Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell' "olocausto"
Published: 2014-07-11

Impostura s. f. [dal lat. tardo impostura; v. impostore]. – L’abitudine della menzogna, dell’inganno per trarne vantaggio; in senso più concr., inganno o serie d’inganni, raggiro (http://www.treccani.it/vocabolario/impostura/)

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Premessa a Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell'<olocausto> di Arthur R. Butz
Cesare Saletta

Non è da un giorno, è da vent'anni che l'antirevisionismo professional-professorale cera di parlar d'altro. Lo si può capire: ogni volta che è stato tanto malaccorto da pretendere di entrare nel merito dei temi che i revisionisti hanno posto al centro della loro attenziore, le cose lo hanno smentito; e non di rado, e su aspetti di grande rilievo, la smentita è risultata così inoppugnabile -- si pensi, ad es., alla vicenda del numero dei morti di Auschwjtz -- da obbligare le vestali dell'olocausto a rimettere le mani nella pia leggenda potandola di ciò che più gravemente correva il rischio di apparire insostenibile ai destinatari della medesima una volta che il revisionismo fosse stato più largamente conosciuto. Questo rimettermano nella leggenda fa correre il pensiero a certi antecedenti. Qualcosa del genere, così ci viene detto, era in uso nell'antica Cina: quando un imperatore succedeva ad un altro, non solo si riscriveva la storia dei suoi predecessori, ma ci si preoccupava anche di andare negli archivi a modificare o a sopprimere i documenti che non quadravano con la nuova versione ufficiale.

Già, gli archivi: adesso li si rende inaccessibili (il che, poi, non esclude la possibilità di modifiche e soppressioni). Si veda il caso dell'archivio del Servizio internazionale di ricerche dipendente dalla Croce Rossa Internazionale, ad Arolsen (Germania). La Croce Rossa ha un grave torto: quello di aver visitato Auschwitz, di non avervi veduto certe cose e di averne veduto altre. E poi, quali nomi, e quanti, salterebbe-

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ro fuori dalle sue carte... Perché complicarsi la vita? Meglio, molto meglio, sbarrare a tutti le porte dell'archivio e affidare le chiavi ad un certo numero di Stati: nessuno si stupirà che tra questi ci sia "l'unica democrazia del Medio Oriente". E, dei resto, come fare altrimenti? Ad uno dei processi contro Emst Zündel c'era stato chi -- un teste a carico! -- aveva fatto precisa e circostanziata menzione di certi documenti colà conservati, e la cosa non era piaciuta alla pubblica accusa e alle parti lese, mentre era piaciuta ai revisionisti: "Io dico -- scrive Faurisson -- che è ad Arolsen che si potrebbe, volendo, stabilire il vero numero di ebrei durante la guerra" ("Ann. d'Hist. rév.", n. 5, est.-aut. 1988). Chiusura obbligata, e chiavi in mani sicure. -- Tutto questo è molto bello: specie, poi, quando, nello stesso tempo, i vari centri Wiesenthal e altre agenzie del genere ingiungono al Vaticane di aprire i suoi, di archivi, con l'arrière-pensée che, ron trovandovisi certi documenti -- quelli attestanti lo sterminio perpetrato secondo un piano, ecc. -- che non possono esserci -- e dalla cui assenza, prevista, si prenderebbe, in ipotesi, pretesto (così come lo si prenderebbe dalla loro presenza) per una rinnovata edizione del solito romanzo storiografico --, si potrebbe rilanciare il processo alle altissime gerarchie cattoliche di 50-60 anni or sono, processo che l'esserci Wojtyla sul trono papale renderebbe, almeno per certi aspetti, paradossale: processo extragiudiziale, s'intende, ma non perciò meno ternibile, considerati i personaggi che, una volta di più, sarebbero giudici e, insieme, parte in causa.

Quella di parlar d'altro non è semplicemente una tentazione, è una necessità. Ed ecco che al libro del Brayard tiene dietro quello di Nadine Fresco. Argomento di entrambi: la persona diRassinier. Pur di demolirla, la Fresco -- come Brayard prima di lei, e lei con accanimento perfino maggiore -- non sembra essersi fatta prendere da troppi scrupoli: è quello che va emergendo da qualche primo esame delle sue quasi ottocento pagine (*). Ma facciamo conto per un momento che le quasi ottocento pagine squademino solo la

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verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, facciamo conto che la persona di Rassinier fosse effettivamente tale da poter soltanto uscire malconcia da un esame rigoroso: che cosa mai, a fil di logica, ciò significherebbe in ordine alla fondatezza e attendibili tà scientifica del revisionismo olocaustico? Rassinier potrebbe pure essere stato quale lo dipinge la Fresco: vanitoso, ambizioso, bilioso, borioso, fanfarone, irresponsabile, egocentrico, megalomane; e cionondimeno l'indirizzo di ricerca che lo ha come capostipite (indirizzo il cui sviluppo si è orinai da un pezzo lasciato alle spalle quel pioniere che egli meritoriamente fu) potrebbe benissimo aver dato e continuare a dare la prova provata della propria validità.

Ed è precisamente ciò che è accaduto e accade. Sul valore delle loro sedicenti confutazioni sono gli antirevisionisti stessi a pronunciarsi nei tertnini più severi: è quello che fanno da quando hanno accettato (con plauso questo o quello della congrega, dissociandosi, ma solo per la forma e con molta ipocrisia, qualche altro) che l'Inquisizione e l'Index Librorum prohibitorum venissero ripristinati e che l'espressione pubblica dei risultati scaturienti dalle ricerche revisionistiche sull'olocausto venisse trasformata in reato penale in Francia, Germania, Austria, Belgio, Svizzera, Spagna. Ecco -- in regime di democrazia formale -- una violazione dei diritti umani della quale non si darà pensiero nessuna Amnesty Intemational!

Ma, se qualcuno è nella necessità di parlar d'altro, i revisionisti non hanno la più lontana intenzione di facilitargli il giochetto. Quella necessità non è la loro: non sono loro, infatti, ad avere un mito da tenere in piedi: non, in particolare, un mito di Rassinier. Hanno, invece, solide ragioni di pensare che sul piano dellaconoscenza storica la leggenda si manifesti ogni giorno che passa per quello che è. Questa conferenza di Arthur R. Butz (l'autore di The Hoax of the Twentieth Century) faceva benissimo il punto sulla questione già poco meno di vent'anni or sono. Quanto alla

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persistenza della leggenda sul piano che è proprio della leggenda -- ossia presso milioni e milioni di uomini ingannati da mezzo secolo e agli occhi dei quali una coglioneria come La vita è bella ha buone probabilità di passare non proprio come un documento storico, ma quasi --, questo, evidentemente, è un altro discorso.

*) Si vedano nel sito Internet dell'AAARGH (acronimo dell'Association desAnciens Amateurs de Récits deGuerre et d'Holocauste) questi primi testi -- altri ne appariranno -- dedicati al libro della Fresco, Fabrication d'un antisémite (Ed. du Seuil, 1999), libro il cui contenuto corrisponde al titolo in una maniera molto speciale: l'antisemita, fin che le parole hanno un senso, non saltande fuori da nessuna parte, siamo, sì, in presenza di una fabbricazione, che però non è quella che l'autrice si dà l'aria di ricostruxe storicamente passo dopo passo. La fabbricazione c'è, ma è opera del l'autrice stessa. Diciamo "fin che le parole hanno un senso" perché è chiaro che, so ad una parola avente un senso riconosciuto se ne conferisce uno diverso, non c'è cosa a questo mondo che non possa venir "dimostrata". Ora, il senso diverso conferito alla parola antisemita è esplicitato dalla Fresco nell'affermazione, sfacciata quanto categorica, secondo cui un revisionista (un "negazionista", dice lei) sarebbe co i . pso un antiszmita (p. 69). Quanto alla forma più generale del criterio che presiede a questo mutamento- stravolgimento del senso di antisemita, essa non è per niente difficile da individuare anche solo procedendo a fil di logica; e, d'altronde, è l'autrice stessa a mettercene sotto gli occhi l'enunciato citando un passo di Rassinier, il quale quella forma più generale l'aveva a suo tempo individuata per conto propria. Si vedrà, infatti, che, in questo passo del '46, Rassinier delineava anticipatamente il metodo impiegato, mutatis mutandis, contro di lui dalla sua biografa: "Le citoyen Dreyfus[-Schmidt] est israélite, et il crie à l'antisémitisme, au racisme, à l'hitlérisme, etc. Comme s'il suffisait d'être israélite pour avoir le droit de faire une politique contre laquelle personne n'aurait le droit de protester" (p. 487; cfr. p. 476 s.). Antefatto di

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questa caratterizzazione: il candidato socialista Rassinier si contrapponeva, nella persona del candidato radicale, a colui che -- cosa che in questa contrapposizione non aveva parte alcuna, altrimenti la Fresco non domanderebbe di meglio che di dircelo -- era il terzo israelita tra i sindaci che si erano succeduti a Belfort nel ventennio 1919-1939, e che sindaco sarebbe stato di nuovo, nel dopoguerra, a tre riprese, per sedici anni (p. 730, nota 18), oltre che, sempre nel dopoguerra, deputato della città: carriera politica dietro la quale non sembra arbitrario intravedere un'influenza locale particolarmente forte (cfr. p. 359), la quale, per es sere stato, come si è detto, il Dreyfus-Schmidt preceduto nella carica da due correligionari in breve giro di anni, non poteva essere solo sua personale. Appare poco probabile, infatti, che un piccolo gruppo sociale esprima in pochi anni tre sindaci senza avere un ruolo cospicuo nella vita cittadina.

Ora, nel 1940 Belfort contava 30.000 cattolici, 7.900 protestanti e 1.200 ebrei (p. 361), e quest'ultima cifra è, nella sua relativa esiguità, tanto più significativa in quanto pare includere anche un numero imprecisate di poveri diavoli non naturalizzati, ebrei provenienti dall'Europa orientale, soprattutto dalla Polonia (p. 360 s.), gente che di influenza non ne aveva di certo e che nell'anteguerra, se avesse goduto del diritto di voto, verosimilmente si sarebbe ben guardata dall'esercitarlo a vantaggio del borghesissimo avvocato radicale. C'è da augurarsi di poter ricordare questo non inedito abbinamento di esiguità e influenza senza che nel richiamo ai numeri che lo attestano si pretenda di leggere anostro carico una qualunque propensione verso l'idea che ad essere infranta a Belfort fosse un'intuitiva e sottintesa norma di proporzionalità (a essere infranta era, semmai, una norma di discrezione; ma forse è arbitrario parlare, in questo caso, di norma, giacché può mai darsi una norma senza che sia accettabilmente individuabile il soggetto per il quale essa dovrebbe essere tale?). Vi si legga, invece, il motivo per il quale -- in ciò convergendo noi in una certa misura con la Fresco riguardo ad una sorta di territorialità (che peraltro non va enfatizzata, come invece fa costei) nella formazione di Rassinier -- ci pare tutt'altro che da escludere l'ipotesi che la constatazione di una così evidente influenza la sua parte l'abbia avuta nel sensibilizzare colui che scriverà Le Drame des juifs européens Les Responsables de la Seconde Guerre mondiale ad un problema che travalicava e travalica ogni particolare territorialità, ogni localismo. Ma le conclusioni cui egli giunse in ordine a questo problema, ivi comprese quelle revisionistiche, possono essere tacciate di antisemite solo attenendosi, come fa, appunto, la Fresco e come fanno tanti altri, al criterio che Rassinier aveva messo a

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fuoco cos incisivamente quando ad attenervisi era il suo antagonista locale.

Nell'affermazione che l'antirassinierismo della Fresco sia anche più sistematico di quello di Florent Brayard, non v'è nulla che sia meno che esatto. Costei si industria di gettare la luce più sfavorevole perfino là dove Brayard (che, pure, non scherzava) ha ritenuto di non poterlo fare, per d-r così, giustificabilmente. Si veda a proposito di Jircszah, figura che ogni lettore della Menzogna di Ulisse ricorderà. Nelle ventitrè righe che gli riserva, la Fresco, senza mai dire che si tratta di un prodotto della fantasia di Rassinier, di una sua creazione, conduce per mano il lettore a concludere in tal senso. In quelle ventitrè righe il nome del personaggio ricorre tre volte; la terza volta, quando ormai la conclusione è maturata "autonomamente" nella testa del lettore, eccolo arricchirsi delle virgolette (p. 515), strizzatina d'occhio il cui significato è del tutto trasparente: "Macché Jircszah e Jircszah, qui è Rassinier che parla per bocca di una figura di comodo inventata di sana pianta per l'occorrenza". A tutto questo esercizio di ciò che si sarebbe inclini a definire adescamento la Fresco è costretta dal fatto che, se anche lace circa una molesta testimonianza raccolta da Brayard, non può nemmeno fare, però, come se quella testimonianza non esistesse. Qualcuno, purtroppo, tra i compagni di deportazione di Rassinier ha conservalo il ricordo del singolare personaggio rispondente a quel nome, e di ciò disgraziatamente Brayard ha fatto parola nel suo libro (cfr., di lui, Comment l'idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme, Fayard, 1996, p. 34 e nota 6: l'autore tenta pure lui di presentare Jircszah come "un double à moitié fictif -- solo "à moitié" -- di Rassinier, ma il tentativo è vanificato dal fatto che i tratti culturali e umani del personaggio quali li si desume dalla testimonianza danno la consistenza del leale all'immagine fornitaci dalla Menzogna di Ulisse).

E' stata, à n'en pas douter, questa circostanza del ricordo rimasto vivo nel vecchio deportato e reso noto da Brayard ad impedire alla Fresco di proclamare apertamente che sulla realtà di Jircszah Rassinier mentiva. Ma la buona donna, cui non fanno difetto le risorse del mestiere, le ha messe a frutto perché il lettore non illuminato arrivasse "per conto proprio" a esserne convinto.(Estratto da Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell'<olocausto> di Arthur R. Butz, Graphos, 1999.pp. 7-12.)

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Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell' "olocausto"

Arthur R. Butz

 

Introduzione


Quando, nel corso di una discussione su un qualunque argomento, critichiamo una persona e diciamo che "gli alberi nascondono la foresta", abbiamo presente un tipo di difetto intellettuale molto particolare. A questa persona non rimproveriamo di essere incompetente di avere sull'argomento delle vedute erronee o poco congrue. Al contrario, può darsi che le sue vedute poggino su ricerche la cui profondità e forza siano tali da far onore ad ogni bella intelligenza. Quel che vogliamo dire è che questa persona si concentra su dettagli fino al punto di non vedere l'insieme, più largo, del contesto; in particolare, se questa persona adottasse e mantenesse una prospettiva più elevata, risolverebbe molti dei problen-ti che, da principio, avevano destato in lei una curiosità di ordine generale per l'argomento.

Tre anni fa, nella mia prima conferenza all'Institute for Historical Review, avevo evocato esplicitamente questo problema. A pag. 10 del mio libro The Hoax of the Twentieth Century avevo formulato un'osservazione che, se misurata in tutto il suo significato, renderebbe superflua buona parte del mio studio:

La più semplice delle buone ragioni di essere scettici riguardo all'accusa di uno sterminio è anche la ragione più semplice da concepire: alla fine della guerra erano sempre là.

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Durante tutta la controversia sull'"olocausto" il mio pensiero è tornato di continuo su questo punto. Il fatto che una tale controversia abbia potuto scatenarsi, ma che solo di rado vi sia affiorata questa osservazione, suscita alcuni interrogativi che è interessante esaminare.

Da un lato, se, nel mio libro, faccio questa osservazione, così come faccio altre osservazioni storiche generali dello stesso genere, questo prova che non ho avuto lo sguardo del miope che non vede altro che gli alberi, e non la foresta. D'altro lato, però, posso dare l'impressione di essere affetto da miopia quando, in certi passi del mio libro, mi concentro su oscuri dettagli. E' questa visione a doppio fuoco che formerà l'oggetto della mia esposizione. Vorrei, prima, sviluppare di più, dell'argomento, l'aspetto "foresta", cioè ricollocare più fermamente e più nettamente l'argomento dell'"olocausto" nel più generale contesto della storia del secolo XX; poi, vorrei mostrare come gran parte delle ricerche che sono state condotte in questi ultimi anni, comprese, naturalmente, le mie, presupponessero e cercassero di soddisfare le esigenze di interlocutori affetti da miopia. Grazie, in palle, ad un'analogia attinta alla storia, mi sforzerò di mostrare che, nella pratica, questa pesante insistenza sul dettaglio appare, oggi, giustificata e anche necessaria, ma che è importante, non fosse altro che per evitare di inciampare su punti di dettaglio, tenere ben presente il contesto storico più largo.

Gitta Sereny

L'articolo apparso nel "New Statesman" del 2 novembre 1979 con la firma di Gitta Sereny ci fornisce un buon esempio. La Sereny ha cercato di confutare la mia argomentazione concentrandosi unicamente su di un punto. Quando pre-

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parava il suo libro Into That Darkness [*] si era recata in una prigione tedesca per intervistarvi Franz Stangl, l'ex comandante di Treblinka (un luogo al centro della Polonia che serviva come campo di transito per i deportati ebrei di Varsavia). Ecco quel che scrive:

Per settimane ho parlato con Stangl nella sua prigione. Ho parlato con persone che hanno lavorato ai suoi ordini, e con le loro famiglie. Ho parlato con persone che, senza esservi particolannento implicate, sono state testimoni di quegli avvenimenti in Polonia. E ho parlato con alcuni del piccolissimo numero di quelli che sono sopravvissuti.
Nel suo Hoax Butz pretende che coloro (delle centinaia) che hanno confessato la loro partecipazione allo sterminio l'hanno fattc per facilitare la loro difesa in maniera da ottenere pene più miti. Ma quelli ai quali ho parlato erano stati già giudicati. Molti avevano finito di scontare la condanna e nessuno di loro aveva qualcosa da guadagnare, a parte la vergogna, parlandomi così. Stangl stesso non desiderava se non di parlare, e poi morire. E Stangl è morto. Ma se [...] Butz [...] si interessasse davvero alla verità, la moglie di Siangl e molti altri testimoni sono ancora là per testimoniare.

Benché questo non sia molto importante, constato che la Sereny nel suo colloquio ha male interpretato le speranze che Stangl nutriva. Secondo il libro stesso di lei, Into That Darkness, Stangl aveva presentato appello contro la condanna a vita ed era in attesa del verdetto; è verosimile, dunque, che prima di morire volesse uscire di prigione.

Chiunque conosca appena un po' i dettagli della leggenda di Treblinka (ad es., che sarebbe stato utilizzato il gas di scarico di carri e camion presi ai russi per "gassare" la gente) si rende conto del fatto che le osservazioni della Sereny sui suoi colloqui con Stangl non hanno nulla a che vedere con la sto-

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ria. Temo, tuttavia, che, in questo esempio tipico, questo scetticismo di buona lega non vada disgiunto, quando si tratta di dare una spiegazione dei discorsi di lei, da qualche miopia.

La prima manifestazione evidente di miopia consisterebbe nel dire o insinuare che la Sereny ha mentito e che Stangl non ha mai detto niente di ciò che essa gli fa dire. Si potrebbe anche immaginare che egli sia stato minacciato o torturato perché facesse quei discorsi. Ma, se si tien conto del contesto dei discorsi di Stangl piuttosto che del loro contenuto, ci si accorge presto dell'insulsaggine di questo tipo di reazioni. A quel tempo Stangl era un vecchio. Erano venticinque anni che sentiva i racconti di ciò che si era verificato, pare, a Treblinka. Beninteso, da principio aveva cominciato col riderne dentro di sé. Poi si era abituato a vivere in ambienti in cui racconti del genere non venivano mai rimessi pubblicamente in discussione.

E' possibile (giacché è ciò che a volte succede in questo genere di circostanze) che abbia com-inciato a credervi anche lui, o forse era sempre dell'idea che questi racconti fossero all'incirca pura invenzione. Probabilmente non lo sapremo mai, ma quel che sappiamo è che, al momento del suo incontro con la giornalista Sereny, lo sfortunato vecchio di certo non poteva non fare ceri se stesso il ragionamento secondo cui i suoi casi non si sarebbero andati accomodando se lui avesse negato la leggenda di Treblinka. Quanto a me, sono convinto che Stangl abbia effettivamente tenuto alla Sereny il genere di discorsi cke essa riporta. Evidentemente, avrà tentato di discolparsi; rna quale vantaggio avrebbe ricavato dal dire alla Sereny che le "gassazioni" erano un mito?

E' la ragione per la quale mandavo al "New Statesman" una risposta che non venne pubblicata, ma che il "Journal of Historical Review" ha riprodotto (1), e in cui dicevo questo:

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Il punto essenziale è che bisogna presumere che questo genere di dichiarazioni sia dettato da un interesse personale, non dalla verità storica. In occasione di un processo [trial, che significa anche saggio], si "giudica" [to try, che significa anche saggiare] una data zosa, vale a dire si ritiene che il tribunale cominci col traktare il caso come una questione da dibattere.
L'accusa di "sterminio" non è mai stata messa in questione praticamente in nessuno dei processi che vi si riferivano e, in certi casi, non è mai stata questionata nel senso giuridico del termine. La questione non ha mai riguardato altro che la responsabilità personale nel quadro di un'accusa di sterminio che non veniva mai, essa, posta in questione. E' così che ]e "confessioni" di certi tedeschi, che in tutti i processi hanno tentato di negare la loro responsabilità personale o di minimizzarla, rimanevano semplicemente il loro solo mezzo di difesa nelle circostanze in cui si trovavano.
Non è, propriamente parlando, una "negoziazione alla sbarra" come quando vi è intesa tra accusa e difesa, ma non ne siamo molto lontani. La sola cosa che conti è presentare al tribunale una storia che esso possa accettare. Una volta che il convenuto decida di prendere il "giudizio" o "saggio" sul serio, il dilemma logico è inevitabile. Non è negando la leggenda che StanSI poteva uscire di prigione.
Inoltre, non è vero, contrariamente a quel che sostiene la Sereny, che questo dilemma logico sparisca nel caso di un accusato condannato al carcere a vita. Se questi aspira alla grazia o alla libertà condizionale, non cercherà di rovesciare quel che è stato deciso in aula; non è in questo modo che si ottiene la grazia o la libertà condizionale. Ad es., al "processo di Auschwitz" del 1963-65 a Francoforte, i fatti di cui veniva incolpato Robert Mulka erano a tal punto mostruosi che innumerevoli persone giudicarono troppo lieve la condanna a 14 anni di lavori forzati. E poi, conclusione stupefacente per chi non abbia studiato da vicino questo caso, Mulka fu tranquillamente rilasciato meno di quattro mesi dopo. Ora, se, durante il processo o dopo, egli si fosse difeso sostenendo -- del resto, in completa sincerità -- che ad Auschwitz non c'erano stati stennidi e
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che lui era stato nella posizione giusta per saperlo, avrebbe scontato, nel primo caso, una condanna alla prigione a vita e, nel secondo caso, tutti i suoi 14 anni, supponendo che fosse campato abbastanza a lungo per farlo.
Non è molto noto, ma sono esistiti molti esempi di questo genere -- l'argomento è difficile da studiare (2). Non c'è caso in cui l'accusato avrebbe avuto vantaggio, per la salvaguardia del proprio interesse personale immediato, a negare gli ste:rmint Non era il metodo buono per uscire di prigione. (3)

Se in un dibattito si accetta come regola l'atteggiamento puramente difensivo che consiste nel combattere punta per punto gli argomenti dell'avversario, continuo a pensare che è così che bisognava rispondere alla Sereny. In un primo tempo queste righe mi soddisfacevano, ma, nel mornento stesso in cui le scrivevo, fui colpito dal carattere insensato del contesto nel quale ci trovavamo. Eravamo nel 1979, non nel 1942, e la Sereny si stava basando sulle osservazio:ni di un vecchio tagliato fuori da tutto per spiegare ai lettori del "New Statesman" che bisognava prestar fede alle storie di "sterminî". Allora completai così la mia lettera:

Non abbiamo bisogno di "confessioni" o di "processi" per stabilire che hanno avuto veramente luogo i bombardamenti di Drescla o Hiroshima, o le rappresaglie di Lidice che seguirono l'uccisione di Heydrich. Ora, la leggenda dello sterminio non menziona solo pochi casi di omicìdi; afferma l'esistenza di avvenimenti della dimensione di un continente dal punto di vista della geografia, di una durata di tre anni dal punto di vista del tempo e di parecchi milioni dal punto di vista delle vittime. Che assurdità, di conseguenza, da parte dei sostenitori della leggenda, voler "provare" avvenimenti di tale ampiezza appoggiandosi su "confessioni" ottenute nel clima dell'isteria, della censura, dell'intimidazione, della persecuzione e
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della flagrante illegalità che circondano l'argomento da trentacinque anni!

In altre parole, nel suo articolo del 1979 la Sereny per affermare la realtà degli avvenimenti colossali di cui parliamo, traeva argomento da ciò che le aveva appena detto un vecchio in prigione. Era come attribuire agli zingari l'incendio di New York nel 1950 basandosi sulle confessioni degli zingari che abitavano nella città a quel tempo. Naturalmente, la Sereny potrebbe ritorcermi che io faccio caso ad una sola delle sue osservazioni, come se si trattasse della sua sola argomentazione. Ma, anche se riconosco che lei ha infinitamente di più da dire sull'argomento, la mia osservazione di fondo resta valida. La Sereny occupava parecchie colonne di un grande giornale per esporre argomenti che, nel 1979, erano senza rapporto alcuno con la sua accus a. Se gli ebrei d'Europa fossero stati realmente sterminati, argomenti siffatti non verrebbero avanzati.

Quando vidi Robert Faurisson nel 1980, egli si felicitò con me per aver fatto io notare che non si ha bisogno di "processi" per credere ad avvenimenti storici veri (Hiroshima, Lidice, ecc.) e mi disse che deplorava di non avere lui stesso pensato a ciò. Sapevo cosa sentiva perché, all'incirca al tempo dell'articolo della Sereny, un uomo che allora mi era sconosciuto mi aveva telefonato e mi aveva posto una domanda che mi era molto rincresciuto di non aver pensata io stesso.

La domanda era questa: perché le organizzazioni ebraiche esistenti fuori della sfera dell'Asse e che avevano tanto da dire sullo "sterminio" e sull'"assassinio" [degli ebrei] non avevano cercato di avvisare gli ebrei sottoposti al giogo hitleriano di ciò che si nascondeva dietro i pretesi programmi tedeschi di trasferimento di popolazioni? In tutti i racconti ci viene narrato che gli ebrei facevano i loro bagagli per partire in deportazione e che poi entravano nei campi senza immaginare che si era sul punto di ucciderli. Questo

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aspetto della leggenda è evidentemente necessario, perché è ben noto che vi fu pochissima resistenza violenta alle deportazioni (ho fatto parola di questa questione a p. 109 del mio libro The Hoax, ma in nessun luogo vi ho insistito a sufficienza).

La lezione più generale da trarre da questi due episodi formerà l'argomento della presente esposizione. Come si vede, in questi due episodi c'è stato un momento di miopia, non, semplicemente, da parte dei sostenitori della leggenda, ma -- cosa che interessa di più -- da parte dei revisionisti, che a tal punto si preoccupavano degli alberi che è stato necessario l'intervento del caso per aprir loro gli occhi su aspetti importanti della foresta. Non si tratta di un difetto inerente agli individui. La cosa deriva dalle circostanze storiche in cui ci troviamo. Tenterò di descrivere queste circostanze e di mostrare come dovreirmo condurci oggi. Lo farò, da un lato, esponendo la mia idea circa il probabile punto di vista della posterità su questi problemi e, dall'altro lato, avanzando parecchi suggerimenti sulla linea che in realtà dovremmo tenere nella controversia.

La Donazione di Costantino

La Donazione di Costantino è il più celebre falso della storia europea. Fece la sua apparizione intorno all'anno 800. Si trattava di un dodumenio che si diceva scritto "dalle mani" [sic] dell'imperatore Costantino (288?-337) e che raccontava la leggenda, tenace, ma falsa, della sua conversione e del suo battesimo ad opera di papa Silvestro I. Il tratto principale di questo documento sta nel fatto che esso concedeva graziosamente al papa l'autorità temporale su "la città di Roma e tutte le province, luoghi e stati d'Italia, così come

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sulle regioni occidentali". Stabiliva altresì che il papa "avrebbe esercitato la sua supremazia anche sui principali luoghi [santi], Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli" e altrettanto graziosamente concedeva un certo numero di vantaggi diversi. Perché fosse chiare che questa donazione costituiva una garanzia, il documento conteneva inoltre una dichiarazione di Costantino con la- quale questi manifestava la sua intenzione di trasferire la sua capitale ne "la provincia di Bisanzio [dove] verrà costruita una città a nostro nome [...] perché un imperatore terrer o non può esercitare la sua autorità là dove il primato dei sacerdoti e il capo della religione cristiana sono messi al poteTe dall'Imperatore celeste".

Quello che è del più alto interesse è che l'autenticità del documento non fu minimamente contestata prima del secolo XV nonostante i fatti che seguono:

1. stando alle leggende e alle storie che potevano trovarsi in abbondanza durante tutto il Medioevo e stando al documento stesso, la città che Costantino fondò nell'antico sito di Bisanzio, città successivamente denominata Costantinopoli, non era stata ancora fondata e ancora meno era stata trasformata in un importante luogo santo;

2. cosa più decisiva -- e qui si vede l'analogia con l'espressione "erano sempre là", da me adoperata poco fa a proposito dell'"olocausto" -, secondo i rapporti e le storie di tutta questa fase del Medioevo è in Italia che l'autorità imperiale ha continuato a venire esercitata sotto il regno di Costantino, di Silvestro e dei loro immediati successori.

A spiegare che si sia tanto tardato a rendersi conto che la Donazione era un falso non è certo la mancanza d'interesse o di significato della questione. Buona parte della vita politica del Medioevo ruotava intorno alla controversia sui poteri rispettivi del papa e del Sacro Romano Impero Germanico, e a prender parte a discussioni nel corso delle quali la Donazione veniva utilizzata come argomento a favore del

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papa erano delle intelligenze di prim'ordine. Anche Dante, che era un nemico dichiarato del potere temporale dei papi, ha sfiorato la questione della Donazione nell'Inferno (XIX, 115-17), ma per rimproverare a Costantino di averla effettuata:

Ahi, Costantin. di quanto malfu matre
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!

E' così che un falso completamente anistorico [**] fu per secoli al centro di una controversia senza essere, per così dire, mai contestato; è un po' come se si fosse attribuita a George Washington la paternità di una lettera recante la sua firma e concedente alla Chiesa episcopale metodista "il potere di far la legge su Washington e i suoi territori dell'America del Nord".

Le prime contestazioni furono, come accade di solito, sciocche, inessenziali, tendenziose o appesantite da circonlocuzioni, e spesso, come nel caso di Dante, si contestava il beneficio della Donazione, ma non il carattere storico di essa. A metà del secolo XII il movimento di riforma di Arnaldo da Brescia se la prese con la leggenda di Silvestro e della Donazione nel suo insieme argomentando che Costantino, quando incontrò Silvestro, era già battezzato. Tra i ghibellini antipapisti di Germania nacque verso il 1200 la leggenda secondo la quale, nel mo:mento in cui Costantino aveva fatto la Donazione, gli angeli in pianto avevano fatto sentire queste parole: "Ahimè, ahimè, oggi si è versato veleno nel seno della Chiesa di Dio". 1 partigiani del papa ritorsero che si era sì sentito piangere. ma che a piangere era il Diavolo che si era camuffato per cercare di ingannare il mondo. Altri facevano presente che la Donazione era priva di valore perché Costantino era colpevole di arianismo, o perché non

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si era domandato il consenso delle popolazioni interessate, o perché si giudicava che l'offerta non si applicasse se non al regno di Costantino. Altri vedevano nella Donazione un Colpo assestato subdolamente al papato con il fine di provare che il primato del papa non derivava da Dio, bensì dall'imperatore. Quest'ultimo argomento ispirò fino alla metà del secolo XV la posizione adottata verso la Donazione dalla maggior parte delle voci antipapali. Verso il 1200 due autori avevano fatto notare che il regime imperiale aveva continuato ad essere esercitato in Italia successivamente alla pretesa Donazione, ma presentavano la faccenda con molte circorilocuzioni e senza palesare le loro personali conclusioni, cosicché la loro influenza non segnò se non scarsamente la prosecuzione della controversia.

E' nel 1433 che apparve quella che si potrebbe dire una critica concludente della Donazione; non era l'opera di un avversario del papa, ma di qualcuno che si potrebbe definire un riformatore liberale all'interno della Chiesa. Nicolò Cusano, diacono di S. Fiorino a Coblenza, presentò ad uso del Concilio di Basilea una critica della Donazione che poneva in risalto gli innumerevoli elementi storici che provavano come non si fosse avuto il minimo trasferimento della sovranità dell'imperatore a beneficio del papa al tempo di Silvestro e Costantino o immediatamente dopo.

Il De concordantia catholica di Nicolò Cusano ebbe poco effetto diretto, in ragione, da un lato, del suo tono distaccato e spassionato, e per il fatto che, dall'altro lato, fu eclissato nel 1440 dal De falso credita et ementita Costantini donatione declamatio di Lorenzo Valla [***]. E il nome di Lorenzo Valla quello che rimane più strettamente legato alla denuncia di questa mistificazione, innanzitutto perché il notevole talento personale di lui si aggiungeva al lavoro di Nicolò Cusano, poi in ragione del carattere eloquente e appassionato

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del suo scritto e, infine, perché di lì a poco i progressi della stampa e il movimento della Riforma permisero la diffusione massiva dello scritto in vari paesi.

Il metodo del Valla consisteva essenzialmente nel sottoporre la Donazione alla critica sotto tutti i profili possibili a quel tempc. Ad es., egli cominciò col considerare la questiane dal punto di vista della personalità di Costantino, "un uorno che per sete di dominio aveva mosso guerra a nazioni intere; che, a prezzo di attacchi e discordie civili, aveva allontanato parenti e amici per prendere il potere", e che, poi, si sarebbe pretesamente "messo ad offrire ad un terzo, per pura generosità, la capitale del mondo, la regina delle nazioni, [...] per andare a ritirarsi in una modesta cittadina, Bisanzio". Dopo la semplice lettura di poche pagine del Valla si è già convinti che la Donazione appare incredibile, ma la trattazione prosegue lo stesso per ottanta pagine nella versione inglese, così da costituire una caso tipico di sovrasterrninio. Il Valla riprendeva l'argomento del Cusano secondo cui il preteso trasferimento di sovranità non aveva avuto luogo perché le monete romane dell'epoca erano state coniate con l'effigie degli imperatori, non con quelle dei papi. Il Valla studiava il linguaggio e il lessico del testo della Donazione e mostrava come non potessero appartenere al latino adoperato da Costantino. A quel tempo metodi siffatti erano nuovi.

Le ricerche erudite del Valla non erano disinteressate. Al tempo in cui scrisse il suo lavoro egli era segretario di Alfonso di Aragona, che disputava al papa il dominio di Napoli. Il Valla non lasciava al lettore il benché minima dubbio quanto alle sue convinzioni: per lui il dominio temporale era cosa cattiva e bisognava abolirlo. Nondimeno, il suo lavoro rappresenta una tappa nella nascita della critica storica e io ritengo che lo studio di esso possa oggi riuscire utile a colore che si sono dati lo scopo di smontare il mito del genocidio.

Certo, a Strasburgo nel 1458 un uomo fu mandato al rogo per aver negato la Donazione, ma la tesi di Valla da princi-

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pio fu abbastanza bene accolta negli ambienti colti, anche se il trattato restava ancora allo stato di manoscritto. Verso il 1500 si poté credere alla fine della leggenda; ciò era forse dovuto al fatto che le discussioni di fondo sulla natura del papato si erano piuttosto calmate. Senonché, per ironia della sorte, i progressi della Riforma e l'abbondante uso che si fece dello scritto del Valla come di un'arma contro il papato ebbero l'effetto di resuscitare la leggenda. Da una parte, Martiri Lutero dichiarò nel 1537 che lo scritto del Valla lo aveva convinto del fatto che il papa era l'incamazione dell'Anticristo. Dall'altra parte, Steuco, bibliotecario del Vaticano, pubblicò nel 1547 una critica abbastanza abile della Declamatio, che, di lì a poco. venne messa all'Indice. Si può ritenere che la leggenda sia stata del tutto abbandonata solo intorno al 1600, quando Cesare Baronio, grande storico cattolico, dichiarò che il falsa era provato.

Questo breve cenno pone almeno due questioni fondamentali. In primo luogo abbiamo rilevato che il carattere fraudolento della Donazione sembrava risultare con ogni evidenza dal semplice fatto che il preteso trasferimento di sovranità non aveva in realtà avuto luogo. Perché, allora, è occorso tanto tempo per svelarlo?

Penso che la ragione fondamentale risieda nel fatto che, fino al Rinascimento, trarre a proposito della Donazione le conclusioni che si imponevano sarebbe stato contrario agli interessi politici. A imponenti interessi politici ed ecoriomici difficilmente si possono opporre semplici osservazioni, anche ove queste siano fattuali e calzanti. Le due ragioni che si presentano più spontaneamente per spiegare perché la leggenda sia stata abbandonata in quell'epoca sono che il Rinascimento aveva dato luogo in Europa ad un più elevato livello di erudizione e che la Riforma aveva favorito il progresso delle idee antipapali. Penso che questa interpretazione sia valida a patto che con ciò non si intenda che il Medioevo non sarebbe stato intellettualmente in grado di scorgere la frode. L'evoluzione politica della fase postmedioe-

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vale ebbe importanza decisiva nel permettere che gli occhi si aprissero, in tutta sicurezza e anche con profitto, su quello che era evidente.

Se si esamina da vicino questa spiegazione essenzialmente politica si ritrova il problema di sempre: salvo sforzi eccezionali da parte nostra, "l'albero ci nasconde la foresta". Perché si veda l'evidenza, è necessario che, in una maniera o nell'altra, essa si presenti a noi. Ciò che restava in mente della controversia sulla Donazione era che i papi rivendicavano l'autorità temporale, che pertanto si faceva riferimento a quel documento e che gli ambienti avversi al papa trovavano in essa ogni sorta di argomenti. La storia romana era abbastanza ben conosciuta, ma in genere non veniva presentata in maniera intelligente. Senza dubbio, ci si può stupire di questa lacuna, ma le spiegazioni di essa sono semplici. Per cominciare, i papi occupavano una posizione solidamente fortificata, e, dunque, decidevano di ciò che doveva essere discusso; non ci si poteva minimamente aspettare di vederli preconizzare lo studio del documento su basi storiche. Poi, gli avversari della Donazione, stante la loro situazione di dissidenti, dovevano attenersi ad argomenti familiari a tutti se volevano, in pratica, anche soltanto farsi intendere. Inoltre, poiché erano preoccupati più di difendere degli interessi politici o religiosi che non la verità storica, spesso ignoravano l'aspetto storico della questione. Per un altro verso, coloro che facevano professione di letterati in larga misura dipendevano per campare dalle autorità ecclesiastiche. E così erano presenti tutte le condizioni perché regnasse una forma di stupidità a fondamento politico.

Veniamo alla questione essenziale. Ammettendo che il carattere fraudolento della Donazione avrebbe dovuto imporsi come evidente a intelligenze senza timidezza e curiose e che con un'evoluzione politica favorevole l'intimidazione sarebbe diminuita fino al punto di sparire, perché, allora, per venire a capo dell'impostura è stato necessario un trattato lungo come quello del Valla?

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Formulata in quest- termini, la domanda è sbagliata, soprattutto per il fatto che presuppone relazioni di causa ed effetto. Non si possono distinguere le cause e gli effetti in avvenimenti complessi che hanno visto (a) la rovina del potere temporale ad opera della Riforma, (b) il crollo di una delle imposture su cui pcggiava questo potere, e (c) la larga diffusione di un libro che denunciava questa impostura.

Tutt'al più ci si può chiedere quale ruolo abbia giocato lo scritto del Valla e di questo ruolo ci si può formare un'idea abbastanza adeguata esaminando il contenuto stesso dello scritto, che era molto più esteso, molto più dettagliato, di quanto fosse necessario per sostenere la tesi. La documentazione dell'opera era così abbondante, così varia, che il suo effetto non poteva essere che irresistibile. Gli amatori di monete antiche avevano la loro parola da dire; gli esperti di latino e di grammatica erano invitati a prendere la parte loro spettante nella controversia; i conoscitori della storia romana si sentivano tirati in ballo, proprio come quelli di storia ecclesiastica. Insomma, in persone che avevano l'arte della parola le lingue si sciolsero, e ciò nel contesto di un'evoluzione politica colossale.

Nell'esposto che ho fatto qui tre anni fa per il nostro convegno ho sottolineato il fatto che non bisogna sottovalutare il ruolo delle controversie extrauniversitarie come mezzo per spingere i docenti ad interessarsi ad argomenti controversi. Con ciò voglio dire -- e parlo per averne fatto esperienza in quanto professore universitario -- che nei confronti degli argomenti scottanti l'atteggiamento caratteristico del docente, atteggiamento profondamente onesto, ma troppo umano, è quello di chi si chiama fuori.

Certo, esiste una piccola minoranza, quella dei lacchè al servizio dei profittatori della tesi ufficiale, che mente deliberatamente e trucca le carte. Ma viene il giorno in cui un'altra piccola rriinoranza finisce coll'attaccare la posizione fortificata; i discorsi dei dissidenti hanno, allora, l'effetto provvisorio di spingere una più larga minoranza sulle posi-

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zioni della cricca dei mentitori deliberati, e ciò per denunciare gli eretici.

Tuttavia, l'onesto universitario medio, che tenta di conservare un po'di rispetto per se stesso pur riuscendo a saldare le fatture. eviterà di pronunciarsi su di un argomento scottante.

Que,no chiamarsi fuori diventa difficile o impossibile quando un certo numero di persone del gran pubblico cominciano a porre domande fastidiose. Se questo modo di manifestarsi del sentimento pubblico si diffonde a sufficienza, ciò può, dopo aver reso impossibile il chiamarsi fuori, permettere agli eretici di esprimersi senza troppo pericolo. Di comeguenza, quando ci sono argomenti scottanti, non sottovaìutiamo il ruolo della loro propagazione nel gran pubblico come mezzo per incitare o anche per mettere in movimento quelli che dovrebbero occuparsene.

Le principali osservazioni che vorrei svolgere qui sono queste. Delle ragioni semplici e decisive che smentivano la Donazione costantiniana e che, secondo noi, avrebbero dovuto ap-rire gli occhi agli uomini del Medioevo sono state soffocate dalla politica di quell'epoca. Il lavoro del Valla, pur andando, nel dettaglio, ben al di là di quel che sembra necessario alla nostra concezione della storia, ha svolto un ruolo pratico cruciale nel crollo della leggenda della Donazione, ma questo fenomeno fu intimamente legato al falto che l'evoluzione politica era favorevole alla tesi del Valla e all'esame di essa in completa serenità.

Le analogie

Le analogie con la leggenda che ci interessa, quella dell'"olocausto", appariranno quasi troppo evidenti perché sia necessario dedicarvi del tempo. I docenti del Medioevo e del Rinascimento che non volevano vedere le cose semplici

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non avevano purtroppo niente da invidiare ai docenti d'oggi. Alcuni punti meritano tuttavia che ci si fermi sopra.

Abbiamo visto che la leggenda della Donazione è crollata in un'epoca in cui la situazione politica diveniva molto sfavorevole al papato. Questa circostanza suggerisce, com'è evidente, un'altra analogia e un'altra anticipazione: la leggenda dell'"olocausto" sia per crollare in un'epoca, la nostra, molto sfavorevole al sionismo. La conconmitanza, prevedibile, dei due fenomeni è assolutamente inevitabile e non vi sfuggiremo, ma bisogna rilevame gli aspetti pericolosi. Essa provocherà pericolose pressioni, sia politiche, sia intellettuali, nel campo revisionista.

Ad esempio, nel momento in cui scrivo l'invasione del Libano ad opera dell'esercito israeliano ha fatto di Menahem Begin l'uomo più impopolare del mondo e di Israele lo Stato più impopolare del mondo. Si può a giusta ragione argomentare che gli invasori si sono scatenati brutalmente e senza scrupoli su innocenti vittime civili libanesi, che troppe tra queste ultime sono perite o sono state spogliate di tutto a seguito del tentativo posto in essere da Israele di distruggere le forze dell'OLP. Si può a giusta ragione argomentare che per il passato gli americani, drogati o raggirati, non hanno mai, in pratica, rifiutato nulla a Israele. Ma ho letto, anche in testi che denotano una certa simpatia per il revisionismo (5), che la politica di Israele equivaleva ad un "genocidio", il che non è vero, né nelle intenzioni né (ancor meno) nei fatti, per lo meno nel senso in cui intendo questa parola, ossia in senso prossimo alla parola "sterminio". Se si può ammettere che un'accusa tanto impropria sia la norma nei giornali a grande tiratura, disturba vederla adottata in ambienti a tendenza revisionista, perché questi ultimi, più di chiunque altro, dovrebbero essere capaci di distinguere tra i differenti

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generi di trattamenti inumani, e, questo, per riferire con esattezza gli avvenimenti storici.

V'è qui un pericolo reale. Di esso ci si renderà conto se si comprende che una confusione siffatta può spiegarsi tanto in termini di politica quanto con la naturale tendenza dell'uomo all'inesattezza. Negli anni a venire, su molte persone, revisionisti compresi, si eserciteranno molte pressioni perché siano p e r gli arabi, e non già semplicemente equi verso di essi. In parte queste pressioni verranno dal fatto che saranno proprio gli avvenimenti del Medio Oriente a fornire ai revisionisti l'occasione di farsi sentire. Di conseguenza, i revisionisti dovranno camminare sul filo del rasoio, da un lato per resistere a queste pericolose pressioni, dall'altro lato per sfruttare le aperture che offriranno loro gli avvenimenti politici. Certo, si vorrebbe potersi chiudere in una torre d'avorio a studiarvi la Mistificazione, ma non è così che le cose stanno per svolgersi.

Poiché la storia non si ripete mai, il paragone tra la Donazione e F"olocausto" non si applica a tutti gli aspetti salienti di queste due leggende. Ma vi è un altro importante punto di somiglianza che merita di venir notato. E' l'eccessiva attenzione accordata ai dettagli sia nello scritto del Valla sia nelle attuali ricerche mvisionistiche: nell'un caso come nell'altro si sovrastermina. L'uomo del Rinascimento non osservava che il trasferimento di sovranità non aveva avuto luogo, ecco tutto; noi non osserviamo che dopo la guerra gli ebrei erano sempre là, ecco tutto. In apparenza noi dobbiamo spingere lo studio dell'argomento fino a dettagli che senza dubbio appariranno incredibili alla posterità. Ad esempio, non ci limitiamo a dire che lo Zyklon, impiegato, così si pretende, per le "gassazioni", è un insetticida; occorre anche che noi si analizzi nei minin-ii dettagli gli aspetti tecnici di questa affermazione.

Questa cura del dettaglio è, insieme, auspicabile e necessaria. Nel nostro esame della Donazione abbiamo visto che era auspicabile. La cura del dettaglio comporta una grande diversità -- una grande quantità di riflessione sulla leggenda;

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è così che -- anche se i posteri ci accuseranno di miopia (e d'altronde questo avviene già) -- le lingue si sciolgono a tal punto, nelle circostanze pratiche e urgenti che sono le nostre, che quelli che per mestiere si occupano di questi problemi nen li potranno più evitare. Di fatto, questo punto è già stato raggiunto e Raul Hilberg, in fondo, lo ammette. Autore dì The Destruction of the European Jews [#], egli, in un'intervista accordata di recente a un settimanale francrese, dichiarava (6):

Dirò che, in un certo senso, Faurisson e altri ci hanno reso un servizio senza volerlo. Hanno sollevato questioni che hanno avuto l'effetto di impegnare gli storici in nuove ricerche. Hanno costretto a raccogliere più informazioni, a riesaminare i documenti e ad andare più lontano nella comprensione di quello che è accaduto.

Che, inoltre, la cura del dettagli sia necessaria nel presente è una constatazione imposta dalla strategia impiegata nella loro propaganda dai promotori e dai sostenitori della leggenda ufficiale. Uno degli aspetti di tale strategia consiste nello schivare il vero e molto semplice interrogativo se effettivamente gli ebrei d'Europa siano stati sterminati fisicamente dai tedeschi, per concentrarsi invece sull'interrogativo, similare in apparenza e (a patto di imbrogliare a sufficienza le carte) falsamente equivalente, se i tedeschi abbiano o no utilizzato delle "camere a gas".

E' un procedimento caro ai mistificatori (altri ne menzionerò) dal quale troppi del campo revisionista o simpatizzanti del revisionismo si lasciano irretire. Per evitare qualunque malinteso preciso che per me la risposta ai due interrogativi è incontestabilmente no: non è esistito programma di sterminio e non sono esistite camere a gas. Ma soltanto il primo

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punto è al cuore della questione, mentre il secondo non ha che un'importanza accessoria per la scuola revisionista, così, Umeno, come credo di comprenderne lo spirito. Ad esempio, se dovesse succedere che si scoprisse che un certo giorno del 1942 dieci adulti ebrei sono stati condotti nel quartier generale di Hitler nella Prussia orientale, che li si è chiusi nella doccia di Hitler (frettolosamente arrangiata per la circostanza) e che li si è gassati sotto l'occhio compiaciuto del Fiihrer, avrei ogni sorta di ragioni sia storiche sia tecniche di esserne stupefatto, ma questo non mi costringerebbe a cambiare parere o a tornare sull'essenziale della questione dello "sterminio". La scoperta rischierebbe di far vacillare quelli tra i revisionisti che pongono Hitler al centro del loro interesse, ma il problema non sta lì.

Grazie a vari stratagemmi, consistenti, ad esempio, nell'insistere su certi tipi di testimonianze o a discutere dello Zyklon in sé, i sostenitori della leggenda riescono spesso, nella controversia pubblica, a sostituire in modo inavvertito la quesxione dello "sternminio" con quella delle "camere a gas". Non che essi confondano l'una e l'altra. No: in tal modo essi volgono a proprio profitto riserve d'uso che ssi impongono nella quasi generalità degli argomenti storici.

Facciamo un esempio: se qualche tempo addietro riú si fosse domandato se i giapponesi abbiano gassato dei prigionieri durante la seconda guerra mondiale, avrei risposto che non ero a conoscenza di queste gassazioni. Ma proprio di recente ho letto un rapporto serio che menziona una gassazione di 404 "cavie umane" effettuata nel quadro di "ricerche sulle armi biologiche" (7). Ciò malgrado, continuo ad esser- certo che i giapponesi non hanno "sterminato" popolazioni.

Altro esempio: sono certo che durante la seconda guerra mondiale gli Alleati non hanno sterminato una parte appena un po' importante della popolazione esquimese e sono con-

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vinto che non hanno gassato nessuna comunità esquimese; ma noterete che nel prirno caso sono certo, mentre nel secondo caso sono soltanto convinto. La differenza deriva dal fatto che, se si può provare che non è esistito nessun programma di sterminio degli esquimesi (ad esempio, dopo la guerra non si è rilevato che fossero scomparsi in quantità significative), non si può però mostrare che nessun esquimese sia stato gassato. Mi si dirà, naturalmente, che non c'era motivo evidente di gassare gli esquimesi, che non si trova traccia, nel dopoguerra, di accuse di gassazioni di esquimesi, ecc., e si può essere corvinti che nessuna comunità esquimese è stata gassata (beninteso, è possibile che, a titolo individuale, degli esquimesi siano stati giustiziati in una camera a gas californiana per delitti particolari). Tuttavia. occorre sempre, ad es., contemplare la possibilità che una qualsiasi comunità esquimese isolata sia stata gassata in gran segreto perché avrebbe potuto minacciare la sicurezza di un'operazione militare ultrasegreta degli Alleati. Si tratta semplicemente di ciò che gli storici definiscono una riserva d'uso, applicabile a tutti i periodi della storia e che neanche si sta a dichiarare, tanto essa è ovvia.

Si può dimostrare che gli esquimesi non sono stati sterminati, ma non è possibile dimostrare che nessuna comunità esquimese è stata gassata. Allo stesso modo, e con il rischio di offrire ai miei avversari l'occasione di citare le mie parole fuori dal loro contesto e di fame uso in malafede, posso dimostrare- che da parte dei tedeschi non è esistito alcun programma di sterminio fisico degli ebrei, ma non posso dimostrare che nessun ebreo è stato gassato, anche se la mia lunga esperienza sul tema è tale che sono convinto che nessun ebreo sia statogassato.

Se si esaminano da vicino gli argomenti che sono stafi invocati da coloro la cui tattica consiste nel pretendere che gli ebrei siano stati gassati, è chiaro che ci si trova nell'ipotesi della "comunità esquimese isolata". In luogo di una situazione geografica isolata si pone una situazione amministra

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tiva isolata: non si è trovata traccia scritta né di piani di camere a gas né della loro costruzione né delle gassazioni stesse, per nascondere i loro crimini i tedeschi bruciavano i cadaveri senza lasciare tracce; per ridurre i testimoni, ci si serviva degli ebrei stessi come manodopera in tali operazioni, e costoro venivano a loro volta uccisi. Non viene mai spiegato perché sarebbe stato utile o necessario conservare il segreto su queste operazioni, anche quando venivano organizzate delle manifestazioni in Madison Square per protestare contro il preteso massacro e c'erano dichiarazioni ufficiali di condanna da parte degli Alleati, da parte del presidente degli Stati Uniti, ecc. (8); non lo si spiega perché pochi saranno coloro che porranno questo tipo di domanda. Quel che conta è che tutta questa storia sia "provata" da alcuni "testimoni", che sia confermata davanti a un tribunale e utilizzata poi per edificare una menzogna di genere differentissimo e anche di tipo incomparabile, cioè lo sterminio fisico degli ebrei d'Europa.

E' un procedimento facile. Consiste nel prescindere completamente dal contesto e nel rovesciare la prospettiva: tecnica del gioco delle tre carte da cui si lasciano ingannare i gonzi. Purtroppo il procedimento è riuscito, ed è questa la ragione per la quale è tanto necessario quanto augurabile che i revisionisti si curino del dettaglio. I sostenitori della leggenda non vogliono che si affronti direttamente la questione dello "sterminio", perché documenti facilmente accessibili mostrano con chiarezza che gli ebrei non sono stati sterminati. Ma non esistono documenti facilmente accessibili che mostrino chiaramente cosa si è verificato durante la guerra in ciascun punto dell'Europa dell'Est, tenuto conto soprattutto dello sfruttantento politico che è stato fatto di questi documenti dopo la guerra, ed è qui che i mistificatori si mettono all'opera. Essi propongono di colmare queste lacune, generalmente non

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in base a documenti, ma in base a pretese ricostruzioni fatte secondo i loro "processi". Poiché occupano la posizione fortificata, sono loro effettivamente a dare il tono quanto ai temi del dibattito, ed è così che i revisionisti, nei rari dibattiti di apparenza scientifica ai quali sono invitati dai loro avversari, si trovano di fronte a dettagli che sono stati messi insieme a fini di inganno. 1 mistificatori non osano imperniare il dibattito sulla vera questione perché essa è troppo semplice.

Contesto e prospettiva

L'interesse annesso al dettaglio è auspicabile dal punto di vista revisionistico; è altresì necessario, perché i difensori della leggenda hanno deciso -- ma per motivi opposti e che sono soltanto loro -- che bisognava anche far cadere l'accento sul dettaglio quando vi è un simulacro di dibattito. Beninteso, questa singolare concordanza tra i due campi è di superficie.

Per i revisionisti è pericoloso concentrarsi così sul dettaglio: lo si vede bene quando si osserva che i difensori della leggenda adottano questa tattica in quanto essa ha consentito loro di sostituire alla vera questione delle questioni più comode. Più precisamente, questa gente si dà da fare per far perdere al suo uditorio il senso del contesto e della prospettiva. I discorsi fatti nella sua prigione da Stangl alla Sereny sono incomprensibili se non li si colloca in una prospettiva che permetta di vedere che lo sventurato Stangl viveva allora nel dopoguerra, più precisamente nella Germania del dopoguerra, con un sistema politico imposto da vincitori stranieri e responsabili, tanto per cominciare, dell'installazione della leggenda. Ci si ritorce che, se per lo "sterminio" degli ebrei si manca delle prove storiche consuete, è a causa del carattere ultrasegreto della politica tedesca: l'argomento non è facile da demolire, a meno di non riferirsi al contesto storico

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dell'evento, come si è testé fatto. Di conseguenza, se è bene, con i tempi che corrono, far cadere l'accento sul dettaglio, rischiamo di perdere, se non la guerra, per lo meno delle battaglie se dimentichiamo il contesto storico e perdiamo di vista la prospettiva.

Il contesto e la prospettiva formano il tema di questa esposizione, ma era indispensabile che mi fermassi a lungo sulla natura della loro necessità. Agli occhi della posterità, questo "olocausto", questa curiosa impostura che ci avrà asserviti per venti o trent'anni, apparirà come un fenomeno passeggero che avrà camportato incredibili deformazioni dei fatti storici, deformazioni che avremmo dovuto scoprire più facilmente di quanto abbiamo fatto, perché, allora, l'interpretazione degli eventi in questione sembrerà più semplice di quella che vediamo, o per lo meno che avanziamo. E poiché, naturalmente, noi oggi non possiamo vedere le cose così come le vedrà la posterità, possiamo almeno tentare di vedere l'argomento collocandoci in una prospettiva più elevata. Non soltanto ne sarà avvantaggiata in futuro la nostra reputazione, ma il tentativo ci eviterà di essere colti in difetto nella controversia odierna.

Domandiamoci, per cominciare, che cos'è che susciterà di più la meraviglia della posterità. Non saranno gli "sterminî!" degli ebrei, perché non ve ne sono stati. E neanche sarà il programma di espulsione degli ebrei deciso dai tedeschi. Evidentemente, taluni potranno essere interessati a questo programma, ma solo nella misura in cui oggi gli storici sono interessati a qualsiasi genere di avvenimenti del passato. Ma, quanto al suo principio, questo programma tedesco sarà lungi dall'essere unico, perché gli ebrei sono già stati espulsi da Gerusalemme nel II secolo e dalla Spagna nel XV, per ricordare soltanto le due più celebri espulsioni tra tutte quelle che si sono avute. Il programma tedesco potrà essere deplorato, ma non apparirà straordinario. Ciò che apparirà unico sarà l'installazione della leggenda dell'"olocausto" nella società occidentale, il suo sfruttamento fino alla follia, la sua messa in discussione alcuni decenni più tardi ad opera di originali

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e il suo abbandono in prosieguo. Una delle conseguenze, forse istruttiva e, insieme, mortificante per i revisionisti, sarà il fatto che essi stessi saranno sottoposti ad esame minuzioso da parte degli storici, sarà, cioè, il fatto che noi una parte di quel processo storico che la posterità vedrà, e non semplicemente i pionieri della ricerca in questo processo.

Penso che ci vedranno così soprattutto a causa della tendenza che abbiamo -- ne ho spiegato or ora le ragioni -- ad impegolarci nei dettagli passando di lato o sopra le osservazioni che ai loro occhi avrebbero dovuto essere al tempo stesso evidenti e decisive. Facciamo un esempio preciso. Perché una cosa sia evidente, occorre in qualche modo averla sotto il naso. Prendiamo due libri pubblicati di recente in favore della leggenda dello sterminio e dei quali si è molto parlato, cioè Auschwitz and the Allies, di Martin Gilbert, e The Terrible Secret, di Walter Laqueur (direttore dell'Istituto di storia contemporanea di Londra e redattore in capo del "Journal of Contemporary History"). Questi due libri hanno lo stesso approccio all'argomento e coprono suppergiù lo stesso campo.

Al termine del suo lungo studio, abbondantemente annotato, Gilbert scrive:

Tra il maggio del 1942 e il giugno del 1944 quasi nessuno dei messaggi che arrivavano all'Ovest parlava di Auschwitz come di un luogo di destinazione per i deportati ebrei o come un centro di messa a morte. Il nome stesso di Auschwitz non aveva colpito lo spirito di coloro che stavano tracciando quello che credevano essere il quadro più dettagliato e completo della sorte degli ebrei (9).

Per parte sua, Laqueur, all'inizio di uno studio più breve, ma anch'esso abbondantemente annotato, ci spiega che non sarebbe stato possibile nascondere gli sterminî di massa di Auschwitz perché, egli dice, Auschwitz era "un vero arcipe-

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lago", perché "i detenuti di Auschwitz erano di fatto dispersi per tutta la Slesia e [...] incontravano migliaia di persone", perché "centinaia di civili lavoravano ad Auschwitz come impiegati", e perché "dei giornalisti circolavano all'interno del Governatorato generale ed erano costretti a udire" ecc. (10)

Non trovo nulla da ridire su riflessioni di questo tipo perché le ho fatte anch'io, a partire essenzialmente dalle stesse considerazioni (11). Al lettore di Gilbert, di Laqueur e di Butz rimane solo da operare una scelta che è semplice. Gli si dice:

che tra il maggio del '42 e il giugno '44 neanche gli ìnteressati a-vevano sentito parlare di sterminî di massa ad Auschwitz;

che non si sarebbe potuto nascondere per lungo tempo al mondo l'esistenza ad Auschwitz di questi sterminî.

Poiché, dalle due parti, gli viene raccontata la stessa storia, egli dovrebbe, per semplice deduzione (è così che ci si forma un'opinione quando non si hanno né il tempo né i mezzL' di diventare degli storici), supporre che le due affermazioni sono vere. Non si è sentito parlare di sterminî di massa ad Auschwitz durante il periodo preso in considerazione, e ad Auschwitz non si sarebbero potuti tener segreti degli sterminî di massa. Di conseguenza, non vi sono stati sterminî di massa ad Auschwitz.

La conclusione è inevitabile e non richiede nient'altro che logica. Si può fare il paragone col seguente sillogismo: "Non vedo elefante nella mia cantina; se ci fosse un elefante nella mia cantina non potrei non vederlo; dunque, nella mia cantina non c'è elefante".

Logicamente, una riflessione come questa dovrebbe rimanere ssenza replica, eppure so che nei dibattiti futuri la si

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perderà spesso di vista. E' questo un buon esempio di punto sul quale noi strabilieremo con la nostra miopia la posterità, in quanto essa si domanderà perché, allora, noi si sia sollevato così di rado questo argomento nel calore del dibattito. Non è il solo esempio di questo genere. La letteratura dei difensori della leggenda abbonda di concessioni di ogni sorta, cosicché la posterità si chiederà, prima di tutto, come si sia potuto prestar fede a una leggenda cosiffatta, poi anche perché sia occorso che i revisionisti scrivessero dei libri. Ci spieghiamo.

Gli attori principali di questo episodio storico sono i governi delle diverse potenze in guerra, i paesi neutrali, le organizzazioni ebraiche operanti nei paesi alleati e in quelli neutrali, le organizzazioni ebraiche operanti alla luce del sole sotto l'occupazione tedesca, le organizzazioni clandestine di resistenza, ebraiche e -non, attive nell'Europa occupata dalla Germania, la Chiesa cattolica (in ragione della sua dappia caratteristica: la sua onnipresenza e la sua centralizzazione) e la Croce Rossa Internazionale.

In testa alle organizzazioni ebraiche si trova il JDC (American Jewish Joint Distribution Committee), strettamente associato all'American Jewish Committee, 1'"organizzazione politica della élite non-sionista della comunità ebraica americana" (12). Il JDC ha svolto un ruolo fondamentale nell'aiuto materiale prestato agli ebrei. In Europa esso aveva un rappresentante di rilievo a Lisbona nella persona di Joseph J. Schwarz (13).

Ma colui che, dal pun:o di vista che ci interessa, ha svolto il ruolo più importante è Sally Mayer, che è sempre rimasto il rappresentante principale del JDC in Svizzera, anche quando, talvolta, così non era sul piano ufficiale. Mayer era in contatto permanente con il JDC a Lisbona e a New York,

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così come con gli ebrei dell'Europa occupata, all'Est come all'Ovest (14).

In testa alle organizzazioni ebraiche c'era pure la JA (Jewish Agency), cioè il governo ufficioso israeliano dell'epoca, avente per faro Chaim Weizmann, rappresentata a Ginevra da Richard Lichteim e Abraham Silberschein. Il sionismo era rappresentato anche dal WJC (World Jewish Congress), i cui fari erano Nahum Goldman e il rabbino Stephen S. Wise e il cui principale rappresentante in Svizzera era Gerhard Riegner. I rappresentanti svizzeri di queste organizzazioni, e così anche quelli di un certo numero di altre organizzazioni ebraiche, erano in contatto permanente con, al tempo stesso, gli ebrei dell'Europa occupata e i rappresentanti, ebrei e non, dei paesi alleati. I legami postali e telefonici, ad esempio, tra gli ebrei dei paesi occupati e quelli dei paesi neutrali, come la Svizzera e la Turchia, si potevano mantenere facilment (13).

Qui farò otto semplici osservazioni, tutte fatte a partire dalla letteratura prodotta dai difensori della leggenda (e tratte, in qualche caso, dalla registrazione che ne ho fatto rel mio libro), le quali stabiliscono la non-storicità dell'"olocausto" o, più esattamente, di un programma di sterminio fisico di massa degli ebrei d'Europa.

1. Le accuse di sterminio che sono circolate dopo la guerra avevano come origine quelle che circolavano durante la guerra. Tuttavia, le differenze tra le une e le altre sono tali che è consentito di dedurne che le accuse che circolavano durante la guerra non poggiavano sui fatti reali.

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Le principali differenze tra le accuse del tempo di guerra e quelle del dopoguerra sono di due generi. In primo luogo, gran parte delle accuse che circolavano durante la guerra sono state, salvo poche eccezioni, abbandonate in prosieguo. Poi, la più importante delle accuse del dopoguerra, quella che riguarda Auschwitz, è stata emessa assolutamente soltanto alla fine della guerra.

Ho già fatto queste due osservazioni nel capitolo III del mio libro, e la seconda l'abbiamo veduta or ora; entrambe sono confermate da pubblicazioni più recenti. Quanto alla prima osservazione, in The Hoax ho presentato una lista di esempi precisi che potrà venir completata con altri desunti dalle opere recenti, specie dal libro di Gilbert, che menziona gran numero di casi dello stesso genere (16).

Per prendere un esempio preciso, sarà opportuno fermarsi sul caso di tale Jan Karski, membro della resistenza polacca, non ebreo, inviato fuori dalla Polonia dalla resistenza nel novembre 1942 per fare rapporto al governo polacco in esilio a Londra. Nel suo rapporto egli descriveva come gli ebrei polacchi fossero mandati a Treblinka, a Belzec e a Sobibor in vagoni riempiti "di calce e di cloro che venivano aspersi d'acqua". Nel corso del viaggio metà delle persone morivano per asfissia o per effetto dei vapori tossici o per mancanza di cibo e di acqua. Le si cremava. Le altre venivano messe a morte da plotoni di esecuzione, in "camere a gas mortali" e, a Belzec, in una "stazione di elettrocuzione"; questi centri erano sotterranei. Questo rapporto ebbe molta pubblicità e fu diffuso molto (17).

Oggi, come è noto, si racconta che quasi tutti gli ebrei venivano uccisi in camere a gas e che i loro cadaveri venivano bruciati. Senonché in questo rapporto della resistenza polacca non v'è nulla su Auschwitz in quanto campo di sterminio,

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mentre non si può, nel caso specifico, accusare l'autore di ignorare la situazione critica degli ebrei.

Karski ha pubblicato la sua storia nel 1944 in un libro ridicolo, Story of a Secret State, che si vendette bene. So molto bene che ogni persona pratica dell'argomento conosce perfettamente le enormi differenze che esistono tra le storie da far dormire in piedi che egli pubblicò durante la guerra e quelle che ha pubblicato dopo la guerra, ma ho creduio utile scegli-ere il caso di Karski perché, in questi ultimi anni, nel diluvio della propaganda olocaustica, lo si è riscoperto e anche onorato come un eroe. Nel 1979 Karski scrisse una nuova versione purgata della sua storia, senza alcun dubbio per soddisfare quelli tra i suoi amici che erano stati disturbati dal suo libro (18). Poi, nel 1981, egli prese parte ad una conferenza organizzata al Dipartimento di Stato sotto Vegi da del Consiglio americano della Memoria dell'Olocausto, il cui presidente, lo scrittore Elie Wiesel, aveva "organizzato questa manifestazione anche per opporre una diga alla marea montante del revisionismo". Che io sappia, non una voce si è levata nel corso di questa conferenza per chiedere a Karski delle spiegazioni sulla differenza tra i suoi racconti e la versione oggi in vigore degli "sterminî" (19).

A volte mi si domanda perché io ignori Elie Wiesel; oggi, dunque, gli dedicherò un paragrafo. Lo ignoro perché, all'oppasto degli autori di cui tratto abitualmente, è decisamente un romanziere, così che nelle sue dichiarazioni non Vè, per dir così, niente che possa venir considerato come un argomento di storico. Anche quella che egli dice essere la sua autobiografia, La Nuit, è di tale una buffoneria che è impossibile considerarla come la fonte di prima mano che essa pretende di essere. Questo non vuol dire che sia del tutto priva di interesse prestargli attenzione. Il fatto che sia

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stato scelto un romanziere per dirigere la Commissione presidenziale dell'Olocausto -- un posto di prestigio che dans la coulisse debbono essersi disputati in parecchi -- è alquanto rivelatore delle forze che si fronteggiano. Se si deve esprimere un giudizio in poche parole sull'insieme degli scritti di Wiesel relativi all'olocausto, non penso di essere ingiusto se li caratterizzo come scritti che raggiungono vette che i più tra noi non possono raggiungere se non con l'aiuto di pozioni magiche composte di gin, vermouth e altri consimili ingredienti. Wiesel non ha, per parte sua, bisogno di questo tipo di aiuti (20).

Per tornare al nostro argomento, ossia al fatto che "le accuse che circolavano durante la guerra non poggiavano su fatti reali", la logica è questa. I difensori della leggenda potrebbero addurre il pretesto che, se non si è fatto tesoro altro che di una frazione dei rapporti redatti durante la guerra, è perché le limitazioni derivanti dalla guerra non permettevano di corroborare di pezze d'appoggio le informazioni, e che in conseguenza di ciò si è data in pasto al pubblico una massa di storie inesatte; ne è risultata una serie di rapporti che, quantunque ispirata ad accadimenti reali, esageravano la realtà. Senonché una spiegazione siffatta non quadra con l'assenza di Auschwitz nelle accuse di sterminio. Il ragionamento starebbe in piedi solo se, durante la guerra, fosse stata fornita, a proposito di Auschwitz, una storia che fosse esagerata rispetto a quello che è stato detto dopo la guerra, come, ad esempio, sterminî che sarebbero stati effettuati mediante mezzi che si aggiungevano a quello rappresentato dalle camere a gas.

La logica, dunque, ci porta alla conclusione che le accuse che circolavano durante la guerra non si ispiravano a fatti reali.

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2. Tanto i documenti del tempo di guerra quanto il comportamento degli ebrei presenti nell'Europa occupata provano che non si era informati di un piano di sterminio.
Da vari anni si sa che gli atti di resistenza alle deFortazioni erano cosa rara e che gli ebrei affluivano nei differenti campi senza sospettare di essere in procinto di venire uccisi; i documenti pubblicati di recente non hanno fatto che rafforza-re questa osservazione. Ma generalmente si intravedono piuttosto male le conseguenze che derivano da ciò. Bisogna rilevare che l'osservazione vale così per le autorità ebraiche nei differenti paesi occupati come per la popolazione ebraica nel suo complesso.

Qualche esempio. Verso la fine del 1942, nel corso di trattative con i tedeschi, certi responsabili ebrei slovacchi presero sul serio le proposte tedesche di porre termine alla deportazione degli ebrei slovacchi ad Auschwitz.

Negli archivi ebraici francesi "si trovano in abbondanza documenti tendenti a negare" gli sterminî. Le autorità ebraiche di Francia consideravano "Auschwitz come un luogo di lavora" e, nel novembre del '44 (dopo la cacciata dei tedeschi dalla Francia), la loro principale preoccupazione riguardo ai deportati era quella di riunire le famiglie.

Ci viene detto che "gli ebrei d'Olanda non hanno mai saputo veramente cosa accadesse in Polonia" e che le carte del Consiglio ebraico di Amsterdam in data 22 gennaio 1943 provano che per spiegare la separazione delle famiglie non veniva neppure evocata la possibilità di uno "sterminio".

Le autorità ebraiche di Roma ignoravano l'esistenza di qualsiasi programma di sterminio e paventavano le deportazioni unicamente per motivi quali "i rigori dell'inverno e la salute precaria di molti deportati". In queste condizioni non sorprende affatto che (in Belgio) le attività degli ebrei e della

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resistenza abbiano messo capo al deragliamento di un solo treno di deportati versa Ausclivvitz (21).

Prendiamo un uomo come il rabbino Leo Baeck, "capo venerato della comunità ebraica tedesca", che senza dubbio avrebbe dovuto essere bene infonnato: una lettera di lui, del novembre 1942, prova che egli non sospettava che deportati ebrei venissero messi a morte e, come ha riconosciuto lui stesso dopo la guerra, non ha mai parlato di "sterminî" agli altri ebrei che si trovavano nello stesso tempo in cui vi si trovava lui a Theresienstadt, campo in cui un gran numero di persone erano deportate [in direzione di Auschwitz] (22).

Fu all'inizio del 1944, immediatamente dopo l'occupazione dell'Ungheria da parte dei tedeschi, che le autorità ebraiche ungheresi sentirono parlare di sterminî, ivi compreso (infine) ad Auschwit7- Ma esse "non diedero pubblicità alcuna" a siffatte accuse. "Per i responsabili sionisti ungheresi, la via che avevano scelta era quella non già di consigliare ai loro amici ebrei di resistere alle deportazioni, ma quella di intavolare negoziati segreti con le SS per evitare le deportazioni in generale" (23).

Quanto alla Polonia, essa conobbe la celebre insurrezione del ghetto di Varsavia nell'aprile del '43. Ma la cosa ebbe luogo solo quando i più tra gli ebrei di Varsavia erano già stati deportati verso l'Est. Si pretende che "nel mese di marzo del 1943 la distruzione degli ebrei di Polonia fosse quasi interamente compiuta". Nel corso del periodo in cui si ritiene che la si stesse schiacciando, non si trova traccia significativa di una resistenza alle deportazioni (24). Inoltre, gli ebrei registravano accuratainente una quantità di fatti, così che "ci sono pervenute molte testimonianze postume". Eppure

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si constata un'"assenza di argomenti di vitale importanza in queste testimonianze" (25).

Dunque, gli ebrei non avevano conoscenza di un programma di sterminio nel solo senso che sarebbe stato convincente, cioè resistendo alle deportazioni o, quanto meno, facendo menzione dell'"olocausto" nelle loro carte riservate.

3. Le istanze ebraiche fuori dall'Europa occupata, come il JDC [Joint Distribution Committee], il WJC [World Jewish Congress], la JA [Jewish Agency] ecc., non hanno avuto il comportamento di chi credesse alle proprie accuse di "sterminio".

Tale fu il caso in molti sensi, ma il più importante concerne direttamente il punto testé sollevato.

Gli ebrei che, così ci viene detto, salivano sui treni della deportazione senza sospettare che li si conducesse verso la morte, erano in diretto con:atto, lo abbiamo appena visto, con le istanze ebraiche installate fuori dall'Europa occupata. Invero, nei loro scambi di corrispondenza con questi ebrei installati fuori dall'Europa [occupata], figurano molti elementi che provano come essi ignorassero l'esistenza di un programma di sterminio. Ora, se bisogna prestar fede ai testi che destinavano ad uso esterno, gli ebrei installati fuori dall'Europa [occupata] non hanno cercato di fare pressione sui loro fratelli dell'interno a proposito del preteso significato delle deportazioni. Se l'avessero fatta, non ci sarebbe stata questa pretesa ignoranza.

La dimostrazione potrebbe arrestarsi a questo punto, ma non sarà inutile offrire qualche buon esempio del vero comportamento delle istanze ebTaiche fuori dall'Europa [occupata] nel corso del preteso "olocausto".

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Chaim Weizmann si è servito di queste accuse di sten-ninio quando lo ha ritenuto utile. Ma, nel maggio del '43, si era lagnato così presso la segreteria di Churchill: "Se nella stampa alleata si continua ad affermare che vi sono ebrei tra gli scienziati che prendono parte allo sforzo di guerra scientifica degli Alleati [...] i tedeschi accentueranno le loro rappresaglie contro gli ebrei" (26). Non si vede quali rappressaglie sarebbero potute essere peggiori dello sterminio fisico di tutti gli ebrei.

Abbiamo rilevato sopra che, stando alla leggenda, nel marzo 1943 gli ebrei polacchi erano stati uccisi nella loro quasi-totalità. Ora, durante tutto il tempo in cui questo massacro è dato come in atto, e anche nel '44, associazioni di mutuo aiuto ebraiche installate all'Ovest inviavano pacchi di alimenti ad ebrei di Polonia, specie tramite la JUS (Jüdische Unterstützungsstelle, Ufficio di assistenza ebraica), con l'autorizzazione e il concorso delle autorità tedesche. Anche del denaro veniva inviato ad organizzazioni ebraiche di Polonia tramite il governo polacco in esilio a Londra, sempre con l'autorizzazione delle autorità tedesche (27).

Nel 1944 la Polonia era diventata un campo di battaglia. In conseguenza di ciò, il 14 marzo di quell'anno, mentre le forze sovietiche si avvicinavano a Lvov, il WJC ricordò agli inglesi che nel settore di Lvov rimaneva "ancora un numero considerevole di ebrei" e che occorreva dare "un nuovo energico avvertimento ai tedeschi" e, inoltre, accelerare le operazioni di salvataggio degli ebrei del territorio occupato dai nazisti (evidentemente in direzione della Palestina, come testimoniano chiaramente le dichiarazioni fatte dal WJC durante la guerra) (28). Dunque, stando al WJC siesso, gli ebrei messi a morte erano sempre lì.

I giornali ebraici dell'Occidente pretendevano, si, di annunciare ogni tanto un massacro, ma è chiaro che considerava-

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no molto esagerate queste accuse e, nelle loro dichiarazioni, avevano la tendenza a contraddirsi. Così, il Bund ebraico di sinistra, che si preseniava come bene informato, nell'ottobre del 1943 parlava, nella sua pubblicazione The Ghetto speaks, della "lotta che univa le masse polacche ed ebraiche". Anche secondo il Bund gli ebrei messi a morte erano sempre lì.

In ogni caso, a parte incidenti particolari di questa natura, si riconosce che anche dopo la dichiarazione alleata del 17 dicembre 1942, nella qua-le per la prima volta si sente parlare di "sterminio", "non c'è stata reazione vigorosa e inequivoca da parte della comunità ebraica americana, JDC compreso". In linea generale, "gli ebrei stessi non hanno mai molto insistito per sollecitare aiuto e spesso parevano più preoccupati di far propaganda per la Palestina che di curarsi delle misure immediate da prendere per salvare i loro fratelli" (29).

I documenti storici mostrano, dunque, che, a parte, di tanto in tanto, qualche dichiarazione pubblica circa un preteso "sterminio", le istanze ebraiche fuori dall'Europa occupata si sono comportate come se non vi fosse sterminio, così come lo mostra molto chiaramente il fatto che non hanno cercato di mettere in guardia gli ebrei europei e che concentravano altrove i loro veri sforzi (ad. es., sulla Palestina).

 

4. Il comportamento dei governi alleati e dei loro rappresentanti non è stato quello di gente che credesse alle accuse di sterminio e i loro servizi di informazione non hanno mai fornito notizie suscettibili di corroborare quelle accuse.

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Per quanto concerne l'atteggiamento dei governi alleati e dei loro rappresentanti, si può dire che:

le dichiarazioni governative relative allo "sterminio" erano contraddittorie, equivoche e, se si tiene conto delle date, poco convincenti;

nessuna misura concreta venne presa per ostacolare le deportazioni di ebrei o ciò che poteva aver luog"o nei campi;

episodi che coinvolgevano alti funzionari provano che costoro non prestavano fede a quelle accuse.

Tra le dichiarazioni governative sul tema, forse la più nota è quella alleata dei 17 dicembre 1942; questa volta le parole adoperate erano inequivoche, anche se dettagli precisi erano assenti. In compenso, la sua data la rende poco convincente. Secondo la leggenda, era già quasi un anno che si sterminava fuori della Russia. Inoltre, questa data segna, da parte dell'URSS, la prima accusa esplicita di "sterminio", mentre un programma di sterminio lo si dà come in atto in questo paese dal giugno del 1941. Ciò rende tanto più incredibile la dichiarazione a scoppio ritardato dei sovietici, posto che "esistono tutte le ragioni di supporre che le autorità sovietiche fossero fin da principio bene informate di tutti gli avvenimenti importanti nei territori [sovietici] occupati" (30).

Del resto, la Dichiarazione sui crimini di guerra pubblicata dagli Alleati il 1o novembre 1943 per condannare le atrocità tedesche non faceva parola degli ebrei. Al momento della stesura del progetto di dichiarazione il ministero degli esteri britannico aveva eliminato dal testo il riferimento alle "camere a gas perché le prove non erano degne di fede" (31).

Per ciò che riguarda Auschwitz, il 10 ottobre 1944 le radio di Londra e di Washington accusarono i tedeschi di avere "dei piani [in vista de] l'esecuzione in massa delle popola-

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zioni dei campi di concentramento" di Auschwitz e di Birkenau (corsivo di Butz). Il Servizio Telegrafico tedesco replicò immediatamente: "queste voci sono false da cima a fondo" (32). La prima volta che degli Alleati di alto rango denunciarono Auschwitz nei termini della leggenda odierna fu alla fine del mese di novembre del '44, dopo il preteso arresto degli "sterminî", con la pubblicazione di un documento che ho chiamato "WRB Report" (perché era stato pubblicato dal War Refugee Board) (33). I russi presero Auschwitz il 27 gennaio 1945 e non ne autorizzarono l'ispezione neanche dopo che venne manifestata curiosità per questo campo, e neanche al momento in cui la pubblicità sensazionale data alla presa di Belsen e di Buchenwald offriva loro l'occasione di unirsi al coro. In luogo di ciò, i sovietici si accontentarono di dichiarare, alla fine dell'aprile del '45, che 4 milioni di persone erano state uccise ad Auschwitz e, il 7 maggio 1945, pubblicarono un "rapporto" più dettagliato (34).

E risaputo che gli Alleati non presero nessuna misura concreta per mettere in guardia gli ebrei d'Europa e per ostacolare la deportazioni o le misure prese nei campi tedeschi. La controversia, breve e, in definitiva, confidenziale, che venne sollevata sulla questione del bombardamento di Auschwitz come mezzo per porre termine agli sterminî è particolarmente rivelatrice a questo riguardo. Chaim Weizmann aveva suggerito questa soluzione nell'estate del '44 (più o meno controvoglia, pare). L'impressione che si ricava nettamente dalla faccenda è che i britannici e gli americani facessero mostra di prendere sul serio i suggerimenti di Weizmann, ma in realtà si accontentassero di manovre verbali. Così, il 7 luglio 1944, Anthony Eden chiese al ministero dell'Aviazione di indirizzare una risposta sulla possibilità di mettere

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in pratica un suggerimento del genere. Occorse un bel po' per rispondere a Weizmann: il I' settembre Richard Law, del ministero degli Esteri, scrisse a Weizmann: "tenuto conto delle grandissime difficoltà tecniche che questo comporta, noi, nelle circostanze attuali, non abbiamo altra scelta" se non di rinunciare a questo suggerimento. E, questo, a dispetto del fatto che al momento stesso in cui si pensa si studiassero i suggerimenti di Weizmann le forze aeree mettessero a punto il piano di un bombardamento di numerose installazioni petrolifere, tra le quali quelle di Auschwitz; d'altronde, bombardarono Auschwitz per questo motivo il 20 agosto del '44 e in prosieguo a più riprese. Quel che appare evidente è che le accuse riguardanti Auschwitz non venivano prese sul serio, e questa evidenza trova conferma nel fatto che la famosa "informazione" detta cruciale contenuta in quello che doveva diventare il "WRB Report" era giunta a Londra e a Washington nel luglio del '44 ed era stata molto semplicemente passata dai due governi agli archivi "fino a che non la si esumò di lì a tre mesi e mezzo" (35).

Sono numerosi gli episodi coinvolgenti ufficiali di alto rango che mostrano come costoro non credessero ad asserzioni di quella fatta. Sono noti "gli stretti legami che univano la comunità ebraica all'amininistrazione Roesevelt". Nel settembre del '42 questa

amministrazione rifiutava di credere ai -rapporti sui centri di messa a morte e respingeva l'idea di un tentativo organizzato di liquidare gli ebrei. Roosevelt spiegò le deportazioni a Frankfurter; secondo lui, gli ebrei deportati venivano semplicemente impiegati nella cos-truzione di fortificazioni sulla frontiera sovietica (36).

Si può supporre che Roosevelt basasse le riflessioni di cui metteva a parte il giudice Frankfurter sulle informazioni che

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gli venivano fornite dai suoi servizi. Frankfurter dovette rimanere convinto, perché in seguito, quando Jan Karski (di cui si è già parlato) arrivò a Washington e vi narrò le sue storie, Frankfurter gli disse "che non poteva credergli" (37).

Quando le acruse concernenti Auschwitz arrivarono a Washington, gli specialisti del Dipartimento di Stato le commentarono tra loro in questi termini: "Notizie truccate come questa ne riceviamo di continuo da Berna dal 1942 [...] Non dimenticate che è un ebreo che ci parla di ebrei [...]. E' solo una campagna condotta da quell'ebreo di Morgenthau e dai suoi collaboratori ebrei" (38).

In Inghilterra la situazione era simile. Nel settembre del '42, alla Camera dei Comuni, ChurchilI condannò "le deportazioni in massa degli ebrei dalla Francia, con tutti gli orrori che in definitiva la deliberata separazione delle famiglie comporta". Non parlò di sterininio. Al ministero degli Esteri in via generale non si prestava fede a queste accuse di "sterminio" e a quello delle Colonie un funzionario le qualificò "lacrimevole prodotto dell'Agenzia ebraica" (39).

Nel novembre del '42 il presidente della Cecoslovacchia in esilio a Londra, Beneg, che era ben infon-riato di quanto accadeva nel suo paese, scrisse al WJC che le accuse provenienti da Riegner in Svizzera erano false e che i tedeschi non avevano nessun piano per sterminare gli ebrei (40). Il governo svizzero pensava che la dichiarazione alleata del 17 settembre 1942 fosse una voce della propaganda straniera della peggior specie (41).

Quel che per noi è importante è soprattutto ciò che in materia avevano da dire i servizi alleati di informazione. Sono parecchi anni che esamino la letteratura esistente sull'argo-

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mento e mai mi sono imbattuto in un caso in cui durante la guerra questo "sterminio" abbia ricevuto conferma dalla minima fonte collegata a un servizio di informazione. Gli elementi che possediamo di tale provenienza testimoniano nettamente contro la leggenda. Ad es., il 27 agosto 1943 il presidente del Joint Intelligence Committee [Comitato di collegamento dei servizi di informazione britannico e americano], William Cavendish-Bentinck (Gran Bretagna), che aveva il compito di "giudicare della verità o della falsità nei rapporti provenienti dall'Europa nazista", dichiarò confidenzialmente che le storie che venivano fatte circolare "hanno la tendenza a esagerare le atrocità tedesche allo scopo di scaldarci lo spirito [tend to exagerate German atrocities in order to stoke up us]" (42).

Il suo omologo americarlo, John Beaty, uno dei due redattori del rapporto segreto quotidiano "G-2", che veniva pubblicato ogni giorno a me-zzodi per dare alle persone aventi posizioni di alta responsabilità il quadro del mondo così come si presentava quattro ore prima, mise in ridicolo la leggenda dei sei milioni in un libro pubblicato negli anni Cinquanta (43).

I soli dati veramente importanti che ci provengono dai servizi di informazione sono le fotografie di ricognizione aerea di Auschwitz che vennero pubblicate nel 1979 da due specialisti dell'interpretazione fotografica appartenenti alla CIA. Buona parte di queste fotografie sono state riprese nella primavera del '44, vale a dire nel momento in cui, secondo al leggenda, circa diecimila ebrei ungheresi entravano ogni giorno nel campo per esservi uccisi. Poiché è giocoforza riconoscere che i forni crematori di Auschwitz non avevano sufficiente capacità di incenerimento per masse di quell'entità, la leggenda racconta che "giorno e notte si brucia-

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vano cadaveri all'aria aperta" (44). Sulle fotografie non si trova traccia di questo e i due specialisti fanno osservare che anche i camini dei crematorì non sembrano essere in attività (45).

Gli Alleati, perciò, non hanno preso sul serio le accuse di "sterminio" fino al punto di parlarne altrimenti che a fior di labbra.

5. Il Vaticano non prestava fede alle accuse di sterminio.

Tutti concordano sul fatta che il carattere molto esteso delle attività della Chiesa cattolica ci garantisce che il Vaticano avrebbe saputo quel che accadeva agli ebrei (46). E tuttavia mai nessuna dichiarazione inequivoca è venuta dal Vaticano di condanna degli stennini di ebrei, nemmeno dopo che i tedeschi erano stati cacciati da Roma, e neanche dopo la disfatta della Germania. Questo, nonostante serie pressioni esercitate dagli Alleati sul Vaticano per ottenere una dichiarazione del genere.

Nel 1942, nel suo messaggio di Natale, il papa fece una dichiarazione equivoca, ma la pubblicò solo dopo che gli inglesi ebbero suggerito con forza che la pubblicazione di una dichiarazione come quella avrebbe potuto dissuadere gli Alleati dal bombardare Roma. In ogni caso, il papa fece sapere chiaramente agli Alleati, anche dopo la pubblicazione della sua dichiarazione, di non credere a quelle storie: "aveva un'im-

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pressione di esagerazione per esigenze di propaganda" (47). Il fatto che gli odierni esponenti del Vaticano avallino la leggenda nelle loro dichiarazioni pubbliche non ha niente a che vedere con la questione storica che andiamo trattando.

6. Le attività del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) non si conciliano con le accuse di sterminio.

Come per il Vaticano, le dichiarazioni fatte dal portavoce del CICR di oggi avallano la leggenda, ma questo non ha niente a che vedere con la nostra questione storica. Ciò vale anche per le osservazioni di ordine generale fatte dai redattori di raccolte di documenti, pubblicate dal CICR subito dopo la guerra, osservazioni che infatti si accordano con la leggenda. Ma le sole cose che dovrebbero interessare allo storico sono il contenuto dei rapporti e le attività del CICR durante la guerra.

I rapporti e le attività del CICR non corrispondono alla leggenda: di ciò ho trattato a lungo nel mio libro e sembra inutile tornarci sopra qui (48). Vi sono ancora due punti che ho scoperto di recente e che meritano di venir segnalati.

Il 14 aprile 1943 il CICR precisava nettamente di considerare Auschwitz un campo di lavoro per deportati, ai quali potevano essere indirizzati dei pacchi (49).

A due riprese il CICR visitò, con grande accompagnamento di pubblicità, la colonia ebraica di Theresienstadt, in Cecoslovacchia. In entrambi i casi i rapporti furono relativamente favorevoli. Ciò che di rado viene rilevato è che, al momento della seconda visita, nella primavera del '45, il delegato del CICR era Georges Dunant, in persona, il quale

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descrisse Theresienstadt "come un'esperienza tentata da certi dirigenti dei Reich i quali, a quanto pareva, erano, verso gli ebrei, meno ostili di coloro che erano responsabili della politica razziale del governo tedesco". A fargli visitare Theresienstadt era Adolf Eichmann, e dunque Dunant doveva sapere bene che Theresienstadt era opera delle SS di Himmler. Inoltre, Dunant era evidentemente in contatto permanente con rappresentanti della comunità ebraica. Ad es., egli si recò a Bratislava proprio all'inizio del '45, in parte dietro insistente richiesta di Sally Mayer, per recare dei fondi agli ebrei che vi erano nascosti (50).

7. I documenti tedeschi non parlano di sterminio, bensì essenzialmente di un programma di espulsione e di installazione all'Est. Negli archivi dei campi di conceritramento e in altri archivi tedeschi non c'è nulla sulle "camere a gas".

E' ben noto che i documenti tedeschi non parlano di sterminio. Ad es., non esiste, di Hitler, nessun ordine scritto di messa a morte degli ebrei (51). I documenti parlano della "soluzione finale" nel senso di espulsione definitiva dall'Europa di tutti gli ebrei e, per il tempo di guerra, di una procedura di trapianto degli ebrei nei territori occupati dell'Est (52).

Beninteso, i difensori della leggenda pretendono che all'atto di fissare per iscritto i loro fatti, i tedeschi usassero comunemente termini circospetti ed evasivi. Quzsta scusa non regge per la ragione che sforzi di dissimulazione di questo tipo non si spiegherebbero altro che per qualcosa che fosse suscettibile di venire nascosto. Qualunque fosse stato l'esito

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della guerra, lo sterminio fisico degli ebrei d'Europa evidentemente non sarebbe rimasto segreto. Per le ragioni che già si sono v i ste, al momento stesso della s ua messa in atto lo si sarebbe risaputo dovunque. Anche supponendo nei tedeschi un'incredibile stupidità a questo riguardo, bisogna senza dubbio alcuno riconoscere loro di essere stati al corrente delle accuse di atrocità propagate sul loro conto nei paesi alleati: avrebbero, dunque, capito che travestire così i documenti non sarebbe servito a nulla.

Del pari, nei documenti tedeschi non si fa parola di "camere a gas" nel senso in cui le intende la leggenda. A questo proposito la leggenda si limita a presentarci l'insetticida Zyklon B o qualche altro mezzo di disinfezione, a mostrarci fotografie di docce dall'apparenza del tutto normale (dotate, a quanto veniva detto, di straordinarie particolarità segrete), a menzionare l'utilizzazione dei prodotti di scappamento di motori Diesel (senza, all'apparenza, rendersi conto che un motore Diesel libera soprattutto dell'anidride carbonica, e non dell'ossido di carbonio) o a giocare sull'espressione "forno a gas" (i forni dei crematorli, proprio come la maggior parte dei forni da cucina, sono "forni a gas", e i crematori dei campi tedeschi non facevano eccezione [##]).

Tutto questo è così aberrante che sarebbe un supplizio prolungare la discussione. Del pari, non si trova traccia di piani o di costruzione di camere a gas. Per quanto mi è noto in materia di edilizia, mi pare che sarebbe stato impossibile nascondere tutti i documenti storici che sono abituali in progetti di costruzione dell'ampiezza indispensabile alla realizzazione di grandi "camere a gas". è, necessario non solo produrre dei documenti, ma anche distribuirli al numero considerevole di coloro che sono incaricati, ognuno, di un lavoro particolare; non

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vi è altro modo di pervenire ad un coordinamento. Anche ammettendo che i documenti principali fossero controllati strettamente (come si suppone sia il caso per i documenti classificati "segreti" negli USA), i differenti individui sarebbero stati in grado, più tardi, in una maniera- o nell'altra, di fornire dei dettagli che, messi in connessione. si sarebbero adattati l'uno all'altro in maniera coerente. Ora, con l'"olocausto" non abbiamo coerenza di questo genere. In verità, è davanti all'incoerenza che ci troviamo: un'incoerenza a due livelli. Al primo livello, v'è reciproca incoerenza tra le "camere a gas" stesse da un lato e i documenti autentici relativi ai crematorì e alle inìsure di disinfezione dall'altro lato. Ad un altro livello, il tentativo dei mistificatori di profondere precisi dettagli tecnici entra in contrasto con l'aspetto della leggenda secondo il quale le "camere a gas" erano improvvisate e arrangiate da personale tedesco reclutato sul posto e sfornito di qualifica tecnica (53).

E' interessante notare che due dei più prossimi collaboratori di Himmler, il generale SS Gottlob Berger e il generale Karl Wolff, dichiararono entrambi davanti ai tribunali di non aver saputo nulla durante la guerra di un programma di sterminio.

Ad un rappresentante del WJC Himmler dichiarò:

Per porre termine alle epidemie siamo stati costretti a bruciare i corpi di un numero incalcolabile di persone che erano morte di malattia. Siamo dunque stati costretti a costruire dei crematorî, ed è con ciò che quelli [gli Alleati e i sovietici] stanno preparando la corda per impiccarci (54).

V'è una coerenza essenziale tra questo tentativo di discolpa da parte di Himmler e il quadro che ci tracciano i documenti riuniti dai nemici di Himiriler nei tre anni che sono seguiti alla sua morte. Bisogna credere che questa coerenza sia casuale, oppure che sia stata procurata da Himiffler grazie ad un'ac-

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curatezza e ad una prescienza sovrumane? Bisogna credere la stessa cosa della coerenza essenziale che esiste tra i documenti tedeschi relativi alla politica ebraica da un lato e il comportamento reale dei nemici della Gen-nania durante la guerra?

8. La resistenza tedesca ad Hitler, ivi compreso il buon numero di resistenti annidati nei servizi di informazione della Wehrmacht, non era assolutamente a conoscenza di un programma di sterminio degli ebrei.

Evidentemente, una parte della resistenza tedesca si opponeva al regime hitleriano a motivo della presa di posizione antiebraica di esso. Inoltre, i servizi di informazione dell'esercito tedesco, l'Abwehr, erano diretti fino al 1944 dall'ammiraglio Wilhelm Canaris, che era un traditore deliberato. Ai suoi ordini diretti nell'Abwehr c'era Hans Oster, che si occupava delle questioni finanziarie e amministrative e che teneva aggiornato l'elenco degli agenti. Oster e uno dei suoi subordinati, Hans von Dohnanyi, un ebreo parzialmente "arianizzato", "si occuparono" tutti e due "di ogni genere di operazioni non aventi rapporto con i loro compiti immediati". Tra le altre operazioni, ci fu il loro impegno nell'opposizione antihitleriana e l'assistenza da loro illegalmente prestata a diversi ebrei. Entrambi vennero giustiziati per la loro partecipazione al fallito colpo di Stato del 20 luglio del'44 (55).

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Nelle varie trattazioni consacrate alle attività della resistenza antihitleriana in Germania, come, ad es., The German Opposition to Hitler, di Hans Rothfels, non esiste indicazione alcuna che permetta di pensare che questa opposizione abbia avuto la benché minima conoscenza di un programma di sterminio degli ebrei o che abbia comunicato agli Alleati la benché minima informazione in questo senso. Se avesse avuto notizia di un programma del genere è certo che l'infonnazione sarebbe stata trasmessa, dato che l'opposizione era in contatto con gli Alleati e si industriava, senza esito, di ottenere dagli Alleati una qualche promessa di aiuto se fosse riuscita a rovesciare Hitlerl (56).

Anche ammettendo che vi fossero stati, tra i tedeschi implicati nell'opposizione a Hitler, elementi che avessero potuto ignorare l'esistenza di un programma di sterminio fisico degli ebrei, sempre supponendo che un programma siffatto sia esistito, bisogna forse credere che un'ignoranza del genere sarebbe stata possibile negli alti responsabili dell'Abwehr?

Questa sarà la mia conclusione sulle "otto semplici osservazioni che stabiliscono la non-storicità di un programma di sterminio fisico in massa degli ebrei d'Europa". L'accusa non soddisfa a nessuno dei criteri storici appropriati e cemporta un grado d'impudenza o di chutzpah [@] che, prima della guerra, avrebbe riempito di stupore le immaginazioni. Quello che si esige da noi è che si presti fede al fatto che questi "avvenimenti della dimensione di un continente dal punto di vista della geografia, della durata di tre anni dal punto di vista del tempo e di parecchi milioni dal punto di vista delle

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vittime" abbiano potuto svolgersi senza che nessuna delle parti in causa ne abbia avuto conoscenza. E' come se mi si raccontasse che, mentre io non mi ero accorto di nessun elefante guardando nella mia cantina, cionondimeno un elefante vi si trovasse. E che poi, mentre me ne stavo nel soggiorno, io non abbia prestato attenzione al fatto che l'elefante aveva trovato modo di salire fino al mio appartamento e di trastullarvisi per un po': che le scale da infilare, le dimensioni delle porte, il piancito di legno, tutto ciò, all'improvviso, fosse miracolosamente diventato compatibile con queste attività; che, poi, l'elefante ski fosse precipitato fuori, in un quartiere commerciale in piena attività, a mezzogiorno, e che poi, a qualche chilometro di là, fosse rientrato nello zoo, ma che nessuno si fosse accorto di tutto ciò.

Da qualche parte, parlando di questa faccenda dello sterminio, Rassinier dice: "Non è una cosa seria". Non concordo con questo giudizio; dirò piuttosto che è una faccenda insensata. Ma non è su questo punto che verte la discussione. Il punto, invece, è che si può dire che queste otto osservazioni stanno lì, in certo senso sotto il nostro naso, dato che la maggior parte di esse sono state fatte in libri pubblicati di recente, non dai revisionisti, bensì dai difensori della leggenda, e che le pochissime che non sono state fatte si ricavano, comunque, facilmente da questi stessi libri. L'olocaustomania è stata tale, in questi ultimi anni, che si è fatta larga pubblicità all'esistenza e al contenuto di questi libri. Essi, forse, non hanno presentato queste osservazioni in modo tanto succinto e diretto come ho fatto io, però le hanno presentate.

Si potrebbe, dunque, parlare veramente di miopia -- una miopia di un genere che i posteri faticheranno a spiegarsi -- se, nel prosieguo della controversia olocaustica, lasceremo che i minuti dettagli sollevati dai difensori delle leggenda ci assorbano tanto da farci dimenticare di tener conto delle osservazioni storiche straordinariamente semplici che senza alcun dubbio tagliano corto a ogni questione circa l'esistenza di un programma di liquidazione fisica degli ebrei d'Europa.

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Rilievi conclusivi

Nelle controversie future i sostenitori della leggenda corrente tenteranno, per quel tanto che sarà loro possibile, di imbrogliare e complicare l'argomento facendo uso di tutti i mezzi che si possono prevedere, e forse anche di altri. C'è il precedente della controversia sulla Donazione a mostrare che si può impedire che vengano espresse semplici osservazioni capaci di rendere palese la natura totalmente anistorica di una leggenda diffusa e radicala. Pertanto, il primo consiglio che darei a coloro che affrontano questa controversia sarebbe quello di non perdere mai di vista il fatto che il cuore dell'argomento, vale a dire l'accusa di sterminio, in definitiva è sfuggito del tutto a ogni analisi storica vera e propria.

Ne consegue che la tattica-base che verrà utilizzata dai sostenitori della leggenda nelle controversie future consisterà nel cercare di avanzare accuse insuscettibili di esser verificate secondo il metodo normale, che è quello di collocare le ipotesi nel loro contesto storico per vedere se vi si adattano. L'avvio di questa tattica emerge nel significativo articolo di Gitta Sereny in "New Statesman" del quale ho parlato in precedenza. La Sereny fa capire bene che preferisce veder vertere la discussione su luoghi come Belzec, Sobibor e Treblinka piuttosto che su Auschwitz. Ci sono, per questo, delle buone ragioni. Ecco come si esprime la Sereny:

Auschwitz [... ] comprendeva, al tempo stesso, immensi campi di lavoro e, in vicinanza di essi, installazioni di sterminio. Per il fatto che tanta gente vi è sopravvissuta, Auschwitz ci ha permesso dì saperne di più su ciò che è realmente accaduto, ma, nello stesso tempo, questo ha accresciuto la nostra confusione quanto ai due tipi di campi.

Qui la distinzione è ben fondata. Auschwitz era un immenso e multiforme campo di sfruttamento, laddove gli altri cam-

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pi, detti di sterminio, erano oscure installazioni che non funzionarono se non per brevi periodi allo scopo, praticamente esclusivo, di servire da campi di transito per gli ebrei. Così abbiamo un gran numero di informazioni su Auschwitz, ma molte di meno su "gli altri". Ad es., de "gli altri" è probabile non esistano fote aeree; ne "gli altri" non c'erano, del pari, prigionieri di guerra provenienti dall'Ovest; così pure, ne "gli altri" non venivano impiegati centinaia di semplici civili; i detenuti rinchiusi ne "gli altri" non si trovavano a contatto di svariate persone distribuite su di un grande territorio; la Croce Rossa non era, si direbbe, a conoscenza de "gli altri" e i convogli di ebrei dell'Europa orientale che arrivavano ne "gli altri" erano lungi dall'esserre altrettanto numerosi (vi sono stati convogli di ebrei olandesi diretti a Sobibor).

Di conseguenza, quando, per le necessità di una discussione, si debbono lasciar da parte gli argomenti di carattere generale che militano contro la tesi dello "sterminio", è molto più facile demolire la leggenda riferita ad Auschwitz che non quella che viene riferita ad altri campi.

E questa la vera ragione per cui i difensori della leggenda preferiscono discutere di Belzec, di Sobibor e di Treblinka. Qui noi siamo in possesso di molti meno argomenti che contraddicano direttamente le loro pretese "prove", che consistono soprattutto in testimonianze postbelliche. Queste testimonianze postbelliche sono state, per lo più, rilasciate a tribunali tedeschi e, nelle condizioni giudiziarie e politiche della Germania d'oggi, i revisionisá non possono sottoporle ad esame (57). E questo è un vantaggio di più per gli antirevisionisti.

Ma qui i difensori della leggenda si trovano in una posizione insostenibile. Non possono abbandonare Auschwitz senza abbandonare tutto, dato che per gli altri campi non

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possono avanzare prove che non siano già state avanzate per Auschwitz. Se la "confessione" del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, è cosa di immaginazione (58), chi presterà fede, allora, alla confessione del comandante di Treblinka, Franz Stangl? Se le storie che ci raccontano Rudolf Vrba e Miklos Nyiszli non sono credibili e se i loro libri altro non sono che macabre buffonate, chi presterà fede alle storie altrettanto macabre di Jankiel Wiernik e di altri oscuri personaggi (59)? Se il processo di Norimberga e i processi tedeschi del dopoguerra non hanno messa in chiaro la verità su Auschwitz, chi crederà, allora, che l'abbiano messa in chiaro su Treblinka? Se il grandissimo numero di ebrei che si dice siano stati mandati ad Auschwitz non vi sono stati uccisi, chi crederà, allora, che che il grandissimo numero di ebrei che sono stati mandati a Treblinka siano stati uccisi in quest'ultimo campo? Per queste ragioni, il consiglio che darei a coloro che si lanciassero in questa controversia sarebbe quello di impedire ai sostenitori della leggenda di sbarazzarsi della questione di Auschwitz. La faccenda sta tutta qui: è molto facile demolire la leggenda trattando il caso di Auschwitz e, a sua volta, la demolizione di Auschwitz comporta, stante la natura delle prove fornite, la demolizione del resto della leggenda.

I sostenitori della leggenda hanno altresì fatto ricorso ad un altro tipo di argomento: quello utilizzato di recente da

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Hilberg nell'importante intervista che ho citato in precedenza e che raccomando ai lettori desiderosi di farsi una giusta idea della linea oggi seguita (60):

I detrattori [cioè i revisionisti] non spiegano il semplice fatto che segue: che ne è stato delle persone che sono state deportate? La deportazione non era un segreto. E' stata annunciata. Parecchi milioni di persone sono state spostate verso precise destinazioni. Dove sono queste persone? Esse non si nascondono in Cina!

Può parere incredibile che Hilberg faccia un discorso come questo in un'epoca in cui quasi non passa giorno senza che la stampa ci riveli l'esistenza di un ebreo ignoto fino a quel momento che è stato deportato ma è sopravvissuto; in un'epoca in cui gli avvenimenti del Medio Oriente non possono non ricordarci il grande esodo degli ebrei che lasciavano l'Europa dopo la guerra (e anche durante la guerra); in un'epoca in cui i libri revisionistici ricordano come si siano operati i diversi movimenti di popolazione ebraica durante e dopo la guerra`. Non sembra che sia difficile sapere dove siano gli ebrei. E' probabile che come prima reazione il lettore pensi che Hilberg sia stato citato in modo inesatto.

Nondimeno, poiché Hilberg non fornisce precisazioni, vedo due maniere di interpretare i suoi discorsi. Egli si fa forte di un argomento la cui verisimiglianza è, secondo il solito, soltanto illusoria; questo ha a che fare con la miopia: qui contesto e prospettiva sono persi di vista.

Quel che Hilberg ha in testa è probabilmente il fatto seguente: mentre si dispone di un'abbondante documentazione che prova come gli ebrei venissero deportati verso i campi polacchi quali Auschwitz, Treblinka, ecc., non si dispone di una documentazione paragonabile che provi che essi attra-

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versavano questi campi per andare più lontano verso Est. Io, per lo meno, non ho veduto carte tedesche in questo senso. Sarei molto stupito di vedeme oggi. La leggenda sarà stata fabbricata alla basta che sia e in tutta fretta, ma la gente che dopo la guerra si è impossessata dei documenti tedeschi e che ne ha tratto quelli che vennero presentati al processo di Norimberga non ha sofferto di questi handicap. Aveva ogni agio di procedere a soppressioni di documenti.

Bisogna, naturalmente, osservare che gente è quella che ha messo le mani sui documenti tedeschi. Vi sono più modi di precisarlo, sia con il sussidio di argomenti storico-politici, sia prendendo dei casi specifici. Tra questi ultimi, mi piace far osservare che il nominato David Marcus, che fu il principale responsabile della politica americana di occupazione in Germania durante e subito dopo la guerra e che nel '46-47 diresse l'Ufficio dei Crimini di guerra a Washington, è lo stesso David Marcus che stava per avere il comando delle forze ebraiche in Palestina durante la prima guerra contro gli arabi (1948). E cosi via (62).

L'argomento di Hilberg avrebbe qualche peso se si avesse a che fare con archivi storici vergini; ma, se lo intendo bene, ciò che in realtà egli dice è che dovremmo aver fiducia negli architetti del processo di Norimberga, e qui egli presuppone più che non tenti di provare (il suo argomentare si limiterebbe, suppongo, all'affermazione che, nel caso particolare, quegli architetti avevano ragione). Questo tentativo di astrarre fino a tal punto dal contesto è una sfida alla logica. Tutto quello che si puè osservare è che i mistificatori non hanno messo a disposiziene i documenti che rivelerebbero direttamente la nùstificazione da essi compiuta.

Forse Hilberg ritorcerà che non è possibile sopprimere così tutti i documenti e che sarebbero rimaste tracce della deportazione degli ebrei più ad est. E' vero; d'altronde, queste

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tracce e questi resti esistono. Se è quello che si è detto che Hilberg obietta, bisognerebbe, allora, che egli rispondesse a questa domanda: dove sono le carte tedesche relative alle deportazioni verso Riga e all'amn- únistrazione di quella colonia (e non del campo di concentramento) in quel di Riga che è stato descritto da Jeannette Wolff nel suo contributo al libro curato da Boehm? Per conto mio, lo ignoro. Non dico che un giorno non le si vedrà saltar fuori, ma so che non le si è fornite a coloro che cercavano questo genere di documenti in occasione del processo di Norimberga (63).

Della notazione di Hilberg è possibile una seconda interpretazione. Quantunque le cifre che vengono fornite per la popolazione ebraica del dopoguerra in Europa orientale non abbiano grande valore, bisogna riconoscere che il numero di ebrei censiti nella Polonia postbellica non è che una piccola frazione di quello (forse 3 milioni) degli ebrei che vivevano nella Polonia prebellica (il territorio della quale, però, non è affatto lo stesso della Polonia postbellica). Non dico che dovremmo credere alle cifre che ci vengono presentate. Ma la Polonia, diversamente dall'Uniene sovietica, non è grandissima, e comunità ebraiche tanto numerose non passerebbero inavvertite se fossero sempre lì.

Pertanto, se si prescinde da ogni contesto storico, l'argomento è semplice: essi non sono sul territorio che oggi chiamiamo Polonia; dunque, sono stati uccisi. Per chi abbia una qualche infarinatura di storia questa conclusione non è per niente più logica del ragionamento che consistesse nel dire che, dato che prima della guerra c'erano parecchi milioni di tedeschi e di persone di origine germanica che vivevano ad est dell'Oder-Neisse, e dato che oggi non ve ne sono, per così dire, più, allora tutta. questa gente sarebbe stata ucrisa. In realtà questo periodo ha conosciuto spostamenti massicci di popolazione: gli ebrei non hanno fatto eccezione. I sovietici

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ne hanno deportati in gran numero verso l'interno dell'Unione sovietica; e, nel periodo che ha tenuto dietro alla guerra, l'irrompere degli ebrei polacchi nella Germania dell'Ovest in vista di raggiungere gli Stati Uniti, la Palestina o altre destinazioni rappresentò un problema cui fu data larga notorietà (64).

Fino ad ora non ho molti altri suggerimenti da dare per una prosecuzione della controversia sull'"olocausto", né posso prevedere litti gli stratagemmi. Neanche posso garantire che i casi della Sereny o di Hilberg, che ho commentati, saranno caratteristici quanto al genere di argomenti che il lettore troverà presso i sostenitori della leggenda. Ancora oggi ci si imbatte in persone che affermano che le truppe americane e britanniche che presero Belsen, Buchenwald e Dachau "hanno veduto questo con i loro occhi". In realtà, hanno veduto dei cadaveri, e fin dal '45 era abbastanza facile sapere che quei morti erano il risultato delle penurie conseguenti al crollo della Germania; ma la confusione oggi regnante è tale che malgrado tutto si continua a sentire questo argomento.

Tutto quello he posso aggiungere è che bisogna tenersi al corrente dei libri revisionistici così come dei più importanti tra quelli che avallano la leggenda, e, nella controversia, procurare innanzititto di tenere gli occhi bene aperti sul contesto e sulla prospetiva storici se non si vuole cadere in una visione miope de la storia.

Bibliografia

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NOTE

[*] Ed. italiana presso Adelphi [n.d.t.]

1) "The Journal of Historical Review", est. 1980, p. 153 ss. Il "Dr." che precede la mia firma è stato aggiunto dalla redazione. Io non firmo mai così.

2) "Los Angeles Herald Examiner", 2 sett. 1979, E2.

3) Sull'incontro tra la Sereny e Pierre Guillaume vedasi Les bonnes intentions dont l'Enfer est pavé, "Annales d'Histoire révisionniste", n. 5, est.-aut. 1988, p. 189 s.

[**] Anistorico, cioè non storico (e dunque non reale). Detto di un falso, significa che il falso afferma fatti non reali, cioè mai accaduti [n.d.t.]

[***] Ed. italiana presso Ponte alla Grazie [n.d.t].

5) Ad es., "The Spotlight", 26 lug. 1982, p. 10 ss.

[#] Ed. italiana presso Einaudi [n.d.t.].

6. "Le Nouvel Observateur", 3-9 lug. 1982, p. 70 e passim.

7) "Chicago Tribune", 5 ago. 1982, p. 15.

8) Ad es, Butz, pp. 75-86, 146 ss.

9) Gilbert, p. 140.

10) Laqueur, pp. 22-25.

11) Butz, pp. 87 ss., 92 ss.

12) Bauer, p. 21 ss.

13) Bauer, cap. 8.

14) Bauer, cap, 9, pp. 246, 264, 272, 274, 333, 366 ss, 371 ss.

15) Laqueur, pp. 4, 170 ss., 180.

16) Gilbert, pp. 31, 39 ss, 44,170.

17) Gilbert, p. 93 ss, Laqueur p. 231.

18) Laqueur, Append. 5.

19) "Washington Post", 28 ott. 1981, A1; "Los Angeles Time", 29 ott. 1981, parte I, p. 20.

20. Vedasi, ad es., il suo contributo all'opusc. Dimensions of the Holocaust, Northwestem University Press, Evanston, 1977, oppure l'art. da lui pubblicato in "Jewish Cronicle", Londra, 4 nov. 1977.

21) Bauer, pp. 264, 271, 274,371; Gilbert, p. 121; Butz, p. 290.

22) Bauer, pp. 56, 58; Butz, p. 109.

23) Gilbert, p. 204 ss.

24) Bauer, p. 325 ss.; Gilbert, p. 121.

25) Dawidovicz, 1975, p. XVII; 1981, p. 125.

26) Gilbert, p. 143.

27) Bauer, pp. 329-334.

28. Gilbert, p. 181.

29) Laqueur, pp. 183-186; Bauer, pp. 188-193, 403.

30) Butz, pp. 77, 202; Laqueur, pp. 68-72.

31) Laqueur, p. 121.

32) Gilbert, p. 325.

33) Butz, p. 89.

34) Gilbert, p. 337 ss.

35) Gilbert, pp. 267-273, 290, 299-311, 34 l.

36) Feingold, pp. 9-170; Laqueur, p. 94.

37) Laqueur, p. 3.

38) Dubois, pp. 184, 188; Butz, p. 67.

39) Gilbert, pp. 68, 95 ss, 99.

40) Laqueur, p. 162.

41) Bauer, p. 229.

42) Laqueur, pp. 83, 86; Gilbert, p. 150.

43) Iron Curtain over America (disponibile presso l'Institute for Historical Review, Post Office Box 2739, Newport Beach, CA 92659, USA).

44) Butz, p. 149 ss.; Gilbert, p. 231 ss.

45) Dino A. Brugioni e Robert G. Poirier, The Holocaust Revisited: A Retrospective Analysis of the Auschwitz-Birkenau Extermination Complex, forse ancora disponibile presso il Public Affairs Office, Central Intelligence Agency, Washington, D.C. 20505, USA [trad. frane., sotto il tit. Une analyse rétrospective du complexe d'extermination "Auschwitz-Birkenau", "Le Monde Juif", gen.-mar. 1980, a. 36mo, n. 97, pp. 1-22].

46) Laqueur, pp. 55-58.

47. Butz, append. E. Gilbert, p. 104 ss.

48) Butz, pp. 76, 133-145.

49) Gilbert, p. 129.

50) Bauer, p. 430 ss.

51) Laqueur, p. 152.

52) Ad es., Butz, pp. 205-212.

[##] Il lettore tenga presente che, in realtà, i forni dei crematori dei campi di concentramentio funzionavano generalmente con coke. Essi erano a volte chiamati impropriamente "forni a gas", come fa in questo punto l'autore, perché utilizzavano i gas combustibili prodotti nei gasogeni [n.d.t.].

53. Butz, pp. 101-108, 116, 120 ss.

54. Butz, pp. 194, 240; Laqueur, p. 18.

55) Laqueur, append. 1. Il caso dei giornalista politico Lemmer e dell'economista Sommer, che avrebbero comunicato a contatti svizzeri informazioni sugli sterminî, appaiono di scarsa importanza. Lemmer non aveva nulla a che vedere con l'Abwehr e, come fa notare Laqueur, nella sua autobiografia non c'è nulla che mostri che egli avrebbe comunicato informazioni a proposito dello sterminio. Sommer era ufficiale di collegamento tra lo stato maggiore generale e l'Abwehr e faceva anche viaggi in Svizzera per ragioni commerciali. Secondo Gilbert, p. 56 ss., si può pensare che il ravvicinamento che è stato fatto tra Sommer e un rapporto risalente all'estate del '42, dove si dice che "sono in preparazione dei campi perché siano sterminati con il gas tutti gli ebrei d'Europa e gran parte dei prigionieri di guerra russi", è stato rivendicato non da Sommer stesso, che è morto nel 1965, ma da due intermediari ebrei. E' pure interessante notare che né Lemmer né Sommer sembrano essere stati seriamente implicati nell'opposizione antihitleriana; entrambi sono sopravvissuti alla guerra.

56) Rothfels.pp. 125-151.

[@] Il termine indica una facciatosta mostruosa [n.d.t.].

57) Nel diritto tedesco le carte di un processo non sono accessibili al pubblico. Si fanno eccezioni per coloro che, in un modo o nell'altro, sono implicati nel caso che è all'origine del processo o per persone che vengano considerate quali ricercatori interessati a certi aspetti del processo. Il dott. Wilhelm Stäglich, che è unmagistrato tedesco in pensione ed è l'autore di Der Auschwitz Mythos (Le Mythe d'Auschwitz, La Vieille Taupe, 1986), non ha ottenuto l'autorizzazione a consultare le testimonianze dei processo; si vecano le pagg. 371 ss. del suo libro. Da una lettera indirizzata a "Realschule" dal dott. Hans de With, funzionario del ministero della Giustizia, il prof. Robert Faurisson crede di comprendere che, se mettesse piede in Germania, rischierebbe di venire arrestato e rimandato in Francia.

58) Butz, cap. 4. Per la soluzione finale dei problema della "confessione" di Höss si veda l'art. di Faurisson apparso in "'The Journal of Historical Review", 1980-81. (Vedi R. Faurisson, Comment les Britanniques ont obtenu les aveux de Rudolf Höss, commandant d'Auschwitz, "Annales d'Histoire révisionniste", n. 1, primav. 1987, pp. 137-152).

59) Donat.

60) Vedi nota 5.

61) Butz, cap. 7.

62) Butz, pp. 20-30.

63) Butz, p. 219 ss.

64) Butz, pp. 14-17, 217-239.

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Titolo originale: "Contest and Perspective in the "Holocaust Controversy" ", Journal of Historical Review, vol. 3, n. 4, inverno 1982-1983. Traduzione Ileana Cicerchia. Ved. Revue d'Histoire Révisionniste, n.2, 1990, pp. 87-137.

Graphos, Campetto 4, 16123 Genova, Italia, giugno 1999, 72 p.

 

 


Fonte: http://www.vho.org/aaargh/ital/ABcontesto.html


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Author(s): Olodogma
Title: Contesto storico e prospettiva d'insieme nella controversia dell' "olocausto"
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