Carlo Mattogno su Enrico Vanzini, “l'ultimo Sonderkommando”
Published: 2015-02-24

.I

Ieri 22.02.15 avevamo postato un articolo dedicato al sedicente "sonderkommando" Vanzini Enrico, il post ha ricevuto un'attenzione straordinaria da parte dei lettori di questo sito, si sono scomodati, perfino, dal ghetto di Palestina! Più volte!

In serata ci giunge il commento, sul "caso" Vanzini, di Carlo Mattogno, che ringraziamo per la tempestività. Questo il testo... Olodogma

 _____________________________________________________________________________________________

Enrico Vanzini, “l'ultimo Sonderkommando”

( di Carlo Mattogno )

(23 Febbraio 2015)

Sedicenti "sonderkommandos". venezia in coppia con pezzetti marcello e Vanzini con Brumat...Click...
IMMAGINE FUORI TESTO. Sedicenti "sonderkommandos". A sin.Vanzini con Brumat, a dex venezia salomone in coppia con pezzetti marcello...Click...
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'anonimo stroncatore della “testimonianza oculare” di Enrico Vanzini (vedi qui) chiude il suo articolo con questo commento:

«Per parte nostra avvertiamo il dovere di prendere le distanze da un testo così censurabile, per almeno tre validi motivi. Il primo, per tutelare la testimonianza faticosa, dolorosa, impegnata, appassionata di tanti ex deportati nei campi nazisti che a dispetto dell’età ancora si prestano a raccontare con correttezza e dignità ai giovani la propria tragica esperienza. Il secondo, per non fornire su un piatto d’argento argomenti al negazionismo e ai denigratori degli ex deportati. Il terzo, per tutelare la memoria dei tanti, italiani e di altre decine di nazionalità, che da Dachau e dagli altri campi di Hitler non sono tornati».

Ma il motivo più importante è che si tratta di una evidente falsa testimonianza. E che pensare degli “educatori” che invitano il testimone nelle scuole per raccontare agli studenti autentiche fandonie su Dachau? Quando gli studenti che lo hanno ascoltato commossi, magari con le lacrime agli occhi, scopriranno di essere stati presi (volontariamente o involontariamente) per i fondelli, come reagiranno? Come dirò sotto, qui la faccenda può assumere un aspetto molto inquietante per gli “educatori”.

Non voglio infierire ulteriormente su Vanzini. Anch'io gli riconosco, non «il diritto», cosa ovviamente assurda, ma la possibilità «di confondere il visto con il sentito dire, l’esperienza del proprio campo con quanto appreso in questi decenni a proposito di altri campi» e concordo anche pienamente sul fatto che la colpa non è dell'ex deportato, ma di coloro che prendono per oro colato le sue affermazioni:

«Di certo qualsiasi giornalista degno di questo nome prima di pubblicare affermazioni di quel tenore avrebbe avuto il dovere di verificarle: stiamo parlando di Dachau, uno dei Lager nazisti più studiati, sul quale esiste una autentica montagna di ricerche e di testimonianze. Una verifica sarebbe stata più che agevole, e avrebbe evitato di esporre oggi un ex deportato, una persona che ha già vissuto un terribile dramma nella propria vita, a una critica severa».

Tanto per cominciare, dovunque in rete si possano reperire informazioni sul nostro testimone, appaiono puntualmente due errori grossolani. Con un cretinismo linguistico degno dei ridicoli anglo-americanismi che devastano la nostra lingua, Vanzini viene definito “l'ultimo Sonderkommando”: non ho ancora capito se si tratta di una sineddoche idiota oppure se è semplice frutto dell'ignoranza del significato del termine tedesco, che designa, come è noto, una squadra speciale.

Il secondo errore riguarda la permanenza di Vanzini a Dachau: dappertutto si parla di 7 mesi.

 

Immagine 1
Immagine 1
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A quanto pare, nessuno ha avuto quantomeno la curiosità di cercare informazioni sull'internamento del testimone a Dachau. La cosa non è neppure difficile; con un po' di pazienza, si arriva al sito Searching Dachau Concentration Camp Records in One Step; attraverso il numero di matricola di Vanzini, 123343, si ottiene questa scheda, a nome Vancini Enrico (vedi Immagine 1) [scritto Vancini nell'originale]

Come si vede, il nostro testimone fu internato a Dachau il 9 novembre 1944, perciò rimase in questo campo, fino all'arrivo degli Americani (29 aprile), per poco più di cinque mesi e mezzo. Questa precisazione, come spiegherò sotto, è molto più importante di quanto possa apparire a prima vista. Incredibilmente, Vanzini si è fatto influenzare da questa diceria mediatica e l'ha ripetuta egli stesso nell'intervista da lui concessa Tele Pace1.

La scheda informativa sul testimone pone un altro problema: Vanzini vi figura liberato al campo di Sachsenhausen: egli fu trasferito da Dachau a Sachsenhausen? A lui la risposta.

La sua testimonianza si incentra sui due aspetti olocaustici di rilievo: i forni crematori e la “camera a gas”.

In un video reperibile in rete2, Vanzini, intervistato da Roberto Brumat, dichiara quanto segue (trascrizione mia):

«Una mattina mi chiamano, vado fuori, io e un francese, e là mi hanno detto di andare, che dovevo andare a lavorare nei forni crematori. Io era la prima volta, sentivo sì di questi forni, ma non siamo mai stati dentro, perché dentro quei forni c'erano due anziani di... erano tedeschi, ma non erano né militari né delle SS né della Wehrmacht, erano due, diciamo, gente comune, due, che questi anziani avevano più di settant'anni e facevano questo mestiere.

Siccome che dopo ci hanno messo noi, perché? perché li hanno trasferiti a Monaco per altri lavori, quindi non c'era più nessuno e allora ci hanno preso noi, eravamo costretti a fare quello che facevano quei due... quei due borghesi. E là era una cosa, una cosa che io non so... Tutti i giorni che andavo dentro mi cominciava il mal di testa, perché c'era un odore... là si bruciavano duecento e passa cadaveri dentro a questi forni e era una cosa che non so come si faceva a sopportare, eppure... [...]

Domanda – Tu sei entrato anche nella camere a gas.

Sì, è stato una volta, allora un giorno che si lavorava là, una mattina, mi dicono “Bisogna andare dentro qua”, no, e io ho detto “Mamma mia, ma questa qua è la camera a gas...”. Dicevano che c'erano i bagni e sono arrivati un treno di Ebrei, questi poveretti li hanno messi dentro dicendo che [incomprensibile; a senso: “dovevano fare la doccia”] invece la doccia non era quella, io sapevo che era da un'altra parte. Ho detto “Ma come mai?”. Al mattino ci hanno detto di andare là, apro, si sentiva ancora un odore di gas e ci mandavano dentro senza una mascherina né niente e cosa facevano? Ci han detto di tirarli fuori e c'erano una sessantina di morti uno avvinghiato all'altro proprio che... come sentivano che morivano, ci mancava la vita, no, si stringevano, non eravamo neppure più capaci di distaccarli, al mattino, e quindi poveretti... una sessantina li abbiamo buttati nei forni per bruciarli».

Altrove si legge quanto segue:

«Quando sente del testamento di Priebke e della negazione dell’esistenza delle camere a gas si infuria. Lo racconta nel libro: “E’ stata una scena agghiacciante, non sapevo dell’esistenza della camera a gas, non sapevo cosa fosse una camera a gas; ed era lì, una cameretta oltre lo stanzone dei forni. Sono entrato in quell’inferno alle 5,30 del mattino. Dentro c’era un forte odore di gas, così le SS ci hanno fatto indossare una mascherina da chirurgo per poter respirare. C’era un’atmosfera spettrale, con quattro lucine accese in alto sugli angoli del locale. Li abbiamo trovati abbracciati gli uni agli altri, avvinghiati così forte che non eravamo capaci di staccarli dalla stretta che li aveva uniti quando si erano sentiti morire. Erano ebrei, poveretti come noi. Sessanta uomini di ogni età, erano ancora attaccati, uno all’altro, era qualcosa che ti spaccava il cuore…”»3

Nell'intervista a Tele Pace Vanzini fornisce qualche altro ragguaglio sui forni crematori di Dachau (trascrizione mia):

«... ho visto questi forni che c'era un fuoco... può darsi anche magari 1000 gradi, chi lo sa, perché se si buttava una persona in cinque minuti...».

Segue un farfugliamento incomprensibile, ma il senso dovrebbe essere che la temperatura nei forni era talmente alta che i corpi si disfacevano in cinque minuti.

Indi il testimone descrive la tecnica di caricamento dei forni:

«Quando si buttava dentro [?] questa gente, li mettevamo sulle grate [?] e poi si alzava fino a quando che c'era forza e dopo le forze mancavano e allora cosa han fatto? han fatto che han messo come una leva [?], si tirava, si alzava [?] e andavano dentro al forno...».

Non commento per carità cristiana.

In un altro video4 il nostro testimone ci informa che ogni notte nei forni furono cremati da 200 a 280 cadaveri, dalle 7 di sera alle 7 di mattina. Perciò questi prodigiosi forni di Dachau potevano cremare quasi 6 cadaveri all'ora, o, se si vuole, un cadavere ogni 10 minuti.

Più che di fandonie, qui bisognerebbe parlare di panzane colossali. Dalle sue parole scarne, incerte e confuse risulta indubitabilmente che Vanzini non ha la più pallida idea di come funzionassero i forni crematori di Dachau.

Ma qui non voglio entrare in polemica. Mi limito a dare qualche suggerimento agli studenti che si dovranno ancora sorbire i suoi monologhi. Chiedete, dunque al testimone:

– qual era la ditta costruttrice dei forni
– con quale combustibile venivano riscaldati
– in che modo avveniva l'accensione
– in che modo i cadaveri venivano caricati in un forno (la sua espressione tipica per questa operazione è “buttare dentro” i cadaveri!)
– come si svolgeva il processo di cremazione
– quanto tempo durava una cremazione
– se avvenivano cremazioni di più cadaveri insieme
– che cosa restava dei cadaveri alla fine della cremazione
– dove finivano i residui dei cadaveri
– in che modo questi residui venivano estratti dal forno
– in che modo egli regolava il processo di cremazione usando la serranda del fumo e le rosette dell'aria di combustione
– dove era posizionata la serranda del fumo
– a che cosa servivano i quattro sportelli laterali dei forni
– a che cosa servivano i dispositivi “a ghigliottina” collocati sopra le porte di introduzione dei forni
– come funzionavano i gasogeni
– ogni quanto tempo e in che modo egli effettuava la pulizia delle griglie dei gasogeni.
Domandine facili facili, per uno che pretende di aver cremato in questi forni (facendo il conto della lavandaia) all'incirca 3.600 cadaveri in 15 giorni!

Si possono aggiungere altre domande sulla “camera a gas”:

– con quale gas funzionava
– come veniva immesso nel locale
– come il testimone portò i circa 60 cadaveri dalla “camera a gas” alla sala forni.

Chiedete, e ascoltate le risposte...

La storia dell'assegnazione di Vanzini al crematorio per 15 giorni è chiaramente assurda. La sua pretesa che quattro forni fossero serviti normalmente da due persone, nonostante l'enorme mole di cadaveri da cremare, è insensata; le SS avrebbero disposto come minimo quattro detenuti, più sensatamente otto, due per ogni forno.

E si può credere seriamente che al crematorio di Dachau esistesse davvero un “Sonderkommando” di due persone?

Il fatto che i due fochisti anziani fossero stati trasferiti da Dachau senza prima affiancare loro un'altra squadra di detenuti da istruire sul funzionamento dei forni, è ancora più insensato. Come poterono Vanzini e il detenuto francese effettuare le cremazioni? Chi spiegò loro come funzionavano i forni? E che cosa accadde dopo i 15 giorni di servizio ai forni? Vanzini e il detenuto francese furono congedati senza neppure vedere il nuovo “Sonderkommando”? E da chi fu istruito quest'ultimo sul funzionamento degli impianti?

La sua affermazione circa l'odore della “carne bruciata” nella sala forni, che ricorre in quasi tutte le interviste, non ha alcun fondamento, perché i quattro forni agivano come enormi ventilatori che aspiravano l'aria della sala ed erano in depressione rispetto ad essa. Entrava aria, non usciva fumo.

Ma la smentita più clamorosa della fandonia di Vanzini è la dichiarazione resa il 10 novembre 1945 da Eugen Seibold, un ex detenuto che lavorò al crematorio di Dachau da quando entrò in funzione alla fine. Me ne occuperò in un altro articolo.

E che dire della “camera a gas”? Finalmente i fautori del suo impiego effettivo hanno trovato un altro “testimone oculare”. Bene, inviate questa testimonianza alla direttrice del KZ-Gedenkstätte in Dachau, signora Gabriele Hammermann, e ascoltate la risposta.

La “descrizione” di questa “camera a gas” è altrettanto scarna, incerta e confusa. Senza entrare troppo nei dettagli, manca qualunque traccia di cronologia. Il testimone a fatica riesce a collocare la “camera a gas” nell'edificio del crematorio, ma non dice dove si trovava né come era fatta: che cosa la contraddistingueva come “camera a gas”? Egli sentì subito «un odore di gas»: di quale gas”? Se fosse stato acido cianidrico, il principio attivo dello Zyklon B, egli ora non sarebbe qui a raccontare le sue storie fantastiche.

Egli entrò nella “camera a gas” «senza una mascherina» o, contraddittoriamente, con «una mascherina da chirurgo» (Valentina Pisanty, con la sua immensa scienza semantica, riuscirà senza dubbio a trovare una spiegazione), la quale, in caso di presenza di vapori di acido cianidrico, sarebbe stata assolutamente inutile. La “gasazione” del trasporto ebraico avvenne perché si trattava, appunto, di Ebrei. Qualcuno dovrebbe informare il buon Vanzini che Himmler (secondo la storiografia olocaustica) aveva ordinato la “fine delle gasazioni” alla fine di ottobre e che esse ad Auschwitz erano cessate il 2 novembre, prima che il nostro testimone mettesse piede a Dachau.

Nell'intervista a Tele Pace, Vanzini dice che i Tedeschi «aprivano il gas»: “aprivano” quale gas e come?

Anche la storia della “camera a gas” è dunque un racconto di pura fantasia.

Le fandonie del nostro testimone riguardano tuttavia tutti gli aspetti della vita nel campo di Dachau, a cominciare dal vitto.

Vanzini afferma a questo riguardo che «il vitto era una cosa, una cosa proprio che ripugnava»; al mattino gli diedero del “thé”: «era color verde, c'era perfino la schiuma verde sopra, allora sono andato là, l'ho presa, ho fatto per berla, mamma mia!» (intervista a Tele Pace).

In un altro video egli definisce il vitto «una porcheria» in cui sguazzavano dei «vermi»; alla sua baracca furono portati dei pentoloni contenenti un' «acqua» ripugnante che sembrava presa da un «pozzo nero»; inoltre gli fu dato «un pezzettino di pane nero» e un pezzetto di margarina, «mezza rossa e mezza bianca», altrettanto ripugnante5. A quanto pare, questa era la cena; il pranzo consisteva sempre in un' «acqua verde» nella quale c'erano «vermi che giravano» e «se non mangiavi quella non c'era più niente»6.

Immagine 2:Click...
Immagine 2: Click...
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Ecco le razioni alimentari come sono riportate nella storia ufficiale Il Campo di Concentramento di Dachau 1933-1945. Comitato Internazionale di Dachau, 1978, p. 128 (Immagine 2)

Si consideri che le razioni “reali” sono filtrate attraverso il normale coefficiente di esagerazione/sottovalutazione.

Carlo Mattogno

1 L'Ultimo Sonderkommando Italiano. Tele Pace, https://www.youtube.com/watch?v=Sb0AlFYIGqg.

2 https://www.youtube.com/watch?v=MTrczxa-pWI

http://www.unipd.it/ilbo/content/sonderkommando-dachau-intervista-enrico-vanzini-0

3 L'ultimo sonderkommando itall'ultimo sonderkommando italiano. Testimonianza di un sopravvissuto a Dachau, in: https://lultimosonderkommandoitaliano.wordpress.com/.

4https://www.youtube.com/watch?v=0NNCK_dap6M.

5 Per non dimenticare, in: https://www.youtube.com/watch?v=226FmStFDVk.

6 https://www.youtube.com/watch?v=LSjI5iIszfw.

 


Additional information about this document
Property Value
Author(s): Olodogma
Title: Carlo Mattogno su Enrico Vanzini, “l'ultimo Sonderkommando”
Sources:
n/a
Contributions:
n/a
Published: 2015-02-24
First posted on CODOH: Nov. 18, 2018, 5:48 p.m.
Last revision:
n/a
Comments:
n/a
Appears In:
Mirrors:
Download:
n/a