I Protocolli del Savio di Alessandria di Gianluca Casseri
Published: 2014-10-20

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I Protocolli del Savio di Alessandria

di Gianluca Casseri

(Fonte [email protected])

 La mentalità dei Gentili essendo di natura puramente bestiale, è incapace di osservare e di analizzare checchessia e più ancora di prevedere le conseguenze alle quali può condurre una causa se presentata sotto una certa luce.

Protocolli dei Savi di Sion, Protocollo XV

Questo scritto segue in parte la falsariga del saggio del professor Mino Antoni, ...e Sion dominerà la terra!, pubblicato sul periodico La Soglia n. 5, novembre 2003, pp. 21-33. Mentre ringrazio lo studioso per avermi cortesemente concesso di utilizzarlo, preciso che gli errori vanno imputati esclusivamente al sottoscritto.

Il testo può essere liberamente riprodotto e diffuso a mezzo stampa o sui canali elettronici, purché ciò avvenga senza fine di lucro e indicando contestualmente il nome dell'autore e il suo recapito di posta elettronica.

G.C.

 

PERCHÉ QUESTO SCRITTO

La recentissima pubblicazione del romanzo di Umberto Eco Il Cimitero di Praga[1] ha riproposto il mistero dei Protocolli dei Savi di Sion. L'atto di togliere la polvere da quel libro proibito, che conseguentemente ha portato l'autore a battere sul delicato tasto dell'antisemitismo, gli ha procurato aspre critiche. Con l'inchiostro del libro ancora fresco, il semiologo di Alessandria già doveva difendersi dalle tremende accuse di aver divulgato un testo pericoloso, di suscitare simpatie verso personaggi ambigui, di indurre a credere che in certi vaneggiamenti antisemiti possa esserci qualcosa di vero[2].

A tutta prima viene da dire: ben gli sta! E' la giusta legge del contrappasso che il Maestro-di-color-che-ben-pensano si sorbisca un po' di quella disgustosa (e per nulla giovevole) medicina che lui stesso contribuisce a distillare e somministrare da decenni. Poi ci si accorge di quanto siano insulse quelle critiche, di quanto debba essere smisurata la paranoia che le genera, di come il protagonismo di certuni possa obnubilare gli stessi inducendoli al più trito conformismo.

Invece, ben altro ci sarebbe da dire sul romanzo di Eco, soprattutto sulla ricostruzione che offre dell'origine dei Protocolli. Cose che mai sfiorerebbero la mente di chi è troppo preoccupato di risultare politicamente corretto per scrivere, anche solo una volta, qualcosa di interessante.

Senza attendermi nulla da costoro, ho pensato di buttar giù queste note che purtroppo non sono brevi, ma ciò è dovuto al fatto che quanto esporrò non è banale e semplicistico come le comode critiche avanzate dagli altri, e richiede la conoscenza di dati ben fondati, nonché lo sviluppo di ragionamenti logici.

 

UN RESOCONTO NON BREVE MA IMPRESCINDIBILE

Per chi non avesse letto il romanzo di Eco e fosse digiuno dell'argomento, riassumo brevemente l'intricata vicenda. Nel 1905, nella Russia Zarista, fu pubblicato un libro intitolato I Protocolli dei Savi di Sion [3]. A detta del curatore – un certo Sergej Nilus, mezzo mistico e mezzo avventuriero[4] – riportava i verbali delle riunioni di una setta segreta ebraica, i “Savi di Sion”. Come spiega Sergio Romano, già ambasciatore italiano in URSS che ai misteriosi P.[rotocolli] ha dedicato un saggio, “dal testo era impossibile trarre indicazioni sul luogo dell'assemblea, sull'anno della sua convocazione e sull'identità delle persone che vi avevano partecipato. Ma il senso e gli obiettivi di quella misteriosa congregazione erano perfettamente chiari.”[5]

Nel documento, suddiviso in ventiquattro capitoli o Protocolli, veniva esposto dettagliatamente (e piuttosto confusamente) un piano segretissimo che procedeva da tre millenni, messo in atto dagli affiliati alla setta col fine di assoggettare il mondo. Una rivelazione da lasciare sgomenti: all'insaputa dell'umanità, un ristretto gruppo di Ebrei “sin dal 929 avanti Cristo studiarono in teoria un progetto per la conquista pacifica dell'intero universo da parte di Sionne [sic]. Mentre la storia si svolgeva, questo progetto fu [...] completato da uomini che erano successivamente iniziati a questo problema.”[6] Un relatore, che si presume fosse il capo dei Savi, con sadico compiacimento riassumeva i metodi usati dai congiurati per destabilizzare i governi dei gentili, per seminare il caos, per diffondere ideologie false e degradanti. Il tutto al fine di spianare la strada al “Re di Israele” che avrebbe instaurato un nuovo ordine, nel quale un unico stato mondiale avrebbe retto l'umanità, interamente convertita alla religione ebraica.

I lettori dei P. rimasero impressionati dal loro contenuto, anche perché la Russia attraversava un periodo turbolento, il sistema di governo basato sull'autocrazia zarista vacillava e ciò sembrava confermare l'esistenza di un piano ordito in segreto per rovesciare l'ordine tradizionale.

Negli anni successivi, in particolare dopo la Rivoluzione d'Ottobre, i P. furono tradotti nelle principali lingue occidentali e si diffusero nel mondo. Ma nel 1921 la loro credibilità subì un duro colpo. Il quotidiano inglese Times “pubblicò dal 16 al 18 agosto tre articoli da Costantinopoli. L'autore era Philip P. Graves, corrispondente del giornale nella capitale del vecchio Impero ottomano.”[7] Il giornalista era venuto in possesso di un libro in francese, il cui autore era un certo Joly, pubblicato nel 1864. Non c'era voluto molto a constatare che interi passi del libro erano quasi identici a brani dei P., pubblicati molti anni dopo. Da una verifica al British Museum si appurò l'esistenza di un libello contro Napoleone III scritto nel 1864 dall'avvocato francese Maurice Joly: Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu ou la politique au XIXe siècle [8]. Dunque i P., ben lungi dal riportare i verbali di una setta segreta, costituivano il plagio di un precedente libro, e di conseguenza i fantomatici Savi di Sion erano una finzione.

Lo svelamento del falso lasciò però aperta una duplice questione, ancora più inquietante del testo stesso: chi scrisse realmente i Protocolli e perché? A tutt'oggi non disponiamo di prove che permettano di dare risposte certe ai quesiti. Esistono solamente numerose ipotesi basate su indizi più o meno probanti[9].

La tesi più accreditata fu proposta nel 1939 nel libro del francese H. Rollin, L'Apocalypse de notres temps[10]. Secondo la macchinosa ricostruzione dei fatti – che tento di semplificare al massimo – i P. furono redatti a Parigi in lingua francese. A ordinarne la stesura fu il capo dell'ufficio estero della polizia segreta russa, Petr Ivanovic Rackovskij[11]: “E' verosimile [...] che i Protocolli siano stati redatti intorno al 1897 [...]. Gli autori furono probabilmente agenti dell'Ochrana[12] e l'idea della falsificazione scaturì in tal caso probabilmente dalla fertile fantasia cospiratoria del generale Rackovskij.”[13] Quest'ultimo era venuto in possesso di un libello redatto da un esule russo, che aveva attinto al precedente Dialogue di Joly. Il documento metteva in cattiva luce la politica del conte “Sergej Witte[14], il potentissimo ministro delle finanze”[15] zarista. Il machiavellico Rackovskij ebbe “l'idea di prendere quel testo, cancellarvi ogni riferimento a Witte, e attribuire quelle idee agli ebrei. [...] Il testo corretto da Rachovskij rappresentò probabilmente la fonte primaria dei Protocolli”[16].

La scoperta del nesso tra i P. ed il Dialogue di Joly, al di là della prova del falso, fu importante perché comunque avvalorò il collegamento tra il misterioso libro e la Francia. Bisogna ricordare che anche secondo Sergej Nilus il testo originale era in francese, e dunque veniva confermato il nesso tra i P., veri o falsi che fossero, e quella nazione. Si gettarono così le basi di quella che possiamo definire la pista francese, che risulta da decenni “la più accreditata. [...] l'ipotesi forte della ricostruzione fattuale”[17].

 

NON SEMPRE LE COSE SONO COME TUTTI CREDONO

Basta quanto ho appena esposto per convincersi che la vicenda dei P. trasuda tortuosità di pensiero. Usando questa espressione non mi riferisco tanto ai protagonisti, quanto ai ricercatori e agli storici che hanno indagato i fatti, nonché a tutti quelli che hanno accettato una ricostruzione che – a parte la macchinosità – è infondata e illogica, tanto che il professor Cesare De Michelis, slavista e docente di letteratura russa, in un suo studio filologico sui P. la respinge decisamente[18].

Riguardo all'infondatezza, De Michelis chiarisce che “nessuna indagine, né prima né dopo la rivoluzione del 1917, ha mai accertato il coinvolgimento dell'Oxrana nella stesura”[19] dei P. A una tale affermazione non ci sarebbe nulla da aggiungere, sennonché, come vedremo più avanti, molti studiosi e scrittori non concordano.

Il discorso sull'illogicità è più complesso, e per affrontarlo dobbiamo inoltrarci tra le pagine dei P., cercando di individuare i passi che facciano ipotizzare uno scopo coerente per l'agire dei Savi[20].

Da numerosi brani traspaiono atteggiamenti inconciliabili (ma solo in apparenza) tra loro. In più punti, gli autori del testo (chiunque fossero) mostrano di condividere i principi dell'ordine tradizionale: l'autocrazia, la separazione delle classi sociali, l'origine divina della sovranità[21]. Sennonché da altri brani risulta chiaro che mirano a distruggere la concordia esistente tra monarchia, aristocratici e clero da una parte, e il popolo dall'altra; non a caso sono i fautori occulti di tutti quei movimenti, idee, tendenze, fenomeni tipicamente moderni, che in qualsiasi modo minano il ruolo delle autorità tradizionali. Al contempo, i P. insinuavano che quelle stesse idee moderne, abilmente usate dai Savi, fossero sbagliate e pericolose[22].

In realtà, i Savi fomentavano sicuramente il liberalismo, il socialismo, la modernizzazione, ma non perché li considerassero mezzi per assicurare un futuro migliore all'umanità, bensì perché intendevano utilizzarli per destabilizzare l'ordine sociale. Ma una volta scalzato dal trono il sovrano, quelle idee e quei movimenti che promettono benessere al popolo sarebbero stati soppressi, e il nuovo ordine si sarebbe fondato su tutt'altri principi.

Era questa l'idea che i P. dovevano instillare nella mente dei lettori, insieme al convincimento che lo Zar costituisse l'unico baluardo contro le oscure trame dei Savi. E' certo che nei P. non troviamo neppure un rigo che contesta la legittimità dell'autorità zarista, mentre "gli attacchi al liberalismo e il panegirico dell'ordine monarchico e aristocratico indicano la vera natura"[23] degli stessi. Per Sergio Romano il testo dei P. "dà voce alle angosce dei proprietari terrieri in un'epoca di grandi rivolgimenti economici e sociali [...] polemizza con il partito modernizzatore […], esprime le antiche prevenzioni della società russa per i mercanti e gli uomini d'affari"[24]. E più oltre rileva che "il ritratto del re d'Israele è in realtà il positivo ritratto dello zar, quale era auspicato da quei settori dell'opinione russa in cui i Protocolli trovavano lettori più attenti."[25]

Se Romano interpreta i P. come una sorta di Utopia indirizzata al sovrano perché restasse saldo contro i riformatori[26], il tono del testo è chiaramente predisposto per una lettura da più punti di vista: si doveva anche convincere il popolo russo a mantenersi fedele all'autorità tradizionale mentre la modernità avanzava inesorabile, accompagnata da fenomeni come "l'avvento dell'industria e del capitalismo, la dissoluzione delle vecchie lealtà e dei vecchi controlli"[27]. Nei P. lo Zar risulta il garante di un ordine plurisecolare, che governa la Russia come un padre illuminato; certo in modo autocratico, ma il suo ruolo è giustificato dalla consapevolezza che i sudditi siano incapaci di autogovernarsi, nonché dalla determinazione di evitare che la società degeneri nel caos e nell'anarchia. I Savi, al contrario, puntano proprio sul caos e l'anarchia, e per arraffare il potere non avranno scrupolo alcuno. Inoltre, se l'autorità dei sovrani si basa sul diritto divino, il nuovo ordine annunciato dai P. si fonderà sul cinismo più disumano, sulla menzogna che trasforma le persone in burattini al servizio di false idee, sui bassi sotterfugi e sulla corruzione strisciante.

Tutto ciò doveva convincere qualsiasi lettore della necessità di schierarsi dalla parte dell'autorità tradizionale contro chi propugnava idee moderne.

E qui arriviamo al punto dolente dell'ipotesi proposta con la pista francese. Perché, se il vero scopo dei P. consisteva nel contrastare la modernizzazione della Russia, la tesi che li attribuisce al capo dell'Oxrana a Parigi, Rackovskij, rivela una fondamentale incongruenza. Si dà il caso che il protettore politico di Rackovskij – quel Sergej Vitte che ricoprì la carica di Ministro delle Finanze dal 1893 al 1903 – avesse tendenze decisamente moderniste. Non per nulla Sergio Romano afferma che “stava tenacemente realizzando una coraggiosa politica modernizzatrice”, e lo definisce addirittura “il responsabile del 'miracolo' russo”[28]. Vitte fu propugnatore dell'industrializzazione, della costruzione di ferrovie, di riforme economiche e finanziarie[29], praticamente di tutti quei fenomeni che i P. indicavano come strumenti dell'azione disgregatrice dei Savi[30]. Sotto questo punto di vista i P. mantengono un “taglio violentemente ostile alla politica di Vitte”[31] fino a instillare il dubbio che l'uomo politico fosse “uno strumento nelle mani degli Anziani di Sion”[32].

In definitiva, è chiaro che se fosse stato Rackovskij a commissionare la stesura dei P., avrebbe creato seri problemi a Vitte, di cui era seguace, e quindi, seguendo un ragionamento logico, si sarebbe tirato la zappa sui piedi.

Concludendo, la pista francese si dimostra tanto illogica quanto infondata.

 

AMBIGUITÁ DI UNA PISTA NECESSARIA

E' possibile che nessuno si fosse accorto che la ricostruzione dell'origine dei P. accettata da tutti è illogica? In effetti nel 1967 Norman Cohn scriveva: “Resta un mistero il perché Rackovskij, servitore devoto di Witte, avrebbe diffuso un documento che, anche dopo trasformato, è ancora nettamente diretto contro la politica del suo padrone.”[33] Dunque, Cohn ha riscontrato che qualcosa non convince in questa tesi, eppure continua a sostenerla, come fanno molti altri che avendo letto il suo saggio devono essere consapevoli dell'incongruenza. Evidentemente tutti quanti concordano con lo stesso Cohn, quando dichiara candidamente che “nel cercare di dipanare la storia iniziale dei Protocolli si incontrano ambiguità, incertezze ed enigmi. Non bisogna preoccuparsene troppo.”[34] Affermazione sorprendente per chi pretende di svolgere una ricerca storica seria e documentata.

Ma a cosa può essere dovuta l'acritica accettazione di quella tesi? Cesare De Michelis ha notato che, per chi nega l'esistenza dei Savi e sostiene la falsità dei P., la pista francese presenta qualche problema[35]. In effetti, se il testo era un falso redatto in Francia da Rackovskij, perché Nilus doveva sostenere che l'originale era francese? Così facendo rischiava di indirizzare eventuali indagini sulla via di Parigi, dov'era maggiore il rischio che prima o poi la falsificazione venisse scoperta. Invece, sarebbe stato più logico che il curatore russo cercasse di sviare l'attenzione dalla Francia, celando ogni nesso tra i P. e la patria dello champagne. Al contrario, l'impistaggio operato da Nilus sarebbe giustificato se i P. fossero stati redatti fuori dalla Francia, magari nella stessa Russia.

Resta però il fatto che non si poteva rifiutare a cuor leggero la pista francese, perché il testo indubbiamente trabocca di riferimenti alla Francia[36], che occorre giustificare anche volendo sostenerne la falsità. A questo si prestava perfettamente l'ipotesi secondo cui i P. erano stati redatti a Parigi su ordine di Rackovskij; ipotesi confermata dai brani estratti da un testo francese precedente, il Dialogue di Joly. In pratica, tutti questi indizi che conducevano in Francia si sostenevano a vicenda, permettendo di tenere in piedi una tesi inconsistente.

Sennonché De Michelis – che da filologo slavista è ottimo conoscitore della cultura russa – evidenziando che il Dialogue di Joly era conosciuto in Russia[37], e che molti elementi francesi del testo potevano essere inseriti anche da un redattore russo, può affermare che per stendere i P. si avevano “a disposizione tutti gli elementi a Pietroburgo, senza dover ricorrere ai servigi dell'Oxrana, per di più all'estero.”[38] In conseguenza di ciò, la pista francese non ha più alcuna ragione di sussistere.

 

IN CERCA DELLE ORIGINI PERDUTE

De Michelis, mentre smonta la inconsulta pista francese, avanza anche un'ipotesi sul motivo per cui il nome di Rackovskij venne collegato ai P.: all'agente russo va certamente “riferito il documento intitolato Tajna evrejstva (Il segreto dell'ebraismo, datato 10 febbraio 1895) redatto da agenti segreti in contatto con gli ambienti esoterici francesi di fine secolo”. Secondo lo studioso, tutte le testimonianze sul ruolo di Rackovskij nella redazione dei P. riguardano “in realtà questo secondo documento. Il segreto dell'ebraismo non è un «falso» ma un rapporto riservato che connette l'origine del «complotto ebraico-massonico» (cui presta completa fede) con la setta degli esseni, descrive con buona perizia «tecnica» il suo organigramma, ma bada soprattutto a suggerire misure concrete contro il movimento rivoluzionario russo, sponsorizzato a suo dire dalla massoneria, a sua volta diretta dalla misteriosa «società segreta» ebraica: per sua natura non era destinato alla pubblicazione, né sembra aver avuto alcuna circolazione al di fuori del governo russo.”[39]

Lo slavista, non limitandosi a demolire quella inconsistente ipotesi, ne propone una sostitutiva che, se non ha fondamenta molto più solide dell'altra (ma nessuna ipotesi sull'origine dei P. le ha), non è comunque viziata da illogicità.

Il testo dei P. così come lo conosciamo, sarebbe scaturito da libelli redatti in Russia negli anni 1902-03 ad opera di elementi antisemiti che “avevano buone frequentazioni francesi, e [...] potrebbero aver suggerito l'impiego del pamphlet di Joly”[40]. Successivamente, nel 1905, ambienti conservatori ripresero quei libelli e ne perfezionarono “la stesura per servirsene in relazione a quanto stava capitando in Russia”[41], vale a dire per screditare le riforme modernizzatrici propugnate da Vitte. L'operazione si svolse in Russia, con buona pace degli agguerriti fans della pista francese.[42]

 

NON C'È PEGGIOR SORDO...

Nel 1999 il settimanale francese L'Express [43] annunciava con tono altisonante: “Il testo dei Protocolli dei Savi di Sion svela il suo ultimo mistero: uno storico russo, Mikhail Lépekhine, ha stabilito l'identità del suo autore, grazie agli archivi sovietici.” Secondo il periodico “Lépekhine può oggi, al termine di cinque anni di ricerche, ricostruire completamente le circostanze e gli obiettivi della fabbricazione di questo falso.”

Esaminando le carte di Henri Bint, agente del servizio secreto russo a Parigi, “Lépekhine ha verificato che Mathieu Golovinski era il misterioso autore del falso”, infatti nel resoconto di un colloquio tra un funzionario governativo, Serge Svatikov, e Bint quest'ultimo affermava di essersi occupato personalmente di corrispondere a Golovinski il compenso per la stesura dei P.

Dunque la pista francese ha trovato la sua conferma definitiva e possiamo considerare chiarito il mistero sull'origine dei P.? Neanche per sogno, perché di lì a poco appariva su la Repubblica un articolo del professor De Michelis[44] che rompeva le uova nel paniere, osservando: “Il mistero dei Protocolli dei Savi di Sion viene ciclicamente disvelato; l'ultimo a farlo è stato Michail Lepechin, che ha riscosso un'improvvisa (e acritica) attenzione”. Secondo lo slavista “il ritrovamento di Lepechin non rappresenta nessuna novità nella storia dei Protocolli” perché Svatikov aveva già testimoniato negli anni '30 “d'aver contattato nel 1917 Bint, il quale [..] gli aveva segnalato la collaborazione di Golovinskij nella fabbricazione dei falsi documenti (tra cui i Protocolli) utilizzati da Rackovskij”. De Michelis, chiedendosi perché “tale indicazione rimane assai poco persuasiva”, risponde indicando “ragioni d'ordine documentario” e ribadendo una nutrita serie di incongruenze cronologiche e filologiche che lo inducono sempre a respingere l'ipotesi. Quindi conclude: “Bint può benissimo aver saputo d'un documento antiebraico compilato a Parigi (e perché non da Golovinskij?) su mandato di Rackovskij, e averlo identificato a posteriori nei Protocolli. Un documento del genere era veramente esistito, ma si trattava de Il segreto degli ebrei [che abbiamo già incontrato supra – N.d.R.], non già dei Protocolli dei savi di Sion.”[45]

A due anni di distanza De Michelis ribadiva il suo giudizio: “Secondo la vulgata, tuttora avallata anche da autorevoli studiosi” i P. “sarebbero stati compilati intorno al 1897 dalla sezione parigina della polizia segreta sotto la guida di P. Rackovskij […]. Anche la recente «scoperta» di M. Lepechin, che ha rinvenuto tra le carte di H. Bint documenti che indicano il misterioso falsario in Golovinskij (per conto di Rackovskij) dipende dalla stessa vulgata […] elaborata come supposizione verisimile da Rollin, esposta come ricostruzione fattuale da Cohn e di lì ripresa dagli studi successivi. L'esame delle contraddizioni di questa versione e la sua incompatibilità con altre notizie pur date per fondate […] porta a formulare uno scenario di poco posteriore ma assai diverso”[46]. Appunto quello che vede l'origine dei P. in Russia, a opera di persone estranee all'Oxrana.

In parole povere, l'ostentata scoperta dello storico Lepechin non sarebbe altro che aria fritta, periodicamente ripresentata in tavola da individui in cerca di notorietà che gabellano per sensazionali ritrovamenti delle testimonianze già conosciute e confutate da tempo.

 

ROMANZO - COMPLOTTO ANDATA & RITORNO

Se è certo che i P. derivano in gran parte dal Dialogue di Joli, nella ricerca della materia prima che li compone si potrebbe retrocedere ancora. Norman Cohn risaliva al romanzo Biarritz [47] pubblicato in Germania nel 1868 dal giornalista Hermann Goedsche. Sergio Romano ha rilevato come molti elementi presenti in Biarritz "rivelano la matrice letteraria del racconto [...]: il romanzo gotico, filtrato attraverso i feuilletons"[48], mentre Umberto Eco lo fa scaturire dalle opere di maestri del romanzo popolare come Alexandre Dumas ed Eugène Sue[49].

Del resto, nel corso degli anni i P. si sono posizionati in una zona grigia al confine tra storia reale e invenzione letteraria e “appare significativo che alcuni tra i più recenti studi [sui P.] ricorrano a citazioni dal romanzo di U. Eco (Il pendolo di Foucault)”[50]

L'indubbia matrice romanzesca dei P., unita al fatto che molti non si siano lasciati convincere dall'evidenza, tanto che ancora oggi c'è chi crede ostinatamente all'autenticità del testo e quindi alla realtà del complotto ebraico, suscita la riprovazione di quegli studiosi che imputano tale atteggiamento all'antisemitismo. Tra questi, Eco si chiedeva: “Possibile che nessuno si fosse accorto che questo collage di fonti diverse [...] altro non era che un'opera di finzione?” E, ricordando come il Times già nel 1921avesse rivelato il plagio, concludeva scandalizzato: “Ma l'evidenza dei fatti non basta a chi vuole a ogni costo un romanzo dell'orrore.”[51]

Seppure giustificato, lo sbotto del professore mi induce a una riflessione: finché la famigerata pista francese era l'unica plausibile, tutti quanti l'accettarono (e molti l'accettano ancora) di buon grado chiudendo un occhio, se non due, sulla sua incongruenza. Dunque mi chiedo: se eminenti studiosi e accademici eruditi hanno preso (o prendono) per buona quell'ipotesi che più di un elemento rivela infondata e illogica, perché mai quegli stessi eruditi e studiosi si inalberano tanto per il fatto che qualcuno abbia creduto (o creda ancora) che gli autori dei P. fossero davvero i famigerati Savi di Sion? In fondo, che differenza c'è tra il voler credere all'esistenza dei Savi, e il voler credere in una tesi inconsistente sulla formazione dei P.? E infine, vista la stupefacente macchinosità della pista francese che i ricercatori sono stati capaci di ricostruire – ma sarebbe più appropriato dire di inventare – in tutta questa vicenda il vero feuilleton è costituito dai P. o dalla raffazzonata ipotesi sulla autentica origine degli stessi?

Poste tali domande retoriche, che dubito riceveranno risposta, bisogna constatare come lo studio del professor De Michelis che ha demolito la pista francese, sia tutt'oggi praticamente ignorato[52], ben più, verrebbe da dire, degli articoli del Times che nel 1921 svelarono la falsità dei P. Lo testimonia anche – e torniamo al punto di partenza – l'attesissimo romanzo di Umberto Eco.

Prima di commentare Il Cimitero di Praga, ritengo però giusto segnalare che il semiologo non è stato il primo a seguire per fini narrativi l'inossidabile pista francese, provvidenzialmente supportata dalla rivelazione del messia Lepechin, infatti lo ha preceduto di un quinquennio Will Eisner, considerato un vero e proprio guru del fumetto.

Lo stesso Eisner, figlio di ebrei immigrati dall'Austria negli USA, riferisce che, imbattutosi nei P., nel 1999 apprese “che le ricerche dell'eminente storico [sic] russo Michail Lepekhine, avevano portato alla luce le prove che il famigerato I Protocolli dei Savi di Sion era stato scritto da un certo Mathieu Golovinskij nel 1898”[53]. Basandosi proprio sulla scoperta di Lepechin, il fumettista realizzò una storia[54] in centoventitré tavole, nella quali ritroviamo la sezione francese dell'Oxrana, con gli immancabili Rackovskij e Golovinskij nelle vesti di committente e autore dei P.

In pratica Eisner, convinto dalla tesi avallata dall'eminente storico, la ripropone come verità sacrosanta. Se poi quella tesi è viziata da incongruenze di ogni tipo, ciò non ha impensierito il disegnatore, che l'ha così propinata ai suoi sprovveduti lettori in quella che critici altrettanto sprovveduti definiscono una “ricostruzione storica della creazione” dei P., “ben costruita ed estremamente chiara nel disegnare la mappa di questa menzogna”, nonché un lavoro “estremamente documentato”[55].

Manco a dirlo, l'edizione italiana del capolavoro di Eisner gode di una “luminosa introduzione [sic]”[56] di Umberto Eco, che ne testimonia la validità, giacché, ammonisce il semiologo, tiene “conto delle ricerche più recenti [sic]”[57].

Ciò che più colpisce in queste citazioni è che da esse non traspaia il minimo dubbio. Lascio decidere al lettore in che misura ciò sia dovuto a scusabile (ma fino a certo punto, visto il pulpito da cui vengono alcune delle affermazioni) ignoranza[58], e quanto invece si debba imputare all'arroganza tipica di chi si ritiene depositario della verità rivelata.

Ora possiamo finalmente occuparci del romanzo di Eco. Come ho già detto – e come c'era da attendersi, visti i precedenti – in cinquecentosedici pagine, il semiologo prestato alla narrativa ci dà una versione sull'origine dei P. sostanzialmente fedele alla pista francese (a parte l'inserimento del protagonista in veste di redattore materiale dei P.), e che si giova della scoperta di Lepechin.

Ebbene, nonostante l'utilizzo di fonti per lo meno discutibili, e sebbene al Cimitero siano state indirizzate numerose critiche, non mi risulta che al momento in cui scrivo qualcuno abbia denunciato che il romanzo fornisce l'avallo a una tesi dubbia sull'origine dei P. Avallo autorevole, per di più, considerata la competenza semiologica[59] riconosciuta all'autore[60].

Su un punto tengo a esser chiaro: non mi sognerei mai di criticare uno scrittore che, inserendo eventi reali in una sua opera, ne modifichi anche sostanzialmente lo svolgimento. A patto però che il medesimo scrittore riconosca di aver operato un adattamento e non pretenda di utilizzare la trama per fini extranarrativi. Invece, Eco si proponeva altri propositi oltre al puro intrattenimento, e ce lo conferma sia nelle pagine del romanzo che al di fuori di esse. In realtà, l'ambizioso fine del semiologo è la denuncia urbi et orbi del machiavellico utilizzo dell'odio a fini politici:

 

Io sono interessato alla tenuta morale del popolo russo e non desidero (o non desiderano le persone che intendo compiacere) che questo popolo diriga le sue insoddisfazioni verso lo zar. Dunque ci occorre un nemico. […] Occorre un nemico per dare al popolo una speranza. […] Bisogna coltivare l'odio come passione civile. Il nemico è l'amico dei popoli . Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L'odio è la vera passione primordiale. […] Non si ama qualcuno per tutta la vita […] invece si può odiare qualcuno per tutta la vita. Purché sia sempre lì a rinfocolare il nostro odio. L'odio riscalda il cuore.[61]

 

Se così sentenzia un personaggio del Cimitero, non diversamente si esprime lo scrittore nel mondo reale. Durante un'intervista[62], infatti, riferendosi ai veri scopi dei P., ci fa sapere che il suo romanzo “tenta di scoprire cosa c'è dietro: come funzionano i meccanismi dell'odio. Chi se ne serve. E perché”.

Non si creda che proponendosi questa disamina sulle ragioni e le funzioni dell'odio, Eco pecchi di presunzione: di certo si ricorderà bene di quando, nei primi anni '70, lui stesso insieme ad alcune centinaia di suoi colleghi intellettuali, si fece in quattro per additare il commissario Luigi Calabresi come il male assoluto, finché un altro suo collega intellettuale, Adriano Sofri, pensò bene di alleviare il mondo dalla funesta presenza del commissario torturatore [63]. Con tali presupposti mi chiedo se dobbiamo proprio accettare che il semiologo – per di più servendosi di un'evidente bufala come la pista francese – ci propini una predica sulla quale lui per primo sarebbe opportuno meditasse. Ma forse la spiacevole verità è che ci meritiamo predicatori come Umberto Eco.

E se con ciò il comportamento di Eco non risulta irreprensibile, c'è da restare allibiti da altre sue uscite riscontrabili nella medesima intervista. Con un candore disarmante, annuncia di aver svolto “una ricerca rigorosa”, avendo “voluto riportare solo fatti veri e documentati”, tanto che nel Cimitero “non si raccontano che fatti reali”. Vorrei chiedere al semiologo: nel corso di quella rigorosa ricerca ha letto il saggio di De Michelis? E ancora, da quale veritiero documento ha tratto la certezza che i P. siano stati scritti a Parigi su ordine di Rackovskij? Infine, è proprio sicuro della realtà dei fatti che narra nel Cimitero?

Ma l'affermazione più paradossale è quella che chiude l'intervista: “Non ci sono vicende più avventurose e più appassionanti di quello che succede nella realtà. Basta saperla osservare, la realtà ci offre spunti ben più avventurosi di tutte le fantasie di cui siamo capaci.” Se Eco la pensa davvero così, perché ha seguito un'ipotesi irreale, lasciandosi trascinare dall'improbabile pista francese? Non sarà che, anziché osservare la realtà per trarne spunti, preferisce adottare teorie sballate purché si prestino alle sue elucubrazioni?

Eppure il semiologo è consapevole dei problemi che accompagnano la pista francese, lo dimostra allorché sente il bisogno di eliminare abilmente l'incongruenza di cui ho parlato supra, costituita dal fatto che Rackovskij, commissionando i P., avrebbe arrecato un danno al suo protettore, Vitte. E' indubbiamente per questo che Eco, nelle pagine del Cimitero, fa dire al personaggio Rackovskij che “non bisogna mai servire il proprio padrone attuale […] bensì prepararsi per quello successivo”[64]. Ma allora, perché non liberarsi completamente da quella balzana teoria?

Qui potremmo generalizzare il discorso e chiederci perché, oltre a Eco, quella pista sia seguita da molti altri. Personalmente ho ipotizzato alcune spiegazioni per questa pervicace fedeltà. Ve le elenco di seguito, per quanto possano valere.

Pigrizia mentale: giacché esiste un'ipotesi che sta in piedi da decenni (per quanto traballante) tanto vale seguirla, anziché spremersi le meningi a elaborarne un'altra o a considerarne una che ci viene proposta. Questa spiegazione sarà valida per qualcuno, ma nel caso di Eco la escluderei.

Attrazione per la trama spionistica: l'azione dell'Oxrana, come viene ricostruita nel libro di Rollin, con tutto il suo contorno di spie, espatriati russi, effrazioni, complotti politici ecc.[65] – che sicuramente le meritano un posto intermedio tra i romanzi di Arsenio Lupin e quelli di James Bond – emana un indubbio fascino che avvince anche i ricercatori più seri. Riferita a Eco, questa giustificazione risulterebbe paradossale, visto che lui stesso se la prende con chi si lascia affascinare dal romanzesco complotto dei Savi.

La terza possibile spiegazione è la più inquietante: riluttanza ad abbandonare un'ipotesi che costituisce il solo appiglio per chi nega che i P. siano stati scritti dai Savi. Bisogna considerare che la pista francese è da decenni uno dei punti fermi della vulgata impostasi come verità ufficiale, e che possiamo così riassumere: i P. sono stati scritti in Francia su ordine di Rackovskij con l'intento di fomentare l'antisemitismo e non hanno alcun nesso con la realtà. E' pur vero che l'ipotesi avanzata dal professor De Michelis – i P. sono stati scritti in Russia da soggetti estranei all'Oxrana – non implica necessariamente altre reinterpretazioni, ma evidentemente si teme che, cedendo su un punto, si possa poi essere indotti a cedere su altri, finché la piccola crepa, allargandosi, farebbe crollare l'intero edificio. Fuor di metafora, c'è il rischio di prestare il fianco alle insidie del revisionismo[66]. Dunque non si tratta di difendere la pista francese per se stessa, ma perché negandola si finirebbe col preparare il terreno ad altre negazioni, in primis la negazione dell'irrefutabile principio che alla base dei P. sussistessero specifiche finalità antiebraiche[67].

Sennonché, Eco – rivelando una sorprendente temerarietà – mostra di non preoccuparsi di un tale rischio, infatti nel romanzo, sempre attraverso le parole di Rackovskij, lascia balenare proprio l'idea che lo scopo dei P. non fosse di fomentare l'antisemitismo. Se mai, gli Ebrei sarebbero utilizzati come mezzo per accreditare l'esistenza del complotto, considerato che in Russia si rivelerebbe difficile imputare il complotto stesso ad altri soggetti.[68]

Ma vi è un'altra verità su cui la vulgata non transige: l'assoluta insussistenza di qualsiasi rapporto tra i P. e la realtà. E qui, quasi ci trovassimo dinanzi alla Roccia di Ereck, dobbiamo inoltrarci su sentieri proibiti.

 

LA VERITIERA FALSITÀ DEI PROTOCOLLI

Non è un caso che i P. si prestino a utilizzi romanzeschi, considerato che non mancano di un taglio narrativo, come riconosceva Giuseppe Prezzolini allorché li definì “un romanzo storico antisemita”[69]. Forse però il terribile vecchio non centrò pienamente il bersaglio; infatti, anziché nella categoria dei romanzi storici sarebbe più appropriato annoverare i P. tra la narrativa di anticipazione, alla stregua dei romanzi di fantascienza antiutopica – come l'orwelliano 1984 – giacché è indubbio che molte delle affermazioni riscontrabili nel testo anticipino scenari che stanno già prendendo forma, o che si annunciano come imminenti. Se ritenete azzardata questa affermazione, una sua conferma può venirci da un acuto studio del professor Mino Antoni che esamina alcuni recenti saggi opera di politologi, economisti, osservatori di fenomeni sociali e di costume, rilevando impressionanti affinità con i P.[70]

Per cominciare, vediamo come i Savi[71] intendevano operare in campo economico e finanziario:

 

...dobbiamo mettere il commercio sopra una base di speculazione. Il risultato di ciò sarà che le ricchezze della terra, ricavate per mezzo della produzione [...] passeranno, attraverso la speculazione nelle nostre casseforti. La lotta per la supremazia e la speculazione nel mondo degli affari, produrrà una società demoralizzata, egoista e senza cuore.[IV, p. 172]

 

Il capitale per avere il campo libero, deve ottenere l'assoluto monopolio dell'industria e del commercio. Questo scopo viene già raggiunto da una mano invisibile in tutte le parti del mondo. [V, p. 174]

 

...compito principale [della speculazione] è di agire come contrappeso all'industria. Senza la speculazione l'industria aumenterebbe il capitale privato e tenderebbe a sollevare l'agricoltura, liberando le terre dai debiti [...]. E' invece essenziale che l'industria prosciughi la terra di tutte le sue ricchezze, e che la speculazione concentri nelle nostre mani tutte le ricchezze del mondo... [VI, p. 176]

 

Confrontiamo questi progetti con quanto affermano due leader del movimento antiglobalizzazione:

 

I grandi cambiamenti che subiamo oggi intendono trasformare tutte le attività che avvengono sulla terra in merci e mercati. [...] [questo] consente al mercato, con le proprie regole, di organizzare la società e integrare tutte le attività umane [...] alla legge del denaro e come fase suprema [...] la mercificazione della materia vivente [...]. Globalizzazione è anche [...] il progressivo degrado dei diritti fondamentali, in pratica è il commercio portato agli estremi disinteressandosi completamente dei bisogni vitali degli uomini. [...] ...basta osservare la circolazione del denaro in rapporto alle tradizionali attività di produzione e commercio. Oggi il denaro lavora su sé stesso: ogni volta che gira intorno al mondo, produce dei benefici. Dov'è la creazione di beni, di ricchezze per gli altri? E' il denaro, il potere degli azionisti, dei fondi pensione, degli speculatori e dei predatori di ogni sorta a imporre i tassi di profitto alle imprese, costringendole a licenziare anche se sono in attivo. [...] E' una nuova specie di parassiti, vampiri assetati di denaro![72]

 

I Savi ritenevano che la libera circolazione del capitale fosse di fondamentale importanza:

 

...il denaro è fatto per circolare, e qualunque congestione di denaro ha sempre un effetto disastroso sul corso degli affari dello stato [XX, p. 211]

 

Evidentemente quell'idea ha fatto scuola, se attualmente

 

viene anche rafforzato il diritto del capitale a essere investito in qualunque paese e in qualunque settore economico senza condizionamenti di sorta.[73]

 

I Savi dimostravano notevoli capacità camaleontiche:

 

Il nostro appello di: 'libertà, uguaglianza, fratellanza', attirò intiere legioni nelle nostre file […] questa azione determinò il nostro trionfo.[...] l'abolizione dell'aristocrazia dei gentili [...]. Sopra le rovine di una aristocrazia naturale ed ereditaria, costruimmo un'aristocrazia nostra a base plutocratica. Fondammo questa nuova aristocrazia sulla ricchezza che noi controllavamo [I, p. 165]

 

Tali capacità non sono dissimili da quelle riscontrate in una certa borghesia contemporanea:

 

La borghesia del capitale non è sempre la stessa, può fare una rivoluzione che ha per motto "eguaglianza, fratellanza, libertà" e può fare una restaurazione che ha per motto (meno presentabile): "profitto, cinismo, diseguaglianza".[74]

 

Il disordine scaturito dalla violenza sarebbe stato usato dai Savi per conquistare il potere:

 

..il riconoscimento del nostro regno avrà inizio dal momento stesso che il popolo [...] dolorante per il fallimento dei suoi governanti (e tutto questo sarà stato preparato da noi) griderà: 'Destituiteli e dateci un autocrate che governi il mondo, che ci possa unificare distruggendo tutte le cause del dissenso, cioè le frontiere, le nazionalità, le religioni [...] un capo che ci possa dare la pace ed il riposo che non abbiamo [...]. ...allo scopo di ottenere che la moltitudine debba formulare a gran voce una richiesta simile è tassativamente necessario [...] promuovere ostilità, guerre, odi e persino il martirio mediante la fame, la carestia e l'inoculazione di malattie, in tale misura che i gentili non vedano altro modo per uscire da tanti guai, che un appello per la protezione al nostro denaro e alla nostra completa sovranità. [X, p. 185]

 

Forse bisognerà ricorrere in certa misura alla violenza; ma tale ordine sarà certamente ristabilito. Dimostreremo di essere i benefattori che hanno restituito la libertà e la pace al mondo torturato. Offriremo al mondo questa possibilità di pace e di libertà, ma certamente ad una condizione sola, e cioè che il mondo aderisca strettamente alle nostre leggi. [XXII, p. 217]

 

Deve sorgere un regnante che sostituisca i governi esistenti, viventi sopra una folla che abbiamo demoralizzato con le fiamme della anarchia. [XXIII, p. 218]

 

Non diversamente sembra ci si comporti al giorno d'oggi:

 

...il nuovo potere dell'età globale [...] manifesta la propria efficacia proprio nel produrre il disordine (con il terrorismo, con la deportazione, con il dominio violento della popolazione), per cercare quindi legittimazione attraverso un'offerta di ordine. La politica dell'età globale è l'andare insieme di insicurezza reale e di illusoria sicurezza, della realtà del conflitto e del fantasma della pace.[75]

 

Rileviamo nei P. un paradossale progetto che tende alla pace pur ricorrendo a bagni di sangue:

 

Il potere del nostro sovrano si baserà principalmente sul fatto che egli sarà garante dell'equilibrio del potere e della pace perpetua del mondo. [XX, p. 210]

 

[Risponderemo] ad ogni opposizione, con una dichiarazione di guerra da parte del paese confinante a quello stato che osasse attraversarci la strada; e qualora tali confinanti a loro volta decidessero di unirsi contro noi, dovremo rispondere promuovendo una guerra universale. [VII, p.177]

 

Indubbiamente siamo in linea con le attuali tendenze del "nuovo ordine della globalizzazione" che due politologi hanno definito "Impero":

 

...benché l'agire effettivo dell'Impero sia continuamente immerso nel sangue, il suo concetto è consacrato alla pace - una pace perpetua e universale fuori dalla storia.[76]

 

Veramente impressionante è l'intuizione dei Savi sull'efficacia dei mezzi non coercitivi per propagare idee che a poco a poco vengono assorbite e ripetute dall'opinione pubblica, fino a determinare la rinuncia ad un pensiero autonomo e la spontanea sottomissione al modo di sentire corrente:

 

Non vi è nulla di più dannoso dell'iniziativa individuale [...]. Dobbiamo dare all'educazione di tutta la società cristiana un indirizzo tale che le cadano le braccia per la disperazione in tutti i casi nei quali un'impresa domandi dell'iniziativa individuale. [V, pp. 174/175]

 

I chiacchieroni che crederanno di ripetere l'opinione del giornale del loro partito, in realtà non faranno che ripetere la nostra opinione, oppure quella che desideriamo far prevalere [XII, p. 190]

 

Il popolo siccome perderà a poco a poco la facoltà di pensare con la sua testa, griderà compatto insieme a noi, per l'unica ragione che saremo i soli membri della società in grado di promuovere nuove linee di pensiero. [XIII, p. 193]

 

E' evidente il parallelo con i moderni meccanismi di creazione del consenso:

 

La società del controllo [...] è un tipo di società in cui i meccanismi di comando divengono sempre più "democratici" [...] e vengono distribuiti attraverso i cervelli e i corpi degli individui. I comportamenti che producono integrazione ed esclusione sociale vengono sempre più interiorizzati dai soggetti stessi. [...] il potere si esercita con le macchine che colonizzano direttamente i cervelli (nei sistemi della comunicazione, nelle reti informatiche ecc.) e i corpi (nei sistemi del Welfare, nel monitoraggio delle attività ecc.) verso uno stato sempre più grave di alienazione dal senso della vita e dal desiderio di creatività.[77]

 

Riguardo all'attività bellica, nei P. se ne annunciava una radicale trasformazione:

 

Per il nostro scopo è indispensabile che le guerre non producano modificazioni territoriali. In tal modo, senza alterazioni territoriali, la guerra verrebbe trasferita sopra una base economica. [II, p. 166]

 

Se un secolo fa queste frasi apparivano tanto incomprensibili da suscitare stupore, oggi nessuno si meraviglia allorché uno storico delle dottrine politiche, afferma:

 

La guerra globale è una guerra di tipo nuovo [...] senza frontiere, in cui non ci sono avanzate o ritirate, ma solo atti che concentrano logiche di guerra, logiche economiche e logiche tecniche.[78]

 

La guerra globale è un conflitto senza frontiere in cui tutti sono interni a tutto; in cui l'esterno, e il bordo che lo determina, il confine, è svanito.[79]

 

Si potrebbe descrivere la globalizzazione come la vittoria dell'economia sulla politica [...]. Come il trionfo del mercato sullo Stato [...] e su tutte le sue logiche: in primis, la logica della guerra.[80]

 

I Savi puntavano sull'incomprensibilità delle norme giuridiche:

 

...l'interpretazione nostra nascose il vero significato delle leggi, ed in seguito le rese talmente incomprensibili. che diventò impossibile per i governi il dipanare un codice di leggi così confuso. [IX, p. 180]

 

Come testimonia un magistrato francese, esperto di transazioni finanziarie e criminalità organizzata

 

...l'accumulazione dei trattati internazionali [...] finirà un giorno o l'altro per sedimentare una rete istituzionale e giuridica che non potrà certo restare priva di effetti significativi. [...] ...si assisterà alla disordinata sovrapposizioni di testi infinitamente complessi, contraddittori ed eterogenei fra loro, che renderanno del tutto ingestibili le relazioni pubbliche e private, nazionali e internazionali. Ciò potrebbe spingere gli stati a rinunciare a parti della loro ormai svuotata sovranità.[81]

 

E non posso concludere questa rapida disamina senza uno sguardo a certi costumi letterari. Se i Savi si compiacevano del fatto che

 

nei cosiddetti paesi dirigenti abbiamo fatto circolare una letteratura squilibrata, sudicia e ripugnante [XIV, p. 194]

 

sembrano aver anticipato le tendenze dell'editoria contemporanea:

 

Le Liale, le scrittrici romantiche, hanno filiato centinaia di scrittrici porno che riempiono intere biblioteche dai nomi inequivocabili con le edizioni Eros o Pizzo Nero. Da Anais e Colette siamo scesi a scribacchine dozzinali che ripetono all'infinito la meccanica del sesso e se ne gloriano. La Francesca Mazzucato che proclama: "La letteratura erotica è l'unica vera realtà editoriale del terzo millennio".[82]

 

Se il raffronto appena operato provocherà a qualcuno un travaso di bile[83], ciò non toglie che ci porti alla sconvolgente conclusione che i P. – indubbiamente falsi in quanto attribuiti a soggetti inesistenti – avrebbero previsto una serie di processi politici, economici, sociali e culturali in via di effettiva realizzazione. Stando così le cose, questo libro-che-nessuno-ha-scritto sarebbe comunque da ritenersi veritiero, nel senso che il suo romanzesco contenuto corrisponde ogni giorno di più alla realtà in cui viviamo.

Quando Umberto Eco & C. si indignano – e nei loro scritti lo fanno sovente – perché qualcuno collega i P. alla realtà, evidentemente si riferiscono a chi crede all'effettiva esistenza di un piano ebraico per dominare il mondo, ma la loro ambigua indignazione è estensibile anche a chi riscontra affinità tra quel testo e i recenti sviluppi socioeconomici. E' forse per contrastare questi incauti che si cerca in ogni modo di blindare la vulgata dominante sui P.? E' in ciò che va cercato il motivo dell'assurda difesa della pista francese? E per quale ragione si vuole ostacolare una lettura dei P. come documento anticipatore di un futuro prossimo?

Lascio ad altri il compito di rispondere, anche perché mi sono dilungato fin troppo. Invece vorrei osservare come fin dagli anni '30 un attento lettore dei P. riscontrasse che “il problema della loro 'autenticità' è secondario e da sostituirsi con quello, ben più serio ed essenziale, della loro 'veridicità'.”[84] E in merito al problema della veridicità aggiungeva che “ogni difficoltà a 'credere' e a porsi il problema da parte degli 'spiriti positivi' è contrassegno meno di superficialità, che di irresponsabilità, non di 'oggettività', ma di prevenzione.”[85]

Dunque, già otto decenni or sono, indagare su chi avesse effettivamente redatto i P. appariva meno importante del chiedersi se gli eventi descritti in quel testo non si stessero già verificando. Se i saggi esaminati dal professor Antoni sono validi, la questione della veridicità dei P. si ripropone oggi in maniera sempre più inquietante. A chi si sente attratto da tale inquietudine – non dissimile, ripeto, da quella che alcuni traggono dalla fantascienza impegnata – consiglio di leggere i P., raccomandando di far presto: c'è il rischio che molte di quelle anticipazioni diventino storia, perché in larga misura il mondo descritto in quelle pagine è appena dietro l'angolo, se non è già qui. E la colpa di chi si celava dietro agli inesistenti Savi di Sion non stava nell'ordire piani segreti per sottomettere l'umanità, bensì nell'aver previsto il presente. Che poi a condurci a questo presente sia stato lo spontaneo progredire della storia, anziché le bieche macchinazioni di Grandi Vecchi, costituisce una misera consolazione.

 

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

Se ci trovassimo di fronte a uno schermo televisivo, vi sareste già dovuti sorbire due o tre inter-ruzioni pubblicitarie. Ormai il fatto viene accettato di buon grado giacché i telespettatori sono certi (certezza forse inoculata dai Savi di Sion?) che senza la pubblicità le reti televisive chiuderebbero (il che non sarebbe poi un gran male). Io comunque, memore di quando la TV non era infeudata a Mammona, ho preferito non imporvi fastidiose interruzioni e inserire solo al termine del discorso quello che viene pudicamente definito un consiglio per gli acquisti. Sono certo così di non arrecare eccessivo disturbo, considerando anche che, se la normale pubblicità televisiva non c'entra nulla con lo spettacolo che interrompe, al contrario il mio annuncio è legato all'argomento delle presenti note.

Si dà il caso che il sottoscritto, con l'imprescindibile correità dell'illustre docente di scrittura narrativa Enrico Rulli, abbia avuto la ventura di concepire e mettere su carta un romanzetto, La Chiave del Caos [86], che grazie a un incauto Editore è giunto nelle librerie una settimana prima di quello di Eco (con minor tiratura e pure con meno frastuono[87]).

La nostra narrazione, di stampo fantastico-esoterico, è ambientata nella Praga Magica dell'Imperatore Rodolfo II, uno spazio-tempo talmente fascinoso che, se non fosse realmente esistito, nessuno scrittore sarebbe riuscito a immaginare. Singolarmente, anch'essa, come la creazione del semiologo alessandrino, ruota attorno al cimitero ebraico della capitale boema, infatti numerose vicende nodali si svolgono proprio tra le lapidi con la stella a sei punte.

E questo non è il solo elemento che accomuna i due romanzi. Se prevedevo che anche Eco avrebbe utilizzato l'episodio del convegno fra i capi delle tribù d'Israele[88] – come abbiamo fatto noi, seppure in chiave fantastica – sono rimasto sorpreso nel riscontrare almeno altre due coincidenze. La prima consiste nell'incontro in una locanda tra il protagonista e un giovane indicato come il dottor Froide [sic] – che poi non è altri che il creatore della psicoanalisi Sigmund Freud – il quale, dopo aver vuotato qualche bicchiere, espone all'interlocutore le sue teorie ancora embrionali e sconosciute, e tesse quindi un evidente elogio della cocaina[89]. Singolarmente, Rulli e io abbiamo anticipato una versione semiparodistica di questo episodio in due capitoli del nostro romanzo[90].

L'altra coincidenza si può riscontrare nei finali delle due narrazioni: se, come si presume, il protagonista del Cimitero perde la vita nell'incidentale deflagrazione di una bomba[91], anche il personaggio centrale della Chiave sembra restare vittima di una esplosione improvvisa, tanto che il resoconto che sta scrivendo viene bruscamente interrotto nel bel mezzo di una frase[92].

Cosa pensare di queste coincidenze che legano due romanzi pubblicati contemporaneamente[93] da un affermato autore di bestseller e da due sconosciuti esordienti? Dobbiamo imputarle al cieco caso o a un fato preordinato? Probabilmente solo al fatto che gli autori di entrambe le opere nutro-no interessi comuni, almeno in parte.

C'è però un elemento che differenzia nettamente le due narrazioni. Infatti, se la trama del Cimitero è improntata al razionalismo illuminista, nella Chiave “oltre all'avventura esoterica […] c'è almeno una seconda chiave di lettura [...]: ed è la critica sarcastica ma radicale agli idola tribus della società occidentale nata ideologicamente con l'illuminismo e poi fattualmente con la rivoluzione industriale”, tanto che dal testo emerge “una contestazione totale ai fondamenti della società in cui oggi viviamo”. Contestazione che, per di più, è mossa “con la mentalità degli uomini del XVI secolo, in specie dei rappresentanti di quella che sarà chiamata philosophia perennis.” In conclusione, dal romanzo emerge una vera e propria “apologia della visione del mondo magica.”[94]

Dunque, due romanzi uniti da singolari coincidenze ma al contempo distanziati da opposte concezioni della realtà.

La pubblicità è terminata; ora, se non avete voglia di leggere qualche buon libro, potete fare come i bimbetti di una volta: dopo Carosello, tutti a nanna!

 

  1. C.

 

Pistoia, 9 novembre 2010

[1] Umberto Eco, Il Cimitero di Praga, Bompiani, Milano, 2010.

[2] Eco aveva già subito accuse simili nel 1989, all'uscita del suo secondo romanzo Il Pendolo di Foucault. Anche allora si parlò, oltre che di “uso cinico dell'Olocausto, utilizzato ai fini di un volgare thriller”, della riesumazione dei Protocolli. Il semiologo si giustificò prontamente, affermando tra l'altro che il suo romanzo era “un libro sull'eterna mentalità fascista [sic]”. Vedi Lucia Annunziata, 'Non sono antisemita', sul quotidiano la Repubblica, 5 novembre 1989, p. 22.

[3] Una prima versione abbreviata del testo era già apparsa nel 1903 sulle pagine di una rivista. Durante lo stesso periodo i P. circolarono in numerose versioni, ma fu il testo di Nilus che poi si impose e fu utilizzato anche per le traduzioni. Per un'ampia disamina della vicenda dei P. vedi: Normann Cohn, Licenza per un genocidio, Einaudi, Torino, 1969. Per un'accurata analisi filologica degli stessi, che contraddice alcune tesi sostenute da Cohn, vedi Cesare G. De Michelis, Il manoscritto inesistente, Marsilio, Venezia, 1998.

[4] Per ulteriori informazioni su Nilus vedi N. Gewakhow, Il retroscena dei “Protocolli di Sion”, Unione Editoriale d'Italia, Roma, 1938, pp. 21-38.

[5] Sergio Romano, I falsi protocolli, T.E.A., Milano, 2002. Questo volume presenta in appendice, con alcune correzioni, la traduzione dall'inglese già pubblicata in Giovanni Preziosi (a cura), I "Protocolli" dei "Savi Anziani" di Sion, La Vita Italiana, Roma, 1938 (I ed. 1921). Per una nuova traduzione vedi Claudio Mutti Ebraicità ed Ebraismo - I Protocolli dei Savi di Sion, Edizioni di Ar, Padova, 1976. Una ricostruzione filologica del testo archetipico dei P. è in C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., pp. 241-289.

[6] Sergej Nilus, Epilogo, in G. Preziosi (a c.), I "Protocolli"... cit., p. 153.

[7] S. Romano, I falsi... cit., p. 9.

[8] N. Cohn, Licenza... cit., pp. 46-51. Per un confronto tra alcuni brani dei P. e del Dialogue vedi anche le pp. 225-228, nonché C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., pp. 54-56, che tra l'altro definisce "assai carente" l'esame di Cohn. Per l'edizione italiana del Dialogue: Maurice Joly, Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu, ECIG, Genova, 1995.

[9] Per un esame critico delle numerose ipotesi (alcune veramente assurde) vedi C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., pp. 102-113.

[10] Henri Rollin, L'Apocalypse de notre temps, Parigi, 1939 (II ed. 1991). L'ipotesi qui esposta è seguita dalla maggior parte degli studiosi tra cui N. Cohn, Licenza... cit. Per una diversa conclusione, basata sull'analisi filologica del testo, vedi C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., in particolare alle pp. 66-76.

[11] "Rachovskij" nella grafia occidentale.

[12] Nell'originale russo Oxrana: "Forma divulgata per: Oxrannoe otdelenie (Sezione di sicurezza), o Oxranka, la polizia segreta zarista.", come precisa C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 181, nota n. 2.

[13] S. Romano, I falsi... cit., pp. 19-20.

[14] Sergej Vitte, o "Witte" nella grafia occidentale.

[15] N. Cohn, Licenza... cit., p. 74.

[16] U. Eco, Protocolli fittizi, in Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano, 1995 , pp. 169-170. Resoconti più ampi in N. Cohn, Licenza... cit., pp. 75-77, e in James Webb, Il sistema occulto, SugarCo, Milano, 1989, pp. 173-181.

[17] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 110.

[18] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., in particolare pp. 61-65. Nel suo studio De Michelis rileva in questa tesi numerose incongruenze logiche, temporali e filologiche.

[19] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 63.

[20] Per ragioni di spazio ometto di riportare citazioni, rinviando per un riscontro testuale al saggio del professor Mino Antoni, ...e Sion dominerà la terra!, sul periodico La Soglia n. 5, novembre 2003, in particolare pp. 23-26.

[21] Segnalo i passi più interessanti, indicando il numero del relativo Protocollo e la pagina del libro di S. Romano, I falsi... cit., dove è reperibile il brano stesso: I, p. 163; III, p. 169; IV, p. 171; XVI, p. 203.

[22] Vedi la nota precedente: III, pp. 168-169; V, p. 173; IX, p. 180; IX, p. 180.

[23] N. Cohn, Licenza... cit., p. 51.

[24] S. Romano, I falsi... cit., p. 41.

[25] S. Romano, I falsi... cit., p. 43.

[26] Vedi S. Romano, I falsi... cit., pp. 41-43.

[27] Hans Rogger, La Russia pre-rivoluzionaria 1881-1917, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 328.

[28] S. Romano, I falsi... cit., p. 27. Che Vitte fosse il fautore di una politica riformatrice lo conferma ampiamente anche lo storico Ettore Cinella nel suo 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008.

[29] Un politologo russo rileva che se "non conviene idealizzare la Russia anteriore all'ottobre del 1917", è pure "vero che all'inizio del XX secolo il paese aveva una reale possibilità storica di sviluppo progressivo che la rivoluzione ha spezzato." Sergej Kulesov, E' possibile il fascismo in Russia?, in S. Kulesov - V. Strada, Il fascismo russo, Marsilio, Venezia, 1998, p. 36.

[30] Vedi l'opinione che gli ambienti conservatori avevano di Vitte: "un amico 'degli ebrei', sul quale nell'agosto del 1905 si appuntarono nuovi strali della destra russa per aver negoziato la pace col Giappone in termini giudicati inaccettabili". C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 65. Un esempio dei provvedimenti di Vitte che potevano prestarsi ad un collegamento con i piani di Savi è la riforma del sistema monetario: "Witte propose per la prima volta l'introduzione del sistema aureo in Russia al posto del sistema bimetallico aureo e argenteo allora in vigore; e la riforma venne effettivamente adottata nel 1897. Anche questo si trova nei Protocolli: nel protocollo XIX si osserva che il sistema aureo ha rovinato tutti gli stati che lo hanno adottato." N. Cohn, Licenza... cit., p. 73.

[31] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 64.

[32] N. Cohn, Licenza... cit., p. 74.

[33] N. Cohn, Licenza... cit., p. 76.

[34] N. Cohn, Licenza... cit., p. 77.

[35] In riferimento alla possibile esistenza di un "originale francese" afferma De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 37: "E perché mai avrebbe dovuto esistere? Perché dei russi, sia pure spie, sia pure residenti a Parigi, nel redigere un falso destinato a circolare in Russia avrebbero dovuto usare il francese? [...] La tesi che in origine [i P.] siano stati scritti in francese è funzionale solo alla loro asserita autenticità; diviene invece gratuita, una volta assodato il loro carattere di falso", e al riguardo di chi testimoniava l'esistenza dell'originale francese, a p. 38 "Curiosamente i critici [dei P.] che dovrebbero esser portati a ritenere tutti costoro dei falsari o emissari di falsari [...] hanno accettato passivamente l'idea che [i P.] fossero stati redatti in francese." Conclude a p. 40: "La storia della 'traduzione francese', funzionale all'accreditamento del falso, è stata suggerita probabilmente dal fatto che [i P.] erano davvero stati coniati per larga parte su un testo francese, il Dialogue di Joly."

[36] Riferimenti dettagliatamente evidenziati da Cohn, che elenca, tra gli altri, l'ingresso di nove massoni nel governo francese, lo scandalo Panama scoppiato in Francia intorno al 1892, la progettazione del metrò parigino. Tutto ciò lo porta concludere che il paese in cui vennero redatti i P. “fu senz'altro la Francia, come mostrano i numerosi riferimenti alle questioni francesi”. N. Cohn, Licenza... cit., pp. 73-74.

[37] "Quanto al Dialogue di Joly [...] non si trattava affatto di un'opera praticamente sconosciuta, giunta in Russia [...] 'chissà come', cioè tramite i 'servizi'; più volte ristampato in francese, fu subito tradotto [...] ed è stato oggetto di una discreta letteratura. Quanto all'A[utore] acquisì una certa fama [...]; gli 'attori' [Montesquieu e Machiavelli - N.d.R.] [...] erano ben noti in Russia [...]. Insomma [non fu casuale] che un testo del genere, comunque capitato loro tra le mani, abbia attratto l'attenzione di russi", C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p.53.

[38] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., pp. 68-69.

[39] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 63.

[40] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 75.

[41] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 76.

[42] Non posso esimermi dal segnalare come certi scritti di questi fanatici arrivino a screditarsi da soli, contraddicendosi e infischiandosi della logica aristotelica. Un recente dossier su Pagine ebraiche accetta la pista francese proclamando che i P. “vengono scritti e redatti a Parigi nel 1897, gli autori sono un pugno di giornalisti e scrittori francesi e forse russi, tutti comunque a libro paga dell'onnipresente Okhrana [sic].” Sennonché, poco dopo definisce il professor De Michelis uno dei “massimi esperti mondiali” dei P. Evidentemente i curatori del dossier ignorano che proprio De Michelis ha respinto decisamente la medesima pista francese che loro invece sposano a cuor leggero. Vedi Daniela Gross e Daniel Reichel (a cura), DOSSIER/I falsi dell'odio, nel periodico Pagine ebraiche n. 10, ottobre 2010. Traggo il testo dal sito www.moked.it

[43] Eric Conan, Les secrets d'une manipulation antisémite, in L'Express, 18 novembre 1999. Ho reperito il testo sul sito del periodico francese www.lexpress.fr. La traduzione è mia.

[44] Cesare G. De Michelis, Una storia che si ripete, sul quotidiano la Repubblica, 21 novembre 1999.

[45] C. G. De Michelis, Una storia... ibid.

[46] Cesare G. De Michelis, La giudeofobia in Russia, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pp. 32-33.

[47] N. Cohn, Licenza... cit., pp. 13-19.

[48] S. Romano, I falsi... cit., p. 23.

[49] In particolare I Misteri del Popolo di Sue, e Giuseppe Balsamo di Dumas. U. Eco, Protocolli fittizi... cit., pp. 167-168. Ma i due italiani non sono stati i primi a vedere nei P. un meta-feuilleton se già nel 1926 "A. Kugel aveva scritto: 'Che cosa sono [...] le opere di Nilus [...] se non romanzi tipo Il Conte di Montecristo [...]?' ", C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 102. Quello che può apparire un curioso, quanto vano, tentativo di replicare preventivamente a queste osservazioni, compare nella lettera di un esponente della destra russa che nel 1934 parlava dei P.: "E non era l'invenzione artistica d'un qualche Wells (I marziani) o Jules Verne (Quaranta [sic] mila leghe sotto i mari"), C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 200, nota 15.

[50] C. G. De Michelis, Il manoscritto... cit., p. 102. Per i riferimenti ai P. vedi U. Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani, Milano, 1990, pp. 377-387.

[51] U. Eco, Protocolli fittizi... cit., p. 171.

[52] La pista francese è accolta anche da Wikipedia (testo aggiornato alle ore 14.03 del 9 novembre 2010, dove Lepechin è presentato come “un importante storico russo”), che si conferma formidabile strumento per promuovere una cultura abborracciata, afilologica e gonfia dei più triti luoghi comuni.

[53] Will Eisner, Prefazione, in W. Eisner, Il Complotto, Einaudi, Torino, 2005, pp. VII-IX.

[54] Will Eisner, Il Complotto.... cit.,

[55] Andrea Grilli, La mappa (a fumetti) della menzogna, in D.Gross e D. Reichel (a c.), DOSSIER/I falsi... cit.

[56] G. V., Il libro avvelenato, fra avventura e realtà, in D. Gross e D. Reichel (a c.), DOSSIER / I falsi... cit.

[57] Umberto Eco, Introduzione, in W. Eisner, Il complotto... cit., pp. V-VI.

[58] Nel senso di “Condizione di chi non sa, non conosce, non ha avuto notizia di determinati fatti, avvenimenti e sim.”. Voce Ignoranza, nel vocabolario Il Nuovo Zingarelli, XI ed. Zanichelli, Bologna, 1990.

[59] Competenza che, comunque, ha anche giocato brutti scherzi a Eco, inducendolo a conclusioni discutibili. Vedi quanto scrisse nel 1975, analizzando lo “stile discorsivo” di un comunicato emesso dai NAP (Nuclei Armati Proletari, un gruppo terrorista di sinistra attivo in quegli anni, particolarmente al sud): “Siamo di fronte a un ircocervo stilistico” che evoca “la figura del brigadiere che stende un verbale. Questo italiano da brigadiere [sic] fa la parte del leone in tutto il comunicato.” Nel medesimo comunicato Eco riscontrava “anche un italiano da colonnello-titolo-scuola-di-guerra, magari americano”, nonché “un italiano da cancelliere di tribunale.” Il semiologo concludeva che, pur non potendo fare “illazioni” sul vero redattore del comunicato, c'era la possibilità che dietro ai NAP, “in buona fede […] espressione di strati sottoproletari 'provocati' da elementi di varia specie”, si celassero “almeno tre Italie e forse persino un'America.” Dando per certa questa struttura complottistico-dietrologica si chiedeva: “Chi tra costoro tiene le redini?”. Umberto Eco e Paolo Fabbri, Nella loro penna si nasconde un brigadiere, sul settimanale L'Espresso n. 12, 23 marzo 1975, p. 7.

[60] Ricordo che Eco, col suo primo bestseller Il Nome della Rosa, ha quasi convinto i lettori dell'effettiva esistenza del Secondo libro della Poetica di Aristotele, arrivando persino a ricostruirne l'ipotetico contenuto.

[61] U. Eco, Il Cimitero di Praga… cit., pp. 399-400.

[62] Sul mensile Pagine ebraiche, novembre 2010. Traggo il teso dal sito www.moked.it

[63] Su quello che fu uno dei più infami episodi degli anni di piombo – e non a caso è oggi uno dei più dimenticati – vedi Michele Brambilla, L'eskimo in redazione, Bompiani, Milano, 1993, pp. 105-106.

[64] U. Eco, Il cimitero di Praga... cit., p. 398. Sergio Romano aveva già avanzato un'ipotesi simile per tentare di spiegare l'incongruenza: "Potrebbe sostenersi [...] che lo scaltro Rackovskij produsse un documento ambivalente, utile a Vitte e ai suoi nemici, di cui egli si sarebbe valso per rivendicare meriti presso chiunque avesse governato la Russia negli anni successivi." S. Romano, I falsi... cit., p. 38.

[65] Rapidamente riassunti in N. Cohn, Licenza... cit., pp. 75-76.

[66] Del resto, con l'aria che tira c'è poco da scherzare: non mi meraviglierei se qualche solerte parlamentare proponesse una legge che commini pene draconiane ai negazionisti dell'innegabile pista francese. A parte lo scherzo (?), si può comprendere il timore di veder compromessa la propria immagine da accuse di revisionismo antisemita, considerato quanto poco importi che quelle accuse siano infondate, giacché venendo da certi ambienti non ammettono repliche, tanto che difficilmente si trovano difensori. L'ha dimostrato la vicenda dello storico Ariel Toaff che nel 2007 trovò conveniente ritirare dalle librerie il suo saggio Pasque di sangue e riscriverlo, perché non piaceva ai rabbini delle comunità ebraiche italiane che non lo avevano neppure letto. Tutto ciò mentre ci si scandalizza perché quattrocento anni fa Galileo fu costretto a ritrattare le sue tesi sul moto della Terra.

[67] Cosa tutt'altro che pacifica, come dimostra lucidamente il documentato saggio di Carlo Mattogno, I falsi “falsi Protocolli”. Scopo e significato dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, maggio 2010, sul sito http://andreacarancini.blogspot.com.

[68] Infatti alla domanda del protagonista “Ma perché mirate in particolare agli ebrei?”, Rackovskij ribatte: “Perché in Russia ci sono gli ebrei. Se fossi in Turchia mirerei agli armeni. […] Io non voglio distruggere gli ebrei, oserei dire che gli ebrei sono i miei migliori alleati.” U. Eco, Il Cimitero di Praga… cit., p. 399. Con tali battute lo scrittore ricalca Mino Antoni: “Ovviamente ci si può chiedere perché proprio gli ebrei siano stati additati come responsabili del piano segreto. Il motivo è semplice: nessuno avrebbe preso in considerazione un complotto attribuito ai Cosacchi del Volga, ai Tartari della Transbajkalia o a una qualunque delle dozzine di etnie che convivevano nell'immenso impero russo, mentre tutti avrebbero accettato l'idea di una congiura ebraica. Agli inizi del secolo XX esistevano già una vasta letteratura e un folklore secolare sul "mito" del complotto ebraico, [...] e se anche i P. vi facevano riferimento non era tanto per rafforzare la tesi della congiura ebraica, quanto per confermare l'autenticità di quel testo recente attraverso l'autorità di testimonianze molto più antiche e consolidate nell'immaginario collettivo. Ma escluderei che dovessero servire specificatamente a fomentare l'antisemitismo.” M. Antoni, ...e Sion dominerà la terra!… cit., p. 29. Su questo pare concordare uno dei più quotati maitres a penser della sinistra: “I «Protocolli dei Savi Anziani della comunità di Harlem» sono impensabili, i «Protocolli dei Savi Anziani Zingari delle comunità orientali» sono impensabili.” Adriano Sofri, La destra, la sinistra e il Genocidio, nel periodico il Mulino n. 321, gennaio-febbraio 1989, p. 70.

[69] Citato da S. Romano, I falsi... cit., p. 83.

[70] M. Antoni, ...e Sion dominerà la terra!..., cit., in particolare pp. 31-33. Riporto quasi letteralmente il testo dello studioso.

[71] In coda alle citazioni tratte dai P. indico il numero del relativo Protocollo e la pagina del libro di S. Romano, I falsi... cit., in cui compare.

[72] José Bové - Francois Dufour (interviste con Gilles Luneau), Il mondo non è in vendita, Feltrinelli, Milano, ed. ampliata 2001, pp. 136-137.

[73] Ralph Nader, Whose Trade Organization, in Lori Wallach - Michelle Sforza, WTO Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio mondiale, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 10.

[74] Giorgio Bocca, Il dio denaro, Mondadori, Milano, 2001, p. 33.

[75] Carlo Galli, La guerra globale, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 48.

[76] Michael Hardt - Antonio (Tony) Negri, Impero, Rizzoli, Milano, 2002, p.16.

[77] M. Hardt – A. Negri, Impero… cit., p. 39.

[78] Carlo Galli, La guerra globale, Laterza, Roma-Bari, 2002, pp. 54-55.

[79] C. Galli, La guerra... cit., p. 69.

[80] C. Galli, La guerra... cit., p. 70.

[81] Jean de Maillard, Il mercato fa la sua legge, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 66.

[82] Giorgio Bocca, Il dio denaro… cit., p. 95.

[83] Riporto una comunicazione personale del professor Antoni al sottoscritto: “I Protocolli sono stati confrontati con libelli politici ottocenteschi, con romanzi di appendice, con scritti antisemiti; perché non sarebbero confrontabili anche con saggi contemporanei sulla politica, l'economia, la società?”.

[84] Julius Evola, Introduzione in G. Preziosi (a cura), I "Protocolli"... cit., p. 10.

[85] J. Evola, Introduzione... cit., p. 18.

[86] Enrico Rulli - Gianluca Casseri, La Chiave del Caos, Edizioni il Punto d'Incontro, Vicenza, 2010, www.edizionilpuntodincontro.it

[87] Ringrazio in questa sede due giornalisti, che hanno segnalato la singolare coincidenza:

M.B.G., Quell'insostenibile attrazione del “dopo”, su Il Tempo, 20 agosto 2010;

Indiscreto di Redazione, su il Giornale, 12 ottobre 2010.

Ovviamente, se qualcun altro mi fosse sfuggito ringrazio anche lui.

[88] Vedi le descrizioni rispettivamente in U. Eco, Il Cimitero... cit., p. 237-238, e in E. Rulli – G. Casseri, La Chiave... cit., p. 99.

[89] U. Eco, Il Cimitero... cit., pp. 47-58.

[90] E. Rulli – G. Casseri, La Chiave... cit., pp. 329-330 e pp. 351-353.

[91] U. Eco, Il Cimitero... cit., p. 508-512.

[92] E. Rulli – G. Casseri, La Chiave... cit., p. 456.

[93] Mentre terminavo la stesura di queste note sono venuto a sapere che in Francia, ai primi di ottobre, è uscito il romanzo Le Kabbaliste de Prague di Marek Halter, ambientato nella capitale boema alla fine del XVI secolo. Con questo siamo a tre!

[94] Gianfranco de Turris, Prefazione a E. Rulli – G. Casseri, La Chiave... cit., p. 13.

FINE


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Author(s): Olodogma
Title: I Protocolli del Savio di Alessandria di Gianluca Casseri
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Published: 2014-10-20
First posted on CODOH: Aug. 24, 2018, 11:42 a.m.
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