Ho£ocau$tica religio - Fondamenti di un paradigma o£ocau$to e mondialismo
Published: 2012-11-07

Con l'autorizzazione dell'Autore pubblichiamo un estratto da "Holocaustica religio - Psicosi ebraica, progetto mondialista", le pagine pagine 132-149, dell'edizione ©2010. Olodogma

Gianantonio Valli

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

seconda edizione, ampliata e corretta.Nuova versione, ampliata e reimpostata, di Holocaustica religio - Fondamenti di un paradigma © 2010 Edizioni effepi, via Balbi Piovera, 7 - 16149 Genova, [email protected]

OLOCAUSTO E MONDIALISMO

Ciò che chiamia­mo «la nostra moderna civiltà» è poco meno di un gigantesco mecca­nismo planetario di produzione e marketing, con l'Alta Finanza come centro di con­trol­lo, dapprima solo per le transazioni commerciali e poi per tutto, anche per la politica. La massima parte dei cittadini dell'Occidente è talmente presa a rendere effi­ciente il Sistema e ad occuparsi, in tale competizione, dei propri affari persona­li, che non è in grado di riflettere sui fatti della politica né di sentirli nell'inti­mo. È questo, inoltre, un Sistema nel quale le opinioni difformi e il dissenso possono venire puniti nei modi più diversi.

Peter Blackwood, Das ABC der Insider, 1992

L'Olocausto, il lettore ne ha ormai preso coscienza, possiede un significa­to che oltre­passa la storia del secondo conflitto mondiale, talché taluno potrebbe a ragione afferma­re che, in realtà, non esiste una «questione olo­causti­ca», ma una «que­stione ebraica», la prima non essendo che l'aspetto attuale, più immediato ed emo­zio­nale dell'eterna Judenfrage. Incastona­to nella mille­naria visione del mondo («religione») giudaica, della quale è il cuore attua­le, esso non può venire interpretato unicamen­te in rapporto agli eventi dell'ulti­mo secolo. Le usuali categorie storiografiche e storiche non sono suf­fi­cienti, anche se è assolutamente indispensabile l'indagine scientifi­ca, minu­ziosa e talora sfi­brante di quanto oc­corse al popolo ebraico in quel conflitto, in particolare negli anni 1942-44. Richiaman­doci in primo luogo alla figura del Messia qua­le disincar­nato Pro­gresso e in secondo alla sesta valenza del Paradig­ma, quella cosmico-religiosa, tiriamo quindi, più ampie, le somme. Nel 1946 il Menorah Journal di New York, organo di un giudaismo che, pur con­serva­tore (o forse proprio per questo), ci si presenta incredi­bilmente più equi­librato nei confronti delle altre realtà umane, protesta contro l'Anti-Defa­mation League, occhiuta contro i minimi «sfregi» antiebrai­ci, accu­sandola di coltivare l'eterna «doppia morale»: «Se un innocente produtto­re mette in un suo film una macchietta ebraica, le grida del­l'ADL gli faranno desiderare di non aver più nulla a che fare con gli e­brei. Ma quando gli ebrei propagan­da­no sottilmente la dottrina comunista [...] l'ADL tace. Non una parola, non un allarme, men che meno denuncia e condanna». Non si tratta, nota il gior­na­lista «anti­semita» Mau­rizio Blon­det (I), della denun­cia di un pre­sunto cripto-comunismo dell'ADL, ma del­la critica di un'antica forma men­tis, della pri­mor­diale, cieca distinzione fra «i nostri» e «i loro», che ignora, perché li precede nel tempo, il principio greco di non-contraddi­zione e il concetto giu­ridico romano di giustizia come esigenza di tutta l'u­manità. Anche se gli episodi di liberticidio e censura riportati ci sem­brano suffi­ciente­mente signi-fica­ti­vi e anche se i gruppi ebraici costi­tuiscono l'in­sonne oc­chio, il ben visibile braccio e la mente lontana del Sistema Mondiali­sta, la re­pressione demoli­be­rale procede tuttavia, all'infuori di casi particolari e dei periodi di crisi, per strade più «naturali», morbide e neutre. E ciò, giusta il monito di Wizenthal: «Non è d'altra parte che per il rapporto con i neonazisti si possa indicare una ricetta collaudata: se in un caso è opportuno dedicar loro la minima attenzione possi­bile e comunque ridicoliz­zarli, in un altro caso può esser necessario, all'op­po­sto, reagire con durezza e decisio­ne». Come nota Stefano Vaj nell'intro­du­zione a «Il sistema per uccidere i po­po­li», «la caratte-ristica precipua del Sistema, che oggi esercita la sua azione alienante e repressiva in gradi diversi su tutti i popoli e tutte le culture, è in effetti quella di essere costituito da un insieme di struttura di potere – di ca­rattere principalmente economico e culturale, ma anche direttamente politi­co, tramite le grandi potenze e le istituzioni interna­zionali – completa­mente inor­ganico, funzionante in modo meccanico, senza altro significato che la pro­pria sopravvivenza ed espansio­ne in vista di un'uscita definitiva dell'uma­ni­tà dalla storia. La sua natura è quella di una macchina, tecnicamen­te regola­ta, che svol­ge il proprio lavoro in parte in modo "discreto", ma in parte ancora mag­giore alla luce del sole, allo scopo di farla finita proprio con gli scopi, con la libertà e la responsabilità delle scelte storiche, con le differen­ziazioni ed i conflitti che ne-cessariamente ne derivano. Il significato storico della realtà del Sistema diventa così trasparen­te. Da un punto di vista ideale esso non è che il compimento e l'espressione materializ­zata della visione del mondo ugua­litaria che, passata per la sua fase mitica e per la sua fase pretta­mente ideolo­gi­ca, fonda oggi la sua "teoria sinte­tica" e il raggiungimen­to della sua comple­ta ege-monia su basi essenzial­mente sociolo­giche. Su un piano più con­creto, il Sistema rappresenta lo sboc­co finale, il punto di maggior potenza – e di maggior decadenza – della civi­lizza­zione occidentale nata dal­l'incontro della forza espansiva della cultura europea con i valori giudeo­cri­stiani e poi borghe­si. Da ciò un ulteriore pro­ble­ma per i popoli europei: per quanto oggi il baricentro del Sistema cada fuori dall'Euro­pa e questa si trovi sottoposta ad un regime di tipo coloniale, il sistema occidentale si presenta nei suoi con­fronti molto più come un cancro piuttosto che come un'infezione prove­niente dall'esterno, e perciò è tanto più difficile da isolare e combatte­re». Il Sistema demoliberale, del quale il sottosistema mediatico è l'icona più significati­va per suggestività, approc­cio globale ed espansio­ne, è un feno­meno sto­ri­camente inedito sia perché la sua portata trascende gli ambiti nazionali, esercitando la sua azione alienante su tutti i popoli e svuotando­ di senso tutte le cultu­re, sia perché la sua incidenza va al di là dei parlamenti e delle antica­mere ministe­ria­li, sedi della politica nella sua acce­zione più miope. Contraria­mente a certe tesi, nessun «direttore d'orche­stra» più o meno occulto governa oggi il Libero Occi-dente, nessuna vo­lontà programma l'insie­me con decisioni glo­bali a lungo termine. Il vero potere non ha ubicazione né volto, non s'in­carna in figure come i presidenti america­ni e nemmeno nei proprieta­ri o nei dirigenti delle multinazionali, e neppure in questo od in quel rappresen­tante dell'Alta Finanza. Tutti costoro hanno certamente un loro pote­re, altrettanto certamente di gran lunga più forte di quello degli altri mortali, ma non sono questi poteri settoriali a determina­re la direzione dello sviluppo delle società occidentali, e quindi l'atteggia­mento delle masse mon­diali di fronte agli innu­meri pro­blemi del momento, verso quel­la perversa, e fortunatamente impossi­bile, fine della Storia cantata dal nippo-americano Francis Fukuya­ma: li deter­mi­na invece la logica in­trinseca del Sistema. 62 Il Sistema – la Megamacchina dell'ex marxista Serge Latouche (II) 63 – funziona in gran parte per autorego­lazione in­ci­tativa. I cen­tri di decisione, scrive Faye (I), influisco­no, tramite gli investimenti, le tattiche economi­che e gli accorgimenti tecnologici, sulle forme di vita so-ciale senza che vi sia concer­ta­zio­ne d'assieme. Strategie separate e imposta­te sul breve ter­mine s'incontra­no e convergono. L'autoregolazione globale è oggi eserci­tata ed imposta da un classe tecnocratica cosmopolita composta da ammi­nistratori, manager e decisori finanziari che non sono i pro­prietari dei mezzi di produ­zio­ne. Ancor più, pri­ma che dal profitto, essi sono guidati dal razio­nalismo, ritenuto autonomo, del loro pensiero. Non esistono più decisioni po­li­ti­che; il termine stesso di decisione, che implica sempre una volontà, cioè una scelta di sostanza e un progetto alternati­vo, perde ogni si­gni­ficato, sosti­tuito dal termine «neutro» di «riconosci­men­to tecnico» (meglio, tecnocrati­co). In realtà, la decisione è stata presa in precedenza – in anni, in decenni lontani – sulla base di una fanta­smatica religioso-ideo­logica e di un progetto esisten­ziale-politi­co della cui sin-golarità si è persa memoria perché si ritiene l'oggi l'u­nica forma possibile di esistenza, l'unico orizzonte naturale, logico, umano. L'ideologia universalista/tecnocratica – l'«imperativo tec-nologico» e il «teatro globale» – ci viene pre­sentata senza alternativ­a. «Non c'è scelta», ci sentiamo dire. Le strategie petrolife­re che compro­mettono l'indi­pendenza dell'Eu­ro­pa – così come lo sviluppo che an­nienta la cultura eschimese – sa­rebbero indotte da «esigenze tecniche» impossi­bili da aggirare. Inoltre, se gli assertori di tale deter­mi­ni­smo celano talora dietro tale asserzio­ne dottrine, interessi e obiettivi precisi, nella maggior parte dei casi essi credono real­mente che sia impossibi­le opporsi alla logica dello sviluppo (come anche, in parallelo, a quella dell'invasionismo: ma perché parlare di «inevi­tabile mesco­lanza di uomini e culture»? la cosa non è affatto inevitabile: tutto qui). Il sociologo Franco Ferrarotti – già adepto del partito-azienda Comunità, fon­dato dall'e-breo tecno-mondialista Adriano Olivetti, cui subentra nel 1958 quale deputato – pluri­pre­sen­zialista televisivo trasudante odio anti­razzista da ogni poro, è tra i più organici intellettuali del Si­ste­ma. Nel 1993, dedicando un libro all'amica ebrea, inneg­gia alle bellezze del multirazziali­smo, rinno­va l'O­perazione Car­pentras, osceno pre­testo alla Fabius-Gayssot, 64 bac­chetta la luci­di­tà del pur sterminazionista Arno Mayer contro «la fosca ini­zia­ti­va del revisionismo», defi­nisce à la extermina­tionniste l'Olocausto «questione umana globa­le», fantasti­ca di pub-blica­zioni revisioniste «a grande tiratura e di stile popolare» (quando ovunque imperversa­no, taciuti al demopubblico, sequestri, rovina finanziaria e carcere per delit­ti di opi­nio­ne!), con-danna «il pre­giudizio eurocentrico [...] che aiuta il ritorno del neonazi­smo». Coerentemen­te egli quindi collega, in una mon­dia­li­stica brama di as­sassinio dell'Europa: oloster­mina­zioni­smo, dife­sa del­l'invasionismo e cri­mi­na­liz­zazione di chi tale inva­sio­ne contrasti. Il tutto condito dalla con­sueta banalità liberale da Anima Pia («dallo straniero la salvezza», scriverà ancora nel 1999, sei anni dopo). Anch'egli tuttavia ci partecipa criticamente il mostruoso caratte­re di un modo di vita che ha ormai solo gesto­ri e non dirigenti: «L'ameri­caniz­za­zio­ne del pia­ne­ta, in questa situazione, non è il risultato di un consapevole pro­getto politico; è l'esito inevitabile, necessa­rio e necessitan­te, di una logica meccanica che nessuno sembra oggi in grado di arresta­re, mitigare, se non ra­di­calmente riorienta­re. Il proces­so di industrializzazio­ne, così come lo stanno vi­ven­do oggi l'A-merica e domani il mondo, ha questo di ter­ri­bile: questo processo non può fer­marsi, non è in grado di arrestarsi, non dispone di servo­meccani­smi che ne bloc­chi­no il procedere quando que­sto coinci­de con la distru­zio­ne del tipo d'uomo che da millenni abbiamo imparato a conoscere e dell'ha­bitat che gli è neces­sa­rio per garan­tir­si l'autoperpetua­zione, delle condizioni di equi-librio ecosistemi­co che sono alla base della sua vita». Questo processo di industrializzazione, continua Ferrarotti e ribadiscono con maggiore coerenza gli italiani Aldo e Lamberto Sacchetti, Lui­sa Bonesio, Enzo Caprioli, Ru­tilio Ser-monti, Silvio Waldner, Maurizio Pallante e Marco Linguardo, i francesi Serge Latou­che, Ma-xime Laguerre e Jean-Pier­re Berlan­, i tedeschi Manfred Gersten­feld e Ger­hard Pfreund­schu­h, gli inglesi Rupert Sheldrake, Nicho­las Hildyard, Mar­tin Rees e Felicity Lawrence, gli ameri­ca­ni Bill McKibben e Niles El­dredge, l'au­straliano Tim Flannery e persino gli ebrei Jeremy Rif­kin, Ed­ward Gold­smith e Giorgio Mor­pur­go, imper­nia­to sulla «ricerca della felicità» e su un pro­gresso tecni­co fine a se stesso e la massimizza­zio­ne del profitto come supre­mo cri­te­rio gestionale, non ha il senso del limite ma conti­nua, coacervo di cellule impaz­zi­te, ad autori­pro­dur­si. Passan­do da fasi di sovrap­pro­du­zione a fasi di sot­to­con­sumo, nutren­dosi di cri­si cicli­che di varia forma ed ampiez­za, dila­gando senza idea né meta non ri­du­cibili a lucro conta­bile, il Sistema avanza meta­statico fino a devastare e coprire di costruzioni orribili – ove si pigia, lavora e vivacchia una subuma­nità neotec­ni­ca e al contempo neotro­glo­di­tica – la faccia della terra, cancel­lan­do sotto l'asfal­to le zolle, le acque, gli alberi, tutto ciò che era Natura. 65 In realtà esiste uno iato ben netto tra il sentimento (e la coscienza) della impossi­bilità di una riforma degli attuali modelli di vita a meno di ca­tastrofi non desiderabili o non ipotizzabili (il mesto/compiaciuto «in­dietro non si torna») e il sentimento (e la coscienza) non solo della forza mostruosa, ma dell'immora­lità di tale Sistema e della sua insostenibi­lità, a tempi anche brevi, da parte del cosmo terracqueo. Tale iato viene invece negato non solo dalla personale comodità e dalle pro­prie più o meno le­git­time ragioni di vita, ma soprattutto – visto che un vero agire politico non solo è ol­tre­modo diffici­le, ma impossi­bile nell'at­tuale temperie – dalla pigrizia intellettua­le degli esseri umani. Pigrizia, per vincere la quale occorrerebbero, tra l'al-tro, non lotte con­tro giganti, ma un minimo di onestà con se stes­si e di fred­dez­za mentale. Solo i massmedia, il cinema, la radio e la televisione hanno creato la possibili­tà di un siste­ma di grandi numeri nel quale ogni individuo è un sem­pli­ce ele­mento di una «folla so­lita­ria», senza mediazioni territoriali, sociali o fami­liari a tutelare, potenziare, ricostruire una zona di identità. Solo tali mezzi di comunicazione di massa hanno reso possi­bi­le la devastazione della Memo­ria, la sostitu­zione dell'in­dividuo, maschera intercambia­bi­le, alla continui­tà della fami­glia e della stirpe, al radicamento nel Sangue e Suolo. Uno dei modi di considerare la storia del Novecento, con la lotta epocale tra Fascismo da un lato e Democrazia e Comunismo dall'altro – quarta Guer­ra Laica di Religione 66 – è di riguardar­la come uno scontro sul modo di gestire tale situazione, sul modo di ricostrui­re cer-tezze, radici e legami. Ancor prima, è di considerare quale avrebbe dovuto essere la sostan­za di que­ste certezze, radici, legami. In che misura sarebbe stato possibile gestire la Modernità nelle sue conseguenze produttive, economiche e sociali? in che misura sa­rebbe stato possibile con­trapporlesi nei postulati fondanti (la fede nel progresso, la convinzione che l'economia è il destino, la persuasione che l'individuo, emancipato dalle proprie apparte­nenze natura­li, sarebbe per ciò stesso più felice e migliore)? in che misura sarebbe essa stata compatibile con la più genuina essenza, mate­riale come spi­ri­tuale, del­l'essere umani? in che misu­ra sarebbe stato lecito resisterle o favorirla? in che misura sarebbe stato opportuno, etico e giusto salvare l'eredità del passato, salvare e rinno­va­re il passato stesso? con quali mezzi sarebbe stato possibi­le incidere, a soste­gno dell'un senso o dell'altro, sulla vita di miliardi di uomini? L'uguaglianza comporta interscambiabilità, annullamento delle diffe­ren­ze, l'ano­nimato per gli individui e il meticciato per i popoli, il disperdersi e il morire della memoria dei padri, l'esistenza in un eterno pre­sente, la fine della Storia. Sarebbe sta­to possibile, per l'uomo come per i popoli, evitare l'ano­nimato, quan­to di più innatu­rale possa esserci per ogni vivente, per la Vita? Sarebbe stata possibile la vittoria delle Tradizioni, dell'anima del singolo uomo come di ogni civiltà, contro lo spirito, devastato dall'Allucinazione del Regno, contro la razio-intellet­tualizzazione giudaico-discesa? Sarebbe stato possibile ricostruire, frenando la demagogia del Progresso, do­mi­nando la Mo­dernità e l'econo­mia, piegan­do­le a un progetto esisten­ziale e po-litico, a una volontà, una fede lontana, sarebbe stato possibile difen­de­re e potenziare la Me-moria, recuperare e ricostruire un'identità di origini, razze e radicamen­ti? Come è noto, alle «società di sovranità» e alle «società disciplinari» di un tempo è suben-tra­ta la «società dell'informazione» o per esser più giusti, consi­derata non solo l'alluci­nan­te ridondanza ma proprio la strutturale menzogna del Messaggio, «del­la dis-informa­zio­ne» (e comunque un qualche disciplinato­re, poco apparen­te, esiste pur sempre). Com'è noto, ha vinto un altro model­lo, un modello che si fonda sull'effime­ro, l'as­similazio­ne, l'esal­tazione e il potenziamento dell'anoni­mato, il modello del Mer­ca­to dove le merci passano di mano in mano, indifferenti all'iden­ti­tà degli acqui­renti e dei venditori, sull'unica base delle loro quantità (o di qualità standar­dizzate, dunque quanti­fi­ca­te). Ha vinto il modello di una Comunicazione sem­pre più doverosa e cao­ti­ca, di una Comunicazione che, gravida della promessa di una nuova co­munione pla­ne­taria, si è caricata della funzione redentrice dell'antico Regno. Un Mercato e una Comunica­zio­ne dove il valore della persona non è più colle­ga­to all'«es-sere» spirituale della stirpe, ma all'individualismo più sfrena­to, al mero possesso materia­le, al turbinio sconclu­sionato di immagini e paro­le, al bruto, democrati­co «ave­re» delle cose. Un Mercato e una Comunicazio­ne che hanno vinto sulla base del­l'an­nientamen­to di decine di mi­lio­ni esseri umani (undici quelli persi dalla sola Germa­nia, sublime Terra di Mezzo). Che han-no vinto dopo la più feroce Rieduca­zione – la Terza Guerra, sofisticato prolungamento delle bibliche Doglie Messiani­che – che la storia ricordi. Che hanno vinto cer­can­do di distruggere il concetto tradi­zio­nale di storia – quella degli eventi, delle cifre e delle date – sostituendolo con la storia «delle mentalità» e, ancor peggio, con sofismi psico-antropo-sociologici. Che hanno vinto attraverso l'in­cessante mobili­ta­zione di un per­ver­so morali­smo giudaico-disceso e di una perversa coscienza pseu­do-politica, al fine di impe­di­re il ricono­sci­mento della complessità del passato. Che hanno reso imprati­ca­bile la lettura del passa­to, impossibile ogni difforme inter­pre­ta­zione. Che hanno crea­to, con ottusa ferocia, un'incredi­bile guazzabu­glio fantateolo­gi­co per eter­na­re il Male Assoluto. Che cercano oggi, «proponendo» una mostruo­sa rete planetaria di banche-dati te­le­matiche, di coar­ta­re ogni Informazione, cercando di eternare immon­di Immagina­rii e mortiferi Paradigmi. Evitare che qualcosa si muova veramente – nel turbinìo verminoso ed immoto del­l'Oggi – fuggire gli scontri, medicare le tensioni con rimedi illuso­ri, spegnere a parole i conflit­ti, pro-crastinare provvedimenti radicali a pro­blemi sempre più incan­cre­niti: nel Sistema la politica non degenera solo in pura gestione, in Old Deal, ma dà vita a manovre anti-scelta. Anche tutta la scienza dei politologi non consiste nel suggerire come governare, cioè come scegliere, ma come evitare di agire, come procedere tec­nicamente per sedare, appianare, conciliare, arbi-trare, stabilizzare la potente, e pur effimera, ragnatela del Sistema, mostro al quale come non mai va applicata l'espressio­ne coniata da Hans Sedlmayr per l'arte moderna: perdita del centro. Come aizza il socialista «francese» Gran Consigliere di Stato Jacques Attali su le Monde il 4 marzo 1997: «Entriamo in un secolo nomade, e la prima virtù del nomade è di essere acco­glien­te verso gli stranieri, perché sa che anche lui, un giorno, sarà straniero da qualche parte, e che l'accoglien­za che riceverà dipenderà largamente dall'ospitalità che avrà dimostrato. Ri-fiutare i lavoratori stranieri, presenti e futuri, è rischiare rappresaglie. La Francia perderebbe posti di lavoro ben più di quanti ne guadagne­rebbe. La Francia deve accontentarsi di ricevere sul suo suolo solo i lavoratori europei o farsi invece carico attivo della sua dimensio­ne musul­ma­na? Se la Francia e l'Euro­pa decideranno di dirsi un club cristiano, dovran­no preparar­si allo scontro con un miliardo di uomini, a una vera guerra di civiltà [in realtà, lo scontro è già ini-ziato, è solo poco avvertito in virtù degli incessanti cedi­menti europei di fronte alla crescente aggressività degli invasori: si consideri solo la viltà della ministra verde dell'Ambiente Do-minique Voynet la quale, percossa a Dôle nel 1999, non denuncia gli ag­gressori, di­chia­ran­do implicita­men­te che le violenze afro-magrebine sono non solo scusa­bili ma anche legit­time, «per non essere taccia­ta di razzismo» e non portare, tali sempre le sue parole, argo­menti a favore di chi lega immigra­zione e delinquen­za]. Con, in primo luogo, in Fran­cia, una guerra civile. Perché la Francia, per le sue antiche scelte geopoliti­che, è una nazione musulmana. L'islam è la religione di oltre due milioni di citta­di­ni francesi e di un terzo degli immigrati. Sa-rebbe dunque saggio fare la scelta opposta e assumere con fierezza la nostra [nostra!] dimen-sione musul­ma­na, nello stretto rispetto della legalità repubblica­na. La Francia trarrebbe grande profitto dalle grandi mano­vre geostrategi­che che si an­nuncia­no; in effetti, ha la fortuna di avere, sul proprio suolo e tra i cittadini, gente in grado da fare da ponte con una civiltà mag-giore in piena espan­sione. Do­vreb­be in particola­re, in questo senso, farsi il primo avvocato dell'ammis­sione della Turchia nell'Unione Europea [...] L'integra­zione non sarà dunque una mutila­zione. Il futuro sarà infatti della pluri-appartenen­za, fattore di tolleranza, ed egualmente della pluri-cittadinanza [multi-allégeance], fattore di democra­zia». Non si pensi tuttavia che il Nuovo Cielo compaia senza dolore, poiché sempre in agguato, doverose, sono le Doglie Messianiche della Grande Sfida. In tal modo, invocando i «transuma­ni», così liricheggia il gros bonnet (II), tra qualche scossone logico, sempre intriso di delirio isaiaco: «Verrà allora a delinearsi, al di là di immensi disordini, qualcosa come la promessa di un meticciato planetario, di una terra che sia ospitale per tutti i viandanti della vita [...] Sia il mercato sia la fede avranno un posto: condizione del­la diversità è la transuma­ni­tà. Il trans-umano avrà il diritto di appartenere, nello stesso tempo, a più di una tribù, obbedendo, a se-conda dei luoghi in cui si trova, a diverse regole di appartenen­za, a molti rituali di passaggio, a diverse forme di educazione e a più codici di ospitalità. Dovrà assumere lealmente queste molteplici apparte­nenze. Così, potrà vivere di simultanee passioni, di sincerità parallele. In particolare, la poliandria e la poligamia gli consentiranno di dividere con altri, provvisoria-mente o stabilmente, un tetto, i beni, i progetti, un compagno o una compagna, senza tuttavia di desiderare di avere o allevare insieme dei figli, né portare lo stesso nome, né avere relazioni sen­timentali o sessuali [...] Potrà mescolare le culture, le fedi, le dottrine, le religio­ni; potrà, a suo piacere, prendere elementi dell'una e dell'altra senza essere obbligato a intrupparsi in una chiesa o in un partito incaricato di pensare per lui [...] Nessuno sarà proprietario, nessuno sarà straniero». Ecco allora: il Sistema non mobilita gli individui, non solle­ci­ta né racco­glie la loro ade-sione, non li aliena «ricentrandoli» (poiché il centro non esiste da nessuna parte). Il domi­nio moderno si effettua al contrario tramite una diutur­na smobi­li­tazione, un co­stante decentrag­gio, un sistematico sradicamen­to che coinvolge tutte le «vec­chie» strutture: la famiglia, la comuni­tà, la nazione, l'etnia, la stirpe, il senso della di­ver­sità, del destino del singolo uomo e della sua civiltà, il rispetto del­l'am­bien­te che lo circonda, la sacralità dell'Ordina­mento – del Cosmo infini­to. La società non viene vis­suta né più percepita come un insieme coerente di tensioni spiri­tuali – un organismo – ma quale ag­gregato casuale di reti­coli e indivi­dua­lità. Con intima coerenza, il Sistema non integra i suoi sudditi, li dis-integra. «Noi viviamo oggi serrati entro un sistema di amministrazione di interessi econo­mici (più semplicemente: in un'"amministrazione"), non in uno Stato» – scrive il pluriperseguitato Fran­co Freda (I) – «Un sistema: ossia un collega­men­to di inte­ressi plutocratici, una "si­ste­mazione di appetiti". Non in uno Stato: perché lo Stato persegue l'ordinamento in­te­grale della comunità nazio­na­le, mentre la sua contraffazione, il sistema, attraverso la corruzione morale e la de-genera­zione politica del popolo, vuole il disordinamento del­la comunità [...] Mentre compito del vero Stato è quello di coordinare, ritmare, coin­volgere, responsa­bilizzare i membri della comunità nazionale, fuzione della sua con­traf­fazione, il sistema, è quella di disordinarli, de-ritmarli, sconvol­gerli: in una paro­la, farli disertare dalla compagine sociale, ponendo però attenzione a fissare quel surroga­to di collegamento tra gli assoggettati, neces­sario per man-tenere la relativa sta­bi­lità degli interessi dell'oligarchia». In parallelo, e al contrario, l'indifferenza/indifferenziazione degli esseri umani perseguita su scala planetaria da ogni Arruolato non è che il retaggio del­l'antica Allucina­zione, un ten­ta­tivo (desti­na­to all'insucces­so sul lungo periodo, ma distruttivo sul breve di ogni comu­ni­tà umana e comunque mortifero per l'ordine naturale) di realizzare il Vecchio Sogno del Regno. «Questa unificazione del mondo» – aggiunge La­touche (I) – «porta a compimento il trionfo dell'Occi-dente. Ci si rende ben con­to che al termine di questa espansione dominatrice non c'è esatta-men­te una fraternità universale. Non si tratta di un trionfo dell'umanità, ma di un trionfo sull'u-manità e, come i colonizza­ti di un tempo, i fratelli sono anche e per prima cosa dei sudditi». L'universalismo antirazzista del Sistema si salda ancora una vol­ta con l'indivi­dua-lismo democratico. Ancora una volta i valori discesi dalla visio­ne giudaica del mondo si attualizzano, con la mediazione cristiana e l'inces­sante rimbom­bo del Paradigma Olo-caustico, nel Sogno, nell'at­tesa del Regno

Il medesimo Sogno e il medesimo Regno che God's Own Country ha impo­sto ed impone ai riottosi dell'universo mondo con la forza bruta dei massacri, che ha diffuso e dif­fonde, con letale buona coscien­za oloriedu­cante, sulle colonne di quotidiani e periodici, dalle pagine di infiniti saggi, roman­zi e cartoon, dal cicaleccio della pseudocultura, dalle cattedre di ogni ordine e grado, nell'o­scu­rità delle sale cinematografi­che e dal Piccolo Schermo. «Al presente l'Europa si è arresa con assoluta voluttà ad una ameri­caniz­zazione cosciente e ne chiede anzi di più» – scrisse nel 1970 il WASP John Ney, esponente tra i più radicati del-l'esta­bli­shment statunitense, nell'illumi­nan­te The European Surrender "La resa europea" – «ma il subconscio degli europei è domi­nato dal passato e non è america­nizza­to». «Il pericolo non ri­guarda tanto il destino del­l'America» – ribadisce un ven­tennio dopo il sociolo­go ungaro-americano Thomas Molnar – «quanto piuttosto quel­lo degli euro­pei, nel caso in cui essi si ridu­ca­no ad accettare definitiva­mente le formule preconfezionate che gli americani fanno di tutto per propina­re loro, spaccian­dole per vere e proprie panacee. Le na­zio­ni e le culture euro­pee potrebbero sopravvi­vere in queste condizioni? [...] Se il mondo pre­fe­risce la diversità e la varietà all'uniformità e alla "robotiz­zazio­ne", se i popoli e gli individui desidera-no difendere la propria identità spirituale, culturale e nazio­na­le contro il melting pot in cui li si vorrebbe dissolvere, allora dovran­no sforzarsi di comprendere la natura intima di que­sta vera e propria aggres­sione di tipo nuovo e inu­sitato, con la quale si tenta di imporre loro il più igno-bile, il più squallido e il più triste dei destini». 67 «È la genetica ad insegnare che la società multirazziale è irreversibile; la freccia del tempo ha una sola direzione» – completa a fine 2000, in chiusura di millennio, Piero Sella (III) – «Se dobbiamo batterci oc­corre dunque farlo subito. Pentirsi domani di quanto oggi non si è fatto non servi­rebbe a nulla. Nessuna razza inquinata può tornare quel che era; nessun popolo che abbia perso la sua identità etnica potrà mai più recuperarla. Quel che è certo anzi è che in esso scompare l'in­te­resse all'indipendenza politica e la voglia di difen­de­re l'avvenire dei figli. Un popolo privo di identità diventa un gregge che si muove docile nella dire­zione voluta dalla Grande Finanza». La lotta degli europei per riappropriarsi – contro ogni suggestione giudai­ca e giudaico-disce­sa, cristiana o musulmana che sia, illuminista o misticiz­zante, di destra o di sinistra, demoliberale o socialcomunista – del proprio passato, del pro­prio Sistema di Valori, della propria anima, è il di­scri­mine di questo scorcio di secolo, epoca nella quale l'essere umano si ritrova diso­rientato, isolato e sper­duto come non mai. Se un uomo privo di passato può non esse­re un uomo privo di difese, un popolo privo di passato è sempre un po­po­lo privo di difese. La lotta per il passato è allora la lotta capita­le, la pre-con­dizio­ne, il passag­gio obbligato per definire il futuro non solo dell'Eu­ropa, ma dell'u­ma­ni­tà. È una lotta non solo contro un bi­mil­lena­rio, radicale nemico, ma con­tro l'urgen­za del tempo, contro tutte le premes­se psi­co­logi­che, socia­li, econo­mi­che e politi­che del Mondo Nuovo quotidiana­mente crea­te dai procon­soli del Si­stema onde foggiare si­tua­zio­ni sempre meno reversibili. È una lotta, questa contro la «cloaca lassista dell'odierno Occidente» (Guillaume Faye IV), che va con­dot­ta a tutto cam­po, freddamente e senza illu­sioni, con sere­na in­telligenza e intel­ligente crudezza. È una lotta che va condotta non certo «con ogni mezzo neces­sa­rio» come voluto dal rivoluziona­rio negro Mal­colm X e dal superarruolato juniorbushia­no Marvin Cetron (in Ennio Caretto I), o con ro­vi­nosi atten­ta­ti alla Unabomber (il contestatore globale The­odore Kaczyn­ski, già docen­te a Ber­keley), bensì, consci dell'asso­luto squili­brio di for­ze tra il Sistema e i suoi critici – e per quanto sia assurdo «giocare il gioco della vita con avversari che hanno da tempo ab­bandonato le regole» (Wilmot Robert­son) – nei limiti legali im­po­sti dal Sistema. Identico, con toni di realistico pessimismo spengleriano, l’indomito Paolo Giachini: «Vi-vere, non scappare da questo mondo, accettarlo senza credergli, confron­tarcisi, ma sul piano dello spiri­to. Chi pensa che questo mondo debba essere avversato fa un grave errore: lanciare sassi alla polizia, inscenare manifesta­zioni pacifiche, contrapporsi sul piano politico o fare il "terrorista" sono strade, nessuna esclusa, che per non avere sbocco si equi­val­gono. Tutto ciò significherebbe, in ultima analisi, non far altro che il gioco di quelle forze che gestiscono il potere. Esse hanno immenso bisogno di antagonisti da demo­nizzare, di sempre nuovi Erich Priebke: la loro linfa vitale per sopravvi­vere. La verità è che questo "mondo moderno" è im-mensa­mente più forte di tutto ciò che si potrebbe anche lontanamente pensare di contrap­porgli. Ti schiacce­rebbe come si fa con un insetto. Deve essere ben chiaro che l'unico modo per rendersi immune in questo mondo è, piaccia o no, rispettare le sue regole. Il segreto, si badi bene, non sta in un'arma da usare per la vittoria su di esso, ma nella ineluttabilità della sua sconfitta. Il nostro tempo è malato, bisogna lasciarlo al suo destino di possente realtà affet­ta da un male incura­ble. Il degrado è tale che qualunque intervento non potrebbe fare oramai altro che infettarci a nostra volta e al contempo offrire a questo mondo dalle ore conta­te altra materia per alimentare la pro­pria neoplasia, prolungandone l'agonia e nient'altro. A noi non resta altro che aspettare, la società attuale finirà da sola [...] Che noi si abbia il tempo o meno di assistere ancora ad un altro cambia­mento epocale, questo conta ben poco. Così è stato per il comu­ni­smo e così sarà, è indubbio, anche per le società del capitalismo consumista e per i loro padrini; niente di molto diverso in fondo esse sono state dal comuni­smo, solo un'altra faccia del materialismo». Sia però di estrema chiarezza, a noi e ad ogni letto­re, che sarebbe lo stesso Siste­ma, Bar-baro Dominio e specchio dell'Alto Tradi­mento quanti mai ce ne furono, ad au­torizzare i suoi nemi­ci («di­ritto di resistenza»: art.20/IV del Grundge­setz) non solo all'uso di samizdat e alla messa in opera di ogni attivi­tà culturale clandestina, cosa peraltro già oggi inderoga­bi­le, ma proprio anche all'uso di ogni altro mezzo neces­sa­rio – «quae medi­ca­men­ta non sa­nant, fer­rum sanat; quae ferrum non sanat, ignis sanat», ci conforta l'antica saggezza ippocratica – qualora seguitasse a delegitti­marsi lacerando i suoi stessi chiffons de papier costitu­zio­nali. In particolare, annul­lando quel minimo ancora esistente di libertà di ricerca e parola. Cosa del resto che, data la strutturale ipocrisia, elastici­tà e in­certezza del diritto proprie di ogni demoliberali­smo, non ci stupirebbe poi più di tanto, e alla quale si è comunque di fatto ormai giunti – impedendo non solo la for­ma­zione di mo­vi­menti nonconformi o la proposizione di teorie politiche alter­native, ma persino la rivisitazione critica degli immaginarii imposti dal Sistema, in primo luogo dell'Immaginario Olo­caustico – in Fran­cia, Svizzera, Austria, Ger-mania, Belgio, etc. etc. «Le sole rivoluzioni durevoli sono quelle del pensiero», scrisse un secolo fa Gu­stave Le Bon, aggiungendo che le rivoluzioni, come le guer­re, non sono che l'este­rio­riz­zazio­ne di con-flitti tra forze psicologiche. E ancor prima, in «Psicologia delle folle»: «I veri sconvolgimenti storici non sono quelli che ci empiono di stupore per la loro vastità o violenza. I soli cambia­menti impor­tan­ti, quelli che consentono il rinnovarsi delle civiltà, av­vengono nelle opinio­ni, nei concetti e nelle credenze [...] Anche quando ha subito quelle modifica­zio­ni che la rendono accessibile alle folle, l'idea può agire soltanto se [...] riesce a penetrare nell'inconscio e a diven-tare un sentimento». Ed egualmente il nazionalsocialista F. Roderich-Stolt­heim: «La lotta delle nazioni e delle razze per l'esi­stenza sarà decisa in ultima istanza non da spade e cannoni, ma dallo spirito». Ed ancora, oggi, Hans Fritz Gross: «L'indi­spensabile rinnovamen­to della società si potrà con-seguire soltanto in un lungo periodo attraverso un processo spirituale e morale». E addirittura Rabbi Giu­seppe Laras: «Chi sono i veri rivoluzionari? Coloro che ribaltano, sostituen­dole con altre, le posizioni convenzionali e consolidate, ideologiche o prag­ma­ti­che, di comodo o, ad-dirittura, false, mostrandone l'intrinseca inadegua­tezza mediante un'opera di scavo, quasi sempre scomoda e impopolare, intor­no alle radici delle cose senza paure né tentennamenti» (in Arturo Schwarz). Poiché non esiste ormai più – ammesso che in qualche tempo e luogo sia mai esi­sti­to – un Palazzo d'In­verno da assaltare e far pro­prio, la con­quista delle intelli­gen­ze e degli animi, con la dutti­li­tà di tempi e modi che un'azione globale com­porta, è quindi, per chi si proponga di opporsi al Sistema, il pri­mo e il più urgen­te degli obiettivi. Dato che solo il pensiero trasgres-sivo, quello che oggi fa scandalo e turba le menti, può aprire le vie al pensiero di domani ap­pron­tando una piattaforma intellet­tuale e morale dalla quale scaturi­ranno altri pensieri, dato che alla base di ogni vera, non effimera affer­ma­zione poli­ti­ca troviamo sem­pre un patri­mo­nio ideale e dato che l'affer­ma­zione di tale patri­mo­nio richiede, al­l'in­fuori dei momenti di cata­stro­fe, un diutur­no, inces­sante, sfi­bran­te lavoro sul piano della ri­cerca cultu­ra­le e della demisti­fi­ca­zione storico-politi­ca, sareb­be segno di immaturità con­sumare un prezio­sis­simo tempo­ e gli ancora più scarsi mezzi finanziari/operativi per indirizzarsi verso un atti­vi­smo presunto «po­litico» i cui risultati sarebbero solo: 1. una gratifi­ca­zione episo­di­ca e personale, 2. un defati­gan­te risuc­chio nei pratici com­pro­messi e nelle inestricabili norme opera­ti­ve del Si­ste­ma, 3. il confe­ri­mento al Si­ste­ma di una paten­te di legittimità mo­ra­le («vedete che lasciamo agire anche i nostri nemici radicali!») quando non, più brutal­mente, 4. di più nu­merose occa­sioni per in­terventi re­pres­sivi. E questo, oltre­ tut­to, senza ottenere da coloro che si vuole difendere e in nome dei quali si preten­de parlare – rintro­nati, plasmati ed ottusi da tutti i mass­media – null'altro che, quan-d'an­che ci fosse, qualche vago moto di simpatia. 68 «Francamente» – scrive Filippo Jacobelli, già milite della RSI – «non concor­diamo troppo con quelli [...] che sparano a zero sui cosiddet­ti "demo­cratici" no­strani. Ci sembra che qual-cosa di buono abbiano pur fatto e che a un minimo di gra­titudine ab­biano diritto da parte no-stra. Hanno avuto a disposizio­ne cinquant'an­ni per dimo­strare coi fatti alla gente che avevamo completa­mente torto. E per cinquant'anni al contrario hanno fatto del loro meglio per far capire a tutti che avevamo pienamente ragione. Anno dopo anno, giorno dopo giorno hanno fatto toc­ca­re con mano anche ai più sprov­veduti che il sistema democratico-parlamentare è un sistema che crea e vive di corruzione, che è il paradiso dei vuoti parolai, degli inefficienti azzecca­garbu­gli; un sistema che educa al culto ossessivo dell'oro e al concreto di­sprezzo di ogni altro valore, che invoglia ad utilizzare il bene pubblico ai fini del bene privato, che spinge la gente a chiudersi sempre più nel "suo particu­la­re", che usa le parole solo come strumento d'inganno, che è la calda culla della mafia, della camorra etc. a tutti i livelli e che infine, come il pifferaio della favola, cammina e guida verso la dissolu­zione ed il caos che chiama, con sfrontata o cieca improntitu­dine, progresso». Occorre allora gridare a pieni polmoni che, quando pure non lo fosse in pas­sa­to, il re è oggi nudo. Additare le contraddizioni tra le mielate parole del Sistema e la mortifera applicazio­ne dei suoi postulati. Chiarire che il Li­be­ro Occi­dente­ – e, in prospettiva, la Cosmopoli Umana – non è la big happy fami­ly sognata dal­l'i­de­o­logia americana. Indicare che la liberté senza un fine è solo espressio­ne di una neolingua orwelliana, che non ha alcun senso all'in­ter­no di un'ideologia co­smopolita. Spiegare che l'égalité dell'i­deolo­gia cristia­na com­por­ta solo abie-zione individuali­stica. Mostra­re che la Fami­glia Univer­sale è un'in­for­me accoz­za­glia ove il vicino scanna il vicino, il paren­te il parente; che la fra­ter­nité giudaica inizia sì con Abele, ma finisce con Caino. Occorre, da Buoni Europei eredi di un plurimillenario Sistema di Valo­ri, non lasciarsi sedurre da alcuno che sia stato comunque permea­to dal veleno di quel supergiudaismo che risponde al nome di a­mericanismo. Occorre mo­strare a chiunque che un progetto mondiali­sta come quello imposto da Jahweh agli Arruolati non può, in quanto contronatura, che esigere repressio­ne e che una società come quella americana, dis-integrata in isole etniche, deve necessaria­mente diventare uno Stato di polizia, con riduzione delle libertà e della sicurezza di ognuno. E questo perché una società, e tanto più una comunità, non si regge tanto sulle leggi – indi­spen­sa­bili per quel 10% di infin-gardi, devianti e criminali presente in ogni aggregato so­cia­le – quanto sulla consape­volezza di un'eredità comune, sulla condivi­sione di un Si­ste­ma di Valori comune e sul sentimento di un destino comune. Occorre mostrare a chiunque che gli investimenti finanziari americani, e giudaici, in ogni pae­se possiedo­no una valenza non tanto economica, quanto soprattutto cul­tu­rale e spiri­tua­le, riba­dire che la propa­gan­da americana, e giudaica, è un incessante lavaggio di cervelli che, oltre a «meri» prodotti «di svago», impone modelli di pensiero e di vita. La guerra classica mira al cuore per uccide­re e conquistare, la guerra eco­no­mica al ven­tre per sfrutta­re e arric­chir­si, la guerra cultura­le alla testa per paralizzare senza ucci­de­re, conqui­stare decompo­nendo, arricchir­si disfacendo ogni po­polo. Occorre convin­cersi che non esistono scorciatoie e che solo un'incessante semina può portare, per quanto lontano, ad un nuovo raccolto. Riscoprire con fredda intelligenza, riva­lu­tare con equilibrio il patrimonio ideo-storico delle tradizioni indoeuro­pee, igno­rato, minimiz­za­to, mistificato e stravolto dai gazzet­tieri del Sistema. Risco­prire con fredda intelli­gen­za, rivalutare con equilibrio il patrimo­nio ideo-storico dei fascismi, soprat­tutto del più lucido e determina­to di essi, quel nazionalso­cia­lismo infa­mato da cari­caturiz­zazioni, decontestualiz­zazioni e menzo­gne.

Oc­cor­re, prima che agire politicamente, ricercare e testi­moniare­, affinché l'ener­gia della parola e la moralità dell'esempio suscitino campi di resi­sten­za che si espan­dano nella società, ramificandosi – a svellerlo – in un mondo che ha inscritto in se stesso un destino di morte: «Non è forse tempo di rifarci liberi, senza timori o complessi?» – incita Eric Delcroix, indo-mito avvocato difensore dei revisionisti – «Dobbiamo essere allora i nuovi liberi pensatori! Dobbiamo ripren­dere la loro lotta, trasposta contro la nuova reli­gio­ne dell'anti-natura, contro il dogma della dissoluzione etnica!» (III). La guerra culturale, da due mil­len­ni promossa da un Siste­ma di Valori non euro­pe­o, ha usato delle libertà conces­segli dalla buona fede europea per insi­nuarsi dap­per­tutto, minare all'interno ogni Stato, annientare la spiritua­lità dei popoli che hanno accolto i suoi portaparola. Le guerre, la lotta po­li­ti­ca, il sac­cheg­gio e gli accordi – eterni da che mondo è mondo – sono sempre avve­nuti tra popoli che vi­ve­va­no dei propri Valori come pesci nel­l'ac­qua. Ma oggi il mare è sporco e doma­ni sarà morto. Dobbiamo for­se attendere, senza nulla di­re né fare, che vengano annientate tutte le comunità natura­li, le etnie, le cul­tu­re, i popoli, le nazioni, al fine di trasformare questi infiniti mondi spirituali in mefitiche zone commerciali cosmopo­li­te, nelle quali l'individuo vaghi ottu­so in una vita sempre più assurda e più breve? L'uomo solo e disincarnato, contrariamente all'insegnamento cri­stiano, mar­xista e liberale, non vale alcunché, è nulla. I Diritti Umani sono la più atroce impostura, inventa­ta a profitto di colo­ro che ne parlano per dissolvere ogni comunità non sinto­niz­zata sulle loro frequenze. Sono l'«arma intellettuale per distruggere le razze, le nazioni, l'u­manità, forse anche la vita sulla Terra» (Gaston-Armand Amaudruz I). Una cultura è un insieme coerente di Memorie che garan­ti­sce la coesione di un popolo, impe­den­dogli di scomparire in una massa indiffe­ren­ziata di «esse­ri umani». Il cosmoca­pi­talismo finanziario ebraico-anglosassone, del quale gli Stati Uniti sono oggi l'espressione più compiu­ta, è il male assoluto, un disastro come il mondo non ha mai cono­sciuto. Per­ché com­porta l'an­nien­ta­mento di ogni cosa. Se qualche si­stema del pas­sato ha distrut­to gli indivi­dui, fin dalla sua infanzia cristiana il Sistema ha decom­po­sto tutte le culture, attaccato i valori che fanno la spe­ci­ficità delle civiltà, privato l'uomo delle sue apparte­nenze naturali, ridotto le nazioni a folklore. Quando pure, nella sua giovi­nezza e matu­ri­tà, non ha distrutto, fisicamente, interi popoli. «Noi europei» – scrive il pur «francese» Pascal Bruckner – «siamo stati al­levati nell'odio di noi stessi, nella certez­za che vi fosse, in seno al nostro mondo, un male congenito che recla-mava ven­detta senza spe­ranza di remis­sio­ne [...] Schiacciati sotto il peso di questi ricordi in-famanti, siamo stati indotti a considerare la nostra civiltà come la peggiore, mentre i nostri padri si sono creduti i migliori. Nascere dopo la seconda guerra mondiale significa­va acqui­sire la certezza di appartenere alla feccia dell'uma­ni­tà [...] Così la sva­lu­ta­zio­ne del mes­sag­gio europeo è diventata un codice comune a tutta l'in­telli­ghen­zia di sinistra dopo la guer­ra, proprio come l'odio del borghese è stato in Europa, dopo il 1917, un auten­ti­co pas­saporto intellettua­le, quando nessun articolo po­teva giu­stificarsi senza un'in­voca­zione rituale al proletariato mes­sia­nico [...] L'interessante, in effetti, è sapere in che modo il gergo o il delirio di un pic­co­lo gruppo di uomini siano potuti diventare la ve­ri­tà di una moltitudine. La diffusione e il successo dell'e­nunciato terzo­mondista sono rive­latori. Quan­do un'intera epoca condivide a tal punto le stesse illu­sioni, non si può più parlare soltanto di accecamen­to o di turbamen­to, si tratta di un fatto cultu­ra­le». È ben vero che le società patriarcali, delle quali quelle europee sono state l'esempio eti-camente più alto, hanno spesso dato prova di aggressi­vità, culto del­la forza, eccessivo ago-nismo, eccessiva efficienza e volontà di potenza, ed è altret­tan­to vero che sono state capaci, in particolare sotto la spinta di un insano missionari­smo, di opprimere altri popoli. Questo tipo di oppressio­ne non solo è però da tempo scomparso, ma non è per nulla paragonabile alla pu-trefazio­ne di un Sistema che, pretendendo di non attaccare nessuno in parti­colare, trasfor­ma ogni po­po­lo in mas­sa indistinta e ogni persona in «essere uma­no», privo di valore intrin­seco, indifferenziato e intercam­biabi­le. Tutte le ci­vil­tà del passato hanno sempre distinto un «fuori» e un «dentro», un «noi» ed un «loro», un in-group e un out-group, un no­sotros e un vosotros, condizio­ne ne­cessaria per ogni vita culturale (spirituale), rico­noscendo, quando non infette da un Verbo, agli estranei (avversari) il diritto-dovere di comportarsi nell'identi­co modo. Una etnia nella quale si entra come in un mulino non è più un'etnia, ma proprio un mulino ove tut­to viene maci­na­to, ove è indifferen­te chi sia a portare il gra­no e non importa chi sia a comprare la farina purché abbia la sola cosa che non ha valore ma misura ogni prezzo: il denaro. Nulla come i soldi rende ogni uomo egua­le ad un altro, nulla cancella ogni differenza di sesso, razza e religio­ne meglio del denaro. È quindi logico e consequenziale che in una società impo­stata sui valori del consumo le differenze storiche, nazionali e culturali non siano altro che ostacoli (da rimuovere) sulla via di un mercato eguale per tutti. «Per il Sistema» – scrive Guillaume Faye (I) – «la coscienza storica è realmen­te sovver-siva. L'uomo legato alle sue radici non è un buon cliente; non mangia, non canta e non ascolta qualsiasi cosa. Ogni mira di grandezza nazionale, ogni rinascita culturale costi­tuisce una minaccia per il cosmopoliti­smo occidentale. Ogni destino che sfugge all'umanitarismo, alla crescita del prodotto interno lordo o al collasso della storia nel buco nero della felicità egua-litaria costituisce un intoppo al progetto di destoricizza­zione del mondo nutrito dal Sistema. Il Sistema non può volere che la fine della sto­ria, in conformità con le ideologie egualitarie e paradisia­che che l'hanno ge­nerato e che lo animano, poiché la specificità della storia sta nella metamorfosi del senso delle cose e del mondo». «La plutocrazia cosmopolita (o, se si preferi­sce, la finanza vagabonda)» – conti­nua altret-tanto chiaramente Delcroix (II) – «persegue l'indeboli­mento delle nazioni europee, poiché i legami organi­ci tra gli uomini non possono essere che freni sulla strada dorata della finan­za, della speculazione e del consumismo divinizzato. A tale proposito l'anti­razzi­smo è un'arma senza fron­tiere, in­dispensabile alla disgrega­zione delle nazionalità e di altri parti­colarismi non prosti­tuibi­li. L'opera viene tessuta in silenzio, ogni opposizio­ne essendo "razzista" e quindi ricacciata al di là dei confini dell'umanità. La polizia del pensiero è composta dai massmedia gui­dati dal denaro sonante e coadiuvati da una giustizia che sempre più allegra­mente si è adattata al concetto di delitto di opinione». Vampiro freddo che non ama nessuno, il Sistema non può per­mettersi dif­ferenze tra gli uomini, deve tutti ridurli a individui, poiché un commer­ciante che facesse dif­fe­ren­ze tra i clienti – tranne quelle dovute al denaro – sarebbe presto fallito. La borghe­sia non è più «raz­zista» perché non v'è più interes­se ad esser­lo, il denaro non avendo colore. «Una sola fabbrica. Un solo merca­to» – commenta il sociologo Arman­d Mattelart, trat­tan­do della "Repubblica Mercan­tile Universale" sognata da Adam Smith – «Nessun benessere pubblico senza divi­sione del lavoro, specia­lizzazione complemen­tare e differenziazio­ne dei compiti. Sulla carta del globo abbozzata da questa nuova riparti­zione delle attività ogni nazione è chiamata a inserirsi nella misura più naturale e più favorevole ai propri interessi e a quelli di tutto il genere umano [...] Più nessuna contraddizione tra gli obbli­ghi che compe­to­no alla morale e quelli che riguar­dano il commercio. L'indi­vi­duo libero di vendere e comprare diven­ta una "sorta di mercan­te", e l'intera società, com­posta da produttori e consumatori coinvolti entram­bi nel regime degli scambi, una "società di commercio". Il mercante, posta la sua indiffe­ren­za per il luogo in cui si tiene tale commercio, è indotto a considerare l'universo intero come la propria patria. Nel suo pensiero esclusi­vamente finalizzato al guada­gno, l'indi-viduo è guidato da una "mano invisibile"». È il liberale Danton a compen­diare, lapida­rio: «Alla suola delle scarpe è indiffe­ren­te la patria» (ma già lo aveva prevenuto, altrettanto lapidario, il pur protomondia­lista François Fénelon, in Dialogue des morts: «La patria di un maiale è dapper­tutto dove ci sono le ghian­de»). È il suo erede Philippe Séguin, presidente gollista dell'As­sem­blée nationale e cofondatore di Objectif Tolérance con ­la callida oloscampata Simo­ne Veil, a pre­dicare che «siamo tutti immigrati, cambia solo la data d'arri­vo». È l'ineffabile ministra Dominique Voynet a esal­tar­si nel 1995, su Les Inrockuptibles, patinato periodico dei «ribelli» neoconformisti: «Non sono mai stata quel­lo che si chiama patriota. Non provo al­cun orgoglio nazionale. Gli sciovini­smi mi infastidiscono, esalti­no essi le virtù della nazione, della religione o del paese. Non mi sono mai sentita parte di una comunità quale che sia [Je n'ai jamais eu la conscience d'appar­te­nir à une communauté quelconque]». È l'ebrea Mar­tha Nuss­baum, docente di filosofia alla Brown University, a soste­ne­re che occorre educa­re gli uomini a farsi «cittadini del mondo», poiché ammet­tendo «un confine mo­ral­mente arbitrario, come è quello della nazione, [...] ci privia­mo di qualsiasi valida motiva-zione per indurre i cittadini a ignorare anche le altre barriere». Sono John Browning e l'eletto Spencer Reiss a tirare le logiche conclusioni: «Un'e­conomia senza vincoli ha varie implica-zioni: i consumatori sono in grado di incidere sui processi produttivi [come se non fossero eterodiretti dall'onnipervadente macchina pubblicita­ria!]; lo sviluppo dei mercati è accelerato; i prodotti e gli impieghi hanno vita breve. Nessuno è più legato a niente» (corsivo nostro). Ma ben più onesto nell'identificare la vera motivazione di ogni cosmo­po­lita nel perorare e difendere l'invasione portando a morte le patrie, comu­nità natu­rali che per migliaia di anni hanno retto il civile divenire umano, è stato, nel 2002, il non-conforme pensatore israeliano Israel Adam Shamir: «I Mam­moniti [leggi: capitalisti, ebrei] hanno bisogno degli immigrati per se stessi. Una società coesiva e sana rifiuta istintivamente uomini avidi di denaro, perché l'avi­dità di denaro è un atteggiamento socialmente distruttivo. In una civiltà sana i Mam­mo­niti rimarrebbero dei paria. Ora, l'immigra­zione di­strug­ge la coesività delle socie­tà e i Mammoniti non amano società coesive, prefe­ri­scono società liquide e non tenu­te insieme da forti princìpi, così è molto facile bersele tranquillamen­te. Ecco perché i Mammoniti appoggiano l'immi­grazio­ne» (citato in Priebke E., Autobiogra­fia). Il tedesco Christian Vogel, direttore dell'Isti­tu­to di An­tro­pologia a Got­tin­ga, afferma al contrario che «noi sia­mo sta­ti e siamo tutto­ra legati al guinza­glio e­la­stico de­gli "im­perativi geneti­ci di fitness" [norme etico-compor­tamen­tali per massimizzar­e la ca­pa­cità di so­pravvi­venza della stirpe nel succe­dersi delle ge­ne­ra­zio­ni]. Di con­se­guenza so­no state in­se­rite in noi [...] una serie di ten­den­ze "pre-mora­li" che riman­da­no alla storia preumana del­la no­stra spe­cie: pri­ma fra tut­te la rego­la fon­da­men­ta­le, che sovrasta ogni altra, del­l'ac­cu­ra­ta di­stribu­zione di­scriminan­te — secon­do pros­simi­tà pa­rentale genetica e con­ver­gen­za di interes­si — delle no­stre attivi­tà di aiuto ovve­ro di danno; una pro­pen­sione in­nata che fa ap­pa­rire come un po­stulato estraneo al­la na­tu­ra o­gni etica ega­li­ta­ria­mente impe­gna­ta, in modo indifferen­zia­to, a favo­re dell'u­ma­nità nel suo com­ples­so [...] Ed è appun­to da que­sta anti­chis­sima e­re­dità [...] che scatu­ri­scono le no­stre ten­denze di com­por­ta­mento ine­galita­rie ed ambigue: da un lato la diffi­den­za, il ri­get­to se non l'osti­li­tà nei con­fronti dei non pa­ren­ti, degli e­stra­nei e de­gli stra­nie­ri; dall'al­tro l'al­trui­smo, la disponi­bili­tà ad aiu­ta­re e a sa­cri­ficar­ci per i paren­ti e per gli es­seri umani che ci sono "vi­ci­ni" e con cui abbia­mo confi­denza». Rettore dell'I­sti­tuto di Etologia Umana Max Planck, Ire­näus Eibl-Eibes­feldt appli­ca tali conclusioni al maggiore dei problemi che travagliano l­'uomo, non tacendo la sua propen­sione per una chiusura delle fron­tiere euro­pee alle migrazioni allogene: «Se gli immi­grati desidera­no in­te­grarsi in una cultura affi­ne [...] la conflit­tuali­tà potenziale è minima. Esempi in questo sen-so sono forniti dalle migra­zioni in­ter­ne eu­ro­pee [...] Ciò che contribuisce a le­gare è, in Euro­pa, la comune ere­dità occi­den­tale [...] Greci, Romani, Cel­ti, Germani, Slavi e molti altri popoli hanno dato il loro contri­bu­to nel creare l'Occi­dente, i cui abitanti sono stretta­men­te affini an­che da un punto di vista fi­sico-antropo­logico e dunque ge­ne­ti­co». Quando invece l­'affi­nità di sangue non esista, «l'in­te­grazione può diventa­re diffi­ci­le­, soprat­tut­to se gli immi­grati ar­ri­va­no a ondate in un periodo relativa­mente breve e hanno dun­que la pos­sibili­tà di formare comuni­tà sempre più va­ste unen­dosi ai con­na­zionali già pre­sen­ti [...] L'im­migrazio­ne, in casi del genere, potrà essere causa di tensioni e di conflitti, poiché sarà vista come una vera e propria in­vasione. Una etnia che conce­da l'immigrazio­ne ad un'al­tra non disponibi­le a integrarsi e presente con un gran nu­me­ro di indivi­dui cede la propria terra e in più li­mi­ta le proprie pos­si­bilità di successo ri­produtti­vo, per­ché il carico uma­no che un ter-ritorio può soste­ne­re non è il­li­mi­tato [...] Se gli uomini non devono te­mere i rap­pre­sen­tanti di altre culture come concor­renti, ne apprez­za­no le con­qui­ste cultu­rali e conside­rano la loro diversi­tà come una variante molto attra­ente. Soltanto il ti­mo­re di perdere la pro­pria identità incrina la simpatia reci­pro­ca e in­genera odii collettivi capa­ci di spingersi fino al­la follia del ge­no­cidio». Terzo ad avvertire il peso dello snaturamento dei popoli da parte del Sistema, lo storico Ernst Nolte (II), pur con tutte le viltà/inconseguenze da buon liberale, non si lascia paralizzare dal Grande Ricat­to, ma ricorda, all'in­tervi­statore che gli rammenta le «tragi­che esperien­ze naziste» per indurlo a trangu­giare il Multirazziali­smo Mi­gra­torio­, come tale «valvola di sfogo» serva solo a di­struggere altre società senza recare il minimo sollievo alle popolazio­ni di partenza, aggravandone anzi la condizio­ne: «Aiu­tare il prossi­mo e so­prat­tutto lenire il dolore e il bisogno altrui è certamente virtù cristiana, ma questo non impedisce che l'aiuto possa venire prestato là dove sor­ge il biso­gno. Nel nostro caso, vuol dire che questo migrare verso l'Euro­pa e l'Ame­rica non sempre ha ragione d'essere e non è qualcosa di ineluttabi­le, cui con­trap­porre solo le ragioni del nostro egoismo o semplice­mente la preserva­zione della nostra indi­vidua­lità cultu­ra­le, per quanto preziosa possa essere. Questo è un fenomeno che non dan­neg­gia solo gli europei o gli ameri­cani, ma è una priva­zione in primo luogo per le popolazio­ni che migrano, le quali si vedono esposte a subire i condizio­na­menti di un modo di vita loro estraneo, il che li depaupera dal punto di vista della ricchezza spiri­tuale, anche se può offrire loro sollievo materiale [...] Per corret­tezza si dovreb­be dire che chi emigra da questi paesi non è la popola­zione nel suo com­plesso, ma tre com­po­nenti di essa: i più capaci, i più attivi, i più discuti­bili, questi ultimi con più spiccata tendenza ad attività illecite [...] Queste migrazioni gigantesche da aree geo­gra­fiche disomogenee e scarsa­mente svilup­pate, quan­do non contenu­te in limiti sop­portabili e controllabili, finiscono per essere dannose non solo per i paesi ospitanti, ma per le stesse regioni di prove­nien­za. In questi casi è necessa­ria la chiarezza. Bisogna avere il corag­gio di dire, talvolta anche con una certa ener­gia: noi siamo intenzio­nati ad aiutarvi, ma cercate di aiutarvi voi per primi, là dove sono le vostre terre d'origine, esat­ta­mente come abbiamo fatto noi con lo sviluppo della civiltà occi­dentale. Il nostro intento è d'esser­vi utili, ma non al prezzo di sconvolge­re il nostro si­ste­ma di vita, al punto di compro­mettere gli equilibri su cui poggia. Da questi equi­li­bri dipende la sopravviven­za di chi ormai lavora qui e, conse­guentemen­te, anche di coloro che sono rimasti nei loro paesi di appartenen­za». Ed ancora, un anno più tardi, rilevando la minaccia mortale (IV): «Temo che adesso il contrasto coi princìpi etici si faccia più duro, che tali princìpi perdano forza e resti solo il pursuit of happiness, il mero edonismo. Il vago umanitarismo che sembra do­minare in Occidente è in effet­ti utile alle mino­ran­ze, ma copre l'individua­lismo radi­ca­le della società liberista. E questo è il grande pericolo [...] Il pericolo principale, quello che riguarda la realtà originaria dell'uomo, è il rapporto con le generazioni future, la volontà di continuar­si. Il crollo demografi­co della società occidentale è il sintomo più evidente e terribile di questa incapacità di superare il mero individuali­smo dei singoli. Già solo questo fattore demografico è in grado di affondare l'Europa in alcuni decenni. È un segno del­lo sfinimento mo­ra­le di una nazione». «Una nazione» – conclude lo storico, chiamando a ribellione (V) – «nella quale questa tendenza è diventata regola generale si estingue pro­gressiva­mente e ha davanti agli occhi la propria scomparsa definitiva. Ma per poco che una grande parte degli individui possa essere preoccupata da questo, certo è che tutti terranno fermi quei vantaggi che sono loro pervenuti dal lavoro dei loro antenati, mentre un'altra parte potrà decidere per una resisten­za disperata. Non meno forti saranno le richieste e gli attacchi di coloro nei quali l'individuali­smo non è, o non è ancora, diventato l'unica forza determi­nante e che conte­sta­no i privilegi di coloro che sono più forti in ragione calcolatrice e più deboli in energia vitale tradizionalmen­te morale». «L'uomo disidratato regnerà in un mondo igienico» – aveva scritto Mauri­ce Bardè­che – «Immensi bazar echeggianti di pick-up simbolegge­ranno questa razza a prezzo unico. Mar-ciapiedi mobili percorreran­no le vie e trasporteran­no ogni mattina a un lavoro da schiavi la lunga fila di uomini senza volto che la sera riporteranno indietro. Questa sarà la terra pro-messa. Coloro che ado­pe­rano i marciapiedi mobili non sapranno che sia mai esistita una condi­zio­ne umana. Non sapranno ciò che erano le nostre città, quando erano le nostre città [...] Si meraviglie­ranno che la terra sia stata bella e che noi l'abbiamo amata. La coscien­za universale pulita, teorica, tagliata a forma di stella, illuminerà i loro cieli. Ma sarà la terra promessa. E in alto regnerà la "persona umana", quella per cui si è fatta que­sta guerra e che ha inventato questa legge. Giacché, alla fine, si ha un bel dire: una "persona umana" c'è. Non è i tede­schi del Volga, non i baltici, non i cinesi, non i mal­gasci, non gli annamiti, non i cechi, non i proletari, beniteso. Noi sappiamo bene chi sia la "persona umana" [...] Questi catecumeni dell'umanità nuova hanno le loro abitudini, che sono sacre. Non lavorano la terra, non pro-ducono nulla, non vogliono es­se­re schiavi. Non si mescolano agli uomini del marciapiede mobi­le: li contano inve­ce, e li avviano verso i compiti loro assegnati. Non fanno la guerra, ma amano in­se­diarsi nelle botte­ghe brillanti e illuminate dove, la sera, vendono carissime all'uo­mo del marciapiede le cose che egli stesso ha fabbricato e che hanno comprato da lui a poco prezzo. For­mano un ordine: hanno questo in comune coi nostri antichi cava­lie­ri. Non è forse giusto, dopo tutto, che siano tenuti a parte dagli altri uomini, poi­ché sono i più sensibili alla voce della coscienza universale e ci offrono il modello a cui dobbiamo conformarci? I loro gran sacerdoti vivono in capitali lontane. Essi ve­nerano in loro i rappre­sentan­ti di quelle fami-glie illustri, celebri per il molto denaro guada­gnato e per la pubblicità fatta. E sono felici di leggere sugli stemmi di questi eroi la cifra dei loro dividendi. Ma questi potenti hanno grandi preoc­cu­pazioni. Medi­ta­no sul­la carta del mondo e decidono che il tal paese produr­rà arance e il tal altro cannoni. Chinati sui grafici, incanalano milioni di schiavi del marciapie­de mobile e, nella loro saggezza, stabiliscono il numero delle camicie che saranno autorizzati a comprare nel­l'anno e la cifra delle calorie che saranno date loro per vivere. Il lavoro degli altri uomini circola e s'iscrive sui muri del loro gabinetto come in quei quadri a tubature traspa­renti in cui corrono ininterrottamente linfe colorate. Sono i macchini­sti dell'u­ni­verso. Chi si ribella a loro alza la voce contro gli dei. Partiscono e decido­no: e i loro servi, ai quadrivi, ricevono rico-noscenti gli ordini e indicano la direzione all'uo­mo del marciapiede mobile. Così funziona il mondo senza fron­tiere, il mondo ove ciascuno è a casa propria, il mondo il cui nome è Terra Promes­sa». A questo punto, nota Bardèche – e per apprezzarne fino in fondo l'acume ricor­di il lettore che non scrive nei nostri anni felici, ma nel lontanissi­mo 1949 – «vediamo dispie­garsi davanti ai nostri occhi il panorama del nuovo sistema [...] non si tratta più di servag­gio ma di in-gerenza, non di controllo ma di pianifica­zio­ne, non di malthu­sianesimo ma di esportazioni organizzate; ancor meno di occu­pa­zione, soltanto invece di confe­renze internazionali, le quali sono una specie di consulti medici sulla nostra tempera­tu­ra democratica. Intorno al tavolo ci sono tutti, ognuno ha la sua scheda per votare. Non ci sono vinti o vincitori. La libertà regna e ciascuno respira non come si respira con un polmone artificiale, ma come si respira nella cabina di un batiscafo o di un aero­sta­to dove la quantità di ossigeno è regolata da un sapiente meccani­smo di immis­sio­ne. Tutti hanno deposto all'entrata un certo numero di idee false e di pretese super­flue, come i maomettani depongono le babbuc­ce prima di en­tra­re nella moschea. Tutti sono liberi, perché ognuno prima di entrare ha giurato di rispettare in eterno i princìpi democratici, ha firmato cioè, prima di ogni altra cosa, un abbonamento perpetuo alla costi-tuzione degli Stati Uniti. Non è forse questa la felicità? Non è un compromesso felice tra i due ostacoli che ci ferma­va­no? Così la quadratura del cer­chio viene risolta. La Germania è con-dannata non solo per avere violato il trattato di Versailles, ma essenzial­mente per aver agito contro lo spirito e gli editti della coscienza universale e cioè della democrazia. Può riprendere però il suo rango tra le altre nazioni libere, se giurerà fedeltà alla dea offesa». Quali sono le conseguenze pratiche di tale impostazione non tanto politica quanto con-cettuale e quindi esistenziale? Presto detto: «Il ridurre gli Stati alla condizione di privati citta-dini ha come primo risultato il consacramento del­l'"attuale" distribuzione della ric­chezza nel mondo. L'i­neguaglianza sociale si riproduce nella medesi­ma misu­ra negli Stati, e nel me-desimo rapporto con gli istituti giuridici. Il cittadino cioè è nominato guardiano dell'inegua­glianza che l'opprime [...] Voi siete libe­ri, ci si dice, ma liberi a patto di accettare la vostra sorte. Avete diritti uguali a quelli degli altri, ma dovete sapere che gli altri hanno rinunciato al diritto di discutere l'essenziale [...] Democra­zia e immo­bi­lità: ecco la nostra divisa: tutto va per il meglio nel migliore dei mondi, e perciò s'invita­no i diseredati a montare la guardia davanti al patri­mo­nio dei giusti. S'incon­trano così e si compenetrano due uomini all'apparen­za estranei, il mo­rale e l'eco­no­mi­co. Norimberga pretende di garantire la pace. Accade pe­rò che la pace e la coscien­za universale, benché seggano nell'empi­reo, sono come i re i quali, diceva Montaigne, sono sì seduti sui loro troni, ma sono pur sempre seduti sul culo». Prefigurando l'approvazione di leggi demorepressive à la Mancino/Ma­stel­la (tanto per fermarci in Italia), Bardè­che traccia, con sbalorditiva precisione per l'epoca in cui fu stilato, il profilo della Quarta Guer­ra: «Dapprima, abbia­mo impa­rato che non aveva­mo il di­rit­to di riunirci sulla piaz­za da­vanti alla casa del cadì [metaforico: dall'arabo qadi, "giudice"], e di dire: "Questa città fu dei nostri padri ed ora è nostra, questi campi furono dei nostri padri e perciò ci apparten­gono". E ades­so il cadì non ha più il diritto di cam­mi­nare preceduto dalla spada della giustizia: egli ha abbando­na­to la sua sovra­nità, ecco agenti bellissimi con un casco bianco in testa i quali annuncia­no la pace e la prosperità. Benvenuti, agenti dei nostri padroni! [...] In questo mondo che poco fa sentivamo fluido, sfuggente a ogni defini­zione e certez­za, c'è final­mente qualcosa di stabile, di definitivo, di irrevocabi­le: le leggi che ci rendono tributari. Da noi, nelle nostre città, più nulla vi è di sicuro, non esistono più limiti certi tra il bene e il male, non vi è più terra su cui poggiare i piedi: ma sopra di noi un'architettura vigorosa co-mincia a dise­gnar­si. Il cittadino francese, tedesco, spagnolo, italiano non sa bene quale sorte sia a lui riservata, ma il cittadino del mon­do sa che l'impal­ca­tura armoniosa dei patti si innalza per lui. La sua persona è sacra, le sue merci sono sacre, i prezzi di costo sono sacri, i margini di guadagno sono sa­cri. La repubblica universale è la repubblica dei mercanti. La lotteria della storia è ferma una volta per tutte. Vi è una sola legge, quella che permette la conser­vazione dei guada­gni. Tutto è permesso, salvo il tornare su queste cose. La distribuzione dei lotti è definitiva. Siete in perpetuo venditore o comprato­re, ricco o povero per sem­pre, padrone o tributario fino alla fine dei secoli. Là dove le sovranità nazio­na­li si spengono, comincia a ri-splendere la dittatura economica mon­dia­le. Un popolo non ha più alcun potere contro i mercanti se ha rinunciato al diritto di dire: "Ecco i contratti, ecco gli usi, e voi pagherete questa decima per seder­vi". Gli Stati Uniti del Mondo sono una concezione po­litica soltanto ap­pa­rente­mente: in realtà si tratta di una conce­zio­ne economi­ca. Questo mondo immobile non sarà più che un'enorme Bor­sa­: Winnipeg dà il corso del grano, New York quello del rame, Pretoria del­l'oro, Am­sterdam del diamante. Quale rimedio ci rimane se non siamo d'ac­cordo? La discus­sio­ne tra ricco e povero? Ne conosciamo i risultati». «Ci rimane però una consola­zio­ne, ed è la coscienza universale che ci go­ver­na. Giuristi perfettamente aggiornati ci portano leggi già fatte. Essi sono i guardiani della vestale Demo-crazia. Simili ai grassi eunuchi che sorvegliano le strade dell'harem, hanno un volto scono-sciuto e parlano un linguaggio a noi incomprensibile. Sono gli interpreti delle nuvole. La loro funzione consi­ste nel metterci a portata di mano i preziosi miste­ri della libertà, della pace, della verità [...]­ Oggi la giustizia e la mansuetudine illuminano le vostre fronti! Ingegneri invisibili tracciano con una cordicella il nostro universo. Avevamo una casa, avremo al suo posto la pianta di una casa. Un occhio in mezzo a un triangolo, come sulla copertina di un catechismo, go­verna la nuo­va creazione politica. Gli idea­li­sti si sono scatenati. Ogni produttore di mostri ha diritto di parola. Il nostro mondo sarà bianco come una clinica, silenzioso come una ca­mera mortuaria [...] Le nazioni sono evirate. La teoria degli Stati Uniti del Mondo è un'impostura fondata su un po­stu­lato politico, e il postula­to dell'ec­cel­lenza democrati­ca è un postulato esattamente simile a quello dell'eccellenza del marxismo. È inoltre un mezzo di intervento come lo è il marxi­smo. Noi non siamo più uomini libe­ri: non lo siamo più da quando il tribuna­le di Norim­berga ha proclamato che sopra le nostre volontà naziona­li esiste una volontà universale la quale, sola, può emanare le vere leggi. Non è il piano Marshall a minacciare la nostra indi­pendenza, sono i princìpi di Norimberga». «Bisogna avere la lucidità di ammet­terlo» – incalza il francese André Béjin – «la con­dan­na attuale del "razzismo" è il risultato non di una inelutta­bi­le evoluzione della coscien­za morale, ma, in gran parte, di quel caso della storia recente che è stata la sconfit­ta militare della Ger-mania nazista, la quale aveva fatto del razzismo lo zoccolo dottri­nario essenziale della propria azione politi­ca» (sulla stessa linea, l'ebraico duo Shermer-Grobman riconosce – stropiccia­moci gli occhi! – che «senza l'O­locau­sto forse il fascismo sembrerebbe un'al­ter­na­tiva più accettabile alla democra­zia»). Similmente commenta su AGRIculture (n.3, maggio 2000), riferendo del­l'incontro all'Ac-cade­mia dei Georgofili sul tema della globalizza­zione, il giornalista A. Santini: «Opporsi alle conseguenze politiche della grande unifi­cazione economica è possibile solo evocando spettri paurosi: quello del razzi­smo, quello del nazionalismo, scontri che risvegliano nei popoli i sen-ti­men­ti della contrapposizione, del confronto ideale e militare [...] Contro la ragione di quel processo si oppongono i rigurgiti di odio nazionalistico» (profittando dell'occasione, prende al balzo la palla l'ex boss World Trade Organi­za­tion Renato Ruggie­ro: «L'Europa deve trattare con la disponibilità a cedere, pronta a rinunciare alla protezione della propria agricoltura, a lasciare che il proprio mercato interno lo conquistino le derrate di continenti diversi»). Similmente il Centro Militare di Studi Strategici nel Rapporto di ricerca su movi­menti mi-gratori e sicurezza nazionale: «Tanto le manife­sta­zioni d'anti­semitismo quan­to il razzismo contro gli uomini e le donne dalla pelle di colo­re diverso appaiono na­tu­ral­mente tanto più gravi in quanto avvengono sul mostruoso sfondo sto­rico di quan­to è già avvenuto, in passato, proprio in Germania» (ovvio quindi – a parte, visto l'as­sas­sinio dell'anima tedesca cerca­to dai Riedu­catori, l'«autoimpo­sti» – il commen­to di Paolo Va­lentino II sulla BRD, indotta ad eleg­ger­si «terra d'asilo per eccellen­za, un altro degli obblighi morali autoimposti dopo la tragedia e gli orrori del nazismo»). Similmente Gitta Sereny: «Giusto o sbagliato che sia, è il genocidio degli ebrei che dalla fi-ne del Terzo Reich domina non solo il giudizio del mondo nei confronti del nazismo, ma anche la coscienza della maggior parte dei tede­schi». Similmente Fiamma Nirenstein (I), illustrandoci la potenza del Paradig­ma, in parti­co­la­re quanto ai confrères: «Si può capire bene che la parola razzi­smo suoni disgusto­sa, dopo che il XX secolo le ha impresso l'im­pronta del­l'as­sas­sinio di massa, dopo che Hitler è stato il profeta della razza e la Germania ne ha fatto la politica ufficiale di un governo potente e dinami­co volto allo sterminio. Neppure Shakespeare o Dostoev­skij dopo Auschwitz avrebbero così tranquillamente disegnato dei caratteri di ebreuc­ci, di usurai e mercanti infimi, abbandonandosi ai loro stereotipi». Similmente il francese Pierre-André Taguieff, direttore di ricer­ca al CNRS, rilevando (II) che per la contempo­raneità «il razzismo è essen­zial­mente "pre­giudizio", come si diceva nella tradizione cartesiana, o "ideolo­gia", come si dirà nella tradizione marxista. L'antirazzi­smo dogmatico ege­monico è il risul­ta­to di una fusione delle tradizioni cartesiana e marxista: è uno dei virgulti ideologici meglio riusciti, in quanto più efficace, del recente matrimo­nio tra il razio­na­lismo critico prodotto dall'Illuminismo e il rivoluzio­narismo scienti­sta-demi­stifica­tore. Matrimonio ideologico-politico al quale ha spianato la strada, per effetto di una concatena­zione di effetti contingenti come spesso accade nella storia, la vitto­ria degli Alleati sull'Asse. Attraverso le litanie dell'antirazzismo dominante, e che funziona come un'ideologia domi­nante, è la lotta contro il nazismo che torna in cam­po, ed è anche la vittoria sui barbari effetti del razzismo hitleriano che viene comme­mora­ta». E a riconferma – ancor ce fosse bisogno – i rieducati Rudolf Burger, docente di Filo­sofia a Vienna, e Wolf­gang Müller Funk, sociologo­: «Nozioni come sti­rpe e razza, dopo i crimini nazisti perpetrati nel loro nome, non sono più fruibili: in Europa l'area post-comunista è anche post-fascista e ciò interdi­ce, a parte che per gli estremi "vecchi diritti", l'uso pubblico-politico di determinati termini come concetti». Ed ancora il sefardita Martin Bernal, docente di Scienze Politiche alla Cornell Uni­ver­sity, il fantasioso ideatore, con Black Athena, delle «radici afro-asiatiche della civiltà classica»: «A partire dagli anni Quaranta, sia il razzismo che l'antisemiti­smo hanno perduto la propria rispettabilità a causa delle politiche "razziali" e "antise­mite" della Germania nazista» (perfetto: si pensi solo, a contrariis, alle conseguenze del disve­la­mento della Grande Menzogna e del crollo del Supremo Immaginario!). Nulla invero di originale, poiché a illustrarci il Ricatto si era alzata mezzo secolo fa, tra le rovine d'Europa, sempre la potenza etico-intellettuale di Bardèche: «"Non vo­gliamo più ve­de­re cose simi­li", dice la coscienza del­l'umani­tà. "Cose simili", come vedre­mo, neppu­re sa esatta­mente che siano. Non­di­meno la voce dell'umanità è comodissi­ma: è una potenza anonima che si risolve in un principio di impotenza. Non impone nulla, non pretende di im­por­re nulla. Se un movimen­to analogo al nazional­so­cialismo venisse domani a ricosti­tuirsi, sicuramente l'ONU non interverrà per domandarne la soppres­sione. Ma la "coscienza uni­versale" approverà qualsiasi governo pronunciasse l'ostra­cismo contro un tale partito o, per comodità, contro un qualsiasi partito simile al na­zionalsocia­lismo. Ogni risorgimento nazionale, ogni politica di forza o semplice­mente di conve­nienza è colpita da sospetto [...] Niente è inter­detto, ma siamo avvisati che un certo "orientamento" non è buono. Siamo in­vi­ta­ti a coltivare dentro di noi certe simpatie e a decidere certi rifiuti definitivi [...] La condanna del partito nazionalso­cialista va assai più lontano di quanto possa sembrare. Essa colpisce in realtà tutte le forme solide, tutte le forme geologiche della vita politica. Ogni nazione, ogni partito che abbiano il mito della patria, della tradizione, del lavoro, della razza sono sospetti. Chiunque reclami il diritto del primo occupante, e attesti cose evidenti come la signo­ria della città, offen­de una morale uni­versale che nega il diritto dei popoli a redi­ge­re la propria legge. Non soltanto i tede­schi ma noi tutti venia­mo così ad essere spoglia­ti. Nessuno ha più diritto di sedersi nel proprio cam­pi­cello e di dire: "Questa terra mi appartiene". Nes­suno ha più il diritto nella città di levarsi e dire: "Noi siamo gli anziani, noi abbiamo costruito le case di questa città; colui il quale si rifiuta di obbedire alle leggi se ne vada". Ormai è scritto che un concilio di esseri impalpabili ha il po-tere di sapere ciò che avviene nelle nostre case e nelle città». «Ecco le conseguenze del regno delle nuvole. La più importante è la rinun­cia da parte di tutte le nazioni, partecipanti o no ai trattati (della morale sono comunque partecipi), alla propria sovranità in favore della comunità interna­zio­nale. Questa idea è talmente diffusa come base del mondo futuro che tutti i giorni siamo in qualche mo­do invitati ad adeguarci ad essa [...] Non possia­mo renderci conto in tutta la sua por­ta­ta di questa abdicazione [...] Constatere­mo così che le nazioni non soltanto rinun­ciano al diritto di distinguere per proprio conto il tollerabile dall'intolle­rabile, ma in realtà cedono il diritto di distinguere il giusto dall'ingiusto. Lasciano ad altri il diritto di giudicare non soltanto se esse siano danneggiate, ma se vivono conforme­mente alla morale. Per tutto devono chiedere il permesso [...] Esiste ormai dopo il giudizio di Norimberga una religione dell'Umanità, e c'è anche un "cattolice­simo" dell'U­ma-nità. Noi dobbiamo sottomissione alla Santa Chiesa Madre dell'uma­ni­tà, che ha per bom­bar­dieri i missionari. La sentenza di Norimberga è la bolla Unigenitus. Ormai il conclave parla e gli scettri cadono. Entriamo nella storia del Sacro Impero. Questa nozione di uno stato uni-versale che governa le coscienze è dunque il corona­mento dei princìpi fin qui soltanto enunciati. Senza questa conclusione, essi non avrebbero un senso completo: con essa tutto si illumina, la cupola dà all'edificio la sua forma».

Fonte: Gianantonio Valli, "Holocaustica religio - Psicosi ebraica, progetto mondialista", Pagine 132-149, ©2010

 


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Author(s): Olodogma
Title: Ho£ocau$tica religio - Fondamenti di un paradigma o£ocau$to e mondialismo
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Published: 2012-11-07
First posted on CODOH: March 16, 2017, 4:17 p.m.
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