Estratto dall'introduzione degli scritti revisionisti...di Robert Faurisson
Published: 2014-06-24

542- Estratto da “Introduzione agli Écrits révisionnistes” del Professor Robert Faurisson

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Pubblichiamo un testo che è un estratto da un lavoro del Prof. Faurisson,molto più vasto: lo isoliamo in quanto tratta esclusivamente del “coinvolgimento” degli “ebrei”, detti o sedicenti tali, nell’invenzione e sfruttamento industriale del preteso olocau$to ebraico. Posizione e pensiero fermi nonostante la repressione poliziesca e le infinite aggressioni fisiche subite, i processi subiti, le condanne, le multe, la discriminazione personale del “sistema” sterminazionista nei suoi confronti. Senza ombra di dubbio un Eroe della libertà di espressione,  paragonabile,sicuramente, a Galileo Galilei, moralmente superiore, infatti il Prof. NON HA MAI espresso abiure del proprio lavoro di ricerca. Ci inchiniamo.

 

(…)

LE ORGANIZZAZIONI EBRAICHE IMPONGONO IL CREDO DELL”’OLOCAUSTO”

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Nella foto il Prof. Faurisson in ospedale in conseguenza di una delle tante aggressioni, foto del 16 Settembre 1989.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia opera, come si vedrà, tocca poco la “questione ebraica”.
Se, per tanti lustri, ho perseguito con accanimento l’indagine storica
senza preoccuparmi troppo della “questione ebraica” in quanto tale,  è
che, nella mia mente, quest’ultima non aveva che un’importanza secondaria.
Essa rischiava di distogliermi dall’essenziale: io cercavo, in primo luogo e
prima di tutto, di determinare le rispettive parti della verità e del mito nella storia detta dell”‘Olocausto” o della Shoah; m’importava dunque molto di più di stabilire la materialità dei fatti che di ricercare le responsabilità.
Pertanto, mio malgrado, due fatti mi costringevano ad uscire dalla mia
riserva: l’atteggiamento di numerosi ebrei nei confronti dei miei lavori e la loro ingiunzione lancinante di dovermi pronunciare su ciò che appassiona tanti di loro: la “questione ebraica“.
Quando, all’inizio degli anni ’60, abbordai ciò che Olga Wormser-Migot
chiamava, nella sua tesi del 1968, «il problema delle camere a gas», io seppi di primo acchito quali conseguenze avrebbe potuto comportare una simile impresa. L’esempio di P. Rassinier mi avvertiva che potevo temere gravi ripercussioniDecisi nondimeno di andare avantidi attenermi ad una ricerca di carattere puramente storico e di pubblicarne il risultato. Sceglievo anche di lasciare all’eventuale avversario la responsabilità di uscire dal campo della controversia universitaria per impiegare i mezzi della coercizione e forse persino della violenza fisica.

 

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E precisamente ciò che avvenne. Valendomi di un paragone, potrei dire che in qualche modo la fragile porta d’ufficio dietro alla quale redigevo i miei scritti revisionisti cedette, un giorno, sotto la spinta di una turba vociante di protestatari. Mi fu allora giocoforza constatarlo, la totalità o la quasi totalità degli agitatori erano figli e figlie d’Israele.

“Gli ebrei” avevano appena fatto irruzione nella mia vita.

lo li scoprivo all’improvviso non più quali li avevo conosciuti fino a quel momento, cioè come individui da distinguere gli uni dagli altri, ma come gli elementi, impossibili da staccare gli uni dagli altri,

di un gruppo particolarmente saldato nell’odio e, per usare la loro parola, nella “collera”.

Frenetici, con la bava alla bocca, con tono di gemito e al tempo stesso di minaccia, essi venivano a strombazzarmi all’orecchio che i miei lavori li irritavano, che le mie conclusioni erano false e che dovevo tassativamente fare atto di vassallaggio alla loro interpretazione della storia della seconda guerra mondiale.

Quest’interpretazione kasher pone “gli ebrei” al centro di questa guerra come vittime, non somiglianti a nessun’altra, di un conflitto che ha però causato probabilmente quasi quaranta milioni di morti.

Per loro, il loro massacro era unico nella storia del mondo.

Mi si avvertiva che, a meno di sottomettermi, avrei visto la mia carriera rovinata.

Sarei stato trascinato dinanzi ai tribunali.

Poi, per via mediatica, il Gran Sinedrio, formato dai sacerdoti, dai notabili e dai dottori della legge ebraica, lanciò contro la mia persona una virulenta campagna di richiami all’odio e alla violenza.

 

 

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Non mi dilungherò sul susseguirsi, interminabile,  degli oltraggi,  delle aggressioni fisiche e dei processi.
I responsabili di queste organizzazioni mi trattano volentieri da «nazista»,
che io non sono. Paragone per paragone, io sarei piuttosto, rispetto a loro, un “Palestinese”, trattato come tale e portato a credere che nei riguardi di coloro che essi non gradiscono gli ebrei si comportano nella Diaspora come li si vede comportarsi in Palestina. I miei scritti sono, se si vuole, le pietre della mia Intifada. Parlando francamente, io non scopro nessuna differenza essenziale tra il comportamento dei responsabili sionisti di Tel-Aviv o di Gerusalemme e quello dei responsabili ebrei di Parigi o di New York:

stessa durezza, stesso spirito di conquista e di dominio, stessi privilegi, su un fondo incessante di ricatto, di pressioni accompagnate da lagnanze e gemiti.

Questo nello spazio. È forse altrimenti nel tempo? Il popolo ebraico è stato forse così sventurato nei secoli passati da essere pronto a dirlo? Ha forse sofferto di guerre e guerre civili tanto quanto le altre comunità umane? Ha forse conosciuto altrettante ristrettezze e miseria?

Non ha davvero nessuna responsabilità nelle reazioni d’ostilità di cui si lamenta spesso e volentieri?

Su questo punto, Bernard Lazare (ebreo,ndr) scrive:

Se quest’ostilità, addirittura questa ripugnanza, si fossero esercitate
nei riguardi degli Ebrei solo in un periodo e solo in un paese, sarebbe
facile individuare le cause ristrette di queste collere; ma questa razza
è stata, al contrario, fatta segno all’odio da parte di tutti i popoli in 
mezzo ai quali si è stabilita. Bisogna dunque, poiché i nemici degli Ebrei appartenevano alle razze più diverse, vivevano in contrade molto lontane le une dalle altre, erano retti da leggi diverse,governati da principi opposti, non avevano né gli stessi usi, né gli stessi costumi, erano animati da spiriti dissimili che non permettevano loro di giudicare ugualmente tutte le cose, bisogna dunque che le cause generali dell’antisemitismo siano sempre risiedute in Israele stesso e non presso coloro che le combatterono.
Questo non per affermare che i persecutori degli Israeliti ebbero sempre il diritto dalla loro parte, né che essi non si lasciarono andare a tutti gli eccessi che comportano gli odi vivi, ma per porre come postulato che gli Ebrei furono causa – in parte almeno dei propri mali 53.

Lazare, che non è per niente ostile ai suoi correligionari – ben al contrario -ha la schiettezza di ricordare a più riprese quanto gli ebrei abbiano saputo, in tutto il corso della loro storia, sin dall’Antichità, guadagnarsi dei privilegi:
«{Molti} tra la povera gente erano attirati dai privilegi concessi agli Ebrei» 54.

Mi si permetterà qui una confidenza.
Da vecchio latinista e al tempo stesso

da imputato perseguito dinanzi ai tribunali da parte di organizzazioni ebraiche,

da professore universitario cui si è impedito di tenere le proprie lezioni a causa di manifestazioni ebraiche, e,infine,

da autore cui è stato vietato di pubblicare a causa di decisioni del rabbinato maggiore ratificate dalla repubblica francese,

mi capita di confrontare le mie esperienze con quelle d’illustri predecessori. È così che penso all’aristocratico romano Lucio FIacco. Nel 59 prima della nostra era,Cicerone ebbe a difenderlo in particolare contro i suoi accusatori ebrei; la descrizione che fa l’illustre oratore dell’influenza, della potenza e dei procedimenti degli ebrei di Roma nel pretorio mi fa pensare che, se egli ritornasse sulla terra, nel XX secolo, per difendervi un revisionista, non avrebbe per così dire bisogno di cambiare neanche una parola su questo punto nella sua arringa del Pro Flacco.
Avendo dovuto insegnare alla Sorbona, penso anche al mio predecessore
Henri Labroue, autore di un’opera su Voltaire antijuif. Alla fine del 1942, in piena occupazione tedesca, in un periodo in cui ci vogliono far credere che gli ebrei e i loro difensori si dimostrassero quanto più possibile discreti, egli dovette rinunciare a tenere le sue lezioni sulla storia del giudaismo. Citiamo Andre Kaspi:

53 B. Lazare, L’Antisémitisme…, prima pagina del primo capitolo.
54 Ivi, p. 27.

È stata creata alla Sorbona una cattedra di storia del giudaismo per
la ripresa delle lezioni dell’anno accademico 1942 e affidata a Henri Labroue. Le prime lezioni hanno dato luogo a manifestazioni d’ostilità
e a incidenti che hanno comportato la soppressione dei corsi 55.

Ma, oggi, immancabilmente si ritroverebbero dinanzi ai tribunali, su
querela di associazioni ebraiche, decine di grandi nomi della letteratura
mondiale, tra cui Shakespeare, Voltaire, Hugo nonché Zola (il difensore di
Dreyfus ha scritto anche L’Argent). Tra i grandi nomi della politica, persino un Jaurès siederebbe sul banco dell’infamia.
Tali considerazioni potrebbero valermi l’epiteto d’antisemita o d’antiebreo. lo respingo queste qualifiche che considero facili insulti. lo non voglio nessun male a nessun ebreo.

Trovo, invece, detestabile il comportamento della maggior parte delle associazioni, organizzazioni e gruppi di pressione che pretendono di rappresentare gli interessi ebraici o la «memoria ebraica».
I responsabili di queste associazioni, organizzazioni o gruppi fanno
manifestamente molta fatica a capire che si possa agire per semplice onestà intellettuale.

Se, dal canto mio, ho dedicato buona parte della mia vita al revisionismo, prima nel campo degli studi letterari, poi in quello della ricerca storica, non è affatto in seguito ad odiosi calcoli o per servire un complotto antiebraico, ma per un moto così naturale come quello che fa sì che l’uccello canti, che spunti la foglia e che, nelle tenebre, l’uomo aspiri alla luce.

55 Kaspi, Les Juifs pendant l’Occupation, ed. riveduta ed aggiornata, Le Seuil, Parigi 1997 [l991}, p. 109, n.27./

RESISTENZA NATURALE DELLA SCIENZA STORICA A QUESTO CREDO

Come certi altri revisionisti, avrei potuto operare la mia sottomissione,
fare atto di pentimentoritrattare; altra scappatoia: mi sarei potuto
accontentare di ordire dei sapienti ed arzigogolati stratagemmi. Non soltanto io decisi, a cominciare dagli anni ’70, di resistere a viso aperto e alla luce del sole, ma mi ripromisi di non prendere parte al gioco dell’avversario.

lo presi la risoluzione di non cambiare niente nel mio comportamento e di lasciare che gli eccitati si eccitassero ogni giorno di più.

Tra gli ebrei, non avrei ascoltato che quelli, particolarmente coraggiosiche osavano prendere le mie difese almeno nello spazio di una stagione 56.

Le organizzazioni ebraiche nell’insieme trattano come antisemiti coloroche non adottano la loro concezione della storia della seconda guerra mondiale.

Le si può capire, poi che arrivare a dire, come faccio io qui ora, che esse rientrano, per me, nel novero dei principali responsabili della propagazione di un mito gigantesco ha le apparenze di un’opinione ispirata dall’antisemitismo.

Ma, in realtà, io non faccio che trarre le conclusioni ovvie di un’indagine storica che, con ogni probabilità, deve essere tra le più serie,poiché nessun tribunale, nonostante le febbrili ricerche dell’accusa, ha potuto individuarvi tracce di leggerezza, di negligenza, di deliberata ignoranza o di menzogna.
Peraltro, a dei gruppi di persone che non hanno manifestato il minimo
rispetto per le mie ricerchele mie pubblicazioni, la mia vita personale,familiare o professionale, non vedo perché, dal canto mio, dovrei dimostrare rispetto.

lo non attacco né critico questi gruppi per le loro convinzioni religiose o il loro attaccamento allo Stato d’Israele. Tutti i gruppi umani si beano di fantasmagorie. Di conseguenza, ciascuno di loro è libero di offrirsi della sua storia una rappresentazione più o meno reale, più o meno immaginaria.

Ma questa rappresentazione, non bisogna imporla agli altri.

Ora,le organizzazioni ebraiche c’impongono la loro, cosa che, in se, è inaccettabile e lo è ancora di più quando questa rappresentazione è manifestamente erronea.

Ed io non conosco in Francia nessun gruppo che, di un articolo di fede della sua religione (quella della Shoah) sia arrivato a fare un articolo della legge repubblicana; che benefici del privilegio esorbitante di possedere delle milizie armate con l’assenso del ministero dell’Interno; e che, infine, possa decretare che gli universitari che non gli sono graditi non avranno più diritto d’insegnare né in Francia, né all’estero (vedi, in particolare, il caso Bernard Notin).

56 lo sento a volte dire che rischia di costare più caro ad un ebreo che ad un non ebreo fare professione di revisionismo. I fatti smentiscono quest’asserzione. Non un ebreo è stato condannato in tribunale per revisionismo, nemmeno Roger Guy Dommergue (Polacco de Menasce) che, da anni, moltiplica i più veementi scritti contro ciò che egli chiama le menzogne dei suoi «congeneri». Finora non si è osato applicargli né la legge PIeven (1972) né la legge Fabius-Gayssot (1990). È opportuno tuttavia ricordare il caso del giovane revisionista americano David Cole che mostra a quale violenza possono ricorrere certe organizzazioni ebraiche per far tacere degli ebrei che hanno preso partito per la causa revisionista. (…)

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Author(s): Olodogma
Title: Estratto dall'introduzione degli scritti revisionisti...di Robert Faurisson
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First posted on CODOH: June 8, 2018, 4:03 p.m.
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