Jürgen Graf : il gigante dai piedi d’argilla
Published: 2013-09-15

Jürgen Graf: Il gigante dai piedi d’argilla

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(Riese auf tönernen Füssen—Raul Hilberg und sein Standardwerk über den ‘Holocaust’)

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Testo originale tedesco ( http://holocausthandbuecher.com/dl/03d-ratf.pdf )

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Traduzione del Prof. Antonio Caracciolo

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Raul Hilberg e la sua opera simbolo sull’«Olocausto»

Castle Hill Publishers, PO Box 118, Hastings TN34 3ZQ,Gran Bretagna,Ottobre 1999

 

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Il vasto opus di Raul Hilberg “L’annientamento degli ebrei europei” passa in genere come l’opera di riferimento sull’«Olocausto». In effetti con ammirevole diligenza in un lavoro di molti anni Hilberg ha radunato un’immensa quantità di documenti sulla persecuzione degli ebrei nel Terzo Reich.

Ma come stiamo messi con la qualità delle sue prove sullo sterminio degli ebrei?

Quali pezze d’appoggio Hilberg fornisce sulla realtà di un piano tedesco per lo sterminio degli ebrei, sull’esistenza di camere a gas per l’uccisione di uomini come pure per il numero da lui sostenuto di circa 5,1 milioni di vittime ebree?

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Jürgen Graf ha esaminato a fondo tutte queste domande. In chiarezza le sue conclusioni non lasciano niente da desiderare. “Il gigante dai piedi d’argilla” è la prima ampia e sistematica disputa con il più ragguardevole rappresentante della versione ufficiale del destino degli ebrei sotto il dominio del Terzo Reich.

 

I.Introduzione.

II Osservazioni di carattere generale

1. Ignoranza conseguente delle tesi contrarie.
2. Nessuna foto, nessun disegno delle camere e autocarri di gasazione armi del reato.
3. Discrepanza fra titolo e contenuto dell’opera.

III.Osservazioni sul primo volume.

IV. La mancanza di documenti su una politica di annientamento degli ebrei e sue conseguenze per gli storici ortodossi.

1. «Nessun documento è rimasto».
2. Intenzionalisti e funzionalisti.
3. Gli errori e le confusioni di Raul Hilberg:
a. C’era o non c’era l’infausto comando di Hitler?
b. «Né speciale Autorità né speciale bilancio».
c. Il mito del linguaggio mimetico.
d. Citazioni di Hitler come “prova” del genocidio.
e. Due problemi insolubili.
f. «Un’incredibile trasposizione di pensieri».

V. I massacri sul fronte orientale.

1. La situazione di partenza.
2. La politica tedesca verso gli ebrei nei territori sovietici occupati secondo Hilberg.
3. Sulla credibilità dell’esposizione di Hilberg:
a. Le affermazioni sui numeri delle vittime dei gruppi d’azione.
b. I profughi delle città che ritornavano indietro.
c. Scopo e svolgimento temporale della ghettizzazione.
4. Nessuna prova oggettiva per le affermazioni su 1,2 milioni di assassinii di ebrei nel fronte orientale.
5. Le prove documentarie di Hilberg.
6. “Affidavit” di Hilberg e simili prove testimoniali.
7. “Ospiti di lager baltici fucilati” scoperti da Hilberg.
8. Cosa è successo veramente con gli ebrei nei territori sovietici occupati?

VI. Le deportazioni

1. La situazione di partenza.
2. Lo scopo delle deportazioni: impiego lavorativo contro eliminazione.
3. Fucilazioni di massa in Galizia scoperte da Hilberg.
4. Come pecore sul banco del macello.
5. “Gassati” in Auschwitz riaffiorano a Stutthof.

 

VII. I centri di annientamento

1. La situazione di partenza.
2. I numeri immaginari dati da Hilberg per i “campi di annientamento”.
3. Armi di fatto e rimozione dei cadaveri nei “campi di annientamento” secondo Hilberg:
a. I “semplici campi di annientamento”;
b. Majdanek;
c. Auschwitz-Birkenau;
d. Il papa dell’Olocausto con lo stomaco sano.
4. La metodologia di Hilberg: la trasmutazione di tutti i valori:
a. I testimoni principali di Hilberg;
b. Il testimone ebreo prediletto di Hilberg: Filip Müller.

5. L’esposizione di Hilberg dell’annientamento degli ebrei alla luce della tecnica e della tossicologia:
a. Il motore diesel come arma di fatto;
b. La rimozione dei cadaveri nel “semplici campi di annientamento”: Belzec come caso esemplare;
c. Il Zyklon B come arma di fatto;
d. Il decorso pratico della gassificazione nei crematori II e III di Birkenau secondo Hilberg;
e. Le affermazioni sulla cremazione di 10.000 cadaveri al giorno di tanto in tanto a Birkenau.

VIII. Statistica delle vittime ebree in Hilberg: anatomia di una truffa

1. Le “tre categorie di vittime”.
2. Ungheria.
3. Polonia.
4. Unione Sovietica.
5. Risultato.

IX. Sconfitta di Hilberg nel processo Zündel

X. Conclusioni

I. Introduzione

«Tu o re, stavi guardando, ed ecco una statua; quella statua, che era molto grande e di splendore straordinario, si ergeva dinanzi a te e il suo aspetto era spaventevole. Questa statua aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro, i piedi parte di ferro e parte d’argilla. Tu guardavi e d’improvviso una pietra si staccò senza spinta di mani, colpì la statua nei suoi piedi, ch’erano di ferro e d’argilla, e li frantumò. Allora ferro, argilla, bronzo, argento e oro si frantumarono simultaneamente, e furono come la pula sulle aie d’estate; li portò via il vento senza che più se ne trovasse traccia. Ma la pietra, che aveva colpito la statua, divenne un gran monte che riempì tutta la terra» (Daniele 2, 31-35).

Secondo la versione della storia ufficiale i nazionalsocialisti tedeschi durante la seconda guerra mondiale perpetrarono verso gli ebrei un genocidio senza precedenti nella sua sistematicità e nella sua crudeltà. Parecchi milioni di ebrei - si dice - sarebbero stati portati da tutti i paesi dominati dai tedeschi in “campi di concentramento” situati in territorio polacco e qui assassinati soprattutto in camere a gas, in più piccola parte in autocarri da gasazione. Inoltre i tedeschi sul fronte orientale avrebbero massacrato un numero incredibile di ebrei. La cifra complessiva dei gassati, fucilati come pure degli ebrei morti per epidemie, esaurimento, fame etc. si aggira dai cinque ai sei milioni.Per questo genocidio che si pretende sia unico nel suo genere si adopera comunemente la parola “Olocausto”, che deriva dalla parola greca per “sacrificio mediante fuoco” e che dopo la diffusione dell’omonimo film statunitense nel 1979 si è affermato anche fuori dell’ambito linguistico anglosassone.La versione appena riassunta del destino degli ebrei durante la seconda guerra mondiale si trova in tutti i lessici ed in tutti i libri di storia del mondo occidentale. Nelle discussioni pubbliche sull’«Olocausto» si parte da essa sempre in modo assiomatico. Dubbi su questa versione non sono desiderati.

Voci divergenti vengono messe a tacere da una stretta censura dei media ed in parecchi Stati europei represse con il terrore della polizia di Stato.

Benché nei decenni passati sia apparsa sull’«Olocausto» una quantità di letteratura sempre più difficile da dominare, si è però generalmente d’accordo su quale libro sia da considerare come l’opera cui doversi riferire in questo argomento: The Destruction of the European Jews di Raul Hilberg.

L’ebreo Hilberg, nato a Vienna nel 1926, emigrò nel 1939 con i suoi genitori negli Stati Uniti. Nel 1944 entrò nell’esercito americano. Nel 1948 incominciò ad occuparsi del destino degli ebrei sotto il nazionalsocialismo. Nel 1951/52 lavorò nel centro di documentazione di Alessandria, in Virginia.

Il suo lavoro consisteva nell’analisi dei documenti depredati ai tedeschi.

Nel 1952 conseguì il grado di Magister in Politologia, nel 1955 il dottorato in Scienze Giuridiche. Come la maggior parte degli altri autori che si sono occupati dell’«Olocausto», nemmeno lui quindi è per formazione uno storico. Nondimeno egli insegnò nell’Università di Vermont per anni accanto alle relazioni internazionali e alla politica estera degli Stati Uniti anche la storia degli ebrei durante la seconda guerra mondiale (1). The Destruction of the European Jews apparve dapprima nel 1961 ed è stata nuovamente edita in forma invariata nel 1967 come pure nel 1979. Seguì nel 1985 un’edizione modificata , “definitiva”. Sorprendentemente la vasta opera fu volta in tedesco solo nel 1982, e precisamente in una piccola casa editrice (Olle & Wolter in Berlino). Il titolo suonava Die Vernichtung der europäischer Juden. Noi adoperiamo di seguito l’edizione in tre volumi pubblicata a Francoforte nel maggio 1997 presso la Fischer Taschenbuch Verlag, che si basa sulla versione inglese definitiva del 1985.Lo studio di Hilberg sull’«Olocausto» avanza la pretesa di essere per antonomasia il migliore e più esaustivo della sua specie. Ciò è chiarito inequivocabilmente nell’introduzione all’edizione tedesca:

«Se la parola “opera classica” ha ancora un senso, allora si deve indicare come tale la celebre opera generale di Hilberg sull’Olocausto. […] Il tema di questa opera sono gli autori, il piano, lo schema d’azione, l’atto stesso, la sua preparazione e la sua esecuzione. Con la “freddezza e precisione, che caratterizza i grandi cronisti" (SZ) Hilberg documenta l’implicazione e partecipazione delle élits dirigenti nell’amministrazione dello Stato, nell’industria e nell’esercito all’annientamento degli ebrei. È dimostrata anche la dedizione funzionale dei burocrati intermedi, dei ferrovieri, poliziotti e soldati nell’opera di sterminio. E viene alla luce un tipo di criminale (che è pure indicato per nome), che dopo il 1945 non ha incontrato il giudice: il generale prussiano, il funzionario ministeriale nazionalconservatore, il diplomatico, il giurista, l’industriale, il chimico e il medico.
Hilberg ha raccolto e completato il materiale per il suo libro lungo la sua vita. Egli passa di gran lunga per il migliore conoscitore delle fonti, che provengono in gran parte dai colpevoli. Accurati come erano, essi hanno raccolto per centomila volte in raccoglitori le prove del lavoro omicida, con intestazione della lettera e sigillo d’ufficio.
La storia complessiva dell’Olocausto che qui si presenta è “fonte per gli specialisti, analisi per i teorici e libro di storia impareggiabile per il gran pubblico” (Sunday Times)».

Che l’opus di Hilberg rappresenti il risultato di un immenso lavoro che richiede una grande applicazione, è riconosciuto dai revisionisti, che contestano la versione corrente della sorte degli ebrei nel Terzo Reich. Per il francese Robert Faurisson, uno dei più eminenti revisionisti, Hilberg si trova «in alto sopra Poliakov, Wellers, Klarsfeld e consorti» (2). In considerazione della posizione dominante di Hilberg all’interno della letteratura ortodossa sull’«Olocausto» i revisionisti si videro sempre di nuovo costretti a mettersi a disputare con la sua opera. Una prima disputa del genere ebbe luogo già nel 1964, cioè tre anni dopo l’uscita della prima edizione de The Destruction on the European Jews. Il francese Paul Rassinier, ex partigiano della resistenza, ex deportato dei campi di concentramento nazisti a Buchenwald e Dora come pure fondatore del revisionismo condusse allora un aspro attacco contro Hilberg. Nel suo libro Le drame des Juifs Européens Rassinier sottopose ad un accurato esame la statistica delle perdite umane ebree durante la seconda guerra mondiale data da Hilberg. Egli respinse la sua conclusione che ha fatto ammontare il numero delle vittime ebree a circa 5,1 milioni. A questa cifra Hilberg sarebbe giunto attraverso una grossa manipolazione dei dati di partenza. In realtà si giunge, se si parte da questi dati, a sotto un milione di vittime ebree dei nazisti (3).

Negli oltre 35 anni, che trascorrono dall’uscita della critica di Rassinier ad Hilberg, la ricerca revisionistica non è stata ferma. Un’ampia analisi dei metodi impiegati da Hilberg, non limitata alla statistica della popolazione, come pure un’illustrazione e critica dei suoi risultati certamente manca fino al giorno d’oggi. Il nostro lavoro persegue lo scopo di colmare questa lacuna.

I punti che seguono sono al centro della nostra analisi:
– quali prove Hilberg offre che il governo nazista abbia pianificato un annientamento fisico degli ebrei che vivevano nel suo ambito di potere?
- quali prove Hilberg offre per l’esistenza dei campi di annientamento, cioè campi costruiti esclusivamente o in parte per l’uccisione di ebrei e dotati a questo scopo di camere a gas per l’uccisione di uomini?
– quali prove Hilberg offre per il numero da lui asserito di circa 5,1 milioni di vittime ebree della politica nazionalsocialista?

Non sono in discussione le persecuzioni e deportazioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale da nessuno poste in dubbio come pure la sofferenza degli ebrei nei Lager e nei ghetti. Hilberg si basa qui indiscutibilmente sul solido materiale delle fonti. Le cose stanno un poco diversamente riguardo le fucilazioni di massa nel fronte orientale. Che ci siano state non è posto in discussione da nessuno; ma è certamente posto in dubbio da parte dei ricercatori revisionisti il numero di queste fucilazioni secondo quanto asserito da Hilberg e da altri storici ortodossi. Anche su questo punto noi esaminiamo criticamente il numero delle vittime postulato da Hilberg come pure le fonti da lui utilizzate.

Detto in breve: noi vogliamo cercare di spiegare se il grande opus di Hilberg sull’«Olocausto» corrisponde alle alte pretese di scientificità che avanza o se, appena pesato, deve essere ritenuto troppo superficiale.


II. Osservazioni di carattere generale

 

Ad una prima lettura dell’opus hilberghiano appaiono vistosi tre punti:

1. Ignoranza conseguente delle tesi contrarie.

 

Chi si accinge alla lettura dell’opera di Hilberg che nel suo genere è un punto di riferimento ma senza una più profonda conoscenza della problematica sull’«Olocausto» mai e poi mai potrà immaginarsi che la versione degli avvenimenti qui offerta possa essere fondamentalmente discutibile. Neppure con una parola Hilberg accenna al fatto che esiste una scuola di ricercatori che mette in discussione tanto la realtà di una politica di sterminio degli ebrei nel Terzo Reich quanto dell’esistenza di campi di annientamento e di camere a gas per l’uccisione di uomini. Altri sostenitori della versione ortodossa dell’«Olocausto» menzionano almeno l’esistenza di queste opinioni divergenti, anche se spesso solo per oltraggiarle senza esame degli argomenti addotti (4). Invece Hilberg fa come se non avesse mai sentito parlare nemmeno un po’ dei revisionisti. Fa come se nemmeno conoscesse gli studi di un Arthur Butz, di un Wilhelm Stäglitz e di un Robert Faurisson. Non un solo libro revisionista, non una sola rivista revisionistica è menzionata da Hilberg anche solo con una parola, non una sola obiezione revisionista contro la tesi dell’annientamento lo interessa anche solo fugacemente.

Nel 1961, quando Hilberg pubblicò la prima edizione di The Destruction of the European Jews, poteva forse ancora permettersi di ignorare opinioni che ponevano in dubbio la versione corrente del destino degli ebrei nel Terzo Reich; le poche opere revisioniste allora esistenti erano di livello per lo più modesto (5). Nel 1985 non poteva permettersi più questo atteggiamento. (Che la ricerca revistionista abbia fatto grandi progressi da quell’anno, mentre i sostenitori della tesi dello sterminio segnano il passo e – con la sola eccezione di Jean-Claude Pressac – non offrano più niente di nuovo, è qui ricordato solo marginalmente).

Dal momento che l’ignorare o il passare sotto silenzio gli argomenti rappresenta una chiara prova di non scientificità, la credibilità scientifica di Hilberg riceve perciò un duro colpo.


2. Nessuna foto, nessun disegno delle camere e autocarri di gasazione armi del reato

 

L’imponente opera di Hilberg, in tre volumi, che abbraccia non meno di 1351 [1479 ed. it.] pagine, contiene esattamentre tre fotografie, cioè quelle sulla copertina dei tre volumi. Nel testo stesso non si trova una sola fotografia, cosa che per un opus di questa dimensione è quanto mai insolito. Altrettanto poco egli offre ai suoi lettori una rappresentazione fisica delle camere a gas o degli autocarri di gasazione, quantunque ciò sia ovvio davanti alla novità e terribilità di questa arma di fatto. Nessuna illustrazione, nessun schizzo lascia intuire appena vagamente come questi orrendi strumenti di morte abbiano potuto funzionare.

Lo spavento di Hilberg davanti all’incontro con la realtà fisica dei campi di concentramento e dei cosiddetti “campi di sterminio” è evidente anche dal fatto che egli non ha mai fatto ricerche sull’area di questi campi. Fino all’anno 1985 egli che aveva cominciato i suoi studi sull’«Olocausto» già nel 1948, trascorse esattamente un giorno a Treblinka come pure appena mezza giornata in Auschwitz I ed Auschwitz-Birkenau – e ciò per giunta in tutti i tre casi solo per partecipare a feste della memoria. Altri campi di concentramento egli non ne visitò mai fino a quell’anno (6). Ciò sembra assai strano. Al contrario di Hilberg revisionisti come Dietlieb Felderer, Robert Faurisson, Carlo Mattogno, Germar Rudolf e l’autore di queste righe, ma anche il non revisionista Jean-Claude Pressac, hanno visitato minuziosamente e studiato i progetti edilizi dei luoghi, dove dovrebbe essersi verificato l’assassinio di massa secondo i testimoni oculari.


3. Discrepanza fra titolo e contenuto dell’opera

 

È fuor di dubbio che la gran parte del materiale offerto da Hilberg si basa su fonti affidabili. Questo vale soprattutto per le molte centinaia di pagine, dove egli descrive la persecuzione degli ebrei, cioè quella prodotta dalle leggi e da provvedimenti antiebraici adottati dalla Germania e dai suoi alleati. Tuttavia, l’opera non si intitola La persecuzione degli Ebrei d’Europama La distruzione degli Ebrei d’Europa, e con questo titolo non si giustifica per nulla. Chi in ogni caso si è fatto strada lungo le 283 pagine del primo volume non è tuttavia ancora approdato a quel tema, con il quale Hilberg ha intitolato il suo opus. Le prime 123 pagine del secondo volume, cioè le pagine da 287 a 410, sono dedicate alle «operazioni mobili di massacro» [pp. 293-430 ed. it.]; si tratta qui delle uccisioni di massa sul fronte orientale. Non meno di 515 pagine (da p. 411 a 926 [431-473 ed. it.] trattano le deportazioni di eberi dai diversi paesi controllati dalla Germania o con essi alleati. Riguardo a queste deportazioni i fatti sono indiscussi nella maggior parte dei casi.

Ciò che rende così perculiarmente spettacolare e bestiale l’«Olocausto» nell’immaginazione popolare, ossia la mattanza industriale in campi di sterminio, viene alle luci della ribalta solo a partire dalla pagina 927 [975 ed. it.]. Qui comincia il capitolo su «I centri di sterminio».
Tuttavia, il lettore deve pazientare ancora per ulteriori cento pagine, affinché il discorso cada infine sulle «operazioni di sterminio»; nei cinque sottocapitoli precedenti sono discussi «origini», «organizzazione, personale e gestione», «utilizzo della manodopera», «sperimentazioni mediche», come pure in ultimo «Le confische» nei «centri di sterminio». Stranamente il sottocapitolo «Le operazioni di sterminio» abbraccia in tutto diciannove (!!!) pagine; a p. 1046 [1077 ed. it.] si giunge già alla «liquidazione dei centri di sterminio» e alla «fine del processo di distruzione».

Il terzo volume lungo 290 pagime è dedicato mella sua interezza alle «Conclusioni», alle «Riflessioni», alle «Conseguenze», alle «Implicazioni», prima che l’Appendice concluda l’opera; in ultimo si trovano le indicazioni di Hilberg sulle perdite ebree di uomini. Riassumendo osserviamo:

– 123 pagine su 1351 dell’«opera di riferimento sull’Olocausto» trattano le uccisioni sul fronte orientale, alle quali si attribusce un’importanza subordinata tanto nella letteratura scientifica quanto in quella popolare sullo sterminio degli ebrei. e che, se si parte dal numero di vittime dato da Hilberg, è numericamente assai meno importante dell’asserita uccisione di massa nei campi di sterminio.

– 19 pagine in tutto fra 1351 sono dedicate all’elemento cardine dell’«Olocausto», allo svolgimento dell’asserito sterminio sterminio di massa nelle camere a gas (vi si aggiungono ancora 11 pagine sulla connessa questione della «liquidazione dei centri di sterminio»).

– L’intera prima e più ampia parte del secondo volume (in particolare le 515 pagine sulle deportazioni) non si trovano in nessuna diretta connessione con il tema con il quale Hilberg ha intitolato la sua opera, cioè La distruzione degli Ebrei d’Europa. Nel terzo volume sono importanti per il nostro tema solo le statistiche della popolazione.

Già a questo preciso momento si può stabilire che il contenuto dell’opus di Hilberg non mantiene ciò che il titolo promette. Se ciò certamente alleggerisce al critico il suo compito in misura assai rilevante, gli permette pure di concentrarsi nella sua analisi su una parte estensivamente piccola della gigantesca opera e di accontentarsi di alcune osservazioni per i restanti capitoli.


III.Osservazioni sul primo volume

 

Hilberg introduce il primo capitolo (I precedenti) della sua opera con le seguenti parole (7):

«La distruzione degli Ebrei d’Europa da parte della Germania fu un tour de force, e la disfatta degli Ebrei di fronte all’aggressione tedesca, la chiara dimostrazione di un fallimento. Sotto questo aspetto, l’evento fu il risultato di pratiche molto antiche. Le politiche e le azioni antiebraiche non fecero la loro improvvisa comparsa nel 1933. Per molti secoli e in diversi Paesi, gli Ebrei erano state vittime di azioni distruttrici» (p. 3 ed. it. cit.).

Seguono osservazioni sull’antigiudaismo nella storia d’Europa. Hilberg considera il «processo di distruzione operato dai nazisti» come «il punto di arrivo di un’evoluzione ciclica». Al suo inizio vi erano stati tentativi di conversione degli Ebrei. Dal momento che questi per la massima parte non avevano voluto lasciarsi convertire, si era passati alla loro espulsione e come terzo, più radicale metodo è poi seguita l’eliminazione fisica degli ebrei (p. 6 s.). L’autore riassume la sua teoria come segue:

«I missionari del cristianesimo, in sostanza avevano finito con il dire: “Se rimanete Ebrei, non avete il diritto di vivere tra noi”. Dopo di loro, i capi secolari della Chiesa avevano sentenziato: “Voi non avete il diritto di vivere tra noi”. Infine, i nazisti tedeschi decretarono: “Non avete il diritto di vivere”» (p. 6, ed. it. cit.)

Il fatto che l’inimicizia verso gli ebrei proprio in Germania abbia toccato il suo punto estremo di arrivo non sia stato un fatto casuale, vuol dire che essa con i tedeschi ha potuto risalire ad una lunga tradizione. Già Martin Lutero, sarebbe stato un nemico accanito degli ebrei, come dimostrerebbe il suo scritto Degli Ebrei e delle loro menzogne (p. 13 ss.). Da Lutero Hilberg passa agli antisemiti tedeschi del XIX secolo e conclusivamente all’ideologia del nazionalsocialismo ostile agli ebrei. Acclude infine considerazioni sulla reazione ebraica alle persecuzioni continuamente sofferte nel corso della storia: a queste gli ebrei avrebbero reagito «per lungo tempo attraverso tentativi di attenuazione o di sottomissione» (p. 24). Ciò sarebbe stato loro fatale nel Terzo Reich:

«Nel 1933, di fronte ai nazisti, le reazioni tradizionali prevalsero, ma questa volta con risultati catastrofici. Le suppliche degli Ebrei non frenarono la macchina amministrativa, non più di quanto lo potè la considerazione delle loro attività ritenute indispensabili. Senza preoccuparsi dei costi dell’operazione, la burocrazia tedesca si dedicò all’annientamento degli Ebrei con crescente velocità e su scala sempre più ampia. Incapace di mutare i propri atteggiamenti per cominciare a resistere, la comunità ebraica accentuò la cooperazione fino ad accelerare l’azione nazista. In tal modo, essa stessa affrettò la propria distruzione. Dunque, possiamo notare che, nel loro rapporto reciproco, tanto le vittime che gli assassini utilizzarono un’esperienza secolare. Ciò condusse i Tedeschi al successo, gli Ebrei al disatro» (p. 25).

Come vediamo, Hilberg pone all’inizio della sua opera storica considerazioni psicologiche e filosofiche sulla preistoria dello sterminio degli ebrei – per il quale egli fino a questo momento non ha fornito la traccia di una prova, ma la presuppone assiomaticamente come nota. Egli mette dunque certamente la carrozza davanti al cavallo. Al metodo scientifico dovrebbe corrispondere l’accertamento dei fatti e solo dopo il filosofare sui motivi che hanno condotto ad essi. Dopo il secondo capitolo (Gli antecedenti), in cui sono esposte le misure antiebraiche adottate dopo la presa del potere del NSDAP, l’autore si dedica alle «Strutture della distruzione» (p. 51 s.). Di questa «distruzione» fanno parte per lui:
– la definizione del concetto di “ebreo” da parte dei nazionalsocialisti (p. 61-80) ed il divieto di matrimoni misti fra ariani ed ebrei;
– le espropriazioni degli ebrei (p. 81-162);
– la concentrazione degli ebrei in determinati quartieri residenziali, concretamente e soprattutto in ghetti, dove dapprima erano stati racchiusi gli ebrei che vivevano nel vecchio Reich e nel protettorato di Boemia e poi anche quelli nei territori polacchi conquistati nel 1939.

In questo capitolo Hilberg si appoggia quasi esclusivamente su fonti solide ed esaminabili, cosicché i fatti da lui esposti non sono contestabili nella loro interezza. A tale riguardo questa parte espone una documentazione utile sulla progressiva privazione dei diritti degli ebrei sotto il regime nazionalsocialista. Discriminazione, espropriazione e ghettizzazione di una minoranza non sono un elemento di una «politica di sterminio». I negri del Sudafrica non avevano diritti politici nel sistema dell’apartheid e vivevano per lo più in distretti separati, ma nessun uomo ragionevole sosterrà che essi siano stati sterminati dalla minoranza dei bianchi al governo. I palestinesi in Israele e giusto adesso nei territori da questo occupati sono tiranneggiati e vessati in tutti i modi immaginabili – non vengono però affatto sterminati. Hilberg opera quindi consapevolmente con una confusione concettuale.

Non è questo il solo caso di disonestà, nel quale ci imbattiamo nel primo volume. A pag. 216 l’Autore scrive nel contesto dell’espulsione degli ebrei tedeschi verso Oriente:

«Il mese di ottobre 1941 segnò l’inizio delle deportazioni di massa dal territorio del Reich; esse non si sarebbero concluse se non al termine del processo di distruzione. Questa volta, l’espulsione non aveva più come obiettivo finale l’emigrazione degli Ebrei, ma il loro sterminio. Tuttavia, siccome i campi di sterminio, finalizzati all’assassinio mediante camere a gas, non erano ancora costruiti, venne deciso che, in attesa della messa in funzione dei campi della morte, si sarebbero fatti transitare gli Ebrei nei ghetti, situati nei territori incorporati o, più a Est, nelle zone sovietiche occupate. Primo fra tutti, il ghetto di Lódz sarebbe stato un grande centro di raccolta» (p. 216).

Hilberg resta in debito con i suoi lettori di una pezza di appoggio per questa affermazione. Mentre tutto il processo di espulsione degli ebrei tedeschi verso Oriente può essere incontestabilmente dimostrato sul piano documentale ed Hilberg nelle sue innumerevoli note a piè di pagina si basa per lo più su documenti originali tedeschi, egli non adduce nessun documento come fonte per la suddetta affermazione, nemmeno una dichiarazione testimoniale.

Il passo sopra citato è uno dei primi chiari esempi di una tattica, di cui Hilberg si servirà spesso nel secondo volume: egli inserisce affermazioni non documentate (o basate solo su discutibili dichiarazioni testimoniali) riguardo stermini di Ebrei in affermazioni limpidamente documentate su persecuzioni di Ebrei o deportazioni di Ebrei e spera che il lettore non si accorga di questo trucco. Nel caso summenzionato la mancanza di logica della sua asserzione la si può toccare con mano, specialmente se la si considera nel suo contesto. Hilberg descrive dettagliatamente alle pagine 215-225 [ed. ted.], quali difficoltà logistiche e organizzative portasse con sé l’espulsione improvvisata di masse di ebrei tedeschi nei territori polacchi occidentali annessi al Reich nel 1939 come pure nel governatorato, e quanto furiosamente i responsabili nazionalsocialisti locali resistessero contro questi spostamenti. Ad esempio, Werner Ventzki, borgomastro della città di Lódz il cui nome fu cambiato in Litzmannstadt, si oppose assai energicamente al piano ben esaminato del capo delle SS Heinrich Himmler del settembre 1941 di deportare 20.000 ebrei e 5.000 zingari nel ghetto di Lódz, da dove nell’anno seguente dovevano essere ulteriormente trasportati verso Oriente. Ventzki metteva in evidenza che la densità di occupazione nel ghetto, già comunque sovraffollato in modo eccessivo, sarebbe stata elevata di 7 uomini per spazio con l’arrivo di queste 25.000 persone; che i nuovi arrivati dovrebbero venir sistemati in fabbriche, cosa che avrebbe avuto per conseguenza un’interruzione della produzione; che sarebbe cresciuta la fame e si sarebbe giunti inevitabilmente allo scoppio di epidemie (p. 222 s.) [ed. ted.]. L’azione di spostamento ebbe ciononostante luogo.

Se, come sostiene Hilberg, lo scopo delle deportazioni «non aveva più come obiettivo finale l’emigrazione degli Ebrei, ma il loro sterminio», perde ogni significato la politica nazionalsocialista di spostamento degli ebrei verso Oriente a fronte del completamento dei “campi della morte”. Secondo il libro di Hilberg i primi due “campi della morte”, Chelmo e Belzec furono messi in funzione nel dicembre 1941 e rispettivamente nel marzo 1942 (p. 956) [ed. ted.].

Perché mai allora a decorrere dall’ottobre 1941 i tedeschi spedirono in massa gli ebrei nei ghetti che servivano come stazione di attesa fino alla messa in funzione dei “campi della morte”

anziché aspettare con le deportazioni ancora un po’ da due a quattro mesi e risparmiarsi tutti i fastidi organizzativi e il caos nei ghetti?

A domande ovvie di questo genere Hilberg non offre nessuna risposta.

Il primo volume della Distruzione degli Ebrei d’Europa tutto sommato espone una documentazione assai ben ricercata sul destino degli ebrei nel Terzo Reich dal 1933 al 1941. Sull'interpretazione dei fatti si può essere di diverso avviso – ci interessano in questo contesto solo i fatti stessi, e ci asteniamo, in contrasto con Hilberg, da ogni filosofare. È arbitraria in Hilberg la classificazione come “politica di sterminio” dei provvedimenti antiebraici discriminatori adottati dal governo nazista durante questo periodo – con una simile politica essi non avevano nulla a che fare.


IV.La mancanza di documenti su una politica di annientamento degli ebrei e sue conseguenze per gli storici ortodossi.


1. «Nessun documento è rimasto».

 

Il fatto che sulla distruzione fisica degli ebrei non si sia mai trovato un ordine scritto di Hitler o proveniente da un altro politico nazista di vertice è unanimente riconosciuto dagli storici di tutte le tendenze. Léon Poliakov, uno dei più eminenti fra i sostenitori della concezione ortodossa dell’«Olocausto» si attiene inequivocabilmente a ciò (8):

«Gli archivi del Terzo Reich e le deposizioni e le deposizioni e i racconti dei capi nazisti, ci permettono di ricostruire nei particolari la nascita e lo sviluppo dei piani di aggressione, delle campagne militari e di tutta la gamma dei procedimenti con i quali i nazisti intendevano rifare a guisa loro il mondo. Soltanto il piano di sterminio degli Ebrei, per quanto concerne la la sua concezione, come per molti altri aspetti essenziali, rimane avvolto nella nebbia. Deduzioni e considerazioni psicologiche, racconti di terza o di quarta mano, ci permettono però di ricostruirne lo sviluppo con notevole approssimazione. Molti particolari, tuttavia, resteranno per sempre sconosciuti. Per quanto riguarda la concezione propriamente detta del piano di sterminio totale, i tre o quattro principali responsabili non sono più in vita. Nessun documento è rimasto, né forse è mai esistito».

A questa dichiarazione non vi è nulla da rivedere. In un congresso di storici svoltosi in Stuttgart nell’anno 1984, nel quale si discusse dell’«assassinio degli ebrei nella seconda guerra mondiale», i partecipanti erano d’accordo su un solo singolo punto, cioè sul fatto che non è mai stato trovato un ordine scritto di sterminio (9).

Questa circostanza da sempre ha procurato ai ricercatori in ambito storico infiniti grattacapi. Un’operazione così gigantesca come la deportazione di parecchi milioni di ebrei nei campi di sterminio e ivi il loro assassinio presupponevano necessariamente un’organizzazione, della quale erano partecipi migliaia e migliaia di uomini, e questo non poteva avvenire senza ordini scritti – specialmente in uno Stato così rigidamente burocratico come il Terzo Reich. I nazionalsocialisti non hanno certamente eliminato i loro documenti prima della fine della guerra, ma li hanno lasciati cadere a cataste nelle mani dei vincitori. William L. Shirer scrive al riguardo nel suo libro Nascita e caduta del Terzo Reich (10):

Alla fine della seconda guerra mondiale gli Alleati sequestrarono «tutti gli archivi segreti del governo tedesco, compresi i documenti del Ministero degli Esteri, dell’Esercito e della Marina, del Partito nazionalsocialista e della Polizia segreta di Stato di Heinrich Himmler. Mai, forse, prima d’oggi, un fondo di tale importanza era caduto nelle mani degli storici contemporanei. […] Il rapido crollo del Terzo Reich nella primavera del 1945 fece cadere nelle mani degli Alleati un’ingente quantità di documenti segreti e di altro materiale di valore incalcolabile: diari privati, resoconti di colloqui e di conferenze di carattere particolarmente riservato, carteggi e perfino registrazioni telefoniche dei capi nazisti compiute da un ufficio speciale del Ministero dell’Aviazione creato da Hermann Göring. […] Le 475 tonnellate di documenti del Ministero Tedesco degli Esteri, sequestrate dalla prima armata statunitense in vari castelli e miniere dei monti dello Harz, dove stavano per essere bruciate per ordine di Berlino,… Centinaia di migliaia di documenti tedeschi sequestrati furono raccolti in gran fretta a Norimberga per essere usati come prove nel processo contro i principali criminali di guerra nazisti».

Davanti a queste montagne di documenti nazisti la totale mancanza di qualsiasi prova documentaria di una politica di sterminio degli ebrei produce un effetto assolutamente fastidioso per i sostenitori della concezione ufficiale dell’«Olocausto». L’argomento secondo cui perlomeno per i campi di sterminio i documenti incriminati sarebbero stati giusto in tempo distrutti, è nullo per lo meno a partire dall’anno 1991: allora i sovietici resero accessibili ai ricercatori i documenti della Direzione Centrale dei Lavori di Costruzione depredati in Auschwitz dall’Armata Rossa. Con Direzione Centrale dei Lavori di Costruzione si intende quell’organizzazione che era competente per la costruzione dei crematori – di quei crematori, nei quali dovevano trovarsi le camere a gas per l’uccisione in massa di ebrei. I documenti comprendono non meno di 88.000 pagine (11). Esse non contengono la benché minima prova della costruzione di camere a gas per l’uccisione di uomini. Se ci fosse stata una simile prova, i comunisti nel 1945 l’avrebbero presentata trionfanti al mondo intero.

La totale mancanza di prove documentali di una politica di sterminio degli ebrei come pure della costruzione di camere a gas per l’uccisione di uomini ha portato ad una divisione intenzionalisti e funzionalisti all’interno della corporazione degli storici ortodossi, cioè di quelli che sostengono la tesi dello sterminio degli ebrei. Ci occupiamo qui di seguito di queste due correnti.

 


2.Intenzionalisti e funzionalisti

 

In un Colloquio nel 1982 alla Sorbona di Parigi sulla «Germania nazista e sul genocidio degli ebrei» lo storico statunitense Christopher Browning riassumeva le differenze di opinione fra intenzionalisti e funzionalisti riguardo alla genesi della politica di sterminio degli ebrei nel modo che segue (12):

«Negli ultimi anni le interpretazioni del nazionalsocialismo si sono sempre più polarizzate in due gruppi, che Tim Mason ha definito in modo indovinato “intenzionalisti” e “funzionalisti”. I primi spiegano lo sviluppo della Germania nazista sulla base delle intenzioni di Hitler, che erano venute fuori da un’ideologia coerente e logica ed erano state realizzate grazie ad una dittatura totalitaria onnipotente. I funzionalisti sottolineano il carattere anarchico dello Stato nazista, le sue rivalità interne come pure il processo caotico della decisione, che conduceva alle improvvisazioni e radicalizzazioni permanenti. […] Questi due modi di spiegazione della storia sono utili per l'analisi delle interpretazioni assai divergenti, che sono state date riguardo alla politica dei nazisti verso gli ebrei in generale come pure in particolare riguardo alla soluzione finale. Da un lato Lucy Dawidowicz, un’intenzionalista radicale, ha sostenuto l'opinione che Hitler avesse deciso già nell’anno 1919 di sterminare gli ebrei. E con ciò non abbastanza: egli sapeva già a quale punto terminale sarebbe stato realizzato il suo piano omicida. La seconda guerra mondiale sarebbe stata al tempo stesso mezzo e occasione per mettere in atto la sua ”guerra contro gli ebrei”. Mentre aspettava il momento previsto per la realizzazione del ”grande piano”, si limitava a tollerare un pluralismo privo di senso e importanza nella politica verso gli ebrei da parte delle cariche inferiori dello Stato e del partito.

All'intenzionalismo radicale di Lucy Dawidowicz, che pone il suo baricentro sulla premeditazione e sul ”grande piano” di Hitler, si contrappone l'ultrafunzionalismo di Martin Broszat circa il ruolo del Führer, soprattutto nella decisione riguardo la soluzione finale. Secondo Broszat, Hitler non prese mai una decisione definitiva e non diede mai un ordine generale per la soluzione finale. Il programma di sterminio si sviluppò a gradi dopo una serie di massacri isolati alla fine del 1941 e 1942. Questi assassinii di massa territorialmente limitati erano risposte improvvisate ad una situazione impossibile, che era sorta come risultato di due fattori: in primo luogo della pressione ideologica che veniva da Hitler per la creazione di un’Europa “libera da ebrei” ed in secondo luogo dei contraccolpi militari sul fronte orientale, che portarono a interruzioni nel traffico ferroviario e fecero sparire le zone di raccolta, nelle quali si voleva spostare gli ebrei. Poiché il programma di sterminio dapprima era stato messo solo una volta in funzione, lo si istituzionalizzò successivamente, finché ci si accorse che logisticamente offriva la soluzione più semplice e divenne infine un programma globale e decisamente accelerato. Considerato da questo punto di vista Hitler era un catalizzatore, ma non il soggetto della decisione.

Per Lucy Dawidowicz la soluzione finale era stata pensata ventidue anni prima della sua realizzazione, per Martin Broszat l’idea venne fuori dalla prassi – assassinii sporadici per gruppi di ebrei portarono all’idea di uccidere sistematicamente tutti gli ebrei».

Le interpretazioni di Lucy Dawidowicz e di Martin Broszat, quali estremi rappresentanti dell'intenzionalismo e del funzionalismo, esposte da Browning, sono tutte e due egualmente insostenibili.

In primo luogo ci soffermiamo sulla teoria sostenuta da Lucy Dawidowicz, secondo cui lo sterminio degli ebrei sarebbe stato il “grande piano” di Hitler già molto tempo prima della sua presa del potere. Se ciò fosse vero, Hitler mai e poi mai avrebbe spinto per anni una tenace accelerazione dell’emigrazione ebraica. Ora è però del tutto indiscutibile che la politica nazista durante i sei anni di pace, che furono concessi al Terzo Reich, mirava a spingere il più possibile gli ebrei all’emigrazione. Per raggiungere questo scopo i nazionalsocialisti notoriamente hanno collaborato strettamente con forze sioniste, che erano interessate all’insediamento del maggior numero possibile di ebrei in Palestina (13). Fu tuttavia limitato il numero degli ebrei tedeschi, che si decisero per un incerto futuro in Oriente. Il 24 gennaio 1939 Göring ordinò la fondazione di una centrale del Reich per l’emigrazione degli ebrei, a capo della quale fu nominato Reinhard Heydrich (p. 434 s. ed. it. cit.).

L’inizio della guerra non modificò nulla nella direttiva fondamentale della politica nazionalsocialista verso gli ebrei. Questa era certamente aggravata massicciamente per il fatto che agli ebrei tedeschi e austriaci si aggiunse un numero di gran lunga più grande di ebrei stranieri, soprattutto polacchi. Con l’emigrazione individuale il territorio di influenza tedesca in Europa non lo si rendeva più “puro da ebrei” – così l’espressione nazionalsocialista –. Raul Hilberg nota a questo riguardo:

«Il progetto Madagascar riguardava milioni di ebrei. I suoi fautori volevano liberare dalla popolazione ebrea tutta la zona del Reich-Protettorato e tutta la Polonia occupata. […] Ma il piano Madagascar non venne mai varato. Si fondava su un trattato di pace con la Francia, ma questo trattato dipendeva dalla fine delle ostilità con l’Inghilterra. […] Una volta sfumato, il piano sarebbe stato rimesso sul tappeto, ancora una volta, all’inizio di febbraio 1941, nel quartier generale di Hitler. In quell’occasione, il consigliere del lavoro del Partito, Ley, accennò alla questione ebraica e Hitler, in una lunga risposta, fece notare che, se la guerra stava imprimendo un’accelerazione alla soluzione del problema, si sarebbe comunque andati incontro a difficoltà supplementari. All’inizio, Hitler aveva pensato, viste le circostanze, essenzialmente agli Ebrei della Germania, ma ora l’obiettivo doveva essere l’eliminazione dell’influenza ebraica su tutta la sfera di potere dell’Asse. […] Pensava di affrontare la questione del Madagascar con i Francesi. Quando Borman chiese come avrebbero fatto, in piena guerra, a trasportare gli Ebrei sull’Isola, Hitler replicò che bisognava studiare la questione. Era pronto a mobilitare tutta la flotta tedesca per questa impresa, ma rifiutava di esporre i suoi equipaggi ai siluri dei sottomarini nemici» (p. 435-36 ed. it. cit.).

Se Hitler, come sostengono Lucy Dawidowicz e altri intenzionalisti, avesse fin dall’inizio pianificato lo sterminio degli ebrei ed avesse previsto che questo obiettivo avrebbe avuto luogo nel corso di una guerra mondiale, in nessun momento egli si sarebbe minimamente preoccupato di promuovere l’emigrazione degli ebrei e in ultimo non l’avrebbe rigorosamente impedita con l’inizio della guerra. Pertanto, qualcosa di simile ad un piano Madagascar appoggiato dai vertici delle SS non avrebbe mai potuto esserci. Gli ebrei fatti emigrare non li possono poi sterminare.

La teoria contrapposta, quella dei funzionalisti radicali intorno a Broszat, si trova in contraddizione insolubile con le affermazioni formulate da tutti i sostenitori della tesi dello sterminio, cioè con i funzionalisti stessi.

Come Browning nella sua relazione al colloquio parigino ha riassunto, Broszat ritiene che i massacri locali di ebrei avrebbero condotto al piano di uccidere tutti gli ebrei; l’idea sarebbe cioè venuta fuori dalla prassi. I rovesci militari sul fronte avrebbero fatto scomparire le zone di raccolta, nelle quali si erano voluti spingere gli ebrei. A ciò si è contrapposto che gli omicidi di massa sul fronte orientale secondo gli storici ortodossi incominciarono a pieno regime già subito dopo l’ingresso tedesco nell’Unione Sovietica. Il grosso di tutte le asserite fucilazioni di massa, quelle di Babi Jar presso Kiew, dovrebbe aver avuto luogo il 29 settembre 1941, cioè in un momento in cui di rovesci militari della Wehrmacht certamente non si poteva neppure parlare. Tutti gli ebrei, che i tedeschi potevano acchiappare in Kiew, in tutto circa 33.000, sarebbero stati fucilati a Babi. Nei mesi successivi a ciò si sarebbero ancora aggiunte decine di migliaia di altre vittime ebree (14).

Non si può esccludere che già poco dopo l’inizio della guerra tedesco-sovietica si giunse a fucilazioni di ebrei; ci addentreremo in questo problema nel capitolo successivo. Nelle generalità dei casi si trattava di rappresaglie per attacchi di partigiani a truppe tedesche. (L’«ordine commissariale» di fucilazione dei commissari ebrei-bolscevichi non fa parte di questo argomento, dal momento che si trattava dell’uccisione di persone singole definite per la loro funzione e non del massacro indistinto di civili in ragione della loro “razza”). Un così mostruoso bagno di sangue come quello asserito per Babi Jar non poteva però mai e poi mai aver luogo senza l’autorizzazione dei più alti ufficiNessun comandante locale avrebbe osato prendere un provvedimento così gravido di conseguenze senza essersi accertato con direttive assolutamente provenienti dall’alto. Di conseguenza l’(asserita) uccisione di tutti gli ebrei rimasti in Kiew dopo l’ingresso tedesco non era pensabile come misura arbitraria e individuale, ma solamente come elemento di sterminio secondo un piano. Una simile politica deve quindi essere esistita al più tardi già alla fine del settembre 1941, se è vera la versione ufficiale di Babi Jar.

Svilupperemo questo argomento in seguito. Come primo campo di sterminio dovrebbe essere stato messo in funzione Chelmno (in tedesco Kulmhof) nel dicembre 1941 (Hilberg, p. 956*). L’ordine per la sua costruzione deve essere stato dato in questo caso parecchio tempo prima, giacché un campo non sorge in una notte. Ora è una cosa impossibile che dei responsabili tedeschi del luogo deliberassero di propria iniziativa la fondazione di un campo di sterminio. Anche qui l’esistenza di un ordine dall’alto era un presupposto indispensabile.

Cade perciò la tesi funzionalista di Broszat secondo cui l’«Olocausto» avrebbe preso avvio, sarebbe venuto insieme, come conseguenza dei primi rovesci tedeschi sul fronte orientale e così ritorniamo di nuovo alla domanda: quando fu dato l’ordine per lo sterminio degli ebrei?

Nella sua relazione al Colloquio parigino Christopher Browning aggiunse riguardo alla sua esposizione delle tesi di Lucy Dawidowicz e Martin Broszat (15):

«Tra questi due poli si trova una molteplicità di gradi interpretativi intermedi. Così Eberhard Jäckel ritiene che l’idea dell’uccisione degli ebrei sia venuta in mente a Hitler verso il 1924. Karl Dietrich Bracher presta maggiore importanza alle dichiarazioni minacciose di Hitler alla fine degli anni trenta e crede che l’intenzione fosse esistita già allora. Andreas Hillgruber e Klaus Hildebrand sostengono che fattori ideologici avrebbero avuto il sopravvento, ma non propongono nessuna data. Altri, invero non sempre funzionalisti, vedono la svolta decisiva nel 1941; per questo anno furono indicati veramente diversi momenti. Léon Poliakov è del parere che all’inizio del 1941 si trovi il momento più verosimile, mentre Robert Kempner ed Helmut Krausnick sono del parere che Hitler aveva preso la decisione in primavera, in coincidenza con i preparativi per l’aggressione alla Russia. […] Uwe Dietrich Adam propende alla convinzione che la decisione sia venuta in inverno, in un’epoca in cui l’offensiva militare s’interruppe e si mostrò l’impossibilità di una “soluzione territoriale” con espulsione in massa verso la Russia. Infine, Sebastian Haffner, che certamente non è funzionalista, difende una data ancora più tarda, l’inizio di dicembre, allorché un primo presentimento della sconfitta militare spinse Hitler a perseguire una vittoria inconfutabile sugli ebrei».

Queste esposizioni svelano con stridente chiarezza una cronica smodatezza degli storici ortodossi dell’«Olocausto», cioè un vano almanaccare in uno spazio privo d’aria. Tutte le date indicate sono prive di ogni minimo serio fondamento, poiché esse non sono appoggiate su nessun singolo documento. Invece di uscirsene in futili speculazioni sul momento in cui lo sterminio degli ebrei sarebbe stato deciso, Lor signori avrebbero fatto bene a informarsi almeno una volta se una simile cosa vi sia mai stata. Questa domanda centrale, saggiamente, non è stata neppure posta al congresso parigino degli storici, quanto altrettanto poco è stata introdotta due anni dopo in Stuttgart. Anche in questo caso si è tirato ad indovinare fino allo sfinimento sulla data, nella quale l’ordine gravido di conseguenze poteva esser caduto. Ad una risposta i partecipanti a questo congresso non giunsero più che in Parigi due anni prima.

È tuttavia degno di nota il fatto che nessuno degli storici citati da Browning si sia tenuto fedele alla vecchia leggenda secondo cui la decisione dello sterminio degli ebrei sia stata presa alla conferenza berlinese di Wannsee del 20 gennaio 1942. In effetti, l’esperto israeliano di «Olocausto» Yehuda Bauer ha liquidato sprezzantemente nell’anno 1992 questo mito duro a morire in quanto “silly story”, cioè come una “stupida favola” (16).

 


3. Gli errori e le confusioni di Raul Hilberg:

 

 

a. C’era o non c’era l’infausto comando di Hilter?

 

Riguardo alla domanda centrale se Hitler abbia mai dato un ordine esplicito di liquidazione fisica degli ebrei che si trovavano nel suo ambito di potere Hilberg si esprime diversamente nella prima edizione della sua opera ed in quella riveduta. Nella prima, apparsa nel 1961, egli avanza la tesi che ci sarebbero stati duesuccessivi ordini di Hitler al riguardo,

il primo per l’uccisione degli ebrei russi ed

il secondo per lo sterminio di tutti gli altri ebrei

che vivevano nell’ambito di dominio tedesco. Pezze di appoggio documentali per questi ordini non ne produce. Citiamo il capitolo corrispondente (17):

«Come si giunse alla fase dell’uccisione? All'inizio abbiamo a che fare con due ordini di Hitler.

Un ordine fu dato nella primavera del 1941, quando fu pianificata l’invasione dell’URSS; egli previde che piccole unità di polizia e di SS sarebbero state inviate in territorio sovietico e qui avrebbero dovuto spostarsi di città in città per uccidere sul posto tutti gli abitanti ebrei. Il metodo può essere definito come “operazioni mobili di uccisione”.

Subito dopo che le operazioni mobili di uccisione furono iniziate nei territori sovietici occupati, Hitler diede il suo secondo ordine. Questa decisione significò la condanna a morte per il resto della popolazione ebraica d’Europa.

Nella seconda e «definitiva» edizione apparsa nel 1985, sulla quale si basa la traduzione tedesca da noi adoperata, scompaiono senza lasciar traccia questi due ordini fantasma. Christopher Browning commenta ciò in un articolo scritto nel 1986 (18):

«Nella nuova edizione sono stati sistematicamente eliminati tutti i rinvii ad una decisione di Hitler o a un ordine di Hitler per la soluzione finale [con la quale Browning intende uno sterminio fisico]».

Certamente anche in seguito Hilberg parte dal fatto che Hilter aveva dato avvio allo sterminio degli ebrei. Egli scrive infatti:

«Nel corso degli anni, la macchina amministrativa aveva adottato iniziative precise e si era mossa con le sue incursioni passo dopo passo. In linea con questa progressione, si erano tratteggiati un orientamento e un progetto precisi. Nel corso della metà del 1941, si era superata una linea di confine al di là della quale si aprivano possibilità d’azione che nel passato non avevano precedenti. Un numero sempre crescente di protagonisti era sul punto di comprendere la natura di quanto ora avrebbe potuto prodursi. In questa cristallizzazione spiccava il ruolo di Hitler, i suoi desideri o le sue aspettative, che trovavano espressione in una cerchia ristretta» (trad. it. cit., p. 439).

Dietro queste intricate formulazioni si nasconde di nuovo l’asserzione che Hitler avrebbe dato personalmente l’ordine di sterminio degli ebrei. Si potrebbe quindi definire Hilberg come un “intenzionalista moderato”. La fonte, alla quale egli si richiama, è Adolf Eichmann. Questi scrisse nelle sue memorie che nel capodanno 1941/42 Reinhard Heydrich, capo della RSHA, gli avrebbe comunicato che il Führer aveva ordinato la distruzione finale degli ebrei (19). Hilberg menziona ciò nella nota 31 a p. 876 [ed. it.]:

«Durante l’interrogatorio a opera della polizia israeliana a Gerusalemme, [Eichmann] sostenne, cosa che è più verosimile, che l’ordine di Hitler era arrivato due o tre mesi dopo l’attacco della Germania all’URSS (del 22 giugno) […] La cronologia degli eventi e il contesto storico portano a credere che Hitler abbia preso la decisione prima della fine dell’estate del 1942» (trad. it. cit., p. 876 nt. 31, dove però manca “del 22 giugno” rispetto al testo che trovasi in Graf).

Il fatto che una dichiarazione centrale venga confinata in una nota poco appariscente a pie’ di pagina lascia intuire l’inaudita trascuratezza di Hilberg! Anche al congresso di Stuttgart nel 1984 Hilberg sostenne l’opinione che Hitler avesse preso nell’estate 1941 – naturalmente solo a voce! – la decisione per lo sterminio degli ebrei (20). La data indicata si colloca dopo il febbraio 1941, quando venne discusso seriamente per l’ultima volta il piano Madagascar, ma prima del (presunto) massacro di Babi Jar e della (presunta) entrata in funzione del campo di sterminio di Chelmno, cosicché le impossibilità radicali, sulle quali fin dal principio naufragano le tesi di Lucy Dawidowicz e di Martin Broszat, sono da lui evitate.

Altrettanto poco quanto Dawidowicz, Broszat e tutti gli altri storici dell’«Olocausto» intenzionalisti e funzionalisti neppure Hilberg è in grado di consolidare la sua ipotesi manco con un singolo documento. Per il resto si contraddice egli stesso perché egli evoca continuamente una «politica di sterminio», un «processo di sterminio» e un «macchinario dello sterminio» prima dell’inizio della guerra tedesco-sovietica. Così egli scrive in relazione con l’ultima valutazione del piano Madagascar da parte di Hitler avvenuta all’inizio di febbraio del 1941:

«Mentre Hitler meditava, un sentimento di incertezza velava il meccanismo della distruzione. Nel Governatorato generale, dove si vedeva nell’istituzione dei ghetti un provvedimento transitorio, i quartieri ebraici, per niente attraenti con la loro folla famelica, mettevano a dura prova la pazienza dei responsabili locali tedeschi. Alla fine dell’estate 1940, i rapporti mensili rispecchiavano quell’irritazione e quel fastidio. Nel distretto di Lublino, il Kreishauptmann di Krasnystaw, sfinito dal carico enorme di compiti amministrativi, pretendeva [nel settembre 1940] dagli Ebrei che avevano trasformato il loro nome in lingua polacca, che lo compilassero in tedesco – in Madagascar, diceva, niente impedirà loro di avere di avere nomi in lingua malgascia» (trad. it. cit., 436).

Se

a) Hitler avesse ordinato lo sterminio degli ebrei nell’agosto o settembre 1941 e

b) i funzionari tedeschi locali nel settembre 1940 vaticinavano agli ebrei un futuro in Madagascar, non si poteva per nulla parlare all’ultimo momento di un «macchinario dello sterminio».
Elementary, my dear Watson!

 

b. «Né speciale Autorità né speciale bilancio»

 

Una politica di sterminio aveva necessariamente bisogno di un apparato per la sua attuazione e questo apparato poteva trovarsi solo nelle mani di un’istanza centrale, fornita dei poteri necessari. Ed invece no, una simile istanza non esisteva secondo Hilberg; egli scrive infatti già nel primo volume:

«In ultima analisi, la distruzione degli Ebrei non si realizzò solo in esecuzione delle leggi e degli ordini, ma come conseguenza di una disposizione dello spirito, di un accordo tacito, di una consonanza e di un sincronismo. Chi partecipò all’impresa, quali furono i meccanismi di esecuzione? L’operazione non venne affidata a un unico agente: la macchina della distruzione fu sempre un aggregato di parti diverse» (trad. it. cit., p. 53 )… «Per distruggere gli Ebrei d’Europa, non venne creato né un organismo specifico, né fissato un budget particolare. Ciascuno dei settori doveva giocare un ruolo specifico nel processo, e ciascuno doveva trovare al proprio interno i mezzi per portare a compimento il proprio scopo» (trad. it. cit., p. 61).

Si immagini ciò: un compito gigantesco da realizzare, per giunta nelle condizioni rese più difficili dalla guerra, come la costruzione di campi di sterminio e la deportazione di milioni di uomini da tutti i possibili paesi in questi campi, – e tutto questo senza un’istanza centrale responsabile, senza un’Autorità speciale e senza uno speciale bilancio!

Al congresso storico parigino del 1982 partecipò anche Raul Hilberg; il tema della sua relazione suonava «La burocrazia della soluzione finale». Hilberg svelava tutto ciò che sarebbe stato necessario, cioè: 1) ferrovieri; 2) poliziotti; 3) burocrati decisi a tutto (21).

Oh, quanta profondità di pensiero! Se uno Stato deliberava effettivamente di deportare milioni di uomini da tutti i possibili paesi per treno in fabbriche della morte e di ucciderli qui, esso aveva bisogno in effetti di ferrovieri, che guidassero i treni; aveva bisogno assai certamente di poliziotti, che sorvegliassero i destinati alla morte ed i suoi burocrati dovevano essere davvero muniti di corde non troppo sensibili. Per sapere ciò non bisognava essere professori di università in Vermont ed aver scritto nessuna opera di riferimento sull’«Olocausto». Le banalità offerte da Hilberg non sostituiscono in nessun modo la prova mancante.

 


c. Il mito del linguaggio mimetico

 

 

In mancanza di pezze di appoggio documentali di una politica tedesca di sterminio degli ebrei Hilberg ricorre ad uno stratagenna che da sempre ha goduto di un’insolita popolarità presso gli studiosi ortodossi dell’«Olocausto» e le cui origini si lasciano ricondurre fino al processo di Norimberga. Il ricercatore italiano Carlo Mattogno lo caratterizza come segue (22):

«Gli inquisitori di Norimberga elaborarono allora quel metodo esegetico aberrante che consente di far dire a qualsiasi documento ciò che si vuole. Il principio di questo metodo esegetico è il presupposto – infondato quanto arbitrario – che le supreme autorità naziste adoperassero persino nei documenti più riservati una sorta di linguaggio cifrato la cui chiave gli inquisitori di Norimberga pretendevano naturalmente di avere scoperto. Donde il travisamento sistematico – in funzione dello “sterminio” – di documenti affatto innocui».

Al riguardo un esempio. In relazione con la conferenza di Wannsee, nella quale l’ordine di Hitler per lo sterminio degli ebrei doveva essere stato comunicato ad una cerchia dapprima piccola di burocrati nazisti – questa è la versione di Hilberg dello scopo di questa conferenza – si dice:

«Poco a poco, l’annuncio della “soluzione finale” filtrò tra i ranghi della burocrazia. Non tutti i funzionari vennero informati così in fretta. Il livello di conoscenza di un singolo individuo dipendeva dalla sua vicinanza con le operazioni della distruzione e dalla sua capacità di intuizione circa la natura del processo di sterminio. Questa comprensione, tuttavia, compariva raramente nei testi. Quando dovevano parlare di deportazione, i burocrati facevano ostinatamente allusione a una “migrazione” ebraica. Nella corrispondenza ufficiale, gli Ebrei rimanevano “senza fissa dimora”. Essi erano “evacuati” (evakuiert) e “reinsediati” (umgesiedelt, ausgesiedelt). Si “spostavano con destinazione sconosciuta” (wanderten ab) e “scomparivano” (verschwanden). Questi termini non erano il prodotto di una sorta di ingenuità spontanea, ma strumenti che consentivano la rimozione psicologica» (trad. it. cit., 443).

Il fatto che espressioni come “trasferimento”, “evacuazione” ecc. dovevano essere state solo parole di camuffamento per “uccidere” è naturalmente una mera asserzione. Del resto, neppure Hilberg arriva al punto di non ammettere che anche dopo il preteso ordine di Hitler per lo sterminio degli ebrei numerosi ebrei erano stati spinti nei territori orientali occupati, cosa che assai bene si può definire come “espulsione”. In tal senso egli riporta, ad es., di deportazioni di ebrei tedeschi a Riga e Minsk (p. 369 trad. it. cit.). Il progressivo peggioramento della situazione bellica della Germania rese poi impossibile la continuazione di questa politicaSe si volevano uccidere questi ebrei tedeschi, non si poteva addurre nessun argomento razionale per mandarli in treni di cui si aveva sempre più urgente bisogno verso la Lettonia e la Russia bianca anziché ucciderli nella Germania stessa o spedirli in Polonia in uno dei campi di sterminio che stavano sorgendo a quel che si dice proprio in quel momento (novembre 1941). Vi è appena bisogno di ricordare che Hilberg spiega anche il concetto di «soluzione finale» come sinonimo di “sterminio”. In questo senso egli interpreta, ad esempio, la nota lettera di Göring ad Heydrich del 31 luglio 1942, spesso citata nella letteratura sull’argomento, nella quale il primo incaricava il secondo di «presentargli a breve un progetto complessivo sui provvedimenti preliminari sotto il profilo organizzativo, oggettivo e materiale per la realizzazione dell’agognata soluzione finale della questione ebraica» (23). Hilberg aggiunge che Heydrich quindi «prendeva il mano le redini del processo di sterminio» (p. 439 trad. it. cit. ). La formulazione di Göring che Heydrich dovesse produrre «la soluzione più favorevole alla questione ebraica, in relazione alle circostanze, mediante emigrazione o evacuazione», egli in accordo con i suoi predecessori da Poliakov a Reitlinger la interpreta come espressione camuffata per indicare uno sterminio fisico

a.NOTE

 

(1) Sulla biografia di Hilberg vedi l’introduzione all’edizione tedesca di Hilberg qui utilizzata (Die Vernichtung der europäischer Juden, Fischer Taschenbuch Verlag, Frankfurt 1997), come pure Barbara Kulaszka (Hg.), Did Six Million Really Die?, Samisdat Publishers, Toronto 1992. p. 5 s. (online: http://www.org/falsenews.toc.html [Nota del traduttore: il sito indicato da Graf non mi risulta in questo momento attivo ).
(2) Robert Faurisson, Mon expérience du révisionisme, in Annales d’Histoire Révisionniste, Nr. 8, primavera 1990; citato secondo R. Faurisson. Ècrits révisionnistes (1974-1998), 4 volumi, Edizione privata, 1999, p, 954 (Volume III) (online: http://abbc.com/aaargh/fran/archFaur/RF9003xxl.html).
(3) Paul Rassinier, Le drame des juifs européens, Les Sept Couleurs, Paris 1964. Ristampa presso La Vielle Taupe, Paris 1984, p. 15-32, 107-221. (Online: http://www.abbc.com/aaargh/fran/archRassi/dje/dje/html). Trad. it. Paul Rassinier, Il dramma degli Ebrei. Edizioni “Europa”, Roma, 1967, p. 14-29.
(4) Nel volume collettivo edito da Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückert e altri Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas (Fischer Taschenbuch Verlag, Frankfurt 1986) gli editori imprecano nell’Introduzione contro i «giustificatori della prassi e della teoria nazista» che «contestano» l’accaduto, ragion per cui il lettore può almeno desumere che ci sono uomini che contestano l’immagine corrente dell’«Olocausto». È vero che non sono indicati né gli autori né i titoli.
(5) Rappresenta un’eccezione degna di nota il libro di Paul Rassinier, La Mensonge d’Ulysse, apparso già nel 1950 (Ristampa: La Vieulle Taupe, Paris 1980; online: http://www.abbc.com/aaargh/fran/archRassi/prmu/prmu.html). Ma si tratta in questo caso di un racconto - necessariamente a tinte soggettive – e non di un lavoro scientifico. 
(6) Dichiarazione di Hilberg nell’interrogatorio da parte del difensore Douglas Christie nel primo processo Zündel a Toronto nel 1985, citata in Barbara Kulaszka, op. cit. (nota 1), p. 16.
(7) Per ridurre il numero delle note, diamo sempre di nuovo, quando citiamo Hilberg, il numero delle pagine fra parentesi in aggiunta alla citazione corrispondente. [Le citazioni sono qui sono qui sostituite dalla corrispondente traduzione italiana in un solo grosso e costoso volume rilegato di Frediano Sessi e Giuliana Guastalla: Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Nuova edizione riveduta e ampliata, Torino, Einaudi, 1995. Le pagine si riferiscono a questa edizione italiana. Della stessa edizione appena citata è stata fatta una ristampa anastatica economica in due volumi nella collana “Einaudi tascabili. Storia. N° 602”. La numerazione delle pagine è identica e le citazioni qui fatte corrispondono perfettamente a seconda che si usi l’una o l’altra edizione. N.d.T.]
(8) Léon Poliakov, Bréviarie de la Haine, Editions Complexe, Paris 1986, p. 124; qui da trad. it. Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei, Einaudi, Torino, 1977, p. 153.
(9) Eberhard Jäckel und Jürgen Rohwer(Herausgegeben von), Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg, Deutsche Verlagsanstalt, Stuttgart 1985, p. 186.
(10) William T. Shirer, Aufstieg und Fall des Dritten Reiches, Büchergilde Gutenberg, Frankfurt am Mein/Wien/Zürich 1962, Vorwort des Verfassers (p. XII, XIII). Qui citato da Carlo Mattogno, Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografica revisionista (Sentinella d’Italia, 1985), che a sua volta cita da William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1971, pp. XIII-XV. La frase iniziale: “Alla fine della seconda guerra mondiale gli Alleati sequestrarono…” è di Mattogno. Segue poi tra virgolette il testo di Shirer.
(11) In due estese visite, fatte nel 1995 a Mosca insieme con lo storico italiano Carlo Mattogno, abbiamo esaminato tutte le 88.000 pagine e ce ne hanno lasciato copiare circa 4.000.
(12) Christopher Browning, La décision concernant la solution finale, in Colloque de l’Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales, L’Allemagne nazie et le génocide juif, Gallimard-Le Seuil, Paris 1985, p. 191 s.
(13) Sulla collaborazione nazionalsocialista-sionista vedi ad es.: Edwin Black, The transfer Agreement, New York-London, 1994; Francis Nicosia, Hitler und der Zionismus, Druffel Verlag, Leoni 1989.
(14) Sulla versione ufficiale riguardo Babi Jahr vedi: E. R. Wien, Die Shoa von Babi Jar, Hartung-Gorre. Konstanz, 1991. Hilberg menziona i presunti massacri e altro a p. 311*
(15) Christopher Browning, op. cit. [supra, nt. 12], p. 192.
(16) Canadian Jewish News, 30 gennaio 1992.
(17) Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews, Quadrangle Books, Chicago 1967, p. 177. Si tratta di una ristampa invariata della prima edizione apparsa nel 1961. Ringraziamo Robert Faurisson per il rinvio ai presunti ordini di Hitler qui menzionati come pure per l’indicazione della relativa pagina.
(18) Christopher Browning, The Revised Hilberg, in: Simon Wiesenthal Center Annual, 1986, p. 294.
(19) Adolf Eichmann, Ich, Adolf Eichmann, Druffel Verlag, Neoni 1980, p. 479.
(20) E. Jäckel, J. Rohwer (Hg.), op. cit. (nt. 9), p. 126.

(21) La relazione di Hilberg bsi trova in L’Allemagne nazie et le génocide juif, op. cit. (nt. 12), p. 219 ss.

b. I DUE AVVERSARI

Nota di Olodogma: la traduzione si ferma a questo punto. Il testo è stato tagliato dei links e foto per semplificazione. Il testo non modificato è disponibile al link in coda.

 

Avvertenza

I links indicati di seguito alle schede, e per i quali non si esprime giudizio critico, sono a cura del Traduttore e su segnalazione dei Lettori. La loro scelta iniziale è del tutto casuale ed ottenuta dai motori di ricerca. In nessun caso costituiscono un'integrazione del testo di Graf. In un secondo tempo verrà fatta una selezione di quelli che appaiono essere i migliori, per completezza ed equilibrio di informazione o perché diversamente significativi. Se del caso, una breve nota esplicativa seguirà l'indicazione del link. Si tratta in sostanza di un'esplorazione delle rete che per la maggior parte contiene testi olocaustici, contrastanti con le tesi di Jürgen Graf.

Prof. Dr. Raul Hilberg, nato nel 1926 in Austria, nel 1939 emigrato negli USA, B. A. in politologia, M. A. e Ph.D. in diritto pubblico e amministrazione (1955). Docente all’università di Vermont, poi professore di relazioni internazionali, politica estera degli Stati Uniti e di Olocausto.
LIBRI: The destruction of the European Jews (1961, in tedesco 1982, 1985, 1997), Documentation of destruction. Germany and Jewry, 1933-1945 (1971), Sonderzüge nach Auschwitz (1981), The holocaust today (1988), Gehorsam oder Initiative? Zur arbeitsteiligen Täterschaft im Nationalsozialismus (1991), Perpetrators, victims, bystanders. The Jewish catastrophe, 1933-1945 (1992, tedesco: 1992), Unerbetene Erinnerung: der Weg eines Holocaust-Forschers (1994), L’insurrection du ghetto de Varsovie (con altri, 1994), The politics of memory (1996).

 


Jürgen Graf, nato nel 1951 in Svizzera. Studi universitari di scandinavistica, anglistica, romanistica. Di professione insegnante. Per quattro anni docente di tedesco in un'università di taiwan; dal 1991 è attivo come revisionista.
Libri: Der Holocaust auf dem Prüfstand (1993; in francese: 1994), Der Holocaust-Schwindel Augenzeugen des Holocaust (1994), Todesursache Zeitgeschistsforschung (1996), Das Rotbuch. Vom Untergang der Schweizerischen Freiheit (1997), Kl Majdanek. Eine historische und technische Studie (con Carlo Mattogno, 1998), Das Kl Stutthof und seine Funktion in der nationalsozialistischen Judenpolitik (con C. Mattogno, 1999).


Indice-sommario.

c.

BIBLIOGRAFIA
(aggiornata a cura di Carlo Mattogno)

- American Jewish Yearbook, 1941, Band 43.
- Aroneanu, Eugène, Camps de Concentration, Office Français d’Edition, Paris 1945.
- Aynat, Enrique, Estudios sobre el “Holocausto”, Gráficas Hurtado, Valencia 1994.
- Aynat, Enrique, Las protocolos de Auschwitz: ¿Une fuente histórica?, Garcia Hispán, Alicante 1990.
- Bauer, Yehuda, Canadian Jewish News, 30 gennaio 1992.
- Baynac, Jacques, Le Nouveau Quotidien, Lausanne, 3 settembre 1997
- Becker, Fritz, Im Kampf um Europa, Leopold Stocker Verlag, Graz/Stuttgart (2ª ed.), 1993.
- Becker, Fritz, Stalins Blutspur durch Europa, Arndt Verlag, Kiel 1996.
- Begunov, Yuri K., Tajnye Sily w Istorii Rossij, Isdatelstwo Imeni A. S. Syborina, St. Petersburg, 1996.
- Benz, Wolfgang, Dimension des Völkermords, R. Oldenbourg, 1991.
- Berben, Paul, Dachau. The official History, The Norfolk Press, 1975.
- Black, Edwin, The Transfer Agreement, New York-London 1994.
- Blumenthal, N. (Hg), Dokumenty i materialy, Lodz 1946.
- Boog, Horst, u.a., Das Deutsche Reich und der Zweite Weltkrieg, Bd. 4: Der Angriff auf die Sowjetunion, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart (2ª ed.) 1987.- Marais, P., Les camions à gaz en question. Polémiques, Parigi 1994.- Weckert, I., The Gas Vans: A Critical Assessment of the Evidence, in: Germar Rudolf (Ed.), Dissecting the Holocaust. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003, pp. 215-241.


Fonte: http://civiumlibertas.blogspot.it/2007/09/jrgen-graf-il-gigante-con-i-piedi-di.html


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Author(s): Olodogma
Title: Jürgen Graf : il gigante dai piedi d’argilla
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Published: 2013-09-15
First posted on CODOH: Oct. 31, 2017, 9:41 a.m.
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