superiori alla natura e alle società. L'identità di natura delle anime ha portato alla teoria dell'eguaglianza sostanziale [degli uomini], che gli accidenti della vita sociale hanno alterato, ma che occorre ripristinare. La comune origine delle anime, create tutte direttamente da Dio, ha permesso di accogliere agevolmente la teoria della fraternità. L'indipendenza delle anime, che non partecipano della parentela carnale dei corpi, è servita da fondamento per la tesi dell'individualismo. La teoria del peccato originale ha prodotto, per riflesso antireligioso, quella della bontà naturale dell'uomo, che le influenze sociali e l'educazione rendono criminale o malvagio. L'idea del libero arbitrio ha spalancato alla ragione umana orizzonti ambiziosi, e non è stata senza influenza sul concetto, per altro verso così differente, di libertà politica. Il paradiso è stato laicizzato, lo si è fatto scendere sulla terra: teoria del progresso dell'umanità. L'idea di giustizia assoluta ha subito uno stesso percorso evolutivo, non è più Dio ma l'uomo ad essere incaricato di realizzarla, però... nel futuro! L'idea di carità ha partorito il filantropismo sentimentale e malposto. Prendete, mescolate tutte queste puerilità, combinatele in dosi diverse ed avrete tutti i sistemi di princìpi politici, dal socialismo al clericalismo, tutti i sistemi di idee a partire dalla terra di Rousseau per finire col popolo degli zar». 22. Egualmente il portoghese Fernando Pessoa (1888-1935): «Il cristianesimo è, sopra ogni cosa, una teoria egualitaria. È, poi, una teoria individualistica; per il cristiano ogni anima umana ha una importanza eccezionale, con le sue divine qualità di libero arbitrio, di ispirazione potenziale al Divino, di capacità d'immortalità. In terzo luogo, logicamente, il cristianesimo è una teoria di fraternità e di pace. Di modo che il cristianesimo si fonda su tre princìpi: libertà, ugualità e fraternità. La Rivoluzione Francese fu puro cristianesimo [...] Da qui il situarsi la Rivoluzione Francese nella linea dell'evoluzione religiosa del cristianesimo. Questo movimento procede logicamente dal protestantesimo. La Rivoluzione Francese è la Nuova Riforma. Le idee democratiche sono cristianesimo puro. Come tali, appartengono allo spirito cristiano. Come tali, sono nemiche del cattolicesimo, che è il dogma, la parte più dura e rigida del cristianesimo, così come il protestantesimo, ergendosi tramite la fede, ha avversato lo spirito cattolico. L'Europa è sempre più cristiana. Sempre più abbandona la lettera del cristianesimo e si dedica al suo spirito. Tutto il fanatismo, tutta l'intolleranza, tutta la confusione mentale, la sentimentalità morbosa dei democratici, ben mostrano la base morbosamente religiosa del suo sistema». 23. A darci manforte – con tonalità di alto rango riecheggianti il dialogo tra Dietrich Eckart ed Hitler [l'essenza del quale Le riporto al P.S. che chiude questa lettera] – sovviene, a colloquio con un giornalista, il protagonista del notevole (e callido) The Believer, id., di Henry Bean (2001): «Il problema non è […] che gli ebrei controllano i media o che sono proprietari delle banche, ma che sono sessualmente migliori. Lo so che gli ebrei controllano le banche, quelle d'investimento, non le commerciali, ma il punto è che operano in quegli ambiti secondo gli stessi princìpi con i quali operano nella sessualità. Minano il modo di vita tradizionale, sradicano tutta la società, le strappano tutte le radici... Un popolo vero trae il suo genio dalla sua terra, dal sole, dal mare, dai campi. È così che s'impara a conoscere bene se stessi, ma gli ebrei no, gli ebrei non hanno terra. [Hanno Israele...] Quelli non sono ebrei. Osserva bene gli israeliani. La loro è una società secolarizzata, non gli serve più l'ebraismo, perché hanno la terra, mentre il vero ebreo è un girovago, è un nomade, non ha radici, non ha nessun legame, perciò universalizza ogni cosa... Non sa piantare un chiodo, arare un campo, l'unica cosa che sa fare è comprare, vendere, investire capitali, manipolare mercati... Capisci, tutte cose mentali. Lui prende la vita di un popolo radicato nella terra e la trasforma in questa cultura cosmopolita basata sui libri, i numeri, le idee, ed è questa la sua forza... Prendi le più grandi menti ebraiche, Marx, Freud, Einstein, che cosa ci hanno dato? Il comunismo, la sessualità infantile e la bomba atomica. In tre secoli, il tempo di uscire dai loro ghetti, ci hanno gettato dal nostro mondo di ordine in un mondo di caos fatto di lotta di classe, istinti irrazionali, relatività, in un mondo in cui anche l'esistenza stessa della materia è messa in discussione. Perché? Perché l'impulso più profondo dell'anima ebraica è quello di tirare il tessuto della vita finché non rimane altro che un filo… non vogliono che il nulla, il nulla senza fine». 24. Chiude la nota, lapidario, il personaggio di Carentan, l'anziano contadino normanno dagli occhi azzurri, in Gilles di Drieu La Ro­chel­le: «Non posso sopportare gli ebrei perché sono il mondo moder­no per eccel­len­za, e io lo odio». Ma torniamo ad argomenti più crudi. Ad esempio, la devastazione della Siria ad opera dei Suoi congeneri. Oh, lo so bene che oltre ai neocon che dettano l'agenda alla Casa Bianca... che oltre ai Sarkozy e gli Hollande, gli Erdogan e i sauditi, e non parliamo di più truci individui come Netanyahu... che oltre ai consigliori dei più vari capi di Stato, Quirinalizio compreso... oh, lo so bene che in prima fila ci sono anche individui di sangue non certificato. Ma vede, quando leggo sul Corrierone che dei cinque firmatari del truculento appello «Mattatoio Siria, l'Europa non resti a guardare» (23 ottobre) tre sono ebrei, ebbene, cosa concludere? Tanto più che sono gli eterni capifila di ogni stragismo umanitario: Bernard-Henri Lévy, André Glucksmann e Bernard Kouchner. Vomitevole il talmudismo degli assatanati (i due goyim, caro Gatti, sono pezze da piedi, nominarli sarebbe dargli indebita fama). Di fronte al verosimile fallimento della distruzione della Siria ad opera degli Occidentali, eccone la tesi: per accreditarsi quale barriera contro l'estremismo islamico, Bashar avrebbe «fatto uscire dalle prigioni i folli di Dio siriani che aveva arrestato al loro ritorno dalla jihad in Iraq». Per la qual cosa occorre intervenire non solo per «impedire che lo scenario del peggio si realizzi» attraverso una guerra regionale, ma anche per evitare che il detto fondamentalismo divenga per l'Occidente «un pericolo notevole». Per la qual cosa «l'Europa» deve intervenire, ovviamente a suon di bombe umanitarie, per «aiutare la caduta della tirannia attuale senza tuttavia incoraggiare gli aspiranti tiranni dell'islam radicale». Fermiamoci qui, caro Gatti, poiché, di fronte al dipanarsi di tale doppia morale – dell'eterna doppia morale giudaica – monta la nausea. Anche se decine di altre questioni – concernenti l'inumanità teoretico-intellettuale dei Suoi Sacri Testi e l'inumanità pratico-politica dei Suoi Congeneri – resteranno inevase, giunti alla fine del nostro scambio di idee, caro Gatti, sono costretto a salutarLa. Da un lato, rimpiangendo di non avere da Lei udito che una sola, insultante parola. Dall'altro, ringraziandoLa per l'opportunità concessami.  

Cuveglio, 28 ottobre 2012, novantesimo dell'Evento

P.S. ultimo e definitivo. Citazione da Dietrich Eckart, Der Bolschewismus von Moses bis Lenin - Zwiegespräch zwischen Adolf Hitler und mir [Il bolscevismo da Mosè a Lenin - Dialogo tra Adolf Hitler e me], 1924: «"È così come hai scritto" – mi disse – "l'ebreo lo si può capire solo se si sa dove va a concludere. Passando per il dominio del mondo, all'annientamento del mondo. Pen­sa di dover sottomettere l'intera umanità per potere creare per lei, come si mette in testa, il paradiso sulla terra. Che sia capace di farlo, lo fa credere a se stesso e ci crederà pure davvero. Ma fin dai mezzi con cui opera si vede che viene segreta­mente spinto a fare qualcosa d'altro. Mentre si figura d'innalzare l'umanità, la getta nella disperazio­ne, nel delirio, nello sfacelo. Se non lo si fermerà, la distruggerà. A questo attende, a questo è spinto; anche se oscuramente sente che, così facendo, viene anch'e­gli distrutto. Non può far altro, deve farlo. Questo sentimento dell'assoluta dipenden­za della sua esistenza da quella delle sue vittime mi sembra essere l'elemento costitu­ti­vo centrale del suo odio. Dover annientare qualcuno con tutte le forze, ma sentire al con­tempo che ciò porta inevitabilmente alla propria distruzione, di cui è responsa­bi­le. Se vuoi: la tragedia di Lucifero"».

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Lettere precedenti

13) Tredicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0022-tredicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/

12) Dodicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olodogma.com/wordpress/0017-dodicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/#more-396

11) Undicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/10/03/undicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-st.html 10) Decima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/28/decima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 9) Nona lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/nona-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano1.html 8) Ottava lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/ottava-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 7) Settima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/17/settima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html 6) Sesta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/16/sesta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html 5) Quinta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/13/quinta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 4) Quarta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/10/quarta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html 3) Terza lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/25/terza-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html 2) Seconda lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/14/seconda-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html 1) Prima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/07/30/572-risposta-del-dr-gianantonio-valli-a-gatti-stefano.html

 


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Author(s): Olodogma
Title: Quattordicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti
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Published: 2012-10-28
First posted on CODOH: March 13, 2017, 12:31 p.m.
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