Valentina Pisanty e l'irritante questione dei “negazionisti” americani. Logica del plagio
Published: 2015-02-05

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di Carlo Mattogno ( 05 Febbraio 2015)

 Valentina Pisanty e L'irritante questione dei “negazionisti” americani.

Logica del plagio

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Che gli anti-“negazionisti” italiani siano dei patetici ciarlatani è un fatto ormai assodato, come lo è il loro indecoroso saccheggio di testi dei loro consimili stranieri. Tra tutti spicca Valentina Pisanty. A suo tempo documentai abbondantemente la sua attività plagiaria ai danni di Deborah Lipstadt e Pierre Vidal-Naquet, nel capitolo II, Le fonti di Valentina Pisanty: anatomia di un plagio, della mia risposta al suo libro1. Qui espongo distesamente un aspetto del plagio che in precedenza avevo solo segnalato.

Nel capitolo Negare. I Precursori del suo libro Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah (Mondadori, 2012), Valentina Pisanty ricicla ciò che aveva scritto nel 1998, senza presentare ulteriori approfondimenti, anzi, immiserendo il testo primevo; perciò mi volgo a questo, per esaminare la “sua” esposizione circa i primi “negazionisti” americani.

Nella mia risposta del 1999 mi limitai a rilevare il plagio pisantyano:

«L’intero paragrafo (pp. 12-14) è un collage di elementi tratti da Denying the Holocaust della Lipstadt senza alcun riferimento alla fonte. Elenco nell’ordine i saccheggi della Pisanty:

- F. P. Yockey dalle pp. 146-147, inclusa la citazione che comincia con le parole «l’Ebreo è spiritualmente logorato...», la quale è tratta da p. 147 («The Jew is spiritually worn out...»).

- H. R. Barnes dalle pp. 67-76, in particolare:

• The Struggle against Historical Blackout da p. 69;

• Blasting the Historical Blackout da p. 73;

• Revisionism: A Key to Peace da p. 76;

• The Myth of the Six Million da p. 105»2.

Vale la pena di analizzare in dettaglio la plagistica pisantyana, anche perché ciò offrirà l'opportunità di saggiare l'onestà intellettuale della sua maestrina d'oltre oceano, Deborah Lipstadt.

«Già nel 1948 – scrive la Pisanty – Francis Parker Yockey sosteneva nel suo libro Imperium (dedicato a Hitler) che il genocidio fosse una menzogna inventata dagli ebrei allo scopo di generare una guerra totale contro la civilizzazione occidentale. Secondo Yockey, “l'Ebreo è spiritualmente logorato. Non può più evolversi. Non è in grado di produrre nulla nella sfera del pensiero o della ricerca. Vive esclusivamente per vendicarsi contro le nazioni della razza bianca europeo-americana”. Viene qui riproposta l'antica idea della cospirazione giudaica mondiale, compiuta attraverso la falsificazione dei documenti (compreso tutto il materiale fotografico relativo al genocidio). Simili rigurgiti del più rozzo antisemitismo (nei quali riecheggiano i toni apocalittici dei Protocolli) si fondono con le tradizionali argomentazioni dei primi negazionisti francesi nell'opera di Harry Elmer Barnes e di David L. Hoggan»3.

Parlando di Yockey, la Lipstadt afferma che Imperium è «dedicato a Hitler»4, la Pisanty copia. Il libro in questione presenta una dedica, che dice: “To the hero of the Second World War5. In tutta l'opera, che conta 626 pagine, Hitler però non è mai menzionato, e ciò forse non è così irrilevante.

La Lipstadt informa che Yockey, nato nel 1917, si arruolò nell'esercito nel 1942, ma l'anno dopo fu congedato per «demenza precoce, tipo paranoide»6.

Però, stranamente,

«nel 1945, dopo la guerra, egli ebbe un incarico come ricercatore legale per il Tribunale dei crimini di guerra in Germania. Egli lasciò quell'impiego meno di un anno dopo a causa di quello che, a suo dire, era il trattamento iniquo dei capi nazisti in attesa di processo»7.

Gli Americani mandavano dunque dei dementi paranoidi a trattare le questioni legali dei loro tribunali militari?

Tornando al libro, la Lipstadt afferma che «è l'ideologia antisemitica del libro che rievoca più direttamente il nazionalsocialismo». Segue la frase plagiata dalla Pisanty, che riporto in originale:

«“The Jew is spirutually worn out”, according to Yokey. “He can no longer develop. He can produce nothing in the sphere of thought or research. He lives solely with the idea of revenge on the nations of the white European-American race»8.

Il fatto è che questa frase in Imperium non c'è; la Lipstadt fornisce infatti come fonte «John C. Obert, “Yockey: Profile of an American Hitler,” The Investigator, Oct. 1981, p. 20»9.

La pretesa «che il genocidio fosse una menzogna inventata dagli ebrei allo scopo di generare una guerra totale contro la civilizzazione occidentale» è una patetica invenzione di Valentina Pisanty; ecco infatti come la Lipstadt descrive il libro:

«In Imperium Yockey invocò un sistema imperiale assoluto, un impero di nazioni ariane occidentali unite dai principi del nazionalsocialismo hitleriano. Yockey auspicava un tempo in cui il potere non sarebbe più stato detenuto da individui e tutte le imprese sarebbero state sotto controllo e proprietà pubblici. Egli invocò un'era di politica assoluta in cui le elezioni sarebbero divenute antiquate fino a cessare completamente»10.

Asserendo che «viene qui riproposta l'antica idea della cospirazione giudaica mondiale, compiuta attraverso la falsificazione dei documenti (compreso tutto il materiale fotografico relativo al genocidio)», la Pisanty plagia e travisa ciò che al riguardo ha scritto Deborah Lipstadt:

«Ma Yockey andò oltre questa estrema retorica antisemitica. Vent'anni prima della formazione dell'IHR [Institute for Historical Review], Yockey fissò gli elementi essenziali della negazione dell'Olocausto. Egli attribuì il mito dell'Olocausto all'affermazione dei distorcitori della cultura che nei campi europei erano stati uccisi sei milioni di Ebrei. Essi non solo avevano fatto quest'affermazione, li accusò Yockey, ma avevano intessuto una rete propagandistica che era tecnicamente affatto completa: ...»11.

Segue una citazione che è bene inquadrare nel suo contesto. Yockey, descrivendo le azioni propagandistiche del governo americano, che chiama «regime di Washington distorcitore della cultura», afferma:

«Queste creazioni di fatti, però, non furono nulla di fronte alla massiccia propaganda postbellica sui “campi di concentramento” del regime distorcitore della cultura con sede a Washington.

Questa propaganda annunciò che 6.000.000 della Cultura-Nazione-Stato-Chiesa-Popolo-Razza ebraica erano stati uccisi in campi europei, nonché un numero indeterminato di altre persone. La propaganda, attuata su scala mondiale, fu di una mendacia forse adatta a una massa omologata, ma era semplicemente disgustosa per Europei dotati di discernimento. La propaganda fu tecnicamente affatto completa».

Segue il passo citato dalla Lipstadt (in corsivo):

«“Fotografie” furono fornite a milioni di copie. Migliaia di persone che erano state [pretesamente] uccise pubblicarono racconti delle loro esperienze in questi campi. Altre centinaia di migliaia fecero fortuna alle borse nere del dopoguerra. “Camere a gas” che non esistevano furono fotografate e fu inventato un “gasmobile” per solleticare le menti meccanizzate.

Veniamo ora allo scopo di questa propaganda che il regime diede alle masse mentalmente schiavizzate. Dall'analisi della prospettiva politica del 20° secolo si può identificare un solo scopo: essa [la propaganda] era destinata a creare una guerra totale in senso spirituale, trascendente i limiti della politica, contro la Civiltà occidentale»12.

La cosa curiosa è che la Lipstadt non cita il libro di Yockey, ma, di nuovo, l'articolo di John C. Obert13. È chiaro dunque che ella non aveva una conoscenza di prima mano di Imperium.

Queste poche righe sono tutto ciò che in questo libro di oltre 600 pagine è dedicato alla tematica olocaustica: sono sufficienti per fare di Yockey un antesignano del “negazionismo”?

L'analisi pisantyana continua così:

«Il primo [Barnes], revisionista recidivo (negli anni Venti aveva tentato di invertire le responsabilità della prima guerra mondiale riabilitando i tedeschi), nel 1947 pubblica un pamphlet dal titolo The Struggle against Historical Blackout, in cui sostiene che è in atto una censura nei confronti di chiunque voglia rimettere in discussione la questione della responsabilità dei tedeschi per quanto riguarda la seconda guerra mondiale. Nel 1962 esce Blasting the Historical Blackout, in cui l'autore mette in dubbio la verità di alcuni dei “presunti crimini di guerra” nazisti. Infine, Revisionism: A Key to Peace (1966) è un'opera schiettamente negazionista che avvicina Barnes alle idee divulgate da Rassinier»14.

Lascio da parte la sciocca banalizzazione dell'opera di Barnes («negli anni Venti aveva tentato di invertire le responsabilità della prima guerra mondiale riabilitando i tedeschi») ed esamino ciò che ha asserito la fonte plagiata dalla Pisanty. Dopo aver parlato dell' “oscuramento” (blackout) della letteratura revisionistica da parte della cultura ufficiale lamentato da Barnes, la Lipstadt scrive:

«Quest'oscuramento fu la chiave di volta di un piano per impedire che emergesse la verità sulla seconda guerra mondiale. L'assalto iniziale di Barnes su questa “cospirazione” era contenuto in un lungo pamphlet, The Strugge Againt Historical Blackout, che apparve nel 1947 ed ebbe nove ristampe fino al 1952. [...]. “Storici di corte” impedirono alla verità di emergere distruggendo qualunque informazione che potesse macchiare l'immagine di Roosevelt e mettendo a tacere gli storici che contestavano l' “intervento” americano nella seconda guerra mondiale»15.

Valentina Pisanty ha plagiato bene, ma che cosa c'entra questo con la “negazione” dell'Olocausto?

La frase successiva non è tratta dal libro della Lipstadt, come avevo scritto erroneamente, ma da un articolo di Lucy Dawidowicz:

«In un pamphlet stampato in proprio, Blasting the Historical Blackout, che elogiava il libro di A.J.P. Taylor, sia pure con qualche riserva (egli pensava che quello di Hoggan fosse migliore), Barnes, alluse (alluded) a ciò che chiamò i “presunti crimini di guerra della Germania” (alleged wartime crimes of Germany16

Questo giudizio è un vero travisamento del contenuto del pensiero di Barnes. Nel paragrafo “I crimini di guerra nazisti furono più estesi e brutali di quelli degli Alleati?” lo storico americano assunse una posizione che oggi sarebbe definita “riduzionistica” o “relativistica”:

«Si può anche osservare che la questione delle brutalità e atrocità connesse alla seconda guerra mondiale è un argomento piuttosto pericoloso da esaminare troppo approfonditamente o da sottolineare con forza per entrambe le parti. Solo quelle commesse dai Tedeschi sono state sottoposte a indagini e ricerche e solo ad esse è stata data una pubblicità mondiale. Anche assumendo che tutte le accuse mai fatte contro i nazisti da qualcuno responsabile e sano di mente fossero vere, gli Alleati non ne uscirebbero meglio, se fosse possibile».

Barnes si richiama poi al piano Lindeman della RAF dei bombardamenti terroristici sui civili, inclusa la distruzione di Amburgo e Dresda con bombe al fosforo, al massacro di Katyn, all'espulsione di milioni di Tedeschi dalle province orientali nel dopoguerra, al piano Morgenthau, all'uccisione indiretta di una moltitudine di soldati tedeschi nei campi di concentramento alleati, all'internamento dell'intera popolazione giapponese della costa del pacifico in campi di concentramento, alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki17.

Quanto alla Pisanty, che non aveva mai visto il libro in discussione, ella distorce l'affermazione della sua fonte; la Dawidowicz si limita a rilevare che Barnes “alluse” a “presunti crimini di guerra della Germania”, cioè sottolinea la mera presenza di queste parole in Blasting the Historical Blackout, la Pisanty pretende che Barnes «mette in dubbio la verità di alcuni dei “presunti crimini di guerra” nazisti»!

La frase pisantyana successiva è ancora più disonesta: «Infine, Revisionism: A Key to Peace (1966) è un'opera schiettamente negazionista che avvicina Barnes alle idee divulgate da Rassinier». La notoria esperta in Cappuccetto Rosso qui travisa un'altra volta ciò che ha scritto la sua fonte, la Lipstadt:

«Pochi anni dopo Barnes sollevò di nuovo dubbi sulla veridicità dell'Olocausto nel suo articolo “Revisionism: A Key to Peace”. Essendo in apparenza riluttante a negare esplicitamente l'Olocausto, Barnes relativizzò le “presunte” atrocità dei Tedeschi come aveva fatto in precedenza:

“Anche se si dovesse accettare l'accusa più estrema ed esagerata contro Hitler e i nazionalsocialisti per le loro attività dopo il 1939 fatta da qualcuno atto a restare fuori di un ospedale psichiatrico, è sempre facile, in modo quasi allarmante, dimostrare che le atrocità degli Alleati nello stesso periodo furono più numerose riguardo alle vittime e furono perpetrate per la maggior parte con metodi più brutali e dolorosi del preteso sterminio in forni a gas”»18 (corsivo della Lipstadt).

La Lipstadt non conosceva direttamente neppure questo testo di Barnes, in quanto trasse la citazione dal già citato articolo di Lucy Dawidowicz del 198019, che la presentò in modo ancora più fuorviante:

«Barnes per fini pratici negò che la Germania di Hitler avesse commesso un massacro»20.

Da ciò si desume che, per gente di tal fatta, parlare del «preteso sterminio in forni a gas (gas ovens!)» equivale a negare l'Olocausto! È difficile dire se qui sia maggiore la stupidità o la malafede. Ciò è tanto più evidente se si esamina il contesto storico.

Il 19 agosto 1960 Die Zeit pubblicò una lettera di Martin Broszat col titolo “Keine Vergasung in Dachau” (Nessuna gassazione a Dachau) in risposta ad un articolo di Robert Strobel apparso sullo stesso giornale il 12 agosto; proprio costui parlò di «Gasöfen di Dachau»21; Barnes non fece altro che tradurre in inglese il termine tedesco.

Revisionism: A Key to Peace è un articolo piuttosto lungo; nell'edizione che appare in Rampart Journal of individualist thouht (Vol. II, No. 1, Spring 1966)22 esso va da p. 8 a p. 74. In queste 67 pagine, l'unica frase presuntamente “negazionistica” è quella citata sopra: «preteso sterminio in forni a gas». Descrivere questo scritto di Barnes sulla base di questa insulsa minuzia come «un'opera schiettamente negazionista che avvicina Barnes alle idee divulgate da Rassinier» è dunque come minimo stupido e disonesto.

Quanto a Rassinier, Barnes lo menziona una sola volta, in questo contesto:

«Solo il famoso Sisley Huddleston, un inglese espatriato residente in Francia, l'illustre pubblicista Alfred Fabre-Luce, l'abile giornalista Maurice Bardèche, l'implacabile Jacques Benoist-Méchin e il coraggioso storico e geografo francese Paul Rassinier hanno prodotto qualcosa che sa di revisionismo in Francia»23.

Riguardo all'Italia, Barnes menziona un solo storico revisionista: Luigi Villari24.

La Pisanty continua:

«Hoggan raccoglie l'eredità di Barnes, morto nel 1967, e comincia ad affiancare le tesi astratte dei primi negazionisti con una lettura dettagliata delle fonti storiche. Ad esempio, in The Myth of the Six Million (1969) vengono rifiutate le testimonianze di Rudolf Höss (comandante SS ad Auschwitz) e di Kurt Gerstein (esperto di camere a gas) in quanto ritenute estorte dagli inquisitori di Norimberga e quindi inquinate dalla propaganda alleata».

Qual è la fonte? D. Lipstadt si occupa di quest'opuscolo, ma senza menzionare Gerstein e Höss25. La Pisanty ha infatti plagiato l'articolo di L. Dawidowicz:

«The Myth of the Six Million intendeva confutare tutte le prove dell'uccisione degli Ebrei europei e screditare ogni testimonianza oculare, incluse quella di Rudolf Hoess, SS comandante di Auschwitz, e di Kurt Gerstein, l'ufficiale SS che consegnò il gas letale a Belzec e a Treblinka (sic!26.

Come si vede, la Pisanty ha distorto di nuovo la sua fonte.

The Myth of the Six Million, pubblicato anonimo, dedica a Gerstein un paragrafo intitolato “Le esagerazioni di Kurt Gerstein screditano il mito dello sterminio” in cui non appare nulla che sia riconducibile alle fantasie pisantyane e che finisce così:

«Dopo le sue due “confessioni”, Gerstein fu mandato nella prigione parigina di Cherche-Midi. Si dice che morì il 25 luglio 1945. La modalità della sua morte e il luogo della sua tomba sono ignoti. La sua morte non è meno misteriosa di quella del presunto suicidio di Heinrich Himmler in custodia militare britannica. L'opera dell'accusa a Norimberga sarebbe stata di gran lunga più difficile se si fosse permesso a Himmler di testimoniare. È molto probabile che Gerstein, che era in buona salute quando fu inviato a Parigi, fu considerato inutile prima che cominciassero i processi di Norimberga»27.

Nel paragrafo “Il Ruolo di Rudolf Hoess nell'amministrazione dei campi di concentramento durante il periodo bellico e la natura delle memorie di Hoess” l'autore scrive:

«Inoltre le dichiarazioni rese in interrogatori di terzo grado da Hoess a funzionari della sicurezza britannici a Flensburg e sotto tortura a Norimberga rende difficile credere che qualunque cosa sia stata attribuita a Hoess dopo la sua cattura nel 1946 abbia qualche relazione con fatti reali»28.

Ormai da decenni è stato dimostrato che Höss fu realmente torturato29, fatto risaputo da tutti e rivelato per primo da Höss stesso, ma ignoto, a quanto pare, solo a Valentina Pisanty.

Nella mia risposta alle sue “critiche” avevo già segnalato che, riguardo alla sua prima dichiarazione scritta, Höss disse: «Non so che cosa contenga la deposizione, sebbene l’abbia firmata. Ma l’alcool e la frusta furono troppo, anche per me» (Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss. Einaudi, Torino, 1985, pp. 158-159). I suoi inquisitori non si curarono neppure di salvare le apparenze: redassero l’affidavit del 5 aprile 1946 direttamente in inglese! (Fotocopia in: C. W. Porter, Made in Russia: the Holocaust. Historical Review Press, 1988, pp. 404-406). Il documento si chiude con la seguente formula: «I understand English as it is written above»30. Successivamente mi sono occupato della questione nello studio Le camere a gas di Auschwitz. Effepi, Genova, 2009, cap. 11.3, “Le torture inflitte a Höss” (pp. 395-397).

La Pisanty fa seguire un intermezzo:

«Viene così inaugurato negli Stati Uniti tutto un filone di esegesi alternativa dei testi classici della testimonianza sulla Shoah, attraverso l'applicazione di un metodo ermeneutico del tutto particolare, del quale mi occuperò più avanti. Per adesso mi limito a osservare che i negazionisti operano una preliminare selezione del materiale storico, delegittimando e scartando ogni documento che confermi l'esistenza dei campi di sterminio e, contemporaneamente, valorizzando le poche testimonianze che confortano le loro tesi. Ad esempio, nel 1973 viene tradotta in inglese l'opera di Thies Christophersen, citata invariabilmente da tutti i negazionisti in quanto l'autore fornisce una testimonianza diretta del suo soggiorno ad Auschwitz-Buna nel 1944 (nel ruolo di tecnico addetto alla fabbricazione del caucciù), fornendo un quadro idilliaco del lager come di una specie di villaggio turistico in cui gli ebrei venivano trattati magnificamente, vestivano bene e scherzavano insieme agli ufficiali SS»31.

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Ricordo che la Pisanty è giunta nella sua esposizione cronologica fino a The Myth of the Six Million. Ora asserire che questo libretto abbia inaugurato «negli Stati Uniti tutto un filone di esegesi alternativa dei testi classici della testimonianza sulla Shoah, attraverso l'applicazione di un metodo ermeneutico del tutto particolare», operando «una preliminare selezione del materiale storico», è una grossolana scemenza che può essere proferita in buona fede soltanto da chi non l'abbia mai neppure sfogliato. La favola della preselezione è smentita dall'indice stesso dell'opuscolo (vedi Immagine 2), che non introduce un' «esegesi alternativa», ma una lettura storica alternativa.

L'accenno a Thies Christophersen, in questo contesto, è sorprendente. La poveva dottoressa, per la sua ignoranza del tedesco e per la mancanza di libri o articoli sulle origini del revisionismo tedesco da poter scopiazzare, ha omesso completamente la trattazione dell'argomento, ma ha “recuperato” Die Auschwitz-Lüge32 di Christophersen, inserendolo nell'esposizione sui revisionisti americani, in virtù del fatto che il libretto fu tradotto in inglese!

Nel 2001 la Pisanty ripeteva la storiella del Christophersen «citato invariabilmente da tutti i negazionisti» con le stesse parole, incluso il «suo soggiorno ad Auschwitz-Buna nel 1944», ma con un riferimento: «Die Auschwitz Lüge, trad. it. La fandonia di Auschwitz. La Sfinge, Parma, 1984»33.

Se la Pisanty ha dato uno sguardo a questo libretto, dev'essere stato molto frettoloso, perché non si è accorta che l'autore vi dice:

«Il mio alloggio si trovava a Raisko, a circa tre chilometri lontano dal campo principale»34.

A meno che per lei Buna (Monowitz) e Raisko fossero lo stesso campo, il che sarebbe ancora peggio.

Che «l'opera di Thies Christophersen» Die Auschwitz-Lüge venga «citata invariabilmente da tutti i negazionisti» è falso, perché non l'ho mai citata come testimonianza su Auschwitz per fornire «un quadro idilliaco» del campo, ma solo in un repertorio bibliografico35 e successivamente per respingere l'accusa pre-pisantyana di Pierre Vidal-Naquet. Costui scrisse infatti che Christophersen era «il testimonio dei revisionisti»36, il che ha datto lo spunto alla Pisanty per inventare il suo aforisma.

Preseguendo, Valentina Pisanty afferma:

«Secondo Hoggan, Hitler non ha mai voluto la guerra, mentre i veri responsabili della conflagrazione del conflitto mondiale furono i britannici e i polacchi. Per quanto riguarda la questione della persecuzione degli ebrei, Hoggan sostiene che il regime nazista non abbia assunto un atteggiamento discriminatorio nei confronti della popolazione ebraica del Reich almeno fino al 1938, mentre ciò che accadde dopo fu il risultato dell'antisemitismo polacco. Il testo di Hoggan viene pubblicato dalla Noontide Press, una casa editrice di estrema destra che nasce dalla costola del Liberty Lobby fondato dal razzista Willis Carto. Carto, che tra l'altro è membro del Ku Klux Klan, crede fermamente nella necessità di proteggere l'eredità razziale degli Stati Uniti (quale?) e ritiene che sia in atto una cospirazione ai danni del mondo ad opera dei soliti ebrei onnipotenti, additati come il “Nemico Pubblico n. 1”»37.

Anche qui la nostra dottoressa in semiotica ha saccheggiato e distorto la sua fonte, la Lipstadt, che dedica a Hoggan un paio di pagine, dove analizza il libro Der erzwungene Krieg, tradotto in inglese col titolo The Forced War. La Pisanty neppure se ne accorge, e crede di plagiare ancora obiezioni a The Myth of the Six Million; infatti non menziona né il libro tedesco, né la traduzione inglese.

Der erzwungene Krieg38 è un libro di 935 pagine con 65 pagine di note fittissime e 59 di bibliografia.

Esso termina con la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra e della Francia alla Germania ed è incentrato in massima parte sugli anni 1938-1939. Già per questo è semplicemente ridicolo considerarlo “negazionistico” o metterlo in relazione col “negazionsimo”.

Ciò che ne ha scritto la Pisanty, come al solito, è una scopiazzatura delle elucubrazioni della Lipstadt, che vale la pena esaminare in dettaglio. Ella ha sentenziato:

«Sebbene non fosse il suo obiettivo principale, Hoggan si è anche occupato del trattamento degli Ebrei da parte della Germania. Nel tentativo di riabilitare la reputazione della Germania e di sgravare Hitler e i nazisti di ogni particolare responsabilità, egli argomentò che il trattamento della Polonia della sua popolazione ebraica fu di gran lunga più brutale di quello della Germania. Difatti, egli asserì che molte delle misure antisemitiche tedesche furono adottate per evitare che la Polonia espellesse la sua popolazione ebraica nel Reich. Hoggan rappresentò continuamente la politica ebraica della Germania nazista come benevola o, almeno, migliore di quella polacca»39.

Va premesso che la Lipstadt si basa sull'edizione americana del libro di Hoggan, ma non documenta le affermazioni summenzionate con un riferimento alla fonte. Il motivo è che si tratta di semplici fandonie.

Nel breve passo che Hoggan dedicò al trattamento degli Ebrei da parte dei Tedeschi si legge:

«I Polacchi erano ben consapevoli dell'atteggiamento tedesco nei confronti della questione ebraica. Erano passati anni da quando Hitler aveva introdotto la politica antiebraica in Germania e il suo programma aveva ricevuto sanzione legale nelle leggi di Norimberga del Reichstag del 1935. Hitler riteneva che la politica di concedere piena eguaglianza legale e politica agli Ebrei, che era stata adottata in Germania e in Gran Bretagna nel secolo precedente, era stato un grande errore per la Germania. Egli credeva che i matrimoni misti tra Tedesche ed Ebrei danneggiavano il popolo tedesco e dovevano cessare. Condivideva la convinzione di Roman Dmowski in Polonia che gli Ebrei erano dannosi nella sfera economica e culturale. Pensava anche che l'influenza ebraica sulla politica tedesca avesse indebolito la Germania. Hitler lavorava in vista del giorno in cui non ci sarebbero stati più soggetti ebrei in Germania, come Abraham Lincoln nei suoi ultimi anni aveva lavorato per un esodo dei negri dall'America. La concezione di Hitler sulla questione ebraica era intollerante e ciò era perfettamente chiaro ai dirigenti polacchi quando emanarono la legge del marzo 1938»40.

Hoggan tratta della questione ebraica spodaricamente e nel contesto delle relazioni tra la Germania e la Polonia o gli Stati Uniti, stabilendo a volte dei confronti che la Lipstadt travisa impudentemente. Il tema dell'espulsione degli Ebrei ne rappresenta un esempio eclatante. Hoggan lo introduce così:

«Al problema di incoraggiare l'emigrazione ebraica dalla Germania negli anni 1933-1938 fu data una considerevole attenzione, ma in questi anni dalla Polonia partirono di gran lunga più Ebrei che dalla Germania. Ogni anno emigrarono in media dalla Polonia 100.000 Ebrei, a fronte di 25.000-28.000 Ebrei che lasciarono la Germania. Dal settembre 1933 al novembre 1938 uno speciale accordo economico (Havarah accordo) permise agli Ebrei tedeschi di trasferire i loro beni in Palestina e le autorità tedesche sotto questo rispetto furono molto più liberali della Polonia»41.

Da paragoni come quello che ho messo in corsivo la Lipstadt trae maliziosamente la favola della esposizione, da parte di Hoggan, della «politica ebraica della Germania nazista come benevola o, almeno, migliore di quella polacca».

Hoggan si sofferma poi sulla legge del governo polacco dell' ottobre 1938 che toglieva la cittadinanza agli Ebrei polacchi residenti all'estero. Egli si dilunga su una vicenda che Reitlinger riassume in modo più chiaro:

«Ancor prima di Monaco il Governo polacco si era reso conto del pericolo che 60.000 ebrei di professata nazionalità polacca, residenti in Germania, fossero scaricati in Polonia. Emanò il 6 ottobre un decreto che annullava i passaporti dei cittadini polacchi residenti fuori della Polonia, a meno che sui passaporti non fosse applicato un timbro speciale; timbro che si poteva ottenere soltanto in Polonia, dietro presentazione di documenti di autenticazione. Tutti coloro che entro il 29 ottobre non riuscirono ad ottenere questo timbro divennero apolidi.

L'ambasciatore tedesco a Varsavia, von Moltke, chiese che il termine venisse prorogato, ma in Germania Heydrich stava con gli occhi alle lancette dell'orologio. Il 28 ottobre 17 migliaia di ebrei con passaporto polacco, che a mezzanotte sarebbero diventati apolidi, ricevettero dalla polizia l'avviso di deportazione. Treni passeggeri trasportarono un certo numero di essi alla frontiera polacca, che però fu trovata chiusa, cosicché i treni tornarono indietro e i viaggiatori furono restituiti alle rispettive case»42.

Ecco il commento di Hoggan:

«Il decreto polacco e le sue ripercussioni produssero un importante impatto nel trattamento corrente degli Ebrei in Germania. Un gran numero di Ebrei erano andati a Berlino da altre aree dopo l' Anschluss tra Germania ed Austria. L'Anschluss aumentò la popolazione ebraica tedesca di quasi 200.000, più del numero totale di Ebrei che erano partiti dalla Germania. L'ambasciatore americano Hugh Wilson riferì il 22 giugno 1938 che si presumeva che 3.000 nuovi Ebrei fossero entrati a Berlino nel corso del mese precedente e sul finire di giugno del 1938 c'erano state dimostrazioni contro negozi ebraici a Berlino per la prima volta dal 1933. Il governo tedesco in ottobre preparò una serie di misure per limitare la partecipazione degli Ebrei alla professione legale ed era evidente che ci potevano essere altre misure destinate a limitare le attività ebraiche. Naturalmente tra i dirigenti tedeschi ci fu un grande disaccordo su ciò che si dovesse fare, se si doveva fare qualcosa, ma le ripercussioni della crisi polacca dei passaporti avvantaggiarono il gruppo più radicale, capeggiato dal ministro della propaganda e dell'informazione Joseph Goebbels»43.

Affermando che, secondo Hoggan, «molte delle misure antisemitiche tedesche furono adottate per evitare che la Polonia espellesse la sua popolazione ebraica nel Reich», la Lipstadt dimostra di non aver capito nulla dell'esposizione dello storico americano, perché la Polonia non voleva affatto espellere nel Reich la sua popolazione ebraica, cosa manifestamente assurda, ma evitare che la Germania espellesse in territorio polacco gli Ebrei polacchi residenti nel Reich che aveva resi apolidi dall'oggi al domani.

La Lipstad prosegue:

«Hoggan insinuò che l'ammenda imposta agli Ebrei tedeschi sulla scia della Kristallnacht fu semplicemente un modo equo per evitare che gli Ebrei si arricchissero grazie alla distruzione “intascando vaste somme di denaro dalle compagnie assicurative tedesche”»44.

Qui appare una nota, relativa alla citazione, che rimanda a The Forced war, p. 15645.

Ecco il contesto da cui la citazione è estrapolata:

«Hitler fu convinto da Goebbels, dopo le dimostrazioni, a imporre un'ammenda di un miliardo di marchi (250 milioni di dollari) agli Ebrei facoltosi e moderatamente facoltosi. Goebbels aveva sostenuto che altrimenti gli Ebrei avrebbero potuto intascare vaste somme di denaro dalle compagnie assicurative tedesche, perché i beni danneggiati o distrutti il 10 novembre 1938 erano stati fortemente assicurati. Gli Ebrei poveri che avevano beni in contanti inferiori a 5.000 marchi furono esentati. Alle compagnie assicurative tedesche fu ordinato di pagare prontamente gli Ebrei per tutti i danni arrecati alla loro proprietà il 10 novembre e fu permesso di usare parte di questo denaro per pagare l'ammenda»46.

La malafede della Lipstadt è eclatante: ella presenta come affermazione di Hoggan ciò che questi riporta come pensiero di Goebbels!

Hoggan, continua la Lipstadt,

«omise di rilevare che il denaro [delle assicurazioni tedesche] era un pagamento per rimborsare gli Ebrei per le proprietà che erano state distrutte»47.

Questa è solo una sciocca menzogna, come risulta chiaramente dal passo che ho citato sopra.

«E contrariamente a tutti i rapporti – continua la Lipstadt – Hoggan affermò anche che nessun Ebreo era stato ucciso durante i pogrom o immediatamente dopo»48.

Questo è in effetti l'unico rimprovero corretto della Lipstadt, che dice ancora:

«Nel tentativo di dimostrare che gli Ebrei non erano stati realmente discriminati ed erano in una posizione abbastanza sicura fino al 1938, Hoggan osservò che all'inizio del 1938 medici e dentisti ebrei partecipavano ancora al programma nazionale tedesco di assicurazione obbligatoria. Ciò “garantì ad essi un numero sufficiente di pazienti”»49.

Il testo contiene la seconda citazione del libro di Hoggan50. L'intenzione che la Lipstadt attribuisce allo storico americano è quantomeno maligna, perché nel passo in questione egli si limita a discutere le reazioni del governo statunitense alle misure antiebraiche tedesche. Cito anche la seconda parte del testo, che viene discussa dalla Lipstadt subito dopo:

«All'inizio del 1938, medici e dentisti ebrei partecipavano ancora al programma di assicurazione statale tedesco (Ortskrankenkassen), che garantiva loro un numero sufficiente di pazienti.

Wilson [Hugh Wilson, l'ambasciatore statunitense a Berlino] trasmise al segretario di Stato Hull che, nel 1938, il 10% degli avvocati che esercitavano in Germania erano ebrei, sebbene gli Ebrei costituissero meno dell' 1% della popolazione. Tuttavia il segretario di Stato americano continuò a bombardare la Germania con proteste esagerate sulla questione ebraica per tutto il 1938, sebbene Wilson avesse suggerito a Hull il 10 maggio 1938 che queste proteste, che non erano riprese da altre nazioni, facevano più male che bene.

Gli Stati Uniti contestarono una legge tedesca del 30 marzo 1938 che escluse la chiesa ebraica dal suo stato di chiesa riconosciuta in Germania. Ciò significava che le entrate delle tasse pubbliche non sarebbero più andate alla chiesa ebraica, sebbene i cittadini tedeschi continuassero a pagare tasse per le chiese protestante e cattolica. La situazione creata da questa nuova legge in Germania era conforme alla pratica corrente inglese, dove l'entrata delle tasse pubbliche andavano alla chiesa anglicana, ma le chiese ebraiche non ricevevano nulla»51.

La Lipstadt dedica più di una pagina alla critica di questo passo. Ella obietta a Hoggan:

«L'ambasciatore menzionò che il 10% degli avvocati erano ebrei, ma in un contesto completamente diverso da quello presentato da Hoggan. L'ambasciatore aveva scritto a Washington per riferire che la situazione degli avvocati ebrei, che era stata deplorevole per molto tempo, peggiorava in modo crescente. “Dal 1933 fu fatta pressione per estromettere gli Ebrei dalla professione legale”, disse l'ambasciatore al Dipartimento di Stato. Gli Ebrei si trovavano di fronte ad ostacoli eccezionali nel cercare di essere ammessi all'avvocatura e agli avvocati ebrei veniva impedito di esercitare il notariato – una misura, secondo l'ambasciatore, che “in considerazione degli ampi requisiti e le alte cariche per i servizi notariali in Germania, costituiva un notevole ostacolo alla professione legale ebraica”. Perciò, sebbene fino al 1938 il 10% di tutti gli avvocati potessero certamente essere ebrei, poiché a malapena potevano esercitare, erano avvocati solo di nome. Essi erano esclusi dai tribunali e non potevano esercitare una serie di compiti fondamentali per la loro professione. Inoltre Hoggan, omise di dire perché l'ambasciatore riferì sulla situazione degli avvocati ebrei. Il 27 settembre 1938 la Germania nazista escluse completamente gli Ebrei dalla pratica della legge»52.

La Lipstadt fa riferimento alla raccolta documentaria Foreign Relations of the United States; l'ambasciatore Wilson comunicò a Hull:

«Si ricorderà che dal 1933 fu fatta pressione per estromettere gli Ebrei dalla professione legale. Così, per l'ammissione all'avvocatura furono enunciati requisiti speciali e agli avvocati ebrei fu negato anche di operare come notai pubblici, una misura che, in considerazione degli ampi requisiti e le alte cariche per i servizi notariali in Germania, costituiva un notevole ostacolo alla professione legale ebraica. Finora, però, agli Ebrei già ammessi all'avvocatura è stato concesso il diritto di condurre la pratica legale senza specifici intralci legali, sebbene sembri che sia stata esercitata una notevole pressione per fare in modo indirettamente di impedir loro di farlo. Il provvedimento attuale ha pertanto conseguenze reali. Sebbene non siano state ancora pubblicate cifre ufficiali, la Frankfurter Zeitung del 16 ottobre dichiara che, secondo le cifre in possesso del Rechsanwaltkammer, fino al 1° gennaio 1938 c'erano 1.753 avvocati ebrei, o approssimativamente il 10% del numero totale degli avvocati, cioè 17.360. A Berlino, alla stessa data, c'erano 2.718 avvocati, di cui 761 erano ebrei»53.

Il riferimento di Hoggan non sembra dunque così malevolo come pretende la Lipstadt, tanto più che appare non già in una esposizione della politica antiebraica tedesca, bensì in un capitolo che tratta “La via verso Monaco” e in un paragrafo intitolato “Le aspirazioni segrete del Presidente Roosevelt54.

La Lipstadt, che accusa Hoggan di “omissioni” varie, omette a sua volta di spiegare che la legge del 27 settembre 1938 aveva un articolo III dedicato a “Rechtliche Beratung und Vetretung von Juden” (Consulenza e rappresentanza legale di Ebrei) che istituiva a questo scopo “jüdische Konsulenten”, consulenti ebrei55.

Indi la Lipstadt si volge alla questione delle chiese:

«Hoggan distorse completamente anche le implicazioni della decisione nazista di mettere fine alla condizione della comunità ebraica come corpo religioso sanzionato ufficialmente. Per molti anni il governo tedesco aveva riscosso da ogni residente tedesco una tassa religiosa, che veniva rimessa alla comunità religiosa indicata dal singolo. Il governo fungeva sostanzialmente da agenzia di trasferimento, raccogliendo fondi da cittadini tedeschi e trasmettendoli alla loro comunità religiosa. L'ambasciatore americano riferì che, poiché la comunità ebraica non era più un'entità sanzionata ufficialmente, non avrebbe più ricevuto le “tasse imposte ai [suoi] membri dallo Stato per fronteggiare le spese della comunità”. In altre parole, gli Ebrei avrebbero continuato a pagare la tassa, ma il governo non le avrebbe date alla loro comunità. Hoggan fornì una visione completamente diversa – e disonesta – di questa decisione. Presentandola come se la comunità ebraica fosse sostenuta dallo Stato, egli scrisse che la nuova legge “significava che le entrate delle tasse pubbliche non sarebbero più andate alla chiesa ebraica”. Poi, per diminuire ulteriormente l'impatto del decreto, Hoggan pretese falsamente che esso aveva semplicemente portato la Germania ad essere “conforme alla pratica corrente inglese”. Egli omise di rilevare che la stessa cosa non fu fatta per altre comunità religiose e ignorò il commento dell'ambasciatore che la nuova legge costituiva una legislazione “discriminatoria” che avrebbe fortemente intralciato “l'attività sociale e il benessere della Gemeinde [comunità] ebraica già seriamente angariata»56.

Questo resoconto è tutt'altro che ineccepibile. Né la legge tedesca, né il rapporto dell'ambasciatore statunitense dicono che «gli Ebrei avrebbero continuato a pagare la tassa, ma il governo non le avrebbe date alla loro comunità». La legge, che fu promulgata il 28 marzo 1938 (Gesetzt über Rechtsverhältnisse der jüdischen Kulturvereinigungen: Legge sulla situazione legale delle unioni di culto ebraiche), si limitava a sancire:

«Con decorrenza dal 31 marzo 1938 le unioni di culto ebraiche e le loro associazioni perdono la condizione di enti di diritto pubblico, che hanno posseduto finora. Da questo momento diventano unioni di diritto privato giuridicamente capaci»57.

Il rapporto dell'ambasciatore americano lascia intendere il contrario:

«Con l'eliminazione della base legale precedente, grazie alla quale i contributi erano raccolti dallo Stato come tasse, in alcuni distretti si teme che molti membri delle comunità ebraiche, particolarmente nella misura che siano espsoste alla pressione di discriminazione economica ufficiale e del Partito, possano rifiutare di pagare i loro contributi volontariamente e si avverte che la raccolta di questi contributi con un procedimento giudiziario sarebbe una procedura costosa. D'altra parte, certe altre autorità ebraiche contano sull' esprit de corps dei membri della comunità ebraica per indurli a continuare a pagare come contributi somme che essi prima pagavano come tasse dirette»58.

L'affermazione che Hoggan «omise di rilevare che la stessa cosa non fu fatta per altre comunità religiose», è falsa, perché lo storico americano spiegò che «le entrate delle tasse pubbliche non sarebbero più andate alla chiesa ebraica, sebbene i cittadini tedeschi continuassero a pagare tasse per le chiese protestante e cattolica», il che, ovviamente, implica anche che la “chiesa ebraica” era stata “discriminata”.

A questo proposito, la Lipstadt riassume il commento dell'ambasciatore in modo non certo cristallino, perché questi riferì:

«Mentre la nuova legge in teoria riduce le comunità ebraiche in Germania alla condizione privata che occupano in altri paesi, ciò è nondimeno deplorato come discriminatorio, se messo in relazione alla posizione che le altre comunità religiose hanno in qualità di chiese costituite ed è ritenuto intralciare, in una misura che può eventualmente essere molto grande, l'attività sociale e il benessere della comunità ebraica già seriamente angariata»59 (corsivo mio).

Ossia anche in altri paesi, come l'Inghilterra aggiunge Hoggan, le comunità ebraiche erano enti privati. Non so se i cittadini britannici pagassero una tassa che veniva versata alla chiesa anglicana, ma non è questo il punto che la Lipstadt contesta.

Quasi tutti i rimproveri che costei muove a Hoggan per presentarlo surrettiziamente come l'antesignano del “negazionismo” sono dunque capziosi e infondati.

Continuando il suo saccheggio del libro della Lipstadt, Valentina Pisanty scrive:

«Un altro negazionista statunitense della prima generazione è Austin J. App che, già verso la fine degli anni Cinquanta, è un acceso sostenitore della tesi secondo la quale lo sterminio ebraico non è che una enorme menzogna perpetrata dagli ambienti sionisti, bolscevichi e talmudisti ai danni della Germania sconfitta. Fin dal 1942 App bombarda riviste e giornali con lettere dall'evidente contenuto razzista e antisemita»60.

La Pisanty travisa di nuovo la sua fonte, che dice:

«Egli inondò giornali, riviste, politici e giornalisti di lettere che attaccavano l'intervento degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, le richieste alleate di resa incondizionata e l'imposizione del morgentauismo alla Germania. Questo era il modo di App di addossare la responsabilità di tutti i problemi della Germania del dopoguerra al segretario del tesoro di Roosevelt Henry Morgenthau. Naturalmente il piano Morgenthau non fu mai attuato. Di fatto, il trattamento della Germania da parte degli Alleati fu l'esatto contrario del piano. Le lettere erano anche il tentativo dichiarato di App di far esplodere le “menzogne e calunnie” che erano state diffuse sulla Germania fin dalla guerra e di evitare che Roosevelt e Morgenthau consegnassero “l'Europa Cristiana ai barbari rossi”. Le lettere brulicavano di aperto antisemitismo e razzismo. Talmudisti, bolscevichi e sionisti, tutti intimamente legati reciprocamente nella mente di App, erano biasimati per i demoni che assillavano il mondo dopo la fine della guerra»61.

Come si vede, che App avesse sostenuto che «lo sterminio ebraico non è che una enorme menzogna perpetrata dagli ambienti sionisti, bolscevichi e talmudisti ai danni della Germania sconfitta» non è che una sciocca menzogna pisantyana.

«La scarsa sottigliezza delle sue argomentazioni – prosegue la Pisanty – lo renderebbe un personaggio di scarso rilievo perfino nella storia del negazionismo, se non fosse ch'egli è l'autore degli otto assiomi (formulati nel 1973) che tuttora fungono da princìpi-guida di quell'Institute for Historical Review che oggi coordina le attività di tutti i principali negazionisti»62.

L'esperta in Cappuccetto Rosso copia quasi alla lettera ciò che ha affermato la Lipstadt:

«Sebbene molto di ciò che App scrisse possa essere relegato nel tradizionale antisemitismo di livello quasi triviale, egli è nondimeno una figura importante nello sviluppo e nell'evoluzione della negazione dell'Olocausto. Il suo maggiore contributo fu la formulazione degli otto assiomi che dovevano servire da princìpi fondamentali dell'Institute for Historical Review con sede in California e da postulati fondamentali della negazione dell'Olocausto»63.

Gli “otto assiomi” di App costituiscono uno dei principali espedienti con i quali la Pisanty tenta penosamente di screditare il revisionismo attuale. Questa è la ragione per cui li rimastica regolarmente nei suoi scritti.

Nell'articolo Sul negazionsimo (1998) la nostra dottoressa scrive addirittura:

«Ad esempio, l’Institute of Historical Review ha formulato otto assiomi del negazionismo che tutti i negatori della Shoah sono tenuti a rispettare»64

Nel 2007 la Pisanty ha ripetuto che App è «l’autore dei cosiddetti “otto assiomi del negazionismo” (formulati nel 1973) che fungeranno da princìpi-guida di quell’ Institute for Historical Review che negli anni Ottanta coordinerà le attività di tutti i principali negazionisti»65.

In Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah (Mondadori, 2012) la Pisanty ha parlato «degli otto assiomi del negazionismo (formulati dall'americano Austin App nel 1973) che tutti i negatori della Shoah sono tenuti a rispettare», e li ha sempre riportati quasi con le stesse parole66.

Dato il carattere ossessivo di queste ripetizioni, è opportuno fornire qualche ulteriore chiarimento sulla faccenda. Dato che la Pisanty ha plagiato, come al solito, il libro della Lipstadt, esporrò prima il testo di App, poi quello della Lipstad e infine quello della Pisanty:

[1] App: «Otto affermazioni inoppugnabili (Incontrovertible Assertions) sulla truffa dei sei milioni.

Si possono riassumere otto fattori (factors) che smentiscono la cifra di sei milioni, che i media ripetono ad nausem senza alcuna prova.

Primo, il Terzo Reich desiderava far emigrare gli Ebrei, non liquidarli fisicamente. Se li avessero voluti sterminare, 500.000 superstiti dei campi di concentramento non sarebbero in Israele a riscuotere indennità immaginarie dalla Germania Occidentale»67.

Lipstadt: «1. L'emigrazione, mai l'annientamento fu il piano del Reich per risolvere la questione ebraica della Germania. Se la Germania avesse voluto annientare tutti gli Ebrei, mezzo milione di detenuti dei campi di concentramento non sarebbero sopravvissuti e non sarebbero riusciti ad andare in Israele, dove riscuotono “indennità immaginarie dalla Germania Occidentale”»68.

Pisanty: «1. La soluzione finale consisteva nell'emigrazione e non nello sterminio;»69.

Con un coraggioso atto di indipendenza intellettuale, la Pisanty plagia l'affermazione di App alla fine della sua esposizione degli “assiomi” invece che sotto il punto 1:

«Uno degli argomenti preferiti da App è che, se i nazisti avessero veramente voluto sterminare gli ebrei, oggi non vi sarebbe più nessun ebreo sopravvissuto: ogni ebreo vivente è la prova della falsità del genocidio»70.

[2] App: «Secondo, assolutamente nessun Ebreo fu “gasato” in alcun campo di concentramento in Germania e si ammucchiano prove che nessuno fu gasato neppure ad Auschwitz. Lì c'erano crematori per cremare i cadaveri [di coloro] che erano morti per qualunque causa, incluse specialmente le vittime delle incursioni aeree genocide anglo-americane».

Lipstadt: «2. “Assolutamente nessun Ebreo fu gasato in alcun campo di concentramento in Germania e si ammucchiano prove che nessuno fu gasato neppure ad Auschwitz”. Le camere a gas di Hitler non esistettero mai. Le installazioni di gasazione trovate ad Auschwitz erano in realtà crematori per cremare i cadaveri di coloro che erano morti per varie cause, inclusi i bombardamenti aerei “genocidi” anglo-americani».

Pisanty: «2. non ci furono gassazioni;».

[3] App: «Terzo, la maggior parte degli Ebrei che morirono in pogrom e quelli che scomparvero e sono ancora non registrati si trovò in territori controllati dai Russi sovietici, non in territori che erano sotto il controllo tedesco».

Lipstadt: «La maggioranza degli Ebrei che scomparve e rimase non conteggiata lo fu in territori sotto controllo sovietico, non tedesco».

Pisanty: «3. la maggior parte degli ebrei scomparsi emigrarono in America e in Unione Sovietica [sic!] facendo perdere le loro tracce;».

Come vedremo sotto, da ciò la Pisanty trae la ridicola favola che, per i revisionisti, gli Ebrei scomparsi «hanno approfittato del caos del dopoguerra per rifarsi una vita con qualche avvenente giovane del luogo»!

[4] App: «Quarto, la maggior parte degli Ebrei che incontrarono pretesamente la morte nelle mani dei Tedeschi erano sovversivi, partigiani, spie e criminali e spesso anche vittime di rappresaglie sfortunate ma legali. Una delle ragioni della mia denuncia degli accusatori di Norimberga come esecutori di linciaggi è che impiccarono dei Tedeschi sulla base di norme ex post facto create da loro stessi!».

Lipstadt: «4. La maggioranza degli Ebrei che morirono pretesamente mentre erano nelle mani dei Tedeschi erano in realtà sovversivi, partigiani, spie, sabotatori e criminali o vittime di rappresaglie sfortunate ma legali».

Pisanty: «4. i pochi [sic!] ebrei giustiziati dai nazisti erano criminali sovversivi;».

[5] App: «Quinto, se ci fosse la più piccola possibilità che i nazisti avessero realmente giustiziato sei milioni di Ebrei, l'ebraismo mondiale urlerebbe per [ottenere] sussidi per fare ricerche sulla questione e Israele aprirebbe i suoi archivi e i suoi documenti agli storici. Essi non si sono comportati così. Al contrario, essi hanno perseguito chiunque cercasse di investigare in modo imparziale chiamandolo perfino antisemita. Questa è una prova davvero devastante che la cifra è una truffa».

Lipstadt: «5. Se ci fosse la più piccola possibilità che i nazisti avessero davvero ucciso sei milioni di Ebrei, “l'ebraismo mondiale” reclamerebbe sussidi per effettuare ricerche sulla questione e Israele aprirebbe i suoi archivi agli storici. Essi non si sono comportati così. Invece hanno perseguito e bollato come antisemita chiunque desiderasse rendere pubblica l'impostura [sic]. Questa persecuzione costituisce la prova più decisiva che la cifra dei sei milioni è una “truffa”».

Pisanty: «5. la comunità ebraica mondiale perseguita chiunque voglia svolgere un lavoro di ricerca storica onesta attorno alla seconda guerra mondiale per timore che emerga la verità dei fatti;».

[6] App: «Sesto, gli Ebrei e i media che sfruttano questa cifra non hanno mai presentato un briciolo di prova valida a favore della sua verità. Al più essi citano Hoettl, Hoess e Eichmann che parlarono solo occasionalmente di ciò che essi non erano in grado di sapere o di cui non potevano parlare in modo attendibile. Gli Ebrei stessi non accreditano questi testimoni come attendibili neppure quando fanno commenti su ciò che potevano sapere, ad esempio, che i campi di concentramento erano essenzialmente campi di lavoro, non campi di morte!».

Lipstadt: «Gli Ebrei e i media che sfruttano questa cifra non hanno presentato neppure un briciolo di prova per dimostrarla.Gli Ebrei citano scorrettamente Eichmann e altri nazisti per cercare di sostenere le loro affermazioni».

Pisanty: «6. non vi sono prove del genocidio;».

[7] App: «Settimo, l'onere della prova per la cifra dei sei milioni spetta agli accusatori, non agli accusati. Questo è un principio di ogni legge civile. Provare la vera colpevolezza è più facile che provare la vera innocenza. È a stento possibile che un uomo accusato di aver tradito la moglie possa dimostrare che non l'ha tradita. Perciò l'accusatore deve dimostrare la sua accusa. I talmudisti e i bolschevichi non hanno accettato questa responsabilità e la Germania intimidita ha pagato miliardi piuttosto che osare domandare le prove!».

Lipstadt: «7. Sono gli accusatori, non gli accusati, che devono fornire l'onere della prova per suffragare la cifra dei sei milioni. I talmudisti e i bolscevichi hanno intimidito i Tedeschi a tal punto che essi pagano milianrdi e non osano domandare prove».

Pisanty: «7. l'onere della prova sta dalla parte degli “sterminazionisti” [sic!]».

[8] App: «Ottavo, una prova lampante che la cifra dei sei milioni non ha un fondamento scientifico è che gli stessi studiosi ebrei presentano differenze ridicole nei loro calcoli. E quelli onesti, che riconosciamo dal fatto che i loro compagni di razza li calunniano-terrorizzano, e li picchiano perfino, diminuiscono invariabilmente la stima dei sei milioni almeno del cinquanta per cento, a tre milioni di decessi per tutte le cause, non [solo] quelle limitate alle esecuzioni naziste».

Lipstadt: «Il fatto che gli studiosi ebrei stessi abbiano “ridicole” differenze nei loro calcoli del numero delle vittime costituisce una solida prova che non c'è una prova scientifica di quest'accusa».

Pisanty: «8. le contraddizioni presenti nei calcoli demografici della storiografia ufficiale dimostrano con certezza il carattere menzognero della loro tesi».

Tra le sue fonti, App annoverava il libro di J.G. Burg Sündenböcke71, che era apparso nel 1967: si tratta di un'opera di 663 pagine (edizione del 1980) molto fitte e documentate con un forte contenuto revisionistico. Per fare solo qualche esempio:

«Se Hitler voleva sterminare tutti gli Ebrei, come si può spiegare allora che sostenne, perfino promosse qualunque emigrazione che fosse anche solo possibile di coloro che erano stati designati per lo sterminio?»72.

Poco prima egli menziona i propagandistici «Gasöfen (che non esistettero mai)» in riferimento ad Auschwitz73. Poco dopo afferma:

«Neppure ad Auschwitz esistette un impianto di gasazione di persone, sebbene si parli continuamente di camere a gas e gasazioni»74.

Burg parlò esplicitamente della «cifra tabù dei 6 milioni nell'interesse dei pagamenti di riparazione»75. Con riferimento alla “Endlösung”, egli affermò: «Negli ambienti nazisti supremi non si pensò in nessun momento ad una liquidazione fisica degli Ebrei nella sfera di potere tedesca. Perciò non esistono neppure i relativi documenti»76.

L'importanza dell'influenza di Burg sulla nascita del revisionismo americano e tedesco è stata finora completamente misconosciuta; la Lipstadt non lo menziona neppure. La ragione è che Burg, pseudonimo di Ginsburg, era ebreo e durante la guerra era stato deportato in Transnistria: questa doppia qualifica, di ebreo e perseguitato, stonava troppo con la favolistica della Lipstdt e dei suoi accoliti, che vuole ricondurre a forza la genesi del revisionismo a loschi figuri antisemiti e nazisti.

Tornando ad App, la Lipstadt riporta le sue “otto affermazioni” in modo non sempre ineccepibile, la Pisanty le trasforma in “assiomi” e le riassume in modo puerile e a volte distorto.

Da notare che la grossolana scemenza «tutti i negatori della Shoah sono tenuti a rispettare» questi “assiomi” non è un commento personale della Pisanty, ma l'ennesimo plagio del libro della Lipstadt, che ha scritto:

«Queste affermazioni fondamentali – che alla fine furono adottate dall'Institute for Historical Review nonché da altri gruppi revisionistici come princìpi della negazione olocaustica –...»77.

La Pisanty, però, universalizza una presunta situazione che la Lipstadt riferiva al 1994 rendendola valida in ogni tempo e in ogni luogo: ancora nel 2015, secondo l'esperta in Cappuccetto Rosso, i revisionisti «sono tenuti a rispettare» i pretesi “assiomi”; che cosa significa «sono tenuti»? Semplicemente che “devono”, nel senso che la Pisanty non concede loro il permesso di non farlo.

Che una tale affermazione, oltre che stupida, sia anche completamente infondata, è facilmente documentabile.

La Lipstadt lancia le sue insinuazioni senza alcun riferimento ad una qualunque fonte. Se esse fossero fondate, le “otto affermazioni” di App sarebbero state messe ben in risalto già alla prima conferenza revisionistica organizzata dall'Institute for Historical Review, che si svolse a Los Angeles nel 1979; gli atti relativi furono pubblicati nel primo numero della sua rivista ufficiale, The Journal of Historical Review, che aveva un Editorial Advisory Committee di cui faceva parte anche App. Questi presentò anche una relazione di 16 pagine sul tema L'Olocausto ridimensionato, che concluse così:

«Nel 1973 nel mio libretto The Six Million Swindle (...) intitolai un breve paragrafo “Otto affermazioni inoppugnabili sulla truffa dei sei milioni”. Da allora valenti studi scientifici hanno distrutto ogni fondamento dell' “Olocausto” e hanno mostrato che la storia dei sei milioni “gasati” è una vergognosa menzogna. Essi non hanno infirmato, hanno confermato le mie affermazioni. Concludo citandole:... »78.

Poche pagine prima egli aveva spiegato:

«Alcuni storici coraggiosi come il prof. Paul Rassinier, il dott. Arthur R. Butz, il superstite ebreo di campi di concentramento Josef Burg (Monaco), Richard Harwood, Heinrich Haertl [Härtle79], ultimamente Hellmut Diwald, in parte David Irving, hanno cominciato a dimostrare che la storia dei sei milioni di Ebrei sterminati è la più enorme e la più sfacciata e infondata menzogna in tutta la storia tramandata»80.

Nei quattro numeri della prima annata, che contiene parecchi articoli di argomento vario81, il libretto di App fu citato di sfuggita solo da A. Butz in questo contesto bibliografico:

«L'anno 1973 vide anche l'apparizione negli Stati Uniti del libretto del dott. Austin J. App The Six Million Swindle»82.

Pretendere dunque che le “otto affermazioni di App” divennero i princìpi ispiratori dell'Institute for Historical Review e addirittura di tutti i revisionisti successivi è farneticante, tanto più che i tre testi revisionistici più importanti dell'epoca, The Hoax of the Twentieth Century di A.R.Butz (Historical Review Press, 1976), Der Auschwitz Mythos. Legende oder Wirklichkeit? (Grabert-Verlag. Tubinga, 1979) e Vérité historique ou vérité politique? di R. Faurisson (La Vieille Taupe, Parigi, 1980) non menzionano neppure App.

La cosa incredibile è che Valentina Pisanty ha voluto superare la sua maestrina americana e ha inventato le presunte risposte dei “negazionisti”, già apparse nel 199883 e riciclate, tanto per cambiare, quindici anni dopo:

«Dagli otto assiomi derivano una serie di quesiti e di risposte standard con cui i negazionisti ribattono alle obiezioni più ovvie:

1. Se il genocidio non è mai avvenuto, che fine hanno fatto gli ebrei scomparsi? Risposta: hanno approfittato del caos del dopoguerra per rifarsi una vita con qualche avvenente giovane del luogo.

2. Come spiegare il significato dell’espressione in codice “azione speciale” che troviamo così spesso nei documenti nazisti? Risposta: le azioni speciali non erano altro che selezioni per separare i detenuti infetti da quelli sani nei lager, per impedire lo spargimento (sic!) delle epidemie di tifo.

3. E che dire delle testimonianze del dopoguerra? Risposta: le testimonianze non sono prove, perché sono state estorte o falsificate dagli Alleati.

4. E il materiale fotografico? Risposta: è tutto truccato, frutto di un abile lavoro di montaggio ad opera degli agenti della propaganda sionista; addirittura, i negazionisti sostengono che le fotografie che raffigurano le montagne di cadaveri dei lager sarebbero state scattate a Dresda dopo i bombardamenti alleati»84.

Si tratta di balordaggini talmente enormi – ovviamente, come al solito, tutte rigorosamente prive di riferimento alla fonte – alle quali non perdo neppure tempo a rispondere.

Quanto a Valentina Pisanty, a parte lo squallido plagio, quale credibilità merita chi pontifica e sputa sentenze su testi che non ha mai visto?

Carlo Mattogno

1 L'«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad...Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Edizione riveduta, corretta e aggiornata. Internet AAARGH 2007, http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf., pp. 19-31.

2 Idem, p. 19.

3 V. Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo. Bompiani, Milano, 1998, p. 12.

4 D. E. Lipstadt, Denying Holocaust. The Growing Assault on Tryth and Memory. Penguin Books, New York, 1994, pp. 146-147.

5 Ulick Varange (Francis Parker Yockey), Imperium.The Philosophy of History and Politics. 1948, p. 533 (disponibile in: https://ia700709.us.archive.org/27/items/Imperium_352/Imperium.pdf).

6 D. E. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 147.

7 Ibidem.

8 Ibidem.

9 Idem, note 41 e 45 a p. 258.

10 Idem, p. 147.

11Idem, p. 148.

12Imperium, op. cit. pp. 532-533.

13 D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., nota 48 a p. 258.

14 V. Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas, op. cit., p. 12.

15 D. E. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 69.

16 L. S. Dawidowicz, “Lies About the Holocaust”in: Commentary, dicembre 1980; in rete:

https://www.commentarymagazine.com/article/lies-about-the-holocaust/

17 H.E. Barnes, Blasting the Historical Blackout. 1962, pdf in rete: http://www.resist.com/libertybell/Barnes-BlastingTheHistoricalBlackout.pdf, pp. 32-34.

18D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., pp. 75-76

19Idem, nota 45 a p. 249.

20 L. S. Dawidowicz, “Lies About the Holocaust”art. cit.

21 Sulla questione vedi il mio libro “Nuovi studi” contro il revisionsimo. La storiografia olocaustica alla deriva. Effepi, Genova, 2014, pp. 163-164.

22In rete: http://mises.org/sites/default/files/rampart_spring1966_2.pdf.

 

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23Idem, p. 23.

24Idem, p. 24.

25D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., pp. 105-106.

26 L. S. Dawidowicz, “Lies About the Holocaust”, art. cit.

27The Myth of the Six Million. The Noontide Press, 1973, p. 76. Vedi Immagine 1.

28Idem, p. 53.

29 Vedi l'articolo di R. Faurisson “Come i Britannici hanno ottenuto le confessioni di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz”, in: http://robertfaurisson.blogspot.it/1987/05/come-i-britannici-hanno-ottenuto-le.html.

30 L'«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad...Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, op. cit., nota 328 a p. 89.

 

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31D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., pp. 12-13.

32Kritik-Folge Nr. 23. Mohrkirch, 1978. Vedi Immagine 3.

33p. 371

34T. Chistophersen, La fandonia di Auschwitz. Edizioni La Sfinge, 1984, p. 18.

35 Il Mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista. Sentinella d'Italia, Monfalcone, 1985, p. 44.

36Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 21-22.

37V. Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas, op. cit., p. 13.

 

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38Grabert Verlag, Tubinga, 1977. Vedi Immagine 4.

39D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 71.

40 D.L. Hoggan, The Forced War. When Peaceful Revision Failed. Institute for Historical Review, 1989. Edizione elettronica AAARGH Internet 2007, http://vho.org/aaargh/fran/livres7/HOGGANForcedWar.pdf, p. 90.

41Idem, p. 89.

42 G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli Ebrei d'Europa 1939-1945. Il Saggiatore, Milano, 1965, pp. 24-24

43.L. Hoggan, The Forced War, op. cit., p. 91.

44D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 71.

45Idem, nota 30 a p. 248.

46Idem, p. 92.

47Idem, p. 71.

48Ibidem.

49Idem, pp. 71-72.

50Idem, nota 32 a p. 248.

51. L. Hoggan, The Forced War, op. cit., p. 76.

52Idem, p. 72.

53 Foreign Relations of the United States, 1938, Volume 2 U.S. Government Printing Office, 1955, pp. 391-392.

54L. Hoggan, The Forced War, op. cit., pp. 67 e 76.

55 Reichsgesetzblatt, Jahrgang 1938, Teil I, p. 1403.

56D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., pp. 72-73.

57 Reichsgesetzblatt, Jahrgang 1938, Teil I, p. 338.

58 Foreign Relations of the United States, 1938, op. cit., pp. 360-361.

59Idem, p. 361.

60 V. Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas, op. cit., p. 13.

61D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 86.

62 V. Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas, op. cit., p. 13.

63D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 86.

64 V. Pisanty, «Sul negazionismo», in: Italia contemporanea, n. 212, settembre 1998, in rete:

http://www.insmli.it/pubblicazioni/1/ic_212_pisanty.pdf

 

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65 V. Pisanty, I negazionismi, 2007, in: http://www.academia.edu/2314786/I_negazionismi, p. 429

66 Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, cap. “Negare”.

67 A. J. App, The Six Million Swindle. Boniface Press, Takoma Park, Maryland, 1976, p. 24. Vedi Immagine 5. Le “otto affermazioni si trovano alle pp. 24-25.

68D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 99. Le “eight assertions” sono esposte alle pp. 99-100.

69 V. Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas, op. cit., p. 14. Gli “otto assiomi” sono esposti in questa pagina.

70Idem, p. 14.

71 A. J. App, The Six Million Swindle, pp. 25-26..

72 J.G. Burg. Sündenböcke. Großangriffe des Zionismus auf Papst Pius XII und auf die deutschen Regierungen. Ederer-Verlag, 1980, pp. 166-167.

73Idem, p. 166.

74Idem, p. 167.

75Idem, p. 454.

76Idem, p. 457.

77D. Lipstadt, Denying Holocaust, op. cit., p. 99.

78The Journal of Historical Review. Vol. I, n. 1, primavera 1980, p. 57.

79 Autore di uno dei primi libri revisionistici tedeschi, Freispruch für Deutschland. Unsere Soldaten vor dem Nürnberger Tribunal. Verlag K.W. Schutz, Gottinga, 1965, 345 pagine, uno dei tanti testi misteriosi per la Lipstadt e la Pisanty.

80Idem, p. 52.

81Vedi qui: http://www.historiography-project.com/jhrchives/v01/index.html.

82A.R. Butz, The International “Holocaust” Controversy, in: The Journal of Historical Review. Vol. I, n. 1, p. 12.

83“Sul negazionismo”, in: Italia contemporanea, n.212, settembre 1998.

84Come rispondere a Priebke: breve introduzione e analisi retorica di revisionismo e negazionismo #2, in: http://www.minimaetmoralia.it/wp/come-rispondere-a-priebke-breve-introduzione-e-analisi-retorica-di-revisionismo-e-negazionismo-2/.

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Note di Olodogna

1) Di seguito presentiamo altri articoli di Carlo Mattogno dedicati a pisanty valentina

0410) 06-10-2013  La prima gasazione di Auschwitz nella FOS ( fabulazione olocau$tica standard ).La risposta di Carlo Mattogno a pisanty valentina

0608) 05-03-2014  «L’irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty

0906) 10-01-2015 – Le nuove corbellerie di Valentina Pisanty

0918) 20-01-2015 – Valentina Pisanty e il “legame di continuità” tra SS e “negazionisti”. Breve analisi di una scempiaggine storico-letteraria

0921) 23-01-2015 – Ulteriori corbellerie di Valentina Pisanty

0934)  31-01-2015 – Valentina Pisanty e il rapporto Gerstein: Analisi di una “critica” storico-tecnico-linguistica anti-“negazionistica” (Parte prima)

0941)  04-02-2015 – Valentina Pisanty e il rapporto Gerstein: analisi di una “critica” storico-tecnico-linguistica anti-“negazionistica” (Parte seconda)

2) Le persone interessate agli studi revisionisti di Carlo Mattogno trovano al link la raccolta completa di tutti i posts che Olodogma ha dedicato all’autore, cliccare il link http://olodogma.com/wordpress/carlo-mattogno/

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Author(s): Olodogma
Title: Valentina Pisanty e l'irritante questione dei “negazionisti” americani. Logica del plagio
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Published: 2015-02-05
First posted on CODOH: Oct. 27, 2018, 7:28 a.m.
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