Paolo Barnard e il Revisionismo Storico
Published: 2014-03-06

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PAOLO BARNARD E IL REVISIONISMO STORICO

Di Carlo Mattogno

L’articolo di Paolo Barnard Cosa penso io,  antisionista e critico dei crimini d’Israeledell’Olocausto (1) è uno dei più sconcertanti che abbia letto sull’argomento, e non certo per il contenuto, quanto per il tono insolitamente acceso e l’abbondanza di paragoni truculenti del tutto fuori luogo.
Il suo tema centrale, la questione numerica delle presunte vittime olocaustiche, dimostra che egli non ha ben chiaro che cosa si intenda per “Olocausto” e, conseguentemente, di che cosa si occupi il revisionismo. Mi limito a riferire quanto al riguardo hanno osservato due scrittori ebrei, Michael Shermer e Alex Grobman:

«Quando gli storici parlano di “Olocausto” nell’accezione più generale si riferiscono al fatto che circa sei milioni di Ebrei sono stati uccisi in modo intenzionale e sistematico dai nazisti, con l’utilizzo di un certo numero di mezzi diversi, comprese le camere a gas. Secondo questa definizione dell’Olocausto, ampiamente accettata, ciò che i cosiddetti revisionisti dell’Olocausto di fatto stanno facendo è negarlo, poiché ne negano le tre componenti fondamentali: l’uccisione di sei milioni di persone, le camere a gas e l’ intenzionalità»(2).

Il revisionismo condivide questa definizione, con la precisazione che i fattori essenziali sono le camere a gas e, soprattutto, l’intenzionalità, ossia la presunta uccisione pianificata e sistematica di Ebrei in quanto tali. Ho già esaminato questo punto in un breve scritto in rete al quale rimando(3).
Il fattore numerico è il meno rilevante, perché – in via di principio – i sei milioni non dimostrano la realtà di un piano di sterminio intenzionale, pianificato e attuato in camere a gas o in qualunque altro modo, come non lo dimostrano i 23 milioni di morti dell’ Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale. Al riguardo, i due autori rilevano giustamente, anche se in senso diverso:

«se siano stati cinque milioni o sei milioni è fondamentale per le vittime, ma è irrilevante se la questione è stabilire se l’Olocausto abbia effettivamente avuto luogo»(4).

In questo contesto va rilevato che i veri «ragionieri contabili dell'atrocità» sono i fondamentalisti dei 6 milioni; coloro che, invece di rallegrarsi per il fatto che il numero reale delle vittime naziste è ben al di sotto di quello preteso, se ne rammaricano e si indignano, perché viene intaccata la loro cifra sacra; coloro che, crollata la leggenda sovietica dei 4 milioni di vittime ad Auschwitz (in massima parte presunti gasati ebrei) e trovatisi all’improvviso defraudati di quasi 3 milioni di vittime, hanno giocato impudentemente al rialzo in altri settori dell’orrore per ripristinare la cifra fatidica dei 6 milioni; coloro che operano «distinguo psicopatici» tra morti ebrei e morti non ebrei, tra “gasati” e “non gasati”, ai primi soltanto essendo riservata la plenitudine divina, salvo poi fingere nelle cerimonie ufficiali di rammaricarsi per zingari e omosessuali, le uniche due categorie di vittime degne di farisaica commozione: per tutte le altre vittime c’è solo un razzistico «chissenefrega». Jahveh non ama i goijm.
Sono costoro a «trovare una differenza determinante nel fatto che 6 milioni di sterminati possano essere in realtà “solo” 4 o 500.000»; è per costoro che «l'orrore si qualifica solo sopra a un certo chilaggio», quello dei 6 milioni; costoro sono i detentori del «termometro dell’Olocausto che dà non applicabile» sotto i 6 milioni di morti.
A questa impostazione del problema, con riferimento agli Ebrei morti sotto il regime nazionalsocialista, indipendentemente dal loro numero, Barnard può sempre obiettare: «Ma che differenza fa, Cristo, se sono morti così o nelle camere a gas?». Certamente nessuna, ma questo è un giudizio morale, non storico. La storia, come accertamento dei fatti, si occupa proprio di questa distinzione, che non è «psicopatica», ma, appunto, storica.
Il tono dell’articolo, virulento e offensivo, è tipico di chi si ritiene il depositario esclusivo dell'humanitas, il monopolista unico della pietas, che profonde la sua virtuosa indignazione sui bruti revisionisti, «malati nell'anima prima ancora che nel cervello», dall’alto di una presunta superiorità intellettuale, morale e culturale.

Egli riassume così la sua attività di studioso:

«Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio».

Egli aggiunge che, al riguardo,

«la storiografia occidentale e i media ad essa asservita ci hanno raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne, talmente reiterate da divenire realtà per chiunque»

e avverte che la sua conclusione non è una

«ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, né una fantasticheria negazionista»,

bensì il frutto di «una autorevolissima ricerca storiografica», di «una rigorosa documentazione» che si attua «nell’ambito della revisione storica degli eventi fondamentali del passato» e fa riferimento a una «mole di dettagli e fatti taciuti e sepolti dalla storiografia ufficiale»(5), la quale, naturalmente, non è troppo incline a riconoscere i meriti di questa ricerca.

Esattamente come avviene per la ricerca revisionistica, le cui analogie formali con quella condotta da Barnard sono tanto evidenti che non c’è bisogno di sottolinearle.
Lungi da me il dubbio sulla sua serietà e sul suo rigore, come pure, in modo particolare, sul suo valore come studioso della questione israelo-palestinese. Ciò che però sorprende, e che stona spiacevolmente nel suo articolo, è il gratuito disprezzo che egli manifesta nei confronti di coloro che hanno dedicato anni del loro lavoro alla questione olocaustica, che hanno ispezionato luoghi e visitato archivi, che hanno studiato molto, che hanno messo in luce una mole di dettagli e di fatti taciuti e sepolti da decenni, che hanno elaborato una revisione storica e sono giunti ad una conclusione diversa da quella propalata dalla “storiografia ufficiale”.
Per lui infatti tutto si riduce a «fantasticheria negazionista», giudizio irrispettoso nei confronti di chi ha studiato la propria materia con la stessa serietà, lo stesso rigore, la stessa onestà intellettuale e morale con cui egli ha studiato la sua. E non vale certo chiamare in causa gli “storici” pretesi “demolitori” del revisionismo, perché i “demolitori” delle conclusioni di Barnard sono “storici” che hanno esattamente la stessa competenza e la stessa dirittura intellettuale e morale. Che cosa direbbe egli di chi, facendosi forte della “storiografia ufficiale”, liquidasse la sua ricerca, senza nulla sapere di essa, come fantasticheria antisemitica?
Qui traspare il senso profondo della critica che gli è stata mossa e che ha provocato la sua reazione. Avendo egli sperimentato sulla propria pelle che nel mondo occidentale infuria una storiografia propagandistica, adeguatamente spalleggiata dai mezzi di informazione, forgiatrice di menzogne colossali, incredibili, reiterate a tal punto da divenire realtà per chi non conosce la realtà vera, come può credere sensatamente che tale storiografia operi unicamente nel settore della questione israelo-palestinese?

Perché non riconoscere quantomeno la possibilità che la “storiografia ufficiale” ci abbia «raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne» anche sul tema olocaustico?

D’altra parte, bisognerà pur chiedersi per quale ragione la storiografia occidentale si sia asserragliata su queste posizioni ingannatrici. Scartando l’ «ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone», resta una sola spiegazione: l’unità d’intenti e di vedute degli Occidentali in funzione olocaustica, ossia il riconoscimento agli Israeliani di «uno status di vittima storica dell’Europa indifferente, quando non pienamente complice» che li rende creditori irrisarcibili: che cosa sono qualche migliaio di Palestinesi assassinati al cospetto dell’immane tragedia olocaustica?

L’Olocausto, agli occhi degli Occidentali, conferisce giustificazione morale ai crimini israeliani e li induce a «distinguo», quelli sì, «psicopatici»: sì, è vero, hanno commesso dei crimini, ma che cosa sono di fronte ad Auschwitz?

Ogni nuovo crimine trova sempre dei solerti «ragionieri contabili dell'atrocità» pronti a soppesare le sofferenze ebraiche e quelle palestinesi, e il piatto della bilancia precipita sempre immancabilmente dalla parte israeliana. Grazie anche all’offuscamento indotto da “giornate delle memoria”, “criminali di guerra” ultranovantenni, “superstiti” dell’ultim’ora, celebrazioni, libri, film; in breve, grazie all’industria dell’Olocausto. E così gli Occidentali, intimamente rosi da un senso di colpa sordo e artificioso, si scaricano della loro cattiva coscienza esaltando gli Israeliani e sacrificando i Palestinesi.
Ora, dato che la radice della questione israelo-palestinese, per quanto riguarda l’atteggiamento degli Occidentali, è olocaustica, e atteso che è impossibile spezzare dall’interno questo nefasto circolo vizioso, non vale la pena di considerare la possibilità che anche la storiografia olocaustica sia mendace? Accertare se per caso anche questi storici abbiano «torto marcio»? Se è possibile liberare i crimini israeliani dall’enorme contrappeso olocaustico?
Il riconoscimento di questa possibilità legittimerebbe in via di principio la ricerca revisionistica, ma proprio questo, incomprensibilmente, è per tutti intollerabile. Al riguardo Barnard sentenzia apoditticamente:

«L'Olocausto c'è stato, e ribadisco: chissenefrega dei vostri distinguo psicopatici».

Cioè la “storiografia ufficiale” mente sulla questione israelo-palestinese,
ma non su quella olocaustica, dove è oracolo di verità;
lì ricercatori seri e onesti lavorano alacremente allo smantellamento delle sue menzogne e al trionfo della verità,
qui invece c’è una verità precostituita, al di sopra e al di fuori di qualunque indagine,
e coloro che osano indagarla sono dei «malati nell'anima prima ancora che nel cervello» e «chissenefrega» delle loro ricerche.
Solo quelle condotte da Barnard sono serie, scientifiche, rigorose, accurate, documentate; quelle revisionistiche sono, nel migliore dei casi, «fantasticherie».

Il senso profondo della «pavidità» che gli è stata rimproverata – e che vale per tutti gli altri studiosi anticonformisti, inclusi quelli dei fatti dell’11 settembre 2001(6) – sta tutto qui, nel fatto inquietante che questi valenti ricercatori si dimostrano giustamente ipercritici nel loro settore specifico di studi, ma, in campo olocaustico, diventano ipercreduloni, perdono inspiegabilmente ogni facoltà critica e rifiutano in modo aprioristico qualunque indagine scientifica.
E, per definire un tale atteggiamento, «pavidità» è indubbiamente il termine meno offensivo.
Perché esso potrebbe anche avere a che fare «con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia».

Carlo Mattogno
18 Gennaio 2010

Note:

[1] In: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=165.
[2] Negare la storia. L’Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché. Editori Riuniti, Roma, p. 28.
[3] Faurisson: “un vero e proprio insulto alla verita’ storica”?, in: http://ita.vho.org/012Losurdo.htm
[4] Negare la storia. L’Olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché, op. cit., p. 231.
[5] Torto marcio, in: http://www.paolobarnard.info/palestina.php
[6] Riguardo a questi ho già svolto considerazioni analoghe nell’articolo Revisionismo e “complottismo”, in: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/02/carlo-mattogno-sulle-analogie-tra.html


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Author(s): Olodogma
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First posted on CODOH: March 26, 2018, 4:24 p.m.
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