Piero Sella, Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica, recensione di Enrico Galoppini
Published: 2014-09-24

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PRIMA DI ISRAELE

recensione di Enrico Galoppini

 

Piero Sella, Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica, Edizioni dell'Uomo Libero, Milano 1996, pp.424

 

Nella vita di coloro che - morsi dalla ‘tarantola’ della sete di conoscenza - hanno posto come priorità assoluta la coltivazione di sé e la ricerca d’inediti saperi, l’imbattersi in un libro fuori dal coro della versione dominante su un qualsiasi argomento è sempre un momento a dir poco esaltante. Quando ciò accade, si prende un gran respiro e ci si tuffa a capofitto nelle sue pagine, per riaffiorare magari un po’ in debito d’ossigeno e mezzi tramortiti, ma certo rinvigoriti e pronti a riprendere la ‘cerca’ con maggior forza e audacia.

Questa è, a rifletterci un attimo, l’aurea norma delle persone sinceramente innamorate della conoscenza, la ‘stella polare’ che indica il sicuro cammino. E non mi riferisco agli «intellettuali», volutamente. Quelli sono un'altra cosa. Gli «intellettuali» svolgono un ruolo funzionale al sistema, per la precisione la definizione di ciò che è ammesso nel pubblico dibattito e di ciò che ne è escluso. A queste persone la sete di conoscenza si è prosciugata, intenti come sono a fissare divieti e scomuniche, sempre per compiacere il sistema che li omaggia e li ossequia facendoli sentire, appunto, «intellettuali».

E’ questo un punto che va compreso bene: il censore e chi cerca la conoscenza non possono coesistere nella stessa persona, e chi incarna le due inclinazioni è senz’altro persona di cui diffidare.

Ciò premesso, il libro di Piero Sella, Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica (Edizioni dell’Uomo Libero, Milano 1996, pp. 424) non è un libro «politicamente corretto», di quelli cioè che forniscono una versione edulcorata della genesi e dello sviluppo della «questione palestinese», che a prima vista sembrerebbe scaturire unicamente da fattori specificamente mediorientali o da vicende storiche recenti. Con coraggio e con coerenza, l’Autore ricerca le radici del problema: “La tempesta che si è addensata e che si sta scaricando in questi decenni sulla testa del popolo palestinese è in realtà solo l’ultima manifestazione della questione ebraica” [dalla quarta di copertina].

Il Sella, indagando le vicende politiche, militari, culturali e religiose attraverso cui si è dipanata la storia della presenza israelita all’interno delle differenti comunità europee, espone al lettore la storia di una volontaria separazione e di un conseguente rifiuto: è il fenomeno dell’«antisemitismo», ingiusto ma ineluttabile, le cui cause - come già illustrato nel 1894 dall’israelita francese Bernard Lazare (cfr.

 

L’antisemitismo. Storia e cause, trad. it. Sodalitium, Verrua Savoia 2000) - vengono qui ricondotte ad un pervicace ed esclusivista razzismo talmudico etnico-religioso del quale anche i palestinesi hanno potuto assaggiare il fanatismo e la portata distruttiva, e che ha sempre innescato reazioni di rifiuto da parte di chi ne è stato colpito.

La responsabilità di quel che è successo e che continua ad accadere in Palestina è addossata senza mezzi termini ai sionisti ed ai loro accondiscendenti alleati, ovverosia alla Gran Bretagna, che con il Mandato controllava il flusso dell’immigrazione israelitica, e agli Stati Uniti della potente Israeli lobby (ma anche Francia ed Urss hanno avuto le loro responsabilità), sempre pronte ad accogliere le crescenti richieste di un gruppo di pressione abile nel capitalizzare «incomprensibili ingiustizie»; non, come si fa credere solitamente, al «rifiuto arabo» o al «massimalismo» dei palestinesi, dei quali la comunità d’israeliti residente in Palestina da lunga data mai avrebbe avuto motivo di lamentarsi, proprio perché «palestinese» come gli altri conterranei, musulmani, cristiani ecc.

Ma un mondo reso impotente dai sensi di colpa per le persecuzioni subite dagli israeliti da parte della Germania hitleriana (avallate tuttavia dal tacito assenso di mezzo mondo, compresi Stati Uniti e Urss, paese quest’ultimo dove misure antisraelitiche erano periodicamente adottate per motivi che il volume che recensiamo aiuta a comprendere), tenuti sempre vivi da un’incessante propaganda a tutto campo, ha assistito da spettatore alla tragedia di un popolo avviatasi quando un gruppo organizzato ed influente, dall’abile mimetismo, dalle ampie disponibilità finanziarie e dalle molteplici ramificazioni ha individuato nella Palestina, sulla base di infondate pretese storico-religiose (come hanno già dimostrato archeologi d’università israeliane), la sede di un progetto messianico fattore di perenne e desiderata destabilizzazione regionale (vista l’importanza economica del Vicino Oriente) e quindi mondiale.

Il libro affronta argomenti colpevolmente ritenuti tabù, sui quali gli «specialisti» si guardano bene dal proferire parola, e pone quelle elementari domande che tutti ci eravamo fatti ma alle quali finora non si era ricevuta risposta. Se dell’inganno perpetrato dagli inglesi verso gli arabi in modo da incanalare la loro lotta nazionale nell’alveo dei loro disegni e di quelli dell’organizzazione sionistica, se dell’artificioso smembramento della Grande Siria, e se dell’assoluta noncuranza delle risoluzioni dell’Onu da parte dello Stato d’Israele già si era letto (malgrado, curiosamente, non si approfondisca mai sui perché di tali incredibili avvenimenti, ‘spiegandoli’ tutt’al più con le «prepotenze dei più forti»), questo studio ci parla del Sionismo come risposta alle tendenze disgregatrici in atto nel giudaismo europeo della seconda metà dell’Ottocento in seguito alla cosiddetta «emancipazione ebraica», della quale l’Autore ben individua il carattere dissolvente dell’irriducibile alterità rispetto alle popolazioni europee e cristiane fin lì coltivata dalle comunità israelitiche, e che perciò era avvertita come un pericolo nel generale clima di secolarizzazione incoraggiato dalle «rivoluzioni borghesi»; ci parla altresì delle mene condotte per giungere al risultato che tutti abbiamo sotto gli occhi (gli aiuti al Giappone in guerra contro la Russia zarista, certi passaggi della Rivoluzione in Russia, l’intervento degli Usa nella Prima Guerra Mondiale eccetera); della presa di coscienza della dimensione di ciò che andava profilandosi da parte del Sultano ottomano ‘Abdul-Hamîd II fin dal 1882; dell’ipoteca posta con l’ambigua formula del «Focolare ebraico» (2 novembre 1917) su un territorio che all’epoca non apparteneva ancora né agli inglesi, né ai destinatari del «focolare» (!); del modo assolutamente contrario ad ogni accordo precedentemente stipulato con cui il Mandato venne gestito dagli inglesi, e del vero e proprio «governo ombra» insediatosi grazie alla netta preponderanza nell’amministrazione dell’elemento giudaico-sionista su quello palestinese autoctono, a partire dalla persona dell’Alto Commissario Herbert Samuel (1920-25); della provocazione crescente verso la popolazione palestinese, posta sempre di fronte alla politica del fatto compiuto, ossia del lento snaturamento etnico-culturale-religioso della propria terra e della sua lenta estromissione dai gangli vitali del tessuto socio-economico; della costante attenzione da parte britannica nel garantire le necessarie garanzie di carattere geopolitico (ad es. lo spodestamento degli hashemiti dallo Hijâz e la creazione dello Stato-cuscinetto giordano) allo sviluppo di quello che, ad onta delle dichiarazioni di facciata, fin dall’inizio venne concepito come lo «Stato Ebraico» (del resto era questo il titolo della fondamentale opera di Theodor Herzl, il quale - sia detto per inciso - nel 1901 offrì al Sultano due milioni di sterline per l’acquisto della Palestina, vedendoseli nobilmente rifiutare; e la retorica sull’epopea dei kibbutzim non tragga in inganno: «socialismo» sì, ma solo per loro, come ha ben spiegato Israel Shahak in Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, trad. it. Sodalitium, Verrua Savoia 1997, con prefazione di Gore Vidal); dell’atteggiamento negativo assunto dalle organizzazioni sionistiche nei confronti dell’Italia dopo il Concordato del 1929 e della reale identità di parte dell’antifascismo; del vittimismo di molti maggiorenti delle comunità israelitiche, che ha fornito l’indispensabile base giustificatoria di ogni vessazione ai danni dei palestinesi e ricattatoria nei confronti di un’Europa ridotta all’immobilismo (emblematico il rifiuto opposto tempo fa dalle autorità israeliane di incontrare il ‘Ministro degli Esteri’ dell’UE Solana, rimandato a casa come «ospite indesiderato»); della collaborazione tra leaders nazionalisti arabi sinceramente anticolonialisti e forze dell’Asse (in merito si legga l’esauriente studio di Stefano Fabei, Il fascio, la svastica e la mezzaluna, Mursia, Milano 2002, con prefazione di Angelo Del Boca), mentre gli inglesi insistevano sulla via delle false promesse ai palestinesi in modo da accattivarsene la benevolenza in vista dell’imminente conflagrazione bellica (è il caso del «Libro Bianco» del 17 maggio 1939, che prevedeva un rigido contingentamento dell’immigrazione ebraica e l’indipendenza della Palestina dopo dieci anni, accantonando momentaneamente l’idea della spartizione – ma più corretto sarebbe dire «partizione»); del terrorismo sionista operato dentro e fuori i confini della Palestina (già dal 1944 contro rappresentanti inglesi e non solo; dal dicembre 1947, in maniera sistematica, contro la popolazione civile): si rievocano le ‘imprese’ di bande terroristiche come l’Irgun, la banda Stern eccetera, addestrate dagli inglesi (per vedersi poi sparare addosso!), e quelle del Mossad, i cui atti criminali perpetrati in tutto il mondo rimangono sempre impuniti (dagli omicidi ai sequestri di persona: cfr. il documentatissimo libro di E. Ratier, I guerrieri d’Israele, trad. it. Sodalitium, Verrua Savoia 1998); della consueta enfasi posta sull’attacco congiunto arabo del maggio 1948 a sostegno della tesi del «rifiuto arabo», un attacco che vide 20.000 arabi contro 60.000 sionisti, per giunta ben armati grazie al canale ‘cecoslovacco’ utilizzato da Stati Uniti ed Urss dopo l’inspiegabile armistizio del 2 giugno, accettato dagli arabi quando andava profilandosi una vittoria schiacciante; dei danni causati dall’infiltrazione sovietica in un mondo arabo alla ricerca di un partner di peso, che però al momento della verità ha sempre inclinato verso Israele; dell’Apartheid messa in atto nei confronti dei palestinesi sulla scorta di una ideologia razzista già condannata dall’Onu (Risoluzione dell’Assemblea Generale 3379 del 10 nov. 1975; cancellata il 16 dicembre 1991 dopo che l’Iraq ba‘thista, uno dei suoi promotori, era stato messo K.O.); della propaganda a senso unico assicurata dal controllo dei mass media occidentali da parte di esponenti della lobby sionista: propaganda che, a colpi di «Nobel per la pace», fa indossare i panni della «colomba» a personaggi la cui coscienza si è macchiata delle più svariate nefandezze; dell’inesauribile espansionismo israeliano - del resto simboleggiato nella stessa bandiera dello Stato o nelle carte del «Grande Israele» effigiate sulle monete oggi in corso - camuffato da «operazioni preventive» (la «guerra preventiva» non è certo nata oggi…) volte a garantire il «diritto di esistere», i «confini sicuri» - oltretutto non quelli fissati a suo tempo dall’Onu - ed altre accattivanti formule inventate dagli strateghi di marketing dell’opinione pubblica.

E si potrebbe andare avanti pagine e pagine elencando la novità dell’opera del Sella rispetto alla versione che va per la maggiore e, quel che è più grave se non si vuol pensare che l’Università sia un covo di pavidi, accademicamente sottoscritta tranne poche e coraggiose eccezioni.

In sede di giudizio si può quindi sintetizzare il lavoro del Sella come il tentativo riuscito ed ampiamente documentato di dimostrare che le radici della «questione palestinese» sono da ricercare nei principi fondamentali di una determinata concezione del mondo che, nell’evoluzione dei rapporti tra chi la fa propria e gli altri, ha giustificato un’operazione di vera e propria «pulizia etnica» messa in opera prima e dopo la guerra del 1948 spesso addotta come puntello alla tesi del «rifiuto arabo», la quale oggi continua nonostante innumerevoli e fallimentari «piani di pace».

Il suo limite, invece, a mio avviso risiede nel non tenere in debito conto il ruolo dell’imperialismo britannico prima, statunitense poi, nell’incoraggiamento, nella genesi e nel mantenimento di un vero e proprio corpo estraneo inserito in un’area geopoliticamente fondamentale per la strategia anglosassone di dominio globale. Che Israele senza il sostegno in armi, soldi e propaganda da parte degli Usa (ai danni del mitico contribuente americano, compresa la famiglia di Rachel Corrie, l’attivista assassinata da un bulldozer israeliano mentre si opponeva alla demolizione di un’abitazione palestinese!) non andrebbe molto avanti, è una verità lapalissiana che Prima di Israele non evidenzia adeguatamente. In altre parole, il libro talvolta comunica l’impressione che l’Autore sopravvaluti la capacità dei gruppi di pressione giudaico-sionisti di piegare chiunque ai loro voleri, trascurando che se lo Stato d’Israele ha potuto prosperare è solo perché ha avuto alle spalle la benedizione-protezione delle superpotenze.

Inoltre il libro sottovaluta la forza che costruzioni simboliche molto diffuse nella cultura statunitense hanno nella mobilitazione delle coscienze a favore dell’impresa-Israele. Si tratta del «cristianosionismo», un fenomeno prettamente WASP che spiega perché molti americani stanno con Israele. Il sionismo è difatti oggigiorno una lobby che ha i suoi più ferventi sostenitori (molti anche tra i non israeliti, tant’è vero che esiste un attivo gruppo di «Rabbini contro il Sionismo») soprattutto fuori dal territorio dello Stato d'Israele (la lettura di Israel Shamir, Carri armati e ulivi della Palestina. Il fragore del silenzio, Crt, Pistoia 2002, è particolarmente istruttiva in tal senso).

Dopo queste note critiche, un’ultima annotazione, che si ricollega alla premessa. Al tempo delle demonizzazioni, degli «appelli alla vigilanza» (acriticamente ed ingenuamente accettati dai più in virtù di riflessi condizionati ed autocensure alle quali una propaganda capillare e martellante educa fin da bambini) e alla richiesta di leggi speciali continuamente auspicate da chi ha interesse a mantenere una spessa coltre di omertà, auspicherei che a questo studio facesse seguito un serio confronto sull’unico terreno degno su cui possono, meglio ancora devono, confrontarsi opinioni differenti: quello della ricerca storica e non quello del rifiuto a priori, per non parlare delle aule dei tribunali (si pensi al caso Garaudy in Francia, filosofo già marxista tenuto in gran conto dall’establishment culturale francese prima che esso ne decretasse l’ostracismo: in Italia il suo I miti fondatori della politica israeliana è stato tradotto da una casa editrice comunista «bordighista», Graphos, ma la ‘sinistra’ ufficiale sembra ignorarlo).

Completano l’opera un’amplissima bibliografia ragionata ed una documentata appendice cartografica e statistica curata da Gianantonio Valli. Per chi non lo trovasse in libreria, il volume può essere richiesto direttamente alle Edizioni dell’Uomo Libero, C.P. 1658, 20123 Milano ([email protected]).

Fonte http://lanazioneeurasia.altervista.org/archivio2005.htm, a. 2, n.2, febbraio 2005, pp. 24-26.


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Author(s): Olodogma
Title: Piero Sella, Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica, recensione di Enrico Galoppini
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Published: 2014-09-24
First posted on CODOH: Aug. 7, 2018, 10:59 a.m.
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