L'ambigua evidenza. L'identità ebraica tra razza e nazione. La Bibbia
Published: 2014-09-24

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..."il Jahweh esdrico presenta aperte carat­te­risti­che omosessuali. La sua qualità di "dio geloso" è quella dell'amante omosessua­le per il suo "amico del cuore", il popolo ebraico; col quale la relazione è quella che ci può essere fra l'omosessuale attivo e quello passivo"...

[Cit. da Silvano Lorenzoni su Morton Smith (cit...."Filadelfia, 29 maggio 1915 – New York, 11 luglio 1991,è stato uno storico statunitense. Professore di storia antica e studioso dell'Antico e del Nuovo Testamento").]

Presentiamo un estratto da una importante, molto istruttiva opera del Dott. Gianantonio Valli. La pubblicazione del testo avviene col consenso dell’Autore che ringraziamo della cortesia e

disponibilità. Olodogma

L'ambigua evidenza, copertina
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Gianantonio Valli

L'AMBIGUA EVIDENZA
L'identità ebraica tra razza e nazione

seconda edizione, ampliata e corretta, © 2010 effepi, Genova, Capitolo V
Attacco e difesa: la Bibbia,

Pagg. 108÷114

(...)  E tutto quanto sopra, ribadiamo, viene minacciato dall'Eter­no in primo luogo al fine di evitare la contaminazione del Regno di Sacerdo­ti – del Seme Santo, della Nazione Consacrata, del Popolo Santo, del Popolo Solitario, del Figlio Pri­mogenito, del Tesoro Particola­re, della Pupilla dell'Occhio di Dio, del Sa­cer­do­te del Signore, del Servo Sofferen­te, del Promotore del Diritto, della Mia Eredità, della Luce delle Nazioni – con le genti dei terri­to­ri a lui promes­si. Il continuo ri­membrare il patto divino, oltre ad essere un­'impressio­nante ope­ra­zione di ma­quil­la­ge per la pro­fonda insi­curezza psichica­ del Po­po­lo Eletto, è in realtà, soprattutto, una rassicurante for­ma di auto­giu­sti­fi­ca­zione per le imprese spoliatrici con­dotte ai danni di quelle gen­ti.

     Se certamente accet­tiamo il Libro come espressione e testimo­nianza dello statuto psicoesi­sten­ziale del­l'ebraismo («La sacra scrittura degli ebrei [...] è un totale atto d'accusa contro la loro stirpe», commenta nel 1908 il pubblicista «antisemita» e teorico del nazio­na­lismo russo Mikhail Osipovic Mensikov, poi fatto fucilare a Valdaj il 21 settembre 1918 da un eletto quartetto di nome Jakob­son, Davidson, Gilfont e Guba), non per questo esso deve essere accetta­to come fonte sto­ri­ca, neppure di infi­mo rango, testi­moniando esso unica­men­te della con­for­ma­zione psichica e della fanta­sma­ti­ca esisten­zia­le dei suoi redatto­ri. Ancor oggi Klenicki e Wigoder osano invece rivendi­ca­re la credenza bi­blica quale fonte incontrovertibi­le di tesi che do­vreb­be­ro essere ac­cet­ta­te, quale normativa, da ogni essere umano: «L'e­brai­smo è basato, per­ciò, non su astratte speculazio­ni filo­sofiche, non sulla testimo­nianza di un individuo o di pochi, ma sull'esperienza di un intero popolo che ricevet­te la parola di Dio al Sinai. Questa prova, asserisce Halevi, è in­confu­tabi­le».

      Se sulla «parola divina» pronunciata sul Sinai ci è arduo e­sprime­re, non essendo noi stati toccati dall'elezione jahwistica, un'opinione fondata – e anche perché, giusta il mot­to di Wittgen­stein, su ciò di cui non si può parlare, bisogna tace­re – qualcosa di più si può tuttavia dire su argomenti meno im­magini­fici, su eventi più terreni. In tal modo la penetrazione delle tribù ebrai­che in Ca­na­an (con la lotta fra pastori nomadi e agricoltori sedentari simboleg­gia­ta nei contrasti fra Abele e Caino), da qualunque terra siano venute (quando pur siano venute), e du­ra­ta con alter­ne fasi per l'intero secondo millennio – per le nuove dinamiche e crono­lo­gie vedi Emma­nuel Anati, Israel Finkelstein e Neil Asher Silber­man e i goyim Giovanni Garbi­ni, Mario Liverani, Robin Lane Fox e Jo­hannes Leh­mann – è stata in realtà compressa dalla tra­dizione ebraica ne­gli ul­ti­mi due secoli del sud­det­to millen­nio.

      Le narra­zioni bi­bli­che possono perciò essere considerate fonti at­ten­dibili sol­o da chi vo­glia, spregiando gli usuali criteri di meto­do­logia stori­ca, il comparativi­smo religio­so e i dati ar­che­o­lo­gici più recenti, rite­ne­re a priori che, in quanto divina, la Rivela­zio­ne jahwistico-evange­lica non sia, come peral­tro rico­nosce anche Norman Cantor,

«uno dei grandi capolavori di fiction immagi­nati­va o di miti storici furbesca­mente inventati»,

ma, semplicemente, «ab­bia ragio­ne». Abdicazione mentale, questa, all'in­terno della quale si situano non solo i più classici esegeti giudai­ci, ma anche i teologi cristiani, soprattutto evangelici, ed e­stro­si «laici» quale un Werner­ Kel­ler. Personaggi tutti amabilmente rampognati da Garbini: 

«La tra­di­zio­ne ebraica ha esercitato fino ad oggi, per ragioni facilmente intuibili, una tale suggestione teologica o magari soltanto psicologi­ca, da condizionare la stessa ricerca storica, che solo in anni recentissimi ha incominciato a svincolarsi, grazie anche a scoperte decisive, dalle pastoie in cui l'avevano avvilup­pata, nel nostro secolo, stu­dio­si anche insigni nei quali tuttavia l'interesse confes­sio­nale, purtroppo inconfessato, ci appare ora preminente su quello dell'obietti­vità scientifi­ca».

      Altrettanto, un secolo prima, l'«antisemita» Osman Bey (maggiore dell'esercito ottomano, non turco come si potrebbe pensare, ma nato Frederick Millingen nel 1839 da madre ebrea anglicanizzata e padre inglese):

«Solo con uno studio accu­rato della storia ebrea si può giungere a cono­sce­re lo spirito e l'anima di quel popolo, nonché rendersi con­to delle sue aspirazioni e dei suoi pro­get­ti. È spiace­vole però che, nel fare un tale studio, il lettore sia obbligato di attenersi completa­mente ai racconti ed alle versioni che piacque agli ebrei di trasmet­terci. Se i filistei, i faraoni e gli altri avversari degli ebrei ci avessero lasciato le loro versioni, è eviden­te che la storia del popolo eletto al Signore sarebbe molto diversa da quella che oggi noi leggiamo. Ciò malgrado, un'analisi filosofica del Vecchio Testamento è più che sufficiente per dedur­re dei giusti apprezza­menti sui primi passi del popolo ebreo».

      «Se il Vecchio Testamento» – aggiunge Silvano Lorenzoni con sottile vena pole­mi­ca e finissima analisi psicologica – «non ha valore come documento storico – essendo esso un pro­dotto fatto su misura con fini specifici, e nella stesura del quale non ci si peritò di falsificare di tutto quando ciò sembrò giovare allo scopo – esso dà un'idea molto chiara della men­ta­lità paranoica di chi lo scrisse e, di riflesso, del tipo di "dio" che ne risulta, dotato di una psicologia alquanto contorta [...] Nell'insieme, da quanto risulta dal Vecchio Testa­mento, Jahweh si presenta come un despota semi­ti­co lubrico, osceno ed abbiet­to, che ha creato l'uomo per poter pavoneggiare davanti a lui la propria scellerata potenza e per avere uno schiavo da torturare e umiliare, sul quale far cadere un'ira del tutto irrazionale, becera e imprevedibile. Per incominciare – e questo risulta in modo chiaro dalle analisi di Morton Smith – il Jahweh esdrico presenta aperte carat­te­risti­che omosessuali. La sua qualità di "dio geloso" è quella dell'amante omosessua­le per il suo "amico del cuore", il popolo ebraicocol quale la relazione è quella che ci può essere fra l'omosessuale attivo e quello passivo. Il "popolo di Dio" è il suo prosseneta. Erich Glagau ha compiuto un'insuperata analisi del Vecchio Testamento, sviscerandone sia le assurdità che la qualità scostante. Ed effettivamente, come flori­le­gio di aneddoti raccapriccianti, pornografici, sordidi e contrari a ogni buon costume (dal punto di vista di un'umanità normale), non esiste alcun altro testo che si spacci per "religioso" il quale gli possa reggere confronto – e che inoltre abbia pretese moraleggianti [...] In tutto il Vecchio Testamento c'è una smodata attenzione e un gusto perverso per i massacri (ai danni degli altri). È probabile che le storie disgusto­se e raccapriccianti raccontate con riferimento alla conquista della cosiddetta Terra Promessa siano in massima parte delle invenzioni, ma illustrano bene quello che ai relatori e ai loro epigoni sarebbe piaciuto che fosse successo e che, al momento opportuno, sarebbero contentissimi di ripe­tere – e che, effettivamente, hanno sempre fatto quando le circostanze li hanno messi nelle condi­zioni di infierire sui non-ebrei, meglio ancora se per interposta persona. Come feno­meno psicologico speculare si ha forse da vedere l'ossessione di sentirsi perseguitati e, nei tempi contemporanei, l'"olocaustismo": un determinato tipo umano, ossessio­na­to dal desiderio inappa­ga­to di perseguitare e sterminare gli altri, finisce col pensare che tutti gli altri nutrano le stesse idee nei suoi riguardi. Il modo in cui i cristiani presentarono i primi della loro religione come dei perpetui perseguitati – quasi sem­pre falsificando i fatti – è un'altra forma della medesima psicosi [...] Nel contempo, siccome tutto dipende dalla volontà arbitraria di quel fantomatico Dio Unico dalla psicologia semitica, non ci si può sen­ti­re se non dei privilegiati perché Egli ci ha fatto la "grazia" di includerci fra i suoi adoratori – e cioè di far parte del suo "popolo eletto". Adesso come adesso, nei cir­co­li sionisti, la spiegazione ufficiale del perché dell'antisemitismo nei tempi storici è che siccome gli ebrei sono il popolo eletto, gli altri sentono invidia per quella stra­ordina­ria posizione e quell'invidia si traduce in odio e persecuzioni. Invece è vero che l'attitudine strafottente del "giusto" non poteva non suscitare l'irritazione di chi con lui aveva la disgrazia di essere a contatto: a ciò si dovettero le persecuzioni con­tro ebrei, cristiani e anche musulma­ni».

      Il risultato dell'indagine compiuta con libertà di spirito e l'uso degli strumenti scientifici a disposizione da ogni disciplina, porta infatti, riprende Garbini, a concludere che

«l'Antico Testamento, in realtà, non è la storia più o meno obiettiva di un popolo e delle sue vicende religiose, ma soltanto il risulta­to finale, e nello stesso tempo il fondamento ideale, di una riforma religiosa. In esso tutto è forte­mente ideo­logizzato e piegato verso l'unico fine di dimostrare la veridicità di una determina­ta visione religiosa – visione che pone la storia del popolo ebraico come teatro dell'o­pera di Dio, creando così un nuovo tipo di mitologia. Tale essendo la natura "sacra" di questo libro, è ovvio che non potremo chiedere alla Bibbia un reso­conto fedele degli "avvenimenti": essa ci dà soltanto una loro interpre­tazione. Se poi andiamo a guardare le cose un po' più da vicino, ci accorgeremo che la situazio­ne è complessa; gli scritti ebraici anteriori all'esilio concordano sostanzial­mente nel farci intravvedere (con allusioni fugaci, ma non per questo meno esplicite) la religione "rea­le" di Israele: politei­smo, adozione di culti fenici, prostituzione sacra e culto di Tammuz nello stesso tempio di Gerusalemme, etc. Questo quadro religioso, certo poco edificante, è quello che le scoperte conferma­no ogni giorno di più: su questo punto, almeno, la Bibbia aveva ragione! D'altra parte, l'Antico Testamento ci si presenta come un lun­go e immane sforzo per opporsi a questa situazione e per dare agli israeliti qualcosa di religiosamente diverso: un monoteismo etico, che in effetti viene pienamente rea­liz­zato durante il periodo dell'esilio. È abbastanza naturale che, raggiunto lo scopo da una piccola minoranza (i pochi esiliati di Giuda che non si amal­gamarono con l'am­biente babilonese), questa cercasse di porsi come legittima rappresentanza di tutto Israele; e pertanto desse vita ad una ricostruzione del passato ideologicamente consona alla situazione attuale: un piccolo gruppo privo di potere politico e sempre con il rischio di venire assimilato etnicamente. Tutta la storia di Israele, anzi del mondo, viene vista in una prospettiva che deve porre in rilievo la casta sacerdotale di un piccolo gruppo di deportati che vogliono mantenere la loro identità etnica: la plurisecolare predicazione profetica, che si era svolta in ben altre condizioni, viene accettata e raccolta solo in quanto utile alle posizioni ideologiche "sacerdotali"».

      Con indagine storica ancora più compiuta, continua Liverani, docente a Roma di Storia del Vicino Orien­te Antico:

«Nel corso degli ultimi due secoli la critica biblica ha dapprima smantel­la­to la storicità

della creazione e del diluvio,

poi quella dei Patriarchi, poi (sempre seguendo l'ordine cronologico)

quella dell'Esodo e della conquista,

di Mosè e di Giosuè,

dei periodo dei Giudici e

della "Lega delle dodici tribù"

– arrestandosi però al regno unito di David e Salomone considerato sostanzialmente storico. La consapevolezza che gli elementi fondanti della conquista e della Legge fossero in realtà retroiezioni post-esiliche (intese a giustificare l'unità nazionale e religiosa e il possesso della terra per i gruppi di reduci dall'esilio babilo­nese), se richiedeva una certa riscrittura della storia d'Israele, non incrinava però la convinzione che uno Stato d'Israele unitario (ed anche potente) fosse realmente esisti­to sotto David e Salomone, e che fosse realmente esistito un "Primo Tempio" [Bayit rishon, inaugurato secondo 1° Re VIII 63 col sacri­fi­cio di ventiduemila buoi e centoventimila pecore] – che dunque i reduci dall'esilio volessero ricostituire un'entità etnica e politica e religiosa già esistita in passato. La più recente critica al concetto stesso di regno unito ha messo in crisi totale il racconto biblico, perché ha ridotto l'Israele "storico" a uno dei tanti regni palestinesi spazzati via dalla conquista assira, negando un collegamento tra Israele e Giuda (dunque un Israele unito) in età pre-esilica. La riscrittura della storia d'Israele diventa a questo punto assolutamente drastica».

      «Il rapido ritorno in Palestina di esuli giudei non ancora assimilati al mondo impe­riale, il loro tentativo di dar vita ad una città-tempio (Gerusalemme) su modello babi­lonese, di raccogliervi intorno una nazione (Israele, ora sì nel senso più vasto) com­portò la messa in opera di una enorme e variegata riscrittura della storia precedente (che era stata del tutto "normale") in modo da collocarvi gli archetipi fon­danti che si pretendeva ora di rivi­ta­lizzare (il regno unito, il monoteismo e il tempio unico, la legge, il possesso del territorio, la guerra santa, etc.) nel segno di una predestinazio­ne del tutto ecceziona­le. Quanto la storia vera ma normale era stata pri­va di interesse che non fosse prettamente locale, tanto la storia inventata ed eccezio­na­le divenne la base per la fondazione di una nazione (Israele) e di una religione (il giudaismo) che avrebbero influenzato l'intero corso della storia successiva su scala mondiale».

      Ed è solo la redazione scritta della parte più antica del Li­bro (il Libro=TaNaKh: acronimo per TorahNebiimKetubim: Legge, Profeti, Scritti), e cioè la Torah, a sistematiz­zare, a partire dalla metà del V se­co­lo a.C. e in un arco di oltre due secoli (nessuna parte del testo biblico giunto sino a noi, concorda Gary Greenberg, presi­den­te della Biblical Archaelogy Society di New York, risale a oltre il III secolo d.C.), tradi­zioni, tematiche, psico-immagina­rii e fantasticherie delle più dispara­te o­ri­gini, ponendo al cen­tro dell'intera Storia – della storia di ogni tempo e paese – l'Unico Dio e il Suo Po­po­lo, entità fino ad allora ignote a tutte le nazioni (nean­che Erodoto, descrittore in dettaglio di pressoché tutti i popoli della regione, ne fa menzione!) e delle quali ancor oggi non esiste seria documen­ta­zionenep­pure per i «potenti impe­ri» novel­li­stici dei favoleggiati capi-banda Davide (la cui Gerusalemme si stende su soli 4-5 ettari, un ovale di quattro-cinquecento metri per centoe Salomone (la cui figura, nota Liverani, paragonata a quella del «padre», «è ancor più sommersa sotto tarde ri­scritture di rilevantissima valenza politica e religio­sa»). Altro quindi che la figlia del «faraone» data in sposa a Salo­mo­ne con in dote la città di Gezer... del resto situata ad appena trenta chilometri da Gerusalemme, testé conquistata e incendiata dal padre, come narra 1° Re III 1 e IX 16 (e pensare che i faraoni erano gli unici sovrani del­l'antichità a sposare sì principesse straniere ma a non concedere mai principesse del loro sangue agli stranieri; quanto alla «dote» distrutta, ci sembra non solo asso­lu­ta­mente ridicola, ma indegna di un tale monarca)! Al­tro che il «pro­sperous empire of Solomon» di Rabbi Leon I. Feuer (I) e di tanti altri esaltati, eletti come goyim!

      Del resto, anche Greenberg, pur storicizzando l'Esodo nella fuga di un presunto «alto sa­cerdote» di Akhenaton dopo la morte di questi, aveva riconosciuto, con l'un­der­sta­te­ment che il Sacro Libro «mostra nu­merosi compromessi con la verità», l'irre­altà di molti aspetti «assodati»:

«la storia dei Patriarchi è falsa [...] La vera storia biblica inizia con l'Esodo, e la storia dei Patriarchi è un mito, puro e semplice».

      Inoltre,

«nessuna evidenza archeologica dimostra che la coalizione delle Dodici Tribù sia mai esistita», ed egualmente non sono mai storicamente esistite le dieci tribù «scomparse»; quanto al soggioga­mento/strage dei popoli cananei, «sfor­tuna­tamente, non esiste strac­cio di prova [not a single shred of evidence], al di fuori della Bibbia, per corroborare tali rivendi­cazio­ni [...] Data l'importanza di questi racconti nella storia di Israele, gli archeologi hanno indagato a lungo la conquista, ma le loro conclusioni generalmente dimo­stra­no che [il libro di] Giosuè è una fonte inaffidabile [...] La falsità del quadro della conquista è [poi] dimostrata dai diversi resoconti della conquista di Gerusa­lem­me»,

fino ad allora fortino gebuseo.

      «Posta su un picco dota­to di sorgenti e avvicinabile solo da nord, Gerusalemme costi­tui­va un centro quasi ine­spugnabile, in cui raccogliere forze da proiettare sulla campagna circo­stante [...] un "forte", un castello, un torrione, una fortificazione minore [...] Per quanto la presa di Gerusalemme fosse un'acquisizio­ne di poco conto, si esalta il successo di David nel catturarla: alla sua epoca il piccolo forte costituiva l'intera città [...] L'erede di David sognava di trasformare il fortino – il bugigattolo [sic!] di David – in una capitale», scrive Baruch Halpern che, pur riduttivo del racconto biblico, accetta la storicità del gabaonita/filisteo Davide e del suo figlio Salomone: «per gli israeliti Salomone era il re di una città-stato, niente più».

      Più ancora, continua Greenberg,

«non v'è alcuna evidenza extrabiblica che siano mai esistiti Davi­de, Sa­lomone o il vasto glorioso impero che ressero. Che sia esistita una nazione ebraica non possiamo negarlo, e molto probabilmente ebbe un re. Il nome Salomone, comun­que, è solo un appellativo che significa "pacifico". Potrebbe essere stato assunto da molti re ebrei. Anche se Salomone dominò su un impero così vasto come descrive la Bibbia, pare che il fatto sia sfuggito sia ai suoi sudditi sia ai suoi vicini – fenici, egizi, assiri, babilonesi, amorrei, cananei, edomiti e moabiti. Tutti questi popoli non hanno detto nulla su un tale impero. La storia riporta numero­se voci su potenti regni che mai esistettero, ma raramente abbiamo udito che i con­tem­poranei nulla dissero su un grande regno che esistette». «In generale, i dati arche­o­logici inerenti alla monarchia unita coincidono con gli elementi storici: lo Stato era ben lungi dall'essere imponente, ma esisteva realmente»,

abbozza anche Halpern.

      Basti inoltre pensare alle più recenti conclusioni scientifiche, riportateci dall'ANSA il 28 ottobre 1999 («Le ricerche israeliane per appurarne [della Bibbia] la storicità hanno infatti ottenuto il risultato opposto. Leggende o poco più usate dai sionisti per legittimare lo Stato ebraico», commenta l'archeologo Zeev Herzog) o da Lorenzo Cremonesi: «Scettici e iconocla­sti, i giovani archeologi israeliani fanno a gara per demolire quello che non esitano a definire "il vecchio mito" per cui gli scritti dei Padri corrispondo­no a fatti realmen­te accaduti.

La vicenda dell'Esodo dall'Egitto? "una mera leggenda, un'invenzione co­struita molto più tardi, con fini religiosi e politici",

afferma ormai da tempo Israel Finkelstein dell'Università di Tel Aviv, che dopo una ricerca metodica a Gerico e tra le rovine degli antichi siti sulle colline del deserto di Giudea e Samaria nega vi sia mai stata la "conquista" ebraica della terra di Israele contro le tribù cananee. Un suo collega, David Ushishkin, mette in ridicolo la tesi biblica per cui sotto i regni di Davide e Salomone la città di Gerusalemme sarebbe stata una sorta di fiorente capitale impe­riale. "Al meglio, nel 1000 avanti Cristo qui c'era un villaggio di poveri pasto­ri", ha sostenuto di recente. La sintesi della "summa teologica" dei "nuovi arche­ologi" è apparsa ieri mattina in un lungo articolo pubblicato sul quotidiano Haaretz.

"Dopo settant'anni di studi e ricerche" – scrive Zeev Herzog, anch'egli docente nell'ateneo di Tel Aviv – gli archeologi israeliani sono in maggioranza arrivati alla conclusione che non esiste alcuna prova tangibile a puntellare il racconto biblico. "Il popolo di Israele non fu schiavo in Egitto, non vagò mai nel deser­to, nessuno sa se un monte Sinai sia davvero esistito e non c'è traccia delle dodici tribù".

Un modo molto diretto per smentire il celebre libro divulgativo di Werner Keller La Bibbia aveva ragione. Al contrario, afferma Herzog, si tratta di leggende. A suo dire, è forse vero che alcune famiglie beduine emigrarono dalla regione del Nilo verso l'attuale Giorda­nia. Ma si trattò di poche persone che cercavano pascoli migliori. Anche il monoteismo ebraico è messo alla berlina. Sarebbe un fenomeno cresciuto lentamente, maturato dall'incon­tro con altri popoli nella regione e razionalizzato molto più tardi di quanto non si possa dedurre leggendo i Profeti».

      Si provi anche solo a pensare alle conseguenze deva­stanti, sul piano non solo teologico-scientifico ma anche psicologi­co-umano, di tali conclusioni, ad esempio per i tre aspetti seguenti: se non ci furono l'Esodo né Mosè, crollerebbe la distinzione tra il Popolo Primoge­ni­to cui furono date le «dieci parole di Mosè», cantate da Esodo XX 1-17 e XXXIV 14-26 e Deute­ro­nomio V 6-21, e il resto dell'umanità ottenebrata?

      e ancor più finemente: se non ci fu il Sinai, non crollerebbero forse le interpreta­zioni rabbi­niche, in particolare Mekhiltà de-Rabbi Ishmael Bo 5, affermanti che la Legge fu data sul Sinai e non nella Terra di Israele affinché gli ebrei non potessero dire ai pagani/noa­chidi che non era stata data anche a loro?

      ed ancora, sarebbero vani i dubbi espressi nel 1967 dal francese padre R. de Vaux in un saggio sulla teologia di G. von Rad: «Se questo rias­sunto di "storia santa" è contraddetto dalla "storia", se questa confessione di fede non corrisponde ai fatti, la fede d'Israele è vana, e anche la nostra»?

      e mancasse una delle parti del Patto, il fantastico mai esistito Mosè che non avrebbe quindi ricevuto le Tavole, non cadrebbe forse nel nulla anche l'altra e più illustre Parte, il generoso elargitore del Decalogo?

Pungente quindi il giudizio del supersionista Max Nordau, spirito ebraico tra i più raziona­li:

«Dalle indagini storiche abbiamo appreso come sia sorta la Bibbia; noi sappiamo che sotto questa denominazione si indica una colle­zio­ne di scritti, la quale, per origine, carattere e contenuto, è così varia come esser non potrebbe un altro libro qualsiasi, ancorché questo, a mo' d'esempio, conte­nesse i Nibelungi, un codice di procedura civile, i discorsi di Mirabeau, le poesie di Heine ed un manuale di zoologia stampati a spizzico, mescolati senza regola, e riuniti in un solo volume. In quello zibaldone noi ravvisiamo distintamente vecchie supersti­zioni della Palestina, oscuri ricordi di favole indiane e persiane, incomprese imitazio­ni di dottrine e usanze egiziane, cronache tanto aride quanto storicamente improbabi­li, poesie rozzamente umane, erotiche e patriottico-ebraiche, tutti lavori che si segnalano assai di rado per bellezze sovreminenti, ma assai più spesso per esaltazione d'animo, per cattivo gusto, per schietta sensualità orientale.

Come monumento intel­let­tuale la Bibbia è opera meno antica dei Veda e d'una parte dei Ching; come valore poetico è inferiore a tutto ciò che da duemila anni fu creato, anche da poeti seconda­ri, e il volerla mettere alla pari con le opere più insigni di un Omero, di un Sofocle, di un Dante, di uno Shake­speare o di un Goethe non potrebbe venire in mente che ad un fa­natico, il quale abbia rinunciato alla rettitudine del giudizio». 17

(...)

Nota:

17.  Eugene Kohn, originale mistura di liberalismo e sionismo: «Abbiamo visto che l'errore fondamentale dei primi militanti del giudaismo riformato fu la loro assunzione che il giudaismo poteva essere visto astrattamente come una sorta di filosofia religiosa, escludendo la sua relazione funzionale col popolo ebraico»

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Title: L'ambigua evidenza. L'identità ebraica tra razza e nazione. La Bibbia
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First posted on CODOH: Aug. 8, 2018, 10:52 a.m.
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