Carlo Mattogno: Valentina Pisanty ed Elie Wiesel... il «simbolo della Shoah»
Published: 2015-02-14

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Presentiamo un nuovo testo di Carlo Mattogno dove viene analizzato il "rapporto" tra pisanty valentina  e wiesel elie, sedicente sopravvissuto. I lettori interessati trovano in questo sito ulteriori studi su tale pisanty :  vedere qui-1, vedere qui-2, vedere qui-3, vedere qui-4, vedere qui-5, vedere qui-6, vedere qui-7, vedere qui-8, vedere qui-9, ...

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Valentina Pisanty e il «simbolo della Shoah»

Valentina Pisanty è la punta di diamante della critica anti-“negazionistica” in Italia, supinamente e sconsideratamente invocata come un'autorità da tutti gli asini olocaustici che ardiscono affrontare un argomento di cui ignorano praticamente tutto.

Oltre a mettere ben in evidenza aspetti salienti dello stupidario metodologico e argomentativo pisantyano e a mostrare l'inconsistenza storico-documentaria di importanti tesi olocaustiche che i suddetti asini ritengono saldamente dimostrate e inconfutabili, con questa serie di articoli pisantyani mi ripropongo inoltre di far risaltare l'immenso abisso in fatto di metodologia, critica storica, documentazione e patrimonio conoscitivo che esiste tra l'apice della critica anti-“negazionistica” e le ordinarie tesi revisionistiche.

Questa specie di sado-masochismo olocaustico mi è del tutto incomprensibile: personaggi di tal fatta godono davvero così tanto ad essere svergognati (adotto questo eufemismo in luogo del termine più appropriato che comincia con sp...) pubblicamente?

Nel § 2.7.2. I negazionisti e le testimonianze dei superstiti del suo libro antirevisionistico1, Valentina Pisanty scrive:

«I negazionisti ostentano un disinteresse di fondo nei confronti delle testimonianze dei sopravvissuti, dedicando la maggior parte della loro attenzione alle presunte impossibilità tecniche delle procedure di gassazione, ai problemi statistici e alle deposizioni degli ex ufficiali nazisti».

 

 

 

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Questa è una patetica scemenza. Nell'articolo Le nuove corbellerie di Valentina Pisanty (vedi qui) ho presentato due lunghe liste di “sopravvissuti” le cui testimonianze ho analizzato nei miei studi sulla prima “gasazione” ad Auschwitz2 e sui “Bunker” di Birkenau3. Allego un altro elenco di siffatti testimoni che ho trattato nello studio Le camere a gas di Auschwitz (Effepi, Genova, 2009).

«Ad esempio, – continua la Pisanty – Faurisson afferma che “le testimonianze non sono prove”, rivelando con ciò la scarsa considerazione in cui tiene gli stessi principi fondamentali del diritto, per cui le testimonianze hanno valore di prova. Infatti, un giudice potrebbe tuttalpiù prendere in considerazione la distinzione tra le testimonianze putativamente interessate (nel nostro caso, quelle degli ebrei e degli agenti alleati) e quelle non interessate (le confessioni dei colpevoli). Dopodiché potrebbe calcolare il peso relativo di ciascuna delle due categorie di deposizioni, soppesando accuratamente il valore probatorio delle testimonianze in base agli eventuali moventi dei testimoni: alla fine, però, egli deve basare il proprio giudizio sul cumulo e sulla coerenza delle testimonianze e degli indizi».

Qui la Pisanty rivela la scarsa considerazione in cui tiene la storiografia, in quanto confonde, incredibilmente, l'attività giudiziaria con quella storica, come se fossero identiche e perseguissero i medesimi scopi.

Per chiarirle le idee, riporto ciò che scrissi nell'Introduzione alla mia risposta al suo infelice excursus da Cappuccetto Rosso alla storiografia. La lettura è particolarmente utile e illuminante anche riguardo al dibattito circa l'introduzione in Italia del reato di “negazionismo”.

Nel settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna sono apparsi due importanti articoli dello storico e romanziere francese Jacques Baynac, intitolati Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti4 e In mancanza di documenti probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito5, nei quali l’Autore espone una lucida analisi del marasma in cui si dibatte la storiografia ufficiale.

Nel primo articolo, dopo aver denunciato il clima isterico acutizzato in Francia dall’affare Garaudy-abbé Pierre, Baynac rileva:

«In mezzo a questo tohu-bohu [caos] disastroso, si è levata una voce, chiara, netta. Senza dubbio, soltanto Simone Veil, ex deportata ed ex presidente del Parlamento europeo, poteva permettersi di guardare le cose in faccia e di violare un tabù senza rischiare l’ostracismo. “I negazionisti - ella dichiara a L’Evénement du Jeudi - hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità storica con la legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro che cercano di negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere sottomessa a versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di apparire come martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i negazionisti possono far deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa legislazione ha spinto l’abbé Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa legge, non ci sarebbe alcun affare abbé Pierre”.

Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore Dominique Jamet, “trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare, secondo lo stesso autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il partito o la Chiesa, dopo aver fissato una dottrina ufficiale, affidano alla polizia e alla giustizia la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”?

Perché, fin dall’inizio, si rifiuta il dibattito. Lo si rifiuta nell’aula di tribunale. Il giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge Gayssot è stata fatta “onde evitare dei dibattiti scabrosi tra storici e pseudostorici” (Libération, 17.7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran rabbino Sitruk, che l’aveva accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La Chiesa cattolica lo rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La LICRA6 lo rifiuta. Il MRAP7 lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In breve, nessuno lo vuole e tutti imitano quelli che di primo acchito hanno dato l’intonazione: gli storici».

Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi apparso su Le Monde il 21 febbraio 1979 – secondo la quale non bisogna chiedersi se lo sterminio ebraico è stato tecnicamente possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è il punto di partenza obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché «non può esserci dibattito sulle camere a gas» – , e commenta:

«Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel rispondere per le rime ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e liquidando i loro cavilli con prove materiali, documenti solidi e cifre verificabili, se si vede ancora meno come il delicato fiore dell’ etablishment universitario ha potuto decretare che non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede bene che è il defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il bebè mostruoso ai tribunali, poi  avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di recalcitrare, perfino di scrivere nei loro consideranda che la questione dell’esistenza delle camere a gas era una questione di opinione  a fare una legge che permettesse di condannare automaticamente gli pseudostorici.

La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono defilati»8.

Baynac risponde a questa domanda nel secondo articolo. Dopo aver accennato allo scompiglio suscitato da Jean-Claude Pressac nella storiografia ufficiale con la sua drastica riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle traduzioni italiana e tedesca del suo ultimo libro)9, egli affronta il nodo cruciale della questione:

«Bisogna essere grati a Pierre Bourez per aver finalmente osato porre la questione chiave, quella dell’estensione del campo scientifico di investigazione e, di conseguenza, quella della natura della storia scientifica e del suo metodo.

È qui, e da nessun’altra parte, che i negazionisti hanno teso la trappola agli storici, i quali l’hanno identificata fin dal 1979, ma, non sapendo come evitarla, si sono sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la Giustizia di dire la Verità. Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con un problema che supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas omicide nei campi nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del passato. Quella della Storia.

Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma tergiversare ancora espone a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità poco piacevole quando l’avvenire è già così imprevedibile e il presente così inquietante.

Per salvare la Storia, bisogna partire dalla realtà... e restarvi. Le camere a gas sono esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali, ebrei, malati, zingari, slavi.

Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei superstiti e i lavori degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli altri, si sono sviluppati due discorsi, paralleli ma di natura diversa.

L’uno, ascientifico, in cui la testimonianza ha il primo posto. Leggere uno o più racconti,

a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla convinzione. Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro esagerato un fatto, l’avvenimento resta valido: è esistito. [...].

Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato.

Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta, ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico. Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.

L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile, stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente. Il dramma è qui».

A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro «queste carogne di nazisti» i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma «hanno voluto uccidere sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia». La totale mancanza di documenti su tale presunto sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa volontà nazista. Baynac presenta al riguardo alcune citazioni di storici olocaustici e continua:

«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico. Infine – e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese – dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare: “Storici, i vostri documenti!”  e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare: “Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”».

Di fronte a questo dilemma, Baynac si chiede:

«Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le divisioni pesanti mediatiche? I risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti vincere a questo sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e sostituendo il vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio imparare la lezione e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali.

O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le manque de traces] comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide.

A partire da qui, riconquistare il terreno scientifico sarà possibile nel rispetto del lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire che i negazionisti hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un “dettaglio”: se la storia scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di un fatto è essa stessa irreale. Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si liquiderà definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola storica tra altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio: una ideologia, quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui mezzo e il cui fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del virtuale»10 (neretto mio).

Nel 1995 ho scritto che il revisionismo

«è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono ad una critica storica seria»11.

Lo storico “antinegazionista” Jacques Baynac sottoscrive in via di principio questa definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionistica per natura, riconosce che la testimonianza vale poco o nulla se non è confermata dal documento, concede che la storiografia olocaustica non possiede gli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico, ammette perfino che, sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure “tracce” documentarie; tuttavia, sul piano pratico egli non solo afferma “ideologicamente” una realtà storica che non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma, sulla base di una metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare dignità scientifica al revisionismo perché ha il torto di mettere in atto «il postulato della storiografia scientifica», cioè «niente documenti, niente fatto accertato»!

Baynac capovolge il postulato faurissoniano (che non condivido) secondo cui l'esistenza delle camere a gas è radicalmente impossibile asserendo che l'inesistenza delle camere a gas è radicalmente impossibile. In tal modo egli confonde la storiografia con la logica. Si può in effetti dimostrare che l'inesistenza di tre lati in un triangolo è impossibile, ma come dimostrare che l'inesistenza di una “camera a gas” è impossibile, se non ricorrendo a quelle prove documentarie di cui non esistono neppure “tracce”?

Quanto poi la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto circolo vizioso, alla perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli Ebrei ma hanno distrutto i documenti sullo sterminio, sicché questo non può essere dimostrato documentariamente, ma c’è stato lo stesso) risulta chiaramente, tra l'altro, dalla enorme mole di documenti sequestrati dai Sovietici ad Auschwitz nel 1945, ora accessibili a Mosca nell’archivio di via Viborgskaja12.

La Pisanty aggiunge:

«I negazionisti, al contrario, affermano che un processo basato su testimonianze è indiziario, in quanto (i) le confessioni dei colpevoli possono essere estorte, (ii) le testimonianze delle parti interessate sono inquinate e (iii) i giudici (gli Alleati) sono parte in causa. Ma, a questo punto, non c'è più processo possibile.

Nei rari casi in cui i negazionisti si occupano dei superstiti, la strategia perseguita è l'evidenziazione degli anacronismi e delle piccole incongruenze contenute nelle loro testimonianze e, per riflesso, la delegittimazione di queste fonti, che essi considerano parziali e dunque inaffidabili».

Questo giudizio evidenzia la stessa superficialità confusionaria. È chiaro che per la Pisanty la storiografia si basa sui “processi”!

Ed ecco la conclusione del paragrafo:

«Gli attacchi dei negazionisti contro i superstiti del genocidio assumono spesso la forma dell'invettiva e tendono a concentrarsi su figure paradigmatiche del calibro di Elie Wiesel. Ogni volta che un negazionista cita questo testimone, assume un tono rabbioso nei suoi confronti. Ciò è attribuibile al fatto che, come Anne Frank, Elie Wiesel è assurto al ruolo di simbolo della Shoah: colpendo lui, si vuole colpire l'intera storia dello sterminio. Faurisson osserva allusivamente che nel romanzo autobiografico La Notte Wiesel non cita da nessuna parte le camere a gas di Auschwitz, ma sostiene invece che gli ebrei venivano talvolta gettati vivi nelle fosse crematorie all'aperto. Da ciò Faurisson conclude che Wiesel è un istrione (histrion – vs historien, storico), il quale ha puntato le proprie carte sulla diffusione della menzogna sbagliata (quella della morte per fuoco anziché per gas).

Che Wiesel non fosse a conoscenza, all'epoca della sua prigionia, della realtà materiale dello sterminio è verosimile, visto che egli è sopravvissuto ad Auschwitz. Tanto più che all'epoca della Shoah Wiesel era poco più che bambino, il che rende ancora più naturale la sua mancanza di una visione d'insieme dell'aspetto tecnico delle uccisioni di massa. L'esecuzione sul bordo delle fosse all'aperto è peraltro documentata da varie fonti, nonostante il metodo ufficiale di sterminio impiegato ad Auschwitz dal 1942 (o 1941) in poi fosse la gassazione. Ad esempio, Nyiszli afferma che nel 1944, in mancanza di Zyklon B, le vittime di Auschwitz venivano sommariamente fucilate e gettate (spesso ancora vive) nelle fosse ardenti. Il fatto che nel suo romanzo Wiesel abbia riportato questo e non altri metodi di uccisione, sebbene la notizia delle gassazioni fosse già trapelata all'epoca della sua stesura, lungi dal gettare discredito sulla sua testimonianza, è semmai indice della volontà di questo autore di rimanere fedele all'esperienza vissuta, senza correggerla in base alle conoscenze successivamente acquisite» (neretto mio).

Queste affermazioni sono un vero capolavoro di ignoranza e di disinformazione. La Pisanty tenta pateticamente di avvalorare la storiella che ad Auschwitz vi fosse un metodo di sterminio “ufficiale”, la “gasazione”, e uno “ufficioso” o secondario, «l'esecuzione sul bordo delle fosse all'aperto». Quest'ultima sarebbe addirittura «documentata da varie fonti», il che, tradotto dal semiotichese, significa attestata da varie testimonianze, ma la Pisanty ne adduce una sola, quella di Miklos Nyiszli, che per di più stravolge ad usum Pisantorum; Nyiszli infatti non accenna mai alla «mancanza di Zyklon B», ma si riferisce all' “eccedenza” dei crematori, ossia le vittime che non entravano nelle “camere a gas” dei crematori venivano mandate alle fosse; e se egli parla di uccisione di vittime mediante armi da fuoco presso le due fosse di cremazione al di fuori del campo di Birkenau, nell'estate del 1944, è soltanto perché egli ignorava completamente il metodo ufficiale della “gasazione” nel “Bunker 2”!

Questa storiella raccapricciante faceva parte dell'armamentario propagandistico della Greuelpropaganda e circolava già nell'immediato dopoguerra in varie versioni. Al processo di Norimberga la testimone Marie Claude Vaillant-Couturier la raccontò così:

«Una notte fummo svegliate da grida terrificanti. E il giorno dopo apprendemmo dagli uomini che lavoravano nel Sonderkommando, il “commando del gas”, che il giorno precedente, essendosi esaurita la fornitura di gas, i bambini erano stati gettati vivi nei forni»13.

Tanto per puntualizzare, Raul Hilberg analizza la questione delle forniture di Zyklon B ad Auschwitz nel 1944 con riferimento a vari documenti esibiti al processo IG-Farben e conclude così:

«Gli approvvigionamenti furono garantiti fino alla fine. Le SS non si trovarono mai a corto di gas»14.

Una ulteriore smentita allo stupidario pisantyano.

Quanto a Elie Wiesel, concordo perdettamente con Valentina Pisanty: egli è davvero il «simbolo della Shoah», in tutti i sensi, come ho documentato nei tre articoli che gli dedicanel 2010 e che ripropongo in un testo unico.

Elenco delle testimonianze nei confronti delle quali avrei ostentato un pisantyano «disinteresse di fondo» nel libro Le camere a gas di Auschwitz (Effepi, Genova, 2009)

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Carlo Mattogno

1 V. Pisanty, L'irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo. Bompiani, Milano, 1998, pp. 176-166.

2 Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992. Trad. ingl. accresciuta: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.

3 The Bunkers of Auschwitz. Black propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004.

4 «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire taire les révisionnistes», in: Le Nouveau Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16.

5 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.

6 Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo.

7 Movimento contro il Razzismo e per l'Amicizia tra i Popoli.

8 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», art. cit.

9 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173; Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco, 1994, p. 202. L'edizione originale non contiene il relativo paragrafo: Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. CNRS Editions, Parigi, 1993.

10 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14.

11 Intervista sull’Olocausto. Edizioni di Ar, Padova, 1995, p. 11.

12 n questo archivio sono conservate, tra l’altro, circa 88.000 pagine di documenti della Zentralbauleitung di Auschwitz, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e delle presunte camere a gas omicide!

13 Procès des grands criminels de guerre devant le Tribunal Militaire International. Nuremberg, 14 novembre 1945-1er octobre 1946. Edité à Nuremberg, 1947, vol. VI, p. 225.

14 R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Einaudi, Torino, 1995, p. 966.

 


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Author(s): Olodogma
Title: Carlo Mattogno: Valentina Pisanty ed Elie Wiesel... il «simbolo della Shoah»
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First posted on CODOH: Nov. 8, 2018, 10:49 a.m.
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