L'immigrazione di massa arma del mondialismo contro le sovranità nazionali
Published: 2013-07-03

di Piero Sella

La società multirazziale e le sue devastanti conseguenze - L'atteggiamento del nostro governo e le sue radici ideologiche - Classe politica e tecnica giuridica contro la Nazione: la legge 6 marzo 1998, n. 40 «Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero» - Immigrazione e criminalità - Voto agli immigrati: il destino dei Popoli europei nelle mani degli extracomunitari.

Cercando di indurla in errore,
l'inquisitore chiede a Giovanna d'Arco:
-Dio ama gli inglesi?
-Dio ama gli inglesi in Inghilterra -
risponde la Pulzella.(1)

Si delinea ormai - e con chiarezza - la scelta decisiva della nazione europea per il terzo millennio: battersi con ogni forza a salvaguardia dell'identità culturale ed etnica del continente o rassegnarsi alla decadenza e all'imbastardimento razziale. Terreno di scontro sarà evidentemente la questione dell'immigrazione.
È qui che il disegno del cosmopolitismo, il quale attraverso la deregulation economica, politica e culturale punta all'omologazione planetaria delle realtà locali, è destinato a cozzare contro il pensiero nazionale, ostile a qualsiasi interferenza esterna, saldo nella difesa dei gruppi autoctoni e dei loro interessi vitali, attento in primo luogo a conservare l'identità biologica, nella quale i  Popoli affondano le loro radici di cultura, tradizioni e costumi.
Prevarranno gli sforzi dei mondialisti indirizzati a far digerire agli europei l'attuale flusso migratorio?
Vincerà la tesi che l'integrazione degli ospiti sia non solo attuabile ma anche produttiva di favorevoli conseguenze e debba comunque essere considerata ineluttabile, oppure la diversità dei nuovi arrivati e il loro pesante divario socio-economico si riveleranno alla fine un ostacolo insormontabile per il loro pacifico inserimento in quei Paesi nei quali - non invitati -si stanno introducendo?
Quel che è certo è che, con milioni di extracomunitari già in casa, l'Europa si trova oggi a metà del guado e quindi il problema, comunque vadano le cose, resterà per anni sul tappeto.
Perché possa determinarsi un mutamento di rotta politica, tanto radicale da permettere di uscire dalla secca, è comunque necessario un approccio alla questione che esca dagli schemi demagogici e dai pregiudizi oggi comunemente accettati, muovendo da riscontri oggettivi e
considerazioni realistiche.
C'è innanzitutto da rilevare come sia ormai documentato in modo indiscutibile il legame di causa ed effetto tra l'incontrollato afflusso di stranieri di questi ultimi anni e l'aumento esponenziale della criminalità (2).
Non si tratta però, purtroppo per la Nazione, solo di un progressivo degrado della qualità della vita sociale e dell'ordine pubblico; l'immigrazione, attorno alla quale oggi orbitano rapine, spaccio di droga, racket della prostituzione, contrabbando e abusivismo, è destinata a produrre in futuro, con un drammatico salto di qualità, guai di genere diverso e di ancor maggiore gravità. Che questa previsione non debba essere considerata come una pessimistica

(1) Fatta prigioniera durante la battaglia di Compiegne (1430, guerra dei cent'anni tra Francia e Inghilterra), fu processata dai suoi compatrioti che affiancavano l'invasore inglese.
Processata sotto le accuse di eresia e di stregoneria fu condannata al rogo e bruciata sulla piazza del Vieux-Marché di Rouen.
(2) A chi volesse approfondire questo tema consigliamo la lettura di Immigrazione e criminalità in Italia di Marzio Bargagli, Il Mulino, 1998. Dallo stesso volume abbiamo tratto le tabelle diffuse dal Ministero della giustizia che pubblichiamo nelle pagine seguenti.

e gratuita scommessa, lo dimostrano le tragiche esperienze già vissute da quei Paesi nei quali la presenza di gruppi numericamente consistenti di individui diversi per origine razziale, linguistica o religiosa è stata determinante per il sorgere di laceranti conflitti, di vere e proprie guerre civili.
È vero che parecchi di quegli Stati che oggi, per le più svariate cause (invasioni di genti di stirpe differente, stanziamento di schiavi liberati e dei loro discendenti, afflusso di colorati dai vecchi possedimenti coloniali) si trovano a gestire situazioni di scarsa compattezza etnica della loro popolazione, riescono a sopravvivere. Essi tuttavia, avendo ormai perso la battaglia decisiva e non potendo più intervenire in modo radicale sul fenomeno, sono obbligati a far buon viso a cattivo gioco, a destreggiarsi e puntare, con interventi di basso profilo, al danno minore. I governi di questi Paesi che vivono sotto la minaccia della disintegrazione etnica si riducono dunque a mediare tra le inquietudini della maggioranza e le crescenti rivendicazioni delle minoranze. La storia insegna però che questi tentativi, tesi a neutralizzare,imbalsamandole, questioni che biologicamente e socialmente si dimostrano insolubili, si traducono solo in brevi rinvii della resa dei conti. Il concetto della piena tutela dell'identità del gruppo, tutela che, esaurita la serie dei compromessi, sfocia inevitabilmente nello scontro fisico, interrazziale, nella cosiddetta pulizia etnica, è evidentemente inserito nel DNA di tutti i Popoli della terra.
Ne rappresentano un esempio attualissimo i drammi senza sbocco dei Balcani, del Libano,
dell'Irlanda e della Palestina, il degrado infinito di quei Paesi africani nei quali l'irresponsabile operato dei missionari cristiani ha scavato nelle società tribali ulteriori artificiose divisioni.
Ma anche la lunga vicenda dei colorati negli Stati Uniti e i recenti moti popolari in Indonesia
che hanno preso di mira la minoranza cinese, ci dicono che lo straniero può riuscire ad inserirsi senza scosse - senza subirle e senza provocarle - solo se le sue tendenze comportamentali, il suo aspetto fisico e i valori di cui la sua cultura è portatrice non risultano troppo lontani da quelli della popolazione autoctona.
Non contano dunque il desiderio di integrare da parte di chi ospita, o quello di essere assimilato da parte del nuovo venuto; occorrono, per poter integrare e per ambire a integrarsi, requisiti oggettivi. Requisiti che non rispondono affatto ad una particolare scala di valori razziali e religiosi.
Il criterio per cui gruppi di stranieri possono senza danno essere accolti in un Paese è unicamente quello di non rappresentare una minaccia per l'equilibrio esistente, per l'unità biologica, culturale e sociale della popolazione. Se questo equilibrio viene messo in discussione da quei colorati che vogliono stabilmente installarsi e sviluppare la loro comunità in una Nazione bianca, esso è ugualmente insidiato da quei bianchi che pretendono di inserirsi, stravolgendo strutture e modi di vita locali, in un Paese di colorati.
Torniamo a dirlo, nella questione di cui ci stiamo occupando, ogni giudizio di superiorità o di
inferiorità razziale, o di civiltà, è ininfluente; si tratta unicamente di una questione di compatibilità, anche se tale compatibilità è di valutazione assai complessa in quanto vi gioca una casistica più ricca di sfumature di quanto comunemente non si creda. Si tratta infatti di
accertare, di volta in volta, se la presenza dello straniero può mettere in forse qualche aspetto
presente o futuro della sovranità nazionale. Vogliamo meglio illustrare con un esempio il nostro pensiero. Se uno sloveno o un croato desiderasse trasferirsi nella Penisola e assumere la cittadinanza italiana, non esistono dubbi sulla sua assimilabilità.
La sua famiglia non incontrerà difficoltà né di tipo razziale né di tipo religioso nel socializzare e, alla seconda generazione, i figli cresciuti nel nuovo ambiente saranno perfettamente integrati. Questo discorso vale tuttavia per un flusso circoscritto a singoli individui o a pochi gruppi familiari; vanno invece scoraggiati, addirittura impediti, trasferimenti più numerosi in quanto rischiano di indebolire l'equilibrio etnico e l'unità linguistica dello Stato.
Questo criterio di attenzione quantitativa è poi assolutamente inderogabile nelle zone nevralgiche del territorio nazionale, quelle di frontiera. In pratica, se lo sloveno o il croato di cui sopra vuol prendere residenza a Milano, egli è il benvenuto, mentre non lo è se vuol fermarsi a Trieste.
La sua presenza nella città adriatica è da evitarsi e ciò perché, in quel luogo, la sua integrazione non avverrebbe con la maggioranza italiana, ma, per un ineludibile richiamo del sangue, con gli slavi installati in luogo, già attivi, desiderosi di accentuare il loro particolarismo e pronti, da posizioni di forza, ad avanzare rivendicazioni. Rivendicazioni ovviamente ben viste, quando non direttamente fomentate, dagli Stati slavi d'oltreconfine.
Le tristissime secolari vicende dei nostri connazionali sommersi dalla marea slava sulla sponda orientale dell'Adriatico, in Dalmazia e in Istria, dove rimasero vittime di questa strisciante - nel senso di imbelle ma inesausta - strategia espansionistica, devono essere tenute presenti per evitare di cadere negli stessi errori già commessi in passato. In uno Stato geloso della propria sovranità nazionale, come quello da noi auspicato, uno straniero potrebbe dunque essere sottoposto a trattamento diverso da luogo a luogo.
Il dare o meno accoglienza allo straniero risulta pertanto legato a ragioni di opportunità, variabili nel tempo, in quanto sorrette da transitorie valutazioni storiche e geopolitiche. Quel che deve risultare chiaro da questo ragionamento, propedeutico a qualsiasi politica di accoglienza, è che giudice unico della questione non deve essere altri che lo Stato interessato, il quale non deve affatto regolare la permeabilità dei propri confini dosandola in base a considerazioni metapolitiche di tipo umanitario, ma deciderla discrezionalmente tenendo conto delle emergenti esigenze nazionali, in quanto suo compito è, in primo luogo, la tutela della sua popolazione.
Atti amministrativi quali il rilascio di visti d'ingresso, di permessi di lavoro, il riconoscimento della qualifica di rifugiato politico, la concessione agli allogeni della cittadinanza, la possibilità di adottare minori stranieri, così come l'adesione a trattati internazionali relativi a tali materie, rispecchiano dunque tutti una scelta politica. Scelta che si tradurrà in un atteggiamento dello Stato permissivo, come purtroppo avviene oggi, o di oculata rigidità come dovrebbe essere. L'azione attuale dei nostri governanti è in grado di garantire alla Nazione il livello di sicurezza necessario? Ci pare proprio di no!
C'è da notare innanzitutto che i vertici politici sembrano non essersi resi conto del grande vantaggio di cui fino a poco tempo fa godeva il nostro Paese. Favorito dai suoi precisi confini
geografici e da fortunate vicende storiche, esso, rispetto a molte altre Nazioni, registrava una
compattezza razziale e religiosa tanto elevata che il problema di assimilare o di respingere
neppure si poneva. Ma ecco che, invece di preoccuparsi di conservare un simile capitale e
porre al riparo il nostro Popolo da un futuro di tensioni sociali e di disordini razziali, il governo ha imboccato a proposito di immigrazione la strada utopistica ed antinazionale dell'indiscriminata accoglienza e dell'integrazione dello straniero.
Né a coprire il velleitarismo dei dirigenti politici democratici esiste alcun serio progetto: mancano tanto le direttive pratiche, destinate, sia pure in una direzione sbagliata, a inquadrare il problema, quanto le risorse economiche sufficienti a gestire la scelta fatta e la sempre più pesante emergenza che ne consegue.
Quel che a questo punto risulta chiaro è che l'attuale maldestro solidarismo non è in grado di far fronte al fenomeno di migliaia di disperati senza arte né parte che giornalmente pretendono di entrare in Italia, di essere alloggiati, nutriti e raggiunti dalle loro famiglie.
Questa gente, priva tanto di istruzione quanto della più modesta risorsa economica, non ha del resto alcun diritto da far valere nei confronti della nostra comunità nazionale. Tutto quanto gli italiani possiedono se lo sono infatti costruito in secoli di duro lavoro e di ardua ascesa civile, più volte interrotta da drammatiche scivolate verso il basso causate da guerre, carestie e pestilenze.
Scivolate dalle quali il nostro popolo è sempre uscito senza alcun aiuto esterno. Esso non ha
perciò alcun dovere morale di spartire qualcosa con chicchessia. Eppure, nonostante questa realtà, v'è qualcuno che giustifica non solo la pretesa degli immigrati di installarsi in casa nostra, ma anche l'arroganza con la quale essi vorrebbero godere, e fin da subito, del nostro stesso tenore di vita. Come se parità di diritti e disponibilità economiche dovessero piovere miracolosamente dall'alto e non fossero invece graduali conquiste sorrette da effettivi sacrifici.
Lo Stato democratico, dal quale è impensabile attendersi qualsiasi impennata di orgoglio nazionalista, respinge dunque il criterio della preferenza nazionale e invita i suoi cittadini a una generica tolleranza, sperando così di riuscire a evitare il peggio.
Con beota irresponsabilità finge ora di dissuadere, ora di respingere, ora di accogliere e in tali
contraddittori comportamenti dissipa enormi quantità di denaro e di mezzi. Si tengono continuativamente impegnati migliaia di funzionari e di uomini delle forze dell'ordine solo per dare l'impressione di sorvegliare i confini, solo per convincere l'opinione pubblica nazionale e i partners europei di aver sotto controllo una situazione che è invece sfuggita di mano e ha ormai abbondantemente superato il livello di guardia.
È del tutto logico che di un clima di tale sbandamento delle istituzioni, nel quale alla legge manca la volontà di imporsi e si usano ormai apertamente due pesi e due misure - al rispetto delle regole sono tenuti solo i cittadini italiani - approfittino gli stranieri per muovere indisturbati alla conquista di quegli spazi abbandonati dalla debolezza dello Stato alla gestione delle sempre più agguerrite organizzazioni malavitose.
La debolezza dello Stato, è bene puntualizzarlo, non è questione di forze a disposizione, non sta nella scarsità degli strumenti repressivi, ma nell'inconsistenza dell'ideologia che li muove.
Non serve a nulla che contro la criminalità vengano messi in campo - di fatto immobilizzati -oltre 200.000 tra carabinieri e poliziotti, 60.000 guardie di finanza e 30.000 guardie carcerarie, per non parlare di vigili urbani e forestali. Si tratta di un insieme di forze che potrebbe consentire l'efficace controllo di un grande Paese occupato.
Ebbene, mentre nell'odierno regime democratico la criminalità e lo sfacelo della giustizia dominano sovrani, l'Italia fascista, nel 1939, con soli 15.000 carabinieri, poteva vantare un ordine pubblico di tutto rispetto.
Ma perché manca la volontà di sorvegliare i confini nazionali? Perché coloro che vogliono infiltrarsi vengono facilitati da una complicità che è ormai regola di comportamento per quella classe politica cui istituzionalmente spetterebbe il compito di reagire? Perché la stessa complicità è ormai diffusa anche a livello popolare?
La risposta chiama in causa la strategia di quelle centrali finanziarie internazionali che, sulla
pelle dei Popoli, decidono il futuro dell'umanità, di quello stesso grande capitale cui risale la
responsabilità del fenomeno migratorio.
Finita l'epoca del più tradizionale colonialismo, nella quale le Nazioni europee gestivano direttamente l'amministrazione dei Paesi occupati con effetti per le popolazioni che, paragonati con l'odierna realtà, appaiono grandemente benefici - ben pochi indigeni sognavano allora di spostarsi in Europa - subentrò, dopo il secondo conflitto mondiale, l'era del neo-colonialismo. Incentrato sullo sfruttamento industriale delle risorse locali, esso,attraverso le multinazionali che hanno scelto di produrre per esportare, ha espulso dall'agricoltura milioni di individui che lavoravano per coprire il fabbisogno interno, spingendo l'Africa e gli altri Paesi del terzo mondo verso un'urbanizzazione selvaggia cui erano assolutamente inadatti e impreparati.
Questa massa di improvvisati cittadini, unita all'antiselettiva esplosione demografica provocata dall'innesto della medicina occidentale e dall'abbattimento della mortalità infantile, ha creato ai nuovi Stati problemi irrisolvibili.
Ed ecco, con la terza fase del colonialismo, quella puramente finanziaria, i Grandi Usurai, spalleggiati dal Fondo Monetario Internazionale (3) accorrere in aiuto di quei Popoli che essi stessi avevano messo nella condizione di non poter rifiutare i loro prestiti. Ma perché gli interessi di questi prestiti possano in futuro essere davvero pagati si è reso necessario - su severa prescrizione dei creditori - un regime di austerità.
Ai più poveri, cui in patria mancano il lavoro e quindi i mezzi per acquistare i prodottiagricoli stranieri di importazione, non resta altra risorsa se non quella di fuggirsene in Europa!

(3) Per un esame convergente, ma più dettagliato della strategia del F.M.I. vedi, in questo stesso numero, l'articolo di Giovanni Cerina «Rapinatori in doppiopetto».

Qui, affinché il momento magico per l'usura mondialista non finisca, i nuovi arrivati devono essere bene accolti. Se infatti tornassero nei loro Paesi, andrebbero fatalmente a costituire una forza rivoluzionaria capace di rovesciare le corrotte classi dirigenti che oggi agiscono in combutta con l'oligarchia mondialista. Per di più, l'inserimento degli immigrati in Europa sfuma  progressivamente l'identità culturale e razziale delle popolazioni locali, indebolendo la loro volontà di opporsi al mondialismo. Ma v'è un secondo piccione che i mondialisti colgono in Europa con la fava dell'immigrazione. Nonostante la campagna favorevole all'accoglienza è innegabile che una gran parte dell'opinione pubblica valuti assai criticamente molti aspetti della presenza dell'immigrato.
Ebbene questi sentimenti negativi vengono sublimati e sfruttati dalla stampa asservita al sionismo per spostare il risentimento popolare dai singoli immigrati ai loro Paese di provenienza, alla loro area culturale e religiosa. E un'operazione di chiaro stampo razzista che si propone di criminalizzare l'Islam e avallare la tesi giudaica dell'equivalenza tra musulmano e terrorista. Si distrae così l'attenzione dai crimini di Israele e si punta anzi a creare attorno allo Stato ebraico un alone di simpatia e di solidarietà.
E per tutte queste ragioni che gli pseudoscienziati delle grandi fondazioni d'oltreoceano, gli uomini dell'apparato editoriale, cinematografico e televisivo dei Paesi che in Europa sono vittime dell'invasione, vengono tutti mobilitati onde l'opinione pubblica venga presa per mano e portata a valutare la questione con occhio benevolo, in termini cioè di vantaggio economico o, tutt'al più, di buonismo assistenziale.
È un coro, quello dei media, senza stonature; nessuno spazio è lasciato ai dissidenti. La determinazione mostrata dai vertici mondialisti nel voler spazzar via dal loro cammino, e con ogni mezzo, qualsiasi opposizione organizzata - chi reagisce al progetto di cancellare i confini etnici è criminalizzato come razzista - spiega il risultato raggiunto: un condizionamento culturale tanto diffuso da impedire alle masse la corretta percezione del drammatico problema e la conseguente incapacità di affrontarlo in modo realistico.
È facile capire come in questo clima di terrorismo ideologico le barriere legislative che ciascun Popolo aveva nel tempo erette a propria difesa, siano state intaccate e vengano progressivamente smantellate.
Il diritto destinato a regolare la futura convivenza civile è oggi il risultato delle manovre di quel grande capitale finanziario e mercantile che,, attraverso servizievoli teste di paglia,detiene ovunque le leve del potere democratico. Questo diritto che non nasce dai Popoli, ma è rovesciato loro addosso, è destinato a manipolare coscienze e giudizio morale, a fomentarele dell'individuo, a legittimare e nobilitare l'ideologia cosmopolita, a contrastare, in ultima analisi, qualsiasi forma di nazionalismo. Si tratta solo del primo passo.
Una volta che, attraverso gli automatismi giuridici escogitati per conto dell'oligarchia plutocratica dalle istituzioni internazionali - O.N.U. e Parlamento europeo - i principi del mondialismo sono imposti ai singoli Paesi membri, le leggi nazionali non in linea decadono, mentre le nuove regole giunte dall'estero assumono il prestigioso rilievo di legge quadro, di legge cioè cui fare obbligatoriamente riferimento dell'emanazione di altre leggi. È stato così anche in Italia.
La Legge Mancino, che ha traghettato nella nostra legislazione le parole d'ordine strumentalmente ugualitarie e antirazziste elaborate oltreoceano, e che col pretesto di tutelare le minoranze etniche o religiose commina gravi pene detentive persino a fronte di semplici giudizi verbali ai quali viene attribuito il peso di reati infamanti, è assurta infatti alla dignità di vero e proprio pilastro costituzionale. E ciò malgrado l'assoluta assenza di dibattito, tanto tra le forze politiche quanto nella società civile, e senza che un particolare iter parlamentare abbia fornito un qualche alibi alla gravità del provvedimento.
Questa legge, che ha introdotto. nel l'ordinamento giuridico evidenti violazioni dei principi di libertà, si sta rivelando oggi un vero e proprio cavallo di Troia. Dal suo capace e schifoso ventre escono infatti, ormai a getto continuo e su corsie preferenziali, quelle «grida» antinazionali destinate a mettere fuori gioco i diritti del Popolo e a regolare, secondo i disegni dell'internazionale democratica, settori sempre più vasti della nostra vita sociale.
Si è passati in pochi anni, grazie a questa legislazione d'assalto, dalla generica condanna della
preferenza nazionale o religiosa, alla ipertutela dello straniero. Con impegno monomaniacale,e senza badare a spese, ci si occupa in tutti i modi di accoglierlo, assisterlo e integrarlo, rendendo il criminoso obiettivo finale, quello della società multirazziale, coercitivo erga omnes. Lo scivolamento su questo piano inclinato, autolesionista perché prodromico al suicidio nazionale, ha potuto verificarsi in Italia al riparo di quelle vitali reazioni di rigetto che nell'organismo francese e germanico si stanno invece registrando, perché, nella Penisola, i «suggerimenti» del cosmopolitismo hanno trovato orecchie politiche predisposte a recepirli con deferente attenzione.
Si è sfondata insomma da noi una porta già quasi del tutto aperta.
Aperta in decenni di dannosissimo tenace operare contro lo Stato da parte di quei gruppi comunisti e cattolici che affondano le radici della loro utopia nell'idea della fratellanza universale. Se i comunisti avevano tentato, attraverso lo strumento della lotta di classe - l'operaio non ha patria - di esportare in tutto il mondo la loro rivoluzione, il cristianesimo si era distinto, fin da subito, per la sua connotazione ecumenica. Mentre infatti nell'antichità ogni religione era vista come indissolubilmente legata allo spirito e alle tradizioni del suo Popolo, il cristianesimo taglià i legami che univano le Nazioni alle loro divinità e, in modo innaturale e dogmatico, sovrappone alle culture originarie un'unica verità e un'unica gerarchia. È l'imporsi, nel campo spirituale, di quell'intolleranza di stampo giudaico che ha lastricato due millenni di storia di oziosi dommatismi teologici sfociati in sanguinose guerre di religione, che ha portato alla persecuzione degli eretici, ai roghi delle streghe, ai processi agli scienziati. A queste scuole laiche e religiose cultrici ante litteram dell'omologazione mondialista, a questi patiti dell'autoritarismo non crea evidentemente alcun problema la pretesa democratica di voler esercitare in modo monopolistico il potere su tutto il pianeta. A questi storici avversari della libertà e dell'idea nazionale non sembra vero di poter assistere al sognato, messianico avvento di un'unica società planetaria: un futuro senza frontiere, senza oppositori e senza ribelli è per costoro già in vista. Nel terzo millennio, tutti i popoli del mondo - proprio perché non saranno più Popoli - rinunceranno all'egoistica tutela dei propri interessi e vivranno, meticci e contenti, adorando un unico Dio, guarda caso quello di Israele (4), unificati nel flusso della grande corrente vincente, quella mercantilista. Sfuggono, a questi sprovveduti, le vere finalità del progetto, ovverosia l'asservimento dell'intera umanità,attraverso la globalizzazione della produzione e del commercio e con l'aiuto anestetico del consumismo, dell'apparato ludico e della finzione televisiva, al volere della grande finanza
usurocratica.
Resta il fatto che, come dicevamo, una sventagliata di leggi, di tale portata da sovvertire la nostra tradizionale intelaiatura giuridico culturale e da minacciare lo status quo etnico del Paese, è piovuta sugli italiani tra capo e collo. L'aspetto peggiore di questo dinamismo legislativo è la pretesa di indicare la scelta di una società multirazziale come definitiva e irreversibile. La nuova legge 6 marzo 1998, n. 40, Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, impone infatti (art. 36) alle istituzioni scolastiche di «promuovere e favorire le iniziative volte all'accoglienza». Proprio mentre la scuola sarebbe la sede adatta per informare i giovani e sensibilizzarli contro i pericoli che si vanno addensando sul loro futuro, all'insegnante è invece affidato il modesto, in realtà squalificante, compito di amplificare le direttive emanate dal Regime. Gli è in sostanza lasciata la «libertà» di indottrinare gli allievi; gli è impedito, soffocando così la sua autonomia di educatore, dibattere e sviscerare criticamente l'impostazione e la soluzione data legislativamente a tutta la problematica.

(4) È la rivincita del Padre. Il colpo di Stato del Figlio, grazie ai lealisti, è sventato: dopo appena 2000 anni - un battito di ciglia tra Eterni - la gerarchia è ristabilita.
Milano 1998: Giornalmente merce «firnata» appositamente contraffatta per un valore di centinaia di milioni viene venduta sulla strada esentasse. Da parte delle autorità, carabinieri,guardia di finanza, vigili urbani, nessuna contestazione né ai fornitori, né ai distributori, né alla clientela.

Una simile prassi contraddice tra l'altro ogni vera sostanza democratica. Nessuna legge può infatti dogmaticamente proibire di discutere il suo stesso contenuto. Ciascun cittadino dovrebbe quantomeno poterlo vagliare e, se lo ritiene, muoversi a livello di partiti politici, o di gruppi di pressione, per modificare o abrogare la legge. Sembra a noi del tutto fuorviante che sia ad esempio consentito battersi contro la caccia, che pure è regolata dallo Stato, che sia lecito chiedere l'uscita dell'Italia dalla NATO, che una serie di referendum si succeda sui più disparati argomenti e che invece i criteri di favore fissati per l'accoglienza e l'integrazione dello straniero, criteri chiaramente finalizzati alla sua assimilazione, debbano essere considerati punti fermi intoccabili, severamente tutelati da una magistratura tanto poco indipendente dal potere politico da essere scaduta a braccio secolare della democrazia mondialista. Per parte nostra ci limitiamo a domandare a questi specialisti dello sradicamento,a questi Soloni dell'antirazzismo, come immaginano nel loro delirio fantabiologico la procedura pratica, la ricetta per assimilare - per rendere cioè simile - un negro ad un bianco, e ancora il sistema per convincere un integralista islamico, o un ebreo ortodosso, a farsi pacificamente devoto della Madonna. Perché proprio qui sta il problema. Coloro che dovrebbero essere integrati non ne vogliono sapere; vogliono, pur essendo stranieri, i nostri stessi diritti e diritti particolari aggiuntivi, ma nello stesso tempo dichiarano con chiarezza di non volersi affatto assimilare.
Essi considerano anzi questa eventualità come una sciagura, una resa, peggio ancora come un
tradimento. Come potrebbe - dicono - uno di noi diventare uno di loro? La cultura dominante si muove dunque controcorrente tanto rispetto agli autoctoni che etnicamente vogliono restare quel che sono, quanto nei confronti degli stranieri che, a priori, escludono di poter annacquare le loro caratteristiche personali e di gruppo. Se dunque esistono individui destinati a restare separati dalla massa del Popolo che li ospita, e ciò perché la loro identità nazionale, culturale e religiosa è tanto forte da apprezzare ed applicare precetti di chiaro stampo razzista (5), non deve meravigliare che, a livello collettivo, ne nascano fenomeni di ghettizzazione, ossia di aggregazione di questi diversi.
Con gente del loro stesso sentire, essi danno infatti origine, nei Paesi che li ospitano, ad un sodalizio che si propone di surrogare quello locale cui si sono volontariamente sottratti.
Di questa dinamica sono un esempio i quartieri delle grandi metropoli occidentali dove vivono, cementate dal proprio razzismo e dalla comprensibile xenofobia degli autoctoni, comunità di cinesi, o gruppi di colorati delle più svariate provenienze. È un fenomeno che si sta sviluppando anche in Italia, tanto per la localizzazione sul territorio degli immigrati che determina nelle nostre città vere e proprie zone off limits, quanto per la loro partecipazione alle attività criminali e più in genere ai traffici illeciti, con un attivismo che si sviluppa per bande nazionali, ciascuna con una propria specializzazione.
Ecco marocchini e tunisini gestire lo spaccio degli stupefacenti e il contrabbando, negri e cinesi occupare la nicchia dell'abusivismo, albanesi e brasiliani manovrare il mondo della prostituzione, cileni e peruviani monopolizzare il borseggio. Quando poi gli stranieri - grazie all'assistenza sociale e sanitaria fornita dalla nazione che li ha accolti - divengono minoranza consistente, ha inizio quella conflittualità tipica dello sgretolamento di ogni compattezza nazionale e sulla quale sono destinati ad innestarsi gli scontri interetnici.
A questo punto, ciascuna minoranza, com'è del resto fatale in un'ottica demo-consumista, finisce per badare esclusivamente al proprio tornaconto. Si passa così rapidamente alla disintegrazione anarchica dello Stato, e di qui alla ricerca - tutti contro tutti - della soluzione
di forza. Ma nella realtà di oggi i gruppi etnici non sono più neppure liberi di optare, quando

(5) È il caso di ricordare talune di queste regole: il divieto di nozze al di fuori del gruppo etnico o della setta; l'obbligo di conformarsi a un particolare regime alimentare, la prescrizione di singolari procedure per la macellazione degli animali, l'uso, finalizzato al riconoscimento e quindi alla separazione, di originali capi d'abbigliamento e di strane acconciature, l'adozione di un proprio calendario e di proprie festività, per finire col ricorso a mutilazioni sessuali quali la circoncisione, o peggio.

lo ritengano necessario, per la soluzione armata. Se dall'alto lo si giudica conveniente, pretesti di tipo umanitario aprono la strada all'intervento militare. I gendarmi del globalismo subentrano allora ad imporre colla forza regimi deboli, corrotti, disposti a collaborare e a coprire di debiti il loro disgraziato Paese.
Di queste gravissime conseguenze, così come dei fenomeni di ghettizzazione sopra descritti, è dunque direttamente responsabile il progetto mondialista, il quale, paradossalmente, finisce proprio per alimentare il razzismo, ossia la volontà di autodifesa delle comunità nazionali infiltrate dallo straniero. Ma se una valutazione di oggettiva inassimilabilità e quindi di incompatibilità spinge a valutare negativamente il fenomeno dell'odierna immigrazione di massa da quei Paesi contrassegnati da cultura e regole di vita troppo estranee alle nostre, ancor più negativamente va giudicata una sottocategoria di non assimilabili: quella di coloro che rifiutano di essere considerati tali.
Essi, credendosi cittadini del mondo e di ogni suo Paese, evitano di incistarsi nei nuclei separati dalla società civile formati dai loro connazionali o correligionari di più salda identità e, conquistati dal pregiudizio antirazzista, tentano di penetrare il tessuto umano che li ospita.
Quando poi uno di questi stranieri, dimentico della sua natura inadatta al trapianto - delle sue ineliminabili incrostazioni culturali, dei tratti fisiognomici e caratteriali - si spinge al limite estremo dell'avventura assimilazionista e, contro ogni calcolo probabilistico di riuscita vi coinvolge un autoctono dell'altro sesso ottimista e disinformato, allora è il disastro: ne sortirà una prole imbastardita, i cui problemi non avranno mai fine, ricadendo, coi relativi costi, sulle spalle della collettività.
Il calvario dei mezzosangue, condannati fatalmente, in una nazione etnicamente unita, alla diffidenza, ma anche all'isolamento, in quanto privi del conforto di una propria comunità, inizierà alla scuola materna, per proseguire durante il corso degli studi e continuare nel mondo del lavoro e in quello dei rapporti sociali e sentimentali.
La leggerezza dei padri e delle madri, apprendisti stregoni tanto presuntuosi da cercare di piegare al proprio capriccio il destino fissato agli umani dagli inviolabili principi del sangue e del suolo, sarà scontata duramente dai figli attraverso conflitti psichici distruttivi che coinvolgeranno tutti quelli che si troveranno a vivere loro accanto. Alla luce di tutto ciò, il legiferare cui stiamo assistendo appare insensato e del tutto privo di lungimiranza. Si risolve infatti immediatamente a danno del cittadino, ma è soprattutto denso di implicazioni negative per le generazioni future.
L'idea di spalancare indiscriminatamente le porte del Paese agli stranieri e di spingere per
l'integrazione di ogni tipo di immigrato, apre la strada aduna caduta senza alcuna possibilità
di ritorno.
È del tutto evidente che se una Nazione può passare da un genere di politica ad un altro, scegliere alleanze diverse, decidere di privatizzare o nazionalizzare, qualsiasi tipo di intervento è invece precluso nel caso in cui il suo Popolo - vuoi per debolezza istituzionale o militare delle strutture statali, vuoi per cedimento alla pressione di mode epocali - abbia imboccato la via della mescolanza razziale. La genetica non consente che la linea di sviluppo di un ibrido possa essere invertita.
Come la freccia del tempo impedisce, una volta fatta la frittata, che si possano rimettere assieme le uova, così non è possibile, da un mulatto, ripristinare una discendenza pura. Che dopo - constatate le conseguenze - ci si possa pentire non ha perciò alcun rilievo; non serve più: cosa fatta capo ha. È per questo che la battaglia, nella quale non si discute un'astratta classifica di superiorità o inferiorità biologica, ma è in gioco la sopravvivenza stessa della nostra stirpe, va combattuta oggi. E va combattuta senza possibilità di dialogo o di compromesso con l'avversario perché l'oggetto del contendere, per la sua importanza, non lo consente.
Le ragioni dell'insanabile contrasto emergono del resto chiarissime da un esame della legge.
C'è innanzitutto da dire che il legislatore ha «dimenticato» di operare una qualsiasi distinzione tra gli stranieri in ingresso. Non sono cioè state fissate quote per ciascun Paese di provenienza, come ad esempio hanno sempre fatto gli Stati Uniti, i quali, senza alcun falso pudore, escludevano negri, cinesi e giapponesi e, tra gli europei, privilegiavano gli anglossassoni scapito dei latini.
Non si comprende perché, potendo oggi scegliere, l'Italia non tenga lontani quegli elementi che è statisticamente prevedibile si dedicheranno ad attività criminali (6). A qualsiasi straniero invece la nostra legge garantisce non solo accoglienza, ma anche «rispetto» e parità con. gli italiani nel godimento dei diritti civili. Gli è anzi riconosciuta una condizione di favore: mentre l'italiano questi diritti ha dovuto conquistarseli in anni di studio, di lavoro, di servizio militare, di contribuzioni sociali, per lo straniero i diritti sono elargiti dalla legge e gratuiti. Ma ecco alcuni dettagli della legge che ci pare giusto mettere in rilievo. Le regioni, le province e i comuni devono predisporre centri di accoglienza destinati al soggiorno, alla nutrizione degli ospiti, alla loro assistenza sanitaria nonché al loro inserimento sociale (art.38). Gli stranieri hanno anche diritto di accedere, in condizioni di parità coi cittadini italiani,agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Sono pure equiparati agli italiani per quanto riguarda le prestazioni di assistenza sociale, incluse quelle previste per i sordomuti, i ciechi, gli invalidi civili (art. 39).
Per gli stranieri, quelle ragioni che impongono restrizioni economiche all'assistenza sociale,
evidentemente non valgono. Lo spirito antinazionale della legge si svela appieno nell'affrontare il tema della sanità. Mentre nessuna visita medica obbligatoria di controllo è prevista sugli stranieri in ingresso - la popolazione italiana resta così esposta al rischio di malattie contagiose, dato che AIDS, tubercolosi, scabbia, addirittura lebbra, sono diffuse tra gli immigrati - la legge stabilisce che gli ospiti stranieri, per il solo fatto di essere presenti, abbiano diritto all'assistenza del servizio medico nazionale (art. 32). Persino ai clandestini devono essere fornite - ovviamente a titolo gratuito - tutte le cure previste (art. 33, comma 5).
A questi clandestini si garantisce inoltre che nessuna segnalazione potrà essere inoltrata a quelle stesse autorità che, al corrente della loro presenza, avrebbero il dovere di espellerli! (7)
Sarebbe come se in guerra il prigioniero ferito venisse non solo curato e rifocillato, ma
riequipaggiato e restituito all'esercito nemico. Ma i diritti dello straniero sono ancora più vasti.
I decreti che lo riguardano devono essere (art. 4) tradotti «in una lingua a lui conosciuta». È
già tanto che nelle scuole dove sono accolti gli stranieri (i quali tra l'altro hanno diritto in mensa a un menu particolare, la dieta religiosa) i nostri figli non debbano imparare la loro lingua! Davanti al giudice che si occupa della sua vicenda, l'immigrato ha diritto al patrocinio a spese dello Stato e, contro l'eventuale decreto di espulsione, è ammesso persino il ricorso per Cassazione.
Quanto alle espulsioni, rimaste fino ad oggi risibile flatus votis, (art. 17) esse non sono applicabili agli stranieri minori di 18 anni e alle donne in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi al parto. Come si potrà poi rimpatriare la madre di un bimbo nato in Italia e che, in quanto minore, non può essere espulso? Mentre, come è noto, all'italiano all'estero è negata la possibilità di esercitare il diritto di voto nel luogo di residenza, è previsto invece (art. 7) che lo straniero partecipi alla vita pubblica locale esercitando anche l'elettorato. Come se di stranieri non ne affluissero a sufficienza di loro iniziativa, la legge prevede (art. 21) che quelle stesse associazioni del volontariato che operano nel settore dell'immigrazione, la Caritas ad esempio - e che perciò ricevono generosissimi contributi statali - possano farsi garanti dell'ingresso nel Paese dello straniero.
Costui ottiene in tal modo un permesso di soggiorno di un anno al fine di inserimento nel

(6) Secondo dati del Ministero degli Interni per il '96, in testa alla classifica si trovano i marocchini con 14.166 denunce, 9.125 arresti e 2.172 condannati. Al secondo posto gli
albanesi con 12.335 denunce e 2.185 arresti. Seguono a ruota jugoslavi e tunisini. Nella
classifica non compaiono gli zingari; né la cosa deve meravigliare in quanto, in democrazia,
l'asocialità e il parassitismo non vengono considerati reati.
(7) Si vuole evidentemente premiare i clandestini i quali, tra gli extracomunitari, raggiungono il 70% nel reato di lesioni volontarie, il 75% in quello di omicidio, 1'85% nei furti e nelle rapine.

mercato del lavoro. Sempre a facilitare l'arrivo di nuovi immigrati, senza pericolo di inconvenienti per la manovalanza mondialista che li assiste e che anzi, più immigrati entrano più soldi estorce allo Stato, si precisa (art. 10) che coloro i quali esercitano attività di soccorso e di assistenza umanitaria a favore dei clandestini non commettono reato. Quei cittadini che invece si permettono di escludere gli extracomunitari dalle loro offerte di lavoro o dal cosiddetto diritto all'abitazione, o ignorano comunque qualcuna delle demenziali disposizioni di questa legge, sono incriminabili (art. 41) per il reato di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Perla repressiva aggiuntiva: la denuncia contro i «razzisti» (art. 41, comma 10) può essere inoltrata dalle rappresentanze locali delle confederazioni sindacali.
Lo straniero già presente sul nostro territorio, grazie a questa provvida legge (art. 27) può ora farsi raggiungere dal coniuge (per i musulmani dai coniugi), dai figli minori, dai genitori, dai
parenti fino al terzo grado e si speci fica in modo che non nascano difficoltà, «compresi gli
inabili al lavoro», per i quali, come abbiamo già visto, è pronta la pensione.
A loro volta, i figli minori presenti sul territorio, e che non possono comunque essere rimpatriati, possono farsi raggiungere dai genitori, e così via. Si tratta insomma di una rete volutamente costruita a maglie tanto larghe da far passare di tutto.
Si pensi che il capo 3 della legge, «Disposizioni di carattere umanitario», prevede addirittura il rilascio del permesso di soggiorno a quei clandestini - ad esempio prostitute - che dichiarino di volersi sottrarre allo sfruttamento e si dicano disposte a partecipare ad un programma di assistenza sociale (art. 16).
C'è di peggio: il comma 6 aggiunge che il permesso di soggiorno può essere rilasciato allo straniero già detenuto all'atto delle dimissioni dall'istituto di pena. Ebbene, una legge del genere che, ben lungi dal dissuadere si configura come un «benvenuto» ufficiale, è passata senza che 1'«opposizione» di Fini, Bossi e Berlusconi - eletta proprio per porre un freno a situazioni del genere - abbia gridato allo scandalo, né abbia messo in atto quello strenuo ostruzionismo parlamentare che il provvedimento meritava.
Quello che più colpisce il cittadino è tuttavia il clima gioioso e imbecille nel quale la tragedia
dell'imbastardimento si sta consumando.
Ecco come Edoardo Girola ci presenta (Corriere della Sera, domenica 21 giugno 1998) il primo carabiniere con la pelle nera: «È un fatto nuovo, il segno dei tempi che cambiano e un buon esempio di civiltà» dice il nostro, evidentemente un fan della società multirazziale.
Ancora più ispirato Aldo Grasso che - stesso giornale, stessa data, stesso spunto - si esalta al
pensiero delle nostre donne cavalcate «in una nazione a natalità zero, poco interessata alla
procreazione» dagli stalloni negri.
«È il sogno americano; adesso anche noi siamo autorizzati a immaginare un Presidente della
Repubblica dalla pelle scura, o un ministro, basta anche il capo di un'authority, purché di colore: nero, giallo ambrato, plurale come l'universo». Noi la pensiamo in modo diametralmente opposto. Il «fatto nuovo» è solo una conseguenza a scoppio ritardato di quella sconsiderata legge sull'adozione internazionale (8) che ha stravolto le vecchie norme consentendo l'introduzione nelle famiglie italiane di minori strappati senza alcun riguardo alle  loro radici e assurdamente trapiantati in un Paese e in un ambiente geografico e umano a loro totalmente estraneo.
Non deve meravigliare che simili operazioni contronatura abbiano di regola esito infausto.
Basti pensare al caso del caporale della Folgore, cambogiano di nascita, italiano appunto per
adozione, arrestato nello scorso luglio sotto l'accusa di essere un serial killer di prostitute.
Ma, senza toccare simili estremi, è facile intuire i conflitti determinati dalla convivenza tra
individui di origini razziali e culturali diverse.
Leggiamo giornalmente di donne sposate ad africani o arabi private dei figli o costrette a seguire i mariti - un incubo inimmaginabile - nei Paesi di costoro. Pensate a quei ragazzi italiani cui la Legge non è stata capace di evitare, sotto lo stesso tetto, la sconvolgente presenza di «fratelli» negri adottati dai loro genitori.

(8) Cfr. l'Uomo libero n. 16, 1983, Piero Sella, La pianificazione legislativa dell'inquinamento razziale.

Il primo carabiniere con la pelle nera di cui sopra, ad esempio, ha due «fratelli» bianchi, un maschio di sette anni e una bambina di cinque, vittime sacrificate dall'utopistica incoscienza del mondialismo democratico sull'altare della società multietnica.
Eppure ci vuol ben altro che delle vite rovinate per distogliere il nostro testardo legislatore dai suoi sforzi alchemici tesi a perfezionare la snazionalizzazione: ecco la nuova legge sulle adozioni che, per incoraggiare i «genitori» ad andare a cercarsi i «figli» lontano da casa, li favorisce con vantaggi economici e con sgravi fiscali.
Un safari in Africa, nella selva amazzonica o nelle foreste del sud-est asiatico alla ricerca di minori da deportare in Europa, dovrà essere considerato d'ora innanzi dai datori di lavoro come «permesso retribuito». Le spese legali per l'adozione potranno essere detratte dalla denuncia dei redditi. Quanto alle assenze dal lavoro per accudire i piccoli stranieri adottati, anche se questi hanno già superato il limite di età fissato dalla legge per i bambini italiani, esse saranno comunque giustificate e retribuite.
Questi connazionali per adozione, a prescindere dal colore della pelle, passeranno tuttavia tra la massa degli italiani del tutto inosservati grazie alla lungimiranza e alla delicatezza del nostro legislatore. Così come i legislatori democratici hanno pensato di sconfiggere la prostituzione chiudendo i «casini», e le malattie mentali chiudendo i manicomi, così la nuova legge sulla privacy ha eliminato i pregiudizi nei confronti dei diversi vietando (art. 22) che a fianco del nome di chicchessia vengano annotati razza, nazionalità e religione.
Ma anche l'aspetto psicologico della questione ha la sua importanza. Per rassicurare gli stranieri non in regola e invogliare quelli che ancora non hanno preso la decisione di sbarcare sulle nostre coste, è in corso infatti l'ennesima sanatoria. Ma già si dà per certo che, quanto prima, ce ne sarà un'altra, ancora più vasta. Si allude probabilmente a quella che, in piena coerenza con le proprie posizioni antinazionali, è stata poi invocata dalla Chiesa, a favore di tutti gli irregolari, adducendo a pretesto il Giubileo del 2000 (9). Il nuovo ministro Jervolino assicura che nel frattempo nessuno sarà espulso.
La parte finale del documento programmatico governativo in cui la sanatoria è contenuta si
preoccupa anche delle politiche di integrazione da adottare, «per favorire la coabitazione, evitare incomprensioni, razzismo e pregiudizi». Si dà dunque per scontato, da parte del nostro legislatore, che ogni torto e ogni manchevolezza debbano essere dalla parte italiana e che i
nuovi arrivati saranno invece tutti gente onesta, volenterosa, istruita e in grado di farsi strada da soli. (10)
Qual'è invece la realtà? A prescindere dai problemi generati dalla loro impossibile assimilazione come ricambiano gli stranieri l'accoglienza? Come si comportano? Lavorano o non vanno  piuttosto ad ingrossare le fila della criminalità?È da spazzare via innanzitutto il paragone che spesso si fa tra loro e i nostri emigranti a cavallo tra Ottocento e Novecento. A costoro infatti il lavoro era offerto ed i Paesi nei quali arrivavano erano praticamente spopolati. Gli Italiani per di più lavoravano sodo, privi di qualsiasi previdenza sociale e quando «sgarravano» pagavano duramente. Gli immigrati che oggi invadono l'Europa si offrono senza che di loro ci sia necessità e creano col loro comportamento e colle loro pretese problemi di estrema gravità ad un Continente già sovraffollato.È vero che esistono mestieri sgraditi, e ciò a causa della loro pesantezza, dello scarso prestigio sociale, e della magra remunerazione.

(9) Cfr. Il discorso del Papa al quarto Congresso Mondiale della Pastorale dei Migranti e dei
Rifugiati. L'Osservatore romano, 10 ottobre '98, pag. 8.
(10) Questa «verità» va propagandata presso i giovani già in tenera età. Presto la lotta contro il razzismo sarà combattuta negli asili. Un provvedimento legislativo in tal senso è già operante in Inghilterra, dove i bambini dai quattro (!) anni in su sono passibili di sanzioni disciplinari se nella scuola o altrove manifesteranno reazioni politicamente scorrette nei confronti dei coetanei di colore. La legge Crime and Disorder Bill prevede per i razzisti in erba il domicilio coatto e la proibizione di frequentare luoghi pubblici. Va da se che «bersagli prioritari di queste azioni giudiziarie saranno innanzitutto i genitori per il cattivo esempio dato e la scarsa attenzione dedicata all'educazione dei figli».

 A questi mestieri l'italiano può però sfuggire grazie ai meccanismi predisposti dallo Stato a difesa delle categorie più deboli. Il disoccupato, il cassintegrato, il prepensionato, sollevato dal bisogno più immediato, può rifiutare le mansioni che invece sono accettate dagli stranieri, in quanto riceve dalla collettività - per non lavorare - uno «stipendio» tutto sommato equivalente a quello guadagnato dall'immigrato.
Il fenomeno di un «benessere minimo» costruito sullo sfruttamento dei cosiddetti ammortizzatori sociali è purtroppo assai diffuso ed il suo uso generalizzato e distorto trae origine dalla natura stessa, corrotta e clientelare, del regime democratico. Alludiamo a quel l'assistenzialismo che si è concretato in migliaia di pensioni di invalidità fasulle, nei lavori di presunta «utilità sociale», nelle migliaia di persone sovrannumero e quindi nullafacenti,sistemate dai loro referenti politici nelle amministrazioni e nei vari enti locali. Questa «solidarietà» va ripensata in quanto produttiva di evidenti effetti fuorvianti. Non solo appare insostenibile l'emorraggia di denaro per il bilancio dello Stato, ma è chiaro che il sistema, così com'è, turba in profondità il mercato del lavoro e favorisce l'arrivo di nuove ondate di immigrati. Siamo dell'opinione che quegli stessi italiani, resi schizzinosi dall'attuale impostazione data al problema, potrebbero benissimo essere utilmente riciclati e rimpiazzare gli extracomunitari nella raccolta dei pomodori o ai lavandini dei ristoranti. Ne risulterebbe automaticamente eliminata l'odierna artificiosa necessità di manodopera  straniera.
Accogliere gli stranieri è per di più un comportamento tanto più illogico in quanto del loro lavoro ci sarebbe bisogno proprio nei Paesi da cui provengono.
È questo il dato di fatto che deve spingere l'Europa a trovare con le nazioni africane interessate, nazioni ancora in attesa di sviluppo, soluzioni per impiegare questi lavoratori negli stessi luoghi dove vivono le loro famiglie. Qui da noi, e rispondiamo alle domande precedenti, per loro non c'è sbocco. Se si toglie l'esercito delle colf, il grosso degli extracomunitari non lavora, e la loro presenza percentuale sul libro nero della criminalità è in costante, drammatica crescita.
Ebbene, a questi stessi stranieri, si pensa ora di concedere, con procedure più snelle e più rapide di quelle attuali, la cittadinanza italiana e quindi il diritto di voto. Considerato l'attuale assai incerto rapporto tra le forze politiche contrapposte, è evidente come qualche milione di voti potrebbe essere determinante per la formazione di nuovi equilibri.Dopo aver rinunciato con una politica di incredibile servilismo nei confronti degli Stati Uniti e delle loro organizzazioni fiancheggiatrici, ONU, NATO, ecc. alla sovranità nazionale, la democrazia dei partiti sta ora consegnando le chiavi di casa, il destino stesso della nazione e dei nostri figli, nelle mani degli immigrati stranieri.
Se si tiene presente il diverso quoziente di natalità - 9,4 nati vivi su mille italiani contro il 13,3 degli stranieri - risulta evidente la rapidità dell'imbastardimento delle nostre città.
A Milano nel 1997 sul totale delle nascite i figli degli stranieri hanno rappresentato ben il 16,6%, e nelle scuole, sempre nell'ultimo anno, la presenza di stranieri è aumentata di oltre il 25%. In certe classi gli italiani sono già una minoranza.
Una simile realtà non è evidentemente sufficiente per scuotere i vertici politici e religiosi della nostra regione. Ecco il sindaco Albertini: «la multietnicità di Milano non mi preoccupa,anzi, mi fa piacere»; Viviana Becalossi di AN, vice presidente del Consiglio Regionale:
«Purché il bambino sia figlio di gente in regola»; il leghista Borghezio, interpellato al Maurizio Costanzo Show circa l'ipotesi che sua figlia volesse sposare un colorato: «Purché sia cattolico!»; il cardinale Martini: «Bestemmia chi diffonde certi veleni di chiusura della società agli immigrati».
Per quel che ci riguarda - e sappiamo che milioni di italiani privi di un punto di riferimento politico la pensano come noi - che lo straniero sia in regola con il permesso di soggiorno, che sia cattolico, laureato o ricco, sono dettagli che non possono renderlo più assimilabile, meno «diverso» da quel che è. Ed è proprio dalla constatazione oggettiva e inconfutabile di questa
irrimediabile diversità che discende il giudizio di inassimilabilità.
Tanti più individui inassimilabili sono presenti percentualmente in una popolazione, tanto minori sono le probabilità di una convivenza sociale armoniosa e costruttiva.
Delineate - ci auguriamo con sufficiente chiarezza - le conseguenze di quella politica finalizzata a snaturare la struttura biologica dei Popoli e a sfruttare, con l'avvento di una società planetaria multirazziale, i nuovi comportamenti suggeriti ed imposti, vogliamo dedicare la conclusione del nostro discorso a coloro che giudicano ormai irreversibile la vittoria del mondialismo.
Costoro immaginano di poter inventare a tavolino, dietro la linea del fronte del nazionalismo
- ormai secondo loro definitivamente sfondata - qualcosa di antagonistico e alternativo.
La realtà mondiale mostra però che nulla di positivo è possibile edificare se non sulla base delle identità nazionali. Quegli Stati del Centro e del Sud America che il meticciato ha privato di una precisa identità biologica, sono ormai razzialmente omologati al modello desiderato dai vertici della plutocrazia. La loro popolazione, proprio perché non ha più nulla da difendere, è assolutamente incapace di reagire.
Una società multietnica non può infatti avere alcun interesse né per l'indipendenza politica né per quella economica. In essa l'individuo, ridotto a monade consumistica, è privo di mete diverse dal semplice sopravvivere, non ha altro obiettivo che la soddisfazione dei propri elementari istinti  animaleschi.
Piero Sella

numero 46 – l'Uomo libero –
http://www.uomo-libero.com


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Author(s): Olodogma
Title: L'immigrazione di massa arma del mondialismo contro le sovranità nazionali
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Published: 2013-07-03
First posted on CODOH: Sept. 8, 2017, 12:28 p.m.
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