Post su libro-choc Il mio olocausto di Tova Reich
Published: 2014-03-07

Post su libro-choc  Il mio olocausto di  Tova Reich

 

 

 

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«IL MIO OLOCAUSTO» E LA MERCIFICAZIONE
DELLA SHOAH
di Tova Reich
Grottesca e avvelenata contro il gadget vittimale
di Carlo Mazza Galanti

Gli avvertimenti di Primo Levi ne I sommersi e i salvati sulla banalizzazione della memoria della shoah o i più vigorosi ammonimenti di Kertész sul conformismo, il sentimentalismo e il consumismo che connotano l'attuale divulgazione e produzione immaginaria dell'olocausto, appaiono come gesti di docile diplomazia davanti all'avvelenata insofferenza de Il mio olocausto (trad. di Costanza Prinetti, Einaudi pp, VlII-286, ¤ 16,5), il libro di Tova Reich che la scorsa primavera ha sollevato negli Stati Uniti contrastanti reazioni di giubilo (vedi Cynthia Ozich [Ozick], nella prefazione dell'edizione italiana) e di malcelata ripugnanza (David Margolick, sulle pagine della «New York Times Book Review»). La verità è che quasi nessuno sembra al riparo dalla violenta vis polemica di questo romanzo. Ne i discepoli di Lanzmann che denunciano Spielberg et la simulazione hollywoodiana della shoah innome della sua intoccabile irrapresentabilità, né ovviamente Spielberg stesso e la moltitudine di più o meno benintenzionati banditori di spettacolari ricostruzioni e identificazioni con il passato. L'ultima chiassosa manifestazione di questo genere di operazione della memoria, la proposta di Sarkozy di gemellare bambini francesi e bambini ebrei vittime dei nazisti, indica chiaramente quel confine tra ridicolo, assurdo e perverso su cui si muove la satira del romanzo della Reich,
I primi bersagli de Il mio olocausto sono dunque la banalizzazione della shoah, la proliferazione di memoriali e l'idolatria vittimale capace di trasformare documenti e testimonianze in gadgets e paccottiglia. Ma cadono a tena, una dopo l'altra, anche le più sofisticate e abusate costruzioni concettuali, come la nozione di «seconda generazione» o la «sindrome post-traumatica». Ancora oltre, è una compassionevole sfilata di diritti universali che subisce l'ultima irriverente strigliata della scrittrice americana. Come l'aggettivo possessivo del titolo lascia bene intendere, attraverso la celebrazione (mercificante e/o misticheggiante) della shoah, Tova Reich scorge, in una sorta di allucinata chiaroveggenza il diffondersi di una dolciastra e ombelicale concezione dell'individuo umano e sociale, imbozzolato nella sua corazza di affermati e pretesi e astratti diritti, riconoscimenti e autocelebrazioni.
Il mio olocausto è un libro di rara acrimonia, scorretto da ogni punto di vista, ossessivarnente alla ricerca della cattiva «buona fede». In questo senso cita bene la Ozich Swift e la sua «lama verbale», andrebbe forse aggiunto un po' di Gombrowicz per rendere l'idea di certe scene (probabilmente le migliori) dove l'orchestrazione dei personaggi e delle situazioni sfiora i domìni dell'assurdo e la satira si trasfonna in dura e pura negatività senza possibilità di riscatto. Il fatto che personaggi e situazioni del racconto siano grotteschi e caricaturali, nonostante i precauzionali avvenimenti, non pregiudica più di tanto la loro verosimiglianza. Non più di quanto lo United States Holocaust Museum
del libro («un fiero cazzo ebreo circonciso eretto nel corpo politico del paese» secondo la definizione del suo direttore fittizio) si discosti dall'omonimo museo di Washington, nel quale, tra parentesi, il marito dell'autrice ha effettivamente coperto un ruolo dirigenziale e sul cui sito web si può acquistare inquietante merchandise come «Refugee», la riproduzione di uno sparuto orsetto di peluche lasciato ad Auscbwitz da una bambina ebrea di nome Selma (Tommy Messiah, il losco personaggio della Reich che gira per Birkenau con la sua bancarella di oscene reliquie 'olocaustiche', è dietro l'an- golo).
Il sopravvissuto Maurice Messer, fondatore della Holocaust Connection inc. e presidente del suddetto museo, sembra una via di mezzo tra Krusty il clown e vari stereotipi americani di figure di bassissima lega morale e grande potere di pressione politica. Così i prati di Auschwitz, spettrali come siamo abituati a vederli, sono allo stesso tempo un fondale di cartone, l'indecente scenografia del «più grande spettacolo della terra» con cui Maurice Messer e il figlio Norman cercano di convincere un ricca e vacua ereditiera a staccare un assegno per «i sei milioni» e a incidere il suo nome sul «sacro muro dei donatori» del museo. La capacità della Reich di fondere una conoscenza dettagliata della shoah, della cultura ebraica e delle istituzioni come l'USHM, con dati completamente inventati e con la sua surreale parodia della memoria adulterata è forse il merito maggiore di questo romanzo. Messer e gli altri grotteschi personaggi che incontriamo ad Auschwitz e che si agitano in un crescendo di cinismo e di ridicolo, ritorneranno tutti al culmine della scena finale dell'occupazione del Museo di Washington. Iperbolica conseguenza della fede dichiarata di Norman Messer che «tutte le strade portano ad Auschwitz», l'invasione del museo è opera della Coalizione arcobaleno dell'Olocausto, gruppo interconfessionale new-age intenzionato a emancipare la shoah dall'esclusiva ebraica per dare la stura alle rivendicazioni universaliste di tutti i micro-olocausti del mondo. Nella mischia finale della presa di potere concorreranno, in un minestrone americano dai mille sapori, le rivendicazioni dei bambini, degli zingari, della Palestica, del Tibet, delle donne, degli omosessuali, dei feti, fino agli olocausti più specialistici «dei furetti, delle mucche pazze, l'olocausto delle cavie da laboratorio, l'olocausto del diritto-al-porto-d'armi, l'olocausto della bandiera della confederazione, l'olocausto del Falun Gong, l'olocausto delle streghe e dei Wiccans, l'olocausto degli alieni e degli extra terrestri, e via di questo passo attraverso una topografia popolata di gente bislacca».
Umor nero impenitente, riso spietato e liberatorio, irriverenza totale. Forse le qualità letterarie della Reich non sono sempre all'altezza della (difficile) impresa: il mio olocausto in alcuni punti si trascina, e si affida troppo a un'ironia affilata ma ripetitiva. Resta però l'impressione che un libro del genere andasse comunque rischiato. «Ogni atto creativo - ha detto Godard - contiene una minaccia reale per chi lo osa. Se il pensiero si rifiuta di pesare, di violentare, si espone a subire senza profitto tutte le brutalità che la sua assenza ha reso possibili».

Alias n. 16 (con Il Manifesto), 19 aprile 2008.

Fonte: http://www.vho.org/aaargh/ital/reich.html

 

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Elogio anticipato a
Il mio Olocausto di Tova Reich
 
di Cynthia Ozick

 

 

Ho letto con crescente senso di meraviglia ogni stupefacente parola di Il mio Olocausto di Tova Reich, e ho cercato nella mia mente le parole migliori per esprimere la convinzione che questo sia un romanzo davanti a cui bisogna inginocchiarsi. Diciamo pure che il meritato status di Philip Roth come più aspro scrittore satirico contemporaneo si squaglia nella fiammata del tizzone rovente di Tova Reich. In Il mio Olocausto (già nel titolo) la Reich è dieci volte più maligna di Roth, cento volte più selvaggia, e gli affondi più duri dello scrittore al confronto sembrano irritanti colpetti di ombrello di una mite, piccola vecchietta in cuffia e merletti, che scruta timida nella propria reticella in cerca di una critica. Nella coraggiosa sfacciataggine di Tova Reich, nella sua eroica noncuranza, c'è sempre qualcosa che offende tutti e tutto, ogni autocompiacimento e ogni pietà. Niente e nessunosi salva dalle sue frustate - nemmeno le istituzioni e le persone che uno, per paura del disprezzo pubblico, potrebbe voler risparmiare.
Questo è un romanzo che taglia, taglia, taglia; è satira, caricatura, commedia, farsa; ti fa ridere e trasalire, spesso insieme; giudica e condanna; ma dissipa anche banalità e pomposità e falsità. Anzi, ben più di semplici banalità e pomposità e falsità: mette sotto accusa il diffuso tono della società americana, un'ossessione del culto coltivata dall'alto verso il basso - il culto della rivalità tra vittime, celebrato dalle discipline umanistiche di tutte le università americane, dagli studi sulle donne a quelli sui neri aquelli sul postcolonialismo, dai dipartimenti di letteratura a quelli di storia a quelli sul Medioriente, tutti quei regni spacconi ed elitari dove il dolore e la sofferenza vengono incoronati con l'alloro.
La lama verbale di Tova Reich è sorprendentemente selvaggia. Però l'autrice non dà lezioni e non rimprovera; il suo linguaggio non è quello della geremiade moralistica. È (in apparenza) tanto distaccato quanto i disastri naturali che il nostro pianeta ha ultimamente sopportato: con la forza di uno tsunami, un'alluvione, un terremoto, si rovescia su ciò che le mani e le menti degli uomini hanno fatto della civiltà. È la sorella ebrea di Jonathan Swift; ma il povero svantaggiato Swift aveva solo la natura umana da affrontare. La Reich ha quello che a Swift - piccolo, sfortunato goy - mancava e che (anche con tutto il suo mastodontico pessimismo) non poteva immaginare: la Reich ha l'Olocausto - o meglio ancora gli Olocausti, dato che, come ci illustra, tutti anelano a un proprio desiderabile Olocausto. I suoi impassibili ritornelli e le sue ironie, quelle lunghe creste d'ondadi spirito scioccante spazzano via egoismo, avidità, invidia, falsità e corruzione, esponendone gli scheletri senza pietà. E noi ridiamo ancora. Non c'è nicchia della tortuosa cultura (o couture) americana che sia al sicuro dallo spiedo della Reich. I numerosi elenchi immaginari di possibili imitazioni dell'Olocausto escogitati dal nostro competitivo spirito americano vengono superati solo dalla realtà.
Il mio Olocausto è una feroce opera di attento genio satirico. Lo ritengo uno dei romanzi sociali e politici più penetranti dell'inizio del XXI secolo, accanto al quale La fattoria degli animali del secolo scorso è un semplice piagnucolio. La sua pubblicazione solleverà di sicuro strepiti e ululati; ma se c'è uno strepito che valga la pena di essere sollevato, è proprio questo. Eppure lo scopo di questa straordinaria scrittrice non è affatto distruttivo. Ci mostra come il rempio della memoria dell'Olocausto sia stato profanato. La sua intenzione è di ripulirlo.

(2007)

Tova Reich

Il mio Olocausto, Einaudi, 2008. Tradotto di Costanza Prinetti.

pag. 285. ¤ 16,50

Vedi il testo in Inglese.

 

4a de coppertina:

Maurice e Norman Messer, padre e figlio e soci in affari, riconoscono un buon prodotto quando ne vedono uno. Questa volta il prodotto in questione è l'Olocausto: e Maurice, un sopravvissuto ai campi con una storia personale confezionata ad hoc, e Norman, una vittima «per delega» in qualità di membro della cosiddetta seconda generazione, decidono entusiasticamente di imporlo sul mercato. Intravisto il profitto dello Shoah business i Messer usano l'eredità dei 6 milioni di morti per indurre il senso di colpa e spillare denaro. Per convincere gli eventuali mecenati organizzano cosí dei tour in un Auschwitz mercificato dato in pasto a comitive di ragazzini che si rincorrono tra le macerie dei crematori e buddhisti che sbarcano il lunario dando consulenze sui chakra.
Una satira cinica, allegra e scandalosa contro lo sfruttamento dell'Olocausto, e il gran circo del vittimismo autoconsolatorio attorno alla memoria di una grande tragedia.

ISBN 978-88-06-19097-2

Fonte: http://www.vho.org/aaargh/ital/ozick.html

 

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Marcello Teofilattosays:

27/01/2012 at 11:05 pm

Dalla recensione del Foglio: “Secondo Rosenfeld, la vittima principale di questa operazione è stato proprio lo stato d’Israele. Mai quanto oggi la memoria è disseminata, eppure mai quanto oggi l’Olocausto viene usato contro l’eredità vivente dei sei milioni, il piccolo stato ebraico sotto assedio pre atomico”.
Ah, ecco. Elie Wiesel ha lavorato per il re di Persia.
Un saluto da Marcello Teofilatto

7 gennaio 2012 - ore 10:36

“No a riti della memoria, uccidono l’Olocausto”. Libro-choc di Rosenfeld

 

 

“La morte di milioni è stata trasformata in intrattenimento popolare e in una forma di liturgia teologica, persino in una banale piattaforma di educazione civica”. Alvin Rosenfeld, storico americano dell’Università dell’Indiana e pioniere di fama negli studi sull’antisemitismo, è durissimo con i guardiani della memoria dell’Olocausto. Ha scritto un libro, “The end of the Holocaust”, la fine dell’Olocausto, per denunciare e sviscerare la “volgarizzazione”, la “banalizzazione” e i rischi dietro a questa dittatura della memoria.

Il professor Arnold Ages sul Jewish Tribune ha così commentato il libro: “Manca una categoria fra i premi Nobel, ovvero la critica culturale e intellettuale. Se questa categoria esistesse, l’opus magnum di Alvin Rosenfeld meriterebbe certamente questo premio Nobel”. Nelle pagine del libro ricorre spesso la figura di Anna Frank, la ragazzina di Amsterdam autrice del celebre “Diario” e assurta a simbolo della Shoah. Rosenfeld scrive che Anna Frank è stata oggetto di una “mistica della vittimizzazione”, ne è stata fatta una “santa laica” e un’icona della “bontà umana”. Secondo Rosenfeld, “la continua evocazione di Anne Frank come metafora di altri eventi ha trasfigurato la sua storia fino al punto che è stata privata di ogni base storica”. “Il termine ‘Olocausto’ è diventato plastico e senza significato”, è stato “americanizzato”, perfino “de-giudaizzato”, ovvero svuotato del suo carattere religioso specifico della distruzione del giudaismo europeo. Rosenfeld attacca il film “Schindler’s List” di Steven Spielberg, perché a suo dire descrive “gli ebrei come figure irreali, vittime passive o venali collaboratori”. Rosenfeld riprende qui la critica durissima che anche il più importante e controverso storico della Shoah, Raul Hilberg, rivolse al blockbuster hollywoodiano: “Non è un film sullo sterminio degli ebrei. E’ la storia di una persona, scandita da inesattezze. Ci vuole ben altro per raccontare l’annientamento di un popolo”.

Il libro decritta la martellante “retorica di pubblica e vuota pietà” che ha fatto sì che l’enormità della Shoah venisse alla fine “disumanizzata”. Una memoria vuota, “placida”, universale, facilmente politicizzabile a fini antiebraici. Un tema enucleato anche da “The Holocaust and Collective Memory”, il libro di Peter Novick in cui ha avvertito: “La memoria ha sensibilizzato e desensibilizzato”. Sempre più consistenti gruppi militanti di minoranza (gay, afroamericani, latinos, indiani, senza tetto, animalisti e malati di Aids) si sono appropriati facilmente dell’Olocausto. Secondo Rosenfeld si tratta di operazioni “revisioniste per esprimere il senso di ‘oppressione’ e ‘vittimizzazione’”. Un fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti: “Il linguaggio dell’‘Olocausto’ è usato da coloro che vogliono attirare l’attenzione sui crimini, gli abusi e le presunte sofferenze che costituirebbero i mali sociali dell’America. Qualunque male che si abbatte su altri esseri umani è diventato ‘un Olocausto’”.

“Più diventa mainstream, più l’Olocausto diventa banale”, afferma Rosenfeld. “Una versione della storia ancora ricolma di sofferenza, ma una sofferenza senza peso morale, più facile da sopportare”. Nel recensire il libro sul Tablet, Ron Rosenbaum, il celebre storico e giornalista americano autore del “Mistero Hitler”, ha scritto che lo scopo del saggio di Rosenfeld è salvare “l’ebraicità dello sterminio” contro un banale “universalismo” infarcito di frasi come “la barbarie dell’uomo sull’uomo”, che tanto ricorrono oggi nelle celebrazioni della giornata della memoria. “La libertà artistica porta alla corruzione della verità, alla ‘Vita è bella’”, scrive Rosenbaum riferendosi al film di Roberto Benigni.

Secondo Rosenfeld è stata anche compiuta una operazione culturale sui sopravvissuti tesa alla “trasformazione artificiale della vittima in prototipo culturale privilegiato”. Eccolo il paradosso: “Il successo stesso della disseminazione della conoscenza dell’Olocausto nella sfera pubblica può sminuirne la gravità e renderlo più familiare. La storia è stata normalizzata”. Nonostante tutti i musei, i curricula, i libri, i film, i documentari, gli articoli di giornale e le visite guidate ai campi, la memoria dell’Olocausto è diventata “pop”, una sorta di sacrario laico delle buone intenzioni per ipocrite promesse di “never again”. Mai più. “Così fra due generazioni la parola ‘Olocausto’ sarà ancora in circolazione, ma senza riferimenti storici. E’ la fine dell’Olocausto”. Secondo Rosenfeld, la vittima principale di questa operazione è stato proprio lo stato d’Israele. Mai quanto oggi la memoria è disseminata, eppure mai quanto oggi l’Olocausto viene usato contro l’eredità vivente dei sei milioni, il piccolo stato ebraico sotto assedio pre atomico. “La memoria dell’Olocausto, lungi dall’essere una profilassi, è stata capace di provocare nuove forme di ostilità antiebraica. In pochi presero Hitler sul serio. Il risultato fu Auschwitz, un avvertimento per il passato, il presente e il futuro”.Il titolo dell’ultimo capitolo del libro non poteva essere più chiaro: “Un nuovo Olocausto”.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

di Giulio Meotti

Fonte http://www.ilfoglio.it/soloqui/12074


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Author(s): Olodogma
Title: Post su libro-choc Il mio olocausto di Tova Reich
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Published: 2014-03-07
First posted on CODOH: March 28, 2018, 5:38 a.m.
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