Carlo Mattogno e la “camera a gas” di Dachau: nuove prospettive
Published: 2015-03-15

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La “camera a gas” di Dachau: nuove prospettive

di Carlo Mattogno

(12 Marzo 2015)

Proseguendo le ricerche sulla “camera a gas” di Dachau, ho acquisito nuovi documenti che esigono una revisione totale delle tesi che ho esposto nel mio primo articolo (vedi qui/0982).

Il primo problema è se il soffitto della presunta “camera a gas” è una costruzione americana oppure se era previsto così fin dall'inizio.

Nell'articolo precedente ho scritto che «la planimetria [del nuovo crematorio di Dachau] mostra in modo più chiaro sei griglie di deflusso dell'acqua sul pavimento del locale, che era alto 3 metri, come tutti i locali di questa parte del crematorio, come risulta dalla sezione A-B». Oltre a questa, come spiegherò subito, esiste un'altra sezione C-D, ma la planimetria non indica la posizione di queste sezioni.

Basandomi sulla dichiarazione di Eugen Seibold e sul rapporto del Congresso americano del 15 maggio 1945, e avendo conseguentemente la certezza che il soffitto originario della “camera a gas” fosse alto 3 metri, non ho dato il giusto rilievo a queste due sezioni e ho attribuito l'altezza di 3 metri che appare nella sezione A-B a tutta la parte sinistra del crematorio (cioè fino alla sala forni).

È dunque indispensabile un esame più accurato dei documenti.

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La sezione A-B (vedi Immagine 1) (NO-3886) taglia i locali 3 e 4 (vedi qui/ Immagine Dachau 2/http://olodogma.com/wordpress/2015/02/27/0982-carlo-mattogno-sulla-camera-a-gas-di-dachau/dachau-2/), perché mostra a destra la scala che conduce nello scantinato, adiacente al locale 4, come risulta dalla pianta delle fondamenta (vedi Immagine 2) (NO-3884), a sinistra i tre gradini che conducono alla porta di accesso al locale 3, indicata da una freccia nella planimetria. Qui il solaio è alto 3 metri.

La sezione C-D (vedi Immagine 3) (NO-3886) presenta due locali, uno più piccolo, a sinistra, col solaio alto 3 metri, l'altro più grande, a destra, col solaio alto 2 metri, che forma col solaio del tetto una intercapedine alta circa 90 centimetri. La misura indicata nella pianta (115 cm) include anche il solaio del sottotetto, che dunque dovrebbe avere uno spessore di 25 cm.

Nel locale a sinistra, sulla parete esterna, si apre una finestra, mentre la parete esterna a destra è compatta. Questa sezione è inversa rispetto alla sezione A-B, ossia il muro sinistro di questa corrisponde al muro destro della sezione C-D e viceversa. Capovolgendo dunque la planimetria, risulta che il locale a sinistra della sezione C-D può corrispondere soltanto ai locali 9 e 10, il locale a destra soltanto ai locali 8 (“camera a gas”) e 11. Tuttavia il locale 11 presenta una finestra che si trova quasi in corrispondenza di quella del locale 10, mentre il locale 8 ha la parete esterna senza finestre; il locale 9 invece presenta una finestra. Da ciò si desume che la sezione C-D taglia il locale 8 più o meno lungo il tratteggio che indica la misura 7,42.

Rileggendo attentamente il “Rapporto esplicativo” (Erläuterungsbericht) relativo al nuovo crematorio del 23 aprile 1942, trovo in effetti nel testo questa frase:

«Raum Nr. 8 erhält eine Eisenbetonzwischendecke», «il locale n. 8 riceve un controsoffitto di cemento armato».

Pertanto è chiaro che il progetto del crematorio prevedeva per questo locale un soffitto alto due metri. Resta da chiarire se il locale fu costruito secondo il progetto. In altri termini: il soffitto della “camera a gas” era alto 3 metri e gli Americani costruirono un controsoffitto fasullo, come ho scritto nell'articolo precedente, oppure trovarono la situazione attualmente presente?

Si obietta che la fotografia del 2 maggio 1945, scattata nella “camera a gas” al senatore dell'Illinois Charles Wayland Brooks, mostra il soffitto del locale allo stato attuale, sicché gli Americani, che erano arrivati il 29 aprile, non avrebbero avuto il tempo per compiere il lavoro. C'è anche il filmato americano che mostra l'interno del crematorio, che, a quanto pare, risale al 3 maggio. Se le date sono esatte, non c'è dubbio che il soffitto della “camera a gas” era originale.

C'è però anche il rapporto del Congresso americano del 15 maggio 1945, che indica l'altezza del soffitto nella “camera a gas” di circa 3 metri; si afferma che si tratta di un semplice errore, ma ciò è a dir poco bizzarro: come si potrebbe, entrando da un locale con soffitto altro 3 metri in un altro con soffitto alto circa 2,15 metri1, attribuire anche a quest'ultimo un'altezza di 3 metri?

Una nota del Foreign Office datata 15 maggio 1945 menziona una dichiarazione da Washington dell'8 maggio secondo la quale membri del Congresso, in risposta ad un invito del generale Eisenhower, avevano visitato i campi di concentramento di Dora, Buchenwald e Dachau2. Il rapporto sopraindicato fu dunque elaborato tra l'8 e il 15 maggio, chiaramente sulla base di annotazioni effettuate sul posto, sicché ciò non spiega l' errore summenzionato.

E che dire della dichiarazione di Eugen Seibold?

È vero che egli attribuiva la costruzione del controsoffitto con le false docce a «circa un anno fa», ossia (dato che egli parlava nel novembre 1945) più o meno al novembre 1944, ma il fatto importante, qui, è che, a suo dire, originariamente il controsoffitto attuale non esisteva.

 

 

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Una fotografia a me prima ignota mostra una parte della soffitta sopra la “camera a gas” (vedi Immagine 4)3. Vi si vede un ventilatore con dei tubi, sul quale ritornerò dopo; in questo contesto, per il momento, ci interessa il solaio in muratura, che è più basso di circa 40 cm rispetto alla travatura di legno che appare in fondo. Non c'è dubbio che questo sia il solaio originale, ma non può essere il solaio della “camera a gas”: tra questi due solai c'è in effetti un'intercapedine che non si sa che cosa contenga.

Qual era la funzione di questo locale?

Jean-Claude Pressac, in uno scritto inedito sulle “camere a gas” dei campi di concentramento tedeschi del novembre 1994 si occupa, tra l'altro, del campo in questione con un paragrafo intitolato “La camera a gas di sperimentazione medica di Dachau”. Egli rileva:

«In effetti, non sembra che le SS avessero alcunché da rimproverarsi, dato che abbandonarono, senza distruggerla, la documentazione di costruzione di molti edifici del campo. Dopo che ebbero sequestrato l'insieme di questi archivi, gli Americani ci misero poco a ritrovare la documentazione del crematorio. Li attendeva una grossa sorpresa. La planimetria del pianterreno del nuovo crematorio – per differenziarlo dal primo crematorio semplice che racchiudeva un forno Topf mobile a due muffole, reso fisso e riscaldato mediante due focolari laterali a coke – era designato baracca “X” (documento NO-3887). Ogni locale era indicato da un numero da 1 a 21. Il n. 8, scritto nel locale della camera a gas, indicava che si trattava di una... camera mortuaria. Gli Americani, invece di cercare di capire, preferirono procedere per eliminazione. Il titolo della documentazione, baracca “X”, era promettente, degno di un romanzo poliziesco ed eccitava l'immaginazione. Una simile designazione non poteva che dissimulare le peggiori turpitudini. Fu lasciato. Il resto dei documenti era troppo imbarazzante, perché la camera a gas vi figurava uniformemente sotto la denominazione di camera mortuaria. Tutti i documenti così formulati furono “scartati”. La documentazione “alleggerita” non conteneva più che sei lettere o rapporti intercorsi tra il 17 marzo e il 9 maggio 1942 tra l'ufficio economico SS di Berlino e la Bauleitung di Dachau (NO 3859-3864) accompagnati da sette piante del crematorio (NO 3884-3890)»4.

In pratica gli Americani “scartarono” tutti i documenti relativi al crematorio, che erano poi quelli richiesti per ogni altro cantiere: schizzo sulla posizione, descrizione della costruzione, preventivo di costo, rapporto esplicativo, deliberazione di consegna al comando del campo, comunicazione del completamento, libro di cassa, per menzionare i più importanti, inoltre tutta la documentazione relativa alle ditte private che vi avevano eseguito lavori (preventivi di costo biglietti di compenso giornaliero, fatture, ecc.).

Pressac presenta poi una pianta con la sua ricostruzione della funzione dei vari locali. A suo avviso, il locale 6 era previsto per la “ricezione e registrazione dei corpi”, il locale 8 (la presunta “camera a gas”) era una camera “mortuaria”, il locale 11 la “sala per l'autopsia”. Ecco la sua descrizione del locale che ci interessa:

«La camera mortuaria non aveva alcuna finestra e la sua illuminazione proveniva da due lampade centrali. Per assicurare una buona ventilazione, il volume del locale fu ridotto con un'altezza del soffitto prevista, fin dall'inizio, di 2 metri (3 metri per gli altri locali). La sezione C-D (al livello della camera mortuaria) della pianta delle sezioni e delle facciate (NO 3886) lo indica precisamente. Le sue pareti furono rivestite di mattonelle di ceramica ocra (“Wände verkachelt”). Nel suo muro sud-est fu installato un ventilatore che dava verso l'esterno. Ciascuno dei due ingressi ricevette due porte normali che formavano una piccola camera di compensazione della pressione. Una terza porta fu aperta successivamente nella sua parete nord-ovest per facilitare il passaggio tra l'entrata sud-ovest e il corridoio, nel quale accanto a questa porta supplementare fu installato un interruttore elettrico»5.

L'intuizione di Pressac è senza dubbio corretta, ma la sua mania di voler spiegare sempre tutto fin nei dettagli più minuziosi lo portava spesse volte fuori strada.

Le sue spiegazioni particolareggiate sulla struttura della camera mortuaria sembrano infatti piuttosto tirate per i capelli, se non proprio fantasiose. In particolare, l'apertura di una porta supplementare e il ventilatore nel muro non sono corroborati da alcun indizio.

Come ho mostrato sopra, il solaio che appare nell'Immagine 4 è sicuramente originale e ciò vale anche per il ventilatore. La cosa più probabile è che il solaio di cemento armato serviva a sostenere il peso del ventilatore e della relativa tubazione e, come vedremo, di altri apparati. Il ventilatore, dunque, non si trovava nel muro esterno, ma nella soffitta. Dato che il locale era privo di finestre, un ventilatore era indispensabile per l'aerazione. Sulla questione ritornerò sotto.

Successivamente, continua Pressac, la camera mortuaria fu trasformata in camera a gas. Il dott. Sigmund Rascher, che conduceva esperimenti su detenuti a Dachau, scrisse a Himmler il 9 agosto 1942:

«Come sa, nel KL Dachau viene costruita la stessa installazione come a Linz. Poiché i “trasporti di invalidi” finiscono comunque in certe camere, chiedo se in queste camere sulle persone comunque ad esse destinate non si possa verificare l'efficacia dei nostri vari gas bellici. Finora ci sono soltanto esperimenti su animali ovvero rapporti su incidenti nella produzione di questi gas. Per questa frase spedisco la lettera come “affare segreto”»6.

Secondo Pressac, Rascher si riferiva alle camere a gas di disinfestazione Degesch-Kreislauf che erano in costruzione nel crematorio e proprio in esse voleva testare i gas bellici tedeschi.

«Ma se la grande opera nella sua parte della disinfestazione era stata certo completata, –continua Pressac –, le attrezzature Degesch, difficili da procurare, mancavano (come per la stazione di disinfestazione dell'edificio di ricezione di Auschwitz). Rascher dovette rinviare sine die il suo progetto “gasoso”».

Rascher decise allora di costruirsi una camera a gas personale.

«Poiché il materiale Degesch non era stato ancora consegnato, Rascher fece probabilmente appello, tramite la Bauleitung del campo, alla Heinrich Kori di Berlino, che, oltre alla sua specialità di forni di incenerimento dei rifiuti, possedeva un'officina di fabbricazione di installazioni di riscaldamento centrale e di ventilazione. Si sa che le Direzioni delle costruzioni SS trattavano di preferenza con le imprese con le quali avevano già avuto rapporti. L'affare fu condotto a spron battuto e la Kori ne approfittò»7.

Pressac azzarda poi una ricostruzione molto minuziosa della presunta “camere a gas”. Prima di esaminarla, bisogna tuttavia osservare che già queste premesse sono puramente congetturali.

Anzitutto la risposta di Himmler alla lettera di Rascher non è nota, perciò non c'è alcuna certezza che il Reichsführer-SS gli diede il permesso da lui richiesto. Fino ad allora gli esperimenti di Rascher a Dachau avevano riguardato il salvataggio di aviatori esposti a grandi altitudini (“bassa pressione”) e dal raffreddamento causato dalla caduta nelle acque gelide del mare del Nord (“refrigerazione”) e al processo dei Medici non affiorò nulla riguardo alla sperimentazione a Dachau di gas bellici su detenuti.

In secondo luogo, sulla installazione degli apparati della Degesch non si sa nulla, perciò tutto il relativo discorso di Pressac è puramente congetturale. Lo stesso vale per la ditta Hans (non Heinrich) Kori, dato che non esiste nulla sulla sua presunta partecipazione all'equipaggiamento della “camera a gas”.

Ecco dunque in che modo e perché, secondo Pressac, la camera mortuaria fu trasformata in “camera a gas”:

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«Si trattava di trasformare la camera mortuaria del crematorio in camera a gas di ottimo livello, atta ad essere riscaldata e raffreddata rapidamente e ad essere disaerata allo stesso modo. All'inizio del 1944 furono montati due circuiti distinti sopra il solaio della camera mortuaria così disposti: (vedi Immagine 5)8.

Rascher spiegò alla Kori che questo locale sarebbe diventato una camera a gas di sperimentazione medica, che il Reichsführer era d'accordo e che i soggetti esaminati erano tutti volontari, felici di sacrificarsi per la patria»9.

Indi Pressac spiega:

«La camera mortuaria subì le seguenti modificazioni strutturali:

– sostituzione nei due accessi principali delle quattro porte di legno con due porte stagne di metallo senza spioncino che si aprono verso l'esterno;

– riempimento della terza porta e neutralizzazione dell'interruttore elettrico esterno (ancora visibile attualmente);

– eliminazione delle due lampade centrali e sostituzione con otto lampade incassate (quattro impiantate in alto sulle pareti nord-est e sud-ovest, da una parte e dall'altra dell'ingresso),

– apertura nella parete nord-ovest di uno sbocco d'aria calda, di una conduttura di versamento di traverso otturata nel corridoio da un dispositivo di sicurezza (una specie di piccolo oblò protetto da un coperchio mobile) e sistemazione ad altezza d'uomo di una nicchia incassata chiusa da una porta di metallo;

– riempimento della chiusura del ventilatore nel muro sud-est e apertura di due orifizi d'aerazione con valvole di chiusura (A1 e A2);

– apertura nel soffitto di due orifizi di disaerazione (B).

I dati tecnici del circuito di disaerazione e di quello di riscaldamento mediante aria calda sono forniti dalle targhette di fabbricazione fissate all'alloggiamento del soffiante su una base di sostegno (lato nord-est) dello scambiatore termico (ancora esistente oggi):

pressac caratteristiche ventilatore e scambiatore dachau, immagine fuori testo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Ogni circuito, disaerazione e riscaldamento, passava, separandosi in due (tubazioni), per il corridoio dove si interponevano sui loro percorsi delle saracinesche di chiusura in ragione di due per circuito. Sembra che il diametro delle condutture (40 cm) sia stato diviso in due al fine di permettere il montaggio di saracinesche di sezione più piccola (20 cm) meno pesanti di una sola la cui conduttura zincata non ne avrebbe potuto sopportare il peso. Ogni saracinesca poteva essere aperta o chiusa per mezzo di un volano a mano, che si manovrava nel corridoio. Il circuito isolato non possedeva soffiante proprio e non poteva agire che per aspirazione dell'aria mediante la soffieria di disaerazione. Nella piccola cantina del crematorio si trovava una caldaia per il riscaldo centrale dell'edificio (acqua calda). Per alimentare lo scambiatore termico di vapore, fu installata una seconda caldaia, produttrice di vapore. La camera a gas, lunga 7,18 metri, larga 5,50 e alta 2, aveva una superficie di 40 m2 e un volume di 80 m3. La sua disaerazione aveva una potenza tre volte superiore a quella delle camere mortuarie utilizzate come camera a gas nei crematori II e III di Birkenau. In cinque minuti, la sua atmosfera era purificata.

Una volta chiuse le porte, il funzionamento della camera avveniva in varie fasi:

1/ messa del locale alla temperatura esterna: chiusura delle saracinesche isolate e apertura di quelle di disaerazione, apertura dei due orifizi di aerazione, messa in moto del soffiante (mediante un contatto installato nel corridoio) fino ad ottenere la temperatura desiderata (controllata per mezzo di un termometro nella nicchia interna incassata);

2/ riscaldo del locale: apertura delle saracinesche isolate e di disaerazione, messa in moto del soffiante fino ad ottenere la temperatura voluta;

3/ introduzione del gas: dopo la chiusura delle saracinesche isolate e di disaerazione, un'ampolla di liquido era introdotta dall'orifizio di versamento e la valvola veniva richiusa. L'ampolla si rompeva sul pavimento, il gas si volatilizzava;

4/ disaerazione della camera a gas: apertura dei due orifizi di aerazione, apertura delle saracinesche di disaerazione (quelle isolate restavano chiuse), messa in moto del soffiante fino all'evacuazione completa del gas»10.

Pressac azzarda poi spiegazioni molto minuziose:

«Contrariamente a ciò che è stato detto, la camera a gas non aveva uno spioncino di controllo, perché “seguire l'agonia delle vittime” non era lo scopo di Rascher. Egli voleva esporre i soggetti all'influenza di tre fattori variabili: la natura del gas, la temperatura del locale (da 0 a 30°C) e la durata dell'azione. L'esperimento richiedeva la presenza di quattro persone, Rascher e tre aiutanti. Durante il suo svolgimento, il medico stava nel corridoio e lo dirigeva da questo posto grazie a un pannello (T1) con tre bottoni di comando che permettevano di accendere le spie luminose corrispondenti su altri tre pannelli, incassati su ciascuna delle facciate esterne del locale (T2, T3 e T4) e davanti alle quali attendevano gli aiutanti. In base al colore apparso, questi ultimi effettuavano un compito determinato:

Organizzazione dei segnali luminosi (sulla base del rapporto del capitano Fribourg):

T1: Quattro bottoni di comando [o] e due luci spie [●].
Il bottone bianco comanderebbe l'illuminazione della camera a gas.
o● rosa T2, T3 e T4: a tre spie luminose, comandate dai bottoni corrispondenti
o● arancione di T1 e così ripartiti:
o● bianco o● rosso (camera a gas in attività: ingresso vietato)
o● rosso o● arancione (fine dell'esperimento: apertura delle prese d'aria)
o● rosa (fine ventilazione: apertura delle porte)»11.

Quanto all'impiego effettivo della “camera a gas”, Pressac dice:

«I lavori di sistemazione furono effettuati nel gennaio e febbraio 1944, per terminare nella prima quindicina di marzo. Un solo deportato, il medico ceco Frantisek Bláha, ha dichiarato correttamente dopo la guerra che la camera a gas era stata terminata nel 1944. Egli assistette alla prima gasazione sperimentale praticata da Rascher. Secondo Bláha, essa riguardò sette detenuti. Alla fine della gasazione, tre erano ancora vivi, due svenuti e gli ultimi due sembravano morti. “I loro occhi erano rossi e i loro volti gonfi”, riferì. Egli non precisò la natura del gas testato»12.

 

Pressac aggiunge infine che «la carriera di Rascher fu spezzata il 28 marzo 1944, probabilmente proprio dopo questa prima gasazione sperimentale»13.

Successivamente «la camera a gas sperimentale restò com'era, abbandonata, e ritornò alla sua primitiva funzione di camera mortuaria. Nell'estate del 1944 quattro camere di disinfestazione Degesch poterono infine essere equipaggiate con i loro apparati ed entrarono in funzione in ottobre. Esse funzionarono fino alla liberazione»14.

Questa lunga ricostruzione richiede ulteriori osservazioni, oltre a quelle già esposte riguardo alle sue premesse. Comincio dalla fine.

Si può realmente affermare che Frantisek (Franz) Bláha sia un testimone dell'impiego della “camera a gas” per un esperimento medico del dott. Rascher al fine di testare un qualche tipo di aggressivo chimico di guerra?

Nella sua lunga dichiarazione, Bláha si occupa diffusamente degli esperimenti medici effettuati a Dachau. Egli menziona gli esperimenti sulla malaria del dott. Klaus Schilling (punto 3), gli esperimenti del dott. Rascher degli anni 1942-1943 relativi alla pressione dell'aria (punto 4) e agli effetti dell'acqua fredda sugli uomini (punto 5), gli esperimenti del dott. Brachtl di inoculazione di bacilli nel fegato (punto 6), gli esperimenti sui flemmoni (punto 7) di altri quattro medici, gli esperimenti di ingestione di acqua salata (punto 8), indi passa ad altri argomenti. Nel punto 12 egli dichiara:

«Al campo si svolsero molte esecuzioni (Hinrichtungen) mediante gas e iniezioni. La camera a gas fu completata nel 1944, io fui chiamato dal dott. Rascher per esaminare le prime vittime. Delle 8 o 9 persone che erano nella camera, tre erano ancora vive e le altre sembravano morte. I loro occhi erano rossi e i loro volti gonfi. Molti prigionieri furono poi uccisi in questo modo (Viele Gefangene wurden spaeter auf diese Art und Weise getoetet). Dopo furono portati al crematorio (zum Krematorium gebracht), dove io dovevo esaminare se avevano denti d'oro. Se essi contenevano oro, venivano estratti».

Più avanti il testimone dice:

«Dei malati di mente furono liquidati portandoli nella camera a gas, dove ricevettero iniezioni (letali) oppure furono uccisi con armi da fuoco»15.

Questa presunta gasazione è completamente al di fuori della logica di Pressac, appunto perché, per il testimone, fu una esecuzione (Hinrichtung), non già un esperimento, e il dott. Rascher non avrebbe certo demandato a un detenuto l'esame del suo esito. Secondo Bláha, inoltre, nella “camera a gas” furono gasati «molti prigionieri» e se poi i loro corpi venivano portati «al crematorio», forse la “camera a gas” non si trovava propriamente al suo interno. Comunque sia, Bláha non la localizza.

Le gasazioni, comunque, non poterono essere successive al 28 marzo 1944. A dire di Pressac, la camera mortuaria fu trasformata in “camera a gas” dal gennaio alla metà di marzo del 1944. Ricordo che la lettera di Rascher a Himmler è datata 9 agosto 1942, sicché il medico sperimentatore avrebbe ricevuto il permesso da Himmler alla fine di dicembre del 1943, 16 mesi dopo! Da che cosa ciò si desuma, non è dato sapere.

Mi sembra chiaro che Pressac ha scelto il periodo indicato per esclusione: il limite finale è ovviamente il 28 marzo, quando Rascher ricevette la visita della polizia criminale perché, insieme alla moglie, aveva acquisito illegittimamente i figli, spacciandoli per naturali; il limite iniziale è il 1° gennaio 1944, perché il ventilatore installato nella soffitta del crematorio di Dachau fu fabbricato (a dire di Pressac) nel 1944. Supponendo che ciò sia corretto, anche il riscaldatore dell'aria sarebbe stato prodotto nel 1944, dato che, curiosamente, i due congegni corrisponderebbero entrambi all'ordinazione 91967 (di quale ditta?), ma il ventilatore avrebbe il numero di fabbricazione 148994, il riscaldatore dell'aria quello immediatamente successivo, 148995. Così, in due mesi e mezzo, i due impianti sarebbero stati fabbricati, installati e collaudati.

Se è vero che gli apparati per le camere Degesch furono pronti nell'estate del 1944, e senza dubbio erano molto più urgenti di congegni per una “camera a gas medica sperimentale” personale di Rascher, si possono nutrire seri dubbi su questa storia. Senza contare che, curiosamente, su questi congegni sarebbe riportata ogni tipo di indicazione, tranne la ditta produttrice! In pratica, non c'è alcun indizio neppure sul fatto che essi furono richiesti alla ditta Kori e da essa fabbricati e installati. Tutte fumose congetture.

Ma anche dando per buono l'anno di produzione del ventilatore, da esso non scaturisce la conclusione inevitabile che serviva per una “camera a gas”. Esso non è affatto incompatibile con l'allestimento di una camera mortuaria.

Tornando all'Immagine 4, non si può credere che il solaio originario al di sopra della “camera a gas” fosse di travatura di legno come appare nello sfondo e che, successivamente, questo fu smatellato e sostituito da un solaio di cemento armato, sul quale alloggiare il ventilatore e il riscaldatore dell'aria, dato che, a tale scopo, era già disponibile il solaio di cemento armato della camera mortuaria, sicché la Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei München-Dachau avrebbe realizzato al di sopra di questo un secondo solaio di cemento armato del tutto inutile. Se dunque il solaio che si vede nella fotografia è originale, fin dalla progettazione si prevedeva di utilizzarlo come stazione per i congegni della camera mortuaria, come ho anticipato sopra. Il fatto che il ventilatore possa essere stato eventualmente installato nel 1944 nulla cambia a questa progettazione, come spiegherò subito.

Qual era la funzione di un ventilatore in una camera mortuaria? La risposta è fornita da Pressac stesso, laddove, spiegando la pianta 932 del nuovo crematorio di Auschwitz (futuro crematorio II di Birkenau), afferma:

«Il Leichenkeller 1 [la futura “camera a gas”] doveva ricevere i cadaveri di parecchi giorni che cominciavano a decomporsi, perciò il locale richiedeva di essere ben ventilato, affinché fossero cremati il più presto possibile»16.

Ci si può chiedere per quale ragione, se fin dall'inizio era previsto un ventilatore di disaerazione, le finestrelle di aerazione attualmente esistenti nel muro esterno della “camera a gas” non appaiano nella pianta del crematorio. A tale proposito si potrebbe fare un parallelo con il Leichenkeller 2 del crematorio II di Birkenau, per il quale, nel piano originario, era prevista una disaerazione meccanica senza alcuna presa di aria fresca nel locale. Successivamente fu aperto un ingresso in fondo al locale, non previsto nei progetti iniziali, che sopperiva anche a questa mancanza.

Questo parallelo può essere solo in parte soddisfacente. Sta di fatto però che della progettazione e costruzione del crematorio di Dachau non si sa nulla; il fatto che ora nella soffitta della “camera a gas” vi sia un solo ventilatore non significa necessariamente che ciò fosse conforme al progetto originario, di cui, ribadisco, non si sa nulla. La logica della planimetria e delle sezioni del crematorio, le fotografie e i reperti architettonici del crematorio impongono la presenza di due ventilatori, uno di aerazione e uno di disaerazione, da collocare entrambi nella soffitta. Problemi finanziari o di assegnazione dei contingenti metallici potrebbero successivamente aver indotto la Zentralbauleitung di Dachau a rinunciare al ventilatore di aerazione, praticando due finestrelle di aerazione nel locale. Quest'ipotesi si basa però sul presupposto che il soffiante il cui alloggiamento vuoto appare nell'Immagine 4 fosse premente (disaerazione) e non aspirante (aerazione), il che però, come vedremo, è quantomeno discutibile.

Non voglio neppure commentare la storia dei pulsanti di vario colore nel locale attiguo alla “camera a gas”, essendo il suo carattere congetturale più che evidente. Basti rilevare che la scelta dei colori, per una “camera a gas”, è alquanto singolare, se non altro per la mancanza del verde per segnalare l'accesso senza pericolo nel locale.

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Per quanto riguarda le modifiche apportate alla “camera a gas”, di quelle elencate da Pressac, le sole documentabili sono la sostituzione delle due coppie di porte di cm 90 x 190, installate nel lato esterno ed interno dei due accessi al locale (vedi Immagine 6) (NO-3887) con porte metalliche normalmente in uso nei rifugi antiaerei e la sostituzione delle due lampade centrali con lampade laterali incassate nel muro. Le due coppie di porte della pianta erano forse a tenuta di fetore, ma non certo a tenuta di gas, e questa è una riprova che il locale non era concepito come “camera a gas”, tanto più che le due porte interne si aprivano appunto verso l'interno. Il locale aveva inoltre un'apertura di sezione troncoconica nella parete che lo separava dal locale 9; la parete misurava 38 cm di spessore, l'apertura circa cm 40 (locale 8) x 20 (locale 9). Qualunque fosse la funzione di quest'apertura, è certo che non aveva alcuna relazione con una “camera a gas”.

Esaminiamo ora la tecnica di gasazione secondo Pressac. La sua ricostruzione presenta due punti deboli che la invalidano. Il primo è il congegno di introduzione del gas. Egli menziona un «orifizio di versamento» praticato nel muro che separava la “camera a gas “ dal corridoio attraverso la quale vi veniva introdotta «un'ampolla di liquido». Tuttavia il capitano Fribourg, sulla cui perizia Pressac in parte si basa, dichiarò esplicitamente che si trattava proprio di una spia.

Dato che il capitano Fribourg fece anche un' ispezione della soffitta e descrisse e disegnò gli apparati che vi trovò, è importante esaminare subito il suo rapporto, che è datato 25 maggio, ma si riferisce a una missione del 5 maggio. Ne riporto gli elementi più importanti.

«[Interno del locale]

A circa 75 cm dal pavimento [ci sono] due tramogge che fanno comunicare la sala delle docce coll'esterno (lato della palizzata). Ogni tramoggia è chiusa, nella parte interna, da una griglia e esteriormente da un sistema di otturazione mobile. [...].

A circa 75 cm dal pavimento e nell'asse della sala delle docce si trova il finestrino che chiude una spia cilindrica, diretta esteriormente verso l'alto, che permette di guardare nella sala delle docce a partire dal corridoio. [...].

All'angolo sinistro, quasi al livello del pavimento, esiste l'imboccatura di un camino chiusa da una griglia (40 x 50 cm). [...].

I pomi di doccia sono applicati direttamente sul soffitto. Le 2 imboccature (o sbocchi?) di ventilazione (?) sono coperti da griglia. [...].

Al di sopra della sala delle docce.

In soffitta si ritrovano i due gruppi di tubazioni segnalati sopra.

a) Gruppo non coibentato

Uno dei due elementi comunica in 2 punti con la sala delle docce alla destra delle due aperture con griglie del soffitto.

L'altro elemento è collegato a un ventilatore elettrico dal quale parte una tubazione che attraversa il tetto.

In uno degli elementi di questo sistema, il cui accesso non è facile, penetra una tubazione nera di circa 2 cm di diametro di cui non è stato possibile trovare l'origine in mancanza di mezzi di accesso.

b) Gruppo coibentato

La tubazione di questo gruppo arriva a una specie di umidificatore (?) dal quale parte una tubazione parimenti coibentata che attraversa il tetto.

Un allacciamento di vapore o d'acqua calda è raccordato all'umidificatore.

Non è stata scoperta alcuna penetrazione delle tubazioni coibentate nella sala delle docce o nel suo soffitto. [...].

Conclusioni:

... si tratta verosimilmente di una camera a gas.

È necessaria una seconda visita per scoprire il circuito dei gas tossici e la possibile comunicazione con le camere di disinfezione. È necessario il sondaggio di tutti i muri»17.

Per capire questa descrizione è necessario raccogliere tutti gli elementi utili, a cominciare dai disegni di Fribourg.

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Il suo disegno 1 mostra la sezione della “camera a gas” e della soffitta sovrastante (vedi Immagine 7)18. Qui è installato un ventilatore aspirante col tubo di disaerazione verticale che attraversa il tetto; il tubo orizzontale è collegato alle due aperture di disaerazione poste nel soffitto della “camera a gas”. La parte del tubo che attraversa la parete e sbuca nell'adiacente corridoio è raffigurato più chiaramente nel disegno 5

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(vedi Immagine 8)19.

Il disegno in alto raffigura lo schema di un ventilatore con la relativa tubazione. Dal ventilatore il tubo corre orizzontalmente verso il locale adiacente, si biforca prima di attravere il muro, lo riattraversa in direzione opposta e sbocca nel locale sottostante nelle due aperture di disaerazione.

Sotto è raffigurato un altro tubo, che passa attraverso un dispositivo (Fribourg pensava ad un “umidificatore”) e corre orizzontalmente verso il locale adiacente, seguendo il percoso del tubo descritto sopra; anche questo ha una doppia biforcazione.

Il primo tubo, quello collegato al ventilatore, fa parte del sistema di disaerazione della “camera a gas”, l'altro appartiene al sistema di riscaldo.

Il capitano Fribourg chiama il primo “tubazione di lamiera galvanizzata”, il secondo “tubazione coibentata”.

Le didascalie dicono (dall'alto verso il basso e da sinistra a destra):

tuyauterie traversant le toit / tubazione che attraversa il tetto

ventilateur électrique / ventilatore elettrico

tuyauterie tôle galvanisée / tubazione lamiera galvanizzata

double pénétration dans la “Salle de Docuches” / doppia penetrazione nella “sala delle docce”

dessus, toit enlevé / sopra, tetto rimosso [?].

In basso, il disegno a sinistra reca le scritte:

petite tuyauterie d'origine indéterminée / piccola tubazione d'origine indeterminata

tuyauterie tôle galvanisée / tubazione lamiera galvanizzata

couloir / corridoio

“salle de Douches” / “sale delle docce”

coupe ef /sezione e-f.

A destra:

tuyauterie (vapeur ou eau chaude) longeant le bâtiment /tubazione (vapore o acqua calda) che attraversa l'edificio

tuyauterie calorifugée / tubazione coibentata

humidificateur / umidificatore

salle de Douches /sala delle docce

coupe...illegibile /sezione.

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L'Immagine 4a mostra l'alloggiamento del ventilatore (che fu smontato in epoca imprecisata) (n.1), cui è collegato un tubo zincato che corre orizzontalmente sulle travature di legno del soffitto in direzione della sala forni (n. 2); a sinistra, si vede un altro tubo inclinato, non collegato, che poggia su una base (n. 3). In primo piano c'è un altro tubo, anch'esso zincato, che si biforca (n. 4): la parte in alto entra nel solaio con un gomito, quella in basso, più lunga, entra sicuramente nel solaio poco più avanti. Sempre in primo piano, nell'angolo in basso a destra (n. 5), appare una lamiera obliqua che corrisponde al lato obliquo sinistro dell'apparato che Fribourg chiama umidificatore. La fotografia ha varie corrispondenze col disegno di Fribourg: ventilatore e tubo sinistro corrispondono, ma non il tubo verticale, che nella fotografia è orizzontale. Degli altri elementi parlerò subito.

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Un'altra fotografia della soffitta (Immagine 9)20 mostra ciò che c'era a sinistra del campo visivo dell'Immagine 4. Accanto al muretto (Immagine 9 a), si nota il tubo zincato che a destra finisce davanti all'alloggiamento del ventilatore (n. 3); come viene riferito da Fribourg, il tubo si biforca ed entra nel muro. Davanti a questo appare un secondo tubo zincato (n. 4); anch'esso si biforca ed entra nel muro. Questo corrisponde al tubo in primo piano dell'Immagine 4 (n. 4). Infine, in primo piano, si osserva un tubo coibentato che entra parimenti nel muro (n. 5a) . In base alla distanza dal muretto di mattoni che si vede a destra, esso dovrebbe provenire dall'apparato con la lamiera obliqua dell' Immagine 4 (n. 5). In alto, sotto le travi, un tubo coibentato attraversa la soffitta nel senso della sua lunghezza (n. 6): la parte sinistra è in direzione della sala caldaie, quella destra corre verso la sala forni. Nell'Immagine 4, nella parte sinistra, questo tubo (n. 6) entra nella parete di fondo e anche a destra, in alto, sotto le travi, un altro tubo dello stesso tipo (n. 7) corre tra la parete di fondo e l'apparato con la lamiera obliqua.

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Nel locale adiacente alla “camera a gas” (il corridoio), come risulta dalle Immagini 10-1321, ci sono gli sbocchi e le curve a 180° del tubo zincato e del tubo coibentato.

Queste fotografie mostrano che cosa c'è alla sinistra dell'Immagine 9, dalla parte del corridoio, subito sotto il soffitto (nell' Immagine 9a è quello a sinistra, fatto di travature di legno: n. 9). Da queste fotografie risulta chiaramente che il tubo 3 che si trova nella soffitta si biforca in due tubi più piccoli 3a e 3b, che entrano nel muro, escono sotto il soffitto del locale accanto, piegano di 180°, rientrano nel muro e si immettono nel tubo 4, che è collegato alle aperture di ventilazione della “camera a gas”.

Poiché nel corridoio sbucano anche due tubi coibentati (5b, 5c), mentre sulla soffitta appare un solo tubo (5a), si può presumere che questo, di sezione piuttosto grande, contenga già i due tubi suddetti. Perciò i due tubi 5b e 5c piegano anch'essi di 180° e rientrano sul solaio della soffitta, immettendosi probabilmente in un altro tubo, come quello 5a, e ad esso parallelo, che non appare nel campo visivo delle Immagini 4 e 9. C'è da dire, però, che il capitano Fribourg non menziona questo tubo. Sotto spiegherò questa apparente incongruenza.

Sulla tubazione zincata non ci sono dubbi. Si tratta, secondo il capitano Fribourg, di un impianto di disaerazione dotato di ventilatore aspirante che risucchia l'aria dalla “camera a gas” e la espelle. In che modo?

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DACHAU 15
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DACHAU 4c
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Il relativo disegno (Immagine 7) mostra un tubo verticale di disaerazione direttamente collegato al ventilatore; nell'Immagine 4, però, il tubo di uscita del ventilatore corre orizzontalmente sul solaio in direzione della sala forni. Il tubo è inserito nel ventilatore tramite una ghiera (Immagine 4b), perciò non si può pensare che sia l'originario tubo verticale smontato e poggiato sul solaio.

Osservando il tetto del crematorio, si notano due camini di ventilazione, che nell'Immagine 14 22 ho numerato 1 e 2. Essi erano presenti anche nel 1945, come risulta da varie fotografie d'epoca, come l'Immagine 15 23. Il camino 1 si trova un po' più in alto del centro dello spiovente del tetto, tra le due finestrelle installate nel muro, perciò è posizionato al di sopra della “camera a gas”. Il camino 2 è collocato più in alto, più vicino alla sommità del tetto, in corrispondenza del locale 12 della planimetria. Esso è dunque lo sbocco del tubo 2 dell'Immagine 4a.

La soffitta al di sopra della “camera a gas”, come risulta dalla sezione C-D della pianta e soprattutto dall'Immagine 4, era una capriata, i cui elementi essenziali illustro nell'Immagine 4c: catena (trave orizzontale A), monaco (trave verticale B) e tiranti longitudinali, tra le catene A e D. La catena D suddivide il solaio in due settori (a, b), ciascuno costituito da 9 rettangoli, 4 a destra (1-4) e 4 a sinistra del monaco, che si erge dal centro del rettangolo centrale (5). La parete in fondo (E) è quella che separa il locale 11 dal locale 12. La larghezza del crematorio, secondo la planimetria, è di m 10,76, perciò dal centro del monaco all'estremità dei muri perimetrali corre una distanza di m 5,38. Tuttavia il puntone (il trave obliquo) si congiunge con la catena (P) prima del muro, come risulta dalla sezione C-D; la distanza dal centro del monaco all'estremità della soffitta è infatti di circa 4,5 metri. Perciò i tiranti si trovano ad una distanza di circa 1 metro l'uno dall'altro. Ciò permette di stabilire con sufficiente precisione la posizione del tubo di uscita del ventilatore (2) (Immagine 4a), che taglia a metà il rettangolo n. 4: all'incirca a 1 metro dal monaco, ossia dal vertice del tetto. Questa è appunto la posizione del camino 2. La larghezza del locale 11, nella planimetria, è di 5 metri, perciò i tiranti dei settori a,b, sono lunghi circa 2,5 metri. Non c'è dunque alcun dubbio che la parete di fondo E sia quella che separa i locali 11 e 12.

Il camino 1 si trova probabilmente in corrispondenza del rettangono n. 4 della soffitta, non visibile, dietro il dispositivo n. 5.

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Secondo Pressac, questo era il camino di ventilazione del riscaldatore d'aria a vapore. Il principio del funzionamento di questo dispositivo era l'afflusso di vapore o gas combusti ad alta temperatura su un fascio di tubi in cui fluisce l'aria. L'Immagine 16 24 illustra lo schema di un riscaldatore del secondo tipo: i gas combusti entrano nel condotto 1, all'interno del quale è disposto un fascio di tubi dell'aria 4, ed esce verso il camino dal condotto 2. Il ventilatore 3 spinge l'aria fresca nel fascio di tubi 4; grazie allo scambio termico che qui avviene, l'aria si riscalda ed esce calda dall'apertura 5.

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Esistevano anche riscaldatori d'aria più piccoli, come quelli costruiti dalla ditta Theodor Klein di Ludwigshafen. Uno di essi fu installato accanto al muro esterno della camera di disinfestazione della baracca 41 del KL Majdanek (quella con la finestra). I periti polacchi ne disegnarono lo schema di funzionamento (Immagini 17 e 18)25.

L’ Heissluftapparat Klein era un riscaldatore d’aria a coke o a legna costituito da un focolare (Feuerung) (4) al di sopra del quale si trovava una camera di riscaldo (Heizkammer) (3) in cui era installato un recuperatore formato da una serie di tubi verticali dotati di alette (T) e collegati inferiormente con il focolare, superiormente con il tubo di scarico del fumo (8). Nella camera di riscaldo era montato un soffiante (1: motore; 2: ventilatore a palette), sotto il quale era ricavata una camera adiacente al focolare dalla quale usciva il tubo premente (7); di fronte al ventilatore vi era l’apertura del tubo aspirante (5), munito di valvola a farfalla di regolazione (6). Entrambi i tubi – premente e aspirante –, con diametro di 31 cm, venivano collegati tramite due aperture rotonde al locale cui il riscaldatore d’aria era destinato, in quanto l'apparato era concepito per la ricircolazione dell'aria. Il funzionamento era il seguente: i fumi provenienti dal focolare attraversavano i tubi del recuperatore, cedendo ad essi parte del loro calore, indi uscivano dal tubo del camino. Azionando il ventilatore, l’aria proveniente dal locale, attraverso il tubo aspirante, investiva i tubi incandescenti del recuperatore, si riscaldava e veniva soffiata dal ventilatore nel locale attraverso il tubo premente. In tal modo si otteneva una circolazione continua di aria calda. Ad ogni ciclo l'aria passava nella camera di riscaldo e la sua temperatura aumentava, fino a quella desiderata. Il riscaldatore d’aria poteva fornire una produzione di calore di 80.000 Kcal/h con una temperatura dell’aria di 120°C. La temperatura dell’aria poteva essere regolata per mezzo della valvola a farfalla e mediante apposite prese d’aria, attraverso le quali entrava in circolazione l’aria fresca esterna26.

Tornando al riscaldatore di Dachau, esso doveva essere costituito da una cassa di lamiera, probabilmente a sezione romboidale (nell'Immagine 4a [vedere sopra, ndolo] si vede il suo lato lato inclinato sinistro: n. 5), all'interno del quale è installato un fascio di tubi dell'aria che erano investi dal vapore; in tal modo l'aria si riscaldava.

La relativa spiegazione di Pressac presenta due gravi incongruenze che la rendono infondata. La prima è la sua affermazione che «il circuito isolato non possedeva soffiante proprio e non poteva agire che per aspirazione dell'aria mediante il soffiante di disaerazione». Ora, dato che l'aria da riscaldare entrava dal camino 1, e dato che il circuito di disaerazione e quello di riscaldamento erano separati, in che modo avveniva questa aspirazione dell'aria?

Pressac, come ho riferito sopra, spiega così il funzionamento degli impianti:

«1/ messa del locale alla temperatura esterna: chiusura delle saracinesche isolate e apertura di quelle di disaerazione, apertura dei due orifizi di aerazione, messa in moto del soffiante (mediante un contatto installato nel corridoio) fino ad ottenere la temperatura desiderata (controllata per mezzo di un termometro nella nicchia interna incassata)»

Questo è il normale funzionamento dell'impianto di disaerazione; non si capisce perché la prima fase della “gasazione” dovesse comportare l'instaurazione nel locale della temperatura esterna.

«2/ riscaldo del locale: apertura delle saracinesche isolate e di disaerazione, messa in moto del soffiante fino ad ottenere la temperatura voluta».

Mettendo in moto il soffiante e aprendo le saracinesche dei tubi zincati (tubo di disaerazione), l'aria del locale sarebbe stata risucchiata attraverso le due aperture di disaerazione poste nel suo soffitto ed espulsa dal camino. L'apertura delle serrande del tubo coibentato avrebbe teoricamente permesso il passaggio dell'aria proveniente dal camino n. 1 attraverso il riscaldatore, lungo il camino fin nella “camera a gas” (ma, come vedremo, in pratica la questione non è così semplice); quest'aria sarebbe stata risucchiata dal soffiante attraverso le due aperture di disaerazione e appunto questo risucchio, secondo Pressac, avrebbe fornito all'aria l'energia cinetica per attraversare il riscaldatore e compiere tutto il percorso descritto. Tuttavia, quand'anche il soffiante avesse potuto far vincere all'aria tutte le resistenze di questo percorso, il risultato finale sarebbe stato inevitabilmente l'espulsione dell'aria calda dal camino 1. In pratica, non essendo possibile far ricircolare l'aria con questo sistema, la “camera a gas” non si sarebbe riscaldata mai.

La spiegazione di Pressac è tanto più insensata in quanto, a suo dire, un ventilatore con capacità di 4180 m3 di aria all'ora avrebbe aspirato nel riscaldatore 32000 m3 di aria all'ora!

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Bisogna dunque esaminare più attentamente il sistema di riscaldo. L'Immagine 4 fornisce pochissimi elementi utili, perciò è necessario partire dal disegno del capitano Fribourg. Nella relativa sezione verticale (Immagine 19) 27 è rappresentato il riscaldatore R il cui piano inclinato sinistro 5 appare nell'Immagine 4/4a. Il tubo di uscita 5a è quello stesso che si vede nella suddetta fotografia, come pure il tubo 7, dal quale un altro tubo 8, che non si vede nella fotografia, scende nel riscaldatore. Il tubo 9 entra nel riscaldatore dalla parte opposta, piega verso l'alto e sbuca dal tetto nel camino 1.

La sezione orizzontale (Immagine 20)28 mostra il riscaldatore R, il camino C1, il tubo di entrata

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dell'aria 9 nel riscaldatore e di uscita 5a. Il tubo di entrata del vapore/acqua calda è perpendicolare al riscaldatore, e scende direttamente in esso attraverso il tubo 8. Perciò il riscaldatore deve contenere uno scambiatore il cui principio è illustrato nell'Immagine 21 29: il vapore/acqua calda entra in alto (freccia rossa), scorre nel radiatore riscaldando le due tubazioni e esce in basso (freccia nera). L'aria calda attraversa il radiatore trasversalmente e ne esce riscaldata (frecce rosse).

Ovviamente, in ogni caso è necessario un soffiante aspirante che forzi l'aria a passare attraverso il riscaldatore, ma né il capitano Fribourg, né il perito Kohlhofer, di cui parlerò sotto, né Pressac menzionano un tale soffiante.

Un altro problema è quello dell'uscita della condensa o dell'acqua fredda dal riscaldatore. Il dispositivo descritto presuppone la presenza di 4 tubi, 2 di entrata e uscita dell'aria e gli altri due di entrata e uscita del vapore o acqua calda. Il disegno di Fribourg mostra però solo 3 tubi. Se esso è corretto, il tubo di uscita 5a contiene due tubi di sezione più piccola, quelli che sbucano dal muro nel locale accanto alla “camera a gas” (Immagini 10-13, riquadri in alto, numeri 5b, 5c) [vedere l'immagine scorrendo indietro,ndolo]: uno dei due tubi porterebbe la condensa/acqua fredda, l'altro l'aria calda. Questa disposizione sarebbe a dir poco bizzarra. Ma c'è un altro problema ben più serio.

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Nel disegno del soffitto della “camera a gas” redatto dal capitano Fribourg (Immagine 22) 30 ho aggiunto l'uscita dell'aria calda B nel locale; C è il corridoio adiacente; E1 e E2 sono le due aperture di disaerazione; le linee indicano il percorso dell'aria dall'entrata all'uscita, che appare abbastanza turbolento e dunque efficiente. L'uscita B è protetta da una grata (Immagine 23) 31, che dovrebbe contenere una specie di camino che sbocca nella soffitta. Come si è visto sopra, il capitano Fribourg scrisse:

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«Non è stata scoperta alcuna penetrazione delle tubazioni coibentate nella sala delle docce o nel suo soffitto».

Allora in che modo il tubo dell'aria calda, presuntamente contenuto nel tubo coibentato 5a, si immetteva nel camino di afflusso dell'aria calda? Sorvolando sul fatto curioso che l'aria calda qui scende, invece di salire, cosa piuttosto improbabile senza un soffiante, il camino 1 dell'aria da riscaldare, che doveva essere accoppiato, sulla stessa linea, al riscaldatore, in base all'Immagine 14 si

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trova sulla linea rossa della pianta della “camera a gas” disegnata da Fred Leuchter (Immagine 24) 32, linea che rappresenta anche la posizione del tubo 5a: come faceva questo tubo a giungere fino al camino di uscita dell'aria calda B? Secondo il disegno del capitano Fribourg (Immagine 20) [vedere poco sopra,ndolo] , il tubo 5a si dirama in due tubi 5b e 5c che sbucano nel corridoio e rientrano nella soffitta nello stesso tubo 5a, il che è chiaramente assurdo, perché così aria calda e condensa/acqua fredda ritornerebbero nel riscaldatore.

Il 24 luglio 1967 un certo Otto Kohlhofer, un tecnico del riscaldamento, redasse una perizia di una pagina sul funzionamento della “camera a gas” con particolare riferimento all'aspetto riscaldamento. Ecco la parte più significativa. Dalla sala caldaie,

«un tubo del vapore corre lungo il camino nella soffitta e lì fino a un condensatore, al di sopra della camera a gas. L'aria fresca apportata in questo punto viene riscaldata dal vapore e attraverso un regolatore (a nord dietro la camera a gas) lungo un pozzo viene portata nella camera a gas (apertura del pozzo nella parte nord-ovest della camera a gas). Il tubo che torna indietro dal condensatore è per l'acqua di condensazione»33.

Questa spiegazione non aiuta molto a dipanare la questione. Quale sia il tubo per l'acqua di condensazione «che torna indietro dal condensatore» non è chiaro.

Forse è più importante l'informazione da lui fornita che all'incirca nel 1950 la caldaia originaria fu sostituita con una più piccola e ciò comportò anche una modifica del sistema delle tubazioni.

Secondo la planimetria, dalla sala caldaie si ergeva un camino in muratura di m 0,60 x 2,20 che conteneva tre canne fumarie; quella centrale, più grande, con una sezione di circa 0,25 m2, le altre due, insieme, parimenti di circa 0,25 m2. Ciò fa pensare al progetto di installazione di tre caldaie. I quattro forni crematori avevano un camino con due canne fumarie, ciascuna con sezione di m 0,5 x 0,5 = 0,25 m2.

Supponendo un qualche tipo di collegamento tra il riscaldatore e il camino di afflusso dell'aria (nelle immagini 22 e 24: B), bisogna stabilire se questo fu costruito successivamente per allestire una “camera a gas” oppure se era originario.

Come ho accennato sopra, questo camino si trova all'interno della parete, spessa 38 cm, che separa la “camera a gas” dal corridoio. Le dimensioni della griglia che chiude l'apertura (Immagine 23), secondo Leuchter sono di cm 50 (larghezza) x 66 (altezza). Se si segue l'ipotesi di Pressac, la Zentralbauleitung di Dachau avrebbe svuotato un muro pieno per una larghezza di almeno 50 cm e per tutta l'altezza del locale per ricavarvi il camino di ventilazione; inoltre avrebbe perforato il primo solaio di cemento armato (il secondo, la stazione del ventilatore e del riscaldatore, a quanto pare non presenta l'imboccatura del camino). La realizzazione del camino avrebbe richiesto il taglio o la rimozione delle maioliche presenti in quella sezione di parete di circa 2 x 0,5 metri e il suo nuovo rivestimento, ma una mia fotografia del 1990 non mostra segni di collegamento del vecchio maiolicato a quello nuovo (Immagine 25) 34.

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Naturalmente questo lavoro sarebbe stato enormemente semplificato realizzando il camino dentro di una colonna interna, come quella che appare nell' Immagine 26 35, all'angolo destro del locale, la cui funzione è ignota.

Da ciò si desume che il camino di ventilazione è originale.

Il capitano Fribourg e Pressac assumono come un dato di fatto che il soffiante installato nella soffitta serviva alla disaerazione della “camera a gas”: esso aspirava l'aria attraverso le due aperture di disaerazione situate sul soffitto del locale e la espelleva attraverso il camino 2.

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Ma è possibile anche che fosse un soffiante di aerazione, che apportava aria fresca nel locale. Nelle camere mortuarie, l'apporto di aria fresca avveniva solitamente dall'alto e la sua evacuazione dal basso. L'Immagine 27 36 mostra la sezione delle camere mortuarie del crematorio di Berlino-Wedding: l'aria fredda arrivava dall'alto (Kaltfluft) e usciva dal basso (Abluft).

La pianta della Topf D 59366 del 10 marzo 1942 mostra il sistema di ventilazione del nuovo crematorio di Auschwitz (il futuro crematorio II). Ne riporto le due sezioni più significative (Immagini 28, 28a)37

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Il “B.Raum” (il futuro Leichenkeller 1) presenta un impianto di aerazione con ventilatore (1) nella mansarda e condotto dell'aria fresca (Frischluftkanal), in verde (2); l'aria entra nel locale dall'alto attraverso due condotti (2) ed esce dal basso da due condotti di disaerazione posti dietro i muri esterni (4) , risucchiata dal ventilatore (3) collocato nella mansarda.

Il progetto del crematorio di Dachau reca la data del marzo 1942, perciò una disposizione della ventilazione simile a questa è più che probabile.

Si può allora pensare che il progetto iniziale prevedesse un soffiante di aerazione, che aspirava aria fresca dal camino 2 e la convogliava nella camera mortuaria attraverso le due aperture di ventilazione sul soffitto, e un soffiante di disaerazione che aspirava l'aria dall'apertura munita di grata del camino di ventilazione e la espelleva tramite il camino 1.

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Per questa disposizione c'era anche una motivazione più importante. Le quattro camere di disinfestazione Degesch scaricavano i vapori di acido cianidrico verso l'alto, secondo lo schema dell'Immagine 13 del mio articolo precedente (vedi anche l'Immagine 51 sotto). [vedere qui,ndolo]. I quattro tubi di disaerazione attraversavano il soffitto e sbucavano sul tetto in altrettanti camini. L'Immagine 29 38 mostra la soffitta sopra il locale 2 della planimetria. La muratura in fondo C è la struttura del camino a tre

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canne fumarie della sala caldaie; i tubi verticali 1-4 sono gli scarichi delle quattro camere di disinfestazione sottostanti. Nell'Immagine 30 39 si vedono i primi tre tubi (1-3) che escono dal tetto in forma di camini, il camino della sala caldaie (C) e il camino 1 della soffitta sopra la “camera a gas” (C1). Da questa fotografia appare intuitivo che il camino C1 non poteva essere di aerazione, perché avrebbe rischiato di risucchiare i vapori di acido cianidrico espulsi dai due camini delle camere di disinfestazione situate sul medesimo spiovente del tetto.

L'installazione delle due serrande nella tubazione zincata nel corridoio resta enigmatica. Chiudere il flusso dell'aria, che si trattasse di aria in entrata (aerazione) o in uscita (disaerazione), non avrebbe avuto molto senso, perché, per interrompere il flusso, sarebbe stato sufficiente spegnere il ventilatore.

Nella prospettiva olocaustica, assumendo che il locale fosse una camera a gas, le serrande non avrebbero avuto altra funzione che quella di impedire una fuoriuscita dei vapori di acido cianidrico attraverso la tubazione di ventilazione a soffiante spento. Tralasciando il fatto che le presunte camere a gas dei crematori di Birkenau non avevano tali serrande, la perdita di vapori, in assenza dell'aspirazione prodotta dal soffiante, sarebbe stata tanto irrisoria da rendere assolutamente superflue tali saracinesche. Queste potevano servire dunque soltanto a regolare il flusso dell'aria, eventualmente a impedire l'uscita di aria calda.

Se nella soffitta della “camera a gas” era installato un riscaldatore dell'aria, ciò non sarebbe in contrasto con una camera mortuaria, come ho osservato varie volte.

L'ing. Wilhelm Heepke, nel suo studio classico sui crematori, rileva:

«Se in un crematorio esistono camere mortuarie, naturalmente anche queste devono ricevere un impianto di riscaldamento indipendente, nel modo più semplice allora in forma di una stufa locale a fuoco continuo; ma un riscaldo delle camere mortuarie dev'essere sempre previsto, anzi spesso è richiesto da parte delle autorità»40.

E in un altro libro tecnico, nella trattazione di cimiteri e crematori, il prof. Ernst Neufert scrive:

«Il livello della temperatura nella camera mortuaria [dev'essere] da 2 a 12°C, non inferiore, perché il gelo dilata i cadaveri e può farli scoppiare. Questo livello della temperatura dev'essere mantenuto grazie a un riscaldamento centrale e al raffreddamento, con ventilazione costante soprattutto d'estate»41.

Si può anche ipotizzare che il riscaldatore non serviva a produrre aria calda, ma acqua calda. Il tubo 5a conteneva i due tubi 5b e 5c che, rientrando nel muro, dietro di esso, piegavano verso il basso e si riportavano di nuovo in orizzontale con una doppia curva. Uno dei due tubi alimentava le tubature di vere docce, che si potevano aprire o chiudere per mezzo dell'apposita serranda situata nel corridoio. L'altro, se non era anch'esso un tubo di alimentazione delle docce (ad esempio, suddivise in due gruppi), era il tubo di condensa dello

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scambiatore termico. Ciò almeno lascia presumere l'Immagine 31 42, che ho invertito. Essa infatti non può rappresentare il lato sinistro del corridoio, quello dalla parte della sala forni, perché qui si trovavano i tubi di uscita dalla soffitta e le relative serrande, come si vede nell'Immagine 32 43 , dove A è la parete che separa il corridoio dal locale 10 (verso la sala forni), B è la parete tra il corridoio e la “camera a gas”, 5b e 5c sono le serrande dei rispettivi tubi, che sono situati sopra di esse, come appare nell'Immagine 33 44.

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Qui B è la parete menzionata sopra, S il soffitto. La linea rossa mostra che i tubi 5b e 5c si trovano immediatamente sotto il soffitto.

Tornando all'Immagine 31, B è la parete indicata sopra, C la parete che separa il corridoio dal locale 7 (verso le camere di disinfestazione), S è il soffitto, I l'intercapedine al di sopra della “camera a gas”, T il tubo 5b o 5c che esce dall'intercapedine secondo il tragitto schematizzato dalla linea verde. L'Immagine 34 mostra lo schema di un tubo, 5b o 5c, che entra dalla parete B nell'intercapedine I, piega verso il basso, poi di nuovo in orizzontale ed esce di nuovo dalla parete B come tubo T.

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L'Immagine 35 45 mostra il locale 6, davanti alla “camera a gas”. In fondo, dal muro F sbuca il tubo T proveniente dal locale 9 ed entra nella parete del locale 7, secondo lo schema dell'Immagine 36 46.

Ricordo che a vere docce alludono due fonti.

– Rapporto del Congresso americano del 15 maggio 1945 :

«La camera a gas era situata al centro di un ampio locale nell'edificio del crematorio. Era fatta di cemento armato. Le sue dimensioni erano di 20 x 20 feet (6 x 6 metri) e il soffitto era alto circa 10 feet (3 metri)! In due pareti opposte della camera a gas c'erano porte a tenuta d'aria attraverso le quali i detenuti condannati potevano essere portati nella camera a gas per l'esecuzione e rimossi dopo l'esecuzione. L'afflusso (supply) del gas nella camera era controllato mediante due valvole in una delle pareti esterne e sotto le valvole c'era un piccolo spioncino con vetro attraverso il quale l'operatore poteva osservare la morte delle vittime. Il gas veniva portato nella camera attraverso tubi che terminavano in congegni (fixtures) di ottone perforati inseriti nel soffitto. La camera aveva dimensioni sufficienti per giustiziare probabilmente cento persone alla volta»47.

– Dichiarazione dell’ex detenuto Eugen Seibold (10 novembre 1945):

«Camera a gas: Non ho mai visto una persona uccisa con gas nella camera a gas. Questa camera a gas originariamente era allestita in modo diverso da come appare ora. File [di docce] come in una sala doccia che correvano parallele al pavimento si supponeva che spruzzassero il gas. Solo dopo, circa un anno fa, fu costruito il soffitto con le false docce. La ragione era che il gas da usare arrivava in granuli. Si pensava che il vapore riscaldato dai forni entrasse nella camera al di sopra del falso soffitto dove i granuli di gas sarebbero stati dissolti dal vapore che poi usciva dai pomi delle docce e uccideva le persone»48.

Dunque originariamente nella “camera a gas” c'erano file di docce con pomi di ottone collegati a tubi che correvano sul soffitto. La presenza di ben sei griglie di deflusso nel pavimento del locale testimonia del fatto che vi si prevedeva un abbondante impiego di acqua, compatibile con un vero impianto doccia. Il progetto iniziale prevedeva dunque una doppia funzione per il locale, quello di camera mortuaria ventilata e quello di impianto doccia. Questo poteva essere destinato al personale del crematorio, in particolare agli addetti ai forni crematori e alle camere di disinfestazione Degesch.

Qui arriviamo al problema delle docce finte. Le fonti addotte sopra dicono che, originariamente, le docce erano reali. Da chi e perché furono allora installate le attuali docce finte?

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Anzitutto bisogna esaminare perché queste docce sono finte. La fotografia dell'Immagine 37 fu scattata da me nel 1990 ad un pomo doccia divelto dal soffitto. Resta la lamiera esterna e al centro si nota un cerchio che può essere lo sbocco di un tubo dell'acqua. L'Immagine 38, una fotografia scattata da Thomas Dalton nel 2011 49, mostra l'incavo nel soffitto che conteneva un pomo di doccia. Anche qui, al centro, si nota un cerchio metallico che sembra un tubo dell'acqua ammaccato.

È pertanto probabile che nel soffitto fossero incassati veri pomi di doccia, collegati al tubo dell’acqua calda 5b o 5c che corre sopra il solaio del locale, secondo lo schema dell'Immagine 39, dove S indica il solaio del locale, T il tubo orizzontale dell'acqua collegato al tubo 5b o 5c, V il tubo verticale che porta l'acqua al pomo P. Questa disposizione sarebbe stata giustificata dal fatto che il soffitto è troppo basso per una disposizione normale delle tubature e delle docce.

Se la situazione era questa, sarebbe stato facile smontare i pomi delle docce (di ottone?), occludere e ammaccare i tubi dell'acqua e installare di nuovo i pomi. Il lavoro si sarebbe potuto svolgere in una giornata. Per verificare questa ipotesi, bisognerebbe accedere all'intercapedine tra i due solai.

Le attuali porte della “camera a gas”, come ho accennato sopra, sono identiche a quelle dei rifugi antiaerei50. Quando e perché furono installate non è noto. Porte di tal fatta sono senza dubbio compatibili con una “camera a gas”, ma anche con altri usi; va ricordato, ad esempio, che negli impianti doccia, disinfezione e disinfestazione BW 5a e 5b di Birkenau, anche per la sauna erano previste 2 porta a tenuta di gas di m 1 x 251.

La tecnica di gasazione descritta dagli Americani è quella scioccamente propagandistica che era in auge in quegli anni: l'introduzione del tossico attraverso le docce.

Il già menzionato rapporto del Congresso americano del 15 maggio 1945 diceva:

«Il gas veniva portato nella camera attraverso tubi che terminavano in congegni (fixtures) di ottone perforati inseriti nel soffitto».

Così anche il rapporto ufficiale americano del colonnello William W. Quinn del maggio 1945:

«Poi entravano nella camera a gas. Sull’ingresso, in grosse lettere nere, c’era scritto “Brause” (doccia). C’erano circa 15 pomi di doccia fissati al soffitto dai quali poi il gas veniva immesso»52.

Si può aggiungere il rapporto “Campi di concentramento e per prigionieri di guerra nazisti”. Autenticazione e spiegazione delle fotografie in un film fatto dall'esercito degli USA dopo la liberazione dei campi:

«Campo di concentramento di Dachau. [...]. Questo è ciò che i liberatori trovarono all'interno degli edifici.

I vestiti dei detenuti che erano stati asfissiati nella camera a gas letale erano appesi in file ordinate. Essi erano stati persuasi a togliersi i vestiti col pretesto di fare una doccia, per la quale erano forniti [loro] sapone e asciugamani.

Questa è la Brausebad - sala doccia.

All'interno della sala doccia sfiatatoi [vents] del gas.

Sul soffitto i pomi di doccia finti.

Nel locale degli ingegneri i tubi di aspirazione e di uscita.

Bottoni a pressione per controllare l'afflusso e il deflusso del gas. Una valvola a mano per regolare la pressione.

La polvere cianidrica era usata per generare un gas letale.

Dalla camera a gas i corpi venivano portati nel crematorio»53.

Come potevano dunque gli Americani credere seriamente che il gas potesse affluire nel locale attraverso docce finte? O erano tutti allocchi, oppure le docce erano vere.

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Questa descrizione contiene inoltre un travisamento della realtà davvero plateale. I vestiti appesi in file ordinate si trovavano davanti alle camere di disinfestazione (vedi Immagine 40) 54, perciò erano vestiti gasati, non vestiti di detenuti gasati!

Ciò mostra tutta la prevenzione degli Americani, che volevano trovare “camere a gas” ad ogni costo.

Attualmente il funzionamento della “camera a gas” è descritto in un pannello esposto nel muro esterno, accanto alla porta di ingresso del locale “Brausebad”55, ma utilizzo un disegno identico reperibile in rete (Immagine 41) 56.

Le didascalie sono identiche a quelle del pannello summenzionato:

1. Afflusso di aria calda mediante un condensatore nella soffitta che doveva affrettare l'evaporazione dei cristalli di veleno [Giftkristalle!]

2. Allacciamento dell'acqua per pulire il locale dopo la rimozione degli uccisi

3. Spioncino dal corridoio a sinistra per osservare l'interno della camera a gas

4. Sportelli per versare dall'esterno i cristalli di gas tossico [Giftgaskristalle!] (Zyklon “B”) di acido cianidrico

5. Aperture per un ventilatore nella soffitta per disaerare la camera a gas.

6. Pomi di doccia finti.

Anche questa spiegazione, al pari di quella di Pressac, presuppone la presenza di un secondo ventilatore che non esiste nella soffitta della “camera a gas”, ma è anche vero che un impianto di aerazione, come ho ipotizzato sopra, richiede anch'esso tale ventilatore. Resta comunque il fatto, come ho chiarito sopra, che la tubazione del riscaldo dell'aria e quella di disaerazione sarebbero due sistemi indipendenti, sicché l'aria calda non potrebbe ricircolare. Però il locale potrebbe fungere da “camera a gas” in virtù della disaerazione (supponendo che il soffiante sul soffitto fosse di disaerazione e non di aerazione).

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Fino ad alcuni anni fa, nella “camera a gas” era esposto il cartello che appare nell'Immagine 25, secondo il quale la “camera a gas” «non fu messa in funzione». Ora nel Museo di Dachau è esposto un pannello (Immagine 42)57 che parla di “camera a gas” come «centro di un assassinio di massa potenziale» in cui 150 persone potevano essere uccise in 15-20 minuti con lo Zyklon B.

Tuttavia, ciò che importa stabilire, non è se il locale poteva fungere da “camera a gas” omicida, ma se fu concepito o ristrutturato a tale fine. Anche le quattro camere di disinfestazione, infatti, potevano fungere da “camere a gas” omicide, ma non erano state progettate per questo.

In questo contesto, l'ultimo elemento importante che resta da analizzare è costituito dalle due finestrelle. Furono costruite proprio per versare nel locale dall'esterno un barattolo di Zyklon B?

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Secondo Leuchter, le finestrelle misurano circa cm 40 x 70. All'interno sono protette da una solida inferriata. Il muro esterno, largo 38 cm, è stato perforato obliquamente, in modo da formare un piano molto inclinato (Immagine 43)58.

Questo piano inclinato prosegue fuori del muro in una tramoggia metallica mobile, dotata di maniglia di chiusura, probabilmente a tenuta di gas (Immagine 44)59.

Si ignora quando e perché furono costruite le due finestrelle. Sebbene, in linea di principio, esse possano servire da congegni di versamento di Zyklon B, si possono esprimere delle riserve sul fatto che furono concepite a questo scopo.

Anzitutto: perché due?

Il locale ha un volume di circa 85 m3. Se era destinato all'uccisione di 150 persone alla volta, supponendo un peso medio di 60 kg, i corpi avrebbero occupato circa 9 m3. Il volume effettivo sarebbe stato dunque di circa 76 m3. Un solo barattolo di Zyklon B da 250 g vi avrebbe prodotto una concentrazione teorica di acido cianidrico di (250 : 76 =) circa 3,3 g/m3. Questa concentrazione era già 10 volte superiore a quella immediatamente letale (270 ppm o 0,324 g/m3)60. È ovvio che, in un locale così piccolo, una finestrella sarebbe stata più che sufficiente: perché ne furono praticate due? L'Immagine 26 mostra che, davanti alle due finestrelle, sul pavimento, a una distanza tra 1,5 e 2 metri, ci sono due griglie di deflusso. Dato che lo Zyklon B, cadendo sul pavimento, che non era certamente riscaldato, non avrebbe sprigionato immediatamente i vapori di acido cianidrico, i detenuti da gasare avrebbero potuto spingere i granuli nelle due griglie.

Anche le dimensioni delle finestrelle appaiono spropositate: a che scopo creare all'interno del locale aperture alte 70 cm? Inoltre il dispositivo è alquanto grezzo, rispetto al presunto allestimento macchinoso della “camera a gas”: granuli di Zyklon B gettati direttamente sul pavimento, col rischio, come ho spiegato sopra, che finissero direttamente nelle griglie di deflusso.

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Il film di Dachau girato dagli Americani (Immagine 45)61 mostra una staccionata, una specie di piccola baracca, sul lato esterno della “camera a gas”, in corrispondenza delle due finestrelle summenzionate. Davanti è ammassato un enorme mucchio di cadaveri. Ciò corrisponde alla descrizione del capitano Fribourg, il quale, il 25 maggio 1945, menzionò appunto una «palissade», inaccessibile a causa dell'ammasso di cadaveri. Vale la pena di osservare che questi cadaveri si trovavano lì da più di tre settimane, dato che vi erano già il 29 aprile.

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Poi i cadaveri furono rimossi, ma la staccionata fu lasciata, come si vede in una fotografia (Immagine 46)62 che ritrae, con angolazione diversa, il campo visivo dell'Immagine 8.

Una fotografia successiva mostra il medesimo lato del crematorio (Immagine 47)63: nel muro esterno della “camera a gas” si nota parimenti una staccionata, ma più piccola dell'altra; sul muro, a destra del tubo discendente dell’acqua piovana, si distingue un oggetto che è senza dubbio la tramoggia metallica di destra.

Si deve pensare che la staccionata servisse a nascondere alla vista l'introduzione dello Zyklon B attraverso i due congegni? In linea di massima, ciò è possibile, ma non si spiega la presenza della staccionata più piccola nella fotografia successiva, quando a Dachau c'erano gli Americani. Inoltre questo sarebbe stato il dettaglio finale, che presupponeva l'impiego immediato della “camera a gas”, ma ciò, come spiegherò sotto, crea ulteriori, gravi problemi.

Ma c'è un'altra considerazione generale che rende piuttosto debole questa tesi.

La sofisticata “sala degli ingegneri”, con i suoi pulsanti colorati e le sue serrande di regolazione, che, stando a Pressac, permetteva di controllare in modo centralizzato l'intero processo di gasazione, stride cospicuamente col rozzo sistema di introduzione descritto, che comportava l'uscita di un addetto dal crematorio all'aperto, quando sarebbe stato di una ragionevolezza quasi puerile posizionare le due finestrelle in questa stessa sala, nella parete che la separa dalla “camera a gas”: allora sì che il processo di gasazione sarebbe stato interamente centralizzato.

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L'Immagine 48 64 illustra la posizione illogica (A, B) e logica (C, D) di eventuali finetrelle di introduzione per lo Zyklon B.

Se invece, come pensa Pressac, si trattava di finestrelle di aerazione, si spiega tutto: numero, dimensioni, posizione e forma; le due tramogge metalliche avrebbero svolto la funzione di serrande regolabili dell'aria. Questa ipotesi presuppone che il soffiante di aerazione, per qualche ragione, non fosse più presente o utilizzabile.

Se invece non si fosse reso più disponibile il soffiante di disaerazione, le due finestrelle avrebbero svolto questa funzione: il piano inclinato dei muri che continua nelle tramogge è infatti compatibile coll'idea di soffiare l'aria del locale verso l'alto in virtù della sovrappressione provocata dal soffiante di aspirazione.

Non si capisce poi per quale ragione la Zentralbauleitung di Dachau, che aveva già progettato nel crematorio quattro camere di disinfestazione a Zyklon B, volendo contemporaneamente costruire una camera a gas omicida, sarebbe dovuta ricorrere al macchinoso sistema illustrato sopra invece di impiegare anche per la “camera a gas” omicida il sistema Degesch-Kreislauf.

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L'Immagine 49 65 è l'uovo di Colombo per l'allestimento del locale 8 in “camera a gas”: un apparato Degesch-Kreislauf nel muro della “camera a gas” a ridosso del corridoio, come quello che si vede nell'Immagine 50 66. Tre piccole aperture rotonde sul soffitto sarebbero

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state sufficienti a far funzionare l'apparato (vedi Immagine 51) 67; il ventilatore e il tubo di ricircolazione si potevano sistemare comodamente nella soffitta, il tubo di disaerazione poteva facilmente sbucare dal tetto in un camino. Oltre a ciò, sarebbero bastate due porte a tenuta di gas. Semplice, lineare, funzionale ed efficace! Se c'era l'esigenza del “mascheramento”, l'apparato poteva essere protetto da una inferriata e da un pannello, lasciando scoperta solo l'apertura del tubo di uscita del gas e i detenuti da gasare potevano essere introdotti dalla porta opposta, in modo che non vedessero il comando a quattro vie che sbucava dal muro della “camera a gas”.

Restano comunque delle perplessità, anzitutto riguardo alle etichette lette da Pressac: si deve credere davvero che il soffiante, di 400 mm, con un motore di 0,7 CV, pressione totale di 25 mm di colonna d'acqua avesse una capacità di 4180 mentri cubi di aria all'ora? Ciò, assumendo un volume del locale vuoto di circa 85 m3, corrisponderebbe a (4180 : 85 =) 49 ricambi di aria all'ora! È ben vero che per le camere Degesch erano previsti 72 ricambi di aria all'ora, ma (nella prospettiva olocaustica), per le presunte camere a gas dei crematori II e III i ricambi d'aria erano 9,5 all'ora (per lo “spogliatoio” 11 ricambi!)68.

Il Leichenkeller 1 (la presunta camera a gas) era attrezzata con due soffianti, uno aspirante e uno premente, entrambi n. 450 (il tubo di uscita aveva un diametro di 450 mm), con una capacità di 4800 m3/h, pressione di 40 mm di colonna d'acqua e motore di 2 CV.

E, come ho anticipato sopra, non si può credere che lo scambiatore termico avesse una capacità di 32000 m3/h di aria. In questo caso, nel locale vuoto, si sarebbero prodotti (32000 : 85 =) 376 ricambi di aria calda all'ora!

È dunque evidente che Pressac ha interpretato, più che letto, etichette senza dubbio arrugginite.

La dichiarazione di Seibold, per quanto riguarda le vere docce e il nuovo soffitto della “camera a gas”, resta enigmatica.

Uno dei problemi fondamentali della “camera a gas” di Dachau è il fatto che, pur essendo pretesamente completata e funzionale, non fu mai usata. Sopra ho anticipato che il coronamento dell'impianto, nella prospettiva olocaustica, è la staccionata che copriva le due finestrelle, affinché occhi indiscreti non vedessero l'operazione di versamento dei barattoli di Zyklon B nelle tramogge metalliche. Se ciò fosse vero, la “camera a gas” era ormai pronta per l'uso. Perché allora una “camera a gas” così sofisticata e macchinosa, che era senza dubbio costata molto denaro e lavoro, non fu mai usata? Finora sono state fornite le congetture più cervellotiche (il “sabotaggio” dei detenuti, il timore della popolazione della città di Dachau, ecc.), ma nessuno ha dato una risposta convincente.

La risposta più convincente è che la “camera a gas” non fu mai usata perché non era una “camera a gas”.

Ciò che Pressac dice circa il comportamento degli Americani è più che plausibile. Essi entrarono a Dachau col preconcetto che vi dovessero essere camere a gas (come ho chiarito nel mio primo articolo) e fecero una rappresentazione teatrale delle camere di disinfestazione con i vestiti appesi davanti ad esse e del locale “Brausebad”. Successivamente, vagliando la documentazione della Zentralbauleitung relativa al crematorio, si resero conto che la loro rappresentazione era infondata e allora “alleggerirono” la documentazione “scartando” i documenti che facevano luce sulla storia della presunta “camera a gas”.

Quando finalmente si degneranno di rendere pubblica l'intera documentazione, si potrà rispondere con certezza a tutte le questioni che ho sollevato sopra.

Note

1 Secondo Leuchter l'altezza è di circa 2,30 metri, ma si tratta probabilmente di un errore.

2 Public Record Office, 371/46796, p. 80, C2189.

3 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X. fotografia Müller della soffitta, 1995.

4 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X, pp. 4-5 della relazione.

5 Idem, pp. 7-8.

6 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X. La lettera, di due pagine, non è stata classificata. Lo stralcio che ho citato è riportato anche nel libro Il campo di Concentramento di Dachau 1939-1945. Comitato Internazionale di Dachau, 1978, p. 169.

7 J.-C. Pressac, “La camera a gas di sperimentazione medica di Dachau”, cit., p. 10.

8 Idem, p. 11.

9 Idem.

10 Idem, pp. 11-13.

11 Idem, p. 14.

12 Idem, p. 14.

13 Idem, p. 15.

14Idem.

15PS-3249. Atti del processo di Norimberga, vol. XXXII, pp. 58-62.

16 J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1979, p. 284.

17 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X, “Chambre à gaz de Dachau. Rapports du capitain Fribourg”, 25 maggio 1945, pp. 2-4 del rapporto.

18Idem.

19Idem.

20 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X, fotografia Müller della soffitta, 1995.

21Immagini di pubblico dominio reperibili in rete.

22Da: http://www.scrapbookpages.com/DachauScrapbook/GasChamber/Exterior01.html

23Da: http://uainfo.org/heading/public/14948-fotografii-iz-osvobozhdennogo-konclagerya-dahau-may-1945-goda.html.

La fotografia ivi pubblicata è invertita: il camino deve apparire a destra, non a sinistra.

24Da: http://dingler.culture.hu-berlin.de/article/pj341/ar341060.

25 Instytut Techniki Cieplnej. Ekspertyza dotyczaca konstrukcji i przeznaczenia pieców zainstalowanych przy komorach gazowych w Obozie na Majdanku w Lublinie (Istituto di termotecnica. Perizia sulla costruzione e la destinazione dei forni installati presso le camere a gas nel campo di Majdanek a Lublino), Łódź, 1968. Archivio del Museo di Stato di Majdanek.

26 Idem.

27Vedi Immagine 8.

28Vedi immagine 8.

29Da: http://www.haustechnikdialog.de/shkwissen/Showimage.aspx?ID=41.

30 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X, “Chambre à gaz de Dachau. Rapports du capitain Fribourg”, 25 maggio 1945,

31Dal film “Dachau Concentration Camp”, https://www.youtube.com/watch?v=PH98iTYLrv4.

32Da: The Second Leuchter Report. Dachau Mauthausen Hartheim. David Clark, Decatur, Alabama, s.d., p. 42.

33 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X, Comité Internationale de Dachau, Büro München. Aktennotiz: Betreff: Überprüfung der technischen Anlage der Gaskammer durch einen Heizungsfachmann Juli 1967.

34Fotografia di C. Mattogno, 1990.

35Da: http://www.panoramio.com/photo/25675982.

36 Da: F. Hellwig, “Vom Bau und Betrieb der Krematorien”, in: Gesundheits-Ingenieur, anno 54, quaderno 24, 13 giugno 1931, p. 369.

37 Da: A. Schüle, Industrie und Holocaust. Topf & Söhne - Die Ofenbauer von Auschwitz. Wallstein Verlag, Gottinga, 2010. pp. 438-439.

38 Archivio del Museo di Dachau, fascicolo Krematorium Baracke X. fotografia Müller della soffitta, 1995.

39   Dal film “Dachau Concentration Camp”, https://www.youtube.com/watch?v=PH98iTYLrv4

40 W. Heepke, Die Leichenverbrennungs-Anstalten (die Krematorien), op. cit., p. 95.

41 Ernst Neufert, Bau- Entwurfslehre. Bauwelt Verlag, Berlino SW 68, 1938, p. 271. Una copia di quest'opera si trovava nell'archivio della Zentralbauleitung. RGVA, 502-2-87.

42Da:http://www.scrapbookpages.com/DachauScrapbook/GasChamber/UndressingRoom.html.

43 Da: https://furtherglory.files.wordpress.com/2014/06/dachau75045.jpg.

44Vedi Immagini 10-13.

45Da: http://www.obletim.ru/germany/munich_9/.

46NO-3887 rielaborato.

47 Atti del processo di Norimberga, L-159, vol. XXXVII, p. 615.

48 Archivio del Museo di Dachau, 767, p. 87.

49Da: http://inconvenienthistory.com/archive/2011/volume_3/number_4/reexamining_the_gas_chamber_of_dachau.php.

50 Vedi le relative immagini nel sito http://www.scrapbookpages.com/DachauScrapbook/GasChamber/ShelterDoor.html.

51Vedi il mio studio “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, 2000, pp. 60-61.

52 Opuscolo intitolato “Dachau”. Archio di Stato della Federazione Russa (GARF), 7021-115-17, p. 33.

53 Atti del processo di Norimberga, PS-2430, vol. XXX, p. 470.

54Dal film “Dachau Concentration Camp”, https://www.youtube.com/watch?v=PH98iTYLrv4.

55Vedi le relative fotografie in: http://breepye.blogspot.it/2013/03/dachau-concentration-camp-photo-blog.html, e http://www.scrapbookpages.com/DachauScrapbook/GasChamber/UndressingRoom.html.

56Da: http://www.hdbg.de/dachau/pdfs/16/16_01_05.PDF.

57Da: http://breepye.blogspot.it/2013/03/dachau-concentration-camp-photo-blog.html.

58Da: http://www.scrapbookpages.com/DachauScrapbook/GasChamber/Exterior02.html.

59Idem.

60 Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung MBH. Labour-medical aspects of highly toxic gases. Professor Dr. Szadkowski, Senior Physician in the Central Institute for Labour-Medicine, Hamburg. Francoforte sul Meno, Manuscript Nr. 12, senza data, p. 5.

61 https://www.youtube.com/watch?v=PH98iTYLrv4.

62Da: http://rodoh.info/forum/viewtopic.php?f=13&t=2064&start=70.

63Da: http://war2.name/daxau-lager/.

64NO-3887 rielaborato.

65Idem.

66Fotografia di C. Mattogno, 1990.

67Archivio Russo di Stato della Guerra (RGVA), 502-2-100, p. 19.

68Vedi il mio studio Le camere a gas di Auschwitz. Effepi, Genova, 2009, pp. 38-40.

 


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Author(s): Olodogma
Title: Carlo Mattogno e la “camera a gas” di Dachau: nuove prospettive
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Published: 2015-03-15
First posted on CODOH: Nov. 29, 2018, 2:25 p.m.
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