Il Dr. Valli su frank otto, il diario "di" frank anna, olocau$to, Binjamin Wilkomirski, defonseca misha, rosenblat herman, Enric Marco, Donald Watt... l' industria editoriale dell'olocau$to
Published: 2013-03-18

Il testo riprodotto costituisce la "Nota 31" di "Holocaustica religio- Psicosi ebraica, progetto mondialista", del Dottor Gianantonio Valli. Nuova versione, ampliata e reimpostata, di "Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma", © 2010 effepi, via Balbi Piovera, 7 – 16149 Genova , novembre 2009. Il Valli ci delizia di una raccolta di falsi storici, manipolazioni singole, plurime manipolazioni, nella memorialistica dell'immaginato olocau$to ebraico messi nero su bianco dall'Industria dell'olocau$to, sezione carta stampata. La pubblicazione avviene col consenso dell'Autore. Olodogma

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Lo spunto e la conseguente "nota 31"...

..."E che valenza avrebbero, se non quella della disonestà, i giudizi dati proprio di Hitler, «l'ex caporale austriaco, l'imbianchino fanatico e diabolico» (Norman Bentwich), da infiniti gazzettieri? ...Potrebbero avere ancora qualche peso le opinioni di una «Anna Frank» su «questi orrendi tedeschi», i «carnefici più crudeli che esistano»?"...( La BBC aveva iniziato a trasmettere le proprie NON documentate storie sulle gasazioni nel 1942, e così la raggirata (dalla BBC e dal governo polacco in esilio a Londra) ebrea frank anna, bevutesi le NON documentate "notizie" nel suo diario annotò, nel novembre 1942 che aveva sentito delle gasazioni di massa degli ebrei ascoltando la BBC! ...del come si inventa la Storia! ).

Nota 31. Un personaggio singolare nella vicenda «diario/diari» annafrankiano/i – caposaldo del Grande Immaginario – è lo sceneggiatore cinematografico Meyer Levin, già corri­spondente di guerra per il Daily News di Chicago e la Jewish Telegraphic Agency, giunto a noto­rie­tà per avere denunciato, il 30 dicembre 1954 alla Corte Suprema di New York, Otto Heinrich Frank, padre del­l'«au­trice» del/dei Diario/Diari.

$$$_ anna fram diario,confronto calligrafiaFiglio di banchieri, nato a Franco­forte sul Meno nel 1899, Otto entra nella banca paterna col fratello Herbert nel 1923, aprendo poi una banca ad Amster­dam, ove si porta coi fami­liari negli ultimi anni Venti; presto fallito, nel 1932 accoglie Herbert, «esule» in quanto inquisito per frode fiscale e traffi­co illegale di effetti valutari. ( su tale vicenda http://olo-truffa.myblog.it/archive/2011/04/11/perche-frank-otto-emigro-nel-1933.html ) Arrestato coi familiari il 4 agosto 1944, l'8 viene inviato nel campo di concentramento di Wester­bork, donde il 3 settembre parte per Auschwitz, ove arriva il 5 settembre. Mentre il 2 ottobre le figlie Margot ed Anne vengono ritrasferite a Bergen Bel­sen, ove sarebbe­ro vissute fino a fine febbraio o ai primi di marzo 1945 poi morendo di tifo (la seconda, verosimilmente il 16 marzo, giorno nel quale un bombarda-mento terroristico angloamericano rende fuoco e cenere, a Würzburg, tra i 5000 morti, duecento donne, ragazze e bambine di nome Anna/Anne/Anneliese­/Annemarie, 133 delle quali nominativamente ricordate nel 1947 da Hans Oppelt in un volume, indi passate, a differenza dell'Anna ebraica, nel dimenticatoio della storia), la moglie Edith muore ad Auschwitz il 6 gennaio dopo breve malattia­, mentre Otto, ricoverato all'ospedale nel novembre, sopravvive all'oc­cu­pazione so­vietica del campo il 27 gennaio e viene dimesso il 5 marzo.( Al seguente link un articolo di Mario Consoli sull’autenticità del Diario di Anna Frank : http://olodogma.com/wordpress/0028-recensione-del-libro-del-prof-robert-faurisson-e-autentico-il-diario-di-anna-frank/#more-649 ) Quale il mo­ti­vo del con­ten­dere tra i confratelli Levin ed Otto? Presto detto: il 7 gennaio 1958 il giudice Samuel Coleman condanna Otto a versare a Meyer 50.000 dollari – equiva­lenti, mezzo secolo dopo, a 250.000 dollari, 180.000 euro, 350 mi­lio­ni di lire – per «truf­fa, rottura di contratto e illegitti­ma utilizzazio­ne di idee altrui» (dopo fasi alterne, il drammatur­go, su intervento di Rabbi Joachim Prinz del­l'Ameri­can Jewish Congress e di un «Co­mitato dei Tre» istituito per un «onorevole e ra­gionevole accordo», si ac­con­tenta di 15.000 green­backs). Su sua ri­chie­sta, dal marzo 1952 Levin ha in­fatti riela­bo­ra­to ad uso scenico le 150 noterelle conse­gnate­gli, lavoro divenuto presto inutile perché Otto aveva ceduto i diritti di trasposi­zione teatrale ai coniugi Albert Hackett e Frances Goodrich, coadiuvati dalla sceneg­giatrice shiksa Cheryl Crawford e sostenuti dalla celebre scrittrice/sceneggiatrice Lillian Hellman (moglie dell'autore di polizieschi goy Dashiell Hammett) e dal pro­duttore Kermit Bloom­gar­den. Questo è il primo avvenimen­to che intorbida in qualche modo le acque intorno al volume. Ma le pole­mi­che più feroci scoppiano quando alcuni curiosi si permettono di rilevare contraddizio­ni e ambiguità nel testo. E in effetti proprio a rimaneg­giamenti dell'«originale» sono dovute le con­traddi­zioni te­stua­li e temporali, le incon­gruenze psicologiche e grafologi­che (addirittura, la grafologa amburghese Minna Bek­ker attesta che i tre principali diari furono scritti di pugno di Otto), nonché alcune frasi scritte, da una ra­gaz­za morta nel marzo 1945, con penna a sfera (strumento registrato in Ungheria dai fratelli László e György Biró, migrati in Argentina nel 1938 «per sfuggire al nazismo», ivi ribrevetta­to il 28 giugno 1943, in pubblica vendita a fine 1945 ma diffusa in Europa dopo il 1951). La perizia del Bundeskri­mi­nalamt tede­sco e della poli­zia cantonale di Basilea, pretesa dall'avvocato Jürgen Rieger, difensore del pensiona­to Ernst Römer e del pub­bli­cista Edgar W. Geiß, trascinati in tribunale per avere dubitato della veridicità del libretto, è dell'estate 1980 (il New York Post ne informa il 9 ottobre successi­vo, affermando che il manoscritto è com­po­sto da tre notebooks e 324 pagi­ne sciolte «bound in a fourth notebook»). L'asso­lu­zio­ne definitiva di Geiß, colpito da leucemia e minacciato di morte da terroristi ebrei (Römer viene ritenuto non processabile dopo diversi infarti) la pronuncia l'Han­seatisches Oberlandsge­richt il 19 marzo 1992, quindici anni dopo l'avvio della causa. Già nel 1978 e 1979 erano stati, del resto, assolti da identico «reato» l'editore franco­fortese Erwin Schön­born e il giornalista Werner Kuhnt della NPD; ancor prima, trascinati in processo ad Amburgo da Otto Frank, erano usciti indenni nel 1960 Lothar Stielau (il quale, peraltro, era stato poi brutalmente dismesso dall'inse­gnamen­to) e il coimputato Heinrich Buddeberg. Dopo ave­re difeso a spada tratta l'in­te­grità e l'originalità del Diario («la verità, l'intera verità», recita nel 1955 l'edizione tedesca del Fischer Verlag), Otto è costret­to ad am­met­tere di avere eseguito, o fatto eseguire, aggiunte­ o «correzio­ni» – sempre a fin di bene e in perfetta buona fede – di parti del testo poco leggibi­li o un po' «forti». Altrettanto so­spet­to di una callida operazione ideo-­com­mer­ciale è il fatto che il diario (al singolare: solo dopo decenni si parlerà dei diari) – incredibilmente scampa­to alle minuziose perquisizioni compiute da Karl Silberbauer e ritrovato per caso, così afferma il 5 giugno 1974 la ritrovatrice, la vicina di casa e segretaria ottofran­ki­sta Miep Gies maritata van Santen che lo conser­vò senza leggerlo, consegnandolo nel giu­gno 1945 ad Otto (più drammatico è Wi­zen­thal: «Anna Frank è morta nel marzo del 1945 a Bergen-Belsen. Un anno dopo [!], suo padre tornò ad Amster­dam e andò nella soffitta di quella casa. Il diario era ancora sul pavimento, nello stesso punto in cui la SS l'aveva gettato») – vede la luce nel 1947 col titolo di Het Achterhuis - Dagboek­brieven van 12 juni 1942 - 1° augu­stus 1944, "Il retrocasa - Lettere-diario dal 12 giugno 1942 al 1° agosto 1944", presso il piccolo editore Contact. A questi le note sa­reb­bero state fornite dal norvegese Thilo Schoeder, che le avrebbe ricevute dalla «berinese» rifugiata in Olanda Annelie­se Schütz, amica dei Frank e maestra di Anna, poi «cura­trice» della «traduzione» tedesca... per inciso, in molti punti difforme dall'«origi­nale» olandese. Il sospetto di una speculazio­ne, soste­nuto anche dagli studiosi tedeschi Udo Wa­lendy e Gerd Knabe, dal più o meno austro-svedese Dit­lieb Culver Felde­rer e dai france­si, esperti in critica testuale, Michel Le Guer e Robert Faurisson, nonché dall'Institu­te for Historical Review di Torrance, California, riceve qualche avvaloramen­to: 1. dalle persecu­zioni subite dai critici: nel più puro stile sovieto-americano, Fel­de­rer (nato ad Innsbruck nel 1942 da padre ebreo, emigrato in Svezia nel dopoguer­ra­, Testimone di Geova dal 1959 e indagatore sui correligio­na­ri vittime del «nazi­smo», revisionista dal 1968) viene arrestato il 26 novembre 1982, condannato nel maggio 1983 a dieci mesi di carcere e manicomizza­to nella Libera Sve­zia per avere diffuso «materiale che incita all'odio»; sempre in Svezia il revisionista Ahmed Rami, esule dal Marocco, vie­ne più volte ag­gredito, condannato il 14 novembre 1989 e nel­l'aprile 1991 impri­gio­na­to sei mesi a Skanninge per «an­ti­semiti­smo» in quanto negato­re della realtà gas­kammeriale su Radio Islam (nel novembre 2000 il ROD fran­cese lo ­dan­nerà a 300.000 franchi di multa per avere diffuso su Internet il testo "Guerra totale al sionismo e ai suoi agenti" che, secondo i demofrancesi, sarebbe «una lunga accusa contro gli ebrei», incitante i musulmani «a combattere contro gli ebrei e ad ucciderli»; per gli stessi motivi, nel marzo 2001 anche il moscelnizzante Goran Persson, primo ministro di Svezia gli scatenerà contro la demogiusti­zia; l'8 dicembre il sito radioislam, 90.000 contatti quotidiani, viene chiuso, col corrispon­den­te aaargh, dai server); il cinquanta­duenne Fel­de­rer il 12 ottobre 1994, arrestato dal ministro della Giustizia «svedese» Johan Hirschfeldt e dal procuratore «svedese» Jan Levin, mossi dall'«austri­aco» Wizenthal, viene incar­cerato in una cella di due metri per due nel carcere di Akersberga, diretto dalla «sve­de­se» signo­ra Grönval, per missaktning, «man­canza di rispetto» per il po­po­lo ebraico (l'interna­zio­nale IPCAA Inter-Parlia­men­tary Coun­cil Against Anti­se­mitism non solo nel di­cem­bre 1993 fa di­ven­tare l'Olocau­sto parte inte­grante del programma di studi svedese, ma invita anche il parla­mento stoccolmico a più intensa vigilanza contro l'olorevi­sio­nismo), 2. dalla pervicace sottrazione cinquantennale del testo o meglio degli innumeri testi «origi­na­le»/«originali» ad ogni perizia scientifica («questo quaderno rilegato di carto­ne», definisce «Anne» il diario il 20 giugno 1942, che all'11 aprile 1944, quat­tro mesi prima dell'arresto, è ancora e sempre un pezzo singolo), 3. dalla fondazione di una miliardaria Fondazio­ne Anne Frank a Basilea da parte di Otto, la quale acqui­sta­, «al fine di pre­ser­varne l'auten­ti­cità» (e per «curarne» la strut­tura per esigenze testuali-turisti­che), l'edi­fi­cio dove i Frank si sono na­sco­sti. È tale Fondazione ad avere anche prodotto (traduzione italiana 1993), con grande battage pub­bli­citario, una versio­ne «filo­logicamen­te aggior­nata» di quell'Ope­retta che, parola del curatore Frediano Sessi (sei anni dopo autore di una olocompi­lation su Auschwitz, l'«inferno in terra»), «a distanza di anni conti­nua ad essere la lettura più sconvolgen­te sull'incubo nazista». Inte­res­sante è quindi la storia della versio­ne «defi­niti­va e integrale» che traspare dai «testi originali», che toccano oggi le 800 pagine tra fogli sciolti, quaderni vari e gli appunti sul famoso «album di poesie», che sarebbe poi l'unico originale, scritto di pugno di Anne: il 3% del materiale a stampa. All'epoca dell'esegesi del professor Fau­risson i manoscritti fran­kiani ammontano a: un quadernetto con copertina di tela dal 12 giugno al 5 di­cem­bre 1942, nessun quaderno dal 6 dicembre 1942 al 21 di­cem­bre 1943 ma un «ri­maneggiamento» in «fogli volanti», un quader­no nero cartonato co­perto di carta bruna dal 2 dicembre 1943 al 17 aprile 1944, un secondo quaderno dallo stesso 17 aprile all'ulti­ma lettera del 1° agosto 1944; a questi tre quaderni + quello mancante si aggiunge, per il periodo dal 20 giugno 1942 al 29 marzo 1944, il «rimaneggiamen­to» in 338 «fogli volanti». Chiudono lo zibal­do­ne i "Racconti" inventati da «Anna» e giuntici in bella copia. Subli­me, la Pisanty c'informa che «per decenni il diario di Anne Frank è stato trattato più come un'opera letteraria che come un documento storico che andasse rispettato alla lettera» (di poco più fantasticati sono, peraltro, i sapienti «Racconti dell'alloggio segreto»). Sublime, la ver­sione tedesca del 1988, sempre Fischer Ver­lag, titolata non più "Il Diario di Anna Frank" ma "I Diari di Anna Frank", tuona: «Per la prima volta una tradu­zione com­pleta e fedele», mentre quella suc­cessiva del 1991, sempre tedesca e sempre Fischer, si limita a un asciutto "Anna Frank - Diario": «La redazione definitiva». Pubblicato in In­ghil­terra e negli USA nel 1952 e presto stampato in 40 edi­zioni, al 1998 l'Ope­retta vende 20 milioni di copie in 56 lingue (da 25 a 30 milioni di copie in 55 lingue fino al 1996, puntualizza Paul Kuttner) in 40 paesi, venen­do adottata, «lettura classica e d'obbligo», in decine di migliaia di scuole quale libro di testo anti-«barbarie». Di esso Szymon Wi­zen­thal – il più eufoni­co Si­mon Wiesen­thal, il Grande Cacciatore per ec­cellenza, «il James Bond degli ebrei» (così il boss dell'OSI Eli Rosenbaum), la «me­moria vivente del­l'Olo­cau­sto», uno dei «due titani della sopravvi­venza» (l'altro è Wiesel; dixit Alan Levy, che lo rilustra: «un profeta dell'Antico Testamento catapultato nei nostri tempi diffici-li»), il nazi-hunter scam­pa­to a 13 campi «di stermi­nio» (o dodici come afferma il Dictionnaire de la Shoah?, o undici?, od otto? o una mezza dozzina? scelga il lettore, ché neppure Szymon lo sa, aven­do di volta in volta indicato l'uno o l'altro numero... del resto ben più fortunati furono l'ex undicen­ne Moshe Peer, inviato per sei volte addirittura nelle camere a gas bergenbel­sia­ne e ovvia­mente scampato, l'ex undicenne Henry Golde, «testimone» itinerante nelle scuole USA ancora nel 2009, scampato a undici «nazi-campi», e uno dei due soli «superstiti» di Belzec, quel Rudolf Reder cui riuscì di sfuggire ad 80, sic! ottanta, selezioni tra il personale per la camera a gas) – di esso Wizenthal dice che «è più im­por­tante del pro­ces­so di Norimber­ga», «ritengo che esso abbia toccato l'opi­nione pubblica più del processo di Norimberga o dello stesso pro­cesso Eichmann [...] Divenne il libro più importante che sia stato scritto sul Terzo Reich», la cartina di tornasole per ricono­sce­re «immediatamente» coloro che inclinano al nazionalsocia­lismo, dubitando costo­ro dell'autenticità della Somma Operetta. Egualmente, mentre per Wol­ff­sohn il libretto resta un «evento morale-storico fon­dante, mo­ralisch-historisches Urerei­g­nis» e Ralph Melnick concor­da col sionista Levin che «la storia quotidiana di questa fanciulla ci spiega [l'Olocau­sto] meglio di mille trattati, sermoni e rapporti. Anna Frank, una ragazzina, ci mette infine in contatto con sei milioni di anime il cui destino fu come il nostro», lo spagnolo Luis Sepúlveda lo liricheggia come «la testimonianza più commoven­te della barbarie nazi­sta e la certez­za che la parola scritta è il più grande e invulnerabi­le rifugio, perché le sue pietre sono tenute insieme dal cemento della memoria». La prima rielaborazione dell'Operetta sarebbe – il lettore comprenda la neces­si­tà del condi­zionale – opera di Anne, la quale avrebbe peraltro lasciato non una ma diverse versioni del diario, l'ultima delle quali «in vista della pubblicazione promessa dal ministero del­l'E­duca­zione» del governo-fantoccio a Londra Gerrit Bolkestein, il quale avrebbe radioinvitato la popo­lazione a testimoniare sull'oc­cu­pazione. Così, almeno, Anne scrive il 29 marzo 1944, anche se Arjen Schreu­der concorda con l'au­striaca Melissa Müller, «biografa» della poligrafa, che «Anna ha detto chiaro e tondo che intendeva utilizzare il proprio diario solo come traccia per un romanzo», e quindi non farlo pubblicare, quale che fosse il fine ... anche se «circa 200 altri diari di guerra sono depositati all'Aja all'Istituto Olandese di Stato per la Documenta­zione di Guerra», soccorre Kuttner. Secondo la vulgata, Anne avrebbe quindi, dal lu­glio 1942 all'a-gosto 1944, cominciato a copiare e correg­gere parti già scritte, «miglioran­dole» e togliendo brani ritenuti ininfluenti. Le seconde manipo­lazioni sarebbero quelle del padre, che toglie nella prima pub­bli­ca­zione le parti che, ci si dice, parlavano di amore o di sesso o di persone ancora in vita o altre ancora che avrebbero potuto nuocere al ricordo della moglie. Nella terza tappa agirebbe l'«amico di fami­glia» Albert Cau­vern, che, lettore alla radio De Vara ad Hilversum ed esperto curatore di scrit­ti, modifica «passabilmente» il testo (non l'originale, ma il dattiloscritto di Otto) «per una più accurata redazione», correg­gen­do (sempre a fin di bene) gram­matica e sintassi, «con tagli o ampliamenti lessicali o formali». Il lavoro del buon Albert verrebbe rifinito dalla moglie Isa Cauvern (quarta tap­pa), la quale, ribat­tendo a macchi­na, compie «altri piccoli interventi anonimi» (se i manipolato­ri sono tanti, è ovviamente più arduo identificare le respon­sa­bilità di ognuno! e in ogni caso la povera Isa nel giugno 1946 si suicida, non sappiamo i motivi, precipitandosi da una finestra). La quinta consisterebbe nelle correzioni, soppressioni ed aggiunte compiute dai redattori dal­l'e­ditore olandese Contact. E fin qui arriviamo alla sola edizione 1947. La sesta concernerebbe la Schütz, che avrebbe «lavorato» di sua «iniziativa» sul dattilo­scritto rielaborato da Isa Cauvern per la traduzione tedesca del 1955. Volendone aggiungere una settima, sarebbe l'interven­to di Meyer Levin. Ricapitoliamo, ricordando con Faurisson (II) che «mai, presumo, un libro tascabile si è trovato gravato di tante spiegazioni confuse nella pagina del titolo, nella pagina della presentazione, nelle pagine della prefazione, nelle pagine della "nota sul­la presente edizione" ed infine nella postfazione. C'è da perdere il sonno». Nell'ap­pen­dice all'edizione italiana 1993 Sessi ci dice infatti, tacendo non solo, com'è d'altronde lecito, l'ultima fase, ma tacendo bel bello anche la penul­ti­ma, che il «percorso sche­matico dai diari all'edizione del Diario» comprende: 1. il multiforme lascito di Anne: «prima redazione del diario, parti mancanti e inseri­men­ti [...] seconda redazione del diario (presa come base) [...] racconti dell'al­loggio segreto, quattro episodi» (versione 1998, in un articolo sul Corriere della Sera titolato Anna Frank. Il diario censurato - Tagli, aggiunte e revisioni. Cinquan­t'anni di misteri: «In sintesi: i quaderni che contenevano il diario intimo, gli innumerevoli fogli sparsi con la seconda redazione, il diario che Anna voleva pubblicare e alcuni racconti da "L'alloggio segreto"»), 2. il dattilo­scritto ottofrankista, che «riporta l'essenziale con tagli e omissioni» (nel 1998: «Otto Frank decise di farne un estratto dattiloscritto, ri­por­tandone "l'es­sen­ziale", per portarlo a conoscenza di parenti e amici. Così tralasciò le parti che giudi­cò di poco interesse, soppresse passaggi concernenti alcune persone viventi o che com­portavano giudizi pesanti sulla madre [Edith Holländer], su di lui e sulla famiglia, tutte le "let­te­re con contenuto privato" (sesso, amore, politica). Questa prima copia dattiloscritta e censurata dei diari di Anna Frank andò per­du­ta», per cui, rimboccatosi un'altra volta le maniche, il disinvolto padre, sempre accanito nella censu­ra, «si mise al lavoro per redigere una nuova copia dattiloscrit­ta e si basò essen­zialmente sul­la seconda redazio­ne desti­na­ta da Anna alla pubblica­zio­ne, inseren­do qua e là [!] passi scelti dai quaderni (prima redazione-diario intimo) e dalla raccolta di racconti. Soltanto per il periodo seguente al 29 marzo 1944 e fino al 1° agosto, poi­ché Anna non aveva con­cluso la sua riscrittura, Otto utilizzò esclusiva­mente la prima redazione»), 3. il lavoro di Al Cauvern, che «corregge, modifica, aggiunge, riscrive, taglia» (nel 1998: «sentendosi [Otto] poco sicuro delle sue possibilità», il lavoro gli fu commissio­na­to dal padre, che lo incaricò di «revisionare il materiale di Anna con par­ti­colare attenzione a: errori gram-maticali, forme sintattiche non corrette, germani­smi da sostituire con espressioni adeguate in olandese. Cauvern, tuttavia, andò oltre l'incarico e corresse il senso di certe frasi di Anna Frank, aggiungendone altre»), 4. la bel­la copia della moglie: «ribattitura a macchina del dattiloscritto che ha subito altri piccoli inter­venti anonimi» (nel 1998: «la moglie del secondo censore, riscrivendo il testo per renderlo presentabile, apporta ulteriori piccole variazioni»), 5. i tagli e le modifi­che dell'editore, che «corregge, cambia, soppri­me, aggiun­ge» (nel 1998: «quando infine il dattiloscritto giunge alla casa editrice, i redattori tagliano ancora [...] inoltre inseriscono molte modifiche formali»). Mani­po­lazioni tutte, conclude il pio Sessi, che hanno certamente tolto al­l'o­pe­ra «in molte parti i suoi connotati originali», ma «delle quali siamo oggi disposti ad ammettere la buona fede» (quel «siamo», ovviamente, non ri­guar­da gli studiosi revi­sio­nisti, anche alla luce delle ammissioni sessiane del 1998: «Quello che appare assai chiaro in questa vicenda complicata da esigenze [!] diverse è che la voce di Anna ne risultò fortemente ridotta e manipolata»). A illustrare la scientificità del Sessi basti il sarcasmo di Giovanni Belardelli: «Nel­l'ultimo nume­ro della rivista Passa­to e presente continua la polemica sulla tradu­zione del libro di Raul Hilberg, La distru­zio­ne degli ebrei d'Europa. Nel fascicolo precedente Mari­na Cattaruzza ave­va rilevato il gran numero di errori e imprecisioni contenuti nella traduzione italiana [...]: "tribunali repressivi" invece di "corti d'assise", "olio" invece di "petrolio", etc. Ora il curatore dell'opera, Frediano Sessi, le risponde. Sessi riconosce la sostan­ziale fondatezza delle critiche, ma ci rende anche edotti sulle grandi diffi­col­tà che ha incontrato l'edizione italiana dell'opera. Di fronte al suo rac­con­to il lettore è portato a una certa indulgenza [...] Ma invece di terminare la sua replica a questo punto, incassando, per così dire, la comprensione che è riuscito a suscitare nel lettore, [...] accusa [...] di averlo criticato senza tener conto del fatto che egli è "da oltre vent'an­ni impegnato sul fron­te della Shoah". Benché l'afferma­zione utilizzata da Sessi sia assai impreci­sa ("impegnato sul fronte della Shoah" vorrebbe dire tutt'altro), il suo significato è chiaro; e meraviglia non poco. Cosa pensereste, infatti, di un farmacista che, dopo avervi fornito una medicina sbagliata, di fronte alle vostre proteste si giustificasse mostrando, che so, la tessera di Amnesty International? O di un verdu­raio che, dopo avervi venduto della frutta di cattiva qualità, reagisse alle vostre lamentele dichiarando il sindacato di appartenen­za? E cosa si deve pensare di un traduttore che, dinanzi a critiche circostanziate, chiama in causa il suo impegno in favore degli ebrei?». Prima di tirare le cuoia nel 1980, Otto affida comunque i diari alla Fonda­zione; pur essendo essi formalmente proprietà del RIOD Rijksinstitut voor Oorlogsdocumen­tatie, "Regio Istituto per la Do­cu­menta­zione di Guerra", tale ente pubblico non può disporne né dal punto di vista documenta­rio né da quello dei diritti d'autore, commer­ciali o finanziari. Resi arguti dalle critiche cinquantenna­li, i responsabili affidano il pluri­scrit­to all'ebrea Mirjam Pressler, che, impudicheg­gia Simonetta Della Seta (I), in­tegra «le varie versioni fino a fornire al lettore un quadro il più vicino possibile al mondo testimoniato dalla ragazza» (ottava manipolazione, quella che dovrebbe essere definitiva per Italia e Germa­nia; nell'agosto 1998, invece, come da una cornuco­pia, salta­no fuori cinque altre paginette, che, censurate da Otto per le «tirate» di Anna contro la madre, sarebbero state stralciate e consegnate all'amico Cor­nel «Cor» Suijk, direttore amministrativo del­la Fondazio­ne Anne Frank di Amster­dam e poi direttore di un edu-ca­tivo Anne Frank Centre a New York...«for­se proprio per­ché non venisse­ro mai pubblica­te», postilla il Sessi, preannun­cian­do l'ennesima pub­bli­cazio­ne, stavolta «nella versione privata», dei «Diari»; il Sessi biasima poi la poca «professio­na­lità» del Suijk, che avrebbe taciuto a chiunque il lascito, «pur sapendo che si sarebbe predi­spo­sta un'edi­zione completa e definitiva dei "Diari"»; «presto la versio­ne restaurata [con le cinque «pagine inedite»] sarà tradotta anche in inglese e in altre lingue, italiano compreso», giubila il Corriere della Sera il 16 marzo 2001). Quanto alla Francia, il testo «definiti­vo» del 1989 non è della Pressler, ma degli «olandesi» David Barnouw e Gerrold Van der Stroom del RIOD (nona «cura»). Riepilogando, abbiamo: 1. un numero imprecisato di versioni attribuite ad Anne, 2. le versioni cen­su­rate pro pudore da Otto, 3. l'intervento di Albert Cauvern, 4. quello di sua moglie Isa, 5. quello dell'editore, 6. quello della Schütz, 7. quello di Levin, 8. il «riesa­me» della Pressler, 9. quello di Barnouw e Van der Stroom e, vo­len­do essere generosi, 10. l'ultima (ultima?) integrazione di Cornel Suijk. Di fronte a tanto lavorio di rifusione e rewriting per una sola autrice, tremiamo a pensare cosa sareb­be accaduto se fossero caduti in tanto amorevoli mani i proto-Vangeli o i mano­scritti di Qumran! In tutti i casi Rosellina Balbi, da Autentica Cre­dente nella Ragione Umana, non può far altro che assimila­re fin dal 1980 ad un vero e proprio «atto di terrori­smo» ogni tentativo di indagare sull'autenti­cità del Diario. Lievemente più critica, ma intrisa di una paranoia che addebi­ta ai goyim le manipolazioni di Otto e compa­ri, è la Nirenstein (IV): «Nella dia­spo­ra accadde di fatto che la letteratura dell'Olocausto fu universalizzata, degiudaiz­zata [!], ripulita da scorie etnico-religiose perché si creasse uno spazio maggiore per la battaglia del bene contro il male, delle democrazie e della sinistra, compresa l'U­nione Sovietica, contro la destra [...] La curiosa richiesta che faceva la sinistra agli ebrei era quella di iperpresentarsi all'inter­no del suo schieramento, e nello stesso tempo di regalare, per così dire, il proprio genocidio alla sua causa, rinunciando alla propria personali­tà, immaginando che per caso la guerra fra capitalismo e anticapita­lismo era passata di lì, in zona ebraica... Il caso più estremo di questo tipo di misin­ter­pretazio­ne dell'Olocausto, oltre natural­mente che nel mondo comunista dove si par­lava sempre di "milioni di morti polacchi, ungheresi, rumeni..." e il nome "ebreo" veniva pro­nun­ciato molto malvolentieri, lo si ebbe in America, con la pubbli­cazione del Diario di Anna Frank. Gli USA sono il paese che più di ogni altro è riuscito a fare di questo tragico documento un'epitome della tendenza degiudaizzan­te. Fu Otto, il padre di Anna prima, certo con le ottime intenzioni [!] della sua versione purgata e poi con la versione teatrale del Diario superveduta da Lillian Hellman [e dal sempre confratello Garson Ka­nin], con un deciso tocco dottrinario/american/comunista per il quale Anna diventava una fan­ciulla piena di buoni sentimenti: tutte queste cose fecero sparire ogni tratto ebraico. "Identifica­zio­ne" fu la parola d'ordine con cui Anna doveva essere presenta­ta al pub­bli­co, e infatti scomparvero dal testo sia le candele di Chanukkah, che le aspirazioni sioniste di Margot, la sorella di Anna [morta anch'essa di tifo a Bergen-Belsen nel febbraio-marzo 1945; la madre era morta il 6 gennaio nell'infer­meria di Birkenau], e soprat-tutto la Shoah in se stessa [ovviamen­te: i diari non ne accennano perché ad Anna non ne arrivò eco, e quindi la causa dell'assenza sarebbe la censura praticata da Otto!]. Fu per l'appunto Hannah Arendt a definire la commedia di Broad­way "senti­men­talità a buon mercato a spese di una grande catastrofe"». Ben più inquietanti, malgrado la «messa avanti delle mani» («che sia il miracolo­so, im-pacciato lavoro di un giovane genio è fuori questione...») e la reiterazione del ritornello dell'edulcorante «tradimento anti-ebraico» compiuto da Otto e compagni, sono altre conclusioni, ripor­ta­teci da Livia Manera: «Dal momento che [Anna] è stata tra­di­ta da tutti coloro che hanno maneggiato il suo Dia­rio, [la scrittrice ebrea] Cynthia Ozick ci invita a chiederci [su The New Yorker, ottobre 1997]: la storia sarebbe stata servi­ta meglio se quel diario non fosse mai emerso? La ragione per cui una saggista a­cuta come la Ozick si occupa oggi del caso Frank è il ritorno a dicem­bre [1997] sui palco­scenici di Broadway di una commedia scritta nel 1955 da Frances Goodrich e Al­bert Hac­kett, che 40 anni fa vinse il Pulitzer, furoreggiò in tutto il mondo e fu tradotta in un film celeberrimo. A quanto pare, film e commedia raggiun­sero un pub­blico mol­to più vasto del Diario, rifiutato dapprinci­pio dagli edito­ri di 18 lingue diverse [...] E questo lavoro, per ragioni sentimentali o di profitto, è stato manipolato da tutti. Dal padre Otto, che censurò i passi in cui Anna descrive­va i suoi genitali, i suoi primi batticuore, e la madre Edith come "la persona più marcia del mondo", alla tra­duttrice tedesca Anne­liese Schütz, che ha sfumato tutti i riferimenti ostili ai tedeschi [sic]. Anna Frank va in scena con l'attrice Natalie Portman e il testo restau­rato dalle censure [ad opera della regista, ebreo ça va sans dire, Wendy Kesselbaum]. Ma per Cynthia Ozick non basta. "Sarà un pensie­ro scioc­can­te, ma sarebbe stato meglio se il Diario fosse stato bruciato, perduto, distrutto, salvato da un mondo che lo ha trasformato in trop­pe cose, solo alcune veritiere, gal­leggiando sulla superficie di una verità più nera"». Come che sia, rivelata­si oltremodo contestabile l'autenticità dell'Operet­ta, a rinver­di­re i fasti dell'impegno anti-«nazi» indebolito dalle indagini scientifi­che del revisionismo, saltano fuori con suggestivo tempi­smo, ol­tre a innumeri «memorie», al­tri olo-diari perduti. Tra essi, quello attribuito nel 1981 a certa Etty Hille­sum («otto qua­derni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi indecifrabile», «un diario di quattrocento pagine scritto da una sconosciuta» al quale non sarebbe stata, spergiu­ra il curatore, «aggiunta nemmeno una parola», tosto divenuto «un vademe­cum» per «c­hie­se, università, scuole, gruppi di discussione e migliaia di lettori laici») e quello attribuito nel 1988 a certo Abraham Lewin («mira­colosam­ente conservato tra i mate­riali nascosti dall'archivio clandestino» di Emanuel Ringelblum, mitizzato combattente e tra i principali capi, ci si dice, del ghet­to di Varsavia, «uno dei più emozionanti e toccanti docu­menti della Sho­ah»). Nell'aprile 1994 escono infine due «perle» ancora più mirabolanti. Anticipate dal quo­ti­dia­no israelia­no Maariv, le terrificanti trecento paginette «scritte in caratteri ebraici con uno stile asciutto, essenziale», attribuite a certo Aharon Fik, medico nel ghetto litua­no di Shavli morto di malattia a 72 anni nel marzo 1944, «messe in salvo» dal fi­glio parti­giano (poi defunto in Israele nel 1974, «restando fedele alla scelta di non rive­la­re il documen­to»); segue il «libro ritrovato» di tale Simcha Guterman, «caduto nella solleva­zione popolare contro i tedeschi a Varsavia», ma il cui nome, lamenta la quarta di co­pertina, «non risulta nell'elenco del Milite ignoto della capitale polacca». Nel 1942 il buon Simcha avreb­be scrit­to in yiddish su «lunghe strisce di carta» nascoste in una bottiglia le duecento pagine a stampa di un «romanzo in presa diret­ta» spacciato per «testimoni­anza ecceziona­le sulla resistenza degli ebrei al nazismo» (vista la mole sarebbe stato forse meglio parlare di una damigiana, anche perché nella fa­mo­sa botti­glia, a mo' delle giare qumraniche, sarebbero stati messi alcuni altri «rotoli ap­par­te­nenti a testi diversi e verosimil­mente scritti in epoche differenti») e retto, scrive il Sessi, da «una scrittura traspa­ren­te ed essen­ziale, si potrebbe dire necessaria, capace di creare attesa, curiosità, trepidazio­ne, ma anche di testimoniare» e restituire «valore fattuale agli eventi narrati». Il libro-salvato-dalle-acque all'interno della bottiglia, «rimasta nascosta per trentasei anni, [viene] scoperto per caso» da due non meglio specificati tizi «a Radom i lavori di ri­strut­turazione di una casa» («Quei due uomini l'avevano scoperta loro stessi? Qualcu­no gliel'aveva con­segnata? Lo si ignora», trepida Nicole Lapierre). Attraverso tutta «una serie di eventi favorevoli, una catena di incontri opportuni», il «documen­to», transitato per Radom, Varsavia, New York, Tel Aviv e Parigi, viene «decifrato, rias­sunto [!], copiato, ricopiato, trascritto e oggi tradotto», giusto in tempo per puntellare, anche se da romanzo dichiarato la vacillante Metanarrazione. Quanto ad altre olo-haggadot, opera dei Sonderkommando, «ritrovate» nell'area del Krema II di Birkenau, la genuinità viene rivendicata, contro gli Infami Dubbiosi, da Vidal-Naquet: un taccuino di 91 pagine scritto nell'ov­viamen­te-da-tutti-leggibile yiddish e una lettera parimenti in yiddish a firma Zalman/Sal­men Gradowski, dissot­terrati dai sovietici il 5 marzo 1945 («en passant, non esiste nessun documento d'ar­chivio che dimostri che questo Gradowski sia stato realmente deportato a Birkenau», nota Carlo Mattogno); un quaderno in yiddish anoni­mo attribuito a tale Leib/Lejb Lang­fus, dissot­ter­ra­to nell'estate 1952; un mano­scritto in yiddish a firma Zalman/Sal­men Lewental dissotterra­to il 28 luglio 1961; un manoscritto di 26 pagine in yiddish a firma dello stesso Lewental ed un altro, sempre in yiddish, dissot­terrati il 17 otto­bre 1962. Al proposito, asciutto è Carlo Mattogno: «Questi docu­menti, ai qua­li Pierre Vidal-Na-quet attribuisce tanta importan­za, furono pubblicati per la prima volta [nel primo quader­no speciale dei Quaderni di Ausch­witz] nel 1972, esattamente 27 anni dopo il primo ritrovamen­to, 20 anni dopo il secondo, 11 anni dopo il terzo e 10 anni dopo il quarto! Se a ciò si aggiunge che i testi decifrati e tradotti sono scritti in yiddish e sono parzialmente rovinati, l'ironia del prof. Faurisson non è del tutto fuori luogo, ed appare chiara anche l'in­sen­satezza della pretesa di Pierre Vidal-Naquet: uno afferma di aver trovato dieci o venti anni prima un manoscritto in yid­dish, un altro afferma di averlo decifra­to e tradotto, un altro ancora pubblica dei testi che afferma essere gli stessi ritrovati dieci o venti anni prima, ma il compito di dimo­stra­re l'autenticità di questi testi non spetta a chi li pubblica, bensì a chi li legge!». E alla silloge dei Son­der­kommando Gradowski-Lewental-anonimo-Langfus, rim­pol­pata da due lettere di tali Haim Herman e Marcel Nadsari (dissotterrate «nella prima decade del feb-braio 1945 [...] in prossimità dei binari antistanti i crematori» e il 24 ottobre 1980 presso le rovine del Krema III), edita nel 1999 in Italia col titolo La voce dei sommersi, centone «dell'orrore puro ed estre­mo», in­neggia Dario Fertilio (I): «Sono brevi racconti, custoditi in contenitori di fortuna: una borraccia di alluminio tedesca, un vaso da conserva, le pagine di un quaderno da scuo­la, una bot­ti­glia di vetro, il tappo di un thermos [...] Purtroppo, in quasi tutti i manoscritti, l'umidità e il tempo hanno danneggiato la maggior parte delle pagine, rendendo illeg­gibili molti passi. Ma anche così, una volta iniziata la lettura dei diari, non si riesce più a staccarsene. Tanto più se si pensa che altri messaggi devono anco­ra essere sepolti nel terreno intorno ad Auschwitz, e che forse un giorno raggiun­geranno i figli dei sopravvissuti cui erano stati destinati»! Impossibile da rivendicare quale «documento ritrovato» (sempre in bottiglia) fra le olo-macerie è invece l'«apostrofe a Dio» stesa da un tal combatten­te-del-ghetto Yossl Rakover, trasmessa da Radio Berlino Libera nel gennaio 1955 e su cui cachin­neggia Thomas Mann («un documento umano e religioso sconvolgen­te») e compone un saggio teologico il «filosofo» Emmanuel Lévinas: steso in inglese a New York nel 1946 dall'irgunico «lituano» Zvi Kolitz, scriptwriter, com­me­diografo e producer, il pezzullo giunge in yiddish nel 1953 alla rivista di Tel Aviv Goldene Keyt, che lo presenta quale «documento autenti­co»; divenuto la bibbia dei Gush Emu­nin, negli USA finisce persino nei libri di pre­ghiera, mentre il rabbino della sinagoga dell'89a Strada lo fa leggere da un attore come testo uscito dalle rovine varsaviche, replicando a chi gli ricorda la verità: «Lo so anch'io, ma così è più commoven­te» (!). Ma tornando a Levin, Antesignano di tal genere di «documenti», ne ricor­diamo non solo l'impegno a tacere del proprio lavoro, ma che, dopo un dramma mes­so in scena a Broadway nel 1955 dai coniu­gi Al­bert Hackett e Fran­ces Goodrich (poi auto­ri del televisivo The Diary Of Anne Frank, 1980), è stato il primo ad adattare per lo schermo (ren­dendo «conven­zio­nale un testo purissi­mo», lo rimprovera il comunista Goffredo Fofi) l'Ope­retta, divenuta il film The Diary Of Anne Frank, «Il diario di Anna Frank» del goy George Ste­vens, 1959. Tradotto in tedesco nel 1950, il Diario vegeta per qualche anno, vendendo poche migliaia di copie, finché nel marzo 1955 il lavoro teatrale degli Hackett e un'edizione tascabile Fi­scher lo rilanciano in 40.000 copie. Il destino di un singolo essere umano, oltretutto ragazzo, colpisce e coinvolge le sensibilità ben più delle fredde statistiche o delle sofferenze di milioni di deportati: la pièce arriva sulle scene a fine 1956 e dilaga l'anno seguente per l'intera Germania con 1420 rappresen­ta­zioni in 44 teatri; nel gennaio 1957 l'opera ha venduto 200.000 copie. Giudicando ormai maturi i tempi, nel febbraio il portavoce del municipio di Amburgo Erich Lüth (poi attivo nella politica delle olo-«riparazioni») organizza un pellegrinag­gio espiatorio a Ber­gen-Belsen, il campo ove Anne è morta di tifo cinque mesi dopo esse­re stata evacuata da Ausch­witz (ciò mal­gra­do, Ralph Melnick reitera che nel campo Anna «had been murdered, era stata assas­sina­ta»). A metà marzo, sotto una piog­gia a dirotto, duemila giovani si incamminano per i cento chilo­metri che li separano dall'antico campo re­cando fiori, incol-pandosi in lacrime e battendosi il petto a tal punto che l'anti-tedesco Daily Mail titola il pezzo: «Gli innocenti fanno penitenza per gli assassini», mentre il radiogiornale Bon­ner Rund­schau parla, il 19 marzo, di «cro­cia­ta dei fanciulli contro il proprio pas­sato»; il ventottenne Hans-Hannoch Nissan, nato Hans Nüssen, ex Hitler­junge con­ver­tito al giudaismo, rinominatosi e fattosi kibbutzia­no, tiene il discorso commemo­rativo. Nulla quindi di strano se all'inizio 1958 il Dia­rio è salito a 700.000 copie vendute. Tre penultime perle quanto alla Fondazione. Attivissima, come ogni eletto, ogni organizzazio­ne ebraica e ogni moscelnizzante, nel difende­re l'ideologi­a e la pratica del multirazzia­lismo, nel dicembre 1992 con­fe­risce il Premio Anne Frank al Com­mis­sario bel­ga per l'Immigrazio­ne, signora Pau­la D'Hondt, «a causa del suo im­pe­gno per la crea­zio­ne di una società multicultura­le». Un anno dopo si rivolge alla magistratura chie­dendo di sequestrare lo studio del professor Fau­ris­son e del belga Sieg­fried Verbeke (questi, in quanto editore in fiammingo-olandese, nel 1991, dell'o­pera uscito per la prima volta in francese nel 1978) Het «Dagboek» van Anne Frank: een kritische benadering "Il diario di Anna Frank: un ap­proccio cri­tico", e invocando fulmini contro l'au­to­re e l'editore in quanto esso costituisce una «pubblicità negativa» con pesanti conseguen­ze finanziarie sulle bene­me­rite attività della stessa Fondazione (nulla di strano, del resto, ed anzi del tutto naturale, in quanto demolisce l'auten­ti­cità dei fatti narrati «da Anna», indicando nel padre il suo primo e­stensore). Nella sentenza del 9 dicembre 1998, il tribunale di Amster­dam, non mancando di sottolineare «la funzione simbolica che si è acquistata Anna Frank», dichiara che è impossibile dubitare dell'autenticità dell'Operetta, che gli imputati, citando per esteso numerosi passi, hanno violato i diritti d'autore (sic!) e che «nei confronti delle vittime dell'Olocausto e dei loro parenti sopravvis­suti, le affermazioni [di Verbeke e Fauris­son] sono lesive e inutilmente offensive. Inevitabilmen­te ne segue che provocano [nei sopravvissuti] turbamenti psichici ed emotivi». E quindi, altrettanto ine­vi­tabilmente è giusto che i critici paghino in solido le pesanti spese proces­suali (alla qual cosa collaborano la polizia francese e il ministro francese della Giustizia, recapitando a Faurisson sentenza e ingiunzioni) e che allo studio sia proibita, sotto pena di 25.000 fiorini per ogni esemplare trovato, la circolazione su suolo olandese. E che il «Diario» abbia ormai assunto un carattere di sacralità lo conferma la demo­giustizia tedesca. Il 9 marzo 2007 la Frankfurter Allgemeine Zeitung c'infor­ma che cinque partecipanti alla festa per il solstizio d'estate tenutasi a Pretzien presso Magdeburgo la notte del 21 giugno 2006 sono stati incriminati, e tre di loro dannati a nove mesi di carcere condizionali, per avere dato alle fiamme una copia dell'Ope­retta. Copia peraltro regolarmente acquistata e pagata. In aggiunta, dopo avere bruciato anche una bandiera ameri­cana, i settanta partecipanti si erano uniti in un grido all'ap­pel­lo di gettare tra le fiamme «alles Artfremde, tutto quanto è alieno». Per la penultima perla lasciamo la parola a Paolo Valentino (I) che, ricordatoci il veto posto a fine 1995 dalla Fondazione al progetto della Deutsche Bundesbahn di chiama­re «Anna Frank» il nuovo Intercity Bonn-Amsterdam (!), ci offre altri dati preziosi: «Non è la prima volta che la fondazione svizzera è costretta a mobilitarsi per "impe­di­re ogni uso commerciale del nome" [...] Ma ora la sfida è più seria e solleva persi­no dubbi sulla correttezza dell'uso che l'ente di Basilea fa degli oltre 23 miliardi di lire fin qui ricavati dai diritti d'autore e depositati in un conto bancario della Con­fe­derazione. A reclamare in tutto o in parte i proventi del copyright è il museo di Am­sterdam co­stretto a vivacchiare nonostante – è la tesi del suo direttore – sia il vero custode della memoria di Anna Frank. Il museo, ospitato nella stessa casa sui canali dove Anna e la sua famiglia si nascosero, viene visitato ogni anno da oltre 600.000 persone che portano nelle sue casse poco meno di sei miliardi di lire. Non abbastanza per pagare le attività dei suoi 85 dipendenti e soprattutto per finanziare il progetto di rinnovarlo e ampliarlo da tempo accarezzato dal direttore Hans Westra. Una richiesta di aiuto lanciata tempo fa alla fondazione svizzera si era risolta con un'"elemosina" annuale di 40 milioni di lire e con la promessa, definita "offensiva", di mezzo miliar­do per la ristrutturazione del museo. È stato a questo punto che Westra si è rivolto ai tribunali. Rivendica lui i diritti d'autore per poter rinsanguare le proprie casse e dedicare un vero e proprio "mausoleo" alla ragazza ebrea. "Cosa facciano veramente con quei soldi, per quale buona causa la fondazione di Basilea li spenda, è un segreto gelosamente custodito", dice sarcastico Westra, ipotizzando che dietro il paravento della fondazione ci sia una gestione speculativa». Perplesso, il buon Valentino deve poi regi-strare altre perle: «E c'è chi, come il Jerusalem Post, accusa il gruppo dirigente del museo di essere "un'organiz­zazione di dogmatici criptocomu­ni­sti". Quanto agli svizzeri, hanno buon gioco nel criticare l'idea di Westra di voler rimpinguare le casse del suo ente vendendo t-shirt, tazzine, poster e portachiavi con l'effige di Anna: "Non vogliamo nessun commercio delle im-magi­ni", dice il presidente della Fondazione Vincent Frank-Steiner». Mette la cornice al tutto il giapponese Koichiro Matsuura, direttore generale UNESCO inneggiante al Comitato che individua i documenti di «interesse universale» quali "Memorie del mondo", che il 30 luglio 2009 ha inserito tra i 193 testi «patrimonio dell'umanità», scelti a partire dal 1997, anche l'insigne pezzullo. Uno «dei dieci libri più letti nel mondo». Come quindi stupirsi che l'esiguo Libretto, ormai diventato milionario Librone, non trovi imitatori? Ecco, infatti, due dei più recenti (e più seri!) olomemo­ria­li a scrittura. Nel gennaio 1996 esce in Italia l'oloricostruzione di un certo «lettone» Binjamin Wilko­mirski, «attualmente musicista e liutaio, non sa quando è nato e non ha più parenti», olo-scampato quattrenne da Majdanek, indi in altri campi po­lac­chi, in orfanotrofio a Cracovia e infine adottato in Svizzera (così la scheda biografi­ca in terza di copertina): «I miei ricordi più antichi assomigliano a un campo di macerie: immagini isolate e materiale di scarto. Schegge di memoria dai contorni duri, affilati come lame, che ancora oggi a stento riesco a toccare senza ferirmi. Disseminate spesso in maniera caotica, queste schegge solo di rado si lasciano disporre nel tempo e seguitano a resistere con ostinazione alla volontà ordinatrice dell'adulto e a sottrarsi alle leggi della logica». L'eccezionale «memoria» dell'ex bimbo («i miei primi ricordi d'infanzia si basa­no soprattutto sulle immagini precise della mia memoria fotografica e sulle sensa­zioni, anche fisiche, che ho conservato con esse») – «storie che illustrano degnamente la biografia criminale della spe­cie umana», piagnucola, riferendosi ovvia­men­te ai «nazisti» e non a Wil­komirski, il juif honoraire Erri De Luca (già capo del «servi­zio d'ordine» del gruppuscolo ultracomunista Lotta Continua, poi riciclato sul quotidiano cattolico Avvenire e approdato sull'alto-borghese Corriere della Sera) – ci atte­sta, in stile sapiente­men­te impres­sionistico, la ve­ri­dicità del Paradig­ma: «Guardo il ragazzino, uno piccolo, che saltella ac­canto a me. Solleva le braccia e strilla: "A me, dalla a me!". Alza la testa per vedere la boccia nella mano di Collo Taurino [guardiano SS]. Il piccolo sembra inva­sa­to. Poi vedo il braccio grosso, enorme, sollevare la boccia ancora più in alto. Vedo che il braccio prende lo slancio, fisso il volto improvvisamen­te altera­to di Collo Taurino. E vedo il braccio piombare giù, con violenza­. Sento uno strano tog!... E qualcuno si accascia accanto a me senza dire una paro­la. Inorridi­to, incre­du­lo, guardo il piccolo. Ha la faccia rivolta al sole, bianchis­si­ma. Non si vede sangue... e questo mi stupisce. Però ha la fronte infossata, c'è una piccola rientran­za... proprio delle dimensioni della boc­cia»; «Qualcosa ri­chiama la mia attenzione. Il mucchio dei cadaveri sembra immobile, come sempre... o c'è stato un movimento? Che strano! Le donne morte non do­vrebbero muoversi! Os­servo la donna che sta in cima, sopra tut­te le altre [...] Ora vedo tutta la pancia. In una grande ferita, sul fianco, c'è qualcosa che si muove. Mi alzo per guardare meglio. Allungo la testa e in quel preci­so momento la ferita improvvisamen­te si allarga, la pelle del ventre si solleva e un enorme sudicio topo, lucido di sangue, scende veloce dal mucchio di cadaveri. Altri topi escono spaventati dal groviglio dei corpi e fuggono. L'ho visto, l'ho visto! Le donne morte partoriscono topi!». Simil­mente, c'informa Tom Segev, «la cosa più spaventosa sulla terra [erano] le grandi fosse comuni, ove dopo le esecuzioni i feriti si contorcevano e gemevano per giorni»; ovviamente credibile anche Rivka Joselewska, seppellita in una fossa comu­ne sotto cumuli di cadaveri e tuttavia oloscampata, la cui testimonianza viene ne­crofilica­mente citata da Gideon Hausner, procuratore d'accusa a Gerusalemme contro Eichmann, poi ben a diritto presidente di Yad Vashem, nell'ar­rin­ga finale: «[Rivka] ha attraversa­to l'intero malvagio progetto. I nazisti volevano elimi­nar­la, e lei ha messo al mondo nuovi figli. Il duro ossame la circonda­va con tendini e carne, s'innalzava e la copriva con la pelle, e il respiro della vita correva sotto i cadaveri. Rivka Joselewska è un simbolo per l'intero popolo ebrai­co». E non ci si permetta di dubitare, ammonisce a Milano l'ultrafurbesco consi­gliere comunale (poi deputato nazionale) neo­comunista Emanuele Fiano nella seduta del 27 gennaio 2000: «Ce­lebra­re [l'occupazione sovietica, da lui detta «libe­razione», del campo di Auschwitz] però non basta, non può bastare se la cele­brazio­ne non è accompagnata da una riflessione serena, autentica, sincera, sul cam­mi­no che portò l'Europa dentro il cimitero della Shoah, la distruzione della gran parte del popolo ebraico europeo e degli altri, antifascisti, antinazisti, democratici, omosessua­li, zingari e disabili, che allo stesso destino furono condotti [...] L'enorm­ità, la dimensione insostenibile di quanto accaduto può generare una difficoltà ad ammette­re, ad accettare quei corpi, quelle nudità, quelle masse brucianti, quei fumi, quegli odori di morte. Nel testo "La vita offesa" troviamo questo ricordo di un depor­tato: "sotto la catasta dei morti cre­sceva un'erbetta; Dio, quanta di quell'erbet­ta ho man­gia­to!". Nel testo Il flagello della sva-stica di Lord Russel troviamo: "per divertire la sua bambina di 9 anni Wilhaus qualche volta si serviva di bambini molto piccoli per fare esercizo di tiro al piccione, gettandoli in aria e tirando su di loro al volo. La figlia applaudiva e diceva: 'papà, fallo ancora', e papà lo faceva". E dunque uno dei meccanismi contro i quali la militanza contro l'oblio deve lottare è quella di accettare dentro noi stessi che il peggio del peggio che noi possiamo immaginare è successo». E quindi, tornando al buon Wilkomirski: «Gli stivali e i piedi nudi ricominciaro­no a correre. Ma come, pensai, qui ci sono altri bambini? Ero stupefatto e non riu­sci­vo a capacitar­mene. Ero con­vinto di essere il solo in quel nascondi­glio! [...] Gran­di mani ne estrassero due piccoli fagotti che scalciavano; gli strilli crebbero d'intensi­tà, mescolan­dosi alle urla furibonde degli uomini con gli stivali. Poi un lancio, e i fagotti volarono attraverso lo stanzone, assumendo forme grottesche e con­tor­te, come se volessero agitare delle ali. Volarono verso la finestra, fuori dalla finestra. Un secondo di silenzio e, nel silenzio, fuori, per due volte, il rumore inconfondibile di crani sfondati [...] Qualcosa sembrò congelarsi dentro di me e, dopo quello che vidi, tutto cominciò a svolgersi al rallenta­to­re: per terra, proprio a ridosso della parete, c'erano ancora i due fagotti, o meglio quello che era rimasto di loro. Gli stracci erano in disordine, spar­si per terra, laceri, e in mezzo agli stracci i due piccolini, con le braccia e le gambe aperte, le pance gonfie e livide. E poi, lì dove sarebbero dovu­te es­sere le faccine, un'infor­me massa di materia rossa mista a neve e fango»; «Per­ché... la nostra blockowa [comandante femminile di un «blocco» di baracche o edifici] ha detto: "Per i bambini le pallottole sono sprecate!" [la «satanica ferocia» dei nazi, esplicantesi anche col «brutale fracassamen­to dei bambini, per risparmiare munizioni» era stata attestata da Rachel Auerbach nel processo Eichmann; idem l'oloteologo Greenberg: «Per risparmiare il costo del gas, infatti, i nazisti arrivavano al punto di gettare vivi dei bambini nel fuoco. O di picchiarli in testa con bastoni, per risparmiare una pallottola»]. Perché... perché... di solito sparano solo sui grandi... oppure li uccidono col gas. I bambini finiscono nel forno o vengono uccisi con le mani... di solito [...] Quanta paura ave­va­mo di quella blo­cko­wa che ci sorve­gliava allora! Ci prendeva a calci con i suoi stivali duri, oppure ci "disegnava", così diceva, con la frusta delle strisce sanguinanti sulla pancia e sulla schiena. La blockowa sanguinaria che rovesciava apposta per terra un po' di zuppa che arrivava al bordo della gamella». Decisamente cinico, nell'irriverente dissezione storica e letteraria del libello, il professor Faurisson (IX): «In realtà, questo opuscolo di centocinquanta paginette è un capolavoro di non scrittura e di assenza di emozioni. Si tratta di un prodotto di bassa fabbricazione nel quale l'autore si prende gioco di noi. Ben lungi dallo scoprirvi "frammenti di memoria dai contorni duri, taglienti", il lettore non incontrerà altro che del flaccido, dell'inconsistente, dell'indefinito (nel tempo e nello spazio), del confuso, del vago, del fumoso; vapore, nebbia, del grigio. L'azione ristagna. I dialoghi suonano vuoti. Il tono è falso: le grida che l'eroe lancia continuamente, nonché le sue paure e le sue collere, accadono per lo più senza rima né ragione. Se tutto è nel vago, lo è di proposito. Manifestamente l'autore ha evitato di fornire precisazioni sui luoghi, sui tempi o sui personaggi, perché temeva di contraddirsi. Egli pretende di essere stato internato a Majdanek ma si guarda bene dal descrivere il campo, tranne che di dotarlo d'una collina, che, nella realtà, non è mai esistita. In seguito dà ad intendere di essersi trovato ad Auschwitz, ma non scrive il nome di Auschwitz, di modo che non si potrà rimproverargli di aver commesso un tale errore riguardo a questo campo. A parte rare eccezioni, i personaggi non hanno veramente delle uniformi, dei gradi, delle lingue, degli impieghi precisi e nemmeno, e ciò è il colmo, dei tratti davvero distintivi; non sono che fantasmi od orchi di cartapesta. I paesaggi percorsi sono ovunque e da nessuna parte. Questa attenzione a cancellare ogni dettaglio compromettente è caratteristica del mentitore o del falsario. Essa esclude la buona fede. Pretendere che l'autore abbia finito col credere al suo proprio racconto sarebbe un errore. Il nostro imbroglione è costantemente sul chi vive. Si sorveglia come fanno i bugiardi. Non divaga. Non cede all'illusione. Fabbrica, forgia il suo racconto pezzo per pezzo e frase per frase, laboriosamente [...] Ad un certo momento, l'autore dice di aver fatto parte di un trasporto ma, circa il mezzo di locomozione, scrive: "Non so nemmeno se si trattasse di un camion o di un vagone ferroviario (pag.86); così facendo, egli si tutela da ogni rischio di mettere una linea ferroviaria là dove in realtà, durante la guerra, non ne erano forse esistite. Nella stessa pagina aggiunge: "Solo la fine del viaggio mi è rimasta nella memoria, e anch'essa in modo lacunoso, confuso, in frammenti di immagini difficili da ricollocare; troppi pezzi mancano al puzzle" [...] Centocinquanta pagine di questo sproloquio tradotto dal tedesco avrebbero dovuto dare la sveglia a tutti i più creduli. Tutti avrebbero dovuto rendersi conto che Wilkomirski appartiene alla categoria dei falsi testimoni i quali, non avendo nulla da riportare rispetto ad un'esperienza vissuta, si sono ridotti a creare un puzzle con dei cliché da bazar, degli stereotipi, del kitsch e del sentimentalismo prefabbricato». Ed invero la credulità del singultante lettore – come dubitare di un oloscampa­to?!, di un secular saint tradotto in dodici lingue, apprezzato dall'enfant prodige Goldhagen, premiato negli USA col National Jewish Book Award, a Londra col Je­wish Quarterly Literary Prize, a Parigi col premio Mémoire de la Shoah, oltreché da un'impressio­nante serie di ditirambi sulla stampa mon­dia­le?! – non dura però a lungo. Sulla scorta del giornalista Daniel Ganzfried (nato nel 1958 in Israele da un oloscam­pato auschwitzia­no, allevato dal 1960 in Svizzera dai nonni materni), scopri­to­re del caso denunciato come inverosimili avventure «alla Karl May» (noi italiani diremmo «alla Emilio Salgari»), sul «Corrie­rone» del 26 settembre 1998 Dario Fertilio (IV) è costretto ad annunciare: «Un uomo che forse si chiamava Binjamin Wil­ko­mir­ski, ma all'anagrafe risulta Bruno Doessekker, sta facendo impaz­zire la Svizze­ra, la Germa­nia e le comu­ni­tà ebraiche di tutto il mondo. Perché nei panni di Wilko­mir­ski, ebreo polacco scampato giovanissi­mo all'Olocausto, si è imposto come canto­re della tragedia ebrai­ca. Mentre in quelli del musicista Doessekker, nato [nel 1941] in Svizzera [figlio naturale] da una certa Yvonne Berthe Grosjean e più tardi adotta­to da una ricca famiglia di Zuri­go, rischia di passare alla storia come autore del più assurdo imbroglio mai perpe­trato sulla pelle dei morti [...] Il pre-sunto falsario si è messo dalla parte delle vittime e ha dato loro voce, narrando una storia, per così dire, più vera del vero [...] Ha descritto la gabbia piena di topi e insetti, in cui sarebbe sta-to rinchiuso come un cane. Ha rivelato di aver conosciuto la sua vera madre soltanto una volta, quando gli offrì un tozzo di pane, e di essersi aggrappato per sempre a quel ricordo come a un viati­co. Ha ferma­to sulla carta, con frasi brevi e spezzate, la descrizione della sua fuga da una delle baracche, mentre calpestava un macabro tappeto di bambini morti. In uno dei racconti che hanno fatto il giro del mondo, intitolato Il trasporto, ha evocato la sensazione di essere sepolto sotto un cumulo di cadaveri, e le emozioni provate prima di risalire alla superficie. Tutte queste cose terribili si trovano in Frantumi, un'infanzia 1939-1948, tradotto in tutte le lingue e pubblicato in Italia da Mondado­ri. Un libro che ha ricevuto apprezzamenti entusiastici dai più celebri storici americani della Shoah, il National Jewish Book Award, nonché un posto d'onore negli archivi del Museo del­l'Olocausto a Washing­ton. E le sue conferenze, lezioni, testimonianze pubbliche non si contano in tutto il mondo. Pochi mesi fa, Federica Sossi lo ha incluso nel suo Crepaccio del tempo [capitolo: «Benjamin Wilko­mirski: lo sguardo oltre la fine del mondo»], edito da Marcos y Marcos, affiancandolo a Primo Levi, Elie Wiesel, Jorge Semprún. Eppure, proprio quella Svizzera in cui il sedicente Wilko­mir­ski dice di aver trovato la sua patria d'adozione, in assenza di un qualsiasi docu­mento che attesti la sua vera origine (il nome polacco verrebbe da uno dei rari, precisi brandelli di memoria so­pravvissuti allo shock del Lager), ora gli sta riservan­do gravi dispiaceri. La Weltwo­che, un settimanale di Zurigo, ha svolto una serie di indagini sul suo conto, giungen­do all'imbarazzante conclusione che il signor Bruno Doessekker po­treb­be essersi inventato tutto. Nomi, ricordi, collegamenti, indi­gnazio­ni, commozioni. Contraffatta anche quella indomita sete di verità che lo ha spinto a intraprendere un'azione legale per risalire alle sue origini. Viziata da una galoppante mitomania la benemerita Fon­da­zione per i bambini della Shoah, da lui stesso promos­sa. Frutto di una vocazio­ne (come dire?) puramente teatrale quel suo pre­sentarsi spesso al pubblico senza parlare, limitandosi ad accompagnare al piano­for­te la lettura delle sue pagine da parte di un attore». Tutto quindi tranquillo... «il più assurdo imbroglio mai perpetrato», la «storia più vera del vero», «tutte queste cose terribili», etc. etc.? Ma neppure per sogno, di­sinvolteggia il Fertilio: «Eppure l'affare Wilkomir­ski non sarà così facile da liquidare: nemme­no se dovessero saltar fuori le prove inoppu­gnabi­li della falsificazio­ne. Perché le pagine restano sempre lì, arti-sticamente effica­ci [ma certo: la licentia poëtarum di Vrba contro Zündel!], a combattere la buona battaglia della memoria contro l'oblio del passato. Mentre il confine che separa la storia vera da quella verosimile, si sa, è sottilissimo. E il desiderio di avere vissuto una vita meno banale di quella che il destino ci ha riserva­to è, se non scusa­bi­le, almeno comprensi­bile» (corsivo nostro). Talmente comprensibile è il fatto, che nell'aprile 1999, pur essendo ormai plateale la falsificazione, l'American Or­thopsychiatric Asso­ciation, che riunisce 4500 psichiatri, insignisce il libello del Premio Max A. Hayman, cui spetta promuovere opere che «increase our under­standing of genocide and the Ho­locaust, ac­crescono la nostra compren­sione del genocidio e dell'Olocau­sto». A parare il colpo e dignificare il truffatore ci pensa poi, nel maggio 2001, l'olointellighenzia riunita nel Moses-Mendel­ssohn-Zentrum di Potsdam, nosologizzan­do addirittura una «sindrome di Wilkomirski» che si esprime nell'«inven­zione dei ricordi» e nella «nostalgia di essere vittima»; scrive Der jüdische Kalender 2001-2002 dei super-«tedeschi» Henryk Broder e Hilde Recher: «E quindi fu chiaro: Wilkomir­ski fu un caso estremo di invenzione, ma non un caso unico. Quante più poche vere vittime rimarranno, tanto più spesso taluni si sentiranno vittime». Traboccante di comprensione per la «depressione patologica» del Nostro, è anche Gitta Sereny: «Molte persone che conosco [...] hanno trascorso lunghi giorni con lui e lo hanno trovato tremendamente triste: questo non è un uomo che voleva far soldi, ma un essere umano che per un bisogno, penso, di condividere le sofferenze, ha cercato di adottare l'identità del bambino sofferente. Non ha fatto male a nessuno se non a se stesso». Non altrettanta compren­sio­ne il suggestivo libello incontra però in Italia: smascherata la frode, la Mondadori, sua casa editrice, lo ritira dal mercato a tambur battente... per quanto zitta zitta. Identico ritiro, pochi mesi dopo, da parte della tede­sca/«tedesca» Suhrkamp. Più comprensiva comunque, ricorda il professor Faurisson, la demogiustizia: «A dispetto della sua atroce qualità letteraria e delle sue invenzioni degne del grand-guignol, il libro è riuscito a diventare in breve tempo un bestseller. Alla sua apparizione

il gotha della Shoah cade in estasi.

Soffoca di ammirazione davanti alla forza della testimonianza e al talento dell'autore. Lea Balint, specialista israeliana dei bambini, Lawrence Langer, Daniel Jonah Goldhagen, Blake Eskin se ne fanno i paladini, con Wolfgang Benz, direttore a Berlino del Centro di Ricerca sull'Antisemitismo e, in Francia, con Annette Wieviorka. Dal New York Times al Nouvel Observateur, dal Daily Telegraph e dal Guardian a Le Monde, i media fremono di felicità [...] La mitomania è una tendenza morbosa a dire menzogne, a favoleggiare, a simulare. Può aiutare a raggirare, a truffare, a rubare. Permette talora di raggiungere la gloria o di edificare una fortuna. Grosjean/Doesseker/Wilkomirski ha quindi conosciuto la fortuna e la gloria, seguite, nel suo caso, dalla decadenza. Il suo status di non-ebreo ha finito per danneggiarlo ma, d'altra parte, egli è uscito dall'affare a buon mercato poiché ha beneficiato dei privilegi che non si negano ai cantori della mitologia ebraica. Col beneficio del dubbio, un giudice istruttore [svizzero] gli ha permesso di tenersi il denaro che aveva acquisito disonestamente». Per finire, il tedesco Stefan Mächler, anch'egli compren­sivo verso la «produzione tera­peutica del ricordo» e i «bisogni del pubblico», dopo avere ricordato che «il successo di molte memorie e diari mostra il desiderio del pubblico di assicurarsi la storia attra­ver­so i ricordi biografici. Chiaramente ciò corrisponde ad una profonda esigenza uma­na di rivivere il passato nella viva ed emozionante concretezza del caso indivi­dua­le», conclude la disamina col capitolo Die Wahrheit der Fiktion, "La verità dell'inven­zio­ne". Gli ribatte in ogni caso, petulante, affiancato dall'oloboss Israel Gutman che lo conferma oloscampato in quanto il suo «dolore è autentico», l'ingegnoso sensibile Grosjean­/Doessekker­/Wilkomirski: «Anche se la mia memoria e le mie intime rappresentazio­ni mi avessero ingan­nato fin dalla mia giovinezza, il saggio di Mächler non sarebbe per questo mi­gliore o anche più legittimo di loro». E del resto, proprio nulla esiste di strano, nella vicenda del Nostro, conclu­de­rebbe Rabbi Yonassan Gershom, discepolo di Rabbi Zalman Schachter-Shalomi, il quale, attesta John Rossner, docente di Religione alla Concordia University di Montreal, è dotato di «meta-cosmic insight, intuito metacosmico» e «si colloca nella lunga tradizione degli autentici mistici e veggenti cabbalistici». Se infatti tre sono le principali possibilità del dopovita (sopravvivenza tramite i propri discen­den­ti; resurrezione fisica; anima immortale nei Cieli), ne esiste tuttavia una quarta, la reincarnazione (termine corrente: gilgul, più antico: hatakah, «trasferimento»). Autore di uno studio «vivo ed esistenziale», seppur non «scien­tifico» sulla reincar­na­zione delle oloanime (in particolare in corpi di non-ebrei: «Ho incontrato oltre 250 persone che credevano di essere reincarnazioni olocaustiche [who believe they are rein­carna­ted from the Holocaust]. Per quanto concerne questo studio, 78 persone mi hanno lasciato per scritto i loro ricordi: 56 donne e 22 uomini. Di questi, 16 erano nati ebrei, 7 si erano convertiti al giudaismo e 55 non erano ebrei in questa vita. Quanto alle loro vite passate nell'Olocausto, 58 pensavano di essere stati ebrei, 15 di essere stati non-ebrei e 5 non ne erano certi»... oltre a tre individui che, con maggiore tenacia, erano stati «martirizzati sia durante l'In­qui­sizio­ne sia nell'Olo­causto»), Gershom afferma che, certo, è «possibile che costoro abbiano avuto allucinazio­ni o si siano anche solo lasciati andare a fantasie morbose», ma «anche se sono solo sogni o illu­sio­ni, essi mostrano quanto a fondo l'Olocausto abbia agito nella nostra coscien­za collettiva. Per coloro che hanno avuto questi folgoranti ricordi, essi sono estrema­mente reali, e credo sia mio dovere in quanto autorità spirituale rispettarli e prender­li sul serio». «Parti di un processo naturale e divinamente avallato di guarigione e trasforma­zione spirituale planetaria» (Rossner), «queste milioni di anime ritornano velocemente per lavorare per ottenere la pace sulla terra, affinché non si ripetano più gli orrori che hanno attraversa­to». Ma più avventurosa di quella del Wilkomirski e altrettanto auten­tica – da tenere a memoria è sempre l'antica lezione: a duobus disce omnes – è nell'aprile 1998 l'affa­bula­zione autobiogra­fiz­zante della settantaduenne «belga poi bos­toniana» Miriam/Misha De­fon­se­ca, nel 2007 portata sullo schermo dalla regista «francese» Véra Belmont col titolo Survivre avec les loups, «Sopravvivere coi lupi», e nelle prime cinque settimane visto da 540.000 e in totale da sei milioni di spettatori (l'originale cartaceo è uscito in mezzo milione di copie, venendo tradotto in diciotto lingue). «Storia vera, tragi­ca e commo­ven­te» che, «affascinan­te, ri­cor­da Il libro del­la giungla di Kipling e Balla coi lupi, il film di Kostner», ci commuove Ennio Caret­to, anche se la dedica dell'edi­zione italiana ci lascia qualche sconcer­to sulle facoltà psichiche dell'au­trice: «Questo romanzo [«romanzo»!] è dedicato alla memo­ria del mio cane Jimmy. Io amo tutti gli animali della Terra, ma Jimmy era il mio cuore». Ed ancora, strug­gente: «Questo libro è il racconto di un periodo partico­la­re della mia vita. Mez­zo secolo dopo, ho ritirato la rete della memoria e ne ho tratto quel che ho potuto. Non sono uno storico: nomi, date e fatti sono reali nella misura in cui sono riuscita a rico­struirli a partire da brandelli e frammenti della mia memo­ria [corsivo nostro; con tali non-storici sarebbe andato a nozze, facendoli a pezzi, Arno Mayer!]. La mia storia è una pietra gettata in un lago; non potrò mai sapere fin dove arrive­ran­no le increspa­ture dell'ac­qua. A coloro che la leggono domando compassio­ne per tutte le creature viventi. E auguro loro la pace». Come che sia, in quarta di coper­tina la Nostra avverte: «Molta gente usa il termine "bestiale" per descrivere ciò che i nazisti facevano alle loro vittime, e ritiene che si comportassero "come anima­li". Quando sento queste afferma­zioni, io ri­spondo sem­pre: "No, i nazisti si compor­ta­va­no come esseri umani". Solo gli uomini hanno la capacità di uccidere per piacere, assaporando la sofferenza degli altri. Nessun anima­le ha mai fatto ciò che io ho visto fare dai nazisti ai loro simili». Af­fidata seienne dai facoltosi geni­to­ri ebrei belgi, poi de­portati «ad oriente» e mai più rivisti (in realtà le deportazioni iniziano in Belgio il 4 agosto 1942), ad «una famiglia cattolica nella speranza di salvarla», la Nostra, sen­tendosi «incom­pre­sa e maltrattata» dagli infidi goyim («una notte sentì che parla­va­no di lei e che erano pronti a consegnarla ai tedeschi se l'avessero scoperta»), nella primavera 1941 fugge da Bruxel­les verso l'in­co­gni­to Est in cerca degli scom­par­si: «A piedi, da sola, sotto i bombar­da­menti, attra­ver­sa la Germania, la Polonia, l'Ucraina, tenen­dosi ai margini delle città per non essere fermata. Si nascon­de nelle foreste. In Polonia l'aiuta a soprav­vi­ve­re un branco di lupi con cui trascorre qual­che tempo, accudendo i loro cuc­cioli. Saranno i parti­giani ucraini a riman­darla indietro, sempre a piedi, dopo quattro anni» (così il Caretto; il tour di ritorno si dispiega in tutta tranquillità attraverso Roma­nia, Jugo­slavia, Italia e Francia). Dopo la delicatezza mowgliana («Il mio ricordo più vivo è quello del mio incontro coi lupi. Avevo rubato della carne in una ca­scina, il contadino mi aveva ferito col forcone. Singhiozzavo nella fore­sta, disperata, quando è apparso un lupo. Era nero, maestoso, ma non osti­le. Gli ho dato qualche pezzo di carne e si è avvicinato. Quella notte abbia­mo dormito uno accanto all'altro. La mattina successiva ci siamo nutriti di nuovo insieme [...] I lupi mi accettavano perché portavo addosso il loro odore. Forse ho trascorso due mesi con loro, forse quattro. Il momento più bello è stato con una famiglia di lupi: padre, madre e cuccioli. Procurarsi cibo era più facile per me che per loro. Mi sentivo protetta e in cambio badavo ai loro piccoli»), imman­cabile e sapiente la nazi-oscenità: «Mi acquat­tai fra i cespugli e assistetti a una scena orribile, che sarà sempre stampata nella mia mente: un soldato tede­sco trascinava per un braccio una ragazza. Anzi, una ragazzina, poco più di una bambina. Arrivati a po­chi metri dal mio nascondi­glio, lui la gettò per terra e cominciò a strap­par­le i vestiti di dosso, mentre lei cercava di coprirsi con le braccia e piangeva supplicando­lo. Poi il soldato le diede un ceffone e le si gettò addosso. Quando si rialzò vidi che aveva i calzoni sbottonati. La ragazzina doveva essere svenuta, per­ché lui le diede un calcio e lei non emise neanche un gemito. Allora lui tirò fuori la pistola e le sparò in testa». Niente dubbi però da parte della giusti­zia divina: «All'esplosione sobbalzai muo­vendo le foglie del cespuglio e il soldato si girò e venne dalla mia parte. Rimasi per­fetta­mente immobile, senza neanche respirare, ma lui scostò i rami e mi trovò. Tene­vo gli occhi chiu­si ma capivo che si stava chinando su di me, ne sentii il fiato a pochi centimetri dal viso. Allora afferrai di scatto il coltello e glielo affondai nella pancia fino al manico. Aprii gli occhi e vidi il suo viso sorpreso mentre si stringeva il ventre da cui avevo ritirato il coltello. Poi mi cadde addosso, ma io mi divincolai e cominciai a col­pirlo alla cieca: nella spalla, nel collo, dovunque. E ogni volta che lo colpivo, dentro di me dicevo: questo per quel­la ragazzina, questo per mio padre e mia madre, questo per Maman Rita, questo per la gente affamata del ghetto, per me, per la bam­bi­na che non sono mai stata. Mi fermai solo quando vidi che non si muove­va più». Se il lettore si è orrorificamente commosso, sappia che avrebbe potuto commuo­versi ancor più, poiché il reportage non corrisponde al testo originale, ma è stato ingentilito dalla «traduzione e serializzazio­ne» compiuta in tre puntate sul settimanale Gente (diretto dall'ebreo Sandro Mayer), a cura di tale Laura Bardare. L'horror-kitsch origina­le è indubbiamen­te più sceneggia­to e sapiente (diamo solo il particolare più piccante): «La ragazza si lasciava continua­mente cadere come una bambola di pezza nel tentativo di liberarsi dalla stretta del soldato, ma ogni volta lui la tirava su, a peso morto. Vidi la faccia terroriz­zata di lei. Era giovanissima, poco più che una bambina [...] Lei lo suppli­cava e cercava di coprirsi con le braccia palli­de e magre, con le lacrime che le colavano sul viso, ma lui continuò a maltrattarla e a strapparle gli abiti di dosso. A un tratto alzò un braccio e la colpì in faccia col dorso della mano. Lei emise un grido acuto e cadde a terra. Subito il soldato si gettò sopra di lei e cominciò a martellarla col suo corpo. Lei continuò a gridare, e a ogni grido di angoscia io sussultavo. Poi calò un silenzio terribile. Passarono alcuni istanti. Alzai leggermente la testa. Era svenuta? Il soldato si rimise in piedi come se niente fosse, come se si stesse alzando da un buon pasto. Fece un giro intorno alla ragazza prostrata e le diede un colpetto con la punta dello stivale. Lei non si mosse. Aveva le mutandine stracciate e il sesso pieno di sangue. Allora il soldato tolse la pistola dalla fondina, sputò sopra la ragazza e in tutta calma le sparò». Poiché però esiste una qualche giustizia divina, essendo stata tirata troppo, ad un certo punto la corda, per quanto in ritardo, talora si rompe. Il 1° marzo 2008, titoli a tutta pagina (interna) dei quotidiani: l'ebrea Defonseca non è ebrea, ma è la catto­li­ca belga Monique De Wael, i cui genitori sono stati deportati sì dai tedeschi, ma perché partigiani, non perché ebrei. La sua storia, singulta Matteo Sacchi pur prendendose­la con «le imbe­cillità dei negazionisti», è «uno degli inganni storico-letterari più grossi degli ultimi vent'anni. Anzi, lo studioso della Shoah Maxime Stein­berg ne ha parlato come di "una delle più grosse manipolazioni della storia"». Tremula l'intervista riportata da Luigi Offeddu, il quale riferisce pure dello sconcerto dell'editore francese (che confida ai giornali «una disperazio­ne sbigotti­ta»): «A parte mio nonno, odiavo gli altri miei parenti adottivi... Così mi sono rac­con­tata una vita, un'altra vita, che mi tagliasse fuori da quella famiglia, lontano dalle persone che detestavo. Anche per questo mi sono appassionata ai lupi, sono entrata nel loro universo. E poi ho mescolato tutto. Ci sono dei momenti in cui non riesco a distinguere fra la realtà e il mio universo interiore. Chiedo perdono a quelli che si sentono traditi, ma li supplico di mettersi nei panni di una bambina di quattro anni che ha perduto tutto, che deve sopravvive­re». E il perdono, concesso con incredibile chutzpah per promuovere la Belmont e riincassare milioni con una «nuova edizione rivista» (fascetta: «Una storia appassionante che ha conquistato il mondo, una colossale invenzione che ha affascinato milioni di persone»), arriva dal disinvolto editore: «Oggi che il successo del libro è stato consacrato anche da un film, l'autrice ammette di avere inventato questa favola drammatica per salvarsi da una realtà dolorosa, quella della guerra, e delle accuse fatte a suo padre – nella Resistenza belga – di aver parlato sotto tortura. E questa favola col tempo si è impadronita di lei, fino a confondersi con i suoi ricordi, con la verità storica: raccontare storie cura le ferite dell'anima, tiene lontani gli incubi, aiuta a sopravvivere. Noi questo libro lo abbiamo pubblicato nel 1998 per la prima volta credendo nel suo valore di testimonianza [«È una bellissima storia che non fa torto che ai nazisti», aveva anticipato l'editore francese Bernard Fixot, affermando che non avrebbe certo portato in tribunale per frode l'autrice], e lo ripubblichiamo nel 2008 in una nuova versione perché crediamo a tutti i lettori che lo hanno amato in questi anni, si sono emozionati e hanno partecipato al dolore di questa bambina: pensiamo che questa storia, benché frutto di fantasia, valga ancora la pena di essere letta». Quanto all'autrice, ecco i ringraziamenti, intrisi della più becera melensaggine: «Le persone che vorrei ringraziare sono troppe per essere citate qui, ma sappiano che non le ho dimenticate. Hanno la pelle di differenti colori e praticano religioni di-verse, sono cittadini del mondo, sono miei fratelli e sorelle nell'amicizia e un giorno si incon-treranno […] Ringrazio anche tutti coloro che nel mondo lottano per bandire la malvagità gra-tuita e la crudeltà, e cercano di salvare la natura e gli animali». Per quanto dichiaratamente romanzo (ma romanzo impostato a mo' di docudrama – come sarà anche per il «romanzo-verità» di Dieter Schlezak – per suggestionare il lettore facendogli trangugiare emotivamente tesi già demolite dalla razionalità dei revisionisti), non possiamo poi non citare il wilko­mir­skidefonsecano Les Bienveillants «Le Benevole» del quarantenne «new-york-francese» Jonathan Littell, «novecento pagine di diabolica dimensio­ne epica» (così la trionfale anteprima su io Donna del CdS n.40/2007), Prix Goncourt, nel quale si confessa in prima persona – come quindi dubitare della realtà di quanto narrato, se viene confessato dal protagonista? – l'ex ufficiale SS Maximilian Aue, «colto, omo­sessuale, incestuosamen­te legato alla sorella» (e chi più ne ha più ne nazimetta). Il tutto, per conferire maggiore verosimi­glianza, dalla viva voce del carnefice, «mostro ordinario nel cuore della macchina nazista, senza alcun rimorso, ma mescolando realismo, vio­lenza ed eroti­smo». Ecco un passo dei più nazighiotti: «Con le donne, e soprattutto con i bambini, certe volte il nostro lavoro diventava difficilis­si­mo, rivoltava lo stomaco. Gli uomini si lamentava­no continua­mente, soprat­tutto i più anziani, quelli che aveva­no una famiglia. Di fronte a quella gente indifesa, a quelle madri che dovevano assi­stere all'uccisione dei figli senza poterli protegge­re, che potevano soltanto morire con loro, i nostri uomini soffrivano di un estremo senso di impotenza, si sentivano anche loro indifesi [...] Io stesso avevo dei cedimenti. Durante un'esecuzione guardavo un bambino morente nella fossa: il tiratore doveva aver esitato, la pallottola aveva colpito troppo in basso, alla schiena. Il bambino ansimava, con gli occhi aperti, vitrei [...] un'altra volta, sull'orlo della fossa, una bimbetta di circa quattro anni venne a prendermi delicatamente per mano. Tentai di liberarmi, ma lei si aggrappa­va. Di fron­te a noi fucilavano gli ebrei. "Gde mama?" domandai in ucraino alla bambina. Puntò il dito verso la fossa. Le accarezzai i capelli. Restammo così per parecchi minuti. Avevo le vertigini, avevo voglia di piangere. "Vieni con me, – le dissi in tedesco, – non aver paura, vieni". Mi diressi verso l'imbocco della fossa; lei rimase immobile, trattenendomi per la mano, poi mi seguì. La sollevai e la tesi a un Waffen-SS: "Sii buono con lei", gli dissi abbastanza stupidamente. Provavo un'ira folle, ma non volevo prendermela con la piccola, né con il soldato. Lui scese nella fossa con la bambina in braccio e io mi girai brusca­mente, mi inoltrai nella foresta. Era una pineta grande e chiara, senza sottobosco e pervasa da una luce dolce. Dietro di me crepitavano le salve». «La Shoah» – conclude Yosef Haim Yerushalmi – «ha ispirato una massa di ricerche storiche superiore a quella di qualsiasi altro avvenimento nella storia degli ebrei, ma temo proprio si possa affermare che la sua immagine viene costruita più nel crogiuolo del romanziere che nell'officina dello storico». In attesa di altre rivelazioni, chiudono il settetto ­falsista (oltre a Wilkomirski, Defonseca e Littell, si ricordino le «licenze poeti­che» wieseliane) tre affabulatori goyish: l'austra­lia­no Donald Watt, sédi­cente depor­tato auschwitziano, auto­re dell'«auto­biogra­fia» Stoker, edita con grande successo nel 1995; il regista austriaco Conny Hannes Meyer, le cui memorie, uscite nel 2006, lo davano deportato a Mauthausen; e soprattutto il catalano Enric Marco, autore nel 1978 dell'«auto­biografia» "Memorie dell'inferno", anarchico rojo «deportato» a Flossen­bürg, protago­nista di centinaia di oloconferenze soprattutto nelle scuole, presidente dell'Amical Mauthausen e, si turba l'eterno Magris (VI), «figura simbo­lica – sino allo smasche­ra­mento della sua messinscena – in quanto rap­presen­tante dei deportati spa­gnoli nei Lager nazisti». L'olocarrie­ra del Nostro – pluride­co­rato «prota­gonista di un caso eclatante di falso che ha scosso e turbato violentemen­te l'opinione pubblica spagnola, amareg­giato e indi­gnato gli an­ti­fascisti suoi ammiratori, scatenato accuse e difese» e purtuttavia «voce sovra­personale e corale di chi ha vissuto uno dei massimi orrori della storia» – si chiude nel maggio 2005 quando, per attenuare lo scandalo, viene allontanato dalle olocerimonie a Mauthau­sen. Pur accettando, anzi rivendicando à la Wiesel, sotto il titolo "Il bugiardo che raccontava la verità", la liceità della descrizione marchiana di «orrori autentici», Magris conclude: «Aldilà di ogni strava­ganza perso­na­le, la colpa oggettiva che viene giu­sta­mente imputata a Marco è di portare, sia pure involontaria­mente, acqua al veleno­so mulino del revisionismo e del negazionismo [...] In questo senso, la sua irresponsa­bilità è criminosa, perché in questi casi non è lecito scherzare né indulgere ai propri fantasmi e deliri». E ai propri «fantasmi e deliri» non indulge l'oloscampato Rosenblat… se per «fantasma e delirio» intendiamo un involontario sconvolgimento mentale. Ma, per non indurre il lettore a dubitare del nostro sarcasmo, lasciamo la parola direttamente alla cronaca (il quotidiano varesino La Prealpina, 30 dicembre 2008: Falsa storia d'amore nel lager - Il libro-verità di un ex deportato si rivela un romanzo): «La sua storia "d'amore e olocausto" nata in un campo di concentramento in Germania era inventata, e per questo motivo un ex deportato ebreo che oggi vive in Florida non la vedrà pubblicata, nonostante in America il suo Angel at the fence (L'angelo del filo spinato) sia già stato annunciato come uno dei libri-verità più attesi dell'anno. L'editore, la Berkley Books [divisione del Penguin Group] si è rifiutato di farlo uscire dopo che Herman Rosenblat ha confessato di essersi inventato alcuni dei passaggi chiave delle sue memorie e di aver abbellito e romanzato gran parte della storia. Il rifiuto della sua pubblicazione ha avuto un'eco straordinaria negli Stati Uniti soprattutto perché Herman Rosenblat e la moglie Roma Radzicki erano già stati ospiti in alcuni programmi televisivi di grande successo, primo fra tutti lo show della conduttrice Oprah Winfrey, che aveva descritto il libro come "la più grande storia d'amore" da lei incontrata in ventidue anni di carriera […] Gli studiosi dell'Olocausto che avevano letto in anticipo il manoscritto o ascoltato gli interventi di Rosenblat in televisione avevano notato che molti particolari di quella storia d'amore nata a Buchenwald non potevano corrispondere alla realtà storica. Non poteva essere vero, per esempio, che la giovane Roma sporgesse mele al giovane Herman attraverso il filo spinato. Data la disposizione del campo di concentramento, questo particolare era del tutto impossibile. Rosenblat, messo alle strette, ha ammesso di esserselo inventato così come si è inventato altri particolari». Una buccia di banana per l'Immaginario e gli olo-immaginanti? Nient'affatto, il possibile inciampo si muta in vantaggio: lodevole lo scrupolo degli «esperti», testimonianza di acribia intellettuale e morale che sa riconoscere il falso. Chiudendo in gloria, «la sua storia diventerà comunque un film. Ma è già stato annunciato come una pellicola di pura fiction». Quanto alla più specificamente narrativa di evasione thrilling/spionistico/poliziesca, citiamo, tra le centinaia di autori e decine di migliaia di richiami anti-«nazi» sparsi in migliaia di romanzi, i confratelli Amos Aricha, Michael Bar-Zohar, Larry Collins, Franco Enna, Joseph Heywood­, Harry Kemelman, Stuart Kaminsky, Eli Landau, Domi­nique Lapierre, Ib Melchior, Johan­nes Mario Simmel e Leon Uris, e i goyim Alan D. Altieri, Ken Fol­lett, Frederick Forsyth, Robert Lu­dlum, Giorgio Scerbanen­co, John Shirley e William Diehl. Una menzione a sé – per la sottigliezza delle suggestioni e l'«aggiorna­mento» sull'oloattualità – merita il già citato John Kat­zen­bach, del quale riportiamo l'illuminante colloquio tra la responsabile di un olocentro di documentazio­ne e l'investi­gatore coprotagonista (negro e ultra-uma­no, nonché intelligente): «"È assolutamente proibita ogni commer­cializzazione del mate­riale. Ma so­prat­tutto voglia­mo evitare i revisionisti". "I che?", domandò Robin­son. "Coloro che negano l'esi­sten­za dell'Olocausto". "Ma sono paz­zi?" - sbottò Ro­binson - "Voglio dire, come si può...". Esther Weiss alzò lo sguardo reggendo una piccola busta mar­roncina: "Sono moti coloro che vorrebbe­ro negare l'esistenza del più gran­de crimine della storia, detective. Gente disposta a sostenere che le camere a gas era­no in realtà impianti per lo spidocchia­mento. Gente pronta a dire che i forni servi­vano a cuocere il pane e non le persone. A pensare che Hitler era un santo e che tutti i ricordi del terrore da lui instaurato non erano altro che complotti". Fece un profon­do respiro: "Le persone ragionevoli potrebbero conside­rar­le le opinioni di una banda di folli. Ma non è così semplice. Sono sicura che lei lo capisce, detective". Robinson non capiva affatto, ma non disse nulla"». Delle immagini delle 260 pellicole anti-«naziste» prodotte nel secondo conflitto mondiale, delle 540 pellicole «rieducative» maggiori e delle suggestioni indirette di migliaia di pellicole di ogni genere prodotte nei sessant'anni seguenti, del bombar­da­mento diuturno dal Piccolo Schermo e dalla carta stampata (centinaia di volumi di «memorie» e migliaia di fiction più aperta, centinaia di quotidiani, migliaia di pe­riodici e di fu­metti per miliardi di copie), dell'immissione sul mercato di decine di videogiochi anti-«nazi» a partire dal 1990 (per tutti: Beyond Castle Wolfenstein I e II) fino al 2008 (tra i mille: Call of Duty della Activision e Hidden & Dangerous 2 della Gathe­ring, ambien­tati nella Guerra Mondiale e dove il giocatore può stare solo dalla parte del vincitore «buono», un marine o un SAS inglese, non mai da quella del «cattivo», sempre un tedesco o un «nazista» tout court) – di tutto questo marciume è stato so­stan­ziato l'Im­magina­rio «nazi-tedesco» di tre generazioni. Bibliografia: - Della Seta S. (I), Piccola grande Anne, «il Giornale», 13 giugno 1993 - Faurisson R. (II), Les écritures d'Anne Frank, « Annales d'Histoire Révisionniste» n.7, 1989 [versione italiana in volume: È autentico il diario di Anna Frank?, Graphos, 2000] - Faurisson R. (IX), L'impostura Wilkomirski resterà impunita, «Rinascita», 10 settembre 2009 - Fertilio D. (I), Auschwitz, la voce dei «sommersi», «CdS», 27 agosto 1999 - Fertilio D. (IV), Olocausto, il presunto testimone (il falsario Benjamin Wilkomirski), «CdS», 26 settembre 1998 - Magris C. (VI), Il bugiardo che dice la verità (il falsario Enric Marco), «CdS», 21 gennaio 2007 - Nirenstein F. (IV), L'abbandono - Come l'Occidente ha tradito gli ebrei, Mondadori, 2002 - Valentino P. (I), Povera Anna Frank, intorno al Diario una guerra di miliardi, «Corriere della Sera», 6 febbraio 1996

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Author(s): Olodogma
Title: Il Dr. Valli su frank otto, il diario "di" frank anna, olocau$to, Binjamin Wilkomirski, defonseca misha, rosenblat herman, Enric Marco, Donald Watt... l' industria editoriale dell'olocau$to
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Published: 2013-03-18
First posted on CODOH: May 15, 2017, 5 p.m.
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