"Schindler's List: l'immaginazione al potere" di Gianantonio Valli
Published: 2013-10-15

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“SCHINDLER'S LIST: L'IMMAGINAZIONE AL POTERE”

 

di Gianantonio Valli

 

 numero 39 – l'Uomo libero - http://www.uomo-libero.com

 

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Il romanzo Schindler's List, ennesimo veicolo di odio antitedesco - Un inqualificabile

campionario di sadismo - La magistrale reclamizzazione del film - Spielberg, nuovo

messia della pedagogia sterminazionista - Il cinema, strumento di rieducazione

orwelliana.

Non possiamo fare affidamento sulla memoria, che col tempo si affievolisce. Lo

sterminio di sei milioni di ebrei deve diventare una convinzione. Deve essere inserito nei

programmi scolastici di ogni paese della civiltà occidentale. Bisogna agire sulla

memoria collettiva. Questo è un lavoro difficilissimo. Deve diventare un riflesso...

Moshe Davis, 23 ottobre 1977, Chicago, Northwestern University

Una cosa certo i tedeschi non possono attendersi: che la colpa venga dimenticata.

Questa sarebbe una mancanza di responsabilità storica [...] La colpa dei tedeschi deve

essere continuamente incisa nell'albero della storia e diventare perenne, pensano alcuni

ebrei. La parola d'ordine suona dunque: nessun perdono, mai! La loro colpa dura in

eterno [...] nessun perdono tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, piuttosto il fardello di

una colpa eterna. In questo modo la colpa dei tedeschi nei confronti degli ebrei non può

mai avere fine - né in questa generazione né nelle prossime.

Hans Küng, Ebraismo, Rizzoli, 1993

Spero che la gente dica: Si, avevo sentito parlare dell'Olocausto, ma non ne avevo mai

saputo niente e adesso, forse, ne so più di quanto volevo.

Steven Spielberg, su Schindler's List, febbraio 1994

Was der Angeklagte nicht widerlegen kann, das ist offenkundig doch geschehen, so

unglaublich es auch klingt, Ciò che l'imputato non è in grado di confutare è palesemente

accaduto, per quanto incredibile esso possa sembrare.

Neues Österreich, l ° giugno 1963, sul Processo di Auschwitz

La vicenda dell'ultimo «capolavoro» della Rieducazione Olocaustica (800 pellicole

prodotte sull'argomento in tutto il mondo nell'arco di mezzo secolo a inchiodare i

«nazisti»), distribuito in Italia nel marzo 1994 e acclamato dai mass media come la

definitiva parola olo-filmica, si apre in modo anomalo un anno prima col divieto al

regista di «girare» un solo metro di pellicola nell'ex campo auschwitziano. Poiché tale

film resterà nella storia del degrado della ragione umana, su di esso è necessario fermarsi

a dovere. Questo anche perché, pur spacciato come documento della storia più vera e

settimo sigillo dello Sterminazionismo, è invece soltanto la riduzione di una biografia

romanzata o, più esattamente, di un romanzo fantastorico, sé-dicente fondato sui «fatti»

(che sarebbero poi le «testimonianze» degli olo-scampati). E come romanzo il libro viene

sia catalogato dalla washingtoniana Biblioteca del Congresso (scheda: 2. Holocaust,

Jewish 1939-1945 - fiction / PR9619.3.K46S3 1982 823 82-10489 / ISBN. 0-671- 44977-

X), sia definito sulle locandine cinematografiche e sulla fascetta di presentazione, che

tuona: «Un grande romanzo, un film evento».

Più avvocatescamente esplicita, al fine di sottrarsi ad ogni contestazione, è la

ripresentazione dell'edizione originale che, edita nel 1982 senza suscitare particolari


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clamori, viene ripubblicata dalla Touchstone Books della Simon & Schuster, la casa

editrice controllata dalla Gulf & Western: «Questo libro è un'opera di fantasia [a work of

fiction]. Nomi, personaggi, luoghi ed episodi sono un prodotto della fantasia dell'autore

[of the author's imagination] o sono utilizzati in maniera immaginaria [are used

fictitiously]. Ogni somiglianza con avvenimenti, luoghi o persone reali, vive o morte, è

puramente casuale [is entirely coincidental]».

Ma l'autore cerca subito di attenuare la sgradevole impressione di falso che il lettore

potrebbe riportare da tanto sollecita avvertenza: «Nella moderna narrativa ci si serve

spesso della struttura e del meccanismo del romanzo per raccontare una storia vera.

Altrettanto ho fatto io, prima di tutto perché sono un romanziere di professione, e poi

perché la tecnica del romanzo mi sembrava adatta a un personaggio dell'ambiguità e

della grandezza di Oskar. Ho comunque cercato di evitare ogni possibile finzione

letteraria».

Firmata dall'australiano Thomas Keneally, che, stando a quanto si narra, nel 1980

avrebbe raccolto dall'olo-scampato losangelino Leopold Pfefferberg e da cinquanta suoi

correligionari (oltre che, ci assicura, da «documenti e altre informazioni»)

«testimonianze» su un presunto salvataggio di 1100 (o 1200) ebrei compiuto da certo

tedesco Oskar Schindler, la stunning novel («racconto sbalorditivo, formidabile, che

tramortisce») si trova gravata del nobile compito di inchiodare per sempre i «nazisti» al

Sommo Orrore.

Come scrive, pervaso da entusiastica chutzpah (la ben nota «arroganza/supponenza»

ebraica), Luciano Tas su Shalom: «Un grandissimo film [...] ed un vibrante messaggio. Il

massimo oggi formulabile attraverso la mediazione artistica sul tema cosmico dello

Sterminio. Ed anche una sorta di spartiacque tra un "prima" in cui la memoria dello

Sterminio era affidata essenzialmente alla testimonianza e alla documentazione, e un

"dopo" che non avrà più testimoni da chiamare e che dovrà ricorrere ad altri strumenti

di comunicazione. In breve, alle nozioni che si dileguano saranno di necessità

privilegiate le emozioni [intenda il lettore: all'analisi razionale dovrà subentrare il potere

della suggestione, n.d.A], a partire dal momento in cui la polvere del tempo smorzerà il

Grido».

Superba sequenza di luoghi comuni di ordinaria nazi-bestialità («ho contato che le teste

degli ebrei esplodono a una media di una ogni dodici minuti», nota Philip Gourevitch,

caporedattore del settimanale ebraico Forward) decontestualizzati in uno spazio-tempo

irreali, l'Apoteosi è in realtà una velenosa fiction imperniata sulla parabola di un'ambiguo

imprenditore bon vivant, finora ignoto alle masse nonostante un tele-documentario di

certo Jon Blair, confezionato nel 1983 dalla britannica Thames Television International.

«Nazi» per opportunismo, il Nostro viene raffigurato come un germanico «perfect

matinee hero», perfetto eroe in vestaglia che, pur fedifrago coniuge, beone e senza

scrupoli, acquista col tempo un sempre maggiore spessore «morale» (anche per via

dell'accattivante phisique du rôle dell'interprete, l'irlandese Liam Neeson), fino a sborsare

sonanti miliardi per salvare gli olo-destinati.

Con ciò guadagnandosi - anche se Keneally definisce l'eroe «mente superficiale: brillante

per natura, ma privo di doti concettuali» - il titolo di Ohev Yisrael, «amico degli ebrei»,

Tabernacolo Vivente e Hasid Ummot ha-Olam, «Giusto delle Nazioni» (nel mondo,

assicura il Talmud, di Giusti siffatti ce ne sono solo trentasei). Ma è possibile, per lo

spettatore, giudicare della verità/veridicità di quanto narrato e filmato?

Certamente no, rispondiamo, anche perché i livelli di lettura dell'Operazione Schindler

sono ben quattro. Il primo, quello della realtà documentale, non può che restare per


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sempre inesplorabile a chi voglia seriamente documentarsi sia su tale individuo sia sulle

allegate vicende degli Schindlerjuden (un qualche richiamo alla realtà è costituito da

alcune note del Kalendarium di Danuta Czech). Il secondo, più o meno artefatto a causa

della fragilità evocativa degli olo-scampati, è costituito dalle «testimonianze» rese a

Blair, sulle quali - ammaestrati come siamo almeno da quelle rese contro Ivan «John»

Demjanjuk, risultate alla fine del tutto infondate - è giocoforza stendere un velo di

prudenza. Il terzo è formato dalla «ricostruzione» di Keneally, il quale non può che

sguazzare, pur con tutta la buona fede che possiamo concedergli, nel mare magnum

dell'Olo-Paradigma. Il quarto, quello di Spielberg, schiaccia gli altri con la forza

dell'impatto visivo al punto che lo spettatore-lettore più attento (anche il libro, non lo si

scordi, è pura fiction, e altrettanto gli intervistati di Blair non ci sembrano particolarmente

attendibili) stenta a trovare le concordanze sia col telefilm sia col libro, concedendo

comunque alla fine il massimo credito alle immagini filmiche.

Le quali assumono, nell'intricata e voluta confusione dei livelli e sfruttando il

meccanismo psicologico dell'emozione, che porta lo spettatore a identificarsi coi singoli

personaggi (cosa invece impossibile quando si compulsino fredde statistiche o grandi

numeri, di per sé incongrui alla mente), lo statuto di Prima Realtà.

Ma sottrarsi alla verità, a quel po' di verità pur espressa dal secondo livello, non è, per

Spielberg, così facile. E neppure egli lo vuole, ché meglio funziona la frode se mista a

brandelli di vero (è noto che le mezze-verità sono ben più coerenti e «più vere» della

verità). Per cominciare, contrariamente allo Schindler spielberghiano, quello di Keneally:

1) non è l'industriale coperto di marchi che ci viene mostrato nel film, ma il figlio di un

fabbricante di macchine agricole di Zwittau, Moravia, fallito nel 1935; 2) non solo non

ama i tedeschi del Reich («la razza, il sangue e il suolo natio significavano ben poco per

l'adolescente Oskar», amico dei presunti figli-prodigio del presunto rabbino liberale Felix

Kantor, migrato in Belgio nel 1936), ma dopo gli accordi di Monaco è antistoricamente

perduto in vagheggiamenti che, data l'epoca (pensiamo alle ventennali persecuzioni

operate dai cechi - nella primavera-estate 1938 fuggono nel Reich 200.000

Sudetendeutsche - amabilmente definite da Keneally «qualche piccola follia

governativa», alle smargiassate arti-tedesche di Praga e agli accordi ceco-franco-sovietici

che, aggravati dal governo del Fronte Popolare e dalla guerra civile spagnola, fanno del

mostro benes-masarykiano il trampolino per la bolscevizzazione dell'Europa), soltanto un

personaggio inventato di sana pianta, e da un americano, può coltivare: l'indipendenza dei

Sudeti («sembra che, non appena le divisioni tedesche furono penetrate in Moravia,

Oskar abbia provato una grossa delusione nei confronti del nazionalsocialismo [...] Pare

si aspettasse che l'invasore avrebbe permesso la fondazione di una qualche fraterna

repubblica dei Sudeti. Successivamente dichiarò che era sgomento per come il nuovo

regime angariava la popolazione ceca e ne sequestrava le proprietà. I suoi primi gesti

documentati di ribellione risalgono ai primissimi tempi del conflitto mondiale»); 3) non

segue i tedeschi a Cracovia dopo il settembre 1939, ma vi è già presente fin dal 1938; 4)

non possiede capitali né fabbriche, ma viene scelto dai capi della comunità ebraica come

fiduciario cui affidare, in attesa di tempi migliori, sia la fabbrica che il denaro per

potenziarla.

Secondo Blair invece l'acquisto della Deutsche Emailwaren Fabrik, avvenuto nel

dicembre 1939, non sarebbe invece né una cessione ebraico-sovvenzionata né un progetto

autonomo di Schindler, bensì un'iniziativa voluta dalle SS («i servizi segreti gli danno il

denaro per acquistare le macchine»); già arrestato dai cechi nel 1938, il Nostro acquista il

complesso «soprattutto per coprire la sua attività di agente segreto». Anche se sarebbe già


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una ragione bastante il ricavare milioni di marchi («fino al novanta per cento della sua

fortuna», dice Blair, gli viene dalla vendita delle stoviglie sul mercato nero), per gli

operai «lo scopo di Schindler non era per niente chiaro».

Di tutto ciò, come anche dell'invio dell'Eroe da parte delle SS in Turchia per incontrare

«l'ambasciatore tedesco von Papen» (non usa il più rapido e sicuro treno, ma vi giunge e

ne torna con l'Horch scoperta, quasi in gita di piacere, attraversando senza scorta i

Balcani infestati dalla guerriglia partigiana) e a Budapest per incontrare l'agente sionista

Samuel Springman, né in Keneally né in Spielberg esiste traccia (il primo si limita ad

accennare ad una sua vicinanza all'Abwehr dell'anti-«nazi» Canaris). Licenza poetica,

mera ignoranza o non piuttosto volontà di non sfiorare argomenti scottanti per

l'establishment israeliano (tipo i contatti segreti tra nazionalsocialisti e sionisti per

favorire l'allontanamento degli ebrei dall'Europa - vedi il caso di Rezsb Rudolf

Kasztner)?

Convertita la fabbrica dalla produzione di stoviglie a quella di proiettili e divenuta quindi

impianto di interesse militare, di fronte all'avanzata sovietica i macchinari e gli 800

operai vengono, secondo Keneally e Spielberg (Blair ci dà una versione differente),

trasferiti da Cracovia nella località moravo-sudeta di Brünnlitz (Keneally scrive

Brinnlitz).

E qui ecco avanzarsi la Lista. Per giungere ai 1200 nomi (la cifra incisa sulla tomba di

Schindler a Gerusalemme) si adopera non il filmico braccio destro dell'Eroe, Yitzhak

Stern, ma il coordinatore del personale, Marcel Goldberg. Costui, che nel libro è il deus

ex machina della faccenda, è l'uomo che inserisce i nomi in cambio di denaro o diamanti

(in Blair: «prendeva tutto per sé [...] era il suo business personale», dice Mojsesz Pantirer

il quale, non avendo preziosi da barattare, ricordandogli l'antica amicizia si sente

rispondere: «Morirai qui, non andrai da nessuna parte senza diamanti»). Sempre in Blair,

Irena Schek dice chiaramente che la Lista non è opera di Schindler né di Stern («Venne

stilata in modo molto strano. Credo che tutti c'entrassero a stendere la Lista [...] ci furono

alcune vendette personali»).

Altro che l'ansia, la trepidazione che esprimono i volti dei due protagonisti

spielberghiani! Ma perché i 400 non-schindleriani che occorrono (secondo Keneally) per

arrivare a 1200 insisterebbero per unirsi al gruppo in partenza degli 800?

Non certo per tema dei tedeschi che, volendo, avrebbero potuto sterminarli con tutto

comodo in ognuno dei sessanta mesi di occupazione, ma forse per paura, partiti i

«nazisti», di venire aggrediti dai polacchi, notori «antisemiti» coi quali pendono conti

secolari oggi ancora non saldati (non ultimo il fatto di venire da loro ritenuti i veri

responsabili del conflitto). Non dimentichiamo che ancora nel luglio 1946 scoppia il

pogrom di Kielce, a somiglianza dei contemporanei moti antiebraici ungheresi (oltre che

da David Irving, l'opposizione popolare ungherese all'ebraismo viene rilevata da Bruno

Arcidiacono, il quale, riportando numerose testimonianze dell'epoca, sottolinea che

«un'ondata di antisemitismo andava alzandosi nel paese, e ancor più ne intorbidava le

condizioni sociali [...] moltissimi erano gli ebrei sia in seno alla dirigenza comunista, sia

nei ranghi della polizia [...] e moltissimi ebrei erano "assetati di vendetta" nei confronti

dei magiari. Di qui il "deplorevole comportamento" dell'AVO [la polizia segreta, n.d.A.],

di qui la reazione popolare contro i suoi eccessi, di qui il fatto che tale reazione spesso si

tingesse di antisemitismo»).

Quanto al fatto che lo strombazzato intervento di Schindler sia sempre stato, fino alla

Necessità Rieducatoria blair-spielberghana, ritenuto insignificante dagli olo-scampati (a

prescindere dalle ricostruzioni a posteriori dei «testimoni»), lo suggerisce il basso numero


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di persone che l'aiutano nel dopoguerra.

Il salvatore di 1200 eletti, nonché tenace persecutore postbellico dei «criminali di guerra»

(«con uno spirito addirittura implacabile», dice Keneally), se pure nel 1949 otterrebbe del

denaro dagli scampati per emigrare in Argentina (con moglie e amante ebrea, le quali

lascia nel 1958 per tornare in Germania), se pure nel 1963 viene definito da Israele

«Giusto delle Nazioni» (Blair dice che è il terzo della serie), vegeta poi per un decennio

con una pensione mensile di duecento marchi in un monolocale a Francoforte.

Se lo Schwindler filmico (pardon, Schindler, ché il termine Schwindler, in tedesco

«truffatore, mentitore, mistificatore», andrebbe applicato ai suoi ideatori) possiede nel

film una qualche stimmata umana, tutti gli altri tedeschi sono psicopatici o cinicamente

venali, in ogni caso tutti corruttibili (ad eccezione del gelido ispettore SS inviato a tirare

le orecchie all'Eroe per avere baciato un'ebrea).

Cercando di farci credere che il tratto «nazista» della corruttibilità sia stato denunciato

per la prima volta da Spielberg, Tas continua: «E qui s'impone una considerazione

importante. È la prima volta che questo aspetto della corruttibilità tedesca ("magari

criminali ma onesti", ecco uno degli slogan di più ampia diffusione) viene messo in

evidenza. E cioè che i superuomini del Millennio hitleriano non erano solo i sadici

assassini che nei campi uccidevano per un sì o per un no, ma in definitiva per un

principio ideologico, sia pure aberrante [il Male Assoluto avrebbe in sé una certa

grandezza, un certo fascino, togliamogli allora anche quello! n.d.A.]. No, erano anche

corruttibili e corrotti, fin dentro quella immensa fornace della morte che fu Auschwitz

[...] Un uomo corrotto in genere non ha solidi princìpi né grandi ideali, fossero anche

quelli demoniaci offerti dal credo nazista». E l'odio antitedesco - e non semplicemente

anti-«nazi» - trasuda talmente virulento da ogni inquadratura che il primo ministro malese

Mahathir bin Mohamad, colpito dal palese spielbergo-razzismo, non solo vieta la

distribuzione della pellicola perché «riflette i privilegi e le virtù di una sola razza», ma

reagisce alle intollerabili pressioni: «Le nazioni asiatiche devono accordarsi contro la

minaccia di venire colonizzate dagli USA. Gli USA sono sostenuti da un pugno di

capitalisti occidentali che vogliono che gli asiatici gli si prostrino davanti».

Accusato di «antisemitismo», il governo di Kuala Lumpur viene però, nell'arco di

qualche settimana, costretto a far marcia indietro dall'infuriare dell'«indignazione»

planetaria, proprio mentre in Indonesia anche il capo islamico Ahmad Sumargono chiede

il sequestro del film per incitamento all'odio e propaganda sionista, e altri paesi, come

Filippine, Kuwait, Giordania, Siria, Iran e perfino l'Egitto mubarakiano, ne vietano la

circolazione per la presenza di scene «di sesso» (ma Manila fa marcia indietro: a cassare

il giudizio dell'organo censorio, che ha tagliato una scena di sesso di trenta secondi,

interviene il presidente Fidel Ramos in persona).

Tornando però alle reazioni espresse durante le riprese (che, iniziate il 1° marzo 1993,

durano 72 giorni) da alcuni dei massimi esponenti dell'ebraismo, nonostante la

«riscoperta della mia ebraicità» - così Spielberg si esprime dopo il divorzio dalla démi

juif Amy Irving e il matrimonio con la shiksa convertita Cate Capshaw (la madre Leali

Adler è ortodossa del suo e gestisce a Los Angeles un negozio kosher) - l'operazione

della Universal, associata con la Amblin e la polacca Heritage, è giudicata una

dissacrazione della «solenne dignità» del luogo da Kalman Sultanik, vicepresidente del

World Jewish Congress. E ciò nonostante il film venga girato in uno splendido bianco e

nero di tre ore e mezza e malgrado la garanzia offerta da una pletora di eletti facitori:

sceneggiatore Steven Zaillian; fotografo Janusz Kaminski; scenografi Allan Starski ed

Ewa Braun; montaggio Michael Kahn; musiche di John Williams; produttori il nostro


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Spielberg, Lew Rywin, Gerald R. Molen ed il pluri-scampato Branko Lustig, olo-esperto

per aver già prodotto Sophie's ChoiceWar And Remembrance Winds Of War.

A contorno: assistenza spirituale di rabbini, psichiatri e supervisori assortiti del Simon

Wiesenthal Center. «Auschwitz è il più grande cimitero ebraico del mondo e noi siamo

preoccupati per tutto ciò che, pur con le migliori intenzioni, può offendere la sua

dignità», reitera nel gennaio 1993 Elan Steinberg, direttore del WJC, che teme il carico

delle tonnellate di attrezzature e veicoli, delle duecento persone della troupe, delle decine

di maestranze, dei cento attori e delle trentamila comparse. Poiché dei locali operativi

della Massima Macchina Olocaustica restano solo rovine, il regista vorrebbe inoltre

costruire delle finte camere a gas ed abbattere alberi per fare assomigliare il set, scrive

Alessandra Farkas immersa in reminiscenze alla Attila, «di più al terribile luogo di morte

dove neppure l'erba poteva crescere».

L'irriverenza che tale «operazione commerciale» comporterebbe per il Massimo dei

Cimiteri è però un pretesto. A prescindere da eventuali attriti personali e dal timore di

prestare il fianco agli attacchi degli studiosi revisionisti, esiste una terza e più valida

ragione: la suscettibilità dei «veri responsabili»: «Ad aumentare l'irritazione del

Congresso Mondiale Ebraico è stato il modo bifido con cui Spielberg ha ottenuto il

lasciapassare per il suo film. Invece di presentare domanda, come si fa di solito in questi

casi, al Comitato Internazionale che supervisiona il Museo di Stato di Auschwitz, il

regista si è rivolto direttamente al governo polacco, giudicato da molti antisemita,

scavalcando del tutto i veri responsabili delle sorti di Auschwitz».

Attonito, sempre all'epoca delle riprese, è il commento di Alessandro Camon, cui restano

oscure le ragioni di tanta ostilità - e da parte ebraica! - nei confronti di un'industria

filmica «storicamente abitata e retta in gran parte da ebrei». Proprio quando essa si

prepara a realizzare il «vero» film sullo sterminio (i precedenti sarebbero pellicole che

lasciano l'Olocausto «di per sé ineffabile»), inaccettabile è per Camon tale opposizione,

«perché vedere "La lista di Schindler" sapendo che i muri sono di latta, che quelle docce

non hanno mai veramente sparso gas, che quei forni non hanno veramente bruciato corpi

umani, non sarà la stessa cosa. Ecco perché la scelta di impedire che le riprese si

svolgano ad Auschwitz danneggia a mio parere la causa ebraica» (attendiamo che

qualcuno avverta l'ignorante, benintenzionato goy che il cianuro sublima, a ben precise

condizioni chimico-fisiche, da granuli di Zyklon B sparsi sul pavimento e che il gas

pesticida non è mai stato né può essere, per inoppugnabili ragioni fisico-chimiche,

bombolizzato).

Una volta presentato alle platee, il film però non solo spegne ogni dissenso, ma viene

acclamato capolavoro (la prima mondiale è a Vienna il 17 febbraio in onore di Szymon

Wizenthal, osannanti 760 personalità, tra cui, commossi alle lacrime, il presidente Kleistil

e il cancelliere Vranitzky; in Germania, dopo la prima a Francoforte il 1° marzo, presente

l'altrettanto lacrimevole presidente von Weizsäcker, tre milioni di spettatori entrano muti

nei cinema nelle prime sei settimane e altri due nel mese seguente; negli USA quindici

milioni in cinque mesi; in Francia due milioni e in Italia quattrocentomila in tre mesi).

Il tutto, al fine di schiacciare, attraverso la suggestione di centinaia d'immagini degne del

più torbido fantasticare sadistico, sia le sempre più inoppugnabili conclusioni degli

studiosi revisionisti, sia l'analisi permessa a chiunque sia in grado e voglia usare il

proprio raziocinio (semplicemente impagabile la faccia tosta di Moment, «The Jewish

Magazine for the '90s», che chiede ai lettori: «Is Schindler's List unfair to the Nazis?, è

Schindler's List scorretto, disonesto, ingiusto nei confronti dei nazisti?»).

Il giovane, aitante Hauptsturmführer, capitano (Blair dice che era Untersturmführer,


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sottotenente, ma ce lo mostra coi gradi di capitano), anzi olo-parlando: «la belva SS», si

allena infatti, per Spielberg, al bersaglio a mo' di serial killer statunitense, sparando con

fucile a cannocchiale sui detenuti, specie se «inutili», dalla finestra della villa e poi

stuzzicando col fucile l'amante (che, nuda tra le lenzuola, sbotta: «Oh, dio, Amon, e

smettila di fare il bambino stronzo!»). E tuttavia, spiega il gelido inglese Ralph Fiennes

che l'impersona, Göth è «un essere umano vulnerabile che ha paura della sua debolezza e

allora uccide, come fosse una droga. Quando spara dal balcone e colpisce a caso gli ebrei

si sente un adolescente che gioca a Space Invaders in un parco dei divertimenti [...]

distruggere qualcosa senza pericolo dà un senso di completo potere, quasi di estasi».

Per inciso, il vero Göth, già evacuatone del ghetto di Lublino secondo Blair, catturato

dagli americani e «passato» ai polacchi (viene impiccato a Cracovia il 13 settembre

1946), non solo era uno stempiato borghese di mezza età, ma viveva in una casa separata

dal campo da una collina che impediva ogni tiro al piccione (a differenza di Spielberg,

Keneally romanza anche sul fatto che «esattamente due anni» prima Göth era stato

arrestato «a Vienna» dalle SS con l'imputazione di mercato nero e che, «scarcerato, a

Breslavia, a causa del diabete», si era poi recato a Brünnlitz a pietire, invano, aiuto da

Schindler).

In ogni caso, commenta Antonio D'Orrico, «molta gente era soggiogata dal suo sinistro

fascino e pronta a tutto per lui». E ciò a tal punto che una delle ex amanti, l'ebrea Ruth

Kalder detta Majola, madre di una sua figlia, ricorda a Blair che: «Non era un assassino

brutale, non uccideva gli ebrei per divertimento. Non li odiava. La sua opinione era come

quella delle SS, che gli ebrei erano lì solo per lavorare», negando invece («ancora nutrita

di antichi risentimenti», postilla il D'Orrico), la generosità di Schindler: «Lei pensa

davvero che Schindler amasse gli ebrei? Oh, no! Era solo un adorabile opportunista.

Aveva bisogno degli ebrei e perciò lavorava con loro. Ma non li prese mai a cuore». « È

una scena dura da guardare» - predica D'Orrico - «e proprio per questo bisogna guardarla,

specialmente in questo momento storico quando, come fa Majola nei confronti di Göth,

c'è chi tenta di negare l'effettiva portata degli orrori che i nazisti compirono nei confronti

di sei milioni di ebrei [...] Succede anche questo, che c'è chi attacca Schindler e difende

Göth».

Incessante foscheggia la nazi-barbarie attraverso una sequela di ributtanti quadri che

compongono, poiché un'effettiva trama non esiste, un vero e proprio Holocaust Park.

Come detto, a differenza che in altre pellicole nessun tedesco buono esiste a farci sperare

in qualche scheggia di umanità non ebraica (nel «documentario» di Blair un «testimone»

afferma di avere impetrato al carnefice lo Gnadenschuβ, il colpo di grazia, per un

correligionario ferito, ma di essere stato costretto a seppellirlo vivo, a versargli sopra

petrolio e a «continuare a bruciarlo»).

Suggestivi i richiami «storici»: 1) il taglio dei riccioli a un ebreo ortodosso, in segno di

spregio, fuori della porta del ghetto (vedi il celebre fotomontaggio pubblicato per la

prima volta dall'olo-pubblicista tedesco Kurt Zentner); 2) il frenetico tourbillon delle

ebree nude in attesa di selezione (vedi l'altrettanto famoso fototrucco di Eugène Aroneanu

e cento altre «foto»), al fine di dare allo spettatore, causata dai sobbalzi della cinepresa,

una nausea anche fisica; 3) i mucchi di effetti personali e 4) i capelli tagliati alle donne

«per i sottomarini» o, a scelta, «per i materassi»; 5) la riesumazione dei cadaveri per

cancellare ogni traccia (come nell'ignobile favola di Babi Yar). Ancor più maligne le pure

invenzioni: 6) l'esecuzione, col classico colpo alla nuca bolscevico, di un vecchio

mutilato, incapace di spalare la neve; 7) l'uccisione degli infermi del lazzaretto da parte

dei medici ebrei mediante la somministrazione di un pietoso veleno, mentre implacabili


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giungono i tedeschi, 8) il giovane SS, sentimentale e al contempo inumano, che tra spari,

urla e lampi terrifici suona al piano, languido, Mozart durante l'evacuazione-strage del

ghetto; 9) l'inganno e il metodico spoglio delle valigie dei deportati; 10) la raccolta dei

denti d'oro strappati ai cadaveri e gettati sul tavolo da una lattina; mancano olo-sapone e

gli olo-paralumi, ma Keneally mica è di mano leggiera: «C'erano grandi quantità di anelli

da bambini e bisognava mantenere un freddo controllo delle proprie emozioni sapendo la

loro provenienza. Solo una volta i gioiellieri vacillarono: quando gli uomini delle SS

aprirono una valigia da cui rotolarono dei denti d'oro ancora macchiati di sangue. In un

mucchio ai piedi di Wulkan erano rappresentate le bocche di un migliaio di morti,

ciascuna delle quali gli gridava di alzarsi in piedi e proclamare l'infame provenienza di

tutti quei preziosi» (altrettanto imaginifico è Otto Friedrich: «otto prigionieri che erano

stati dentisti [...] spalancavano la bocca di ogni cadavere ed estraevano tutti i denti e i

ponti d'oro che trovavano; questi venivano gettati in un secchio contenente un acido che

eliminava eventuali residui di carne e di osso [...] con questa operazione si ricavavano da

nove a dieci chilogrammi d'oro al giorno» - a fare di conto, ogni ex possessore di denti,

bambini compresi, avrebbe dovuto quindi avere un carichetto d'oro in bocca); 11) la

fucilazione, senza pensarci due volte, di un bimbo che fugge impaurito, seguita da quella

della povera madre (Keneally è più delicato: «strapparono gli oggetti di valore dalle dita,

dal collo e dal taschino. A una ragazza che non voleva consegnare la pelliccia ruppero le

braccia; un ragazzo di via Ciemna che voleva tenersi gli sci fu colpito a morte da un

proiettile»); 12) la demolizione delle lapidi da un cimitero ebraico, usate per lastricare

l'entrata del campo di Plaszow, costruito sul cimitero (lapidi che, dice Paolo Salom,

«sono ancora là», mentre le baracche, pur non essendoci più, non sono state distrutte: i

tedeschi, da maniaci dell'ordine, «poco prima che arrivassero i russi, hanno

accuratamente smontato e numerato ogni cosa per spedirle dove ancora potevano essere

"utili"» - nell'autunno 1944, coi russi alle calcagna!); 13) l'esecuzione di una detenuta-

ingegnere (laureata, nella versione italiana, «all'università di Milano»), mentre avverte,

sollecita, Göth degli errori compiuti dai tedeschi nella costruzione delle baracche (ebrea

al pari di Marx: gli intellettuali vanno eliminati!); 14) l'arbitrio delle SS: «Non esistono

regole sicure cui aggrapparsi»; 15) la passeggiata di Göth tra i detenuti sul suo incredibile

cavallo bianco; 16) l'alternarsi di periodi di follia nella sua mente: vedi il ragazzo che,

non essendo riuscito a pulire la vasca da bagno, viene dapprima graziato, indi steso a

fucilate (ma Keneally avverte: «In realtà, si trattava di tutt'altra questione: la trasgressione

commessa da Lisiek era consistita nell'approntare un calesse [...] senza prima chiedere il

permesso del comandante»); 17) la disperazione delle madri che inseguono i camion sui

quali, come fa il pifferaio di Hamelin, vengono attirati i bambini per essere portati alle

camere a gas (o, scelga lo spettatore, per essere, così suona una recensione, «sottoposti

agli esperimenti chimici»); 18) i bambini che cercano scampo nei posti più impensati, fin

nelle latrine (a dare allo spettatore la piena coscienza dell'evento, sarebbero state

opportune le tecniche odorose della Smell-O-Vision o dell'Aromarama!); 19) l'arsura dei

rinchiusi nei carri-bestiame nella torrida estate; 20) la cenere dei cremati che vola

nell'aria, calando sui tetti delle auto a Cracovia; 21) l'enorme pira fumante, con tanto di

nastro elevatore dei corpi; 22) il folle urlo del biondo milite ariano, la mente stravolta,

mentre sullo sfondo ardono, meglio che legname, i cadaveri accatastati; 23) nella notte

profonda, il fuoco luciferino che fuoriesce dai camini di Auschwitz (i camini, almeno

quelli tedeschi, vengono invero costruiti appositamente per portare al cielo le fiamme);

24) le impeccabili divise dei militari (sono sempre tedeschi, che diamine!) e le impassibili

sorveglianti armate di frustino; 25) dietro ermetiche porte, l'insopportabile tensione delle


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donne denudate - talune in carne, talaltre meno - e le docce dalle quali esce, liberatoria,

l'acqua al posto del gas atteso dallo spettatore. Arguti di purissimo spirito talmudico sono

altri episodi, quali 26) l'imbroglio ideato dal contabile Stem per salvare il professore di

storia, trasformato ipso facto in operaio specializzato sotto gli stolidi occhi tedeschi, 27)

le madri che, mentre imperversano urla, pianti e spari durante l'evacuazione del ghetto,

celano i gioielli in pezzi di pane, che fanno inghiottire ai bambini, 28) l'astuzia del

bambino che, per salvare il colpevole del furto di una gallina, ne denuncia autore il

detenuto innocente assassinato da Göth (tanto, è già morto: serva dunque a salvare chi è

ancora in vita).

Ancora più astuta è 29) l'operazione di dezinformacija compiuta dal motto: «Colui che

salva una sola vita salva il mondo intero». Occhieggiante dalle locandine e reiterata più

volte nel film - del quale dovrebbe costituire l'etico fil rouge - la massima ci viene

presentata come un distillato di purissima umanità, la quintessenza dell'etica giudaica. Ma

solo i più disinformati (vale a dire il novantanove e rotti per cento degli spettatori)

possono credere alla correttezza del riferimento. In realtà, ammette Rabbi Joseph

Telushkin, il vero pensiero, espresso in testi non purgati di Mishnah Sanhedrin 37 a, non

solo è difforme, ma radicalmente diverso: «L'Uomo, per insegnarti, fece perciò in modo

che ognuno che distrugge un'anima ebraica fa, secondo la Torah, come se avesse distrutto

l'intero mondo. E ognuno che salva un'anima ebraica fa, secondo la scrittura, come se

avesse salvato l'intero mondo».

Incommensurabile agli occhi di Dio è infatti, per la sapienza giudaica come è stata

predicata e recepita da cento milioni di eletti in due millenni, solo la vita dell'ebreo, non

quella dell'«uomo» e tantomeno di un goy. E questo anche se Telushkin aggiunge che:

«Questa diversità non cambia il senso, perché la dimostrazione del valore

incommensurabile della vita umana discende da Adamo, e Adamo non era un ebreo» (il

medesimo spirito talmudico mostra, offesa, una lettrice di Jewish Week, della quale il 10

febbraio il giornale riporta i lamenti: «Ho udito un gruppo di donne ridere e dire: "Oh, ma

questo è un film ebraico". Mi sono fermata e ho ricordato loro che non era un "film

ebraico", bensì un film su esseri umani»). Semplicemente ameni altri episodi: 30) i

nascondigli più inverosimili nel ghetto, a mo' del Maus di Art Spiegelman (sotto un

tappeto, dentro un pianoforte, etc) e il gioco a guardie e ladri tra SS ed ebrei per le scale e

gli androni, 31) l'allineamento, per l'esecuzione con un unico sparo, di sette ebrei, cinque

dei quali vengono trapassati, mentre per gli altri occorre sprecare ancora due colpi, 31)

l'innaffiamento dei muri con pallottole durante l'evacuazione del ghetto, come i colpi non

costassero niente, 32) il plurimo, imbarazzante inceppamento delle rivoltelle nella tentata

esecuzione dell'indolente sabotatore rabbino-operaio (cui farà da pendant il ridicolo

accanimento degli impiccatori di Göth nel rovesciare a calci la sedia su cui è ritto col

cappio al collo) e lo sparo in cielo dell'ultimo colpo (tal quale i cartoons, dove lo

spettatore vede piombare a terra un uccello); 33) lo sfogo psicoanalitico di Göth, che

appaga il proprio ego a suon di percosse sulla domestica-amante Helen Hirsch, «una delle

sue vittime preferite che [chiarisce il D'Orrico] poteva essere violentemente punita per

colpe inesistenti o risibili: come, ad esempio, aver preparato il caffè a un ospite o aver

buttato gli ossi avanzati dalla cena senza prima informarne Göth» (in Blair la scampata

ricorda del Mostro, tra l'odio e il rimpianto: «Prima di tutto era un sadico, ma aveva un

aspetto bellissimo [...] aveva Satana dentro di sé»); 34) la crescita progressiva della

pancia del Mostro, fino a farci sospettare il prossimo parto di un Alien (operazione

opposta a quella di Willem Dafoe in Triumph of the Spirit, «Oltre la vittoria», di Robert

M. Young, 1990: per esigenze sceniche Fiennes viene costretto a ingurgitare pinte di


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birra e ipercalorie, ed aumenta di dodici chili), spiegata da Fiennes sempre in base a

criteri psicoanalitici: « Göth era consapevole del proprio incredibile potere, quello di vita

e di morte su esseri umani. La pancia degli uomini potenti rappresenta, spesso

un'espressione fisica di questo potere. Crea maggiore spazio attorno. E quasi un simbolo

fallico»; 35) il sincopato «Heil Hitler» - cattivo fino all'ultimo! - prima che il cappio gli

stringa il collo; 36) il ridicolo/simbolico arrivo del solitario ufficiale sovietico in sella ad

un cavallino, che promette più felici orizzonti, scena preceduta 37) dall'incredibile

piagnucolare a catinelle di Schindler, che nell'ultima notte si rimprovera singultando di

non avere salvato qualche altro eletto barattandone la vita con la lussuosa Horch.

Stupende nella loro assolutezza metafisica altre inquadrature: 38) la corsa di un plotone

di soldati ad ghettum evacuandum, in un clima di terrifica Notte e Nebbia; 39) l'incedere

di un gruppo di medici, lunghi camici bianchi, professionali fonendoscopi al collo, in

capo eleganti Schirmmütze, entità disincarnate, candidi angeli sterminatori al pari di

quelli neri himmleriani disegnati per propaganda bellica dal vignettista australiano David

Low.

Ci permetta a questo punto il lettore una qualche comparazione tra il lavorio di Spielberg

e il filmato di Blair.

Innanzitutto questi (di poco più fede degno del primo) ci dice che, nell'agosto 1944, 700

Schindlerjuden vengono improvvisamente portati a Cracovia e a Plaszow e di lì al

«campo di sterminio di Mauthausen» (in Austria e in un campo non «di sterminio»!), ove

scompaiono (nulla di ciò è in Spielberg). Restano «circa 300 sopravvissuti», ma

Schindler, dopo che gli hanno inviato a morte i 700 già esperti, viene autorizzato a

portare a Brünnlitz non solo loro, ma «1000 operai specializzati in metallurgia» (60 gli

vengono offerti dalla ditta Julius Madritsch).

Quanto allo schindleriano trasporto da Plaszow di cui ai punti 23, 24 e 25 (l'unico

convoglio che in Spielberg giunge ad Auschwitz per errore), in Blair tal Ludwik

Feigenbaum dice che lui e 800 uomini, invece di venire inviati nel campo di Brünnlitz, il

15 ottobre 1944 finiscono, per errore, in quello di Gross Rosen («Ci sbatterono subito

sotto la doccia [...] non eravamo sicuri se ci fosse gas o acqua»). Qui restano tre giorni,

finché l'Eroe non piomba a salvarli (ma Blair, sconcertato dalla diversità delle

«testimonianze», commenta asciutto: «Le versioni differiscono sulle circostanze esatte

della liberazione e se Schindler fosse presente o meno»).

Due giorni dopo il recupero degli 800, quindi il 20 ottobre, parte da Cracovia per

Brünnlitz un secondo convoglio con 300 donne (quello di cui parla anche Spielberg), che

dopo dodici ore (Auschwitz dista da Cracovia 65 km, all'epoca due ore di treno locale)

giunge, sempre per errore, ad Auschwitz (ora capiamo perché i tedeschi hanno perso la

guerra: coi treni che andavano ovunque, tranne che dove dovevano andare!).

Qui, testimonia Ludmilla Pfefferberg, se le pure docce «in effetti non c'erano», «il cielo

era tutto rosso e c'era un odore sgradevole» (nel "Calendario degli avvenimenti nel campo

di concentramento di Auschwitz-Birkenau", Danuta Czech riporta che la sera del 22

arrivano da Plaszow - cortese imbeccata per Spielberg? - «oltre 2000 ebree [...]

passeranno la notte nella cosiddetta Sauna»). Selezionate da Mengele-Angelo-della-

Morte, le 300, dice la Schek, restano a Birkenau tre settimane (la Czech annota che il 23

vengono trasferite nel campo di transito B11c 1765 donne, mentre le restanti sono uccise

col gas), al termine delle quali, come a Gross Rosen, piomba il Salvatore.

Scomparso per tutto quel tempo in quanto arrestato dopo Göth per truffe di mercato nero,

l'Eroe strappa al gas le donne (in cambio di una notte di fuoco che una sua amica ceca

procura a un ufficiale di guardia). Pur «marchiate» per essere rintracciate in caso di fuga


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(«le imbrattarono di pittura prima di lasciare Auschwitz»), le 300 giungono infine a

Brünnlitz. Per inciso, in precedenza Blair ci ha detto che Schindler è stato arrestato tre

volte e che ha «trascorso in tutto una settimana in prigione» - cosa che invero non

giustifica il perché l'Eroe non si sia occupato dei suoi ebrei per ben tre settimane (anche

perché, abbiamo testé detto, il rilascio sarebbe dovuto soltanto alle «buone grazie»

dell'amica ceca).

Dopo tutto questo, e altro, tourbillon ferroviario - in Blair un terzo convoglio trasporta

«nuovi prigionieri ad Auschwitz da Brünnlitz, tutti i bambini con i loro padri» (che

verranno comunque salvati anche loro, anche se non ci si dice come); in Steinbach e

Tuchel quarta versione: nessuna deviazione e nessuna perdita, alle 300 donne e ai 700

uomini cracoviani si aggiungono da Auschwitz un centinaio di detenuti mai visti prima e

«completamente privi di forze», per arrivare ai canonici 1100 brünnlitziani - la nuova

fabbrica inizia a produrre munizioni.

Più precisamente, dice Feigenbaum, essa «era in piena attività ogni giorno, ma non

produsse nulla» a causa del sabotaggio ideato dall'Eroe. Tuttavia, per celare il fatto alle

SS (qualche «nazi» meno stupido poteva pur esserci, ad esigere la consegna della

produzione), il Nostro «comprava al mercato nero alcuni dei prodotti che avremmo

dovuto fabbricare», facendoli passare per suoi (come se sul mercato potessero trovare a

volontà munizioni e materiale bellico sofisticato nuovo di zecca e se l'altra fabbrica non

dovesse a sua volta render conto della propria produzione).

Stupenda infine nella sua assurdità è la fuga davanti ai sovietici: mentre in Spielberg

l'Eroe parte con 1'Horch insieme alla trepida moglie dopo avere rivolto un commovente

pistolotto agli operai, in Blair porta seco anche l'amante, scortato «verso la Svizzera» da

un gruppo di ebrei su un camion che trascina due rimorchi, non si sa pieni di cosa (il peso

del supercamion è di trenta tonnellate, assicura compunto l'ex autista Ryszard Rechen:

quello di un moderno autoarticolato!). Nel viaggio «a ottanta/novanta chilometri all'ora»

su strade sconnesse e intasate non solo si rompono i freni (poco male, ché all'occorrenza

due ebrei posti sui parafanghi frenano il bestione mettendo sotto le ruote «dei grossi pezzi

di legno»), ma la brigata incrocia diversi reparti in ritirata. Su questi il buon Rechen

riversa il proprio sarcasmo: comparsi da un bosco cinque cosacchi, i tedeschi «che erano

un migliaio e trasportavano armi pesanti[ ...] fuggirono a gambe levate urlando Ivan, Ivan

komm».

Il solo a non perder la testa è un ufficiale che, invece di trattenere i suoi uomini, alza una

mano e «in perfetto tedesco» (e da perfetto imbecille) dice a Rechen: «Kameraden, keine

Angst, weiterfahren», camerati, nessuna paura, proseguire! Terza versione in Steinbach e

Tuchel: Oskar ed Emilie, rimasti nella loro casa nei Sudeti, vengono espulsi «aus

Böhmen» (come sia possibile non sappiamo, visto che sia Zwittau che Brünnlitz sono in

Moravia) e i loro beni vengono confiscati dal governo ceco.

Ma perché Schindler fece quello che fece? Perché si mise a rischiare la vita per gente che

conosceva appena? «Perché non c'era altra scelta», risponde lui stesso, mandando in

deliquio il D'Orrico: «Che è un'affermazione molto simile a quella che gli eroi dei film

d'azione americani, quelli prediletti da Spielberg, amano dare per tagliar corto a discorsi

che potrebbero diventare imbarazzanti. "Perché l'hai fatto?". "Qualcuno doveva pur

farlo", è la secca risposta dell'eroe». Ovvio quindi, dopo tanto olo-lavorio profuso in ogni

inquadratura, che «the most affirmative movie ever made about the Shoah», la più

incisiva pellicola mai girata sulla shoah, non possa che essere definita da Newsweek

«movie of the year», mentre tutta una schiera di correligionari si spertica in lodi:

«Coinvolgente, poderoso, immenso. Un film incredibile» (Joel Siegel, Good Morning


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America), «Una vera dimostrazione di come il cinema può illuminare il cuore umano»

(Peter Stack, San Francisco Chronicle), «Una memorabile e impressionante pellicola, già

entrata nella storia del cinema» (Michael Medved, New York Post), «Una pellicola

monumentale» (Gene Shalit, The Today Shot). Anche il più autorevole periodico

americano di cinema, Variety, in una recensione in prima pagina (cosa mai accaduta), la

qualifica «opera straordinaria sotto tutti i punti di vista». Egualmente soccorre Time:

«Brillante, potente, un vero e proprio evento cinematografico», spalleggiato da

Entertainment Weekly: «La busta, prego: finalmente l'Oscar a Spielberg».

E la busta arriva: dopo tre Golden Globe, i premi della stampa estera di Hollywood, per

miglior film, regia e sceneggiatura, e dodici nominations, olo-fiction viene gratificata da

ben sette Oscar il 21 marzo 1994, in una sessione allietata dalle insipide battute della

negra démi juif Whoopy Goldberg (il trionfo viene completato, con giusto parallelismo,

da tre altre statuette assegnategli per Jurassic Park).

Non manca, le lacrime agli occhi, il ragazzone arkansasiano che dalla Casa Bianca

singulta: «Ho visto Schindler's List. Vi imploro tutti, go see it!: andate a vederlo!».

Parimenti commosso dall'anteprima, Billy Wilder, vecchia volpe professionista, si lascia

andare, in tedesco: «Già dopo i primi dieci minuti avevo dimenticato che fosse un film.

Non mi curavo più dell'angolazione delle riprese e di tutte quelle cose tecniche...

semplicemente, questo realismo assoluto mi aveva esorcizzato [ich war nur gebannt von

diesem totalen Realismus]. Comincia come un vecchio cinegiornale... così difficile da

realizzare che pare davvero reale. E mi creda, queste immagini sono così vere che corre

un brivido per la schiena [...] Quando uscì il romanzo subito pensai che bisognava

assolutamente farne un film. Parlai con l'Universal, ma la casa aveva appena comprato i

diritti per Spielberg [...] Poi il progetto andò in fumo e Spielberg voleva far tutto da solo.

Mentre lavorava al copione di Schindler's List, si dedicava anche al montaggio di

Jurassic Park. Provi a immaginare: a sera, chiuso il copione, da Hollywood alla Polonia

correvano via satellite le scene dei dinosauri, e lui le montava... due film giganteschi

contemporaneamente [...] Adesso sono molto ansioso di sapere come verrà accolto il film

nel paese delle teste rasate [im Land der Glatzköpfe]. In Germania, in Austria, in posti

come Karlsruhe e Linz [...] Sappia che il compito più importante di questo film è

confermare per l'eternità che questi inconcepibili orrori sono davvero successi [Wissen

Sie, die wichtigste Funktion dieses Films ist: er hält für alle Zeiten fest, daβ diese

unfaβbaren Greuel wirklich geschehen sind]. Non dobbiamo dimenticarlo».

In Israele la prima proiezione, il 3 marzo, presenti il presidente Ezer Weizmann, il primo

ministro Rabin e l'olo-scampato Shevah Weiss, presidente della Knesset, suscita invece

giudizi contrastanti, il più equilibrato dei quali lo esprime su Ha'aretz lo scrittore Tom

Segev, uno dei pochi stroncatori dell'opera: «Non mi sembra sia necessario

drammatizzare ulteriormente l'Olocausto. Spielberg lo ha ricostruito e falsato in un'opera

che spesso sfiora la pornografia. Inutili e volgari gli effetti speciali sui corpi delle donne

nude mentre entrano nelle docce comuni e nelle camere a gas. Gli attori che impersonano

i nazisti parlano inglese con accento tedesco, così come avveniva nei film di guerra

americani di seconda categoria negli anni Cinquanta. Forse era addirittura meglio il serial

televisivo sull'Olocausto prodotto alla fine degli anni Settanta negli Stati Uniti. Almeno

quello non aveva pretese intellettuali. Spielberg invece si presenta come il nuovo profeta

dello sterminio, restando però estremamente superficiale, non ci dà nessuna nuova

spiegazione, semplicemente decade nel kitsch. Forse Spielberg aveva bisogno

dell'Olocausto per fare la sua storia, certo l'Olocausto non aveva bisogno di lui per essere

raccontato».


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In un'aspra critica seguono Segev anche Jay Hoberman, Philip Gourevitch e Rabbi Hirsch

Ginsberg, capo dell'Unione dei Rabbini Ortodossi d'America, mentre il

commediografo/sceneggiatore David Mamet rincara la dose: «Schindler's List non è altro

se non pornografia emotiva. In Israele mi hanno raccontato due barzellette: "Sai perché si

è ucciso Hitler? Gli era arrivata la bolletta del gas" e "Non c'è business come lo shoah

business". Sono rivoltanti? Forse. Ma usano la forma drammatica per trattare il problema,

insolubile e oppressivo, del genocidio [che insolubile in realtà non sarebbe se potesse

essere trattato come argomento storico e non teologico-psico-fantascientifico, n.d.A.].

Schindler's List, invece, è solo un modo per fare soldi dal genocidio [...] Non vediamo

l'Olocausto. Vediamo un film dove gli attori simulano un dramma per permettere al

pubblico di esercitare la propria compassione».

L'Operazione baciata dagli Oscar non è quindi educativa? non serve per imparare la

storia? non è un'occasione per non dimenticare? Asciutto (e riduttivo, per quanto ardito)

risponde Mamet, il quale per Gianni Riotta predicherebbe «l'assoluto rigore della

memoria, senza indulgenze spettacolari»: «Non è cultura, è melodramma. Il pubblico non

impara niente [troppo buono, Mamet! per quanto abbia strabico l'occhio, il nostro Stevie

è più intelligente di quanto si creda!, n.d.A.] se non la lezione di ogni polpettone: "Siete

migliori dei cattivi". Il film è nefasto. Non siamo migliori dei nazisti, possiamo essere

mostri o eroi». Su un piano più astratto si pone Harold Bloom, il patriarca dei critici

letterari americani: «Non ho visto il film di Spielberg né intendo vederlo. Non ho visitato

il Museo dell'Olocausto né intendo farlo. Ma non ho nemmeno visto Shoah, il grande

film colto sul massacro degli ebrei, girato da Claude Lanzmann [come possa qualificarlo

«grande» e «colto» senza averlo visto, non riusciamo però a capire, n.d.A.]. Credo si tratti

di lodevoli progetti, per far ricordare a una razza umana che sempre tende a dimenticare.

Ma quanto al valore estetico, io non ho trovato nessun lavoro sull'Olocausto, letterario e

non, che abbia raggiunto cime estetiche. E non chiedermi nomi, mio caro, quando dico

nessuno intendo nessuno».

Ben più deciso è invece Frank Rich, critico cinematografico del New York Times, che il

film l'ha dovuto vedere per professione e che il 2 gennaio ha stroncato la «pseudo-

documentary camera work» con parole che, se pronuncia te da un goy, avrebbero valso a

questo l'anatema di «antisemitismo»: «Schindler's List è il nuovo messia della cultura

ebraica; l'antidoto al terrorizzante sondaggio compiuto dalla Roper nel 1993, nel quale il

22 per cento degli americani ha espresso pubblicamente il dubbio che lo sterminio nazista

degli ebrei sia davvero avvenuto» (in Inghilterra e in Francia, grazie a Jahweh, la cifra è

solo del 7 per cento). Quanto all'Italia, anche Tullio Kezich, pur fervido adepto

jurassicparkiano («tutti, o quasi, ammettono che Schindler's List è un grande film: sono

contrari solo i neonazisti, gli snob o quelli che sull'Olocausto hanno firmato pellicole

meno fortunate», e con ciò Mamet e Bloom sono serviti: scelgano se essere neonazisti o

appartenere alle altre categorie, quasi altrettanto infami), mette avanti le mani: «In realtà

per l'autore (classe 1947) il lager è un paesaggio della fantasia, non meno dell'isola

Nublar [quella di Jurassic Park, n.d.A.] regredita alla preistoria: in entrambi i casi la

violenza si scatena sul gruppo dei nostri eroi, in tutti e due i casi qualcosa si salva per

merito di un fai-da-te _che è un tratto tipicamente americano [...] Pur girando sui luoghi

veri, il regista si è inventato un inferno su misura, attraversato da tutti i fantasmi del

cinema sulla Seconda Guerra mondiale. Chi gli contrappone le immagini austere dei

documentari dimentica che qui siamo in piena fiction». «Come film è grande» - aggiunge

lo scampato Yossef Bau - «Ma quanto alla sua relazione coi fatti di quegli anni, meglio

non parlarne».


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Egualmente sferzanti le parole di Emilie, la vedova di Schindler, vivente nei pressi di

Buenos Aires, che, dopo avere assistito alla preview sei mesi avanti l'uscita nelle sale,

così si esprime in un'intervista riportata dalla Folha di San Paolo del Brasile, 14 ottobre

1993: «[Spielberg] è un giovane cortese, ma il film è falso. Il libro che è alla base del film

non è corretto; contiene troppe cose inventate [...] Mio marito non era niente, era uno

sciocco buonannulla». Attoniti per la disastrosa ripercussione di tali parole, i

Benintenzionati corrono ai ripari: la vegliarda viene portata in aereo negli States per

rivisionare il film alla presenza di Clinton; non soddisfatti, i Pii la soccorrono altre due

volte, facendole sorbire a Buenos Aires altre sette ore di lavaggio cerebrale (giudichi il

lettore se non sia tortura lo sballottare a destra e manca un'ottantaseienne, infliggendole

quattordici ore di «Lista»). Detto fatto, 1' 11 marzo 1994, uscito il film nelle sale e

ripreso il battage, la Folha riporta, con un incredibile titolo a tutta pagina: «La ficciòn es

màs eficaz que el documental», che la Rieducata sostiene che la prima volta «non avev[a]

visto bene il film» e che «in verità, quello che [i tedeschi] facevano alle persone era

molto peggio, molto peggio» (idem nel filmato di Blair undici anni innanzi: «Le SS

venivano pagate perché non sparassero alla gente per crudeltà»).

Esultanti, i responsabili dello Yad va-Shem (il museo dell'Olocausto a Gerusalemme) e

del ministero dell'Educazione israeliano, annunciano l'intenzione di proiettare il film nelle

scuole e di diffonderlo il più possibile come strumento educativo.

Il settantatreene Moshe Bejski, scampato schindleriano, giudice della Corte Suprema

israeliana e presidente della Commissione di Yad va-Shem per la Nomina Internazionale

dei Giusti delle Nazioni, confida antiche perplessità: «Avevamo tutti un gran timore che

un film sull'Olocausto potesse diventare uno spettacolo hollywoodiano [cosa peraltro

successa, n.d.A.]; il fatto poi che la storia fosse stata ricostruita da un australiano, nato

dopo la guerra e che di Olocausto non sapeva proprio nulla, ci spaventava ancora di più.

A film ultimato, però, devo confessare che queste preoccupazioni sono state fugate».

Soddisfatto dell'ultimo capitolo di Pedagogia Rieducatoria, perno per nuove operazioni di

polizia mondialista, Bejski conclude: «A cinquant'anni dall'Olocausto, quando molti

vogliono dimenticare, un film come questo di Spielberg è quanto mai attuale; la

sopraffazione, la crudeltà non sono finite, esistono nuovi, terribili "olocausti"

[nell'originale, tra virgolette, poiché i nuovi sterminii sono, giusta Fackenheim e Wiesel,

olocausti per modo di dire, n.d.A.] nell'ex Jugoslavia, nell'Afghanistan, nel Biafra, la cui

presenza è intollerabile: bisogna fermarli, prima che si debbano ricontare nuovamente

milioni di morti».

E nuovamente torna la questione, centrale, della legittimità d'Israele. Con la solita

chutzpah allucinato-ricattatoria è Dan Margalit a lamentare su Ha'aretz l'intervento

censorio del Cairo, «segnale di sfiducia nei rapporti con Israele, [che] danneggia ancora

di più lo sforzo di altri paesi come la Giordania di diminuire l'intensità del conflitto nel

Medio Oriente»: «Coloro che vorrebbero minare i fondamenti della sovranità israeliana

intuiscono che la simpatia per le esigenze e i diritti israeliani aumenta nella misura in cui

ci si accorge dell'unicità del popolo ebraico nella più terribile tragedia della storia. Per

questo provano a sminuire il legame fra l'ebraismo e l'Olocausto. Dagli stati arabi ci si

aspettava una particolare comprensione per questa sensibilità ebraica, visto che nel

giudizio storico gli incontri tra la Germania nazista e i popoli del Medio Oriente sono

stati un fallimento». Usando con rozza disinvoltura una rozza accetta per rozzamente

mutilare la complessa storia interbellica, Margalit taccia gli arabi di colpevole

preveggenza nostradamico-olocaustica, investendoli di «una responsabilità indiretta, visto

che la loro pressione sull'Inghilterra causò la chiusura delle porte d'Israele [rectius: di


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Palestina] e la piena realizzazione dei decreti del Libro Bianco del maggio 1939 (che

limitavano l'immigrazione ebraica in Palestina), aiutando a intrappolare gli ebrei d'Europa

nel continente che bruciava».

Malgrado l'insensibilità dimostrata dai palestinesi, spumeggia il Magnanimo, non va loro

negato il diritto ad avere uno Stato, «anche se [...] nessun altro popolo ha sofferto come

quello ebraico» e se «a proposito del conflitto coi palestinesi si è fatto un uso improprio

di termini come genocidio, quando in realtà [...] si trattava solo di una violenta lotta tra

due nazioni, fatto molto comune nella storia. Tutti i popoli hanno diritto alla propria

sovranità e a un proprio Stato, anche se non hanno subito ciò che hanno subito gli ebrei

durante l'Olocausto» (corsivi nostri). Non è proprio il caso, comunque, di preoccuparsi,

conclude il Furbetto: «Il film di Steven Spielberg non diminuisce i diritti dei palestinesi.

Ma guardarlo con attenzione nella sala coi sottotitoli in arabo consolida la coscienza che

lo stesso diritto, e forse un po' di più, spetta anche agli ebrei [...] Per quale motivo questo

film turba tanto le autorità egiziane? E qual è la grande paura della Giordania e degli altri

paesi arabi? [...] C'è qualcosa in Schindler's List che minaccia i regimi arabi e le loro

istituzioni. E' come se ci fosse una profonda ferita nazionale: le loro reazioni sono

sorprendenti, in fin dei conti si tratta solamente di un film» (corsivi nostri).

A sostenere che l'operazione non possa essere persa da ogni persona bennata viene

mobilitato oltreoceano anche Stewart Kaminski, docente di Storia del Cinema

all'Università della Florida. Anche nella sua analisi possiamo discernere, chiaro fil

rouge, le vere ragioni di tanto impegno produttivo: « È possibile fare uno splendido film,

che possa cambiare la gente [...] Credo che questo tipo di pellicole venga realizzato per

due tipi di persone. Per far conoscere a coloro che non sono ebrei alcuni scenari di questo

orrore in modo tale che non lo si possa dimenticare. E per fare ricordare a coloro che

hanno una qualche esperienza, anche tenue, quel che è stato [...] uno dei punti d'orgoglio

di Spielberg non sarà tanto il numero di spettatori, quanto il numero di persone che

conosceranno il film, che sapranno che esiste un altro film sull'argomento. In questo

modo si fa sì che il mondo sia sempre cosciente di quel che è accaduto».

L'Olocausto non è certo «materia appropriata per una rappresentazione cinematografica.

Ma nello stesso tempo credo che sia bene fare dei film su questo tema, per quanto quei

film saranno sempre imperfetti e lontani dal rendere tutta l'inenarrabile verità».

Alla domanda se crede che l'olo-fiction possa costituire un'adeguata risposta alle infami

tesi della storiografia revisionista, la faccia-di-bronzo Kaminski risponde di no: «Mi

piacerebbe pensarlo, ma gli storici revisionisti sono dei malati di mente: essi rifiuteranno

la storia sempre e comunque. Andranno a vedere Schindler's List solamente per

attaccarlo». «Argomentazioni propagandistiche da minorati mentali di una mafia di

destra, oppure già nuovamente nostalgica» sono, anche per il «tedesco» Herbert Strauss,

le tesi di chi ricerca la verità oggettiva.

Invero, a parte la sequela di eccellenti vignette terrifiche - che peraltro ci illustrano uno

sterminio «banale», compiuto cioè coi mezzi usuali ai cattivi di ogni risma: fucile,

pistola, percosse, etc. - nella pellicola il Cardine Olocaustico, e cioè la camera a gas, è

completamente assente («solo un lugubre camino fumante ci suggerisce, con tutto il

pudore possibile, l'orrenda realtà», la volge sul patetico Luciano Tas).

L'unica realtà gassatoria è infatti costituita dalle dicerie, esplicitate come tali dal regista,

che corrono tra le operaie (tipo: «No, io non l'ho visto, ma me l'ha raccontato uno a cui lo

ha raccontato un altro che l'ha sentito da un altro ancora»). Nulla ci viene mostrato del

gas, arma principe dello sterminio: solo voci riportate, rumeurs, «leggende

metropolitane» di epoca bellica. Sul Perno dell'Olo-Immaginario Spielberg non prende


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posizione. Pur rafforzando negli spettatori culturalmente o intellettualmente più

sprovveduti la Superstizione attraverso le suddette vignette, quanto al gas il Nostro si

limita a suggestionare. E ciò a un punto tale che un critico malizioso potrebbe perfino

valutare il film non come l'ultima operazione sterminazionista, ma come la prima

ammissione in senso revisionista, un artificio per sottrarsi in souplesse alle sempre più

numerose smentite dell'indagine storica (exempli gratia, gli studi di Butz, Faurisson,

Sanning, Stäglich, Bohlinger, Ney, Walendy, Leuchter, Mattogno, Roques, Rudolf, Graf,

Gauss e Werner).

Qualche altra confidenza, rivelatrice del sapiente lavoro di lima dei professionisti della

manipolazione - suggestioni che mai giungeranno a livello conscio pur svolgendo la loro

azione nefasta nei cervelli immaturi - ce la porge poi Janusz, l'altro Kaminski: «In bianco

e nero la differenza sostanziale è che bisogna creare una separazione attraverso

l'illuminazione. A causa dell'assenza di colore, mentre giravamo, dovevo puntare la luce

sui volti in modo da trasformarli negli elementi più luminosi della scena; ho chiesto ad

Allan Starski di assicurarsi che le pareti fossero dipinte di una tonalità più chiara o più

scura rispetto ai volti presenti in scena, in modo da non far confondere i volti con lo

sfondo». Desiderio del cinematographer è infatti che, attraverso gli accorgimenti adottati,

«un domani, a distanza di anni, la gente nel vedere questo film non [sia] in grado di

stabilire l'anno della realizzazione».

Quanto a Stevie, durante le riprese egli esorta, infaticabilmente, gli attori a mantenersi

all'altezza del Compito: «We are not making a film, we are making a document, Non

stiamo girando un film, stiamo facendo un documento». Chissà quale stizza nel leggere

allora su Commentary, dopo il trionfo, le parole della newyorkese Ruth King la quale, pur

affermando di aver constatato che l'Opera non è quella «gratuitous Hollywood version of

the Holocaust», infondata versione hollywoodiana che la predominantly Christian

audience le aveva fatto temere, ne demolisce tuttavia le alate ambizioni con sole dieci

parole: «The movie is not perfect, nor can it legitimately be called a "document", i1 film

non è perfetto, né si può legittimamente definire "documento"». E questo per non parlare

dell'indignazione di Milton Birnbaum di Springfield, Massachusetts («Spielberg has

Hollywoodized the Holocaust, the most tragic event in history»), o della critica della

shiksa («non ebrea», l'equivalente femminile di goy) Ellis H. Potter, dirigente della Basel

Christian Fellowship, che dall'elvetica Basilea non si tiene dallo scrivere che il Nostro

«non è sfuggito allo stile dei cartoni animati di tutte le sue precedenti opere. Tutti i

personaggi sono gente stereotipata [cardboard people], tracciati semplicisticamente,

raffiguranti infimi attributi [minuscule aspects] di un vero essere umano».

E questo per non parlare di Philip Gourevitch, che, pur devoto dell'Olo-Religione, staffila

quale «inverted history» e «kitschy melodrama» quella «pellicola i cui partigiani

pretendono possa servire come resoconto definitivo della distruzione dell'ebraismo

europeo per una massa di spettatori che non ne sapevano niente [for a previously

ignorant mass audience]»: «Ci si può certo aspettare che Schindler's List resti per

parecchio tempo la cinghia di trasmissione primaria della "storia" dell'Olocausto nel

mondo, [ma dei miei contestatori] nessuno ha detto di non avere saputo nulla

dell'Olocausto prima di aver visto il film, o di essere entrato nel cinema senza già sapere

con chi si sarebbe identificato; e nessuno ha detto di avere imparato qualcosa da

Schindler's List [...] Il doppio metro di giudizio che garantisce uno statuto sacrale alle

rappresentazioni dell'Olocausto, e alle emozioni che destano, riflette la pericolosa

tendenza che ho descritto nel mio articolo: lo scambio dell'artificio con l'evento e della

commemorazione col vissuto [...] Ben Kingsley, che nel film impersona un ebreo, ha


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detto che gli Oscar non sono abbastanza per Steven Spielberg, che dovrebbero dargli il

Nobel per la Pace. Questa fantasia imbecille [asinine fantasy] fa il paio col commento di

Jeffrey Katzenberg, capo della Walt Disney [dal settembre 1994 socio dei confratelli

Spielberg e David Geffen in un nuovo gigante multimediale, n.d.A.], che recentemente ha

dichiarato al mensile New Yorker che va pazzo per Spielberg [who recently told the

Spielberg-crazed New Yorker magazine], "Non voglio caricare di troppa responsabilità la

pellicola, ma penso che essa porterà la pace sulla terra, buona volontà a tutti gli uomini"

[it will bring peace on earth, good will to men]».

Ma su tutte le critiche Spielberg scivola leggero, permettendosi in soprappiù un qualche

svolazzo di chutzpahica sincerità: «Sono state usate al quaranta per cento macchine da

presa a spalla per raccontare gli eventi il più possibile come un giornalista più che come

un regista che tenta di evidenziare la suspense, l'azione ed il pathos. Il bianco e nero e la

cinepresa a mano conferiscono al film un taglio documentari stico, da cinema-verità.

Incarna la verità che stavamo tentando di esplorare e trasmettere. In un certo senso la fa

sembrare più reale» (corsivo nostro).

Il film, istiga di conserva lo storico Piero Melograni, avvinto dalla novellistica

sterminazionista, trasmette allo spettatore «l'essenza dei fatti» (sic!): «Per questo [...]

merita di essere visto e difeso. Nelle società di massa, difatti, un'opera cinematografica

ben realizzata costituisce una forma di comunicazione assai più potente di un libro o di

un comizio televisivo. Grazie a Schindler's List, insomma, milioni di persone si

accosteranno alla dura realtà dello sterminio, rifletteranno e forse non dimenticheranno.

Le immagini possono far più presa delle parole». Ancora più rivelatore è il giudizio

dell'eletto Lorenzo Cremonesi, che lega la storia alla più urgente attualità politica:

«Ovvio il significato politico e scontate le implicazioni pratiche di un benvenuto così

caldo alla pellicola. Di fronte ai rigurgiti antisemiti, ai movimenti che non esitano a

negare l'esistenza dell'Olocausto, la "Lista di Schindler" si rivelerà uno strumento molto

utile per ricordare al mondo le atrocità della persecuzione voluta da Hitler. E ciò è

particolarmente vero in seguito all'ondata di critiche internazionali contro Israele seguite

all'eccidio palestinese a Hebron venerdì scorso [25 febbraio 1994]».

Anche Spielberg collabora al lancio, singultando, commosso, le ragioni di tanto impegno:

«Nei licei americani il 23 per cento dei ragazzi pensa che l'Olocausto non sia mai

veramente successo e il 50 per cento non sa nemmeno cosa significhi [secondo altra fonte

le percentuali date dal Nostro sono 20 e 60]. L'unico modo per combattere l'ignoranza su

quei fatti è trascinare la gente a vedere questo film. So che chiedo molto al pubblico, ma

non è nulla paragonato a quello che hanno sofferto tanti milioni di ebrei». In un'émpito di

furbesca ammissione, il Nostro continua: «Spero di portare il film nelle scuole superiori,

come metodo di informazione, non soltanto come metodo didattico, perché i film, in

realtà, non insegnano niente [troppo buono!, n.d.A.]. Un film ti fa rivivere l'esperienza

dell'Olocausto vissuta dai superstiti e dalle vittime. Nient'altro [ancora troppo buono!,

n.d.A.]. Forse un libro può fare di più, ma a volte le immagini di un film riescono ad

essere più profonde di qualsiasi esperienza reale. Penso che questo film sia uno sguardo

sulla realtà. O almeno lo è per me, dopo tutti i mondi fantastici che ho costruito nella mia

carriera di regista. Spero che, dopo avere visto il film, alla gente venga voglia di sapere

qualcosa di più su ciò che accadde fra il 1933 e il 1945» (a conforto del Nostro la MCA/

Universal commissiona alla Lifetime Learning System una guida «didattica» da

distribuire in migliaia di scuole superiori e di college - quanto agli asili ci pensa la

psicologa newyorkese Judith S. Kestenberg, ideatrice di un albo a figure per indurre i

bambini a rigettare il «nazismo» dall'età di tre anni, educandoli «alla tolleranza e al


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sentimento di giustizia»).

Ed ancora, più franco e virtuoso: «Ho capito che dovevo fare questo film per due motivi,

uno politico, l'altro esistenziale. Politicamente, viviamo in un momento in cui le

meraviglie della tecnica possono consentire pericolose manipolazioni [ma guarda!,

n.d.A.]. E c'è il rischio che passino operazioni pseudoculturali di chi nega addirittura lo

sterminio [...] Questo film io l'ho fatto in memoria dei nostri caduti, perché i giovani ebrei

di oggi non dimentichino quello che è accaduto. Ma ho voluto distribuirlo in tutto il

mondo perché lo vedessero anche gli altri, i gentili». Il messaggio del film non è

comunque politico, ma nobilmente educativo: «Imploro gli insegnanti di tutta l'America

di far sì che lo sterminio di sei milioni di ebrei non rimanga una nota a piè di pagina sui

libri di storia» (ancora a conforto del Nostro, dopo i numerosi corsi di studi e le

pubblicazioni edite in proposito dai governi di California, Connecticut, Georgia, Illinois,

Iowa, Maryland, Massachusetts, Michigan, New Jersey, New York, città di New York,

Ohio e Pennsylvania, è il New Jersey a inserire per primo, negli insegnamenti di ogni

ordine e grado, un corso obbligatorio su "Il genocidio degli ebrei sotto il dominio

nazista", nel quale i docenti illustreranno «la responsabilità personale [di ognuno] nella

lotta contro il razzismo e l'odio»).

E l'esortazione viene raccolta anche in Italia. Ecco quattro reazioni di spettatori

intervistati dai Nostri all'uscita dei cinema romani, risposte che riportiamo senza

commento, poiché si giudicano da sole. La tedesca Marianne Perk, che vive in Italia da

anni, «è visibilmente scossa e quando le chiediamo, qualificandoci, una impressione sul

film, non riesce a trattenere le lacrime»: «Sono nata in Germania lo stesso anno di Anna

Frank [...] Ringrazio Dio di vedere lei, un giovane ebreo, appena uscita dal cinema. Sì,

provo una grande gioia a parlare con lei. Questo film mi ha riportato a quegli anni

tremendi, a quella atmosfera di terrore [...] Mio padre aveva sempre rifiutato il nazismo e

la sua ideologia. E di questo ora, anche in questo momento, sono particolarmente felice,

perché non avrei potuto vivere con il rimorso di avere avuto un padre nazista» (Spielberg

è responsabile non solo dei complessi di colpa riaccesi nella povera Marianne, ma anche

delle angosce indotte nella psiche della settantacinquenne «cecoslovacca» Ruzena

Stanley, che nel luglio, dopo aver visto il film, giunge a suicidarsi a Londra sotto il peso

dei «ricordi»). Per G.M., studentessa diciassettenne, la voce incrinata dal pianto, il film

costituisce un Evento: «Studiando sui libri uno non si rende conto di quello che è

veramente successo. Le cose rimangono lontane, astratte. Vederle così, in un film, è

molto triste; è davvero molto triste». Un altro studente: «Io non sapevo che le cose

fossero andate in questo modo. Ne avevo sentito parlare, ma non mi ero mai reso davvero

conto di quanto è accaduto. È un film che consiglierò a tutti i miei amici. E anche ai loro

genitori». Altri ragazzi sono venuti al cinema «consigliati» dall'insegnante di lettere: «Ha

detto che ci avrebbe giustificato per l'interrogazione di domani se fossimo andati a vedere

Schindler's List». «Ma non era obbligatorio, infatti molti della nostra classe non sono

venuti», aggiunge «frettolosamente una sua compagna, quasi a giustificarsi».

Ma perché lasciare tanta Rieducazione all'iniziativa di un qualche isolato docente?

L'operazione è meglio compiuta se collettiva, l'odio più convincente se sparso a più mani,

i cervelli meglio lavati su scala industriale, l'accettazione di una tesi è resa più facile con

la suggestione di tanti eventi individuali, piuttosto che dallo studio incessante e dalla

faticosa ricerca documentaria (tutto ciò sa bene il démi juif Ian Buruma, quando cerca di

farci credere, volpino, che «l'immaginazione è l'unico strumento di cui disponiamo per

identificarci col passato. Solo attraverso l'immaginazione - e non mediante statistiche,

documenti o finanche fotografie - gli esseri umani vivono in qualità di individui, e si


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creano storie, anziché la Storia»).

Ecco allora a Milano un «semplice cittadino», folgorato dal Verbo, acquistare biglietti per

impartire a 1428 studenti, il 28 aprile, ricorrenza dell'assassinio di Benito Mussolini e

data-simbolo dell'eccidio postbellico di cinquanta mila fascisti, la «lezione di storia»

(durante l'orario scolastico, ché altrimenti l'affluenza non sarebbe tanto copiosa): «Spero

che i giovani capiscano cos'è il razzismo, che cos'è l'antisemitismo, che cosa è stato

l'Olocausto [...] Nessun intento politico. Non dobbiamo dimenticare [...] Spero,

naturalmente, che questa iniziativa non resti isolata» (il modello seguito dall'Incognito è

Spielberg il quale, ben conscio del valore del soldo, mette tuttavia a disposizione degli

studenti californiani solo 16.000 dollari, alla condizione inoltre che i cinema abbassino il

prezzo del biglietto ad un solo dollaro). Cosa che tale peraltro non resta, poiché,

coadiuvando la Rieducazione, perfino il leader «neofascista» Gianfranco Fini, in cerca di

legittimazione sistemica, condanna le beffe di quelli che, invocandone apertamente la

repressione, definisce «naziskin», cioè - decrittiamo - di coloro cui ripugna portare il

cervello all'ammasso: « E la dimostrazione che ai giovani bisogna insegnare la storia».

Ma che i giovani abbiano appreso la lezione senza i suoi consigli lo dimostrano tosto, in

una lettera al Corriere della Sera, tali Francesca Borgonovi e Sandra Perletti, terza liceo

scientifico «Zaccaria», le quali, se non il paradiso, si sono certo guadagnate la

promozione (ne riportiamo integralmente nomi e missiva, grati per la convalida offerta a

tutte le nostre tesi - ci si permetta però di segnalare in corsivo i passi più toccanti):

«"Anonimo ringraziasi". Potrebbe essere questa l'inserzione di 1400 studenti milanesi per

"ringraziare" un benefattore sconosciuto che ha donato dieci milioni al cinema Odeon per

fare in modo che venisse proiettato il film di Steven Spielberg Schindler's List.

Nell'attuale sistema scolastico, che risale a più di trent'anni fa, le immagini, la musica, le

persone sono ritenuti mezzi meno efficaci delle lezioni tradizionali a stimolare i ragazzi

verso lo sviluppo di un senso critico. Anzi non si riesce ad ammettere che andare al

cinema possa essere una lezione scolastica. Schindler's List ha cambiato il nostro modo di

rivolgerci alla guerra, al genocidio degli ebrei, ad una parte importante della nostra storia.

È stato diverso dal solito documentario che spesso viene proiettato nelle classi: la

differenza è nel fatto che, mentre i documentari sono quasi una fredda sequenza di

immagini che seguono lo stile dei libri di testo, nella finzione cinematografica viene

ricostruita la vita. Vedendo l'uomo Schindler o un bambino, noi ci siamo visti allo

specchio, abbiamo visto la violenza e la morte attraversare la nostra mente, diventare

esperienza. Ci siamo resi conto che la verità non era più mediata dalle parole, dalla

razionalità con cui si studiano anche le lezioni più interessanti, era lì, vicino,

drammaticamente reale, viva e pulsante come il saluto del portiere o il fischio del vigile.

In questo modo le immagini dei bambini, anche se solo pallidi riflessi di quelli veri, sono

diventati i nostri bambini uccisi, i massacri rappresentati, anche se semplici spezzoni di

pellicola, sono ora i massacri visti dai nostri occhi. Un personaggio del film ha detto, in

un altro contesto, che "la lista è tutto, oltre la lista, attorno alla lista nulla". Finalmente

anche noi siamo entrati nella lista, siamo usciti dal vuoto di parole ridondanti e ripetitive

che non avevano significato. Si è parlato molto della mancanza di un ricordo storico che

hanno i giovani, e si è anche detto che questa è la causa del riesplodere di fenomeni

nazisti ed antisemiti. Una risposta? Dare ai giovani ricordi di persone e storie individuali

proprio come chi ha vissuto la seconda guerra mondiale dal vivo, tante storie nella storia,

come ogni giorno nella realtà. Quindi ancora grazie, signore, per averci regalato dei

ricordi; per averci fatto capire che chi salva un uomo, in ogni senso, salva il mondo»

(dopo aver visto quel film «stupendo e terribile», anche la giovane ebrea Shira Helfman


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di Atlanta si identifica «col popolo ebraico come totalità [...] ero veramente orgogliosa

per ciò che abbiamo passato»).

E grazie dicono a Giovanni Ramella, preside del torinese liceo Massimo D'Azeglio,

alcuni studenti demo-anti-«nazi», comandati alla visione in orario scolastico, per i quali

non solo la Lista «è meglio di mille lezioni fatte di parole», ma che, autorevolmente

insipienti, bocciano una lettera di protesta indirizzata al preside da quattordici docenti

dell'istituto, in testa «il docente revisionista» professor Francesco Coppellotti (curatore e

traduttore in Italia delle opere di Ernst Nolte), che si sono permessi di sottolineare

l'unilateralità/diseducatività dell'Operazione Visione Scolastica. Blasfemi, numerosi

studenti di Genova e Siena, «comandati» all'olo-visione dai presidi, mettono invece in

burla, di fronte alla truculenza di certe scene, l'Opera Somma con urla, approvazioni, risa,

lazzi e schiamazzi, suscitando scandalo sui mass media.

Quanto agli USA, ad Oakland un'eguale messa in burla dell'Opera suscita non solo

l'indignazione di Spielberg, che si precipita a redarguire i temerari («per la maggior parte

negri», rileva Moment), ma anche l'ira del produttore Sidney Sheinberg, che contatta ipso

facto il governatore Pete Wilson e lo invita a sanzionare i 69 studenti di Castlemont High

che, condotti alla Visione dall'insegnante Rick Finkelstein, non hanno mostrato un

proper respect, decoroso rispetto.

Anche la consigliera municipale Mary Moore afferma, sconcerto-indignata: «Ho sentito

una ragazza bianca non-ebrea giudicare tedioso Schindler's List. Vuol dire non aver

capito proprio niente [this is a case of zero comprehension]. Il tragico fallimento

dell'insegnamento di questa parte di storia è il fallimento del sistema educativo dell'intera

nazione».

E per non andare incontro al medesimo fallimento, ecco in Italia scendere in campo, a

quietare le acque contro i «casi di intolleranza di qualche scolaresca di fronte al film sulla

shoah» (così su Shalom, e al ridicolo, come all'impudenza, non c'è mai fine), i docenti

Pupa Garribba e Clotilde Pontecorvo, la preside Paola Sonnino, lo psicanalista Davide

Meghnagi e Marina Marmiroli Hassan, coordinatrice del Centro di Documentazione

Ebraica Contemporanea. Pur rilevando la «straordinarietà» dell'«esperienza collettiva»

della visione scolareschica, la prima rileva che portare le classi senza una preventiva

«preparazione» può essere controproducente e deleterio, sia perché «c'è sempre qualche

ragazzo fascistello che non aspetta altro che ridere davanti alle immagini dei campi di

concentramento», sia perché gli schiamazzi spesso sono «reazione ad un impatto violento

al quale gli studenti sono impreparati: è una reazione illogica che serve a superare uno

stato d'animo di grande angoscia» (anche Meghnagi consiglia di addestrare i docenti alla

gestione degli aspetti emozionali e delle dinamiche di gruppo nei confronti di «situazioni

che investono il presente, che mettono in moto il bisogno di ripulirsi la coscienza per non

sentirsi in colpa»).

Essendo «un film che documenta una realtà storica», prosegue la Sonnino, deve «essere

commentato e spiegato, magari già durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo,

dai docenti di storia e di italiano, ad una classe, o al massimo a due insieme. In questo

caso, si spiega, si commenta, si puntualizza, e il messaggio viene sicuramente recepito».

Che i ragazzi non siano da biasimare (finché almeno non si mostrino di dura cervice) lo

sostiene anche Settimia Spizzichino, ex deportata: «I ragazzi non sono mai insensibili. Se

qualcuno ride davanti alle immagini di Schindler's List la colpa è solo della pubblica

istruzione e in particolare dei professori che non li preparano adeguatamente».

Alla psicologa Masal Pas Bagdadi viene invece «voglia di prenderli a sberle, ma ciò

servirebbe solo a placare momentaneamente la rabbia». Suggerendo di moltiplicare le


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iniziative olo-filmiche e di usare come materia d'obbligo scolastica gli Schindler's List, la

psicologa, pur «contraria a sofferenze gratuite o visioni di violenza di cui è carica la

nostra televisione ed il nostro cinema», invoca diuturne raffigurazioni sterminazionistiche

al fine di portare «i nostri ragazzi ad un maggior impegno nella lotta al razzismo in

generale e all'antisemitismo in particolare».

Incitando a non permettere che la storia [...] si sbiadisca col passare del tempo», si scaglia

poi, con astuzia trimillenaria, contro i «naziskin» che «nei loro raduni ufficiali divulgano

l'idea che i campi di concentramento ed i forni crematori non sono mai esistiti e sono

invenzione degli ebrei stessi... e questo dopo soli cinquant'anni e quando i testimoni sono

ancora in vita!» (nessun revisionista, sottolineiamo al lettore, ha mai pensato di negare

l'esistenza dei campi di concentramento e dei forni crematori, bensì la realtà delle camere

a gas, la genuinità di molti «documenti» e la veridicità di moltissime testimonianze). Ma

il messaggio rieducatorio (è doveroso, aggiunge la Marmiroli Hassan, che gli studenti

abbiano «una buona preparazione storica già iniziata dai loro insegnanti: lezioni, letture

adeguate, discussioni in classe») è stato da tempo già recepito dal Sistema attraverso

l'organizzazione di convegni (ad esempio: «Ebrei ed ebraismo nel mondo della scuola -

Aspetti didattico-formativi per le discipline storico-sociali», tenutosi in Roma il 10, 11,

17 e 18 marzo 1992) e l'emissione di circolari ministeriali ai Provveditori, quali la

n.65/24 febbraio 1994 e la n.73/2 marzo 1994, «Trasmissione videocassetta e guida

didattica del progetto "Chi sono gli ebrei"» e «Dialogo interculturale e convivenza

democratica: l'impegno progettuale della scuola», a firma Rosa Russo Jervolino,

partitante col ministro dell'Interno Nicola Mancino e querula presidente DC.

A illustrare la strategia dell'offensiva mondialista ne basti qualche scampolo. Citiamo in

primo luogo 1'opuscoletto di sedici pagine, dispensa «s-didattica» ad usum delphini

curata dall'inglese Film Education che, come detto in quarta di copertina, «è un ente

sponsorizzato dall'industria cinematografica. Il suo scopo è quello di promuovere l'uso

dei film nei programmi scolastici e di incrementare l'utilizzo delle sale cinematografiche

da parte delle scuole. A questo scopo pubblica materiale di studio gratuito e promuove

visite organizzate, conferenze e seminari». Quanto alla sostanza del contendere, la Study

Guide esamina «alcuni aspetti del background di Schindler's List - La Lista di Schindler

[gettando] anche uno sguardo sulle sfide che hanno affrontato i realizzatori del film nel

riprodurre eventi che sono realmente accaduti». A tal fine il libello si presenta allo

studente come una serie articolata di esercizi (inconcepibili dal punto di vista della serietà

storiografica e dell'interpretazione storica) volti a «riempire i vuoti della storia».

Aulicamente pietosa la prima circolare: «Questo Ministero, d'intesa con I'UCEI (Unione

delle Comunità Ebraiche Italiane) e con la RAI, al fine di prevenire fenomeni di

intolleranza e concorrere alla formazione interculturale dei giovani anche attraverso la

conoscenza corretta di culture diverse, ha realizzato un progetto tendente a rendere

coscienti gli allievi sugli aspetti più significativi della religione, della storia e della

cultura degli Ebrei [...] I materiali sono destinati agli studenti delle scuole secondarie ma

saranno inviati anche alle scuole medie in cui [sic!] sarà cura dei docenti prevederne un

utilizzazione [sic!, senza apostrofo, bella Istruzione!, n.d.A.] adatta al livello cognitivo

degli alunni. Le SS.LL. organizzeranno incontri di presentazione dei materiali ai capi di

istituto delle scuole della provincia coinvolgendo, in modi e termini adeguati e sempre

che se ne ravvisi l'opportunità, espressioni culturali significative dell'ambito provinciale.

Le scuole dovranno, entro la fine dell'anno scolastico, far pervenire alle SS.LL. una

relazione sui risultati dell'utilizzazione dei materiali e sulla eventuale produzione di

progetti particolari». Quanto alla seconda: «La prevenzione dell'antisemitismo comporta


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una riflessione sulle radici storiche e ideologiche del fenomeno e sull'enormità del

genocidio, nonché una migliore conoscenza dell'ebraismo e dell'apporto dei cittadini

italiani di religione e cultura ebraica al progresso civile e scientifico della nostra

società»...

Più problematico, in una tavola rotonda tra correligionari, è Ernesto Galli della Loggia:

«Gli studenti non sanno nulla, e non solo di storia. Ma se la risposta dev'essere quella di

propinargli lezioncine, corsi, spettacoli cinematografici, invitandoli poi ad essere contro

l'antisemitismo e il razzismo, la risposta è sbagliata e giudico deleterie tutte queste cose.

Fare una conferenza contro l'antisemitismo ha l'unico effetto di rinfocolare

l'antisemitismo. I ragazzi hanno una specie di elementare e animalesco senso di giustizia

e percepiscono che c'è disparità tra l'oratore incaricato di diffondere buoni sentimenti

contro gli antisemiti e gli antidemocratici e dicono (o pensano): "Quelli però, cioè gli

antisemiti e gli antidemocratici, non li fanno parlare mai!"».

Quanto alla Germania, mentre gli storici Ernst Nolte e Rainer Zitelmann non si tengono

dal criticare la smaccata faziosità, l'ipocrisia e la falsità della Congrega Rieducante (il

secondo si permette addirittura di attaccare la scelta dei valori occidentali, definendola

«una utopia politica che punta ad una penetrazione quasi totalitaria dell'intera società»), si

appellano invece corali all'ex disertore Weizsäcker i «rappresentanti del popolo» (o più

esattamente gli affiliati alla «banda dei quattro»: CDU, SPD, CSU e FDP, più i soliti

Verdi cosmopoliti - «Lieber weltoffen als national beschränkt», «Meglio aperti al mondo

che resi ottusi dalla nazione», suona su un loro manifesto un negro sogghignante che

rigira tra le mani un girasole). Così Michael Glos, capogruppo CSU: «Il presidente

dovrebbe impegnarsi con tutta la sua autorità per convincere la TV pubblica a trasmettere

il film». «Dovrebbe andare in onda il più presto possibile. Sono convinto che avrebbe lo

stesso impatto emotivo creato alcuni anni fa dallo sceneggiato Holocaust», gli si affianca,

benaugurante, il CDU Klaus-Heiner Lehne. «Schindler's List potrebbe contribuire alla

costruzione di una coscienza e di una sensibilità contro l'estremismo neonazi.

Un intervento del presidente sarebbe importantissimo», aggiunge solidale 1'SPD Axel

Wernitz. Il prezioso bilancio finale lo traccia però Wolfgang Wipperman, specialista in

storia del Terzo Reich alla Libera Università di Berlino: «Fare i conti col passato nazista

è un compito fondamentale della nostra cultura politica, e penso lo sarà sempre. Oggi a

molti tedeschi piacerebbe dire che siamo uno stato "normale" con una storia "normale".

Poi saltano fuori cose come questa, e non possono farlo».

Quanto a Spielberg, memore dei suoi precedenti poltergeist, non ci nega, parlando di

Auschwitz, «terreno sacro e frequentato dagli spiriti», un tocco inquietante: «Mai prima

d'ora ho versato tante lacrime girando un film. E ho pianto non solo perché si trattava

dell'Olocausto, ma anche perché ero consapevole del fatto che tutto si era svolto nel

luogo preciso in cui stavamo girando. Perché quando si fa un film ad Auschwitz si

percepisce la presenza dello spirito dei morti [...] Tornai indietro da solo, e mentre

camminavo nella neve mi dicevo che avevo fatto bene ad accettare di non fare riprese

dentro il campo di concentramento. E poi successe una cosa strana. Volevo riprendere

Birkenau con la mia telecamera personale, ma non funzionava. Le immagini erano molto

disturbate e mancava completamente l'audio. Quando uscii dal campo e tornai alla

macchina, la telecamera riprese a funzionare, normalmente. Funzionava dappertutto,

tranne che nel campo di Birkenau» (chissà che indignato patema deve aver quindi

successivamente provato, il nostro Spielberg, nel venire a sapere che il molto più pratico

correligionario Zolzislaw Les ha pensato bene di fare fruttare la cosa, istituendo un giro

turistico sui luoghi delle riprese, con tanto di guida in polacco, inglese e tedesco, nonché


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da cartoline illustrate).

L'avere girato il film, continua il regista, è stato una valvola di sfogo per la paranoia

accumulata in tutta una vita: «I miei genitori parlavano costantemente dell'Olocausto:

abbiamo perso otto parenti nei campi di sterminio. Ma non ne parlavano con tristezza, la

loro era pura rabbia, e io sono cresciuto pieno di furia nei confronti di Hitler e dei nazisti.

E quando ho iniziato il film la mia rabbia esplodeva anche contro gli attori tedeschi,

soprattutto quando li vedevo in uniforme».

Tanto lodevole razzismo antitedesco - ci fosse una giustizia divina il Nostro verrebbe

dannato alle fiamme eterne per l'immondo incitamento all'odio che trasuda ogni

inquadratura - non gli impedisce tuttavia di pontificare, magnanimo al pari di Bejski e

della Zevi: «Non mi importa se non recupererò nemmeno la metà dei soldi che ho

investito [timore del tutto infondato, specialmente dopo l'assegnazione dei sette Oscar,

che la settimana seguente comporta una impennata del più 31 per cento di spettatori,

n.d.A.] per via dell'argomento poco divertente: questo film andava fatto, specialmente

adesso che il mondo è dilaniato da odii razziali e pulizie etniche di ogni tipo». Con la

stessa aria rieducatoria il démi juif Ben Kingsley, nel 1989 già pro-tagonista del televisivo

The Murderers Among Us: The Simon Wiesenthal Story e che interpreta il personaggio di

Stem, definisce Spielberg «un minimalista attentissimo a non manipolare le emozioni del

pubblico» [sic!], richiamandoci a quella «tragedia ancora così vivida nella memoria

collettiva»: «Abbiamo avuto modo di vedere in azione un antisemitismo di prima mano, e

questo mi riempie di disperazione [...] Sul set di Schindler's List abbiamo spesso trovato

graffiti antisemiti e alcuni polacchi sono venuti a raccontarci con nostalgia quanto si

stesse bene sotto i tedeschi [a muso duro una donna dice a Fiennes: "I nazisti non

uccidevano chi non se lo meritava"; un'altra: «con quanto fiato aveva in gola»: "Chi se ne

frega di quegli stronzi di ebrei"; all'uscita da un ristorante altri, dopo avere lanciato

invettive ed essersi passati un dito sulla gola disegnando un cappio, si prendono una

sventola dall'ex Gandhi, n.d.A.].

Bisogna invece che la gente non dimentichi le atrocità del dominio nazista, perché è

l'unico modo per impedire che questo capitolo della storia si ripeta». Deamicisiano infine

il richiamo al piccolo Spielberg/ET: «È il primo film personale della mia vita. A scuola

mi picchiavano, mi tiravano addosso oggetti e mi insultavano. Mi sentivo un alieno, un

diverso e provavo tanta paura e vergogna». Ma, divenuto famoso, la rivincita: «Sono

arrivato tardi a sfruttare il mio potere per fare un film che nessuno a Hollywood avrebbe

mai fatto: un film sull'Olocausto di tre ore in bianco e nero! È stato bello scoprire che mi

è bastato andare alla Universal per avere 22 milioni di dollari per fare qualunque film

volessi» (anche perché nelle prime 14 settimane, e nei soli States, ne ha incassati 60, saliti

a 90 dopo altre otto; al contempo il Nostro non solo si fa maggiore azionista della

Knowledge, una produttrice di software educativi su cd-rom per ragazzi, ma ricava

milioni da «offerte speciali», come quella vantata dal settimanale Télémoustique del 7

luglio: «Per 6500 franchi [belgi], la versione lusso comprende il film, il romanzo, un libro

di foto del film, la musica e una lettera di Spielberg!»).

E tanto più bello, aggiungiamo, quanto più la fantasticheria sarà imposta ad infinite

scolaresche da quegli insegnanti che avranno scelto di non adempiere all'uso, invero

arduo, della ragione. E tanto più bello, quanto più l'ansia di verità dei kaminskici «malati

di mente» potrà venir soffocata, oltre che dai giullari e dalla repressione del Sistema, da

quintali di celluloide miliardaria.

Gianantonio Valli


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Miliardi di eventi che formano la trama della storia umana possono essere liberamente

interpretati da ognuno. Uno solo - l' «Olocausto» degli ebrei nelle camere a gas tra il

1942 e il 1944 - è decretato indiscutibile sotto pena di multe, carcere ed anche, talora,

interdizione professionale o morte civile. Le migliaia di anni che precedono il 1942 e il

mezzo secolo che segue, il 1944 possono, almeno in via di principio, essere oggetto di

qualsiasi interpretazione, mentre al contrario la storia degli anni 1942-1943-1944, e

solo quella, è stata posta sotto l'alta sorveglianza delle autorità religiose, politiche,

giudiziarie e massmediali di questo paese.

Eric Delcroix, La police de la pensée contre le révisionnisme, 1994

 

Fonte: http://www.uomo-libero.com/images/articoli/pdf/198.pdf


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Author(s): Olodogma
Title: "Schindler's List: l'immaginazione al potere" di Gianantonio Valli
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Published: 2013-10-15
First posted on CODOH: Nov. 27, 2017, 4 p.m.
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