di cesare donatella contro il negazionismo
Published: 2014-12-02

Contro il negazionismo

Chi nega la Shoah commette un reato,

e perciò va contrastato sul piano legale

di Donatella Di Cesare

A differenza di quel che è avvenuto in altri Paesi europei, in Francia e in Germania, non esiste in

Italia una legge che faccia del negazionismo un crimine. Il fenomeno sembrava, fino a qualche anno

fa, non avere assunto proporzioni di rilievo. E perciò era diffusa la tendenza a isolare i singoli,

sporadici episodi, interpretati come spiacevoli incidenti, dovuti in gran parte a ignoranza,

disinformazione, oblio. Questa tendenza, improntata a un ottimismo intellettualistico, resta peraltro

tenacemente radicata. Come se la questione si riducesse al sapere, alla conoscenza ‘oggettiva’ dei

fatti. Implicitamente ciò vuol dire che i negazionisti negano perché non sanno. Se sapessero, non

negherebbero. In tal modo il negazionista appare un residuo arcaico e inesplicabile del passato

fascismo.

Di qui il fastidio e l’imbarazzo, ma anche il senso di impotenza, verso i casi più recenti di

negazionisti universitari o di insegnanti che si avvalgono della cattedra per negare. Che posizione

assumere? Che misure adottare? Se si confida nella formazione, come rifiutare la parola a chi tiene

una lezione sostenendo l’inesistenza delle camere a gas? Non si finisce per intaccare

pericolosamente la libertà di opinione?

La polarizzazione, molto italiana, che si è prodotta tra politici e storici, scaturisce dal modo,

discutibile e inadeguato, di porre la questione. Anzitutto perché la risposta giuridica e politica non è

alternativa a quella culturale; l’una non esclude l’altra. E semmai sarebbe auspicabile una sinergia.

Ma a ciò si aggiunge la carenza effettiva di un ampio dibattito pubblico che abbia per protagonisti

gli intellettuali. Affidare tutto agli storici, come avviene nel contesto italiano, è un rischio.

Si assume per questa via che gli storici siano ‘esperti’ del settore, che la storia abbia una

‘oggettività’ scientifica che si impone da sé. Si tratterebbe allora di dimostrare, provare e aumentare

quantitativamente il materiale. Ma la storia è racconto, e decisivo, nel racconto, è come vengono

interpretati i fatti. È una terribile ingenuità credere che con un dato in più si smonti il dispositivo del

negazionismo. I limiti della ‘dimostrazione’ storica vengono qui alla luce in modo ineluttabile. La

risposta a chi nega l’annientamento non può essere basata su cifre e dati, su prove e verifiche. I

motivi sono almeno due.

Anche di fronte alla prova più schiacciante i negatori continuano a negare. Lo fanno perché

perseguono una strategia precisa. Non esercitano una critica storica, non praticano lo scetticismo

metodico per arrivare, attraverso il dubbio iperbolico, alla certezza. Al contrario, sono armati di

convinzioni al punto di elevare i loro fantasmi a dogmi. Come doberman, chini crudamente

sull’osso che non smettono di rodere, i negatori si attaccano a un piccolo particolare, al brandello di

una prova che alla fine non muterebbe l’entità del crimine. Sono specialisti del rivolgimento

dialettico: il minuscolo diventa maiuscolo. Loro scopo non è la ricerca, ma semplicemente la

negazione. Ogni argomento diventa strumento per raggiungere il fine: negare l’innegabile delle

camere a gas. Si comprende perché c’è chi ha proposto di parlare di ‘denegazione’ con l’intento di

sottolineare che non si tratta di semplice negazione, ma di rifiuto aprioristico che il negazionista

oppone alla realtà, comunque venga provata, verificata, dimostrata.

Il dibattito storico è votato al naufragio. È impossibile trovare argomenti per confutare il

negazionista che si trincera nel luogo della sua ‘denegazione’. Ma c’è di più. Se la tesi non è

confutabile, il dibattito storico finisce per legittimarla. Ogni discussione, ogni controversia,

presuppone una sorta di reciprocità, ammette una liceità e fondatezza delle tesi opposte. Chi discute

con il negazionista sul piano dell’indagine storica, inoltrandosi nel particolare, se per un verso

ottiene solo una negazione, per l’altro accetta e conforta ― inconsapevolmente ― l’impostura.

Ma il negazionismo è una tesi da controbattere? Si può davvero parlare di tesi o anche solo

di ‘opinione’? E dunque rientra nella libertà di opinione? A ben guardare no. Il negazionismo è la

soppressione stessa delle condizioni per un confronto; abolisce e nullifica la realtà condivisa nel

dialogo da cui scaturisce la comunità democratica. In tal senso il negazionismo pone un problema

che non è solo logico, ma è anche deontologico, etico, politico. Chi nega, in effetti annulla e

cancella il luogo della frattura da cui, con fatica, dopo la Shoah, sono sorte in Europa le democrazie,

ne pregiudica il fondamento e il legame.

Il crimine del negazionismo non è, e non può essere, reato di opinione, perché il

negazionismo non è un’opinione, non è un’ipotesi interpretativa come un’altra. Il motivo della

libertà di opinione, sollevato da chi in Italia si è dichiarato contrario alla legge, perde qui valore. Per

contro, accettare il negazionismo come ‘opinione’ vuol dire accoglierlo nell’ambito del discorso

democratico. È venuto però il momento di riconoscere che il negazionismo è un totalitarismo del

pensiero perseguito in una salda continuità con il totalitarismo del passato.

L’opinione dei negazionisti è la ‘verità’ di Hitler. Non deve sfuggire la complicità tra

l’annientamento e la negazione, tra i nazisti di ieri e gli odierni “assassini della memoria” ―

espressione di Yerushalmi ripresa da Vidal-Naquet. Non si tratta allora di introdurre prove e

argomenti per confutare una tesi che è una negazione. Si tratta invece, a partire dall’‘accaduto’, che

si sottrae all’obliquità delle domande, di interrogarsi su questo nesso.

La prima questione riguarda i negazionisti. Chi sono oggi coloro che dichiarano che le camere a

gas non hanno avuto luogo? Chi sono coloro che tentano di organizzare una menzogna così

enorme? I negazionisti sono gli hitleriani della seconda e terza generazione. Sono andati costruendo

il luogo della loro negazione nell’ombra propizia di decenni. Hanno approfittato di un

atteggiamento eccessivamente difensivo, di un racconto affidato alla memoria, alla testimonianza,

all’archivio e al lavoro degli storici. Come se si trattasse solo di passato, non anche, e soprattutto, di

futuro. Hanno fatto buon uso di silenzi e rimozioni, di insabbiamenti e amnesie, di uno sterminio

che non riusciva a essere articolato e scandito a chiare lettere.

I primi negazionisti sono stati i nazisti stessi. Già nell’estate del 1944 le SS cominciarono a

cancellare ad Auschwitz le tracce dei loro crimini bruciando gli elenchi dei convogli di ebrei

deportati; nel 1945 fecero saltare le camere a gas e i crematori. Il sogno di Hitler era un mondo

judenrein, un mondo ‘puro’, ‘depurato’ dagli ebrei. Gli assassini, si sa, cercano di far sparire le

tracce del delitto. Il totalitarismo nazista presenta una novità: mira a cancellare in modo sistematico

non solo le tracce del delitto, ma anche quelle delle vittime. Non si accontenta di negare i crimini,

ma nega che le vittime abbiano mai potuto esistere. Di qui la ‘menzogna’ dei sei milioni ribadita

dai negazionisti di oggi che, facendo ciò, si pongono esplicitamente nel solco di Hitler. Con la loro

negazione intendono perseguire la politica di annientamento, in certo modo portarla a termine.

Che cosa significa infatti negare l’esistenza delle camere a gas? Significa insinuare che

Hitler non abbia raggiunto la meta, che la guerra totale contro gli ebrei non sia finita. Vuol dire

assumerne la necessità ― ontologica ― nel domani. Come ha scritto Alain Badiou, la negazione di

quel che ha avuto luogo è il “dover essere dell’antisemitismo assoluto”. I sopravvissuti alla Shoah

sono perciò intollerabili per i negazionisti essendo ebrei che vivono malgrado e oltre la Shoah.

I negazionisti odierni, i nazisti universitari, hanno prosperato nelle accademie, in quelle

italiane non meno che in quelle tedesche e francesi, dove per troppo tempo ha avuto fortuna il

discutibile veto di Theodor W. Adorno e, al cospetto di una assolutizzazione del male radicale, si è

imposto il silenzio del dire e del comprendere. Ma dal non dire al negare il passo è breve. E facendo

della Shoah un indicibile incomprensibile, la si è relegata nel dominio del mistero, nella sfera

occulta della mistica, la si è resa un nulla. Ha contribuito l’argomento della ‘unicità’ che ha finito

per astrarla dalla storia. Articolata nel linguaggio, inserita nella storia di cui fa parte, la Shoah è

evento unprecedented, “senza precedenti” ― come suggerisce Emil Fackenheim ― affinché si sia

spinti a cercare precedenti nel passato e si vigili perché non divenga precedente nel futuro.

I negazionisti hanno fatto buon uso anche della definizione sbrigativa e pericolosa del

nazismo come ‘follia’. Senza dubbio non c è stato finora ― a parte eccezioni come quella di

Emmanuel Lévinas ― l’interesse e il bisogno di interrogarsi seriamente sul nazismo come

fenomeno politico, filosofico, culturale. Così i negazionisti hanno trovato e trovano complicità,

udienza e audience, si avvalgono di una orchestrazione mediatica, traggono profitto da un

nazionalismo razzista che ha il gusto per il marchio e lo statuto speciale. La politica del nazismo va

ancora indagata e messa a fuoco; questa politica non è passata e superata; al contrario ha un

rapporto di collusione con le politiche criminali.

Il nesso tra l’annientamento perseguito da Hitler e la negazione dei nazisti di oggi legittima e

anzi richiede una legge analoga a quella che esiste in Francia dal 1990 e in Germania dove, dopo

anni di rimozione, nel giugno del 1985 è stata varata la legge di modifica del codice penale n. 21

che punisce come oltraggio alle vittime la negazione dei crimini nazisti. Risultato anche di un aspro

dibattito, noto come Historikerstreit, a cui hanno partecipato storici, intellettuali e filosofi, la legge

stabilisce che la “menzogna su Auschwitz” è illegale. Integrazioni sono state apportate nel 1992, nel

2002 e nel 2005 mettendo l’accento sulla Volksverhetzung, cioè sull’incitamento di parte della

popolazione all’odio e alla violenza.

Quali sono gli effetti? La legge tedesca non ha ovviamente eliminato il fenomeno, ma ha

sottratto ai negazionisti lo spazio pubblico: quello delle università, dei giornali, dei media. Ha così

contribuito a ridurne drasticamente le pubblicazioni e ha dato i mezzi sia per intervenire nella rete

sia per sciogliere le associazioni che sono il serbatoio degli hitleriani di nuova generazione.

Soprattutto ha marcato un limite che, lungi dall’essere una intrusione inopportuna nel dominio

del pensiero, salvaguarda le condizioni di possibilità del discorso democratico che con difficoltà ha

ripreso a svilupparsi a partire dal blocco di orrore che nel secolo scorso ha incrinato la storia

mondiale. È necessario dunque che la legge, di cui in Italia si è fatto promotore Riccardo Pacifici,

sanzioni coloro che oggi fanno apologia del crimine negandone l’esistenza e che così intendono

offrire a Hitler una vittoria postuma.

Lasciarli nelle loro nicchie? Ne hanno anche troppe nei meandri della rete. Là dove reale e

virtuale, prova e rumore, ragionevole e assurdo, tutto è equiparato, i negazionisti trovano estro e

ispirazione per rendere attuali e concreti i loro fantasmi. D’altronde un malinteso senso del perdono

e dell’oblio ha fornito da tempo un terreno fertile al fiorire della loro pubblicistica.

A questo proposito varrebbe la pena chiedersi perché una legge contro la “menzogna su

Auschwitz”, come la chiamano i tedeschi, o contro il negazionismo, non esista in Italia. Accanto al

proverbiale disincanto cinico verso la legge (inefficace perché spesso non rispettata), c’è una

profonda influenza cattolica che tocca forse anche il mondo ebraico. Se la giustizia non è di questo

mondo, a che dovrebbe servire una legge? Se ciò che conta è il perdono, perché mai gli ebrei

dovrebbero chiedere risarcimenti?

Del tutto sbagliato è concepire la legge come una soluzione pratica di tutto, una risposta

definitiva. La legge è uno strumento indispensabile e in nessun modo alternativo alle possibilità

offerte dalla cultura. Si deve sottolineare in tal senso un’altra differenza che allontana l’Italia da

altri Paesi europei. Certamente ha prevalso finora il rito della celebrazione, la vigilanza in alcune

date, ma questo non ha trovato il sostegno di iniziative durature e di largo respiro inserite

stabilmente all’interno delle istituzioni scolastiche e universitarie. Mancano in Italia cicli di lezioni,

corsi di studio, dottorati sulla Shoah (visti anzi con un certo sospetto). Il che è evidente nelle

pubblicazioni dove prevalgono i racconti e scarseggiano le riflessioni. La didattica della Shoah non

si è ancora sviluppata e ‘come parlarne’ non è davvero ancora un tema. Su tutto ciò si dovrà

intervenire. Perché per smascherare i negazionisti occorre saper scegliere le parole giuste. Jacques

Derrida ha indicato la difficoltà di raccogliere la parola dalla cenere contro “l’affermazione del

fuoco senza luogo né lutto”.

Ma nel frattempo la ‘negazione’ deve essere dichiarata crimine, deve essere passibile di

condanna, affinché nel futuro non si lasci scivolare il mondo nel dubbio. Le camere a gas e lo

sterminio degli ebrei d’Europa hanno avuto luogo. Questo luogo non è in questione. Piuttosto in

questione deve essere il luogo di chi lo nega. Perché un mondo in cui venga messa in dubbio

l’esistenza delle camere a gas è un mondo che già consente la politica del crimine, la politica come

crimine. •

Fonte: http://www.search-document.com/pdf/6/10/percio.html


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Author(s): Olodogma
Title: di cesare donatella contro il negazionismo
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First posted on CODOH: March 16, 2018, 12:55 p.m.
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