Valentina Pisanty e il rapporto Gerstein: analisi di una “critica” storico-tecnico-linguistica anti-“negazionistica” (Parte seconda)…di Carlo Mattogno
Published: 2015-02-04

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(La prima parte dello studio di Carlo Mattogno è diponibile QUI)

 

Valentina Pisanty e il rapporto Gerstein:
Analisi di una “critica” storico-tecnico-linguistica anti-“negazionistica”

 

Parte seconda

sculacciata3
La foto NON è parte originale dello studio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

5) I punti meritevoli di considerazione

Dopo aver liquidato sbrigativamente con questi metodi truffaldini le «obiezioni facilmente confutabili», la Pisanty si accinge ad esaminare «qualche punto meritevole di essere preso in considerazione». A questo riguardo ella rileva:

«Si tratta per lo più di osservazioni su quei brani del rapporto, già segnalati in precedenza, in cui la figura di Gerstein appare un po’ ambigua, tanto che il lettore ha l’impressione che l’autore tralasci qualche anello importante del suo racconto. Ad esempio, non è chiaro come sia conciliabile l’affermazione secondo cui la destinazione del viaggio in Polonia fosse nota solo all’autista con il fatto che Gerstein, pur ignorando la sua destinazione, abbia imbarcato il dottor Pfannenstiel (che evidentemente doveva sapere dove stava andando). Inoltre, il racconto del seppellimento del veleno fuori del lager di Belzec sembra contraddittorio: non si capisce se Gerstein abbia nascosto l’acido cianidrico prima (di sua iniziativa) o dopo avere incontrato Wirth a Belzec. Osservo incidentalmente che tali ambiguità furono notate dal giudice istruttore Mathieu Mattei durante il suo interrogatorio a Gerstein del 19.7.19451, e che in quell’occasione Gerstein rispose che l’acido non fu mai portato dentro il campo di Belzec, ma che fu nascosto a duecento metri da esso dall’autista e da Gerstein stesso, col pretesto che esso si fosse danneggiato e fosse divenuto pericoloso. Giunto al campo (sempre secondo la deposizione), Gerstein informò il comandante Wirth dell’accaduto e quest’ultimo gli diede il permesso di sotterrare l’intera partita di acido a duecento metri dal lager. La spiegazione fornita da Gerstein non è del tutto soddisfacente (altrove si ha l’impressione che la distruzione dell’acido cianidrico sia stata un’iniziativa esclusivamente sua), così come può apparire insufficiente la giustificazione che egli fornisce al giudice sul perché a Berlino nessuno gli abbia chiesto un resoconto della sua missione (Wirth, che aveva una grossa influenza a Berlino, avrebbe sollevato Gerstein dal suo incarico di rendere conto alle autorità centrali dell’esito della missione). Premesso che può sempre darsi che le cose siano andate proprio come Gerstein le racconta, è legittimo sospettare che al resoconto di Gerstein manchi qualche elemento e ci si potrebbe domandare se Gerstein avesse un qualche interesse a fornire un rendiconto incompleto. Ciò nonostante, simili obiezioni non hanno nulla a che vedere con la qualità della sua testimonianza oculare e riguardano piuttosto le circostanze periferiche del viaggio di Gerstein a Belzec e a Treblinka» (pp. 120-121, corsivo mio).

Bisogna apprezzare l’arduo sforzo semiotico con cui la Pisanty tenta di minimizzare le contraddizioni insuperabili del rapporto Gerstein o addirittura di eliminarle insinuando che «può sempre darsi» che il racconto di Gerstein sia veritiero. Ma quale racconto, dato che Gerstein di tale episodio ha fornito due racconti che non sembrano, ma sono contraddittori?

Di fronte a tali contraddizioni, il giudice Mattei ha incalzato :

«Stamattina ci avete dichiarato che quarantaquattro bottiglie di cianuro – il vostro intero carico, una delle bottiglia essendo stata vuotata – non erano arrivate al campo di Belzec perché erano state nascoste dall’autista e da voi stesso a circa 1.200 metri dal campo, poco fa ci avete detto di essere arrivato al campo con il vostro carico. Quando dite la verità?»2

Quanto alla pretesa che queste obiezioni non abbiano «nulla a che vedere con la qualità» della «testimonianza oculare» di Gerstein, ho mostrato sopra quanto sia fondata.

Per quanto riguarda la conclusione della missione di Gerstein, solo chi non ha la più pallida idea delle procedure e delle gerarchie delle SS può credere seriamente che forse le cose sono andate proprio come le ha descritte Gerstein. Ampliamo dunque il ristretto orizzonte della Pisanty. Globocnik era all’epoca SS- und Polizeiführer (Capo delle SS e della Polizia) del distretto di Lublino e, in quanto tale, dipendeva dallo Höhere SS- und Polizeiführer (Alto Capo delle SS e della Polizia) del Governatorato generale, SS-Obergruppenführer Krüger. Tuttavia, come capo dell’ “azione Reinhardt”, il presunto nome in codice dello sterminio degli Ebrei orientali3, Globocnik dipendeva direttamente da Himmler. Se la storia raccontata da Gerstein fosse vera, l’ordine di cambiare il sistema di funzionamento delle camere a gas dei campi di sterminio orientali (un «segreto di Stato») non sarebbe potuto venire che da Himmler, il quale lo avrebbe comunicato direttamente da un lato al RSHA per la scelta dell’ufficiale SS da incaricare di questo compito (e, in ottemperanza a quest’ordine, il RSHA si sarebbe rivolto a Gerstein), dall’altro a Globocnik, affinché lo facesse eseguire dall’ufficiale in questione. Come si può dunque credere che Gerstein potesse essere ritornato tranquillamente a Berlino senza aver eseguito la sua missione e senza che né Himmler personalmente, né l’ufficiale superiore che aveva dato l’incarico a Gerstein gli chiedesse nulla?

Un altro punto che la Pisanty considera meritevole di attenzione è la cronologia della visita di Gerstein a Belzec e a Treblinka, beninteso, specificando che tale questione rientra semplicemente nella «classe di obiezioni di per sé legittime, ma non rilevanti dal punto di vista negazionista» (p. 121). La Pisanty, non trovando nessun cavillo semiotico da opporre ad essa, deve prendere atto che la contraddizione è reale. Dopo aver ipotizzato che «al momento di scrivere il suo rapporto, Gerstein fosse in stato di agitazione e di offuscamento mentale» (p. 121, corsivo mio), ella riporta la mia presunta conclusione che «allora la giornata della gasazione non è mai esistita» (pp. 121-122) e commenta:

«Ancora una volta, vi è un’enorme sproporzione tra l’elemento dissonante e le conclusioni che ne vengono tratte. Dovendo scegliere tra l’ipotesi che (a distanza di quasi tre anni) Gerstein si sia sbagliato sulle date e quella che egli abbia solo immaginato di vivere una giornata così traumatica come quella descritta nel rapporto, Mattogno opta per la soluzione meno economica» (p. 122).

Ancora una volta la nostra dottoressa dà un saggio della sua capziosità, sia isolando l’argomento dal contesto generale, sia fingendo di non capirne il significato. Al riguardo ho scritto.

«Riassumendo, Gerstein è andato a Treblinka al tempo stesso il 19, il 20 e il 21 agosto e la “gasazione” non è mai avvenuta, perché egli è andato a Belzec il 18 agosto, giorno in cui non vide alcun morto, e il 19 agosto, che è il giorno successivo a quello della “gasazione”, egli è andato a Treblinka! Questa “gasazione” per di più ha avuto luogo al tempo stesso a Belzec e a Lublino! Ma non è tutto. Gerstein ha trascorso nei campi di Globocnik tre giorni secondo il T-1313-b, due giorni, cioè il 17 e 18 agosto, secondo W, il che è ulteriormente in contraddizione con la data della visita a Treblinka, la quale è a sua volta contraddittoria. Infine, siccome la visita di Gerstein ai “campi di sterminio” è durata al massimo tre giorni ed egli ha fatto un viaggio che è durato circa due settimane, è chiaro che egli ha impiegato circa 11 giorni per andare da Berlino a Lublino e per tornare da Treblinka a Berlino!»4.

Come si vede, il povero Gerstein, quando scrisse i suoi rapporti, era veramente in stato di “offuscamento mentale”.

La mia frase «la “gasazione” non è mai avvenuta» era chiaramente ironica, in quanto voleva sottolineare che nella cronologia di Gerstein il giorno della “gasazione” non c'è, e solo un'anti-“negazionista” come Valentina Pisanty può fingere di credere che in questo contesto io intendessi sottolineare che Gerstein avesse «solo immaginato di vivere una giornata così traumatica», non già rilevare una contraddizione cronologica.

A tutto ciò bisogna aggiungere l’ulteriore contraddizione di Gerstein sui campi da lui visitati all’interno di questa cronologia, che sono in pari tempo Belzec e Treblinka; Belzec, Treblinka e Sobibór, ma non Majdanek; Belzec, Treblinka e Majdanek, ma non Sobibór5.

Di fronte a questo intricato groviglio di contraddizioni insuperabili, è la Pisanty che «opta per la soluzione meno economica», tentando di spacciare per un banale errore di date una cronologia chiaramente fittizia.

6) Un punto immeritevole di considerazione

Come ho accennato sopra, la Pisanty passa sotto silenzio non solo interi capitoli del mio studio, ma anche gli argomenti più irritanti all’interno dei capitoli che esamina. Uno dei tanti che l’Autrice non ritiene meritevoli di considerazione è il seguente.

Supponiamo che Gerstein abbia realmente assistito ad una gasazione omicida a Belzec e che volesse informare gli Alleati di questo mostruoso massacro. Poiché, purtroppo, non tutti hanno il candore della nostra dottoressa, ma taluni, affetti dalla «sindrome del sospetto», non sono disposti a credere a una tale storia senza prove, cosa di cui Gerstein era ben consapevole, ci si attenderebbe che egli abbia raccolto e custodito gelosamente tutte le prove documentarie relative, in originale o in copia, ad esempio, l’ordine di missione scritto del 10 giugno 1942, l’ordine di prelievo dell’acido cianidrico a Kolin, il biglietto ferroviario Varsavia-Berlino, un rapporto sulla sua attività di disinfestazione a Lublino (40.000 tonnellate di tessuti!), insomma, una qualunque traccia del suo viaggio. Ora, quali documenti Gerstein consegnò ai due ufficiali americani insieme al suo rapporto? Nell’ordine:

– una lettera della DEGESCH del 9 giugno 1944,

– 12 fatture della DEGESCH indirizzate a Kurt Gerstein relative alla consegna di 1.185 kg di Zyklon B a Oranienburg e di 1.185 kg ad Auschwitz relative al periodo 14 febbraio-31 maggio 1944, tutti documenti relativi al 1944 che confermano soltanto la sua attività nell'ambito della disinfestazione. E questo è tutto. Perché egli non addusse nessun documento che dimostrasse la realtà del suo viaggio a Belzec? Prevengo la solita insulsa scappatoia della Pisanty relativa all' “ignoranza delle circostanze”: forse Gerstein ha distrutto questi documenti per timore di essere scoperto dalla Gestapo! In realtà, dopo la presunta visita, egli non solo non aveva nulla da temere dalla Gestapo, ma godeva di tale prestigio presso l’Istituto di Igiene delle Waffen-SS da meritare, l'anno dopo, nel 1943, la pubblica gratitudine del dott. Walter Dötzer nella prefazione di una pubblicazione tecnica ufficiale del suddetto Istituto6.

7) Le critiche indirette

Nella mia analisi del rapporto Gerstein ho ripreso gli argomenti dei critici precedenti che ho ritenuto fondati (scartando quelli infondati) e li ho inseriti in un contesto generale che conferisce loro una forza dimostrativa maggiore. Valentina Pisanty ha esaminato alcuni di questi argomenti nella critica di altri autori revisionisti. Rispondo dunque anche a questi.

1) «Rassinier ironizza inoltre sulla visita di Hitler e Himmler a Lublino il 15 agosto 1942, evidente falso storico. Ma Wellers ha giustamente osservato che non si tratta di una affermazione di Gerstein stesso, bensì di una dichiarazione fatta da Globocnik durante la sua conversazione con Gerstein e Pfannenstiel: dunque, Gerstein si limita a riportare ciò che gli è stato detto e non vi è motivo di supporre che egli stia mentendo consapevolmente» (p. 101).

In realtà, come io ho osservato ancora più giustamente7, qui non si tratta di una dichiarazione di Globocnik, ma di una dichiarazione di Gerstein che attribuisce tale dichiarazione a Globocnik, e questa non lieve sfumatura non dovrebbe sfuggire a una dottoressa in semiotica. Ovviamente, se si parte dal presupposto che l’incontro descritto da Gerstein sia reale e che egli riporti fedelmente le parole di Globocnik, la cosa cambia, ma soltanto in quanto si assume a priori ciò che deve essere dimostrato.

La spiegazione di Wellers è decisamente insulsa, perché egli pretende che «Globocnik così fa sentire ai suoi interlocutori l’alto grado della sua intimità con i due personaggi onnipotenti del regime» (p. 101).

E perché mai, di grazia, l’onnipotente SS- und Polizeiführer del distretto di Lublino, un SS-Brigadeführer8 (generale di brigata) presuntamente incaricato da Himmler stesso dello sterminio degli Ebrei orientali e responsabile dei campi di sterminio dell’ “azione Reinhardt” avrebbe dovuto far «sentire», con una sciocca vanteria, ciò che un misero SS-Untersturmführer (sottotenente) avrebbe sentito naturalmente per la differenza abissale di grado?

Del resto, come ho già rilevato9, questa non è l’unica sciocchezza che Gerstein mette in bocca a Globocnik, attribuendogli degli spropositi ancora più gravi:

– il rendimento giornaliero degli impianti di sterminio: 15.000 uccisioni a Belzec, 20.000 a Sobibór e 25.000 a Treblinka10, cifre assurde sia in considerazione del numero, sia della superficie delle rispettive “camere a gas”;

– l’utilizzazione media (durchschnittliche Ausnutzung) degli impianti di Belzec: 11.000 uccisioni dal mese di aprile (seit April) sino ad allora (bisher)11, il che corrisponde alla gasazione di circa un milione e mezzo di persone, mentre la cifra ufficiale attuale delle vittime è circa 434.000 (prima 600.000);

– l’impossibile ignoranza da parte di Globocnik della posizione di Sobibór («Sobibor, bei Lublin, ich weiss nicht genau wo», «Sobibor, presso Lublino, non so esattamente dove»), con lo sproposito supplementare che, trovandosi Gerstein e Globocnik a Lublino, in Polonia, questi senta il bisogno di precisare che tale campo si trovava «presso Lublino in Polonia»: e a quale altra Lublino avrebbe potuto pensare Gerstein?

– il rendimento degli impianti di sterminio in fatto di tessuti: 10 o 20 volte più dell’intera raccolta fatta fino al 17 agosto 194212, ossia 400.000-800.000 tonnellate, l’equivalente di 59.250-118.500 vagoni merci, che in realtà erano stati complessivamente 3.400.

2) «la cifra di 25 milioni di vittime dei lager (e non “i 25 milioni di vittime delle camere a gas”, come sostiene Butz) è eccessiva: ma l’esagerazione numerica è una costante di quasi tutte le testimonianze sui lager nazisti...» (p. 102, corsivo mio).

Rilevo anzitutto che qui la Pisanty mentisce sapendo di mentire, affidandosi forse alla stupidità o alla scarsa memoria del suo lettore. Infatti, nella sua traduzione del rapporto Gerstein, si legge:

«A Belzec e a Treblinka non ci si è presi la briga di calcolare con un minimo di esattezza il numero degli uomini uccisi. Le cifre diffuse dalla British Broadcasting Co. Radio senza filo non sono giuste. In realtà si tratta complessivamente di circa 25.000.000 di uomini. Non soltanto ebrei, ma polacchi e cèchi biologicamente senza valore, secondo l’opinione dei nazisti. Delle commissioni di pseudomedici, in realtà semplici giovani delle SS con camici bianchi e limousines, percorrevano i villaggi e le città della Polonia e della Cecoslovacchia per indicare i vecchi, i tubercolotici, i malati da far sparire, qualche tempo dopo, nelle camere a gas» (p. 89, corsivo mio).

Come si vede, la cifra di 25.000.000 milioni, si riferisce proprio alle vittime delle camere a gas, come sostiene Butz.

Inoltre la Pisanty, come al solito, finge di ignorare il giuramento di Gerstein secondo il quale tutte le sue affermazioni sono vere alla lettera. La cifra ufficiale delle presunte vittime di Belzec e Treblinka è di circa 1.223.000, sicché Gerstein avrebbe “esagerato” di 20 volte! Qualunque «storico onesto» scoppierebbe a ridere di fronte ad una affermazione così demenziale. Cosa fa un' anti-“negazionista” come Valentina Pisanty? Considera una tale farneticazione del tutto normale, anzi una «costante» delle testimonianze olocaustiche!

Ecco un'altra acuta spiegazione pisantyana:

«Analogamente, egli non ha contato a una a una le persone sui convogli, ma ha tradotto in cifre (6700) una generica impressione di moltitudine, magari riportando i dati fornitigli da qualche borioso responsabile del campo» (p. 101).

Come al solito, l'esperta in Cappuccetto Rosso isola dal contesto il singolo elemento che vuole discutere senza “triangolarlo” con gli altri elementi collegati. Nel caso specifico, la cifra di 6.700 deportati è chiaramente collegata alla presunta “gasazione”, perché 1.450 erano già morti all'arrivo e (750 x 6 =) 4.500 furono stipati nelle 6 “camere a gas”13, perciò già queste due cifre portano a 5.950 deportati. La cifra di 6.700 deportati è pertanto perfettamente congrua col raccolto di Gerstein.

Un’ultima osservazione sulla freddezza di Gerstein.

«I negazionisti obiettano che in altre occasioni, come quando cronometra la durata esatta della gasazione a Belzec, Gerstein si dimostra freddo e impassibile. Non ritengo che l’impulso a cronometrare il supplizio sia di per sé segno di imperturbabilità: al contrario, esso potrebbe essere dettato dallo sgomento di fronte alla disumana durata della gasazione» (p. 115).

Vediamo il comportamento di Gerstein nella traduzione presentata dalla Pisanty:

«L’ SS-Unterscharführer Heckenholt fa fatica a far funzionare il motore Diesel. Ma non funziona. Arriva lo Hauptmann Wirth. Si vede, ha paura perchè io vedo il disastro. Sì, io vedo tutto, e aspetto. Il mio cronometro “stop” ha segnato tutto, 50 minuti, 70 minuti, il Diesel non funziona [...].

Lo Hauptmann Wirth, furioso, sferra 11, 12 scudisciate sul viso dell’ucraino che è l’aiutante di Heckenholt [...].

Dopo 2 ore e 49 minuti – l’orologio stop ha registrato tutto – il Diesel si mette in moto [...].

Passano altri 25 minuti. Molti, è vero, sono già morti [...].

Dopo 28 minuti pochi sopravvivono ancora. Dopo 32 minuti, infine, tutti sono morti» (pp. 87-88).

E questo sarebbe un atteggiamento «dettato dallo sgomento»? A me sembra invece l’atteggiamento di un bravo burocrate dello sterminio che col suo cronometro – “stop” – controlla attentamente la messa in moto del motore, senza lasciarsi sfuggire nel frattempo in numero esatto delle scudisciate inferte da Wirth, indi – “stop”– controlla tutte le fasi dell’agonia delle vittime.

A p. 107 la Pisanty osserva che in una delle versioni in tedesco del suo rapporto, Gerstein dichiara di essere stato promosso “Leutnant” e “Oberleutnant”, gradi, come ho rilevato sopra, inesistenti nelle Waffen-SS. La nostra semiologa spiega che «i gradi citati non esistono nella gerrachia SS, ma traducono nei termini corrispondenti dell'esercito francese i gradi di Untersturmführer e Obersturmführer. Nei testi redatti in francese, Gerstein era costretto a impiegare i termini lieutenant (tenente) e sous-lieutenant (sottotenente) per farsi capire dai suoi interlocutori, ma nella versione tedesca tale esigenza viene a cadere». Questa spiegazione non è altro che una supercazzola di tognazziana memoria.

Anzitutto nella versione francese dattiloscritta del rapporto (PS-1553), appare solo il grado di “lieutenant”, con la “i” aggiunta a penna. Se Gerstein fu «costretto ad impiegare» questo termine per farsi capire, perché per il resto usò i termini tedeschi di SS-Sturmbannfuehrer (Günther), SS-Gruppenfuehrer (Globocnik), SS-Hauptstumfuehrer (“Obermeyer”), SS-Sturmbannfuehrer (Pfannenstiel)? E perché nella versione tedesca, visto che tale presunta esigenza veniva a cadere, egli usò i termini “Leutnant” e “Oberleutnant” invece di Untersturmführer Obersturmführer? In realtà “Leutnant” e “Oberleutnant” erano gradi della Wehrmacht.

Questo è un altro tipico esempio della sciocca cavillosità pisantyana.

8) Il documento “Tötungsanstalten in Polen

Nella critica della mia analisi di questo documento la Pisanty fornisce un altro luminoso esempio della sua onestà intellettuale:

«Se il rapporto stilato da von Otter nel 1942 è andato perduto, lo stesso non si può dire di quello redatto da un membro della resistenza olandese (Cornelius van der Hooft) che, venuto a conoscenza della testimonianza di Gerstein tramite l’amico comune Ubbink, nel marzo 1943 scrisse un testo di tre pagine intitolato Tötungsanstalten in Polen (Stabilimenti dell’uccisione in Polonia) in presenza di un uomo di collegamento con l’Inghilterra. Il rapporto fu nascosto in un pollaio e ritrovato dopo la guerra. Esso riprende molte delle informazioni presenti nel rapporto di Gerstein, con qualche minima differenza (cifre, ortografia dei nomi, esatta cronologia, ecc.), che non fa altro che rassicurarci circa la sua autenticità. Infatti non dovrebbe sorprendere che, nel passaggio da Gerstein a Ubbink e da questi a van der Hooft, il racconto originario abbia subìto qualche alterazione – oltretutto, non è nemmeno detto che Gerstein abbia riferito all’amico olandese esattamente gli stessi dettagli che poi ha registrato nel suo rapporto del 1945. Questo documento crea un problema per i negazionisti per via della sua data di stesura in quanto rende difficile ripiegare sull’ abituale scappatoia di dichiarare manomessa ogni testimonianza registrata dopo la fine della guerra. Mattogno non si scoraggia di fronte a un simile ostacolo e costruisce la sua argomentazione a partire dalla dichiarazione di apertura del testo olandese:

“Il racconto che segue qui sotto in tutto il suo orrore, la sua incredibile brutalità e atrocità, ci è giunto dalla Polonia con la pressante preghiera di volerne informare l’umanità. La sua veridicità è garantita da un ufficiale SS tedesco di alto grado, il quale, sotto giuramento e con preghiera di pubblicazione, ha reso la seguente dichiarazione...”.

Secondo Mattogno, il riferimento alla dichiarazione resa sotto giuramento e con preghiera di pubblicazione implica che l’ufficiale SS stesso abbia redatto il documento in questione, e che il testo olandese non sia altro che una traduzione di tale dichiarazione scritta. Il fatto che il rapporto sia la traduzione di una stesura originale tedesca sarebbe confermato dalla presenza nel testo di varie locuzioni tedesche.

Se l’ufficiale SS autore del documento fosse veramente Gerstein, allora le discrepanze riscontrate nel testo olandese rispetto al rapporto del 1945 non sarebbero più attribuibili a deformazioni dovute al passaggio orale delle informazioni ivi contenute. Un simile salto logico non viene reso esplicito da Mattogno, ma è necessario per conferire una certa coerenza interna alla sua argomentazione (secondo un principio di carità interpretativa che peraltro Mattogno stesso non applica nella sua lettura dei testi).

Mattogno non sembra molto sicuro circa le conclusioni da trarre da tale presunta anomalia. Inizialmente sostiene che il testo olandese “potrebbe essere un falso elaborato nel 1945 e retrodatato”. Appena tre pagine dopo viene avanzata l’ipotesi che il rapporto del 25 marzo 1943 costituisca “un primo aborto della fantasia di Gerstein, che si è scatenata fino al ridicolo e all’assurdo nelle successive rielaborazioni dell’aprile e del maggio 1945”.

In realtà, l’anomalia non sussiste poiché la premessa dell’argomentazione falsificante è traballante. Non vi è motivo di ritenere che il fatto che la dichiarazione sia stata resa sotto giuramento significhi che essa è stata scritta direttamente dall’ufficiale tedesco di cui parla il testo olandese» (pp. 124-126, corsivo mio).

Premetto che io sono il primo studioso che si sia procurato (con grande fatica), abbia tradotto dall’olandese e abbia analizzato questo “ostacolo”, del quale prima non si sapeva neppure se esistesse davvero; il fatto che la nostra esperta in Cappuccetto Rosso non dica nulla al riguardo e pretenda addirittura che io abbia dovuto fronteggiare un «simile ostacolo (!)»presumibilmente piovuto dal cielo olocaustico, e che «questo documento crea un problema per i negazionisti», è un altro tipico esempio della sua onestà intellettuale.

Ella solleva tre questioni essenziali. Comincio dalla prima.

1) Chi è l’autore del rapporto contenuto nel documento?

La struttura argomentativa della nostra dottoressa è basata su un errore di Louis de Jong, secondo il quale il documento in questione – che evidentemente, all’epoca, egli non aveva letto – fu redatto da Cornelius van der Hoof su racconto di Ubbink. Ciò è impossibile, perché il rapporto è interamente redatto in prima persona singolare. O forse il resistente olandese era riuscito a penetrare a Belzec travestito da ufficiale SS? Questo fatto risulta chiarissimamente dagli ampli stralci del documento che ho pubblicato, dopo la lettura dei quali solo in perfetta malafede si può continuare a sostenere che l’autore del rapporto sia Cornelius van der Hoof.

In polemica con l’indicazione errata di de Jong, ho scritto appunto ciò:

«Tuttavia in tale rapporto si parla di una “dichiarazione” (verklaring) fatta “sotto giuramento” (onder eede) da un “ufficiale SS tedesco di alto grado” (een hooggeplaats Duitsch s.s. officier), il che significa che il testo del rapporto è stato redatto direttamente da questo ufficiale. Esso non può dunque essere un resoconto di terza mano, tanto più che è scritto in prima persona. Ciò fa pensare che il rapporto in questione sia la traduzione di una stesura originale tedesca, come è testimoniato dalle varie locuzioni tedesche – a cominciare dal titolo – e dai vari germanismi che vi ricorrono»14.

Non menzionando il fatto essenziale che il documento è redatto in prima persona, la Pisanty dimostra tutta la disonestà della sua metodologia argomentativa.

2) Chi è l’ufficiale SS autore della stesura originale del rapporto?

Nel 1985 su tale questione non ho preso una posizione precisa. Trovandomi di fronte a due possibilità ho rilevato che, nel caso che il documento fosse un falso antidatato, il falsario sarebbe stato un incapace – cosa che consideravo alquanto improbabile:

«Che tale stesura originale sia da attribuire a Gerstein è perlomeno dubbio, perché in realtà non esiste alcuna prova conclusiva dell’autenticità del documento. Esso potrebbe essere un falso elaborato nel 1945 e retrodatato. In tal caso, comunque, sarebbe opera di un falsario alquanto maldestro. Infatti, accanto alle indubbie affinità, peraltro piuttosto generiche, con le successive versioni del rapporto Gerstein, esso presenta però rispetto ad esse discrepanze e contraddizioni rilevanti» 15.

Nel caso invece che Gerstein ne fosse stato l’autore, il rapporto, con le sue ulteriori contraddizioni inspiegabili sul piano razionale, avrebbe aggravato ulteriormente il valore e il significato dei rapporti del 1945 – concetto che nel 1985 ho espresso con un tono un po' acceso:

«Il rapporto del 25 marzo 1943 costituirebbe dunque soltanto un primo aborto della fantasia di Gerstein, che si è scatenata fino al ridicolo e all’assurdo nelle successive rielaborazioni dell’aprile e del maggio 1945»16.

La nostra dottoressa, con la sua tipica onestà intellettuale, trasforma dunque l’esame di due ipotesi diverse in una contraddizione!

Escludendo l’ipotesi insostenibile del falso antidatato (perfino un bambino avrebbe fatto un riassunto dei rapporti del 1945 migliore del racconto che appare nel documento in questione), resta una sola conclusione: il rapporto contenuto nel documento è stato redatto da Gerstein stesso. Ciò del resto è dimostrato dal seguente particolare nel testo:

«In occasione di conversazioni che feci con ufficiali tedeschi che prestavano servizio in Polonia e in Russia, ascoltai i più incredibili racconti di atrocità e quando poi fu ricevuta la notizia della morte improvvisa della mia cognatina pazza, decisi che non avrei avuto pace finché non avessi scoperto che cosa ci fosse di vero nei racconti di atrocità e nelle morti dei pazzi»17.

Nel 1945 Gerstein narra lo stesso episodio:

«Quando appresi del massacro dei malati mentali che iniziava a Grafenek e Hadamar e altrove, decisi di tentare in ogni modo di guardare dentro a questi forni e a queste camere e di sapere che cosa vi accadesse, tanto più che una [mia] cognata sposata, Bertha Ebeling, fu uccisa a Hadamar»18.

Chi può essere la «cognatina pazza» summenzionata se non Bertha Ebeling?

L’unica conclusione che si può trarre da quanto ho esposto è che Kurt Gerstein è l’autore del rapporto contenuto nel documento del 25 marzo 1943 e che egli ha redatto di suo pugno un testo in tedesco intitolato, appunto in tedesco, Tötungsanstalten in Polen, che fu poi tradotto in olandese con l’aggiunta di qualche riga di presentazione.

3) Il rapporto del 25 marzo 1943 rispecchia il rapporto Gerstein del 1945?

La Pisanty sostiene – mendacemente – che il rapporto fu redatto da van der Hooft in base alle informazioni che Ubbink aveva ricevuto da Gerstein; in questo «passaggio» il «racconto originario» avrebbe subìto «qualche alterazione», tuttavia esso presenterebbe solo «qualche minima differenza (cifre, ortografia dei nomi, esatta cronologia, ecc.)» rispetto al rapporto del 1945. Qui ci troviamo di fronte a una patetica menzogna: i due rapporti presentano in realtà contraddizioni sostanziali, in particolare:

a) sulle circostanze della visita ai presunti campi di sterminio:

1943: Gerstein prende l’iniziativa, si mette in contatto con ufficiali SS in Polonia, riesce ad accattivarsi la loro fiducia e ad «ottenere il consenso» a visitare due «Tötungsanstalten»;

1945: Gerstein viene prescelto inopinatamente dal RSHA per una missione tanto segreta che non gli viene comunicata neppure la destinazione;

b) sui campi visitati:

1943: Gerstein non è riuscito ad «ottenere l’accesso» a Majdanek e a Sobibór;

1945: Gerstein ha ottenuto l’accesso a Majdanek e a Sobibór19;

c) sul trattamento delle vittime:

1943: al loro arrivo, le vittime vengono rinchiuse in apposite baracche;

1945: al loro arrivo, le vittime vengono lasciate all’aperto,

d) sulla disposizione delle vittime nelle camere a gas:

1943: 700-800 persone vengono ammassate nell’intero edificio;

1945; 700-800 persone vengono ammassate in una sola camera a gas di 20 o 25 m2;

e) sulla tecnica di gasazione:

1943: la gasazione avviene con l’ausilio di un grosso trattore;

1945: la gasazione avviene con un vecchio motore Diesel;

f) sulla durata dell’agonia delle vittime:

1943: le vittime muoiono tutte «nel giro di un’ora»; nessun inconveniente di funzionamento;

1945: le vittime muoiono dopo 32 minuti; il motore si mette in moto dopo 2 ore e 49 minuti;

g) sulla procedura di registrazione delle vittime:

1943: a Belzec e a Treblinka viene registrato statisticamente il numero delle vittime,

1945: a Belzec e a Treblinka non viene registrato statisticamente il numero delle vittime;

h) sul rendimento massimo di Belzec:

1943: 3.200 vittime al giorno;

1945: 15.000 vittime al giorno.

9) I testimoni Wilhelm Pfannenstiel e Rudolf Reder

All' esposizione contenuta nella mia risposta alla critica pisantyana, aggiungo le osservazioni supplementari che seguono.

Riguardo al primo personaggio, la Pisanty scrive:

«La deposizione di Pfannenstiel è rilevante in quanto questo testimone appare nel rapporto Gerstein in veste di accompagnatore. Va aggiunto che il ritratto che Gerstein fornisce di Pfannenstiel non è molto lusinghiero, e ciò è di per sé sufficiente a giustificare il tono polemico assunto da Pfannenstiel nei confronti di Gerstein nelle sue varie deposizioni. Nell'interrogatorio del 30.10.1947, egli sostiene di essere andato con Gerstein a Lublino e di avere assistito a una gassazione con gas di scarico di un motore Diesel; alla domanda se tale gassazione si fosse svolta a Treblinka o a Belzec, Pfannenstiel risponde evasivamente, apparentemente negando di essere stato in questi due campi di sterminio (Treblinka? “Non lo conosco affatto” Belzec? “Di Belczek ho sentito parlare”). Nei successivi interrogatori, tuttavia, Pfannenstiel afferma di essere stato a Belzec dove assistette a una gassazione di ebrei, la quale “avvenne all'incirca come Gerstein l'ha descritta” (8.11.1963)»20.

Va precisato che la Pisanty ha tratto senza indicazione della fonte le citazioni e i riferimenti relativi agli interrogatori del 30.10.1947 e dell' 8.11.1963 dal mio libro sul rapporto Gerstein: uno dei suoi tanti plagi ai miei danni.

« “D.- In quali altri campi di concentramento sapeva che essi effettuavano gasazioni? Fu anche a Treblinka (sic)21.

R.- Non lo conosco affatto.

D.- Belczek (sic)?

R. Di Belczek ho sentito parlare”. [...].

Tre mesi dopo, nell'interrogatorio dell'8 Novembre 1963, Pfannenstiel, in contraddizione con ciò che aveva scritto a Rassinier, riafferma la sua visita a Belzec: “... L'uccisione di questi uomini avvenne all'incirca come Gerstein l'ha descritta...”»22.

Poiché Saul Friedländer, cui la Pisanty attinge a p. 127 del suo libro, non cita nessuno di questi due interrogatori, la nostra dottoressa in semiotica, se avesse avuto un minimo di onestà intellettuale, avrebbe dovuto riconoscermi il merito di averli citati, come di aver analizzato il documento in olandese Tötungsanstalten in Polen, le dichiarazioni in polacco di Rudolf Reder, la lettera in svedese del barone Lagerfeldt a von Otter del 23 luglio 1943 e parecchi altri documenti prima praticamente sconosciuti; invece si è limitata a saccheggiarli dal mio libro, a volte addirittura opponendomeli, come se si fosse tratto di nuovi documenti che non avevo preso in considerazione, per supportare il suo sciocco teorema secondo il quale i “negazionisti”: 1) hanno un'attitudine assolutamente negativa e non possono (ossia: Valentina Pisanty non lo permette) apportare nuovi documenti importanti al dibattitto storiografico; 2) «operano una preliminare selezione del materiale storico, delegittimando e scartando ogni documento che confermi l'esistenza dei campi di sterminio e, contemporaneamente, valorizzando le poche testimonianze che confortano le loro tesi»23 (che sfrontatezza!); 3) si dirigono esclusivamente su «bersagli di sicuro effetto, come Rudolf Höss (comandante ad Auschwitz), Kurt Gerstein e, dalla parte delle vittime, Elie Wiesel e Anna Frank» (vedi Le nuove corbellerie di Valentina Pisanty qui).

La Pisanty conclude così:

«Di fronte a simili apparenti tentennamenti, Mattogno non chiede di meglio che di rispolverare la formula conclusiva che dedica a tutte le testimonianze sgradite (“X è un testimone inattendibile”)».

Qui la nostra esperta in Cappuccetto Rosso rasenta la comicità senza rendersene conto; ecco infatti ciò che presenta come “apparenti tentennamenti” di Pfannenstiel:

«Ricapitolando, Pfannenstiel prima nega di essere stato a Belzec, poi afferma di esserci stato, indi smentisce questa dichiarazione, infine ritratta questa smentita. Già per questo non può essere considerato un testimone attendibile. (Mattogno, 1986: 127)»24.

Evidentemente, per la profonda scienza semiotica pisantyana, uno che prima nega un fatto, poi lo afferma, poi smentisce l'affermazione, poi ritratta la smentita è un testimone attendibilissimo!

Su Rudolf Reder la Pisanty osserva:

«Infine, a proposito della testimonianza del superstite Rudolf Reder – che conferma piuttosto esattamente i contenuti del rapporto Gerstein circa le modalità delle gassazioni a Belzec – Mattogno osserva che vi sono dei brani nel testo di Reder che riprendono così da vicino le parole impiegate da Gerstein da suscitare il sospetto che essi siano stati ricalcati, e pertanto conclude che “la ‘testimonianza’di Rudolf Reder è completamente inattendibile”»25.

Qui la Pisanty, con la sua tipica onestà intellettuale, omette tutta la parte critica che ho dedicato alle affermazioni del testimone, vale a dire:

– egli, che aveva 61 anni, all'arrivo a Belzec fu “selezionato” per il lavoro nel campo da un trasporto di 5.000 persone (alla faccia di tutti i deportati giovani e forti) e sopravvisse fino al novembre 1942, scampando miracolosamente (in base ai suoi dati) a 80 selezioni cui fu sottoposta la squadra di lavoro di cui faceva parte;

– egli racconta che i detenuti di questa squadra venivano fucilati per la minima infermità, ma, nel novembre 1942, prima della sua fuga dal campo, Reder era «gonfio e pieno di chiazze blu, il pus [gli] usciva dalle piaghe», ma, nonostante ciò, non fu fucilato;

– sebbene fosse conciato così male, egli nel novembre 1942 fu mandato in missione di lavoro a Lwow; eseguita la missione, fu lasciato in macchina con una guardia che presto si addormentò, sicché Reder poté andarsene tranquillamente;

– egli riferisce che a Belzec c'erano 30 fosse che contenevano 3 milioni di cadaveri;

– ogni fossa misurava metri 100 x 25, perciò la loro superficie totale era di 75.000 metri quadrati, addirittura superiore a quella dell'intero campo, che ammontava a 62.000 metri quradrati;

– il solo piazzale (dziedziniec) del campo, per Reder, «aveva circa un chilometro in lungome in largo», ossia una superficie di 1.000.000 di metri quadrati!

A ciò va aggiunto che le “camere a gas” non funzionavano con un motore Diesel, come dichiara Gerstein, ma a benzina (motor pędzony benzyną), che consumava 80-100 litri di benzina al giorno26.

E questo sarebbe un testimone attendibile?

Riprendo l'analisi delle affermazioni pisantyane riguardo alle somiglianze tra le dichiarazioni di Gerstein e di Reder:

«I brani incriminati sono:

• “Vi si trovavano circa 750 persone, 6 volte 750 persone fa 4500” cfr. Gerstein: “4 volte 750 persone in 4 volte 45 metri cubi”;

• descrizione dell'edificio contenente le camere a gas simile nelle due testimonianze: vasi di fiori variopinti, scritta “stabilimento balneare”, scaletta di tre gradini;

• “i cadaveri erano in posizione eretta” cfr. Gerstein: “i morti sono ancora in piedi”;

• scritta “ai bagni e alle inalazioni” presente in entrambe le testimonianze;

• “le donne attendevano il loro turno davanti alla baracca dei barbieri ‘persino d'inverno’”.

Premesso che alcune di queste corrispondenze non dovrebbero sorprendere nessuno, visto che Reder e Gerstein hanno visto gli stessi luoghi e dunque è naturale che li descrivano in maniera analoga, quand'anche Reder fosse venuto a conoscenza del rapporto Gerstein prima di registrare per iscritto la sua testimonianza e avesse impiegato un paio di espressioni usate da Gerstein nel suo testo, ciò non sarebbe un motivo sufficiente per negare ogni valore alla sua testimonianza»27.

Anche adottando quel “principio di carità interpretativa” che la Pisanty mi accusa di rifiutare, è perfettamente naturale che due testimoni che abbiano visto le stesse cose reali le descrivano in modo identico, ma il problema è un altro: come è possibile che due testimoni descrivano in modo identico cose irreali?

Nell'elenco summenzionato ci sono infatti tre cose irreali. La prima è la presenza di 750 persone in una camera a gas di 20 o 25 metri quadrati. Reder non menziona le dimensioni di una camera a gas, ma se un ingegnere dichiara che esse erano di metri 5 x 4 o 5 x 5, l'ordine di grandezza dev'essere questo, che è anche compatibile coll'affermazione di Reder che il corridoio di accesso alle camere a gas era largo metri 1,528.

La seconda è che i cadaveri, nelle camere, restavano in piedi:

Gerstein:«... les morts sont encore debout» («i cadaveri soni ancora in piedi»)29.

Reder:«... trupy były w pozycji stojącej» («i cadaveri erano in posizione eretta»)30.

È ovvio che, venendo meno il sostegno delle gambe, i cadaveri si sarebbero afflosciati a causa del loro peso.

La terza è il riferimento all'inverno:

Gerstein: «On me dit: aussi en hiver nus» («Mi dicono: Nudi perfino d'inverno»)31.

Reder: «...nago, boso, nawet w zimie i na śniegu» («[donne] nude, scalze, perfino d'inverno e nella neve»)32. Poiché sia Gerstein, sia Reder giunsero a loro dire a Bełżec nell'estate del 1942 e poiché il campo iniziò la sua attività all'inizio della primavera e la cessò nell'autunno, come si spiega questo riferimento all'inverno?

La “critica” anti-“negazionistica” di Valentina Pisanty è tutta qui. Se ora si rilegge il riassunto dell'analisi del rapporto Gerstein che ho esposto all'inizio, ci si renderà ben conto del fatto che ella adotta contro di me proprio quei metodi di lavoro fallaci che attribuisce ai “negazionisti”: frantuma la mia critica strutturale in una serie di argomenti singoli e slegati tra di loro; seleziona i pochi argomenti ai quali crede di poter rispondere; isola il singolo elemento dal contesto probatorio in cui è inserito e va «alla ricerca di tutte le increspature esegetiche, le minime inesattezze fattuali e le piccole contraddizioni di cui essa (l'argomentazione “negazionista”) è portatrice», e, se non le trova, poco male, le inventa lei; dopo di che, sulla base di minuzie insulse e fallaci, salta precipitosamente alla conclusione che se il “negazionista” «si è sbagliato su un dettaglio, nulla garantisce che egli non si sia sbagliato anche sul resto (è la logica del “Falsus in uno, falsus in omnibus”)»; infine estrae una di queste «minuzie insulse», quella dei Brillen/Brillanten, la erige a modello esemplare delle mie presunte metodologie fallaci e la ripete ossessivamente nei suoi scritti, ispirandosi al principio che attribuisce insolentemente ai revisionisti:

«A forza di ribadire costantemente le stesse obiezioni (la letteratura anti-negazionista è estremamente ripetitiva), gli anti-negazionisti sperano di conferire alla propria tesi una parvenza di credibilità»33.

Carlo Mattogno.

1 Come la Pisanty ha letto nel mio libro; vedi Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 71.

2 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp. 71-72.

3 Si veda al riguardo C. Mattogno, T. Kues, J. Graf, I “campi di sterminio” dell' “Azione Reinhardt”. Analisi e confutazione delle “prove” fittizie, delle imposture e degli errori argomentativi dei bloggers di “Holocaust Controversies” e critica storica, tecnica ed archeologica della storiografia olocaustica sui campi di Bełżec, Sobibór, Treblinka e Chełmno. GP.Carrara, 2014.

4 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp. 59-60.

5 Idem, p. 50.

6 Arbeitsanweisungen für Klinik und Laboratorium des Hygiene-Institutes der Waffen-SS, Berlin. Herausgegeben von SS-Standartenführer Dozent Dr. J.Mrugowski. Heft 3. Entkeimung, Entseuchung und Entwesung. Von Dr. Med. Walter Dötzer. Verlag von Urban Schwarzenberg. Berlino e Vienna, 1943, p. III: «Qui vorrei esprimere il mio ringraziamento all’ SS-Obersturmführer (F)[specialista] ing. Gerstein per la sua consulenza in tutte le questioni tecniche».

7 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, p. 281.

8 Gerstein riesce a sbagliare persino il grado del suo superiore, attribuendogli quello di SS-Gruppenführer und General (sic!), mentre il giorno del presunto incontro Globocnik era SS-Brigadeführer und Generalmajor der Polizei; egli fu promosso SS-Gruppenführer und Generalleutnant der Polizei quasi tre mesi dopo, il 9 novembre 1942 (NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse. Herausgegeben von Adalbert Rückerl. DTV Dokumente, Monaco, 1979, p. 37).

9 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 281, nota 16.

10 PS-2170, p.3.

11 Idem.

12 T-1310, p. 7.

13 Nel PS-1553 (p. 3) Gerstein parla delle «4 camere già riempite», frase che non appare nelle versioni tedesche del rapporto. Ciò non esclude che le “camere a gas” furono riempite tutte.

14 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.103.

15 Idem, p. 103.

16 Idem, p. 106.

17 Tötungsanstalten in Polen, p. 1; vedi: Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.100.

18 T-1310, p. 4.

19 Nel PS-2170 questo campo non è tra quelli visitati da Gerstein.

20 V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas, op. cit., p. 126.

21 Nel testo originale appare “Treblenka” (perciò avevo aggiunto il “sic”), termine che, nella composizione tipografica (di cui non potei neppure vedere le bozze) divenne “Treblinka”.

22 Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso, op. cit., pp. 124-125.

23 V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas, op. cit., p. 13.

24 Idem, p. 128.

25 Ibidem.

26Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso, op. cit., pp. 134-137.

27 V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas, op. cit., 128-129.

28 R. Reder, Bełżec. Cracovia, 1946, p. 44.

29 PS-1553, p. 4 del rapporto.

30 R. Reder, Bełżec, op. cit., p. 47.

31 PS-1553, p. 3 del rapporto.

32 R. Reder, Bełżec, op. cit, p. 48.

33 V. Pisanty, Come rispondere a Priebke: breve introduzione e analisi retorica di revisionismo e negazionismo #2, in: http://www.minimaetmoralia.it/wp/come-rispondere-a-priebke-breve-introduzione-e-analisi-retorica-di-revisionismo-e-negazionismo-2/.

 


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Author(s): Olodogma
Title: Valentina Pisanty e il rapporto Gerstein: analisi di una “critica” storico-tecnico-linguistica anti-“negazionistica” (Parte seconda)…di Carlo Mattogno
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Published: 2015-02-04
First posted on CODOH: Oct. 25, 2018, 10:02 a.m.
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