Ebraismo, razzismo, antisemitismo... nella gran confusione, non se n'esce
Published: 2012-12-03

di Rutilio Sermonti

Né razza, né popolo, né religione, né setta,né sionismo. O di tutto un po'. In realtà la "questione ebraica" va fatta risalire a tale Saulo di Tarso, il San Paolo dei cristiani Razzismo e antirazzismo.

I pochi, ma non pochissimi, che nell'ultimo mezzo secolo, hanno avuto la pazienza e l'interesse di seguire i miei diluviali scritti su libri, riviste e giornali, avranno notato come essi non si siano concentrati su certi argomenti, ma abbiano preferibilmente saltato di palo in frasca. Così per gli scritti o conferenze, così per le altre attività non professionali. Ciò è dipeso semplicemente dal fatto che io non ho mai dato ad esse il carattere di hobby (come normalmente accade per ciò che impegna e appassiona, senza alcuna finalità economica apprezzabile), bensì, parafrasando il solito Von Clausewitz, di continuazione con altri mezzi, della guerra che, nella mia lontanissima giovinezza, ebbi l'onore di combattere in armi, contro gli stessi nemici e per gli stessi ideali. Ora che la nostra Patria è governata dai suoi nemici, per mezzo dei loro disgustosi manutengoli italioti, sappiamo tutti (e chi non lo sa s'affretti a impararlo!) che il mezzo di lotta che prioritariamente a noi si impone è quello della formazione delle più giovani generazioni, onde renderle idonee al compito immenso di realizzare nuovamente la libertà e la sovranità nazionale. Formazione, io dico, ossia iniziazione, pregiudiziale alla c.d. istruzione, che entrerà in campo solo in una seconda fase, quella della ripartizione corporativa delle funzioni. La formazione esige una visione globale e coerente, che i Tedeschi dicono Weltanschauung, che dev'essere comune a tutti, e non tollera specializzazioni, che, pur essendo entro certi limiti necessarie e inevitabili, tendono ad avere un effetto deformante. Tale il motivo per cui ho sempre cercato di aiutare i discenti a conseguire un'idea generale "a tutto campo", spaziando dalla storia alla narrativa, dalle arti figurative alla sociologia, dalla zoologia e paleontologia alle terapie, dagli sport alla politica, dall'igiene alle persuasioni sub-liminali, dalla teoria alla pratica, dallo "stendere" un prepotente con un "montante" a regola d'arte al rendere ridicolo un fregnacciaro istituzionale. Eppure, esiste un campo sfruttato fino alla nausea, tanto che non passa giorno che grandi e piccoli schermi, giornali e internet non ci tornino sopra ad ogni occasione: la questione del malvagio antisemitismo, al quale sono estremamente restio a metter bocca: quello, appunto, di cui al titolo. Perchè tale ritrosia ? Perchè non c'è, a mio avviso impegno più stolto di quello di discutere con gente in malafede, come i tanti cavalieri del sionismo. Basta por mente alla polemica sullo shoah. Senza entrare nel merito, dove gioca l'opinabile, giova considerare i comportamenti, che tutti possono verificare. Dunque, gli scrittori revisionisti, come Faurisson, come Irving, come Mattogno, si dedicano a reperire, commentare e pubblicare la documentazione e i dati tecnici che provano l'impossibilità di quanto addebitato ai "nazisti" in fatto di sterminio, nonchè di evidenziare l'inattendibilità e contraddittorietà di certi "testimoni oculari" reclutati dall'accusa. Metodo difensivo, mi sembra, ineccepibile. I militanti "sterminazionisti", come Pacifici o la Zevi come li controbattono? Assumono sul volto il vivace colore dell'indignazione e poi, con voce vibrante, istigano azioni violente o invocano interventi della polizia per impedire che i convegni revisionisti abbiano luogo o chiedono leggi repressive ad... gruppum aut personam. Quale dei due vi sembra, lettori, il comportamento più consono alla libertà di pensiero ? Ma, visto che abbiamo sfiorato l'argomento tabù, mi permetto qualche altro chiarimento "sine ira nec studio". Che significa "ebreo"? Significa un sacco di cose, è questo il guaio, e quindi usare il termine promiscuamente produce solo una gran confusione, cara soltanto a chi intende pescare nel torbido. Quella Ebrea è una razza? Ma fatemi il piacere! Quali sono, di grazia, le sue connotazioni razziali? Sia chiaro che a noi interessano gli Ebrei attuali, non quelli del 2000 avanti Cristo, che con questi hanno poco o nulla a che fare. Quelli erano poche migliaia di appartenenti a un impreciso numero di tribù di pastori e pescatori seminomadi, aggirantesi tra la Persia e l'Egitto, razzialmente identici a Filistei (arabi), Amorrei, Cananei, Aramei, ed altri ancora. Questi d'oggi sono parecchi milioni, sparsi in tutto il mondo, e con altrettante componenti etniche che noi italiani o magari gli americani. Ma sono i secondi, e non i primi, con cui abbiamo a che fare, e i cui cromosomi abbondano anche nei diaster dei nostri nuclei. Non stiano quindi a romperci le palle col razzismo e antirazzismo. Allora, l'Ebreo è un popolo? Certo, ne ha alcuni aspetti, il principale tra di essi essendo la convinzione diffusa tra di essi di essere un popolo, e cioè con una comunità di destino. Ma anch'essa non è generalizzata. Esiste forse tra un banchiere polacco e un falascià nero d'Abissinia, o tra un sefardita di Tolosa e un kazaro aschenazita del Caucaso? Eppure, Ebrei sono tutti! Ma poi, sarebbe comunque un popolo assai singolare, per la sua più o meno fitta comunità di vita e di cittadinanza con gran parte degli altri popoli, talora in armonia e talora in contrasto con le tradizioni e gli interessi di quelli. E' allora una religione? Certo, per gli Ebrei la religione ha grande importanza e assume un rilevante ruolo "collante". Ma, se religiosi sono i rabbini, certo non lo è l'intera categoria, nella quale esistono, al pari che nelle altre religioni , soprattutto monoteistiche e dogmatiche, gli atei e i tiepidi, che non per questo cessano di essere "ebrei". Del resto, il motivo religioso non è stato storicamente che una delle ragioni dell'ostilità anti-giudaica di altri popoli, per esempio i nazionalsocialisti del 3° Reich. Si rifletta anche sul fatto che l'anti-ebraismo (volutamente ripudiamo l'espressione antisemitismo) fu più popolarmente diffuso, nel mondo cristiano, tra i "riformati" luterani che fra i cattolici, sebbene l'atteggiamento spirituale e mentale dei primi, con la preminenza data al vecchio anzichè al nuovo testamento, e l'andazzo calvinista, ponga quelli chiaramente e psicologicamente sul percorso medesimo dei Giudei, e l'atteggiamento messianico del "popolo eletto" sia stretto parente del "destino manifesto" di O'Sullivan (1865 - in pieno genocidio degli "indiani"). E' allora, forse, l'ebraismo una setta? Indubbiamente, parte di esso ne ha molte caratteristiche. Così il parziale mascheramento delle proprie finalità ultime; così la mancata ufficializzazione delle proprie gerarchie; così il grande influsso esercitato su poteri ed ambienti ad esso estranei, senza mestieri di alcun formale riconoscimento nè accreditata diplomazia. Ben noto, l'illimitato potere di fatto di cui l'Ebraismo gode attraverso il controllo del denaro, col signoraggio bancario, al disopra degli Stati e dei popoli. Ma altrettanto noto è che solo una piccola minoranza di ebrei è "ebraista". Ricordiamoci dell'ebreo Lincoln, cui la setta bancaria ebraica non perdonò l'emissione della moneta di Stato (Greenbacks), e lo punì con la morte, per la pistola di un'attorucolo, anch'esso ebreo. Identificare quindi l'ebraicità con poche decine di persone o famiglie come i Rothschild, i Rockefeller, gli Schiffer, i Morgan, i Cohn e i Morgenthau è una grossolana travisazione. Anche impossibile e arbitrario appare chiaramente l'identificazione dell'ebraismo col sionismo. Al termine della 2^ Guerra Mondiale, della quale la misteriosa entità ebraica, pur non essendo belligerante nè essendosi seduta al tavolo della pace, fu la principale sostanziale vincitrice, iniziò l'istallazione territoriale ebraica nel vicino oriente. Lo Stato di Israele imposto dai vincitori divenne così finalmente soggetto di diritto internazionale, per iniziativa delle Nazioni unite. Ma è chiaro che non furono esse a "crearlo", tanto che si formò e rafforzò con metodi e criteri che il Palazzo di Vetro investì con una serie continua di decine di deplorazioni, tutte cadute nel nulla, grazie alla potenza di una entità non definita, ma ben nota. Non sfugga però che decine di nazioni non ebraiche riconobbero un "diritto" degli Ebrei su quelle terre, appartenenti da duemila anni ad altre genti, fondato soltanto su una "promessa" divina di cui non v'era altra prova che l'affermazione delle gerarchie rabbiniche medesime. Comunque sia, non v'è dubbio che i cittadini israeliani (non tutti ebrei), non sono che un'esigua minoranza degli israeliti del mondo, e per giunta non tutti gli ebrei sono sionisti, e quindi anche una identificazione di essi con Israele sarebbe infondata. Come si vede, tutti parlano, pro o contro, di Ebrei, ma una definizione precisa del termine risulta impossibile, non solo per un "goi", ma anche per un Ebreo stesso. Può non esistere un motivo individuabile di tale pregiudizievole confusione? Abbiamo cercato di indagarlo, e ci siamo imbattuti in un nome: Saulo da Tarso: il San Paolo dei Cristiani. Si trattava di un intellettuale, ebreo per nascita e per religione, e romano per cittadinanza, membro del Sinedrio e dotato di vasta cultura e carisma. Come tale, era stato incaricato della repressione della setta ereticale dei Cristiani, con centro in Gerusalemme ma già ampiamente diffusa in molte zone dell'impero, soprattutto tra i plebei non "Quiriti". Costoro erano tuttora animati da sentimenti ribellistici al "foedus" romano-israelita, già proprio di uno zelota (guerrigliero) a nome Joshua (Gesù) che sembra fosse stato per quello condannato e giustiziato, e quindi anche all'autorità dei Farisei e Sadducei, dominanti nel sinedrio stesso, che avevano tutto l'interesse a conservare i migliori rapporti coi Romani, che davano pieno riconoscimento alla loro autorità civile e religiosa. Nella sua nuova funzione, Saulo aveva intensamente riflettuto, percorrendo a cavallo centinaia di miglia, finché, procedendo verso Damasco, non ebbe l'autentica folgorazione che la successiva tradizione e il Caravaggio materializzarono in danno delle parti declive del funzionario, dolorosamente percosse dal duro suolo. Quale, l'idea di Saulo? Grave errore è quello dei dirigenti ebraici di combattere i cristiani. Aiutiamoli invece a crescere e a diffondersi, diamo loro maggior disciplina e più salda dottrina, convinciamoli a farsi strada nella società dell'Urbe, e, guadagnando loro la patente di civismo, essi ci doneranno la miglior rivincita sulla violenza di Tito, e cioè la conquista pacifica di Roma. Il ragionamento non faceva una grinza, nè, si vide dopo venti secoli, la previsione di rivincita su Tito. Unica carenza dimostrata dal nostro fu in fatto di psicologia dell'Uomo, categoria di appartenenza sia dei preti cristiani che di quelli vetero-ebraici, la cui cecità, avidità e sete di potere trasformarono l'idilliaca fusione paolina in un inestricabile ginepraio di assurdità e di contraddizioni. Solo qualche cenno, come avevamo promesso. I cristiani furono fratelli nella famosa Bibbia coi quasi correligionari giudei, e onorarono Mosè, Ezechiele, Salomone e persino l'infame Davide, "glissando" l'altro sacro testo ebraico, il Talmud, che colloca il loro Uomo-Dio Gesù nell'inferno, a bollire in eterno in una vasca di escrementi. Si è potuto addirittura vedere il biancovestito Cristiano-capo far pellegrinaggio al muro ebraico del pianto a chiedere perdono ai nerovestiti Giudei-capi per averli i suoi predecessori definiti con termini irriguardosi come "perfidi" e "deicidi", scordandosi della circostanza che nelle scuole dei secondi si insegna che solo gli Ebrei sono Uomini, mentre tutti gli altri sono bestie, destinate a servire i primi, che non sono autorizzati neppure ad averne compassione. Poi, dai pulpiti cristiani vengono letti i santi Evangeli riveduti e corretti, dai quali perfidia e deicidio vengono infallibilmente proclamati (è vangelo, no?). E mi fermo quì, pago di essere costretto a respirare l'aria mefitica che promana dal polpettone paolino e dal coacervo di ipocrisie, di equivoci e di riserve mentali in cui si è realizzato. Una sola, a ben vedere, la sostanziale differenza, mascherata da bla-bla teologici, tra la rapacità cristiana e quella ebraica, che a lungo andare ha avuto il disastroso sopravvento: che la prima era basata sulla produzione, lo scambio e la frode pubblicitaria (capitalismo), la seconda sulla speculazione improduttiva (usura). Ora che abbiamo sotto gli occhi il disastroso fallimento di ambedue, una sola certezza ci è permessa: che la salvezza è al di fuori di esse. Altro che antisemitismo! Articolo letto: 427 volte (30 Novembre 2012)


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Author(s): Olodogma
Title: Ebraismo, razzismo, antisemitismo... nella gran confusione, non se n'esce
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Published: 2012-12-03
First posted on CODOH: March 27, 2017, 3:08 p.m.
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