Piero Sella: Alle radici del mondialismo
Published: 2012-11-21

ALLE RADICI DEL MONDIALISMO

di Piero Sella

– numero 50* - http://www.uomo-libero.com

*Invitato dalla Lega Nord, Piero Sella ha partecipato il 10 settembre 2000 ad Erba a una tavola rotonda nel quadro dell'Università d'Estate sul tema «Mondialismo e omologazione dei popoli». La relazione è stata tratta dal testo che qui pubblichiamo. - Origini storiche e culturali della globalizzazione. - Suoi effetti sulla politica e sul costume europei. - Questione ebraica e politica internazionale. Dopo la vittoria a Sedan sui francesi nasceva nel 1870 il Reich germanico. In quello stesso anno Roma era capitale d'Italia. In Estremo Oriente, proprio in quello stesso periodo, si affacciava alla modernità il Nuovo Giappone. Il destino delle tre nazioni rimase abbastanza simile anche negli anni successivi. Ciascuna fece del suo meglio per portarsi al livello delle Grandi Potenze. I migliori risultati furono quelli ottenuti dalla Germania. Il possesso di ricche colonie in Africa, ma soprattutto lo spettacolare sviluppo industriale e il grande attivismo nella politica estera, erano però destinati a suscitare le preoccupazioni e la reazione anglo-americana, francese e russa. Col primo conflitto mondiale e la pace di Versailles, la Germania fu spogliata di tutti i suoi possedimenti esterni, condannata a versare enormi, punitive somme a titolo di riparazioni di guerra, smembrata e accerchiata da Stati ostili, cui i vincitori avevano dato vita unicamente allo scopo di impedire, per il futuro, un ritorno tedesco verso l'Est e i Balcani. All'epoca della prima guerra mondiale, né l'Italia né il Giappone avevano la forza per recitare un loro ruolo autonomo; scelsero perciò di accodarsi alle Grandi Potenze, ricavandone, contro gli Imperi Centrali, vantaggi di poco conto. Col crollo dell'Impero Zarista sia la Germania che il Giappone avevano cercato di allargarsi. Sconfitta a Occidente, la Germania dovette però ritirarsi dai territori occupati all'Est, ed anche il Giappone, su pressione degli Stati Uniti,fu costretto ad evacuare la Siberia. Già allora, evidentemente, gli Stati Uniti avevano deciso di farsi paladini dell'integrità della Russia comunista. L'ingiusto trattamento ricevuto e la conseguente nascita di regimi nazionalisti, portarono Roma e Tokyo a rivendicare per i loro popoli pari opportunità di spazio e di risorse. Era una politica che doveva spingere i due paesi ad affiancare la Germania, che si stava muovendo con le medesime finalità, e che voleva in primo luogo riunire sotto un'unica bandiera tutte le genti tedesche. Le tre nazioni vennero così a trovarsi in rotta di collisione con gli anglo-americani, i quali, arroccati sui loro privilegi, si rifiutavano di riconoscere, ai nuovi venuti, gli stessi loro diritti. Basti pensare alle scandalizzate, ipocrite proteste perché l'Italia si era fatta in Etiopia il suo impero, perché il popolo austriaco aveva voluto entrare a far parte della Grande Germania,perché il Giappone cercava di estendere la sua sfera di influenza nei mari vicini alle sue isole. Mari nei quali vi erano vaste colonie inglesi, francesi, americane e olandesi. Germania ed Italia furono trascinate, separatamente ed in modo pretestuoso, in una guerra che non avevano voluto e che non avevano i mezzi per vincere. Il Giappone fu a sua volta costretto, dall'arroganza americana, a reagire con un gesto disperato. La grande coalizione tra le ricche potenze coloniali e la Russia, tra democrazia e comunismo,segnò le sorti del conflitto '39-'45. I rapporti tra le forze in campo non potevano lasciare del resto dubbi sull'esito dello scontro. La tesi che la Germania avesse ambizioni di dominio mondiale è, per gli storici competenti, solo un'uscita propagandistica. La formula della resa incondizionata, scelta dagli Angloamericani, consentì invece la distruzione del potenziale industriale europeo e fu alla base della totale occupazione del Continente che fu spartito e che, grazie alla Politica dei Blocchi e all'imbroglio della Guerra Fredda, rimase diviso per cinquant'anni in due zone di influenza, quella americana e quella sovietica. Il resto del mondo ai nuovi padroni non poteva dare fastidio. Era costituito da paesi privi di peso politico ed economico, abitati da popolazioni arretrate o imbastardite, paesi facilmente controllabili attraverso il guinzaglio di regimi parlamentari e di classi dirigenti corrotte. La decolonizzazione dell'Africa e l'ingresso nel Continente Nero, al posto degli europei che non l'avevano snaturato più di tanto, del neocolonialismo americano, misero il destino di altre decine di milioni di uomini nelle mani degli Stati Uniti. Le monoculture, alle quali erano interessate le multinazionali, dovevano segnare la fine dell'agricoltura familiare e dell'autosufficienza alimentare, aprire le porte alla miseria, all'indebitamento, all'emigrazione. Poiché gli Stati Uniti, subentrando ai britannici, avevano messo le mani anche sulle risorse petrolifere del Medio Oriente, il dollaro era intanto diventato la moneta unica degli scambi internazionali. Tutte le economie deboli, quelle non in grado di reggere la concorrenza internazionale, furono intanto messe, dall'ingannevole formula della libertà di mercato, alla mercé di quelle forti. Gli Stati minori cominciarono a questo punto a perdere colpi, ebbero bisogno, così come la plutocrazia aveva pianificato, di aiuto e, per la propria esistenza, si trovarono a dipendere dai consigli e dai dollari elargiti dall'Occidente. Ovviamente su insindacabile giudizio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, cioè degli Stati Uniti. È facile capire come, con tali premesse, gli ultimi cinquant'anni di storia abbiano registrato la progressiva perdita di sovranità dei vari Paesi, la loro sudditanza economica e monetaria verso l'America, e la corrispondente diffusione di un modello supernazionale, quello liberalcapitalista,interessato alla globalizzazione politica ed economica. Ma, al di là della incombente presenza dell'apparato militare americano e del ricatto della grande finanza, per capire l'avvento del Nuovo Ordine Mondialista e le ridotte resistenze che esso oggi incontra, è necessario prendere in considerazione l'inesausta pressione culturale che si è riversata sui Popoli, per annullarne ogni giudizio autonomo, ogni orgoglio etnico,qualsiasi capacità di reazione. Si è colpevolizzata, manipolando la Storia, la naturale tendenza etnocentrica. Si sono combattute, all'insegna del cosmopolitismo e della libertà di mercato, l'idea della preferenza interna, e quella della tutela dell'industria, dell'agricoltura e del lavoro europei. Si è soprattutto incoraggiato l'imbastardimento razziale, e ciò attraverso la demagogia dell'uguaglianza, la cultura dell'integrazione e dell'accoglienza, la diffusione del «buonismo» e, al suo interno, di un fenomeno di eccezionale gravità, quello dell'adozione internazionale. La scuola, la Chiesa, lo spettacolo, l'editoria, hanno dato il meglio di sé in questa campagna,che ha visto destra e sinistra collaborare per lo stesso obiettivo: trasformare i popoli in una massa amorfa di consumatori, interessati unicamente ai temi della sopravvivenza e, tutt'al più,del benessere economico. L'esistenza di un preciso disegno teso ad imporre la società multirazziale - non abbiamo la minima esitazione a parlare di vero e proprio complotto - è sotto gli occhi di chiunque si sia piazzato negli ultimi mesi davanti a un televisore a seguire il telegiornale. Mentre un cittadino italiano è costretto ad attendere per mesi un passaporto, entrare nel nostro paese, per i clandestini, è uno scherzo. Basta essere avvistati al largo - in acque internazionali - da una vedetta della marina militare, e subito escono dai nostri porti mezzi navali che premurosamente portano a riva gli stranieri, i quali vengono accolti dalle autorità locali, dalla Caritas, rifocillati, ospitati ed accuditi. Vengono anche curati, ma con discrezione, perché le loro malattie - lebbra, tubercolosi, scabbia e AIDS - non diventino occasione di violazione della privacy. Da mesi i servizi televisivi sono incentrati sulle drammatiche scene dei disagevoli sbarchi sulle nostre coste, sulle commoventi disgrazie riguardanti zingari o albanesi; sulle proteste inscenate nelle strade e nelle piazze delle nostre città da curdi, somali, kosovari, gente che nessuno ha mai invitato, che nessuno vuole in casa nostra e i cui problemi non ci interessano. Ultimamente, a supporto delle farneticazioni della Turco e dei vari Mentana, Mimun, Colombo e Costanzo, sono sopraggiunte le interviste a quegli imprenditori che sostengono la necessità di importare mano d'opera straniera. Rivelatrici anche le notizie che riguardano l'implicazione di immigrati in fatti di criminalità. Pochi giorni fa abbiamo appreso dalla TV che una banda di marocchini, pescata a Roma dai carabinieri con centinaia di documenti falsi, carte di identità, patenti, timbri e tutto l'armamentario per estendere l'attività, è stata ... denunciata a piede libero. In casi di maggior gravità l'esecutivo democratico giunge però a minacciare l'espulsione. Per gli albanesi, dediti a pascolare le loro greggi di prostitute, il severissimo presidente del Consiglio ha addirittura proposto di castigarli multando i clienti delle loro spose e delle loro sorelle. I telegiornali sono così diventati il bollettino di una guerra che l'Italia ha perso in partenza perché il governo democristiano e comunista rifiuta di battersi. Non ci si dica che è impossibile fermare l'invasione. Quante persone scavalcavano il muro di Berlino? Quanta gente riesce a sbarcare oggi sulle coste israeliane? La fissazione monomaniacale della nostra classe dirigente è stata ulteriormente messa in luce giorni fa da un servizio TV nel quale sono stati filmati i nuovi modelli di uniformi femminili. Ebbene la sfilata è iniziata con una negra che sculettava indossando la divisa dell'Accademia di Modena, e questo sotto l'occhio ebete e compiaciuto di alti ufficiali in uniforme. Altrettanto emblematico l'atteggiamento di un giudice cui è toccata l'indagine su un minore stuprato e strangolato da alcuni zingari. Costui, il Procuratore Generale di Cassino Gianfranco Izzo, ha dichiarato al giornalista del Corriere della Sera che lo intervistava: «Quando ad un certo punto le indagini si sono indirizzate verso quei dite ragazzi nomadi, mi si è stretto il cuore. Mi creda, sospettare due nomadi, per me, è stato un vero sacrificio». Né ci risulta che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia preso provvedimenti. La perdita di sovranità politica ed economica è legata anche al fatto che i singoli Stati hanno dovuto accettare una collocazione subordinata rispetto alle istituzioni internazionali, le quali stanno imponendo a getto continuo, come piovessero da un Olimpo incontestabile, una serie di Superleggi. Solo il rispetto di queste leggi quadro, che recepite alla chetichella assumono però rilievo costituzionale, consente agli Stati di sopravvivere, sia pure con il ridotto margine di autonomia consentito dalla loro attuale natura di provincie dell'Impero americano. Quella in cui viviamo è quindi una forma di democrazia apparente, nella quale il popolo, e per lui il governo, non può più decidere nulla: le questioni che contano sono sottratte alla sua sovranità e vengono stabilite altrove. Quale politica economica può fare una nazione se non le è consentito occuparsi del tasso di sconto, del cambio, del credito? Che democrazia è se il popolo non può pronunciarsi - come aveva proposto la Lega Nord col suo referendum - su chi far entrare e a chi concedere o meno la cittadinanza? La prepotenza è sostenuta ancora una volta dal controllo assoluto, a livello mondiale, degli strumenti di formazione dell'opinione pubblica, talché, alle centrali d'oltreoceano, riesce agevole imporre, urbi et orbi, il proprio punto di vista; punto di vista che gli Stati non possono più contestare, pena - a mezzo sanzioni o intervento umanitario - l'estromissione dalla comunità internazionale. Ecco perché oggi - completamente omologate - l'informazione e la cultura sono diventate il cimitero della verità e della libertà. La loro funzione è quella di ripetere ossessivamente le tesi care al Sistema per spingere le masse verso il più piatto conformismo. Ed è proprio il fatto che i giornali, lo spettacolo, la televisione siano la negazione del pluralismo ad assicurare loro agibilità. Se vogliono vivere, i mass media devono apparire politicamente corretti, cioè democratici, liberisti, ossequiosi dei cosiddetti Diritti Umani e delle forze preposte a farli rispettare. Devono dunque mostrarsi riconoscenti agli Stati Uniti che hanno scelto il nemico e si sono sobbarcati l'onere militare di attaccarlo. In tale quadro il modello universalmente perseguito non può essere che quello fornito dalla società americana. Ma che vantaggi possiamo trarre imitando una società che, pur avendo, a detta degli «esperti», un'economia fortissima, si indebita al ritmo di un miliardo di dollari al giorno? Un paese nel quale droga e psicofarmaci la fanno da padroni e che ci mostra una società multietnica nella quale l'integrazione razziale resta da sempre un'utopia, che detiene il record mondiale di omicidi e di persone incarcerate. Una realtà che si vanta di respingere qualsiasi solidarietà sociale e nella quale è crescente il numero di emarginati, di senza casa,ma anche di gente incapace di nutrirsi in modo civile, con le disastrose conseguenze estetiche che il turismo USA ci mette sott'occhio. E che prospettive si aprono per la politica estera europea restando a rimorchio di una nazione come gli Stati Uniti, simbolo in tutto il mondo di violenza e di sopraffazione? E un interrogativo questo che va approfondito considerando l'eccezionale impegno americano nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Essere alleati degli USA in questo scacchiere vuol dire inimicarsi l'intero mondo arabo, rischiare - senza alcun tornaconto - la ritorsione del terrorismo. È inaccettabile che agli americani, i quali vietano con la dottrina di Monroe alle altre potenze ogni intervento nel loro Continente, sia consentito di esercitare sul Nostro e sulle regioni petrolifere del Medio Oriente, attraverso Israele, un vero e proprio protettorato coloniale. E senza la tutela e i contributi economici americani lo Stato ebraico cesserebbe di esistere,vittima delle sue contraddizioni, della sua artificiosità, dell'odio di tutte le popolazioni da cui è circondato. Come dimostrano ormai da anni i fatti, la situazione di Israele è senza via d'uscita, ed è la riprova di come la questione ebraica sia stata, anche in epoca moderna, male impostata. Per nascondere l'incapacità a fornire al problema soluzioni sensate e quindi durevoli, la cultura ufficiale è quindi costretta ad accantonare qualsiasi corretta premessa logica e storica,e a ridurre la questione, in modo semplicistico e schematico, a quelle argomentazioni secondarie che possono tornare utili al mantenimento dello status quo. Chi desidera farsi un'opinione precisa è costretto a defatiganti ricerche specialistiche, a rimontare cumuli di ostacoli. I mezzi di informazione si preoccupano solo di assicurare l'indisturbata diffusione delle tesi gradite al sionismo. Per sostenere questo tipo di operazione, nulla di meglio che organizzare la persecuzione giudiziaria delle tesi revisioniste impedendo il lavoro di quegli storici che, con tenacia, da anni, inseguono la verità circa la fumosa questione dell'Olocausto. È una gigantesca, planetaria campagna di censura finalizzata ad impedire qualsiasi indagine a largo respiro sulle cosiddette camere a gas, e su uno dei problemi irrisolti del secondo conflitto mondiale, il numero di ebrei effettivamente scomparsi. Norme legislative approvate in sordina ai massimi livelli internazionali e recepite da parlamenti nazionali compiacenti verso i poteri forti d'oltre-atlantico, hanno introdotto in Europa inaudite limitazioni alla ricerca storica, e ciò - lo ripetiamo - unicamente per salvaguardare l'intangibilità di tesi di comodo. Agli inizi del terzo millennio, la verità storica non è più il prodotto del confronto dei fatti, delle date, delle cifre, del dibattito tra scuole di pensiero diverse, ma viene democraticamente stabilita dai tribunali i quali si sono piegati a dare efficacia a leggi - come la Legge Mancino -che prevedono sanzioni detentive e pecuniarie legate semplicemente all'aver espresso opinioni sgradite al potere. Ampio spazio è invece concesso, sempre per consolidare nell'opinione pubblica il mito dell'Olocausto, alla memorialistica delle migliaia di sopravvissuti ai cosiddetti campi di sterminio e alle continue richieste di risarcimenti presentate dalle organizzazioni giudaiche contro Stati, enti pubblici, industrie private, banche ed assicurazioni giudicati ricattabili. È un'azione incessante che, oltre a fruttare ai sionisti milioni di dollari, ha il risultato di seminare senso di colpa e quindi di inferiorità in tutti i potenziali interlocutori del mondo ebraico. Per intimidire ulteriormente gli avversari, veri o presunti che siano, tutte quelle persone che nel mondo non si siano espresse nei confronti del Sionismo, di Israele e degli ebrei della diaspora in termini men che riguardosi, il Congresso Mondiale Ebraico ha raccolto un'ampia schedatura, che si riferisce a ben 132 paesi nel mondo, e nella quale sono segnalati, ,come, si trattasse. di criminali, case editrici, gruppi politici, nomi e cognomi di giornalisti e di studiosi. Si tratta non solo di un segnale per imporre all'editoria ed alla televisione l'emarginazione culturale e professionale degli avversari, ma di una autorevole denuncia affinché, dall'azione coordinata di politici e di magistrati asserviti, coloro che compaiono in queste liste di proscrizione siano sottoposti a indagini, a perquisizioni, a lunghi e fastidiosi procedimenti giudiziari. Ecco perché nessuno parla più dei veri nodi della questione ebraica, del colonialismo sionista,del martirio del popolo palestinese, della violenta snazionalizzazione della sua terra. Ecco perché nessuno osa mettere in dubbio la legittimità dell'entità statale ebraica, o fa rilevare come Israele sia di fatto esentato dal rispetto delle regole internazionali, e la sua esistenza costituisca una minacciosa mina vagante per tutti i popoli del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Così come nessuno osa sollevare il problema dello status degli ebrei nei vari paesi di residenza. Eppure sono tematiche che è necessario avere ben chiare per capire la realtà del mondo di oggi. Come mai mentre si imponeva agli europei la decolonizzazione agli ebrei era riconosciuto il diritto di installarsi in Palestina? Quale titolo potevano vantare per il possesso del territorio se non un testo religioso nel quale il loro Dio lo prometteva al suo popolo? Così come non si piegò all'occupazione straniera all'epoca delle crociate, non è concepibile che l'Islam possa accettare oggi il cuneo posto a spaccare la continuità di quello spazio che,dall'Atlantico alle Isole della Sonda, è da secoli, senza soluzione di continuità, abitato da musulmani. Tanto più che l'insediamento ebraico si è imposto solo grazie a una politica di inganno e di tradimento, avviata all'ombra di quel colonialismo inglese che, invece di portare il Paese all'indipendenza, lo ha snaturato etnicamente; processo che si è perfezionato con la vittoria di democratici e comunisti nel secondo conflitto mondiale. Il tentativo di costituire uno Stato compattamente ebraico, sia pure attraverso l'uso - lecito ai sionisti - della pulizia etnica, è del resto fallito e questo fallimento ha determinato l'attuale situazione di stallo. Neppure l'immigrazione in Israele di tutti gli ebrei disposti ad affluirvi è bastata a sommergere demograficamente l'originaria popolazione palestinese. Gli arabi di Palestina, che vivono sotto occupazione straniera e che da cento anni ormai si battono in modo eroico per la loro esistenza, sono apertamente discriminati, nel senso che sono sottoposti ad una legislazione razzista che li ha confinati in terre aride dove soffrono la sete, mentre, con la loro acqua, gli ebrei innaffiano le loro rigogliose coltivazioni di pompelmi. E ciò non riguarda la sola Palestina; ad Amman, in Giordania, grazie a quella sottratta a monte dagli ebrei, l'acqua viene distribuita alla popolazione per due sole ore al giorno. E non tutti i giorni. Ma la questione ebraica non riguarda, come abbiamo anticipato, solo gli ebrei che vivono in Israele. Si era detto che con la creazione di un loro Stato avrebbe trovato soluzione generale il problema dei diritti civili degli ebrei, cioè del loro status nei vari Paesi di residenza. Ma quando Israele nacque fu in realtà solo la nazione di quegli ebrei che scelsero di andarci a vivere. Anche se Israele accorda con le sue leggi a tutti gli ebrei del mondo cittadinanza e tutela giuridica (tra cui il diritto, nel caso di loro presenza in Israele, a non essere estradati) gli ebrei delle varie comunità della diaspora hanno mantenuto la cittadinanza del Paese in cui vivono. E ciò anche se logica avrebbe voluto che a ciascuno di loro, in quell'occasione, fosse consegnato il passaporto con la loro nuova cittadinanza, quella israeliana, ed ogni ebreo venisse da quel momento considerato dappertutto cittadino straniero ospite. Col pieno rispetto dei suoi diritti umani, e con quei diritti vasti, e tuttavia non completi, spettanti in ogni Paese ai residenti di nazionalità diversa. Oggi dunque, nonostante i suoi indiscussi legami con Israele e con le altre comunità della diaspora, l'ebreo gode ovunque dei pieni diritti politici e gli sono spalancate tutte quelle carriere che, agli altri stranieri, sono giustamente precluse. È un trattamento di favore, rispetto alle altre nazionalità, che ha ulteriormente ingarbugliato le cose e grazie al quale tutti gli ebrei della diaspora sono diventati sionisti; anche quelli che non lo erano mai stati appunto perché era in loro forte il timore di dover pagare, per ottenere uno Stato ebraico, una logica pesante contropartita nei vari Paesi di residenza. Oggi, grazie a questo privilegio, creato e mantenuto dall'Olocausto, l'ebraismo militante ha teste di ponte in ogni Paese. In ogni Paese ha gente su cui contare, in grado di interferire e di influire, in quanto gruppo assai saldo, sulla finanza, sulla politica, sulla cultura, sull'informazione. Ed ecco la stampa di casa nostra farsi, col contributo di questi connazionali ebrei, cassa di risonanza delle parole d'ordine ebraiche, in particolare per quegli aspetti della politica estera che coinvolgono Israele e la sua area geografica, e per quegli aspetti culturali inerenti a risvolti di estremo interesse, come l'Olocausto o il Revisionismo. Gli esempi di quanto abbiamo detto sono giornalieri: in prima pagina sul Corriere della Sera, Moni Ovadia si è occupato del processo per spionaggio subito in Iran da alcuni ebrei locali;Amos Oz, un altro ebreo, sempre sulla prima pagina del Corriere, nel deprecare il fallimento dei colloqui di Camp David, ha definito assurda la pretesa dei palestinesi di rientrare nella loro Patria e ha sostenuto che i profughi dovrebbero seguire l'esempio di moderazione fornito dai tedeschi espulsi dalla Germania Orientale dopo il 1945. Che un esempio del genere potesse essere invece seguito proprio da quegli ebrei, che mai, tra l'altro, avevano in vita loro visto la Palestina, non viene, dal nostro Oz, neppure preso in considerazione. Ma l'invadenza ebraica è ancor più vasta. Basterà ricordare gli articoli comparsi a proposito della beatificazione di Pio IX, o di quelli ancor più sfrontati nei quali opinionisti ebraici si permettono di consigliare sempre alla Chiesa o ai vari Stati la politica da seguire. Ovviamente quella a loro gradita. L'ebraismo fa dunque sui nostri giornali una sua specifica politica, sia a livello nazionale che internazionale. In fatto di politica estera il suo pensiero non può essere che a favore di Israele e degli americani e questa è destinata a restare una scelta permanente, a prescindere dalla diversa opinione che in un determinato momento storico fosse adottata dalla nazione italiana. È facile constatare come le grandi firme ebraiche del giornalismo italiano, i Levi, i Colombo,i Segre, i Pirani, i Lerner, i Foà, i Guzzanti, i Molco, e chi più ne ha più ne metta, siano sempre schierate sulle posizioni ideologiche e geo-strategiche care ad Israele e alla comunità della diaspora. Se una qualsiasi nazione, per i suoi interessi, decidesse di non appiattirsi sulle posizioni gradite all'ebraismo e reclamizzate dai suoi portavoce, essa verrebbe accusata di antisemitismo. La politica estera di un Paese viene dunque decisa non dal suo parlamento, ma dal potere che è riuscita a rastrellare la sua minoranza ebraica. E questa una situazione oggettiva che non può lasciare tranquilli né gli ebrei, né le nazioni in cui essi vivono. Questo corpo di pensiero, estraneo al Paese, si batte sempre per la democrazia, per il liberismo, per tutte quelle soluzioni che aumentano nella società il cosmopolitismo e si pongono come ostacolo contro ogni tendenza etnocentrica e nazionalista. Ecco il suo storico appoggio all'internazionale marxista, l'odierno sostegno all'idea democonsumista, ideologie entrambe capaci di minacciare la compattezza e la determinazione dei popoli a restare quel che sono. Ecco perché la cultura dominante, fortemente ebraizzata anche per il riflusso della Chiesa su quelle radici, guarda con favore all'imbastardimento della nazione, respinge usi e costumi tradizionali, si batte contro ogni principio d'ordine con l'obbiettivo di disgregare, di spingere all'individualismo più esasperato, alla coltivazione degli interessi settoriali i quali sono puntualmente messi in concorrenza con quelli superiori della collettività. Tutti i fenomeni di resistenza a questa strategia di annichilimento non possono che essere declassati come pregiudizi da respingere e da condannare. Il peggiore di questi pregiudizi è ovviamente l'antisemitismo. È una tesi piuttosto zoppicante, ma che è riuscita finora a mettere tutta la lobby ebraica e i suoi reggicoda al riparo da qualsiasi critica. Se quelle che abbiamo visto sono le radici storiche ed ideologiche della globalizzazione, e l'Europa vuole sottrarsi ai suoi disastrosi effetti, è suo dovere fare precise scelte di campo. La strategia della liberazione non può che partire dalla constatazione degli errori commessi,dall'esame di quanto sia stato dannoso coordinare la nostra politica con chi era portatore di interessi etici, geopolitici e commerciali diversi dai nostri, con chi per questi suoi interessi era pronto a coinvolgerci nell'imporre a terzi incolpevoli sanzioni economiche e attacchi armati. Ci auguriamo che, nella prossima legislatura, la Lega e quelle forze che specie al Centro e al Sud si coaguleranno intorno a Rinascita Nazionale abbiano i numeri per imporre i grandi cambiamenti necessari. Questi dovranno riguardare tanto la collocazione internazionale del nostro Paese e il problema della Sovranità, quanto i temi interni di maggior rilievo. Tra questi, ovviamente, quello dell'immigrazione, che dovrà essere regolata in modo estremamente rigido con una nuova legge. A questa dovranno affiancarsi nuove norme riguardanti la cittadinanza. Il diritto di cittadinanza non è la tessera di un club da acquisirsi a semplice richiesta, deve restare un diritto legato al sangue e al suolo. Non è possibile che il destino dei nostri figli possa essere deciso dal voto degli immigrati stranieri. Non deve succedere che i nostri nipoti parlino la nostra stessa lingua, portino il nostro stesso cognome e siano dei mulatti. Il problema è urgente. Nel giro di pochi anni i rapporti etnici di una regione, di uno Stato, possono essere sovvertiti. È il caso del Kosovo, che non è più serbo, è il caso della Florida e della California, che non sono più Paesi anglofoni, ma ispanici. È il caso della Palestina e di Londra che, nel 2010, sarà abitata da una maggioranza di colore. È la genetica ad insegnare che la società multirazziale è irreversibile; la freccia del tempo ha una sola direzione. Se dobbiamo batterci occorre dunque farlo subito. Pentirsi domani di quanto oggi non si è fatto non servirebbe a nulla. Nessuna razza inquinata può tornare quel che era; nessun popolo che abbia perso la sua identità etnica potrà mai più recuperarla. Quel che è certo anzi è che in esso scompare l'interesse all'indipendenza politica e la voglia di difendere l'avvenire dei figli. Un popolo privo di identità diventa un gregge che si muove docile nella direzione voluta dalla Grande Finanza. È per questo che agli italiani non interessa che gli immigrati siano regolari, istruiti, magari cattolici. Semplicemente non li vogliono. Né si comprende come la presenza di masse di stranieri, inassimilabili per ragioni di razza, di religione, di cultura, possa risultare benefica. Le nuove leggi dovranno perciò eliminare la necessità di mano d'opera straniera, svuotare dagli extracomunitari le carceri, rimandarli nei loro Paesi e mettere a disposizione dei nostri connazionali gli alloggi necessari per favorire il necessario sviluppo demografico. Il boom delle nascite oggi vantato dai giornali è unicamente effetto dell'immigrazione. Andate a Milano alla Mangiagalli, la sala parto è quasi tutta occupata da negri, da cinesi et similia. Ogni contributo statale dovrà essere tolto a tutte quelle associazioni di volontariato che oggi assistono i clandestini e favoriscono nuovi arrivi. Non è lecito arricchirsi sulle disgrazie della nazione. Vogliamo chiudere con una nota ottimistica. Siamo convinti che il rientro in massa degli immigrati nei loro Paesi sarà motivo di forti tensioni ed accelererà quei cambiamenti rivoluzionari che sono l'unica possibilità per certi Paesi, specie africani, di uscire dall'attuale incontrollato marasma. Fonte: http://www.uomo-libero.com/images/articoli/pdf/246.pdf


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Author(s): Olodogma
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First posted on CODOH: March 24, 2017, 4:07 p.m.
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