Il nemico in casa: minoranze e lobby...di Piero Sella
Published: 2014-09-25

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Il nemico in casa: minoranze e lobby

(Tratto da l'Uomo libero n.73 del  maggio 2012 )

Poche settimane fa a Tolosa, in Francia, tre bambini ebrei hanno tragicamente perso la vita nel cortile della loro scuola per mano di un islamico. All’improvviso, si sono visti risucchiare in un gorgo di odio del quale non avevano neppure avuto il tempo di immaginare l’esistenza.
Diversa ovviamente la capacità cognitiva e quindi la consapevolezza della propria condizione negli ebrei adulti. Israeliani, della diaspora, osservanti o laici che siano. Essi conoscono bene l’estensione e la profondità del gorgo; sanno che esso ha da sempre accompagnato l’irrequieta esistenza del popolo ebraico e sono anche perfettamente in grado di capire perché si sia formato.
Eppure, se interpellati, fanno tutti mostra di ignorare il perché delle ricorrenti manifestazioni di antisemitismo, circa le quali negano una qualsiasi loro responsabilità. Da tale rimozione discende l’assoluta indisponibilità a esaminare a fondo la questione, l’arroccamento su astiose posizioni unilaterali, il blocco di un onesto esame di coscienza.
E tuttavia il problema – quello di una convivenza oggettivamente spigolosa, piena di riserve – continua a esistere. Si decide allora, da parte ebraica, di accollare per intero la colpa agli altri. Critiche, diffidenze, antipatie, torti e persecuzioni ricevuti non avrebbero perciò la loro radice nei fatti, ma sarebbero – deus ex machina – la manifestazione di una singolare turba mentale che, con caratteristiche genetiche, ineliminabili, affligge da sempre i «gentili», i non ebrei, impedendo loro un giudizio sereno sul popolo di Israele. 
È l’impalpabile, irrazionale ologramma del pregiudizio, dunque, ad aver fatto degli ebrei, nel corso dei secoli, il comodo capro espiatorio, il parafulmine su cui scaricare qualsiasi cortocircuito sociale. Ecco perché, ai circostanziati rilievi che piovono sul suo comportamento, l’ebreo non replica mai a tono, non ribatte, non presenta «memorie difensive». Invece di rispondere alle accuse, preferisce pensare che gli «eletti» siano malvisti, non a causa del molesto sgomitare, ma odiati per l’intelligenza, il successo e la ricchezza. E invidiati per la straordinaria vicinanza a Dio.
Ma alla fine la mossa preferita, la più efficace per chiudere la bocca agli avversari, è sempre quella di scendere, sfruttando il rapporto di forze favorevole, sul terreno del politicamente corretto. Qui, la cascata di collaudate geremiadi con la quale hanno lavato il cervello degli altri popoli, permette agli ebrei di crogiolarsi nella condizione di vittime, di mostrarsi indignati, «stupiti che, nonostante quel che è successo fino ad oggi, possano ancora accadere cose simili».
È una strategia finalizzata a prevenire qualsiasi alzata di testa contro il vantaggioso status quo conseguito. Si vuole in sostanza mantenere vivo il senso di colpa, raccogliere solidarietà e monetizzarla. È la ricetta che da decenni permette di ottenere – a tempo scaduto – processi e condanne che esorcizzino il diffondersi del dubbio e del revisionismo, giornate della memoria che favoriscano – dovuto risarcimento – l’occupazione di sempre nuovi spazi culturali, artistici, mediatici e finanziari.
E tuttavia, autocollocarsi dalla parte della ragione o più semplicemente recitare per la platea il ruolo dell’eterno creditore, non basta per vivere tranquilli. È una verità, questa, che gli ebrei – specie quelli meno portati alla stanzialità e quindi più esperti nel valutare la capillarità dell’antisemitismo – non riescono a digerire. Questo senso di impotenza, causato dall’incapacità di dar forma alla realtà secondo i propri desideri, conduce a un cronico disagio esistenziale e a comportamenti che, con la comune logica, appaiono assolutamente indecifrabili. 
Ecco, ad esempio, a Gerusalemme, alla sepoltura delle vittime di Tolosa, un ebreo «francese» affermare con serietà: «In Francia non c’è più sicurezza; è per questo che ci siamo trasferiti in Israele». Possibile non sapesse che anche nello Stato voluto dai sionisti proprio perché diventasse un rifugio sicuro per tutti i giudei della Terra, c’è gente che nutre pesanti pregiudizi nei confronti degli ebrei e si batte per mettere fine alla loro stessa presenza? Possibile non avesse mai sentito parlare dell’intifada e del serpeggiare, sotterraneo ma indubitabile, della sua ripresa? Il «francese», che si dichiara oggi contento di vivere in Israele, è evidentemente pronto ad affrontare i rischi insiti nelle sue scelte, compreso quello di doversene andare, ancora una volta, chissaddove.
Chiunque, in tali frangenti, si domanderebbe se non sia il caso di dare una svolta a un vivere tanto angosciante. L’ebreo invece respinge l’idea di cambiare rotta e accetta la sorte con fatalismo: in caso di trasferimento sa di poter sempre contare su appoggi sicuri. Mal che vada, resta la scappatoia metafisica. È l’insondabile volontà di Dio, l’Alleato di Israele, ad aver deciso per i buoni, gli eletti, un destino di continue prove, sofferenze, dolori, di cui gli altri, i cattivi, gli impuri, si fanno via via provvidenziale, misterioso strumento.
Neppure i discorsi ufficiali seguiti ai fatti di Tolosa si allontanano da questo vischioso schema. Alla sinagoga di Milano hanno parlato sindaco e rabbino. «Per neutralizzare i nemici di Israele – ha detto Pisapia – occorre educare alla democrazia, combattere l’educazione all’odio». Arbib è stato ancora più netto. Ha sbattuto rabbioso la porta, puntando sulla più intransigente delle censure: «Non bisogna cercare una causa alla persecuzione del popolo ebraico. L’odio è gratuito, sempre. Non ha motivazione».
Occorre interpretare il significato che sta dietro a questi messaggi. 
Educare alla democrazia significa in realtà addomesticare e castrare i popoli: togliere loro tutte le istituzioni, gli strumenti politici, militari e monetari che assicurano la sovranità. Al naturale, organico sentire razziale e nazionale, sostituire la grottesca religione dei diritti universali, una deregulation che rende più facile impoverire le masse con la speculazione e l’usura.
Combattere l’educazione all’odio significa disarmare qualsiasi nucleo ancora capace di rifiutare il commissariamento tecnocratico dei banchieri e di individuare nel parassitismo plutocratico il nemico. Un nemico oggi purtroppo in grado di cogliere, in ogni Paese ritenuto preda appetibile, importanti obiettivi, in quanto dispone delle strutture operative capaci di influenzare la cultura, il costume e la pubblica opinione così da imporre ai popoli infiltrati la propria visione del mondo.
Ma quando possiamo definire un popolo «infiltrato»?
Ciò accade quando la presenza degli stranieri supera, più per qualità che per numero, il livello di guardia. Non parliamo dunque, nella fattispecie, di individui isolati, turisti, studenti, di occasionali operatori commerciali, né di badanti o lavoratori stagionali, ma ci riferiamo a etnie insediate in modo stabile. Questi estranei, almeno apparentemente disponibili a integrarsi, possono anche essere venuti in possesso della cittadinanza e averla trasmessa ai figli. Ciononostante essi continuano a muoversi in un ristretto ambito nel quale, cementati da forti legami di solidarietà razziale, religiosa ed economica, sono di fatto messi al riparo da una vera assimilazione. Non si dedicano perciò, all’interno della loro comunità, a innocue attività culturali e folkloristiche. È invece nell’ordine naturale delle cose che perseguano obiettivi particolari, anche di rilevante spessore, obiettivi il più delle volte incompatibili con l’interesse della nazione in cui vivono. 
Ne nascono comportamenti ostili, assimilabili a quelli del razziatore che colpisce a tradimento gli autoctoni, muovendo da un campo trincerato allestito sul loro stesso territorio. Lo straniero organizzato non si accontenta insomma di quei diritti che ogni civiltà del passato ha sempre riconosciuto a chi veniva da fuori. Pretende riguardi speciali, poteri e privilegi tagliati su misura per la propria minoranza. Ma non è ancora sufficiente. Vuole anche tutta la libertà d’azione politica riconosciuta dallo Stato – per diritto di sangue – ai propri cittadini.
Che cosa danno in cambio questi personaggi di equivoca identità? Nulla. Unicamente comportamenti che mettono in difficoltà lo Stato. Le sue istituzioni sono infatti sottoposte a un continuo condizionamento, attraverso il quale gli stranieri cercano di indicare, a chi li ospita, le linee guida di politica internazionale, sociale ed economica più gradite al loro gruppo. Sono in grado di farlo perché il loro fine coincide con quello dei grandi potentati finanziari internazionali.
A ulteriore dimostrazione di quanto, per l’organismo nazionale inquinato, il bilancio risulti negativo, basterà riflettere sull’alto numero di questi residenti – inassimilati perché inassimilabili – implicati in traffici illegali, truffe fiscali e finanziarie, ma soprattutto nello spionaggio, industriale e militare. Reati tutti che, grazie alla complicità di lacune legislative e alla scaltrezza dei colpevoli, restano il più delle volte privi di sanzione. 
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Se quella appena descritta è la tipica linea di azione delle minoranze organizzate, vanno però sottolineate alcune particolarità riguardanti quella giudaica. Essa, innanzitutto, ha alle spalle, nel muoversi tra le genti, un’esperienza millenaria. Rispetto alle altre minoranze non c’è però solamente una primogenitura storica, ma anche una profonda diversità antropologica. L’origine della diaspora ebraica non nasce infatti sulla spinta della necessità. Gli spostamenti dei giudei non hanno nulla a che fare con l’odierno fenomeno migratorio. Nella preistoria e nell’antichità non c’erano infatti problemi demografici, disoccupazione o fame, e per di più viaggiare e reinsediarsi presentava difficoltà quasi insormontabili. 
E neppure è vero che gli ebrei siano stati dispersi dopo la conquista romana e la distruzione del Tempio dell’anno 70 dC. Già da secoli nel Mediterraneo e nel Medio Oriente erano presenti nelle maggiori località mercantili grandi colonie ebraiche. 
Il nomadismo ebraico è dunque una scelta autonoma. Una precisa strategia in base alla quale le fortune dell’intero gruppo razziale e religioso – al quale una base territoriale non serve – vengono affidate a una rete di piccole comunità che, sparse parassitariamente tra gli altri popoli, mantengono fra loro uno stretto collegamento. 
C’è da rilevare, infine, passando all’attualità, come, grazie alla globalizzazione e all’esplosione del fenomeno migratorio, le condizioni delle comunità ebraiche nel Mondo siano di molto migliorate. Quando nelle nazioni la presenza di minoranze non è più l’eccezione ma la regola, quando la cultura dominante dipinge questa situazione come normale, addirittura desiderabile, allora è evidente che quel gruppo ebraico che prima, in quanto unico, era al centro dell’attenzione, ora, mimetizzato tra le altre minoranze, può respirare meglio. Nel marasma generale della società non è più sorvegliato speciale, gli è consentito di muoversi con disinvoltura; la cautela e la discrezione, una volta necessarie, non servono più. 
Va da sé che gli obiettivi perseguiti restano gli stessi. Né cambiano i mezzi e gli strumenti di lotta. Come nel passato è la compattezza della comunità a garantire il suo potenziamento e l’allargamento della sua influenza attraverso l’occupazione, la scrematura a suo favore delle posizioni più ambite nei settori finanziario e mercantile, dell’istruzione, delle professioni liberali, dell’informazione e dello spettacolo.
Questi punti di forza vengono oggi messi al servizio, in tutti i Paesi infiltrati dalla diaspora, della più docile – nel senso di economicamente malleabile – tra le strutture politiche sul mercato, quella partitico-parlamentare. La democrazia mercifica ogni rapporto sociale, garantisce il progressivo allentamento di ogni legame di solidarietà, collabora all’assalto portato dai mondialisti alla compattezza etnica. L’arma di distruzione di massa con cui si uccidono le nazioni è infatti l’immigrazione. Essa, con l’inevitabile ghettizzazione delle minoranze razziali, alimenta la criminalità, turba l’ordine pubblico, il funzionamento della giustizia e del sistema carcerario. Ma destabilizza anche il mercato del lavoro: ai milioni di immigrati corrispondono milioni di disoccupati. Il costume è devastato da matrimoni misti, dall’assistenza a rom e rifugiati, dalle adozioni internazionali e dall’ossessiva apologia delle devianze sessuali.
Infiacchito dalla corruzione politica, sgretolato dalla conflittualità razziale e sociale, minato nella sovranità dalle lobby che hanno operato per la cessione delle sue prerogative a istituzioni sovrannazionali sottratte ad ogni controllo, lo Stato deve piegarsi a insensate alleanze internazionali che comportano gravose spese militari e impegni bellici contro nemici non suoi, sforzi perciò privi di un qualsiasi tornaconto.
Il collegamento tra il meccanismo descritto e la realtà è dimostrato dall’emarginazione italiana ed europea dalla grande politica internazionale, cui fa da corollario la totale subordinazione alla plutocrazia anglo-giudaica nelle organizzazioni politiche e finanziarie mondiali: Nazioni Unite, Fondo Monetario, Banca Mondiale, Banche Centrali.
È questo stesso difetto di sovranità che ci ha costretto a partecipare alle guerre d’aggressione scatenate dall’Occidente nel Medio Oriente e in Afghanistan, a inimicarci tutti i Paesi musulmani ostili a Israele. Ad essi non è certo sfuggito che quelle stesse risoluzioni ONU, che a Iraq e Afghanistan sono costate sanzioni economiche, durissimi bombardamenti e una pesante occupazione militare, per Israele non hanno avuto alcuna conseguenza. La Grande Finanza, che ha in pugno negli Stati Uniti e in Europa la politica, aizza l’opinione pubblica contro l’islam, garantisce allo Stato ebraico l’omertoso silenzio dei media e l’impunità per i suoi crimini, sostenendolo anche nelle trattative-bluff per uno Stato palestinese.
Non stona in questo elenco l’intervento contro la Libia di Gheddafi, per l’Italia un alleato geostrategico che le garantiva petrolio a chilometri zero e la massima cooperazione nel contrastare l’invasione migratoria.
Ma la tempesta sionista, che sta ora devastando la Siria, punta già contro l’Iran, accusato di lesa maestà per il rifiuto di piegarsi alla minaccia atomica ebraica. Le sanzioni economiche decise dagli anglo-sionisti contro quel Paese hanno colpito anche questa volta l’Europa e l’Italia, danneggiando gli scambi con uno dei loro maggiori partner commerciali.
Tutte queste scelte, che ci sono costate gravi sacrifici e hanno appesantito il nostro bilancio, sono state caldeggiate, illustrate e reclamizzate dallo spropositato numero di ideologi, opinionisti e giornalisti ebrei che, al riparo da pareri discordi, spadroneggiano nelle redazioni dei quotidiani e nei salotti televisivi, dove hanno il diritto di scegliersi gli ospiti e di comandarli a bacchetta, dando e togliendo loro la parola.
Preoccupata per la carriera e quindi ansiosa di compiacere la cupola mondialista, la massa degli intellettuali segue rassegnata la corrente.
Eppure c’è anche chi collabora volontariamente, di buon grado, a questa guerra scatenata contro la libertà dei popoli e contro la loro identità razziale. È il caso dei veterocomunisti, che vedono realizzarsi nella globalizzazione la sognata internazionale marxista e la sconfitta definitiva del fascismo europeo. 
Né va dimenticato il contributo dei cattolici che, dopo la svolta filogiudaica del Vaticano II, non poteva mancare. Per il giudaismo attirare nella propria orbita il cristianesimo è stato come sfondare una porta aperta. È vero che la nuova religione, grazie a Roma e alla civiltà europea, era uscita dalle secche di un culto locale e si era strutturata come chiesa cattolica, cioè universale, aperta a tutti, senza distinzione di razza, cultura e condizione sociale. Ai cristiani, tuttavia, era mancato il coraggio per lo strappo decisivo. Avevano rotto con Gerusalemme, ma non se la sentivano di camminare da soli rinunciando al Libro e così si erano accontentati di affiancare il nuovo Dio, Gesù, al vecchio Geova degli ebrei. Costui, nonostante risultasse chiaro dalle Fonti il suo livello di divinità tribale minore, si vide inopinatamente catapultare alla testa di una religione con ambizioni di proselitismo illimitate. Era fatale che gli ebrei non solo si montassero la testa, ma venissero, prima o poi, riconosciuti dai cristiani, come «fratelli maggiori». Tanto più rispettati oggi, quanto erano stati ieri, per un deplorevole, imperdonabile malinteso teologico, svillaneggiati.
Fatto sta che il Cristianesimo ha rinunciato a convertire gli ebrei. Il suo Pontefice oggi visita le sinagoghe e, con i suoi pellegrinaggi penitenziali a Gerusalemme, avalla l’occupazione ebraica della Terra Santa.
* * *
Se la linea d’azione ebraica, nel suo interagire con gli altri, tanto all’interno dei singoli Stati quanto a livello mondiale, è quella che ci pare di aver correttamente descritto, non possono esserci dubbi sulla forza di volontà e la destrezza organizzativa messe in campo dai giudei per cogliere i grandi risultati pianificati. È altrettanto evidente la capacità ebraica di pesare tanto i vantaggi collegati al successo, quanto i rischi da mettere in preventivo lungo il percorso. La storia del popolo eletto è contrassegnata proprio da questo inesausto attivismo i cui alti e bassi, vittorie e fallimenti, non hanno però mai determinato la rinuncia e nemmeno qualche ripensamento della strategia originaria.
Si illudono dunque gli ottimisti che sperano in tempi migliori. Il rapporto tra popoli infiltrati e minoranze non potrà cambiare. Troppo saldi e immodificabili, nelle razze, l’identità, il carattere, il modo di confrontarsi. In tale quadro occorre capire che quelle stesse severe regole adottate dagli ebrei per garantirsi l’isolamento, la salvaguardia e l’affermazione planetaria della setta, si trovano in uno stretto rapporto di causa ed effetto coll’antisemitismo. Questo, senza la Torah, non sarebbe mai nato.
Proseguirà perciò anche dopo Tolosa, così come già è accaduto dopo gli innumerevoli, analoghi episodi del passato, l’arrampicata ebraica al potere in casa altrui e l’azione per assicurarsi, attraverso la forza del denaro, il dominio sul Mondo. E neppure il risentimento e la rabbia suscitata nei popoli dal loro spregiudicato, aggressivo razzismo impediranno ai sionisti di insistere nella sciagurata avventura tentata nel Vicino Oriente. E questo anche se ormai gli esperti la giudicano una scommessa perduta. L’anacronistica sopravvivenza del colonialismo in quel luogo è infatti legata a un dispendio di mezzi economici e militari che nessuno può indefinitamente garantire.
È evidente allora che più si prolungherà la resistenza, tanto maggiore sarà, in Palestina e fuori, il rischio di ritorsioni. Ciò nonostante, l’ebreo non demorde. Egli si è posto fuori dalla Storia e al di sopra delle leggi di natura. persuaso che quella deriva entropica che non ha mai risparmiato popoli, imperi, religioni e culture, debba riguardare solo gli altri.

Piero Sella

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First posted on CODOH: Aug. 8, 2018, 10:57 a.m.
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