Pappagalli sterminazionisti a difesa della favola di Auschwitz e dei 6.000.000 di ebrei gasati ed einsatzgruppenizzati
Published: 2013-11-05

di Gianluca Freda (08/06/2007)

Sul blog di Claudio Sabelli Fioretti la discussione sul revisionismo, che tanto scandalo ha suscitato nei perbenisti, è giunta a una impasse. I miei detrattori hanno ormai dato fondo a tutti gli argomenti a loro disposizione, che possono essere così riassunti: Freda è un nazista (Urso), un antisemita (Schiavone), un incoerente (Ceratti), un cretino e un ignorante (tutti in coro). Desideroso di risollevare il livello del dibattito dall’imbarazzante sotterraneo di strepiti e improperi in cui questi simpatici individui – così colti, semiti e antinazisti - lo avevano relegato, ho provato a fare una domanda semplice e precisa, la stessa che Faurisson pone da trent’anni alla comunità scientifica di tutto il mondo. La domanda, ribadita dal buon Antonio Vota, era la seguente:

potete mostrarmi una fattura, una ricevuta, un ordine d’acquisto o qualsiasi altro documento riferibile alla costruzione, manutenzione o progettazione delle famose camere a gas hitleriane?

Le risposte che ho ricevuto sono state del seguente tenore:

“[…] il mestiere dello storico è di cercare documenti e interpretarli, in mancanza, esistono altri modi probanti per sostenere delle tesi. Chi mette in dubbio l’omicidio di Giulio Cesare solo perché non ci sono documenti scritti dei cospiratori. E su Gesù? Quali documenti esistono, a parte i Vangeli scritti decenni dopo? Molti documenti dei nazisti esistono, a parte Bad Arolsen, bisogna andare a cercare tra le numerose pubblicazioni, quelle dove se ne trova menzione; un lavoro da specialista. Tuttavia immagina che tra 60 anni uno storico faccia un’indagine sulla mafia Italiana; quante fatture pensi che troverà? […]”    (Pier Franco Schiavone) 

“[…] forse nessuno ha trovato le fatture per le camere a gas, così come nessuno ha trovato fatture per l'acquisto dell'esplosivo di Piazza Fontana, o di Piazza della Loggia […]”. (Massimo Mai)

Che dire? Un bambino di quinta elementare avrebbe saputo dare risposte meno sceme.Oppure sarebbe stato zitto, che è pur sempre una strategia dialettica migliore della ciarla quando proprio non si sa che cosa rispondere. Pur di non accettare l’evidenza della bufala, Schiavone e Mai sono disposti a mettere in dubbio l’esistenza di Cesare, dello stragismo italiano, di Gesù Cristo e dell’universo mondo. Muoia Sansone con tutti i filistei.

Se l’olocausto non era vero, allora nulla è vero e l’intero tessuto della realtà non è che una kantiana illusione.

Peccato che su Cesare – a differenza delle camere a gas naziste - esistano montagne di documenti storici, compresi un paio di ponderosi scritti autobiografici di cui non mi risulta che qualcuno, fino ad oggi, abbia messo in dubbio l’autenticità. Certo, potrebbe provarci Schiavone, con una minuziosa ricerca che vendichi l’inesistenza dello sterminio ebraico confinando anche il povero Cesare nel limbo delle mitologie popolari. Così impara! Date le argomentazioni e la metodologia adoperata, comunque, dirò che non sono troppo ansioso di conoscere i risultati di tale indagine.

Sulla reale esistenza della figura storica di Gesù il dibattito storico ferve da anni, senza che nessuno abbia dovuto subìre, solo per questo, censure, intimidazioni, carcerazioni, insulti e cazzotti nel grugno.

Ciò è indice del triste declino mediatico del noto predicatore palestinese,spodestato dal suo Golgota da un nuovo, prepotente messia collettivo: l’intero popolo giudaico, sacrificatosi sulla croce dello Zyklon B per purificare l’umanità dai suoi peccati. E’ questa, oggi, la sola religione rimasta, la cui apostasia è punita con l’emarginazione, il biasimo sociale e la carcerazione previo passaggio dinanzi all’autorità del Santo Tribunale dell’Inquisizione Sionista.

Sulla mafia e lo stragismo possediamo poi, ahimé, anche più documenti di quelli che ci piacerebbe leggere. Poiché io sono persona accondiscendente (oltre che pigra) dirò che sono disposto a riconoscere l’esistenza della mafia e delle stragi di piazza anche senza bisogno di passare trent’anni in archivio. Basta però che non si esageri. Ad esempio, se qualcuno mi venisse a raccontare che la mafia possiede enormi strutture industriali costruite allo scopo di sciogliere nell’acido migliaia di persone alla volta, a ritmo incessante, qualche documento vorrei vederlo prima di smettere di ridere.

E se mi si dicesse che lo stragismo di piazza ha provocato sei milioni di morti, forse avrei bisogno di qualche indagine approfondita prima di prendere per buona una simile panzana.

Schiavone e Mai non ne hanno bisogno. Bevono e digeriscono qualunque idiozia e se qualcuno prova a farli desistere, la loro reazione è d’inusitata ferocia: prendono in ostaggio Cesare, Provenzano, Cossiga e Gesù Cristo e minacciano di farli fuori con un colpo alla nuca se il mondo intero non accetterà di mettere documenti e fatti sullo stesso piano delle loro chiacchiereIl Mossad gli ha insegnato bene.

Del resto nessuno può battere in chiacchiere un sostenitore della realtà dell’Olocausto.

Chiacchiere e retorica sono gli unici strumenti che egli ha a disposizione ed è naturale che li maneggi bene. Ma per metterlo a tacere c’è un metodo infallibile: chiedergli di esibire fatti e documenti.

Allora lo vedrete annaspare in sofismi da due lire, minacciare di annichilire il creato e infine darsi a una fuga precipitosa e non farsi mai più vedere. Non è solo il caso di Mai, Urso, Ceratti e Schiavone.Personalità ben più insigni dello sterminazionismo sono state messe in fuga dalla semplice, elementare richiesta di una prova tangibile.

Ad esempio Raul Hilberg, il più noto tra gli studiosi dell’olocausto, autore di The Destruction of the European Jews, il testo su cui si è fondato ogni successivo discorso sullo sterminio nazista. Nel 1985, al primo processo contro Ernst Zundel tenutosi a Toronto, Faurisson non fece altro che porre a Hilberg una domanda di piana banalità:

dove sono, signor Hilberg, le due ordinanze citate nel suo libro con cui Hitler avrebbe ordinato lo sterminio degli ebrei?

Hilberg balbettò frasi sconnesse per una mezz’oretta, si esibì in capriole sugli specchi di acrobatica precisione, poi dovette ammettere di non avere la minima prova dell’esistenza di quei documenti.

Ci fece una figura da cioccolataio, ma ebbe almeno la creanza di cancellare ogni riferimento a quelle ordinanze nelle edizioni successive del suo libro e di non accettare mai più un invito di Faurisson a un pubblico dibattitoEra un falsario, mica uno stupido.

Ciò che Schiavone, Ceratti & C. non sanno (e non sapranno mai, visto il loro rifiuto di leggere ciò che non avalla le loro teorie) è che l’inesistenza delle camere a gas, in passato, è già stata a un passo dall’essere accettata dagli storiografi. Non in tutto, ovviamente, ma almeno per tre quarti abbondanti. Infatti, fino al 1960, gli studiosi ritenevano che esistessero camere a gas in tutti i campi di concentramento nazisti.

Centinaia di testimoni avevano visto in azione questi mirabolanti marchingegni di morte a Oranienburg, a Buchenwald, a Bergen-Belsen, a Dachau, a Ravensbrück, a Mauthausen e avevano denunciato il loro utilizzo da parte dei tedeschi in molti tribunali, compreso quello di Norimberga.

Non solo.

In molti casi erano stati gli stessi ufficiali tedeschi ad ammettere l’esistenza di camere a gas in questi campi e perfino a spiegarne, sia pure in modo contraddittorio e confuso, il funzionamento. Per Ravensbrück, ad esempio, il comandante del campo Fritz Suhren, il suo secondo Johann Schwarzhuber e il medico del campo, dr. Percy Treite, descrissero per sommi capi la camera a gas e il suo funzionamento. La camera a gas avrebbe avuto le dimensioni di 9x4,5 metri e sarebbe stata situata a cinque metri dai forni crematori. Senonché queste testimonianze contraddicevano quelle dei “sopravvissuti” del campo, i quali, a loro volta, si contraddicevano tra loro. Per avere un’idea del casino che ancora oggi regna sull’argomento, cito le parole di questo sito NON revisionista:

L’esatta procedura delle gasazioni non può essere ricostruita con assoluta certezza a causa delle divergenze tra i rapporti dei diversi testimoni. Vi è la stessa incertezza riguardo le dimensioni della camera a gas. Alcuni testimoni, come lo Schutzhaftlagerführer SS-Hauptsturmführer Johann Schwarzhuber, […] affermano che le dimensioni erano di 9x4.50 metri. Alcuni ex prigionieri affermano che erano di 4x6 m”.

Le contraddizioni erano tali che la studiosa francese (NON revisionista) Olga Wormser-Migot nella sua tesi “Système concentrationnaire nazi, 1933-1945” giunse alla conclusione che le camere a gas di Ravensbrück e quelle austriache di Mauthausen (per le quali esistevano le “confessioni”del comandante Franz Ziereis) non erano mai esistite. Ma la svolta avvenne nel 1960 con la famosa dichiarazione di Martin Broszat. Broszat era, dal 1955, un collaboratore dell’ Istituto di storia contemporanea di Monaco (nel 1972 ne divenne direttore). L’Istituto si era adoperato più di ogni altra istituzione per dimostrare la realtà delle camere a gas naziste. Eppure nel 1960, in una celebre lettera spedita il 19 agosto al settimanale “Die Zeit”, Broszat annunciava ai suoi allibiti connazionali che non era mai esistita nessuna camera a gas in tutto il territorio dell’ex Reich. Le camere a gas, spiegava Broszat, dovevano ritenersi esistite solo in alcuni “punti speciali, prima di tutto (?) in alcune località della Polonia, tra le quali Auschwitz-Birkenau”.

Broszat ammetteva implicitamente che centinaia di testimonianze e di “confessioni” dei comandanti nazisti sulle camere a gas non polacche erano da ritenersi inattendibili o estorteNon spiegava, invece, perché mai avrebbero dovuto essere considerate valide, a questo punto, le testimonianze e confessioni relative ai campi polacchi.

Dopo il 1960, Broszat non tornò mai più sull’argomento, né i suoi collaboratori diedero mai spiegazioni di quella strana lettera. Se lo avessero fatto di certo Broszat non sarebbe diventato dirigente dell’Istituto nel 1972. Le lobby non perdonano chi mette in dubbio i dogmi del sacro olocausto e poi non rinnega, o perlomeno tace e lascia dimenticare.

Del resto i “testimoni” e i “rei confessi” dell’olocausto vengono presi sul serio solo se confermano la versione ufficiale. Quelli che la negano vengano perseguitati e zittiti.

Paul Rassinier, fondatore del revisionismo sull’olocausto, era appunto un ex deportato (prima a Buchenwald, poi a Dora) rimasto invalido al 95% a causa delle sofferenze e delle torture subìte durante la prigionia. La sua testimonianza venne raccolta nel libro La menzogna di Ulisse, che fu la pietra fondante del movimento revisionista. Ulisse rappresentava, con palese metafora, l’uomo che aveva sopportato mille sventure nel suo pellegrinare e tornando a casa ne aveva raccontate diecimila.

Rassinier era stato distrutto dal nazismo, dunque era difficile definirlo un simpatizzante hitleriano.

Infatti il Partito Socialista Francese, in cui Rassinier militava da tutta la vita, quando nel 1951 lo espulse in seguito alla pubblicazione del suo libro, non lo definì affatto. Lo cacciò e basta, come fanno le persone che vogliono liberarsi di un pericolo senza riflettere troppo. Anche Israel Shahak era un ex deportato a Bergen Belsen.

Celebre la sua lettera sulla perpetua falsificazione dell’olocausto che ho ritradotto, a suo tempo, su questo blog. Shahak era ebreo ed ex deportato, ma questo non lo salvò dalle solite accuse di antisemitismo.

Nella sua emarginazione e persecuzione si distinse il solito Emanuele Ottolenghioggi in prima linea nel linciaggio di Faurisson e del prof. Moffa che lo aveva invitato a Teramo. Va citato, infine, l’ufficiale tedesco Thies Christophersen, che prestò servizio ad Auschwitz e descrisse la sua esperienza nel libro La menzogna di Auschwitz“Durante il periodo in cui fui ad Auschwitz, non notai la minima evidenza di gasazioni di massa”, scriveva Christophersen. Ovviamente il suo libro fu sequestrato e ne fu vietata la pubblicazione in Germania. Christophersen fu linciato dai media, condannato a un anno di carcere per “insulto allo Stato” e “oltraggio alla memoria dei defunti”, quindi costretto all’esilio dalle continue aggressioni e dalle minacce di ebrei fanatici. Fuggì in Danimarca, Belgio e Svizzera. La Germania continuò a inviare a questi paesi richieste di estradizione, per poterlo processare, fino al 1997, anno in cui egli morì all’età di 79 anni.

Testimoni e pentiti sono utili a Giuda solo finché avallano le sue menzogne. Quando si rifiutano di farlo, sono ignorati e trattati da traditori, non importa quale sia stata la loro vicenda umana, la loro appartenenza religiosa o politica. Diventano tutti nazisti e antisemitianche se si tratta di ebrei ex-deportati come Shahak o di socialisti antifascisti per formazione e cultura come Robert Faurisson.

Bisogna capirlo: con l’olocausto è in gioco la sopravvivenza del popolo eletto, nonché il pretesto con cui Sion può legittimarsi a sterminare interi popoli senza che la comunità internazionale possa osare esprimere il proprio orrore. Non si può andare tanto per il sottile. Tutti nazisti, ignoranti, cretini e antisemiti, dunque, come certi pappagalli da blog hanno ben presto imparato a gracchiare. (Fonte)

Fonte:

http://olo-truffa.myblog.it/archive/2010/12/12/temp-8917e293ef32a3762f1df686cb69848c.html#c5867239


Additional information about this document
Property Value
Author(s): Olodogma
Title: Pappagalli sterminazionisti a difesa della favola di Auschwitz e dei 6.000.000 di ebrei gasati ed einsatzgruppenizzati
Sources:
n/a
Contributions:
n/a
Published: 2013-11-05
First posted on CODOH: Dec. 18, 2017, 4:01 p.m.
Last revision:
n/a
Comments:
n/a
Appears In:
Mirrors:
Download:
n/a