L'infezione dei cervelli (tedeschi) ! La fine dell'Europa, il ruolo dell'ebraismo...di Gianantonio Valli
Published: 2015-03-01

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Del come infettare il cervello (dei Tedeschi)

Il Dott. Valli in una recente, 25.10.14, presentazione di una sua opera. Click...
Il Dott. Valli in una recente, 25.10.14, presentazione di una sua opera. Click...
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Il testo è un estratto, pagg.628-637, da Gianantonio Valli, La fine dell'Europa, il ruolo dell'ebraismo, seconda edizione, corretta e ampliata, 2011, effepi, Genova. La pubblicazione avviene col consenso dell'Autore, che ringraziamo per l'assistenza e la goyish disponibilità. Olodogma

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(...)  Se, come abbiamo visto, è dalla primavera 1941 che si pale­sa­no, col buon TNK [si intenda l'ebreo kaufman nathan-newman theodor, ndolo], gli intendimenti della strategia post-bellica angloamericana nei con­fronti del popolo tedesco, è dalla fine del 1943 che essa assume dignità «scientifi­ca» attraverso i più illustri docenti delle discipline psicologi­che, psichiatri­che, antro­po­logiche, sociologiche, storiche, nonché attraverso numerosi numerosi «esperti spe­ciali» nei settori delle scienze educative, economiche e politiche del Paese di Dio.

      Uno dei massimi prodotti di tali think tanks, situati per la quasi totalità nelle metropoli della Costa Orientale, è il convegno organizzato dal Joint Committee of Post-War Planning, Comitato Unificato per la Pianificazione Postbellica, al Col­le­ge of Physi­cians and Surgeons della Colum­bia University, rettore Willard C. Rappleye, nei giorni 29 e 30 aprile, 6, 20 e 21 maggio e 4 giugno 1944 (assistenti e stenografe M. Weiss, Myra Ellenbogen ed Ellen G. Penhell). Solo due giorni dopo, il 6 giugno, lo sbar­co in Nor­man­dia si sarebbe incaricato di porre le premesse per appli­care quegli elaborati sul solito corpo­re vili. A riassume­re il dibat­tito ci è rimasto il pro­tocollo (Abstract) stilato da un'apposita sottocommis­sione del JCPP, affiancato da undici specifi­ci allegati:

Introduzione,
L'approccio psicoculturale,
Le costanti del carattere nazionale tedesco,
Specifiche applicazioni delle costanti del carattere nazionale tedesco,
Il problema dei mutamenti istituzionali controllati,
Le procedure a breve termine nel trattamento della Germania (le dirette conseguenze della guerra),
Le procedure a lungo termine del trattamento della Germania (lo sviluppo positivo della pace),
Considerazioni economiche e politiche,
I problemi del trattamento della Germania alla luce delle motivazioni che sostanziano una democrazia,
Le possibili reazioni del popolo americano,
Rilievi finali.

 Le principali organizzazioni rappresentate al convegno sono l'American Associa­tion of Mental Deficiency, l'American Branch of the International League Against Epilepsy, l'American Neurological Association, l'American Ortopsychiatric Associa­tion, l'American Psychiatric Association, l'American Society for Research in Psycho­so­matic Problems e il National Committee for Mental Hygiene.

      Tra i membri delegati ricordiamo in ordine alfabetico e senza distinzione tra Arruolati veri e goyish: Theodore Abel, docen­te di sociologia alla Columbia Univer­sity; Franz Alexander, direttore dell'Institute of Psychoanal­ysis di Chicago; Alvan L. Barach, docente asso­cia­to di Medicina Clinica al College of Physicians and Surge­ons della Columbia; Lauretta Bender, capo psichia­tra della Children's Ward del new­yorkese Bellevue Hospital; Siney Biddie, medico a Filadel­fia; Carl Bin­ger, docente di Psichiatria Clinica al newyorke­se Cor­nell Medical Col­lege; il già detto Richard M. Brickner, docente di Neurologia Clinica al CPS della Co­lum­bia; Lyman Bryson, docente di Scienza dell'Educazione alla Columbia; D. Ewen Cameron, docente di Psichiatria alla McGill U­niversity di Montreal; Frank S. Chur­chill, già consulente del tribunale minorile di Chicago e dell'American Pediatric Society; Richard S. Cruchfield, docente di Psicolo­gia al pennsylvaniano Swarthmore College; Lawrence K. Frank, presidente del JCPP; Frank Fremon-Smith, medico a New York; Thomas M. French, direttore associato dell'Institute for Psychoanalysis; M.R. Harrower-Erickson, del dipartimento di Neu­ro­psichiatria dell'Univer­sità del Wisconsin;

      Ives Hendrick, medico non meglio specificato di Boston; Edward J. Hum­phreys, direttore del Department of Research and Training in Mental Deficiency della Commissione Ospe­daliera Statale del Michigan; Marion E. Kenworthy, direttore del dipartimento di Igiene Mentale e docente di Psichiatria alla newyorkese School of Social Work; Lawrence S. Kubie, membro del Sottocomi­tato di Psichiatria del National Research Council; Bertram Dexter Levin, medico a New York; Lawson G. Lowrey, direttore dell'American Journal of Or­thopsychiatry; Marion McBee, segreta­rio esecutivo del JCPP, membro del Na­tio­nal Commitee on Mental Hygiene; Marga­ret Mead, Associa­te Curator of Anthro­pology dell'American Museum of Natural Hi­story; Adolf Meyer, docente emerito di Psichia­tria alla Johns Hopkins University di Baltimora; John A.P. Millet, presidente dell'Emer­gency Committee of Neuro-Psychia­tric Societies; Gardner Mur­phy, docente di Psicologia al newyorkese College of the City; Harry A. Overstre­et, docente emeri­to di Filosofia allo stesso College; il noto sociologo Talcott Parsons, docente ad Harvard; Tracy J. Putnam, docente di Neurologia al CPS della Columbia; George Stevenson, direttore medico del NCMH.

      Tra i consulenti e gli ospiti: Mildred Adams, Frederica Barach, Jane Belo Tan­nen­baum, Gustav Bychowski, Malcolm Davis, Frederick Foerster, Hans Ernst Fried, Ralph Gerad, Heinz Hartmann, Seward Hiltner, Edith Jackson, I.L. Kandel, Robert P. Knight, Walter Kotchnigg, Ernst Kris, Ruth Larned, Mary Woodward Lasker, Le­wis Lorwin, Samuel D. Marble, Jo­siah P. Marvel, Rhoda Metraux, Eugene Isaac Me­yer, Anne Page, John H.G. Pierson­, Koppel Pinson, Reinhold Schai­rer, Sigrid Schultz, Frank Tannenbaum, Sigrid Und­set, Robert Waelder. Tra i collaboratori speciali, molti dei quali divenuti rinomati nel dopoguerra nei campi della psicanalisi, della biologia e dell'antropologia: Gregory Bateson, Ruth Benedict, Gothard C. Booth, Milton Erickson, Erik Erikson, Ladi­slas Farago, Erich Fromm, Geoffrey Gorer, Elizabeth Hellersberg, Marianne Kris, Alfred Metraux, Laura Thompson, etc.

      Questo, in otto paragrafi, l'Abstract del dibattito (riportato e da noi tradotto dall'opera di Helmuth Mos­berg), punto di riferi­mento obbligato per ogni Rieducatore:

      Introduzione: «Il presente rapporto riassume in linguaggio corrente i risultati di un convegno sul­la pianificazione postbellica organizzato dal Joint Committee of Post-War Plan­ning. Il convegno nacque dalla convinzione che una pace duratura con la Germa­nia richiederà ben altro che misure unicamente militari, politiche o economi­che, o anche una loro combinazione. Essa richiederà una trasformazione dei tedeschi nel loro più intimo nòcciolo. Solo ora si comincia a riconoscere che il nazismo è una espres­sione delle idealità e delle disposizioni comportamentali che da secoli dominano la massi­ma parte dei tedeschi. I suoi rovinosi e innaturali fondamenti hanno pro­dot­to tali orrori e distruzione universali che si rendono necessarie misure in grado di anni­entare le forze che ne sono alla base, in modo che il mondo sia in futuro garantito contro un loro risorgere. Le nostre disposizioni comportamen­tali americane e demo­cra­tiche ci fanno credere che quanto i popoli pensano e fanno nei loro paesi non sia affar nostro. Noi abbiamo però riscontrato che questo nostro atteggiamento non è sem­pre giusto. Il pensiero e il comporta­mento che da generazioni ca­rat­terizzano il po­po­lo tedesco hanno in sé le motivazioni che hanno portato i tedeschi a ripetute aggressioni fuori dei loro confini; di necessità, quindi, le questioni tedesche sono diventate questioni nostre. L'aggressività tedesca nasce dal carattere tedesco.

      Le tendenze caratteriali tedesche di cui stiamo trattando non sono innate, ma so­no state acquisite con la pratica e l'educazione. In ogni cultura il carattere viene formato attraverso le istituzioni, nelle quali l'individuo trova la possibilità di estrinsecare se stesso. Un'istituzione è un concetto concretizzato per tutti i modelli tradizionali di comportamento, lingua, fede e sentimenti che i popoli hanno sviluppato nella storia per trovare una propria via verso l'ordine sociale, per regolamentare il comportamen­to umano e per adempiere agli eterni doveri della vita. Le istituzioni formano il carat­tere, il carattere rende durature le istituzioni. Il convegno è stato del parere che la nostra unica speranza di evitare il riesplodere di questo irresistibile impulso tedesco – l'impulso cioè di aggredire e distruggere, questa incredibile ricaduta nella barba­rie e nell'orrore – sta nell'affrontare con decisione, fermezza e animosità il problema tedesco e nell'impegnare ogni mezzo a disposizione per giun­gere a trasformare, pro­gressivamente e dure­vol­mente, il carattere tedesco».

      Obiettivi: «Il compito principale di questo convegno è stato perciò, soprattutto perché è stato formato da esperti nelle scienze psicologiche, di descrivere l'essenza del carattere tedesco e del suo possibile comportamento dopo la sconfitta e la ristruttura­zione postbellica; di richiamare l'attenzione sui pericoli che devono essere riconosciu­ti e sui benefici che possono essere assicu­rati usando determinati mo­delli di compor­ta­mento e pianificazio­ne; e, infine, di indagare sui metodi e sulle possibilità per giungere a trasformare durevolmente il carattere dei tedeschi. A parere del convegno la maggioran­za dei fatti esaminati ha indicato che è possibile trasformare gli aspetti pericolosi del caratte­re tedesco».

      Orientamento - Le basi culturali del carattere nazionale: «Il quadro del caratte­re tedesco è stato delineato come segue: i tedeschi sono un popolo molto attento alle questioni di gerarchia. Chi comanda e chi viene comandato, queste sono questioni di primaria importanza. Il più alto in grado domi­na sul più basso, il più basso è sotto­mes­so al più alto. Su questa base è stata imposta­ta la società tedesca per generazioni, attraverso sentimenti di dominio e di sottomissio­ne. Il tedesco comanda o viene co­manda­to. Questo aspetto lo si evidenzia [an­che] all'interno della famiglia, ove il padre domina la moglie e i figli. Quando è fuori casa, il padre obbedisce al suo supe­riore, mentre la madre sacrifica le proprie attitudini alla cura dei figli, sull'altare dell'obbedienza al padre. In una siffatta società la qualità più apprezzata è la capacità di comando. In tal modo il comando – in casa, a scuola, ne­gli affari e nell'ammini­stra­zione statale – è il modo d'essere riconosciuto ed atteso. C'è tuttavia nel carattere tedesco un conflitto interiore profondamente radi­cato: come risultato della rigorosa gerarchizzazione del rango e del potere il tedesco tipico cerca di giustificarsi in modo poco realistico, si volge a comporta­menti con­trapposti e com­pie le peggiori esagera­zioni, che giustifica come e­spressione di alte idealità. Un se­con­do aspetto di tale sorprendente conflitto interiore può essere visto nel sentimentali­smo e nella propen­sio­ne per la musica, tipici dei tedeschi.

      Data tale situazione, non sorprende la storia politica tedesca. La rappresenta­zione che i tedeschi hanno di se stessi è quella di una nazione di dominatori; la sola alter­na­tiva al dominio è la sottomissione. O guerra totale o sconfitta totale; o gloria o vergogna. I tedeschi non hanno mai raggiunto l'ideale del compromesso, dell'adatta­men­to reciproco e della collaborazione paritaria con gli altri [popoli]. Le manifesta­zio­ni di tale conflitto caratteriale sono evidenti nel comportamento nazionale in tratti che s'apparentano a quelli che possiamo osservare nei malati di mente. Perciò l'indi­vi­duo può essere portato a vivere in un'eterna ansia del "nemico" e a sentire il biso­gno di mantenersi forte abbastanza per vincerlo. Le rappresenta­zioni che il tedesco ha del suo mondo non sono quelle di esseri simili, coi quali collaborare; la rappre­sen­ta­zione che ha della pace non è mai quella di uno stato di cose duraturo. La pace comporta sempre, per lui, un'attesa ansiosa e la preparazione alla guerra.

      È opinione concorde del convegno che se pure è necessario adottare misure mi­li­tari, politiche o economiche, tutte devono però essere pianificate con lo scopo di aiutare i tedeschi a formarsi un nuovo quadro di sé, che sostituisca al dovere di do­mi­nare il mondo la volontà di collaborare con le altre nazioni».

      Approccio al problema: «Quanto al problema di come gestire il dopoguerra, il convegno è stato unanime nel chiarire che esso non si è proposto di sostituirsi all'uo­mo politico, quanto piuttosto di analizzare i passi politici nell'ottica dei loro possibili effetti sul popolo tedesco e su quello americano. Le seguenti conclusioni riposano, ovviamente, sulla premessa di una prossima, totale disfatta dell'esercito tedesco. Si è concordato che talune misure dovranno essere di natura temporanea e imperativa, decise in particolare da organismi militari, mentre altre di più ampia portata dovranno essere pianificate e attuate soprattutto dalle ammi­nistrazioni civili delle Potenze alleate. Queste prime misure devono essere attenta­­mente pensate in relazione ad una sistemazione di lungo periodo. Una corretta esecu­zione delle misure militari porrà le premesse per il successo delle ulteriori misure [politiche]. Il contrario è altrettanto vero. Entrambe le modalità non sono che le tappe di una rivoluzione gigantesca e ine­vitabile nell'am­bito della risistemazione del mondo. Entrambe le tappe vanno pen­sate in primo luogo nell'ottica degli effetti che avranno sul carattere dei tedeschi, perché soltanto se si arriva a riorientare struttural­mente il carattere dei tedeschi il mondo potrà essere reso sicuro per la democrazia. Questo principio è altrettanto indispensa­bile per le tappe militari, politiche ed economiche della risistemazione».

      Piani a breve termine: «Il convegno è stato unanime nel segnalare l'utilità fonda­mentale dei seguenti prov­vedimenti, che considera più o meno logici e conseguenti:

  1. L'esercito tedesco deve essere totalmente e completamente battuto sul campo, distruggen­done con ciò la reputazione.
  2. Le condizioni armistiziali non devono pre­ve­dere nessun compromesso, ma si deve esigere che il vinto si sottometta totalmente al volere del vincitore.
  3. Il concetto di "resa incondizionata" deve significare ben più della semplice resa di soldati, armi e materiale bellico: dovrà essere visto come atto di resa dell'in­te­ra sovranità tedesca. Questo vuol dire che il tedesco dovrà sentire nell'intimo che il governo tedesco ed il Reich hanno cessato di esistere, e che la loro futura ristruttu­ra­zione quale entità o stato sovrano dipende dal fatto che si siano formate personalità e istitu­zio­ni forti e responsabili, sulla cui autorità e colla­bo­razione il resto del mondo civile potrà confidare e i cui atti saranno approvati dal mondo civi­le.
  4. Gli Alleati non dovranno sottoscrivere impegni di sorta quanto ai piani futuri sul man­teni­mento o meno dei propri eserciti [sul territorio tedesco].
  5. I responsabili di crimini contro l'umanità e il diritto internazio­nale verranno processati. Il popolo tedesco si attende che vengano fatti passi in questa direzione. Se le attese andranno deluse, il nocciolo duro del partito nazista otterrà un nuovo, spettacolare successo. Al quesito "chi portare in giudizio?" possiamo rispon­dere solo se conside­ria­mo ciò che sta al fondo del problema: cosa ha turbato la Germania? Ab­biamo cer­cato di chia­rire che non dobbiamo aspettarci una frattura fra il governo e il popolo tedesco. L'uno s'appoggia all'altro. Le accuse sulla responsabili­tà della guerra non possono logicamente limitarsi al governo sen­za con ciò assolve­re il popo­lo. Per qual­che tempo i processi e le punizioni devono essere estesi a tutta la popola­zione, per chiarire una volta per tutte che i fautori delle antiche tradizioni culturali non devono considerarsi innocenti solo perché sono sta­ti capi di basso rango o non han­no imparti­to ordini. Le norme penali non posso­no però essere eguali per tutti. Fin­ché sia ragio­ne­vol­mente possibile, la pena dev'essere adeguata al tipo di crimine, al grado di responsabili­tà e all'efferatezza dimostrata dall'autore del misfatto.
  6. Il potere per l'applicazione delle misure di emergenza resta nelle mani delle auto­ri­tà militari alleate, mentre la loro effettiva applicazione resta nelle mani degli amministratori civili tedeschi, preferibil­mente di quelli formatisi nei settori lavorativi e nei diversi campi operativi della Croce Rossa. Sottolineiamo in particolare il punto che la gestio­ne dell'assisten­za dev'essere affidata a organizzazio­ni nelle quali sia possibile privile­giare il ruolo delle donne, piuttosto che a quelle guidate e ammini­strate da maschi. Deve inoltre essere autorizzata la partecipazione di persone di altre nazionali­tà che vogliano collaborare di buon grado con le autorità tedesche. Dobbia­mo anche dire che un personale ausi­lia­rio similare potrebbe essere reclutato nei paesi neutra­li o nelle file dei quaccheri [adepti di ideologie paci-mondialiste].
  7. Occorre vigilare contro la possibilità che scoppino disordini fino a ribellioni e spargimen­to di sangue, nonché vere e proprie rivoluzioni clandestinamente organiz­zate. Non dobbiamo scordare l'abilità dimostrata dai tedeschi nell'ideare metodi per ingannare i nemici e nel generare pregiudizi attraverso la creazione di capri espiatori. Una vera rivo­lu­zione in proposito depure­reb­be il carattere tedesco e permet­te­rebbe l'introduzio­ne di una dieta più sana; ma ogni segno di attività rivoluziona­ria deve essere guardato con diffidenza, perché è possibile che venga ideata per celare attività clandestine. Di più, tali contrasti potrebbero facilmente produrre sensi di pentimento e comportamen­to da martiri, cose che potrebbero ingannare coloro cui compete valutare la situazione e ripristinare l'ordine.
  8. La durata della risistemazione a breve termine non sarà stabilita in anticipo, ma sarà in relazione col comportamento dei tedeschi».

      Piani a lungo termine: «Quando la polvere della guerra si sarà posata e il pro­gram­ma di ricostru­zio­ne sarà avviato, sarà il momento di dare inizio a quanto previ­sto dalla pianificazione di lungo periodo. Il convegno è stato concorde su alcune diret­tive di fondo, basate sulla conoscenza del carattere tedesco e sugli obiettivi da raggiunge­re nel lungo periodo. Dato che il convegno si attende una totale vit­toria degli Alleati, dopo fervido dibattere è giunto a concludere che a questa vittoria non deve seguire l'annienta­mento del popolo tedesco, ma piuttosto la trasfor­mazione sostanziale della sua struttu­ra caratteriale, dalla quale trasformazione dovreb­be nascere una forma di governo tede­sco più duttile, amante della pace e accettabile. Da tale premessa scaturisce la neces­si­tà di un programma di lungo periodo per rein­se­rire con successo tra gli altri popoli un popolo tedesco punito sì, ma soprattutto mutato. Per conseguire con suc­ces­so tale risultato, si è convenuti sui seguenti princìpi:

  1. Devono essere trovati mezzi e metodi per conservare nel popolo tedesco una sti­ma realistica di sé, sulla quale potranno essere poste nuove fondamenta per rico­struire le istituzioni, la società e infine la vita politica.
  2. Il lavoro per ricostruire il carattere tedesco e le istituzioni tedesche deve essere compiuto dai tedeschi stessi e non dai vincitori.
  3. Non è opportuno né foriero di successo cercare di volgere i tedeschi a formula­zioni unicamente ideologiche di democrazia. Non è questa la chiave per trasformare con successo il loro carattere e le loro istituzioni. Ciò che auspichia­mo è una comuni­tà di tedeschi che desiderano i valori della democrazia e capiscono che debbono creare tali valori da se stessi.
  4. L'intero sistema di formazione militare con le diverse istituzioni militari deve essere abolito. La concezione di una Germania che sia inscindibile da un potente ap­pa­rato mi­litare e da scopi militaristi dev'essere scalzata alle basi e distrutta.
  5. L'intero sistema educativo tedesco va ristrutturato al fine di ottenere il maggior grado possibile di decentralizzazione e abolire la gerarchia dettata a livello centrale.
  6. L'intero sistema d'istruzione deve essere indirizzato allo sviluppo del pensiero indipenden­te, alla considerazione dei contributi della società e al disprezzo per la gerarchia in sé. Va posto l'accento sull'importanza di un mondo unificato e della collaborazio­ne [fra i popoli].
  7. Occorre istituire centri per l'educazione degli adolescenti, con programmi auto­rizzati dalle autorità alleate responsabili per il settore educativo.
  8. Occorre introdurre un programma per un'adeguata preparazione del corpo do­cente,­ con pre­cise disposizioni per gli istituti di formazione dei docenti, i cui piani di insegnamento dovranno essere autorizzati dagli Alleati. Se possibile, do­vreb­be essere introdotto un maggior numero di donne insegnanti, dato che troppo facilmente i maschi inclinano a diventare generali delusi.
  9. Ogni possibile incoraggiamento per la riforma dei loro vecchi usi e costumi do­vreb­be essere lasciato ai singoli Länder, i quali svilupperanno da se stessi pro­gram­mi per gare sportive, danze popolari, musica e altro.
  10. Gli edifici scolastici dovrebbe­ro essere utilizzati come centri sociali, ove siano disponibili tutte le possibili preven­zioni mediche, i consigli e le cure per l'assistenza ai bambini, compresi i pro­grammi come "un latte migliore per i piccoli" e gruppi di di­scussione sull'educa­zione dei figli e sui rapporti figli-genitori. In tal modo tali istituzioni servirebbero a rafforzare la fiducia delle madri nel nuovo sistema scolasti­co e a creare in loro una nuova fiducia in se stesse.
  11. Occorre introdurre mutamenti sociali e politici che perseguano l'o­biettivo di un nuovo e più liberale sistema educativo.
  12. Il principio dei diritti dei singoli Länder deve essere rivitalizzato come mezzo contro la tendenza verso un go­ver­no centralizzato e gerarchico.
  13. Occorre sviluppare un'equilibrata economia di piano col pieno sfruttamento delle risorse agricole e industriali, ma con l'obiettivo di sovvenire con tale pianifica­zione ai bisogni di altri paesi piuttosto che di rendere la Germania superiore ad essi o indipendente in qualche settore produttivo.
  14. La stampa, la radio, il teatro, il cinema e le chiese devono essere sottratte al controllo del governo.
  15. L'esercizio dei mezzi di comunicazione internazionale (telegra­fo, radio, aviazione, marina commerciale, etc.) devono dipendere a tempo indefinito da una commissione alleata.
  16. Devono essere rese accessibili alle donne tutte le possibilità di formazione professionale e di lavoro. Tale politica infrangerà il vecchio modo di pensare, cosic­ché la capacità di guadagnarsi la vita dovrà dipendere più dalla produttività dell'indi­vi­duo che dal suo sesso.
  17. Occorre ottenere una maggiore presenza dei gruppi professionali nei quali la produttività è centrale e importante. Corrispettivamente, a tal fine dovrebbero essere indebolite le attività un tempo stimate, quali ampi settori del contadinato, del vec­chio ceto medio e delle élite.
  18. L'autorità che sta alle spalle di tutti questi programmi dovrebbe essere necessariamente una commissio­ne interalleata. Occorre cooptare in questa commissio­ne i tedeschi, in­caricandoli della realizzazione dei piani e rimuovendoli dalle cariche quando dessero prova di inaffidabilità collaborativa riguardo agli obiettivi indicati.
  19. Molte delle persone irriducibili si tradiranno da sé con la parola e con gli atti. Oc­cor­re com­piere assidui sforzi per smascherare almeno i peggiori malintenzionati e impedir loro di sabotare il [nostro] programma. Non ci sono molti modi per disar­ma­re tali individui: a) internarli a tempo indeterminato in Germania o all'estero, b) impiegarli in battaglioni del lavoro strettamente vigilati, impiegati all'estero o anche in Germania per la riparazione dei danni bellici; si dovrebbe anche, con questi pre­sup­posti, ob­bligarli a partecipare a conferenze nelle quali verrebbero tenute in forma ac­ces­sibile lezioni su eventi storici, movimenti politici, fatti bellici, etc., ponendo l'accento sugli obiettivi di fondo delle Nazioni Unite, c) deportarli in piccoli gruppi in zone isolate (ciò non risolverebbe il problema in caso di grossi numeri).
  20. In ogni caso occorre impartire un'educazione di base a tutto il personale cui ver­ranno affidate l'amministrazione e l'attuazione della politica e delle ordinanze della commis­sione di controllo delle Nazioni Unite. Tale personale dovrà essere scel­to sia sulla base di una piena consonanza coi suoi compiti, sia per le sue cono­scenze tec­niche e linguistiche. Il successo o il fallimento del programma dipen­de­rà essenzial­mente da quanto questi uomini e donne avranno com­preso del ca­rattere tede­sco e da quanto le loro simpatie, ma anche i loro pregiudizi, potrebbero ostacola­re la costante ed efficace attuazione dei loro doveri. Innanzitutto essi devono essere mes­si in guar­dia dal ritenere sincero un cambia­mento apparentemente totale e im­prov­viso nel com­portamento di un tedesco o di un gruppo di tedeschi. Essi dovrebbe­ro osservare, se­gnare e segnalare, ma essere anche avveduti a non dare giudizi se non sono essi stessi convinti della genuinità del cambiamento. Occorre guardarsi dalla tentazione di mostrare una maggiore simpatia verso le persone di pari cultura. È [in­fat­ti] possibile che ci si invischi con individui o gruppi dai quali è poi difficile staccarsi.

      Alla base di tutte queste riforme dovrebbe essere sempre presente l'obiettivo fon­damentale di screditare gli insani concetti di "razza dei signori", di uno speciale de­sti­no [tedesco] e l'insana idea che il potere crei il diritto. L'ideale della potenza deve venire sostituito dall'ideale di una giusta forza, la tesi della differenza sostanziale [tra le razze] e della superiorità [di una sull'altra] deve venire sostituita dal riconoscimen­to delle differenze e dal loro rispetto, i concetti di "onore" e di autostima devono venire sostituiti dall'approvazione [democratica] e dalla condotta morale».

      Ostacoli: «Il convegno è stato unanime nel riconoscere che sulla strada dell'attua­zione di tali obiettivi sono presenti ostacoli, alcuni dei quali nati all'interno del nostro stesso carat­te­re, e ha proposto alcuni metodi per superarli.

      Il primo di tali ostacoli è la difficoltà di preparare coloro che avranno la respon­sa­bilità particolarmente della pianificazione e dell'esecuzione del progetto, cose che toccano le complesse questioni psicologiche di cui abbiamo trattato. Il convegno pro­pone di inoltrare parti di questo rapporto, e dei singoli specifici allegati, alle autorità competenti per gli specifici settori. Il secondo è il pericolo che noi americani falliamo nel nostro compito. Dopo il primo conflitto mondiale già perdemmo la pace. Perdere­mo questa pace anche se non saremo più che attenti alle tentazioni nate dal nostro stesso carattere naziona­le. La coscienza della nostra forza ci porta a minimizzare il pericolo di difficoltà future. Una forte minoranza isolazionista potrebbe ostacolare l'espleta­men­to del programma, influenzando il Congresso. Potrebbe essere scatenata una campagna di sentimentali­smo per convincere i nostri stanchi veterani e i loro familiari che è possibile avere fiducia nei tedeschi e lasciare che siano essi stessi a provvedere alla loro salvezza, visto che Hitler e Goebbels non conteranno più nulla.

      Dopo una guerra vittoriosa i popoli democratici sono propensi a nutrire senti­menti di colpa. Questi sentimenti ci rendono inclini a confermare le accuse di ingiustizia sollevate dal nemico sconfitto. Per questa ragione, con un eccesso di amicizia e in­dul­genza, noi tendiamo a considerarlo [non un nemico, ma] un individuo danneggia­to. Noi riflettiamo troppo e ci lasciamo raggirare facilmente da un nemico che usa ogni trucco per riprendere forza per vendicarsi. Tutto ciò, unito alla nostra forte inclinazione ad immischiarci negli affari degli altri popoli, potrebbe costituire il più arduo degli impedimenti per l'assunzione di una leadership duratura al fine di assicu­ra­re la pace. Questa volta dobbiamo saper vincere le nostre pul­sio­ni interiori, vigilare nei confronti della raffinata abilità che i tedeschi verosimilmente useranno per appro­fittare di noi. Non dovremmo dimenticare che i tedeschi hanno già ideato i piani per la prossima guerra e che il loro prossimo tiro consisterà verosimilmente in azioni clandestine per influenzare il comporta­mento americano con missioni negli Stati Uniti e in Sudamerica. Come potremmo combattere una minaccia talmente insidiosa? Ope­rando in sintonia con un governo americano consapevole della struttura caratteriale del popolo tedesco, i nostri opinion makers otterranno nel dopoguerra grandi successi come li hanno ottenuti i nostri capitani d'industria e i nostri operai nell'impegno bel­li­co. Se non siamo preparati a contrastare il dilagante imperialismo tedesco, tutte le fatiche per creare una Germania più collabo­rante falliranno a causa dei movimenti clandestini tedeschi (quando saranno pronti a riemergere dai loro covi)».

      Conclusioni: «In ogni caso le misure che giudichiamo necessarie de­vono essere pensate in rela­zio­ne agli effetti che avranno sulla trasformazione del popolo tedesco. Dobbiamo rappre­sentarci il tedesco come un popolo che da molte ge­nerazioni ha prati­cato un modo d'essere che semplicemente non ha funzionato. E non ha funziona­to perché riposa su atavismi concettuali primitivi e puerili non solo nei capi, ma anche nel popolo. Dobbiamo capire e aiutare i tedeschi a comprendere che ciò che chiamiamo "demo­cra­zia" è un Sistema che funziona, perché rappresenta un cumulo di esperienze emo­ti­vamen­te più maturo e crea perciò un ambiente nel quale può svi­lup­parsi un carattere migliore, del tutto opposto al modo d'essere e al punto di vista dei tedeschi. Dobbiamo far sì che i tedeschi si comportino in modo tale da sviluppare lo spirito democratico del dare e dell'avere, della discussione, del reci­proco adatta­mento e della collabora­zione tra eguali. Il che non significa che vo­glia­mo imporre ai tedeschi il nostro modo di essere. Significa invece che li aiutere­mo a forgiare disposi­zio­ni mentali indispensabili per vivere in un mondo pacifico».

      Ripreso ed amplificato da migliaia di voci in migliaia di giornali, pubblicazioni, dichiarazioni, conferenze e seminari, tale sublime lavaggio dei cervelli viene riassun­to nel 1945 da Max Gottschalk, direttore del Research Institute on Peace and Post-War Problems dell'American Jewish Committee, e Abraham G. Duker, autore di Je­wish Survival in the World Today:

«L'educazione alla democrazia deve necessaria­mente essere un processo lento, soprattutto nel caso di nazioni e individui con forti tradizioni antidemocratiche. Ma è chiaro che nessuna pace durevole è possibile senza tale educazione. Agli avvelenati dalla propaganda hitleria­na dev'essere insegnato un complesso di valori del tutto differente per far loro capire che tutti gli uomini, a prescindere dalla razza, dal colore, dalla religione o dalla nazionalità hanno il diritto alla "vita, libertà e ricerca della felicità". La gioventù, allevata nella Hitlerjugend e nei diversi movimenti giovanili ispirati dal nazismo, è il problema più grave. Diverse proposte sono state avanzate per portare a buon fine tale opera educativa. Gli psichia­tri suggeriscono speciali tecniche psichiatriche per eliminare il paranoico complesso (di persecuzione) del popolo tedesco. Altre proposte, meno estremiste, prevedono di importare nei paesi dell'Asse insegnanti dai paesi democratici, l'attenta supervisio­ne dei curricula e dei libri di testo, la preparazione di nuovi libri di testo e provvedi­menti per uno speciale addestramento di insegnanti nei paesi democratici e lo scambio di studenti dai paesi dell'Asse. Questi studenti, di ritorno in patria, saranno il nucleo di una nuova generazione di educatori democratici. Altri, obiettando che l'importazio­ne di educatori dall'estero non risolverebbe il problema, pensano si possa ottenere di più affidando il compito rieducativo agli antifascisti del luogo. La maggior parte delle proposte in tale settore prende in considerazione la Germania e il Giappone, i cui popoli sappiamo essere stati le maggiori vittime della propaganda totalitaria e del mito della superiorità razziale. Dato che l'antisemitismo ha giocato un ruolo talmente importante nella propaganda fascista e nel sistema educativo fascista, gli educatori alla democrazia dovranno esercitare sforzi particolari per allontare da questo aspetto i popoli europei. Ogni strumento di educazione: scuole, giornali, radio, chiese, film, teatri e biblioteche dovrà essere mobilitato per sradicare l'antisemiti­smo. Le fonda­menta di un'Europa democratica non saranno sicure finché ciò non sarà compiuto». (...)

 


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Author(s): Olodogma
Title: L'infezione dei cervelli (tedeschi) ! La fine dell'Europa, il ruolo dell'ebraismo...di Gianantonio Valli
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Published: 2015-03-01
First posted on CODOH: Nov. 21, 2018, 12:23 p.m.
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