Genocidio, olocau$to, $hoah: questione di terminologia?
Published: 2014-07-14

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GENOCIDIO-OLOCAUSTO-SHOAH

Questione di terminologia? 

Presentazione

di un articolo di Pierre Guillaume

pubblicato su Annales d’histoire révisionniste, n° 5 (estate-autunno 1988), p. 103-112 

 

  

Pierre Guillaume en 2013. Click...
Pierre Guillaume, 2013. Click...
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Pierre Guillaume, nato nel 1942, era conosciuto come un personaggio del maggio 68 parigino, cioè di quando si scandiva per le strade “Siamo tutti ebrei tedeschi!” e si scriveva sui muri “È vietato vietare”. Egli si qualificava di “ultra-sinistra”, militante per il “vero comunismo” voluto, secondo lui, da Karl Marx.

Dieci anni più tardi scoppia l’affaire Faurisson, e questo devoto di Marx ha il coraggio di leggere quanto scrive il professore di letteratura sulla mistificazione storica chiamata ormai “Olocausto” (è anche nel 1978 che viene consegnato gratis in tutte le case dell’Occidente il feuilleton hollywoodiano Holocaust).

Lo legge e lo capisce; non solo: si schiera con lui al punto che, con la sua casa editrice La Vieille Taupe, diventa il suo editore (Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, 1980). Un esempio rarissimo di onestà che rende un uomo della sua area politica capace di rinunciare al pilastro centrale della struttura della sinistra moderna, quello olocaustico, sul quale poggiano il sacrosanto “antirazzismo” ed una concezione del mondo contemporanea purtroppo predominante per quanto riguarda l’Europa. Guillaume viene spinto in questo impegno principalmente dalla sua simpatia per la causa palestinese.

Henri Roques
Henri Roques
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nel 1988, anno del presente articolo, in Francia siamo all’inizio della shoatizzazione culturale (il film Shoah di Claude Lanzmann era uscito 3 anni prima) ma anche in piena seconda esplosione della bomba revisionista: la tesi di dottorato di Henri Roques, svelando il carattere ridicolo di una “prova” maggiore del preteso sterminio ebraico (le “confessioni” del SS Kurt Gerstein), è istericamente denunciata dai media nella primavera del 1986; la rivista in cui si trovava l’articolo presente, Les Annales d’histoire révisionniste, è nata – e subito sequestrata – durante il processo-spettacolo di Klaus Barbie a Lione nel maggio del 1987. Non c’è ancora la Legge Gayssot e non si dice ancora “negazionismo”, non mandano centinaia di allievi di tutti i paesi d’Europa ogni giorno in pellegrinaggio “educativo” ad Auschwitz. Nelle acque agitate di allora la nave revisionista francese ha al timone un gentile autore, editore e filosofo di estrema sinistra, responsabile della suddetta pubblicazione ed a cui l’impegno coraggioso costa condanne penali, perquisizioni ed altre sanzioni.

Qui sotto, per la prima volta in italiano, le sue riflessioni sullo sviluppo di un fenomeno che non si può fare a meno di chiamare inquinamento delle nostre lingue e quindi della nostra mente.

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E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi!

di Pierre Guillaume

Annales d’histoire révisionniste, n° 5 (estate-autunno 1988), p. 103-112

 

   

Annales d'Histoire Révisionniste, N°5
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come chiamare quello che è successo nell'Europa occupata dalla Germania durante la seconda guerra mondiale per quanto riguarda gli ebrei?

La parola "genocidio" è stata utilizzata dal tribunale di Norimberga e il suo impiego si è generalizzato nel corso degli anni al punto da diventare di uso corrente. Quando si dà un nome ad una cosa, il nome che la definisce le impone un significato che va oltre la cosa stessa. Ciò vale per tutto, anche per l'oggetto più banale; a maggior ragione quando una cosa è un insieme di avvenimenti che si conoscono o che si crede di conoscere. A maggior ragione ancora quando questo insieme di avvenimenti è oggetto di controversie sulla realtà e la materialità almeno di una loro parte, il nome che designa la cosa ha in sé un significato, dunque un'interpretazione. Accettare il nome è, ipso facto, accettare l'interpretazione che ne consegue.

La parola "genocidio" fu creata nel 1943 da Raphael Lemkin in un libro pubblicato nel novembre del 1944 dalla Columbia University press (New York), intitolato Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation, Analysis of Government, Proposals for Redress. Raphael Lemkin era un oscuro funzionario ebreo dello Stato polacco, arrivato negli Stati Uniti nel 1943 dopo diverse tribolazioni ed addetto come "consigliere" o "consulente" di diversi organismi di propaganda di guerra del governo polacco in esilio e degli Stati Uniti. Inventò il termine "genocidio" proprio per designare la sorte degli ebrei nell'Europa occupata, fondendo il prefisso greco (genos, "razza") con un suffisso latino (cide, de caedere, "uccidere"). Genocidio significa sterminio di un intero popolo in ragione della sua razza. Ogni parola conta. Il termine fu creato esplicitamente per differenziare la sorte degli ebrei nell'Europa occupata da quella delle popolazioni civili vittime delle deportazioni e dei massacri avvenuti nel corso delle guerre. In particolare aveva lo scopo di differenziare in modo esplicito la sorte degli ebrei da quella degli Armeni nel 1915, vittime di massacri e di deportazioni nel quadro strategico di uno scontro geopolitico, ma senza lo scopo di eliminare una "razza" dalla faccia della terra (il governo turco non era affatto razzista e la comunità armena d'Istanbul non era per niente inquietata.

Benché il "genocidio" non costituisca che un punto minore del suo libro, e sembra essere stato aggiunto in seguito, è proprio questo che dà un senso al libro stesso. La parola "genocidio" entrò nella lingua inglese poi in tutte le altre con l'appoggio massiccio della propaganda alleata. Paradossalmente, nel libro di Raphael Lemkin, regna una stupefacente confusione. Scrivendo durante la seconda guerra mondiale al servizio della propaganda bellica, era evidente che molti altri "genocidi" erano stati commessi dagli Alleati: dagli Americani contro gli Indiani dell'America del Nord, dai Russi contro i Tedeschi del Volga. Ma, malgrado ciò. Soprattutto, l'uomo che creò nel 1943 il termine "genocidio" non si preoccupò che marginalmente di questi massacri! Nel suo libro, "genocidio" (uccidere una razza) include pure le misure pacifiche di assimilazione culturale che finiranno con l'ottenere ugualmente il presunto risultato desiderato: l'eliminazione dell'identità collettiva di un popolo che, di fatto, cessa di esistere.

Non è forse necessario insistere sull'aberrazione mentale che porta a paragonare il massacro di una popolazione con l'assimilazione. Arriva persino a scusare alcune stragi, quando l'intenzione originaria ne costituirebbe una giustificazione, ed a criminalizzarne delle altre quando sarebbero motivate dall'intenzione perversa di vedere scomparire un popolo dalla faccia della terra! Ciò che si evince dalla confusione stessa del ragionamento di Lemkin, è che il crimine di "genocidio" non si può definire oggettivamente. L'intenzione e la supposta perversione di colui che compie un genocidio costituiscono un elemento determinante della definizione del crimine stesso. Questo crimine stesso rende relativi e banali i crimini di guerra e la guerra stessa, la cui mostruosità diventa relativa e che può perfino essere santificata se si tratta di una guerra contro il solo crimine veramente abominevole ed imprescrittibile: il genocidio.

Al lettore sarà venuta una pulce all'orecchio dal fatto che laddove la metafisica arriva a così ammirevoli risultati, si vuol fargli prendere lucciole per lanterne. Se ci si vuole  sforzare di notare che la certezza di tutto ciò che capita nella storia al popolo ebraico sia specifica (non paragonabile in alcun modo a ciò che succede agli altri popoli  e che ciò costituisca il pregiudizio più costante della metafisica ebraica, ci si risparmierà di seguire i meandri del pensiero lemkiniano, constatando che il genocidio è il crimine per eccellenza che minaccia gli ebrei e che sia precisamente questo che lo rende particolarmente abominevole! Per di più, si nota l'idea che l'assimilazione "genocidiaria" costituisca un crimine tanto abominevole quanto il massacro "genocidiario"; ciò è una costante dell'animo dell'ambiente ebraico integralista che riemerge durante ogni crisi identitaria del giudaismo, al punto che alcuni commentatori ebrei hanno paragonato i cinquantamila matrimoni misti (che, secondo loro, si celebrerebbero in Francia) ad altrettanti "treni per Auschwitz". Si comprende allora il perché Raphael Lemkin abbia creato una parola nuova per interpretare gli avvenimenti europei nel quadro più tradizionale della metafisica ebraica.

Utilizzare il termine "genocidio" significa riunire in un solo colpo gli aspetti fondamentali di questa metafisica. Ciò è, innanzi tutto, la fantasia centrale di questa rappresentazione: l'illusione, cioè, di costituire un genos, che ciò sia affermato direttamente (è la tesi più costante del giudaismo) o indirettamente, quando questa tesi sia ripresa dal nemico: Hitler ed i nazisti. In ogni caso, la parola "genocidio" mette al centro la nozione di razza. Ma affermare l'intenzionalità "razziale" del nemico, vera o supposta, permette di reintrodurre la fantasia razziale pur dando l'illusione di denunciarla.

Dal momento in cui una parola è creata e diventa d'uso comune, acquisisce una vita propria. Nel suo uso volgare, il termine "genocidio" ha perduto ogni significato coerente. È divenuto il sinonimo del male assoluto, di natura metafisica ed indeterminata, di massacro e di sterminio. È così che si parlerà di genocidio per evocare la politica condotta dalla Convenzione nazionale francese (1792-1795) contro la Vandea anche se la Convenzione ed i suoi agenti manifestavano senza la minima ambiguità, in molte dichiarazioni, una volontà d'annientamento del nemico; malgrado ciò, non c'era traccia in questa politica di nessuna preoccupazione razziale o razzista ed i protagonisti non furono portatori di patrimoni genetici differenti.

A maggior ragione, l'uso della parola "auto-genocidio" per denominare la repressione brutale condotta dai Khmer Rossi in Cambogia sottolinea la pura e semplice decomposizione del linguaggio e del pensiero. Non è un caso se questa parola fu forgiata non per render conto degli avvenimenti complessi che insanguinarono la Cambogia, ma nel quadro di una formidabile campagna auto-giustificatrice dell'Occidente. Si trattava semplicemente, per i media, di creare un nuovo mito per utilizzare una parola che aveva già dato prova di funzionare bene.

È proprio l'uso degradato del termine "genocidio" e la sua connotazione razziale inappropriata che indussero gli etnologi a creare, sullo stesso modello, la parola "etnocidio" che doveva designare quel fenomeno ben noto nel corso della storia e cioè la sparizione, l'annientamento di un intero popolo. Ma nella storia reale, questa scomparsa è sempre il risultato di un insieme complesso di cause diverse. Ci sono, all'inizio, lo scontro di culture, gli sconvolgimenti economici e sociali, i confronti militari (impietosi per le culture tecnicamente inferiori), i massacri ma, soprattutto, arriva il momento in cui il popolo vinto non riesce più a rappresentare se stesso attraverso la propria cultura, a pensare al proprio avvenire. Ne segue un crollo psicologico e sociale, un degrado dei costumi  ed un collasso demografico. Anche se, in seguito, i racconti mettono in primo piano i sanguinosi scontri militari ed i massacri della popolazione, di fatto, la morte violenta inflitta direttamente dal nemico ha ucciso molti meno individui che le epidemie, la droga e tutte le conseguenze complesse del crollo culturale. (Capita anche che questi scontri sfocino in nuove formazioni sociali, in nuove creazioni culturali ed in uno nuovo progresso ). A questo proposito, lo sviluppo del capitalismo è stato, per tutto il pianeta, una formidabile macchina etnocida, ed il crollo demografico attuale delle metropoli capitalistiche ci porta a chiederci se il capitalismo non stia cominciando a distruggere i popoli cui ha, da principio, dato la potenza materiale di schiacciare gli altri.

Perché questa digressione?

Perché il termine "genocidio", indipendentemente dalla sua fastidiosa connotazione razziale, sottolinea concettualmente l'evidenza che, fatta astrazione della morte degli individui, la morte di una collettività specifica (cioè di una formazione antropologica particolare), riveste un significato particolare che meriti di essere considerato in sé. Il detto di Valéry: "Noi altri, civilizzati, sappiamo adesso che siamo mortali" indica la stessa presa di coscienza che le collettività umane siano portatrici di una realtà sovra individuale che può, per sua stessa natura, scomparire nel processo storico. Ma i casi in cui questa sparizione sia il risultato dell'annientamento fisico di individui portatori di questa identità sono rari (Tedeschi del Volga; Lorenesi del Banat, Indiani del Nordamerica, Arawak delle Antille, Caraibi – anche se, in questi due ultimi casi, la disfatta politico-militare-culturale sia finita con un'assimilazione totale a causa del meticciato dei sopravvissuti piuttosto che del loro massacro).  Al di là di questi casi il termine "genocidio" è spogliato di ogni senso e risente, piuttosto, di una proiezione interpretativa.

Ha senso, infatti, parlare di genocidio dei Tedeschi del Volga, dei Lorenesi del Banat, degli Indiani del Nordamerica, perché la formazione sociale e culturale è scomparsa nello stesso tempo della quasi totalità degli individui che la componeva.

Non ha alcun senso, invece, parlare di "genocidio" degli ebrei in Europa dal 1943 al 1945 per la semplice ragione che, non solo gli ebrei nella loro molteplicità non erano scomparsi in nessun paese europeo, ma anche il loro numero si era considerevolmente accresciuto fuori dall'Europa stessa. Il giudaismo anzi, lungi dallo scomparire, ha conosciuto un incremento considerabile nel mondo dal 1945.

Ciò che è effettivamente scomparsa è, invece, la formazione sociale denominata Yiddishland, simbolizzata dallo shtetl. Questa formazione sociale era entrata, però, in crisi ed in convulsione dall'inizio del secolo. Aveva subìto un crollo demografico ed una emigrazione emorragica dagli anni venti e, quando la storia della sua scomparsa-trasformazione sarà scritta, si dovrà constatare che l'impresa hitleriana non ci avrà giocato che un ruolo marginale (vedere su questo ultimo punto la studio decisivo di Walter N. Sanning, The Dissolution of Eastern European Jewry, Institute for Historical Review, 1983, 239 pagine).  Se lo shtetl scomparve / anche la Francia rurale del maresciallo Pétain scomparve in modo assolutamente irrimediabile; scomparvero pure le popolazioni tedesche e la cultura germanica che furono brutalmente e selvaggiamente sradicate dai vastissimi territori dove erano la maggioranza e dove si erano impiantate da secoli (i territori dell'est, attualmente polacchi o russi).

Il termine "Olocausto" nacque negli anni settanta e la sua diffusione si ebbe grazie al docudramma americano che aveva lo stesso nome. La parola ha un'origine ed un significato religioso ben preciso; l'olocausto è un sacrifico offerto alla divinità. Nel momento in cui gli animali sono abbattuti e consumati dai preti o dalla comunità dei fedeli in agapi rituali, l'olocausto diventa un sacrificio di una solennità particolare, offerto alla divinità per placare la sua collera e dove l'animale è interamente consumato dal fuoco. La parola "olocausto" porta con sé un complesso di immagini e significati. Non è un caso se il termine sia sorto e sia stato imposto all'apogeo dell'onda mediatica che, negli anni settanta, ha spinto gli ebrei al centro di questa curiosa religione che la parola ha finito col designare. Il punto di partenza di questa "riflessione" è che gli ebrei furono sterminati. La loro sopravvivenza e la loro rinascita fu in odore di miracolo. La loro esperienza, sia profana che mistica, li designava quali capi carismatici per guidare l'umanità in questi tempi angosciosi. Il termine sembra legato ai racconti danteschi di certi "testimoni" sopravvissuti ai grandi roghi a cielo aperto od alle fosse incandescenti in cui i Tedeschi avevano, pare, bruciato e ridotto in cenere milioni di ebrei in migliaia di infornate,  racconto di cui Elie Wiesel ha fornito il prototipo più noto nella sua "testimonianza" (La Nuit – éditions de Minuit, Paris, 1958), che non è che la manifestazione letteraria di una vasta tradizione orale. In effetti, quando ci recammo (Faurisson, Thion ed io stesso) ad Oslo in aereo per distribuire il manifestino: "Un grande falso testimone: Elie Wiesel", la rivista Scanorama, distribuita negli aerei dalla compagnia SAS, conteneva un editoriale  redatto in collaborazione proprio con lo stesso Elie Wiesel intitolato: "Voice from the holocaust" la cui prima frase era questa: "A survivor of Auschwitz and Buchenwald, Elie Wiesel, invented the term holocaust" (Una voce venuta dall'olocausto. Un sopravvissuto di Auschwitz e Buchenwald, Elie Wiesel, ha inventato il termine olocausto).

Inventato da un "testimone" per esprimere ciò che bisogna ben chiamare i suoi fantasmi, reso popolare da un film, imposto dai media, il termine prosegue la sua strana carriera. Non è rigoroso, porta con sé un'interpretazione ed il suo uso origina necessariamente dei quiproquo. È sinonimo sia di genocidio che di sterminio e di tutto ciò che capitò di terribile agli ebrei durante la guerra. L'uso stesso del termine "olocausto" implica che ciò che successe agli ebrei durante la guerra fosse di natura assolutamente speciale e che non fosse paragonabile a ciò che accadde invece di terribile ai Polacchi, agli Ucraini, ai Tedeschi e che necessitasse di un termine specifico, di natura metafisica e religiosa. L'uso della parola impone infatti l'accettazione della complessità delle  rappresentazioni ... "olocaustiche", cosa che è veramente successa.

Ciò che si afferma tramite l'uso di questo vocabolo, è il carattere "sacrificale" dell'avvenimento e la sua relazione con il progetto divino che si realizza nella storia. In questa prospettiva, il sacrificio degli ebrei si sostituisce a quello del Cristo come accadimento fondante dei tempi nuovi. Una prospettiva teologica di cui l'analoga profana si limita a proclamare che lo sterminio degli ebrei consisterebbe in un rinnovamento radicale della storia attorno al quale dovrebbe ristrutturarsi l’intera percezione moderna del senso stesso della storia dell'umanità (retorica della Postmodernità).

L'uso del termine "olocausto" nel progetto della  legge socialista, che ha come scopo la repressione del revisionismo, ben dimostra come si voglia farci genuflettere non davanti ai fatti, ma al cospetto di una religione [legge Fabius - Gayssot, alla fine votata nel luglio del 1990 – ndt]

OLOCAUSTO: n. masch. (XII sec.; lat. ecclesiastico di origine greca holocaustum "bruciato tutto intero"). • 1° Storia relig. Presso gli Ebrei, sacrificio religioso in cui la vittima era interamente consumata dal fuoco. Offrire un montone in olocausto. – Analogamente: Ogni sacrificio religioso. V. Immolazione. • 2° (Inizio XVII sec.). In senso figurato: Sacrificio totale, a carattere religioso e  no. Fare olocausto del proprio cuore, dei propri desideri, dei propri gusti. • 3° La vittima immolata. "Oh donna, volontario olocausto per l'amore di Dio" (Villiers).

                                                                        Petit Robert, Paris 1969, pag. 844

olocausto: n. masch. (gr. holos, tutto, e kalein, bruciare). Sacrificio in uso preso gli Ebrei e nel quale la vittima era interamente divorata  dal fuoco. • La Vittima così sacrificata. • Sacrificio, immolazione di se stesso: l'olocausto del Cristo sulla croce. • Oblazione intera e generosa, sacrificio: offrirsi in olocausto alla patria.

                                                 Larousse Universel, 2 vol., Paris 1969, pag. 772

 

Il termine "Shoah" è una creazione degli anni Ottanta. È un vocabolo ebraico che significa "catastrofe". L'uso di questa parola è stato progressivamente imposto dai media, soprattutto dopo essere stato il titolo del film di Claude Lanzmann. Allo stesso modo del termine "olocausto", è proprio un film ad assicurare la popolarità della parola. Sembra che l'utilizzo di questa espressione sia stato da principio proposto dagli ambienti religiosi ebraici come reazione all'uso del termine "olocausto" le cui connotazioni teologiche potevano essere pericolose. In effetti, la retorica de "l'Olocausto di sei milioni di Ebrei" serviva a svalutare relativamente l'importanza fondante del sacrifico del Cristo sulla croce. L'idea che questo sacrifico fosse stato offerto a Dio, o voluto da Dio, era difficile da gestire sul piano teologico e poteva avere delle ricadute fastidiose sul simbolismo profano che è alla base dello Stato d'Israele. Offerto da chi? Per che cosa? O voluto perché e per che cosa?

Elie Wiesel (1) (2) , interrogato sulla relazione che vedeva tra l'olocausto e la rinascita di Israele, replicò dicendo che preferiva parlare del mistero della Shoah e del miracolo della rinascita! Mistero... Miracolo... Mistica. Non bisognava che la storia profana degli avvenimenti realmente accaduti facesse perdere al miracolo il suo mistero. Volendo soppiantare il figlio di Dio nella mente collettiva, si correva il rischio di distruggere l'alibi del Padre, poiché Yawhé, fino a questo momento, era stato singolarmente assente in tutta la faccenda. Bisognava che Egli rimanesse indenne di ogni sospetto. È a questo prezzo che poteva essere stilato l'atto d'accusa imprescrittibile per avere il  diritto al risarcimento, contro i nazisti, i Tedeschi, la cultura tedesca, il cristianesimo, la Chiesa cattolica, gli Alleati ("che sapevano ma tacquero"), in fine contro tutti i goyim mentre invece le organizzazioni ebraiche, i dirigenti ebrei non avevano alcuna responsabilità né della guerra né di ciò che era accaduto, essendo stati ( gli ebrei) solo vittime pure ed innocenti (3) . Affinché si mantenesse questa visione così propizia per gli interessi profani d'Israele, era assolutamente necessario che tutta questa "storia" (di cui tutta l'umanità era colpevole, salvo gli Ebrei) si svolgesse tra uomini, nella totale assenza di Dio. Infatti, se Dio fosse stato presente ad Auschwitz, tutto si sarebbe complicato, poiché, dal punto di vista della teologia ebraica, la cosa sarebbe stata concepibile solo ammettendo la colpevolezza del popolo ebraico stesso! Ma, senza voler penetrare qui nell'arcano della teologia e della sua embricatura con la politica profana, limitiamoci a constatare il fatto che è bastato che la metafora olocaustica fosse giudicata pericolosa ed inopportuna da una manciata di zeloti perché, in qualche anno, un nuovo termine fosse creato ed imposto dai media. C'è forse un miglior Commento sulla società dello spettacolo?

La sostituzione di un termine con un altro non corrisponde a nessuna nuova scoperta storica né ad una problematica che obbligherebbe a precisare i concetti. Al contrario, si passa da una parola che ha un senso – "genocidio" – (uccidere una razza intera), ad una metafora teologica – "olocausto" – (che conserva un legame con una rappresentazione materiale, cioè interamente distrutto dal fuoco), poi ad una totalmente spogliata di ogni significato concreto in francese e che, in ebraico, rimanda alla Minaccia diffusa, indefinita e permanente che minaccia permanentemente Israele nel corso della storia, che si tratti del Faraone o di Assuero, dell'espulsione dalla Spagna o di San Luigi, di Arafat, di Aman o di Hitler, Shatan, il Golem od il revisionismo. Se, dunque, l'espressione non si diffonde in virtù di un legame con una nuova concettualizzazione, come e perché si diffonde? Come e perché la novità è accettata, al punto da entrare persino nei manuali scolastici, in meno di pochi anni? Perché ciò che si chiamava genocidio era diventato olocausto e diventerà d'ora in avanti Shoah? Non è difficile constatare che il meccanismo di diffusione delle parole sia analogo, in questo caso, al meccanismo della diffusione delle mode. Non essendoci nessun contenuto concettuale interessante per quelli che li utilizzano, queste novità linguistiche funzionano come delle parole d'ordine  grazie alle quali ciascuno rende manifesta la sua appartenenza o la sua sottomissione. La facilità con la quale queste "novità" sono assimilate e promosse permette di misurare esattamente il grado di decadimento del pensiero e della storia.

 Da seguire

Note di Olodogma

1) Il sedicente ebreo e sedicente sopravvissuto wiesel elie è stato definito "mercante della shoah" dall' influente ebreo vidal-naquet pierre, il cui padre morì ad Auschwitz, ha scritto di Wiesel: “Ad esempio, abbiamo il rabbino Kahane, l’estremista ebreo, che è meno pericoloso di un uomo come Elie Wiesel, che non dice nulla di importante…Dovete solo leggere dei brani di Notte per capire che certe sue descrizioni non sono esatte e che è essenzialmente un mercante della Shoahche ha fatto un dannoun danno enorme alla verità storica”(Pierre Vidal-Naquet, Zero, Aprile 1987, p. 57)

2) Sul sedicente ebreo e sedicente sopravvissuto wiesel elie un buon post, cliccare QUI

3) I dirigenti ebrei dei ghetti e la loro polizia collaborarono attivamente nell'internamento degli ebrei nei lager, si veda il post dove l'ebrea arendt hannah spiega tale collaborazione, cliccare QUI

 


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Author(s): Olodogma
Title: Genocidio, olocau$to, $hoah: questione di terminologia?
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Published: 2014-07-14
First posted on CODOH: June 23, 2018, 7:28 a.m.
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