Il pregiudizio/ossessione sul pregiudizio della «cospirazione giudaica mondiale» dei revisionisti!
Published: 2014-03-19

 

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Presentiamo un estratto di un ben più ampio testo di Carlo Mattogno, «L’irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty» (consultabile nella sua interezza QUI) . La pubblicazione ha lo scopo di fornire uno strumento selettivo e chiarificatore su una accusa rivolta alla ricerca storica revisionista, precisamente su...

 

 

La «cospirazione giudaica mondiale»

 

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(…) La Pisanty è letteralmente ossessionata dall’idea monomaniacale che i revisionisti non solo credano ad una «cospirazione giudaica mondiale», ma che questa teoria sia addirittura il fondamento stesso del revisionismo: «l’ipotesi negazionista non sta in piedi senza l’ausilio di una vaga teoria della cospirazione sociale»! (p. 209). Come vedremo nel paragrafo seguente, questa posizione costituisce solo in apparenza un capovolgimento della tesi della maestra Lipstadt, la quale sostiene che il revisionismo è il risultato di una cospirazione nazista. L’intero libro è costellato di allusioni a questa teoria, che nelle conclusioni, come vedremo, la Pisanty sviluppa fino al visionarismo. Eccone una bella crestomazia (corsivo mio):

«Viene qui riproposta l’antica idea della cospirazione giudaica mondiale, compiuta attraverso la falsificazione dei documenti (compreso tutto il materiale fotografico relativo al genocidio)» (p. 12).
«Ma in questo caso sarebbe necessario chiamare in causa una qualche variante della teoria sociale della cospirazione» (p. 31).
«... oppure una determinazione precisa (che assume la forma canonica del complotto)» (p. 32).
«Il sospetto fine a sé stesso [...] diventa un sintomo della sindrome del complotto ...» (p. 67).
«...entrambi i modelli risentono infatti di una sindrome del sospetto (a sua volta influenzata da una teoria della cospirazione)...» (p. 79).
«... ansia demistrificatrice ed ermetismo complottardo...» (p. 81).
«Autore apertamente antisemita, nonché convinto sostenitore della teoria della cospirazione giudaica...» (p. 152).
«... per questo motivo vanno alla ricerca della matrice comune di tutti gli errori che, nella loro ottica, non possono che ridurre a una qualche cospirazione» (p. 170).
«Dopodiché si potrà giudicare se tale ricostruzione risponda o meno ai criteri dell’economia e della coerenza interpretativa o se, piuttosto, essa non sia riconducibile a una teoria sociale della cospirazione» (p. 192).
«L’obiettivo è, evidentemente, di insinuare nel lettore il sospetto che sia in atto un complotto ordito da potenze occulte e inafferrabili (la lobby ebraica)...» (p. 234).
«... e cioè l’idea che il paradigma ufficiale sia il frutto di una cospirazione concertata dall’alto» (p. 235).

Come ho spiegato sopra, la teoria del «complotto giudaico mondiale» è la falsa conclusione di una falsa premessa: poichè infatti tutte le testimonianze sono autonome, poiché inoltre sono tutte concordanti sul «nucleo essenziale», allora se sono tutte false bisogna ammettere che esse siano il frutto di un complotto:

«Un qualche riferimento alla teoria del complotto è la condizione indispensabile per delegittimare o invalidare un corpus di testimonianze che, sebbene provengano da fonti diverse e fino a un certo punto autonome, concordino su una certa ricostruzione storica di eventi passati» (p. 32).

In conclusione, solo l’idea di un «complotto» come «progetto coerente e concertato di falsificazione storica» potrebbe rispondere alla legittima domanda del perché

«migliaia di testimoni, per giunta provenienti da sponde politiche contrapposte, abbiano accettato supinamente di mentire in favore della causa sionista ad essi estranea» (p. 209).

Dopo aver inventato questa teoria, la Pisanty si accinge a scalzare trionfalmente con essa il fondamento epistemologico stesso del revisionismo:
«Come abbiamo visto, le strategie interpretative impiegate dai negazionisti sono vistosamente carenti sul piano della costruzione coerente ed esaustiva di un paradigma alternativo a quello ufficiale: l’inesistenza della Shoah viene sempre presupposta dagli scritti in questione, ma non viene mai argomentata sulla base di documenti o testimonianze attendibili che attestino l’esistenza di un complotto di matrice sionista mirato a gabellare l’opinione pubblica circa il vero svolgimento della seconda guerra mondiale. La rivoluzione scientifica auspicata da questi autori è perciò incompleta» (p. 208).

«Malgrado le apparenze, dunque, quello proposto dai negazionisti non è un paradigma scientifico, ma è un aborto di paradigma, in cui il tentativo di realizzare una rivoluzione scientifica si limita all’individuazione delle presunte carenze della storiografia ufficiale. Dopo avere scompaginato le prove documentarie nel tentativo di insinuare dei dubbi nella mente del lettore sprovveduto, gli autori in questione sono incapaci di offrire alcun dato positivo sul quale il lettore stesso possa fondare la sua eventuale adesione alle tesi da essi proposte. Ne deriva che al destinatario degli scritti dei negazionisti è richiesto un atto di fede per essere ammesso nella cerchia eletta dei detentori della Verità storica» (p. 209, corsivo mio).

Tutta l’argomentazione si riduce a un volgare trucco: la creazione di un falso obiettivo da colpire poi trionfalmente al posto di quello vero.
Anzitutto la Pisanty mette insieme in un unico crogiuolo i testimoni (sedicenti) oculari e testimoni indiretti. Prendiamo il caso di Auschwitz. Delle centinaia e centinaia di testimonianze su questo campo soltanto una decina o meno sono assunte dalla storiografia ufficiale come “prova” del presunto sterminio in massa - quelle dei membri del Sonderkommando e quelle di Höss e di qualche altra SS del campo. Le centinaia e centinaia di testimonianze indirette parlano del presunto sterminio soltanto per “sentito dire”, come ben sa anche la Pisanty, che scrive:

«Spesso gli scrittori intrecciano le proprie osservazioni dirette con frammenti di “sentito dire” la cui diffusione nel lager era capillare. La maggior parte delle inesattezze riscontrabili in questi testi è attribuibile alla confusione che i testimoni fanno tra ciò che hanno visto con i propri occhi e ciò di cui hanno sentito parlare durante il periodo dell’internamento. Con il passare degli anni, poi, alla memoria degli eventi vissuti si aggiunge la lettura di altre opere sull’argomento, con il risultato che le autobiografie stese in tempi più recenti perdono l’immediatezza del ricordo in favore di una visione più coerente e completa del processo di sterminio» (p. 183, corsivo mio).

Con ciò la Pisanty risponde da sola già a metà alla falsa domanda del perché «migliaia di testimoni, per giunta provenienti da sponde politiche contrapposte, abbiano accettato supinamente di mentire in favore della causa sionista ad essi estranea».
Le «migliaia di testimoni» indiretti non hanno «accettato supinamente di mentire», ma, come ha spiegato bene la Pisanty, sono dei mentitori involontari: essi hanno visto qualcosa che hanno prima male intepretato sulla base del “sentito dire”, e che poi, dopo aver letto altre opere sull’argomento, perduta l’immediatezza del ricordo, hanno trasformato in una «visione più coerente e completa del processo di sterminio».

Ma che dire dei pochissimi testimoni oculari?

La Pisanty dà per scontato che le loro testimonianze siano «autonome» e, ovviamente, che rispecchino pienamente la realtà. Naturalmente sarebbe troppo attendersi da una dottoressa in semiotica un’analisi storica sulla genesi e sullo sviluppo letterario delle testimonianze relative allo sterminio ebraico, a partire da quando - per restare in tema di Auschwitz - il campo di sterminio veniva collocato dai testimoni a Rajsko anziché a Birkenau, e le uccisioni, venivano eseguite mediante «martello pneumatico» (Hammerluft), «bagno elettrico» dotato di «camere elettriche», nastro trasportatore elettricodocce a gas, bombole, o bombe o ampolle di acido cianidrico, fosse di gasazione, passando poi alla “Degasungskammer” (sic) omicida, deformazione delle “Begasungskammer”, le camere di disinfestazione ad acido cianidrico progettate nell’edificio di ricezione (Aufnahmegebäude), le quali, insieme agli impianti di doccia e disinfestazione dei Bauwerke 5a e 5b di Birkenau costituirono la base della storia dei Bunker di Birkenau; per finire con il rapporto Vrba-Wetzler, questa volgare impostura che fu redatta non già su informazioni del cosiddetto Sonderkommando dei crematori, bensì all’insaputa di esso da una cellula del movimento di resistenza clandestino del campo. Questo rapporto è servito poi da base per i lavori della Commissione di inchiesta sovietica che cominciò la sua attività nel febbraio 1945, le cui conclusioni, filtrate attraverso la Commissione di inchiesta polacca (il giudice Jahn Sehn) che subentrò ai sovietici qualche mese dopo, costituiscono l’ “essenziale” della storia delle camere a gas omicide di Auschwitz (408).
Successivamente il processo Belsen (17 settembre- 17 novembre 1945) e il processo Tesch (1° marzo-26 aprile 1946) confermarono e diffusero in Occidente il quadro propagandistico delineato dai Sovietici e perfezionato dai Polacchi, sicché già nell’immediato dopoguerra tutte le accuse sulle camere a gas erano già note a tutti.
Questo sintetico inquadramento storico è anche una risposta alla pretesa della Pisanty che le testimonianze fossero «autonome».

Ma di quale autonomia parla?

All’interno del campo, i detenuti conoscevano già per “sentito dire” la storia che Vrba e Wetzler portarono poi all’esterno. Dopo la liberazione del campo, i detenuti vissero promiscuamente per più di tre mesi sotto il bombardamento propagandistico di due inchieste sul presunto sterminio in camere a gas; i testimoni “oculari” (409), in particolare, poterono non solo consultarsi tra di loro, ma esaminare perfino piante e documenti tedeschi sequestrati dai Sovietici e dai Polacchi.
All’esterno del campo la storia si diffuse sia nelle forme abortive note per “sentito dire” dai detenuti trasferiti in altri campi, sia nella forma canonica pubblicata dai Sovietici sulla Pravda il 7 maggio 1945 e pubblicizzata immediatamente dappertutto. I testimoni dunque, dopo aver reinterpretato tutte le loro esperienze personali in funzione di queste conoscenze, crearono quella «visione più coerente e completa del processo di sterminio» che rappresenta il «nucleo essenziale» delle loro testimonianze, una sorta di trama vaga e generica nella quale le contraddizioni e le assurdità prendono forma e crescono man mano che il discorso scende dall’astrazione vaga e generica al fatto particolare e circostanziato.
Per quanto concerne le testimonianze oculari, abbiamo già visto quanto siano veri alcuni aspetti importanti del loro «nucleo essenziale», la storia della capacità infernale dei forni crematori e la storia del grasso umano usato come combustibile. Adduco qualche altro esempio tratto dai testimoni oculari invocati dalla Pisanty.

Le fosse di cremazione dietro al crematorio V nell’estate del 1944 (attenzione: stesso luogo e stesso tempo)
- erano 5 per Tauber (410) e Müller, che indica anche le misure: m. 40-50 x 8 (411);
- secondo Bendel, invece, erano 3, di m 12 x 6 (412);
- per Nyiszli queste fosse non sono mai esistite (413).
Il Bunker 2/V possedeva
- per Müller 4 camere a gas e 4 fosse di cremazione (414);
- secondo Nyiszli invece nessuna camera a gas e  fosse di cremazione (415).

Secondo i testimoni, queste enormi fosse di cremazione erano state scavate nel maggio 1944 perché i crematori non potevano assorbire l’enorme afflusso degli Ebrei ungheresi.
Che cosa c’è di vero in questa storia?
Due fotografie aeree americane di Birkenau del 31 maggio 1944 dimostrano senza ombra di dubbio che:
a) nell’aerea del Bunker 2/V non esisteva alcuna fossa, né ardente né non ardente,
b) nel cortile del crematorio V c’era una sola esile colonna di fumo riportabile ad una superficie ardente al suolo dicirca 50 m2, ossia, se era una fossa di cremazione, quanto bastava per bruciare una cinquantina di cadaveri al giorno (416).
Ecco dunque dei testimoni oculari - tra i più importanti! - colti in flagrante menzogna nel loro «nucleo essenziale»!

Un’ultima osservazione.

Fino al 1989 tutti gli Ebrei ungheresi deportati ad Auschwitz non immatricolati furono universalmente considerati come “gasati”. Ad esempio, Georges Wellers nel 1983, in un autorevole articolo sul numero delle vittime di questo campo, scrisse che dei 437.400 Ebrei ungheresi deportati ad Auschwitz 27.760 erano stati immatricolati e i restanti 409.640 erano stati gasati immediatamente all’arrivo (417). Nel 1989 (sotto le pressioni revisionistiche) il Museo di Auschwitz rivelò che parecchie migliaia di presunti gasati erano stati inviati senza immatricolazione nel cosiddetto Durchgangslager (campo di transito) di Birkenau, da dove poi furono trasferiti in altri campi. Tuttavia esso minimizzò il loro numero, parlando di 25.000. Dai documenti risulta infatti una cifra di almeno 98.600 persone, di cui almeno 79.200 Ebrei ungheresi (418) e circa 19.400 Ebrei di Lodz (419).
A questo punto appare chiaro che la teoria della «cospirazione giudaica mondiale» è soltanto un misero espediente per eludere questi problemi fondamentali.

4. Dall’antinegazionismo al visionarismo

 

Le conclusioni generali della Pisanty sull’essenza del revisionismo sono il degno coronamento del suo libro. L’Autrice vi si abbandona ad una sorta di visionarismo apocalittico che chiama in causa - tanto per essere originale - i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, altro tema che ossessiona la povera dottoressa. Finalmente la Pisanty mostra il vero significato delle sue elucubrazioni sul «complotto giudaico mondiale» e rientra nell’ortodossia della maestra solo apparentemente sovvertita: il revisionismo non è solo il risultato di una cospirazione nazista; peggio, molto peggio: è l’epigono di quell’«antisemitismo storico» che trova il suo culmine, appunto, nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion!

«A ben vedere, il negazionismo non è che il capitolo più aggiornato della storia della teoria della cospirazione ebraica. Secondo questo mito, esiste un governo ebraico segreto che, avvalendosi di una rete mondiale di organizzazioni, nonché del supporto di vari esponenti del potere politico, controlla i governi, la stampa (dunque l’opinione pubblica) e l’economia mondiale allo scopo di ottenere la dominazione universale. Il mito ha origini remote, ma si cristallizza nella sua forma “matura” (la cui espressione più completa è costituita dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion) verso la fine dell’Ottocento» (pp. 247-248).

Dopo aver ripercorso le «tappe principali» del mito, dall’antico Egitto (!) fino alla pubblicazione dei Protocolli, la Pisanty sentenzia:

«I discorsi dei negazionisti possono essere agevolmente collocati in questo filone dell’antisemitismo storico. Lo scheletro delle loro argomentazioni rimane la logora trama della cospirazione ebraica, a dispetto delle cautele adottate dai più scaltri negatori della Shoah per rinnegare le proprie ascendenze ideologiche. Come ho ripetutamente osservato, infatti, l’idea che gli ebrei si siano inventati il genocidio nazista per promuovere la causa sionista non regge senza l’appoggio di una teoria del complotto» (p. 250).

Infine ella proclama solennemente:

«Dunque, i negazionisti raccolgono il testimone dell’ antisemitismo storico» (p. 251).

Alla luce di questo visionarismo si comprende anche la vera ragione delle analisi così tediosamente minuziose dei presunti metodi truffaldini che apparirebbero in tutti i testi revionionistici (il paratesto, i titoli, le epigrafi, le prefazioni, le fotografie, le citazioni, la rappresentazione dell’avversario, la punteggiatura, le presupposizioni: pp. 214-239): questi dèmoni di negazionisti, nella loro cospirazione mondiale antiebraica (420), hanno elaborato un sistema scientifico di falsificazione che i neofiti apprendono evidentemente nella loro iniziazione segreta operata sicuramente dal tenebroso Institute for Historical Review! Così la Pisanty si ricollega anche alla «sensazione» di Vidal-Naquet, «di un’unica e vasta iniziativa internazionale» revisionistica (421).

Da parte mia, ringrazio sentitamente la dottoressa Pisanty per avermi messo al corrente di questi risvolti segreti del “negazionismo”. Non essendo stato iniziato, non conoscevo ancora i trucchi svelati sagacemente dalla nostra solerte dottoressa. Sarà per le prossime pubblicazioni. Intanto chiedo venia agli altri «congiurati» e faccio pubblica ammenda per non aver mai scritto, né pensato, che l’Olocausto sia una invenzione ebraica con finalità sionistiche e, soprattutto (colmo del disonore), per aver redatto quattro articoli nei quali (da buon “negazionista”) ho negato l’autenticità e la veridicità dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion (422). (...)

Fonte:  http://olodogma.com/wordpress/2014/03/05/0608-lirritante-questione-delle-camere-a-gas-ovvero-da-cappuccetto-rosso-ad-auschwitz-risposta-a-velentina-pisanty/

 


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Title: Il pregiudizio/ossessione sul pregiudizio della «cospirazione giudaica mondiale» dei revisionisti!
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Published: 2014-03-19
First posted on CODOH: April 3, 2018, 5:07 p.m.
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