Il tribunale rosso che ha nascosto l'oro di Dongo
Published: 2016-02-10

Nella zona lariana dopo la Liberazione ci fu una lunga serie di omicidi politici mai chiariti. Nel '45 Tonghini e i colleghi di lotta Oreste Gementi e Nella Caleffi giurarono di rendere nota la verità

Rivelazioni 
II comandante partigiano comasco Mario Tonghini, 93 anni, rende noto un memoriale in cui, con altri due compagni, documenta l'esistenza di un piano comunista per eliminare o «comprare» tutti i testimoni della morte del Duce e della sparizione del suo tesoro

ROBERTO FESTORAZZI 
A Como, nei mesi successivi ai fatti di Dongo, operò un vero e proprio «tribunale della morte» clandestino, che deliberò sentenze letali contro i partigiani dissenzienti. Un organo di «giustizia rivoluzionaria», costituito e formato dai massimi dirigenti locali del Partito comunista in spregio alla legge, mentre in parallelo funzionava la Corte d'assise straordinaria che infliggeva condanne alla pena capitale e altre sanzioni severissime ai responsabili delle angherie fasciste avvenute durante il periodo cruento della Repubblica sociale italiana. quanto emerge dalle rivelazioni di un partigiano comasco che, a93 anni, ha deciso di pareggiare i conti con la verità storica, dopo oltre un settantennio di omertà e di silenzi. Mario Tonghini, nome di battaglia «Stefano», è un autorevole esponente della Resistenza, presidente nazionale onorario della Fiap, la Federazione italiana associazioni partigiane fondata dal leader azionista e primo capo del governo del dopoguerra Ferruccio Puri, la quale raccoglie i reduci del movimento di Liberazione di orientamento politicamente moderato, laico e riformista. Tonghini è l'ultimo superstite di un terzetto di compagni di battaglie che, circa 30 anni fa, si sono giurati un impegno d'onore: raccontare come sono andate le cose, tanto durante la Resistenza, quanto nell'immediato e convulso periodo postbellico in cui la forza politica egemone del fronte di Liberazione impose la legge del tenore. Le sue denunce si fondano su un archivio di documenti che è stato preservato dalla dispersione. Uomo di coraggio fisico non comune, Tonghini si fece le ossa nella formazione partigiana autonoma dei Cacciatori delle Grigne, nel Lecchese. Nella tanca estate del 1944 gli venne affidato, dal capitano «Neri» (luigi Canali), comunista e leader carismatico della Resistenza lariana, il compito di organizzare nel Comasco i Gap-Sap, ossia i raggruppamenti combattenti di pianura e di città. Terminò la sua militanza nel movimento di Liberazione coi gradi di comandante di Brigata e nelle funzioni di commissario del Comando di Piazza di Como, ossia il direttorio provinciale dell'autorità politico-militare, organo territoriale del Cvl Alta Italia, il Corpo volontari della libertà guidato dal generale Raffaele Cadorna. Nonostante tali qualifiche, il comandante «Stefano» è rimasto circondato da un cono d'ombra, quasi ignorato nelle pubblicazioni sulla storia della Resistenza. Peggio ancora è andata al secondo membro del terzetto, il milanese Oreste Gementi alias «Riccardo», classe 1912, nientemeno che il comandante della Piazza di Como del Cvl, ossia la massima autorità militare della provincia in cui avvennero la capitolazione del fascismo, la fine della guerra e l'epilogo di Mussolini. Il terzo personaggio è una donna: Nella Caleffi «Gina», veneta di nascita ma milanese di adozione, fin dai primi mesi del 1944 componente del Comitato militare del Cln provinciale di Como, con compiti di collegamento con la centrale del Comando generale del Cvl Alta Italia di Milano. Tonghini, Gementi e la Caleffi strinsero tra loro un patto di mutuo aiuto già nelle settimane successive al 25 aprile: un giuramento che valse loro a salvarsi reciprocamente la vita, messa gravemente a repentaglio dal «tribunale della morte» cui abbiamo accennato. Il Partito comunista, che controllava coloro che Tonghini definisce «operatori delle eliminazioni», premette sia su «Stefano» sia su «Riccardo» perché prendessero la tessera; lo scopo era associarli alla macchina infernale che agiva con brutalità contro i partigiani dissenzienti, che non accettavano la spaventosa deriva del crimine politico. Tanto Tonghini quanto Gementi, tuttavia, rifiutarono di iscriversi al partito. Non solo: negli anni Cinquanta, decisero entrambi di uscire dall'Anpi, la maggiore associazione di reduci della Resistenza, che consideravano asservita al Pci. Nel 1985 «Gina» mori, stroncata da un male incurabile. Ma insistette con i due amici affinché saldassero un debito di verità. Il testimone venne perciò raccolto da «Stefano» e «Riccardo». ll secondo, prima di morire nel 1992, redasse e lasciò una serie di scritti «a futura memoria». Documenti che stanno alla base delle attuali denunce. Mario Tonghini, Oreste Gementi e Nella Caleffi avvertirono come incombente la minaccia già nel maggio del 1945, quando i loro compagni di battaglia cominciarono a morire uno dopo l'altro. II 7 maggio venne sequestrato da sicari il capitano «Neri», poi ucciso a Milano; il suo corpo non venne mai ritrovato. Fu poi la volta della sua staffetta partigiana «Gianna» (GiuseppinaTuissi), gettata nel lago dall'alta scogliera del Pizzo di Cemobbio la sera del 23 giugno: colpevole di aver cercato la verità sull'assassinio di «Neri». Nel successivo mese di luglio, le acque del Lario restituirono i cadaveri di Annamaria e Michele Bianchi, padre e figlia, entrambi comunisti: come le altre vittime, erano testimoni del furto dell'oro di Dongo da parte del loro partito, il Pci. Su questi fatti Gementi cercò da subito di far luce, come si può leggere nelle pagine di un suo scritto intitolato «la sparizione del capitano "Neri" e della "Gianna"». Quando apprese della scomparsa di «Neri», Gementi confessa di essere rimasto «sorpreso e sconcertato, ma anche incredulo poiché non ritenevo possibile che, a guerra finita, si potesse verificare un omicidio tra compagni di lotta, dopo 20 lunghi mesi di sacrifici». E aggiunge: «Purtroppo però le indagini da me svolte, malgrado le reticenze riscontrate [...], mi hanno consentito di accertare che il "Neri" era stato effettivamente prelevato da un gruppo partigiano venuto da Milano, che egli segui tranquillamente perché tra essi vi erano due o tre compagni comunisti che egli conosceva da tempo, quindi "giustiziato" per ordine del Comando regionale garibaldino ("Fabio")». «Fabio» era Pietro Vergani, un comunista duro eortodosso che si era forgiato ideologicamente alla Scuola leninista di Mosca fino a divenire uomo di fiducia di Luigi Longo (il comandante «Gallo» della Resistenza rossa) e comandante della Delegazione lombarda delle Brigate Garibaldi. Gementi sostiene senza esitazioni che la firma sull'omicidio di Canali era sua. Ma non è tutto: nel suo memoriale indica chiaramente che anche l'eliminazione di «Gianna» avvenne per mano di fanatici partigiani comunisti locali. Le «squadre della morte» che imperversarono nel Comasco nei mesi successivi al cruento epilogo di Dongo, ebbero componenti molto ben identificabili. ll partigiano «Stefano» indica tra i responsabili materiali di una catena di efferatezze personaggi che ebbero un rilevante coinvolgimento nelle vicende processuali del dopoguerra. Si tratta di Maurizio Bernasconi («Mirko»), Ennio Pasquali («Nado»), Leopoldo Cassinelli («Lince»), Natale Negri e Dionisio Gambaruto («Nicola»). «Mirko» negli anni Cinquanta venne rinviato a giudizio insieme al segretario federale del Pci comasco, Dante Gorreri, e al comandante lombardo delle Brigate Garibaldi, Pietro Vergani, per concorso nell'omicidio di «Gianna». Per l'assassinio di Annamaria Bianchi finirono invece alla sbarra, oltre allo stesso Gorreri, anche Pasquali e Negri, mentre per la soppressione del capitano «Neri» furono imputati ancora Vergani e Gambaruto. «Nado» e Negri vennero incriminati anche per altri delitti. Tutti quei gravi reati finirono in prescrizione; ma il Pci in ogni caso provvide a far rifugiare il Pasquali a Praga, dove viveva la più estesa comunità di comunisti italiani latitanti. La più pericolosa fra tutte le squadracce rosse tristemente note a Como era la banda di «Lince», che aveva una vera e propria «sala di tortura» con annesse celle di detenzione in uno scantinato di via Rusconi, sotto il Caffè Rebecchi, nel pieno centro della città. Li Tonghini venne convocato per ben due volte con il più che concreto rischio di non uscirne vivo. Insieme a Gementi egli aveva infatti deciso che bisognasse porre un argine al dilagare del crimine politico e, in qualità di comandante della Piazza del Cvl, nel giugno 1945 aveva chiesto al questore, l'avvocato liberale Davide Luigi Grassi, di spiccare un mandato di cattura contro il comunista Michele Moretti, il partigiano «Pietro», per il furto dell'oro di Dongo. E il Pci se l'era legata al dito, perché aveva dovuto far espatriare Moretti nella Jugoslavia di Tito. «Stefano» non fu da meno e andò a denunciare «Lince» e Bemasconi, dopo una rapina con un automezzo sottratto alla cooperativa partigiana di trasporti di cui quest'ultimo era responsabile; un colpo avvenuto a Olmeda, tra Como e Cantù, e che aveva fruttato 22 mila metri di seta. Rivela oggi perla prima volta Tonghini: «In quel periodo avevo la certezza di essere in pericolo di vita. Giravo armato con una pistola Mauser e a salvarmi fu il sangue freddo con il quale affrontai "Mirko" e "Lince". La prima volta loro due e Natale Negri mi convocarono nella cantina sotto il Caffè Re-becchi (si era attorno a giugno del '45) e mi rimproverarono di interessarmi della fine di "Neri". La seconda volta - questa volta solo Cassinelli e Bemasconi - mi chiamarono fu per contestarmi la denuncia che avevo presentato contro di loro per il furto di Olmeda». 
Ma non è tutto.
A luglio del '45, poco prima che venisse trucidata Annamaria Bianchi, il comandante «Stefano» ricevette una richiesta inquietante da parte di «Nado»: «Pasquali venne da me e mi disse: "Ho bisogno di un favore: siccome non so guidare la macchina, e ho a disposizione una Topolino, ti chiedo se mi puoi accompagnare perché devo andare a fare un interrogatorio a una certa Bianchi". Non accettai quella proposta, fiutando che si sarebbe trattato non di un interrogatorio, ma di un'esecuzione. Infatti poi si seppe che l'omicidio della donna era stato effettuato da sicari che l'avevano prelevata con una Fiat Topolino». Una domenica dello stesso luglio Oreste Gementi scampò a un probabile agguato mortale. In una lettera inedita del 10 ottobre 1990, posseduta in copia da Tonghini, «Riccardo» narra infatti di quando si recò a incontrare Michele Moretti a Lasnigo, un paese del Triangolo Lariano compreso tra i due rami del lago; lì il partigiano latitante era protetto dai fratelli Mariuccia e Pietro Tèrzi («Francesco»), elementi a servizio del Pci. Appena giunto in auto a Lasnigo, Gementi ebbe l'accortezza di avvertire i Terzi e Moretti che «Gina» era informata di quel suo viaggio; una misura prudenziale che valse a evitargli il peggio: «Mentre posteggiavo la macchina - scrive il comandante "Riccardo" - "Francesco" si affrettò a raggiungere la sorella e Moretti che avanzavano lentamente e non credo di essere maligno supponendo di avere sventato il loro piano con quanto detto a "Francesco" (precipitare involontariamente da quel ponte sarebbe stata morte certa)». La testimonianza aggiunge altri rilevanti dettagli, su tutti la convinzione che il vero protagonista della fucilazione del Duce e di Claretta Petacci, a Giulino di Mezzegra, non fosse stato il colonnello «Valerio», alias Walter Audisio, ma lo stesso partigiano «Pietro»: «Dopo lo scambio di saluti, ritenni opportuno riconfermare quanto avevo detto a "Francesco" e, rivolto a Moretti, gli dissi "che poteva stare tranquillo, perché il suo partito non lo avrebbe abbandonato, in quanto lui rappresentava una bandiera per essere stato l'esecutore di Mussolini", ed egli annuì scrollando il capo, senza smentire. Poi, mentre procedevamo lentamente sulla stradina che portava alla casa di "Francesco", commentando la situazione politica, tentai, ma inutilmente, di andare sull'argomento del "Neri", ma i miei interlocutori mi risposero che "era meglio non parlarne", perché anch'essi non ne sapevano nulla». Sull'eliminazione del capitano Canali, così come sugli altri delitti collegati, doveva calare una pietra tombale di silenzi e omertà. (continua) (1)

Sicari e pentiti l'altra RESISTENZA
Rivelazioni Documenti inediti dimostrano la spirale di paura e di sangue innescata dai partigiani comunisti per epurare le formazioni lariane dopo i fatti di Dongo

ROBERTO FESTORAZZI
Siamo a Como, qualche giorno prima della metà di luglio del 1945. La partigiana "Gina", Nella Caleffi, raggiunge al telefono Oreste Gementi "Riccardo", l'ex comandante della Piazza lariana del Cvl (Corpo volontari della libertà), da poco smobilitata. Una comunicazione urgente che vale a salvare la vita a entrambi, come vedremo tra poco. Gementi è stato, fino alla cessazione delle sue funzioni, la più alta autorità militare partigiana in provincia di Como, il territorio in cui si è consumato l'epilogo di Mussolini. "Gina'; durante la Resistenza intendente e collegatrice, quel giorno della prima estate del tempo di pace comunica a "Riccardo" una notizia sconvolgente: un "tribunale della morte"; costituito da esponenti di rilievo del Partito comunista, ha deciso di condurre a termine la "purga" contro i partigiani dissenzienti, cominciata già subito dopo la conclusione dei fatti di Dongo. Si tratta, anche questa volta, di sopprimere personaggi eccellenti. II primo della lista è il comandante "Riccardo", che dopo la smobilitazione del Comando di Piazza ha perso lo scudo dell'immunità connesso alla sua carica, divenendo perciò anche fisicamente vulnerabile. Gli altri tre destinatari del deliberato di morte sono la stessa "Gina', nonché i due capi della 528 Brigata Garibaldi cui si dovette la cattura del Duce. a Dongo. il 27 aprile 1945* il comandante "Pedro", al secolo Pier Luigi Bellini delle Stelle, e il suo braccio destro, il finanziere "Bill", alias Urbano Lazzaro. Si entra a questo punto nel vivo della parte più drammatica del nostro racconto che attinge, per la prima volta, alle memorie inedite di Gementi, figura quasi del tutto rimossa dalla narrazione degli agiografi della Resistenza. Uno squarcio di verità nei delitti che insanguinarono il periodo del dopo Liberazione: un quadro complessivo che viene a delinearsi grazie al supertestimone di questa nostra inchiesta, il comandante partigiano comasco Mario Tonghini, nome di battaglia "Stefano". Quest'ultimo ci ha messo a disposizione un intero archivio di documenti che gettano luce su intrecci torbidi mai interamente chiariti. Nella Caleffi, quel giorno, scongiurò "Riccardo" di circolare armato perché la condanna del tribunale rosso non era da prendersi sotto gamba, visto quel che era capitato a "Neri", il leader morale della Resistenza lariana, alla sua staffetta "Gianna' e ad altri partigiani tolti di mezzo da sicari prezzolati del Pci nel breve volgere di poche settimane. Chi fossero i componenti di quell'organo giudicante rosso, "Gina' non lo seppe mai, o forse non lo volle confidare a Gementi. Ma esso era certamente composto dai maggiori dirigenti locali del partito egemone della Resistenza. Si tratta di una pagina rimasta fino a oggi occultata. La Caleffi aveva potuto recare quel messaggio a "Riccardo', perché si era avvalsa della dissociazione di un partigiano a lei leale, che il tribunale della morte aveva incaricato di eseguire le quattro sentenze letali. Si trattava di Erminio Dell'Era, "Pierino; un componente della "polizia del popolo" comunista. "Pierino", scomparso nel 1978, si sottrasse all'ordine del sinedrio rosso e consentì al quartetto di mettersi in salvo. Ciò, tuttavia, non impedì che, per altra via, fossero condotti attacchi preordinati contro i destinatari degli ordini di soppressione. "Pedro' e "Bill", infatti, ebbero a scampare ad attentati, e Gementi stesso, come si è riferito in un precedente articolo, sventò un agguato pronto a scattare contro di lui, sempre in quel luglio '45. Resta da stabilire un punto di capitale importanza. II ruolo di "Gina' in tutta questa vicenda. Indizi di non trascurabile entità, che sarebbe troppo lungo elencare in questa sede, segnalano un suo probabile coinvolgimento, in titoli di responsabilità non facili da accertare, negli scenari di alcuni fatti di sangue accaduti dopo la Liberazione. In particolare, la Caleffi sarebbe stata presente all'omicidio della partigiana "Gianna', Giuseppina Tuissi, trucidata al Pizzo di Cemobbio, la sera del 23 giugno 1945. "Gina" rimase dunque invischiata, suo malgrado, in quella spirale di sangue, e ciò provocò in lei una violenta reazione di rigetto. In breve, la Caleffi ebbe una crisi di coscienza. Cominciò a manifestare segni di inquietudine. Si trasformò nell'accusatrice dei suoi compagni. Divenne un caso di pentitismo ante litteram. Per questo, già in quel luglio del 1945, il "tribunale della morte" decise di eliminarla. Con gli esiti che conosciamo, grazie alla dissociazione di Dell'Era. Qualche mese più tardi, il 28 aprile 1946, "Gina" ebbe modo di compiere un viaggio in auto, da Milano a Como, in compagnia del comandante "Riccardo" e di Ferruccio Parri, il leader partigiano azionista "Maurizio", primo presidente del Consiglio dell'Italia liberata. In quell'occasione, approfittando dell'incontro riservato con lo statista piemontese, la Caleffi si scagliò, come un fiume in piena, contro coloro che avevano tradito il movimento di Liberazione. Racconta Gementi, in un suo memoriale inedito: «Volle esprimergli il rancore che provava verso i comunisti per le loro malefatte». Per il resto della vita, "Gina" portò i segni dei traumi psicologici che aveva subito. Narra ancora il comandante "Riccardo": «Era particolarmente adirata contro Togliatti, perché, dopo aver vissuto all'ombra del Cremlino mentre i partigiani italiani morivano, al suo rientro in Patria, anziché denunciare pubblicamente le storture e le infamie di quel regime dispotico e oppressore - aggiungendo, per inciso: "peggiore del fascismo' -, lo esaltò e tentò di instaurarlo anche in Italia, trascinando Nenni ad aderire alla costituzione del Fronte Popolare del 1948 che portò al baratro il Psi e produsse gravi danni al Paese». Nell'autunno del 1984, l'anziana reduce della Resistenza si ammalò gravemente, finendo ricoverata all'ospedale Fatebenefratelli di Milano. Le rimasero poche settimane di vita. Sufficienti, però, a rinsaldare il patto d'onore e di mutua solidarietà che aveva stretto, 40 anni prima, con Gementi e con l'altro fidato compagno, Mario Tonghini "Stefano", l'unico superstite del terzetto, che oggi ha 93 anni. Invitata da Gementi a redarre appunti, per denunciare quanto aveva visto e saputo di quella stagione di sangue e di orrore, Nella Caleffi non riuscì a trovare il coraggio per assolvere a un tale delicato compito. Incredibilmente, aveva ancora paura. Benché già in limine mortis, confidò infatti, a "Riccardo", che «lei voleva vivere e non morire, per mano comunista, come "Neri", la "Gianna"; il Bianchi e sua figlia, più altri ancora». Aggiunse poi la Caleffi, rivolta al suo antico compagno di battaglie: «Ciò che più mi rammarica, è il pensiero di aver superato alla meno peggio i pericoli del periodo partigiano e di aver appurato che il pericolo maggiore derivava dai compagni di lotta, e più precisamente dai compagni comunisti. Quando, nel mese di luglio del '45, ti telefonai per raccomandarti di circolare armato, fu un avvertimento prudenziale poiché [in tal modo] il pericolo reale poteva essere scongiurato». Era il gennaio del 1985. Pochi giorni dopo, furono celebrati i funerali di "Gina". Oggi è Mario Tonghini a delineare i contorni del giuramento che venne pronunciato, attomo al capezzale della Caleffi, in presenza anche sua, oltre che di Gementi: «"Gina", in ospedale, quasi in punto di morte, ci lanciò un appello plurale: "Se io non ho avuto il coraggio di fare denunce, è perché ho sempre avuto paura, ben conoscendo di che cosa sono stati capaci [i compagni comunisti]. Ma vi prego entrambi: denunciate tutto ciò che conoscete"». Ora quel giuramento è stato onorato. (2)

Note
1) Fonte: Rastaucei del 09-02-2016, in Avvenire del 09-02-2016 http://80.241.231.25/ucei/Viewer.aspx?Date=Today&ID=2016020932391361
2) Fonte Rastaucei del 10-02-2016, in Avvenire del 10-02-2016: http://80.241.231.25/ucei/Viewer.aspx?Date=Today&ID=2016021032400632

 


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Author(s): Olodogma
Title: Il tribunale rosso che ha nascosto l'oro di Dongo
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Published: 2016-02-10
First posted on CODOH: Aug. 14, 2019, 9:10 a.m.
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