Industria dell'olocausto, intervista a finkelstein norman
Published: 2015-12-26

.

REVISIONI Un libro di Finkelstein critica i dati sui sopravvissuti e le speculazioni che vengono fatte in nome dell' Olocausto. Le repliche dalla comunità italiana

Storico ebreo denuncia l' industria della SHOAH

Luzzatto: «E' vero, ci sono gli sciacalli ma i numeri non sono inventati» Sarfatti: «Banche ricattate? E' falso» Sabbatucci: «Stiamo attenti al negazionismo»

 

REVISIONI Un libro di Finkelstein critica i dati sui sopravvissuti e le speculazioni che vengono fatte in nome dell' Olocausto. Le repliche dalla comunità italiana Storico ebreo denuncia l' industria della SHOAH di PAOLO CONTI
Suo padre Zacharias era un sopravvissuto del ghetto di Varsavia e del campo di concentramento di Auschwitz. Anche sua madre Maryla era una sopravvissuta del ghetto di Varsavia e del campo di Maidanek. Norman Finkelstein (47 anni, nato a Brooklyn, docente di teoria politica e relazioni internazionali all' Hunter College e alla New York University, studioso del Medio Oriente e del conflitto arabo-israeliano) è dunque un tipico «figlio della Shoah».
Ieri il quotidiano inglese Guardian ha dedicato la copertina dell' inserto culturale al suo ultimo libro. Il titolo è una calamita perfetta per le polemiche: L' industria dell' Olocausto. Non siamo, attenzione, nell' ambito del negazionismo. Ma il libro mette sotto accusa la «mistificazione e lo sfruttamento» che, secondo l' autore, nel dopoguerra si sono sovrapposti alla tragedia d' un popolo. La tesi è esplosiva, soprattutto se sottoscritta da un ebreo: l' Olocausto è servito «a estorcere denaro all' Europa nel nome delle vittime bisognose» e così «un vero Martirio è stato ridotto al rango del casinò di Montecarlo».
Molti sopravvissuti sono simulatori («mia madre diceva: se tutti questi sono veri, allora Hitler chi ha ucciso?»).
Il centro voluto da Simon Wiesenthal è una specie di «Dachau incontra Disneyland» e serve solo come «tattica sensazionalistica per la raccolta di fondi».
Ancora. «La falsificazione e lo sfruttamento dell' Olocausto sono serviti a giustificare la politica criminale dello Stato israeliano e il supporto garantito dagli Usa a questa politica».
Con un evidente riferimento ai gruppi di pressione ebraica: «Dalla guerra dei Sei Giorni... Israele ha assunto il ruolo di Stato-vittima e il gruppo etnico più di successo degli Usa ha acquisito lo status di vittima».
Finkelstein arriva anche ai conti: «Il termine "sopravvissuto" originariamente designava solo chi rimase vivo dopo le tragedie dei ghetti ebraici, dei campi di concentramento e di schiavitù: centomila persone. Il numero di chi oggi è ancora vivo non può superare un quarto di quella cifra». Ma adesso l' ufficio del primo ministro israeliano sostiene che i sopravvissuti sono quasi un milione includendo anche «chi riuscì a sottrarsi al nazismo».
Perché?
Finkelstein ironizza: «E' difficile fare pressione per nuove richieste di risarcimento se i sopravvissuti sono un pugno di persone». E insinua anche dubbi sull' uso dei «miliardi di dollari» circolati: «Mia madre, che era una autentica sopravvissuta, ricevette come risarcimento dal governo tedesco solo 3.500 dollari...».
Interrogativi di fuoco.

Commenta Amos Luzzatto, presidente dell' Unione delle comunità israelitiche italiane:

«Credo che Finkelstein confonda le organizzazioni ebraiche americane ufficiali, che certo non speculano, con gruppi di profittatori che indubbiamente esistono. Vogliamo chiamarla, in certi casi, opera di sciacallaggio? Benissimo. C'è chi promette, dietro il versamento di una piccola quota, il riconoscimento di un indennizzo che poi non arriverà mai. Successe qualcosa di analogo in Italia coi dispersi in Russia».

In quanto alla vastità numerica degli ebrei coinvolti economicamente, Luzzatto contesta Finkelstein:

«Il fatto stesso che governi, banche, assicurazioni riconoscano di dover trattare un indennizzo significa che siamo di fronte a fatti e a numeri non inventati ma reali. Molti ebrei ignoravano che un loro congiunto morto in un campo di concentramento possedesse un conto, una polizza. Lo scoprono solo ora. Cosa si dovrebbe fare di quel denaro? Lasciarlo a chi non ne ha titolo?»

Infine un' annotazione psicologica:

«Capisco la condizione di Finkelstein. Molti ex deportati o figli di ex deportati dicono: mi basta essere rimasto vivo, di avere i miei vivi, nessuna somma potrà ripagarmi il dolore sofferto. Hanno quindi ripulsa per chi si mette, magari non autorizzato, a pescare nei sentimenti dei sopravvissuti».

Aggiunge Michele Sarfatti, storico e coordinatore del Centro di documentazione ebraico contemporaneo:

«Partirei da un presupposto. Non bastano dieci, cento, mille ebrei per imporre un risarcimento al governo Usa o a quello svizzero. L' autore del libro sostiene che le banche svizzere in cui sono stati rintracciati conti intestati a ebrei morti nei campi di sterminio sarebbero state "ricattate" e ciò non è affatto vero».

Il punto, secondo Sarfatti, è che

«alla base c' è un vero interessamento verso la Shoah, nodo che continua a essere irrisolto nel suo "perché" più profondo. Sappiamo "come" è accaduto ma alla fine ancora non "perché". E la ricerca produce libri, convegni, studi. E tutto ciò naturalmente ha un costo preciso».

In quanto al merito:

«Nella polemica di Finkelstein vedo un estremismo parallelo a quello contro il quale si batte».

In che senso?

«Negli Stati Uniti la memoria e la ricerca storica sulla Shoah ha un carattere più clamoroso e, appunto, estremista. Come avviene in molti casi analoghi, c' è chi lavora onestamente e con senso della misura e chi si approfitta della situazione. Molte cose che succedono negli Stati Uniti, per esempio, non mi convincono».

In quanto al peso della parola «sopravvissuti» Sarfatti ha questa opinione:

«Io considero "sopravvissuti" coloro che erano in vita al momento della liberazione dei campi. Noto che negli Usa la Spielberg Foundation ha realizzato una grande campagna di video interviste a "sopravvissuti" intesi nella stessa accezione che Finkelstein contesta e che in Italia non è condivisa».

Invece Valentina Pisanty, autrice del recente volume L' irritante questione delle camere a gas, chiede:

«Ho naturalmente letto solo l' anticipazione sul Guardian ma vorrei sapere dall' autore chi sono, e quanti, questi presunti millantatori. Mi auguro che disponga di un apparato probatorio serio».

E l' accusa alle «lobby ebraiche Usa»?

«La questione è molto delicata. Il fatto che Finkelstein sia ebreo non significa che lui stesso non possa essere antisionista, come esplicitamente è, o anche antisemita. Vedo un atteggiamento polemico, un' estremizzazione delle tesi sull' "Olocausto da sfruttamento" inutile ai fini di una comprensione scientifica del fenomeno. Non dico che Finkelstein cada nel filone del revisionismo o del negazionismo ma i suoi toni finiscono con l' avvicinarlo pericolosamente a quella sponda».

Una preoccupazione che nutre anche Giovanni Sabbatucci, storico contemporaneo:

«Tutti i miti fondativi contengono sempre per definizione una dose di mistificazione ed esagerazione che non regge alla critica storica ed ha quindi un rapporto debole con l' avvenimento originario. E lo stesso può dirsi forse di certi aspetti dell' Olocausto. Ma c' è un' insidia: nel caso della Shoah bisogna agire con estrema cautela. Perché è facile, anzi facilissimo, finire nel calderone dei negazionisti. Perché qui parliamo, e non dimentichiamocelo mai, di un atroce sterminio».

Il libro: «The Holocaust Industry», di Norman Finkelstein, editore Verso, 16 sterline.

Conti Paolo

Pagina 33
(13 luglio 2000) - Corriere della Sera

Fonte: http://archiviostorico.corriere.it/2000/luglio/13/Storico_ebreo_denuncia_industria_della_co_0_0007134330.shtml


Additional information about this document
Property Value
Author(s): Olodogma
Title: Industria dell'olocausto, intervista a finkelstein norman
Sources:
n/a
Contributions:
n/a
Published: 2015-12-26
First posted on CODOH: June 18, 2019, 1:01 p.m.
Last revision:
n/a
Comments:
n/a
Appears In:
Mirrors:
Download:
n/a