Dietro la "potente lobby ebraica" degli USA c'è qualcun altro

Published: 2013-09-17

Mi rendo conto che una opinione sugli ebrei espressa dal prof. Mark Weber è degna della massima considerazione. Il professor Weber infatti vive negli USA, dove è nato nel 1951 e dove come si sa esiste una forte comunità ebraica, ed il principale oggetto dei suoi studi, se non l’unico, sono proprio gli ebrei dato che Weber - direttore di un Institute for Historical Review in California - è uno degli storici più impegnati nel diffondere il cosiddetto revisionismo dell’Olocausto. Così Weber di ebrei se ne intende. Ma ciò non significa che al riguardo debba sempre trovarsi dalla parte della verità, come effettivamente si è trovato per l’argomento dell’Olocausto. Secondo me infatti il prof. Weber sta diffondendo un’altra nozione sugli ebrei che questa volta è falsa: l’idea che la minoranza ebraica degli USA sia potentissima e che attraverso la sua lobby condizioni pesantemente la politica del governo federale, specie quella estera e va da sé quella mediorientale, sino al punto da essere quasi una eminenza grigia, un padrone occulto che manovra l’ignaro Paese per i suoi esclusivi interessi. Egli ha condensato questo concetto in un suo recente scritto intitolato A Look at the ‘Powerful Jewish Lobby' (Un’occhiata alla ‘ potente lobby ebraica'), ed io appunto tale scritto intendo contestare.

Statistiche ebraiche

L’idea dell’onnipotenza ebraica negli USA parte dalla constatazione che la minoranza ebraica, numericamente esigua, domina o è spropositatamente rappresentata in tutti i settori chiave del Paese, essendo giunta a tali esiti per le sue capacità speciali. Nell’articolo citato Weber fornisce i dati quantitativi del successo ebraico negli USA: - Gli ebrei, dice, dominano nell’economia: "Gli ebrei hanno giocato un ruolo centrale nella finanza americana durante gli anni Ottanta e sono stati i maggiori beneficiari di fusioni e riorganizzazioni economiche. Oggi, sebbene appena il 2% della popolazione sia ebraica, quasi la metà dei suoi miliardari è ebrea". - Essi sono più che presenti nell’establishment nazionale: "Gli ebrei sono meno del 3% della popolazione nazionale ma comprendono l’11% di quello che gli studi definiscono l’elite nazionale. Inoltre gli ebrei costituiscono più del 25% delle elite giornalistica e editoriale, più del 17% dei leader di importanti organizzazioni di volontariato ed interesse pubblico e più del 15% degli alti ranghi dell'amministrazione statale". - Essi più che dominano il settore intellettuale: "Durante gli ultimi tre decenni gli ebrei negli USA hanno superato il 50% tra i maggiori 200 intellettuali, il 20% tra i professori nelle università più prestigiose, il 40% tra i soci dei maggiori studi legali a New York e Washington, il 59% dei direttori, scrittori e dei produttori delle 50 maggiori pellicole cinematografiche dal 1965 al 1982, e il 58% dei direttori, scrittori e produttori in due o più serie televisive di prima serata". - Essi influenzano pesantemente i meccanismi elettorali: "L’influenza dell’ebraismo americano a Washington è largamente sproporzionata rispetto alle dimensioni della comunità, ammettono i leader ebrei e americani. Ma così è l’ammontare della somma di denaro che essi elargiscono per le campagne (...) gli ebrei hanno da soli contribuito con il 50% dei fondi per la campagna di rielezione del presidente Bill Clinton del 1996". - Essi sono i padroni incontrastati di Hollywood: "Nei settori chiave dei media, specialmente negli studi cinematografici di Hollywood, gli ebrei sono così numericamente dominanti che definire questi affari sotto controllo ebreo è poco più che un’osservazione statistica. Hollywood alla fine del ventesimo secolo è ancora un’industria con una pronunciata coloritura etnica. Praticamente tutti i capi delle produzioni cinematografiche sono ebrei. Scrittori, produttori, e anche i meno evoluti direttori sono in larga maggioranza ebrei - un recente studio ha mostrato come superino il 59% tra i produttori di film a budget più elevato". Weber non manca di ricordare la notoria accusa lanciata dall'attore Marlon Brando nel 1996: "Hollywood è governata dagli ebrei".

Cioè balle ebraiche

Sistemiamo prima la questione della numerosità della minoranza ebraica negli USA, assunta una volta al 2% e un'altra al 3%: secondo le statistiche ufficiali USA essa è attorno al 3%. Questo non perché cambi qualcosa. Per la precisione. Quindi veniamo agli altri dati. Sono tutti qualitativamente di tipo soggettivo e quantitativamente più che sospetti di esagerazione. Vediamo. Sono tutti dati tratti da altri autori, ma chi sono questi altri autori? Ecco i loro nomi, forniti dallo stesso Weber: Benjamin Ginsberg, professore di Scienze Politiche; Earl Raab e Seymour Lipset, autori del libro Jews and the New American Scene ("Gli ebrei e il nuovo scenario americano") del 1995; Jonathan J. Goldberg, editore; un membro non specificato della Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, letteralmente "Federazione dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebraico-americane". Chiaramente sono tutti degli ebrei. In pratica l'unica fonte non ebraica delle citazioni riportate da Weber è Marlon Brando. Ciò non dimostra che quei dati sono per forza gonfiati, ma che è probabile che lo siano, perché quando si viene all'influenza ebraica negli USA, lo Stato più potente della terra, ogni ebreo - da buon semita - diventa un millantatore, esattamente come fa il beduino che descrive il suo cammello. In più come detto si tratta di dati soggettivi, per loro natura aleatori e opinabili. Come si fa a valutare i "200 maggiori intellettuali" degli USA? Come si fa a circoscrivere con tanta esattezza (11%, 25%!) l'"elite nazionale" o le " elite giornalistica e editoriale"? Con che criterio vengono stabiliti i "maggiori studi legali a New York e a Washington"? E perché considerare solo New York e Washington e non anche Philadelphia e Boston, e altre mille città? E perché considerare solo gli studi legali e non anche gli studi medici, di ingegneria, di consulenza aziendale eccetera? E come si fa a dire che "quasi la metà dei miliardari statunitensi sono ebrei"? Questa affermazione decisamente odora più di terrorismo ideologico che di vanagloria semitica, ebraica o beduina che sia. Già è difficile assegnare la qualifica di miliardario, che praticamente significa "uomo molto ricco": a che periodo ci si riferisce, dato che certi tipi di ricchezza ad esempio finanziaria fluttuano di molto e con rapidità? quale è la "ricchezza minima" richiesta? come è calcolata, in valori mobiliari, immobiliari, in entrambi? considerando solo il reddito? valutando gli immobili a valore di acquisto, di mercato, di realizzo? considerando o no la parte della moglie? calcolando solo le attività in bilancio o anche le passività? e in ogni caso dove prendere questi dati? E associarvi poi la religione rende la compilazione di un elenco impossibile, tanto che credo che neanche l'IRS (Internal Revenue Service, il fisco statunitense) o l'FBI (Federal Bureau of Investigations, la polizia politica statunitense) ne possiedano uno. Vance Packard, l'autore del famoso "I persuasori occulti" del 1958, ha scritto un libro appositamente sui miliardari statunitensi, The Ultra Rich del 1989 ("I super ricchi", Bompiani 1990), per il quale ha personalmente intervistato 30 miliardari scelti fra i più rappresentativi della categoria: non ha dato importanza alla religione dei soggetti, ma il fatto è che solo di uno ha detto che era ebreo (Lazlo Tauber), mentre si potrebbe arguire dai cognomi che forse altri due o tre lo sono (precisamente Melvin Simon, Samuel LeFrak e forse Ewing Kauffman). Si tratterebbe di 3-4 su 30, pari al 10-13%. Per combinazione, è circa la stessa percentuale con la quale da qualche decennio gli ebrei sono presenti nel Senato federale, un organismo cui sono eletti quasi soltanto dei veri e puri miliardari, come i senatori Edward Kennedy e John D. Rockefeller (che per inciso non sono ebrei, ma l'uno cattolico romano e l'altro episcopaliano) stanno a esemplificare: su 100 Senatori quelli di religione ebraica sono sempre 10 o 11, forse qualche biennio anche 13. E questa dovrebbe essere la vera percentuale dei miliardari ebrei sul totale nazionale statunitense: diciamo del 10%. Un valore di ben 5 volte inferiore a quello accreditato da Weber. Anche così si tratta di una percentuale più che tripla rispetto al 3%. Sì, e infatti io non nego che gli ebrei negli USA siano presenti - in certi settori in vista - più della loro quota nella popolazione: nego che lo siano al livello dei numeri proposti da Weber. E soprattutto io valuto questo "presenzialismo" ebraico negli USA secondo un’ottica assai diversa da quella di Weber, che evidentemente accetta il postulato - oramai un assioma - della superiore intelligenza ebraica. E' l'ottica che ho esposto nel mio libro sugli USA "Un Paese pericoloso" del 1999, in una appendice appositamente dedicata agli ebrei americani, ottica che praticamente qui mi trovo per sommi capi a riassumere.

Gli ebrei, un popolo normale anzi normalissimo

E' un'ottica storica, psicologica, politica. Gli ebrei sono di natura un popolo seminomade, che vive in simbiosi e in parassitismo economici coi popoli stanziali, che va a cercare là dove sono, migrando. Già nel 140 a.C., tre secoli prima della Diaspora, gli Oracoli sibillini scrivevano che "tutte le terre e tutti i mari sono pieni di ebrei": in effetti, quando Alessandro il Macedone nel 330 a.C. aveva fondato Alessandria d'Egitto vi erano accorsi tanti ebrei da giungere in breve al numero di 200.000, con due dei cinque quartieri della città riservati a loro. Da quando sono stati individuati come popolo specifico - circa 3.700 anni fa - hanno mostrato sempre le stesse caratteristiche, sia di indole che di intelletto. L’indole è quella notoria nel mondo, quell’indole "da ebreo" che non richiede commenti. L’intelletto sin dall’inizio fu concordemente giudicato dai contemporanei privo di motivi di distinzione, mai portato ad esempio di particolare originalità, sottigliezza o creatività. Anzi, semmai portato come esempio del contrario. Apollonio Milone, retore a Rodi verso il 100 a.C., diceva che gli ebrei erano "i più inetti dei barbari, gli unici che non abbiano portato una qualche invenzione al mondo". La stessa opinione era ribadita da Celso nel Discorso vero del 180 d.C.: "Non si può certo sostenere che i giudei siano una nazione antichissima e di grande saggezza, alla stregua degli egizi, degli assiri, degli indiani, dei persiani, degli odrisi, dei samotraci, degli eleusini (...) I giudei sono schiavi fuggiti dall’Egitto, i quali non sono mai riusciti a fare nulla di considerevole e non sono mai stati tenuti in alcun conto o considerazione" ("L’antigiudaismo nell’antichità classica", di Gian Pio Mattogno, Edizioni di Ar, Padova 2002). Neanche Gesù il Nazareno (personaggio indubbiamente storico, forse il Maestro di Luce del monastero esseno di Qumran) considerava i suoi connazionali delle aquile: "uomini di dura cervice" li definì una volta. Tali giudizi sugli ebrei antichi erano effettivamente confortati da alcuni fatti poco lusinghieri: - Volendo costruire un "bel" tempio a Gerusalemme re Salomone era ricorso agli architetti e agli artigiani fenici, che gli aveva inviato dietro lauto compenso il re Hiram di Tiro; gli ebrei avevano fornito solo la manovalanza, sembra di 30.000 uomini, e così era sorto, nel 953 a.C., il famoso Tempio di Gerusalemme, distrutto nel 70 d.C. da Tito e di cui ora rimane solo il Muro del pianto. - Il monoteismo, del quale gli ebrei si vantavano come della loro grande ed esclusiva conquista spirituale, era una invenzione egiziana, forse dovuta al faraone Akenaton in persona, che infatti aveva cercato (ma vanamente ) di imporre il dio unico e incorporeo chiamato Aton e simboleggiato dal disco solare. La trasmissione di questa idea agli ebrei era avvenuta con ogni probabilità per mezzo di Mosè, l’uomo che verso la metà del XIII secolo a.C. li aveva guidati nel viaggio - esilio, migrazione o fuga che fosse - dall’Egitto alla Palestina. Non solo. Secondo l’analisi di Freud (fra l’altro un ebreo, come si sa) oltre al monoteismo neanche Mosè era ebreo: era un egiziano, un grande nobile di corte decaduto (forse per motivi religiosi, per il suo "Atonismo") che di ebraico non aveva neanche la lingua - una lacuna camuffata nell’Esodo con una sua presunta balbuzie - e ricorreva ad un interprete di fiducia chiamato Aronne, che forse come presentato nell’Esodo era proprio suo fratello e quindi era anch’egli - il capostipite della illustre tribù ebraica di Levi - un egiziano. - Il Pentateuco, per le restanti parti a cominciare naturalmente dalla Genesi, utilizzava a piene mani miti, storie e legislazioni di altri popoli, specie di sumeri e babilonesi, facendo passare il tutto come farina del proprio sacco. - Il Talmud invece era, come tutti i contemporanei sapevano, una creazione originale ebraica (composta fra I e il VI secolo d.C.) e la sua qualità lo confermava; in effetti a qualunque goy (non ebreo) che abbia la ventura di leggerne almeno un libro non possono non cadere le braccia, c’è il rischio per sempre. Gli ebrei naturalmente ne hanno un’altra opinione: per Riccardo Calimani si tratta di "pagine così intellettualmente aristocratiche" ("Storia dell’ebreo errante", Rusconi 1995, pag. 143). In verità chi prende sul serio il Talmud, e cioè lo considera dal punto di vista ideologico, come ammissibile frutto della speculazione umana, o è appunto un ebreo o il libro non lo ha letto proprio ma ne ha solo sentito parlare. - La religione ebraica vietava la fabbricazione di "idoli" e altre statue o immagini, ma credo che anche i loro contemporanei dell’antichità nutrissero - come me - la convinzione che ciò fosse per mascherare il fatto che non le sapevano fare e volevano evitare il confronto con lo strabiliante sfarzo artistico e architettonico dei loro vicini fenici, siriani ed egiziani, per non parlare dei greci. Anche il tanto decantato braciere o bacile sostenuto da tori (il "lago di metallo liquido") che stava all’ingresso del Tempio di Gerusalemme, un monoblocco di rame del diametro di molti metri e del peso di circa 27 tonnellate fuso col sistema della cera persa, era stata fabbricato dai mastri artigiani di Hiram.

Ma un popolo con un ruolo preciso

Questi seminomadi, dunque, dal punto di vista intellettuale erano certamente normali, anzi normalissimi. Però avevano una particolarità: nutrivano un attaccamento feroce alla loro identità, sia etnica che culturale. Sembra un controsenso, oltre dal punto di vista culturale, che abbiamo già visto, anche da quello etnico perché gli ebrei antichi non dovevano certo vantare una costituzione e un aspetto fisici tali da rifiutare "contaminazioni", ma così era. Ciò fece sì che ovunque andassero gli ebrei assumessero sempre lo stesso ruolo sociale. Non possessori di terre, sradicati, stranieri, ovunque stavano fra di loro e formavano la feccia della plebe, dedicandosi al commercio al minuto, spesso ambulante, e ad ogni basso espediente: ovunque gli ebrei erano lenoni e prostitute; accattoni, usurai e ladri; kapò, sicari e mercenari; trafficanti di schiavi e di merci proibite o "sporche". A sentire Giovenale i mendicanti di Roma imperiale erano tutti ebrei. Quella perenne condizione di alieni e di emarginati aveva però anche dei risvolti positivi: quando si apriva un settore economico nuovo gli ebrei erano i più pronti a coglierlo, perché loro erano i meno legati a situazioni consolidate e soddisfacenti. Inoltre gli ebrei - come già notato da Tacito - ovunque formavano comunità molto strette e in costante contatto con tutte le altre negli altri Paesi; formavano una rete, che si scambiava informazioni e possibilità economiche. Questa rete internazionale ed esclusiva formata dagli ebrei, vera e propria rete di intelligence economica e culturale, si rivelerà nel tempo di importanza capitale, la vera artefice dei successi ebraici, quando ci saranno successi. Da non trascurare, il culto ebraico dei libri sacri, la Torah e il Talmud, che li spingeva all’alfabetizzazione e ad una considerazione per i libri generalmente superiore ai locali. Così capitava che diversi ebrei in ogni comunità diventassero molto ricchi e il ritratto economico delle comunità ebraiche era sempre uguale: una miseria diffusa, un ceto medio striminzito basato su professioni esotiche e "colte", e poi delle punte di ricchezza notevoli, anche molto notevoli. Neanche l’Europa dell’Ottocento, quando per la prima volta nella storia nasceva il mito della "ricchezza ebraica", faceva eccezione: "I Rotschild - scrive l’ebreo Riccardo Calimani - colpirono l’immaginazione... ma... per un Rotschild in Francia c’erano mille e mille mendicanti e in Polonia addirittura le masse ebraiche erano poverissime" ("Storia dell’ebreo errante", Rusconi 1995, pag. 459). C’era sempre anche un’altra cosa molto importante. Essa è che gli ebrei si prestavano a farsi strumentalizzare dal Potere. Il fatto è che essi, oggettivamente e spontaneamente, a ciò portati dalle loro proprie libere scelte, venivano a trovarsi sempre in opposizione al popolo dei locali, e benedicevano le occasioni di opprimerlo impunemente, specie se contemporaneamente c’era da guadagnare: il Potere così poteva sempre contare sugli ebrei per compiti impopolari, e spesso lo faceva effettivamente. I casi in cui ciò capitò furono veramente molti e se ne può riportare giusto qualcuno fra i centinaia disseminati nei luoghi e nei secoli. In Egitto, ad esempio, all’epoca della dominazione degli Hyksos furono gli ebrei locali, che vivevano nella valle di Goshen, a costituire la burocrazia primaria, quella a contatto con la popolazione; in pratica erano loro che riscuotevano o estorcevano tasse e balzelli. Ogni volta che territori mesopotamici dell’Impero Bizantino venivano conquistati da vicini, che erano prima i persiani e poi gli arabi, gli ebrei locali si mettevano sempre a disposizione per "gestire" i sottomessi. Durante il Medioevo, specie nei suoi primi secoli, gli ebrei furono quasi gli unici a poter fornire pregiate merci orientali ai potenti, arricchendosi (al solito, solo alcuni di loro) e opprimendo il popolo praticando l’usura e ricercando gli incarichi di collettori di tasse, incarichi che ottennero ampiamente per esempio nella Spagna dominata dagli arabi, totalmente per esempio nei territori ucraini e cosacchi del regno di Polonia, e in diversi altri gradi in diversi altri luoghi e tempi. Tutto ciò era - o era anche - una strumentalizzazione nei confronti degli ebrei perché quei ruoli erano remunerativi, sì, ma anche pericolosi perché comportavano una provocazione a delle masse popolari che potevano reagire brutalmente. Il Potere insomma usava gli ebrei come schermo e come parafulmine, per celare la propria responsabilità in politiche da lui senz’altro create per i propri interessi, e per fuorviare l’odio popolare verso una categoria che sembrava fatta apposta, odiosa per natura com'era; lungi dall’ingelosirsi, esso gioiva al diffondersi della convinzione dello "strapotere" ebraico nel Paese, e volentieri metteva gli ebrei sul piedistallo - un piedistallo esattamente collocato sulla bocca del vulcano. Gli ebrei da parte loro non ebbero mai una visione chiara di queste situazioni, probabilmente anche perché incapaci di resistere alla vanità solleticata dalla loro illusoria potenza, una vanità cui si aggiungeva il piacere di tormentare i locali. Così a tempo debito, in pratica con la caduta dei Poteri coi quali si erano compromessi, subirono una dopo l’altra tutta quella serie di vendette da parte di praticamente tutti i popoli in mezzo ai quali vissero, vendette che loro hanno sempre chiamato "persecuzioni". Con riferimento solo agli esempi fatti: - Dopo la cacciata degli Hyksos furono maltrattati dagli egiziani (sembra che furono resi giuridicamente schiavi, adibiti alle costruzioni), sino a che o furono cacciati o riuscirono a fuggire in Palestina guidati da Mosè. - Subirono ricorrenti punizioni nell’Impero Bizantino sia da parte di popolazioni locali (ad esempio, col pogrom di Ctesifonte) che da parte della burocrazia, che fra l’altro non accettò mai un ebreo a Corte, benché gli ebrei abbiano sempre costituito una quota rilevante della popolazione dell’Impero, quota che per molti secoli fu attorno al 20%. - La prima crociata fu l’occasione per i popolani europei di regolare i conti con i loro ebrei, le cui comunità furono assalite e spesso sterminate in Francia e Germania dai volontari guidati da Guillaume Le Carpentier e da Emicho di Leisingen, atti che in Inghilterra si verificheranno nella terza crociata (1189-1192), per ricomparire in Germania nel 1336-38 con gli stermini operati dalle formazioni degli Armleder. - In Spagna la reconquista andò di pari passo con la punizione degli ebrei che avevano collaborato con gli arabi, sino a culminare nella espulsione totale e generalizzata degli ebrei dalla Spagna e anche dal Portogallo nel 1492 (l'anno della scoperta dell’America, ma gli ebrei espulsi non vi andarono per espresso divieto reale). - Alla fine, preceduta dal sintomatico pogrom antiebraico di Posen del 1576 (ripetuto pochi anni dopo), ci fu nel grande regno di Polonia la rivolta dei cosacchi di Bogdan Chmielniski del 1648, che rasero al suolo 700 comunità ebraiche, sterminando almeno 100.000 persone ed eliminando così ogni traccia di ebrei dalla parte orientale del regno, in pratica l’Ucraina.

L’American Way non è cosa ebraica

Queste cose considerate, è facile vedere come negli Stati Uniti con gli ebrei non sia stata suonata nessuna musica nuova. Tanto per cominciare, gli ebrei non hanno avuto alcuna parte nella creazione della realtà statunitense, la quale si è formata nei suoi tratti caratteristici senza di loro. Pochissimi ebrei risiedevano nelle tredici colonie; penso che nessun ebreo partecipò alla guerra di Indipendenza (certamente nessun ebreo fu tra i caduti in battaglia, né fu tra i 56 firmatari della Dichiarazione di Indipendenza, né fu tra gli estensori della Costituzione); quasi nessuno, e forse nessuno, partecipò alla guerra del 1812 contro la Gran Bretagna; pochissimi parteciparono alla "Conquista del West" e alle concomitanti prese di possesso nell’America Centrale che seguivano le ricorrenti invasioni di marines; numeri trascurabili di ebrei combatterono la Guerra di Secessione, circa equamente divisi fra il Nord e il Sud. Gli ebrei cominciarono ad arrivare in numeri significativi negli USA a partire dal 1880 (nelle ondate europee arrivate nel 1827 e nel 1847 c’erano ogni volta solo qualche centinaio di ebrei), ed è solo da allora che per gli USA si comincerà a parlare di una minoranza ebraica, quella che appunto negli ultimi decenni è del 3%. E per il 1880 gli USA erano già ampiamente "fatti", da ogni punto di vista: era fissata la geografia, la filosofia di vita (american way of life) ossia la mentalità nazionale, i meccanismi della politica interna, le mire e le prassi della politica estera. Ciò che si può dire degli USA di oggi lo si poteva tranquillamente dire nel 1880, anzi da molto ma molto prima. In effetti gli USA hanno avuto una adolescenza fulminea: nati nel 1630 con l’inizio dell’immigrazione massiccia dei Puritani, entro la Guerra di Indipendenza hanno compiuto tutti gli aggiustamenti che dovevano fare, del resto limitati a tecnicismi e sovrastrutture nel campo politico e religioso, e poi non sono più cambiati. Ricordo giusto tre fatti tra i tanti significativi: - La strategia statunitense di attaccare la Russia con una guerra nelle pianure centrali dell’Asia, la strategia che ha cominciato ad essere messa in pratica proprio in questi ultimi anni con la rivolta in Cecenia e con l’occupazione dell’Afganistan e dell’Iraq, è stata enunciata per la prima volta niente di meno che nel 1862, esattamente dal Segretario di Stato del presidente Lincoln, William H. Seward, lo stesso che pochi anni dopo avrebbe condotto l’acquisto dell’Alaska (ed è pleonastico osservare che né Seward né Lincoln erano ebrei). - La politica, la qualità della società e il carattere degli USA e degli statunitensi che emergono dal celebre libro "Democracy in America" di Alexis De Tocqueville, scritto nel 1835, sono incontrovertibilmente gli stessi di oggi, nulla di essenziale vi si è aggiunto o modificato nel frattempo: testo di Toqueville alla mano, chiunque lo può verificare. - La Costituzione attuale è precisamente ancora quella del 1787, avendo subito in più di due secoli solo 26 modifiche, gli Emendamenti, i primi dieci dei quali approvati tutti in una volta nel 1791 (il Bill of Rights), gli altri riguardanti più che altro norme parlamentari tecniche, con l’ultimo Emendamento approvato nel 1971 per portare il voto a 18 anni. Gli ebrei dunque non hanno influenzato la genesi della realtà statunitense, non hanno contribuito a costruirla, a renderla quello che è. Gli USA sono come sono indipendentemente dagli ebrei. Questo, nel bene e nel male, è un dato di fatto, dimostrato storicamente. Chi sostiene il contrario, anche se sono molti, riferisce un evento che non è mai capitato, mai esistito, totalmente inventato.

Il parallelismo creato dal Vecchio Testamento

D'altra parte non si può negare che ci siano molte somiglianze e punti di contatto tra il modo di essere statunitense e il modo di essere ebraico, tra l'american way e l'ebreitudine (come il materialismo, l'attaccamento al danaro, la fraudolenza, molto altro; "ebreitudine" sembra un brutto vocabolo ma né giudaicità o giudaismo né ebraicità o ebraismo rendono altrettanto il concetto). Come si spiegano? Non c’è nessun problema: è escluso ogni rapporto di causa e effetto e si tratta solo di un parallelismo. E' il parallelismo che deriva dal fatto che entrambi i popoli hanno una religione basata sul Vecchio Testamento, la cui idea centrale è che Dio premia sulla terra i propri prediletti facendoli diventare ricchi, molto più ricchi degli altri. E’ un’idea di incredibile fecondità, e cioè con molte e molto ramificate implicazioni, che tende a imporre tutto un modo di vedere la vita sociale e quindi tutto un modo di essere, una personalità: la personalità appunto "da ebreo". Ecco, gli statunitensi sono portati dalla sovrastruttura della loro religione ad avvicinarsi a quella personalità; mantengono poi dei tratti autonomi, dovuti alle loro diverse esperienze e a una diversa etnicità, cosa che d’altra parte vale anche per gli ebrei, che in più hanno nel loro bagaglio culturale un testo come il Talmud. Per quanto riguarda il Vecchio Testamento come religione degli statunitensi non ci si deve meravigliare: l’american way è una creazione calvinista e il calvinismo nonostante sostenga a parole di considerare tutta la Bibbia compreso quindi il Nuovo Testamento e la figura di Gesù, nella realtà si basa soltanto sul Vecchio Testamento. E do a questo punto per scontata la nozione che negli USA non si è mai verificata nessuna melting pot, che non si è mai verificata colà nessuna mescolanza culturale (anche i matrimoni misti sono sempre stati pochi); negli USA c’è sempre stato un gruppo dominante, sempre lo stesso, e ciò che si è verificato è l’imposizione a tutti della prospettiva politica e culturale del medesimo, che è il gruppo dei bianchi anglosassoni e protestanti, i cosiddetti WASP (White Anglo-Saxon Protestants), il gruppo fondato dai Puritani, che come si sa erano dei calvinisti inglesi. Tra statunitensi ed ebrei dunque c’è solo un parallelismo, sono come due binari che corrono sempre vicini ma non si toccano mai. Gli statunitensi sono come sono indipendentemente dai loro ebrei, che sono arrivati negli USA a cose fatte. La "scoperta" degli ebrei da parte del Potere USA: lo spartiacque del 1967. Per quanto riguarda il successo della minoranza ebraica negli USA occorre sapere che le cose non sono sempre andate come oggi. C’è stato uno spartiacque, un anno che ha segnato un cambiamento radicale: il 1967. Prima del 1967 gli ebrei statunitensi - percentualmente solo poco meno numerosi di adesso - erano una minoranza discriminata, emarginata, disprezzata e anche povera quasi come quella nera, ed infatti le battaglie per i diritti civili degli anni Sessanta videro gli ebrei fianco a fianco con i neri di Martin Luther King. La situazione domestica di discriminazione verso gli ebrei, e cioè di... antisemitismo, fu segnalata anche da Hollywood, negli ultimi sprazzi di quello splendido filone realista nato negli anni Trenta e di fatto messo poi fuori legge dal Congresso: possiamo ricordare "The House I Live In", un cortometraggio prodotto dalla RKO nel 1945; "Gentleman's Agreement" del 1947 ("Barriera invisibile"), di Elia Kazan con John Garfield e Gregory Peck; il celebre "Crossfire" sempre del 1947 ("Odio implacabile") di Edward Dmytryk con Robert Mitchum. Se non ci fossero stati i neri e i portoricani, gli ebrei sarebbero stati in quel periodo lo strato in assoluto più povero della popolazione USA, la solita feccia della plebe  in effetti nel sottobosco malavitoso gli ebrei abbondavano, sino a condividere quasi con gli italiani il monopolio della criminalità organizzata (significativamente il braccio destro di Lucky Luciano, il grande capo di Cosa Nostra, era l'ebreo Meyer Lansky). E questa solita misera minoranza ebraica, per il solito meccanismo detto, presentava il solito non trascurabile numero di ricchissimi. Negli USA, fra l’altro, di quel solito meccanismo che fa scaturire fortune dalla misera massa ebraica si ebbe una dimostrazione macroscopica, esemplare: Hollywood. Si dice spesso che Hollywood è "cosa ebraica"; come visto anche Marlon Brando ama ripeterlo. Lo si dice perché effettivamente furono gli ebrei a fondare l’industria cinematografica statunitense ("Hollywood"), mantenendone poi il monopolio o quasi per decenni. Ma, ci dobbiamo chiedere, perché furono proprio gli ebrei a fondare Hollywood? Facciamo uno sforzo e immaginiamo l’industria cinematografica statunitense agli albori, negli anni a cavallo del 1900. Era cosa nuova e incerta, basata su attività umane che non richiedevano specializzazioni o cognizioni particolari; per contro i guadagni potevano essere enormi. Era la tipica situazione adatta a calamitare elementi sradicati, senza arte né parte, e disposti a rischiare, specie se confortati da dritte precise arrivate da amici o parenti residenti nella Francia dei fratelli Lumiere: era una situazione perfetta per gli ebrei. Difatti furono loro ad impegnarsi tra i primi nel nuovo settore, sino quasi a saturarlo tramite quel loro consolidato nepotismo etnico (un ebreo tira l’altro), e di conseguenza anche le fortune che mano a mano germogliavano dal nuovo business (lo show business) erano in maggioranza appannaggio di ebrei: si pensi che le cosiddette Majors di Hollywood, cioè le otto case di produzione più grandi (MGM, RKO, UA, Universal, Paramount, 20th Century Fox e Warner Bros), che assieme producevano il 65% dei film e il 100% dei cinegiornali, controllavano l’80% delle sale di prima visione, manovravano l’80% dei capitali investiti nel cinema e incassavano il 95% dei noleggi, erano tutte di proprietà stretta di ebrei, gli stessi che le avevano del resto fondate. E sono proprio questi uomini, ed i loro direttori di produzione, a dimostrare come nella presenza ebraica a Hollywood non c’entrassero nulla il genio o altre particolari capacità, ma si trattasse solo di un gioco di opportunità, di disponibilità e di camarilla etnica: questi uomini non erano approdati nella nascente industria del cinema provenendo da alte posizioni professionali o dirigenziali, o comunque da posizioni dove avevano dato prova di capacità intellettuali fuori dalla media, ma vi erano approdati provenendo, per esempio, Adolph Zuckor da un negozio di pelletterie, Louis B. Mayer da un deposito di robivecchi, Nicholas Shenk da un banco di frutta e verdura, Carl Laemmle dall’ufficio contabilità di un macello. Quelli erano gli uomini che poi entrarono nel mito come i maghi dello star system di Hollywood, e stelle loro stessi. Le cose per gli ebrei statunitensi cambiarono a partire dal 1967. Cosa era successo in quell’anno? Si era svolta la guerra dei Sei Giorni, un evento apparentemente irrilevante o di modesta portata regionale che invece aveva avuto per gli USA un significato speciale: la scoperta del grande ruolo pro USA che Israele poteva ricoprire nel Medioriente. In effetti dopo quell’anno gli USA, che solo nel 1956 con Eisenhower avevano fatto sloggiare Israele dal Sinai senza tanti complimenti, cambiarono immediatamente politica ed in breve tempo divennero i grandi protettori dello stato ebraico, i garanti della sua esistenza. Ciò portò ad un riesame generale dei rapporti con l’ebraismo. L’antisemitismo domestico tradizionale andava finalmente contrastato: non si poteva essere contemporaneamente protettori di Israele e antisemiti. Per l’estero ci si accorse del valore politico dell’Olocausto: c’era un popolo innocente, che i malvagi nazisti (ma leggi: i malvagi della "Vecchia Europa") avevano tentato di sterminare arrivando a farne fuori ben sei milioni con camere a gas e forni crematori, e chi all’ultimo momento aveva sventato il piano ed ora chi vegliava sugli scampati erano gli USA. Bel colpo: gli USA avevano proprio bisogno di vantare qualche merito morale di fronte al mondo, dopo il discredito di cui li aveva coperti la guerra del Vietnam. C’era poi tutta una serie di cose cattive che il Potere USA continuava e avrebbe continuato a fare, anche in casa ma soprattutto all’estero, per le quali sarebbe stato ottimo poter incolpare qualcun altro: gli ebrei erano proprio perfetti. In breve, nel 1967 negli USA si era ripetuto ciò che con gli ebrei era spesso capitato: un Potere nazionale aveva scoperto la loro utilità, e cominciava ad usarli, fingendo di esserne succube. Iniziava così il periodo che dura tuttora, quello del grande "successo" ebraico negli USA. Il Potere, specie attraverso i mass media, che sono a sua disposizione e che come si sa stabiliscono la scala dei "valori" per il grande pubblico, scoraggiò il tradizionale antisemitismo statunitense, che scomparve da ogni occasione ufficiale e pubblica e si affievolì di molto nelle sfere del privato. Significativamente però, a dimostrazione del suo radicamento, l’antisemitismo certo diminuì ma non scomparve del tutto dalla società privata statunitense, neanche dalla sua elite del danaro, quella che secondo Mark Weber dovrebbe essere in maggiore familiarità con gli ebrei. A Vance Packard, sempre nel suo libro già citato The Ultra Rich, capita di raccontare alcuni episodi significativi in merito, relativi praticamente ai nostri anni: nel consiglio municipale di Palm Beach, una delle residenze predilette dei miliardari statunitensi, il primo consigliere ebreo è stato ammesso solo nel 1984; nel 1989 sempre a Palm Beach si stava ancora discutendo se ammettere ebrei nei più prestigiosi circoli, il Club Balneare, del Tennis e del Golf; il miliardario Leonard Samuel Shoen, fondatore della U-Haul dei traslochi, si distingueva oltre che per la ricchezza anche per gli incerti nella sua vita privata, fra i quali c'era il fatto che il suo nome sembrava ebreo e ciò gli precludeva ancora nel 1989 molte porte (Shoen invece è di madre svizzera e padre scozzese, entrambi cattolici). In ogni caso, gli ebrei cominciarono a trovare porte spalancate ad ogni passo. Occupavano posti nelle Università, nelle redazioni della grande stampa e delle televisioni, nei consigli di amministrazione di società finanziarie e di altri servizi, negli studi legali di certe città, balzavano alla ribalta come romanzieri, saggisti, economisti ; in breve, effettivamente, si moltiplicavano in tutti quei settori nominati da Weber, anche se non in quelle percentuali. Come al solito essi erano introdotti in quei posti o lanciati al successo culturale da altri ebrei già piazzati, per il ben noto nepotismo etnico, ma ecco, tutto era diventato improvvisamente e fantasticamente facile, scorrevole, senza intoppi di sorta. Ha fatto eccezione Hollywood, citata davvero a sproposito da Weber fra i capisaldi del successo ebraico: qui infatti la percentuale di addetti ebrei è da lui (cioè da J.J. Goldberg) posta al 59%, un valore lusinghiero solo in apparenza perché nei tempi iniziali era dell’ordine dell’80-90%. Proporzionalmente quindi la presenza ebraica a Hollywood è diminuita dagli inizi; forse dopo il 1967 la tendenza al calo, cioè a quella sostituzione di ebrei con elementi WASP più capaci che si è effettivamente verificata nel tempo a Hollywood, è diminuita o si è fermata, ma questo non può essere definito un successo. Specie se, secondo valutazioni che trovo più credibili, attualmente la quota di ebrei a Hollywood non è del 59 o del 60%, ma di meno del 30%. Tutto ciò era ed è di fatto agevolato dal Potere negli USA, che è un Potere esclusivamente WASP, allo scopo di fare credere che gli USA sono condizionati dai loro ebrei: chi non apprezza le politiche USA incolperà i loro ebrei, o gli ebrei in generale. Non è un vantaggio da poco per gli USA: gli europei, i latinoamericani, e in breve quasi tutti i popoli del mondo odiano la politica estera USA ma non gettano definitivamente l’ostracismo su questo Paese anche perché implicitamente attribuiscono la sua malvagità ai suoi ebrei; essi in verità vedono gli USA come un gigante forte e boccalone traviato dagli ebrei. Si pensi al mondo arabo, martoriato da decenni da un Israele cui danno via libera gli USA: lo scudo ebraico ha evitato e sta certamente evitando nell’area agli USA le ritorsioni e i rovesci politici della misura che questi meriterebbero. Così essendo, sarebbe logico che gli USA presentassero la loro politica estera dietro al numero più alto possibile di volti ebraici. Lo fanno, difatti: chi non sa che la politica estera statunitense è fissata da esperti quali Kissinger, Brezinski, Albright, dei quali è nota l'ebraicità? E chi non scorge la presenza al Dipartimento di Stato di elementi come Abrahms, Perle, Wolfowitz, ebrei notori anch'essi? Tutti sanno e tutti scorgono e ciò è quanto quel puro WASP dello Zio Sam vuole. L'Olocausto fa comodo agli USA per i motivi propagandistici detti. Non è rovinoso per loro se è drasticamente ridimensionato dalla tesi revisionista (che nega un piano di sterminio nazista nei riguardi degli ebrei e ammette solo nella seconda guerra mondiale 3/400mila ebrei morti di tifo e stenti in campi di lavoro tedeschi): sarebbero sempre dei ben intenzionati, ingannati dalle false vittime. Ma certamente il suo trionfo è preferibile. In effetti, sull’Olocausto si è cominciato a spingere davvero a partire dal 1967 e chi lo ha fatto davvero sono stati gli USA. Certo, esso era alimentato dagli ebrei e dalle loro associazioni, di varie nazionalità, ma il danaro per tutti proveniva decisamente dagli USA, così come da loro erano forniti i potenti canali di comunicazione mediatica: erano loro, cioè il Potere WASP che li regola, a muovere tutto dietro le quinte. Ultimamente l'Olocausto - come ha denunciato anche l’ebreo statunitense Norman Finkelstein ("L'industria dell’Olocausto", Rizzoli 2002) - sembra essere diventato un'industria, o un sistema di estorsione, per pompare soldi in tasche ebraiche: associazioni di sopravvissuti ai lager fanno cause per risarcimento danni a governi, banche, industrie ed enti vari europei ostensibilmente a suo tempo compromessi e strappano sentenze o accomodamenti per importi multimiliardari, che intascano. Anche qua ci sono gli USA dietro: nessun governo, tribunale o industria dell’Europa darebbe un soldo a questi individui se non in seguito alla prospettiva di dover subire ritorsioni da parte della potenza che oggigiorno tutto può e nulla teme, che sono gli USA e non Israele. USA che hanno anche interesse a tenere l'Europa sotto pressione, diciamo pure sotto ricatto. E non è neanche certa la destinazione dei risarcimenti: sopravvissuti ed eredi sembra che non intaschino mai niente e probabilmente le cifre dopo qualche giro finiscono in Israele, ma solo per alleviare il peso assistenziale autoimpostosi dallo Zio Sam. Tutto ciò si riversò anche all’estero, nei Paesi sotto la dominazione o l’influenza statunitense (come l’Italia). Gli ebrei di quei luoghi cominciarono a prendere posti e lustro come mai prima, diventando sempre più visibili nei giornali, nelle televisioni, in libreria: improvvisamente erano diventati "intelligenti", grumi di genio in nazioni avvolte nella tenebra mentale, in popoli di cavernicoli. I premi Nobel, che come si sa non hanno mai premiato affatto i migliori ma sono sempre stati assegnati per via politica, a seconda di chi e di come fa comodo, dopo il 1967 cominciarono a trovare sempre più facile la strada verso personalità ebraiche, in primo luogo statunitensi è ovvio ma non furono ignorati neanche gli ebrei di altre nazionalità, perché in fin dei conti l’idea era che a prevalere più che gli ebrei statunitensi erano gli ebrei in sé stessi. Si arrivò così con i Nobel ad autentiche farse, a rendere questo concorso una parodia della sua stessa parodia (mi riferisco di sicuro al comico "Premio Ignobel"), come quando nel 2002 il Premio per la letteratura fu assegnato all’ebreo ungherese Imre Kertesz, evento significativamente segnalato dal prof. Claudio Mutti con un articolo intitolato "Se questo è un Nobel" (quotidiano "Rinascita" del 15/10/2002 ). Ora lo stesso professore in un altro articolo, questo intitolato "Clown. Probabilmente Nobel" (idem del 13/01/2004) ci segnala che probabilmente per il 2004 si sta preparando un "colpo" analogo: sembra infatti che favorito per il Nobel per la letteratura di quest’anno sia tale Norman Manea, scrittore medio anzi più che così ma guarda caso ebreo, ebreo della Romania emigrato negli USA nel 1996.

Il caso degli ebrei russi dopo il 1989

Un evento molto recente, e ancora in essere, esemplifica e riassume perfettamente quanto detto: il clamoroso successo economico degli ebrei russi seguito al crollo dell’URSS del 1989. Si trattò effettivamente di un successo eclatante per le sue dimensioni e per la sua fulmineità, che colpì molto gli osservatori internazionali: nel marasma in cui era piombata la Russia, un marasma totale e scioccante (l’enorme Paese che giace su 12 fusi orari passava da un giorno all’altro non da una tassa IRPEF al 16 ad una al 18%, ma dal comunismo al capitalismo!), emersero pochi individui che si appropriarono dei settori economici più importanti, divenendone i magnati, e quei pochi individui erano quasi tutti ebrei! La gente normalmente pensa che tale performance non sia che la conferma del leggendario talento per gli affari degli ebrei, della loro diabolica sottigliezza di mente, in breve della loro superiore, einsteniana intelligenza, ma qualcuno ha meglio interpretato la cosa, un qualcuno che gli ebrei specie russi li conosce bene perché ebreo russo lui stesso: lo scrittore Israel Shamir. Shamir, che già io molto apprezzavo per i suoi articoli, è un uomo che benché sia appunto ebreo è dotato di grande obiettività, oltre che naturalmente di grande perspicacia. Nel Dicembre dello scorso anno 2003, in occasione dell’arresto ad Atene del magnate dei media russi Vladimir Gusinski, il giornalista greco Kostas Karaistos, editore del settimanale Antifonitis, lo ha intervistato. Fra le altre cose Karaistos, notando l’abnorme presenza degli ebrei nei vertici dell’economia della Russia, ebrei come i notissimi Berezovski, Khodorkovsky, Abramovitch, Chubais, lo stesso Gusinski e così via, gli ha chiesto come lui spiega questo "ristretto potere guadagnato dalla lobby filo israeliana dopo il 1989". Ed ecco la risposta di Shamir, testuali parole come risulta dall’intervista riportata sul sito israelshamir.net: "L’ascesa della comunità ebraica nella Russia postsovietica è uno dei fenomeni più stupefacenti. Dei sette uomini più ricchi in Russia sei sono ebrei e sono molto influenti nei media, nelle banche e nel controllo delle risorse naturali. Non è facile spiegare come un contabile di Tashkent, Chernoy, con un salario mensile di 100 rubli, sia diventato il proprietario dell’industria russa dell’alluminio. Una delle ragioni risiede nella sfera religiosa. I cristiani ortodossi si vergognano di diventare ricchi. Ricordano le misure della cruna e del cammello. Sanno che i ricchi difficilmente sono anche onesti. Si vergognano del potere, perché fu detto loro: gli ultimi qui saranno i primi lì. Questa qualità del Cristianesimo Ortodosso è stata praticamente ereditata dal Comunismo, ecco perché il Comunismo ha avuto successo in Russia. (L’avrebbe avuto anche in Grecia, ma l’Inghilterra schiacciò i comunisti nella Grecia postbellica . I calvinisti e gli ebrei non hanno tali timori. Essi inseguono il potere, perché il Vecchio Testamento dice: "Sii un padrone per i tuoi fratelli, ed essi si inchineranno a te". Credono che la ricchezza sia un segno di benedizione. Ecco perché sono pronti ad arraffare tutto ciò che è possibile. Su un piano meno religioso citerò Victor Pelevin, uno scrittore russo moderno: "In tempi tumultuosi, un uomo disonesto e senza scrupoli riesce meglio di uno onesto, perché si adatta rapidamente ai cambiamenti. A un certo grado di scaltrezza e disonestà, l’uomo riesce a prevedere i cambiamenti con molto anticipo, e quindi vi si adatta ancora prima. La peggiore canaglia si adatta ai cambiamenti ancora prima che essi avvengano. Queste peggiori canaglie sono il motore del cambiamento, perché esse non prevedono il futuro, ma lo formano. Queste canaglie arriviste senza scrupoli e senza vergogna convincono gli altri che la loro previsione è corretta, e così il cambiamento ha luogo. In altre parole, il successo di un gruppo a spese di altri è il segno della mancanza di scrupoli. Ma, a un livello più pragmatico, gli ebrei russi devono il loro successo alle strette relazioni che intrattengono con gli ebrei americani. Quando questi ultimi entrarono nel grande gioco di spartirsi le spoglie della Russia, avevano bisogno di alleati locali e gli ebrei russi erano disponibili a questo ruolo". [di seguito Shamir porta degli esempi della protezione accordata dagli ebrei americani, ad esempio da Perle e da Soros, ai neomagnati ebrei russi; le sottolineature sono mie]. La lucidità di Shamir nell’interpretare questa vicenda della sua stirpe è quasi commovente. Egli ha capito che il "successo" degli ebrei russi dopo il 1989 non è stato dovuto a loro particolari capacità, ma all’appoggio ricevuto dall’estero: giustamente, un contabile da 100 rubli al mese non poteva impossessarsi dell’intera industria dell’alluminio russa solo perché sapeva fare bene i conti, cosa poi neanche certa! E’ chiaro come andarono le cose all’indomani della repentina conversione dell’economia russa, avvenuta come si ricorderà con poche leggi promulgate quasi clandestinamente. Intere industrie, banche, campi petroliferi eccetera potevano essere accaparrate da chi sapeva il dove, come e quando delle modalità burocratiche della acquisizione, e disponeva delle somme necessarie per rastrellare i microcertificati di proprietà distribuiti ai dipendenti. Chi era pronto con tutto - informazioni e danaro - erano gli ebrei americani, che solo abbisognavano di collaboratori in loco che naturalmente scelsero fra la loro stirpe. Peccato che Shamir eviti di fare l’ultimo passo, di eseguire la finale demolizione del falso mito di un potere mondiale ebraico autonomo. Egli sembra infatti ammettere che gli ebrei americani abbiano agito di loro iniziativa, ma ciò non è possibile: se avevano il danaro, non avevano però il coordinamento né, soprattutto, le informazioni, che potevano essere a disposizione solo di strutture in loco, strutture tipo l’Ambasciata degli USA a Mosca, con i suoi funzionari esperti di politica e di economia russe e con l’intera rete CIA del Paese ai loro ordini. Fu questa, ne sono certo, a gestire il tutto: coinvolse gli ebrei americani, li coordinò, li mise in contatto con gli adatti ebrei locali, forse anticipò anche somme di danaro. Perché l’Ambasciata USA adoperò gli ebrei, sia quelli di casa che i locali? Perché, come detto, questo è il nome del gioco del Potere USA a partire dal 1967: mandare avanti gli ebrei, fare figurare loro nei lavori sporchi. E quello di approfittare del caos russo per scippare le risorse ai loro legittimi proprietari - i veri cittadini russi - un lavoro sporco lo era. Per contro Shamir fa un altro centro rilevando un secondo fatto significativo: la mancanza di scrupoli evidenziata dalla media degli ebrei russi rispetto alla media della popolazione. Una accusa - questa - risuonata più volte nel mondo, da parte di popoli che avevano ospitato ebrei e che ad un certo momento avevano dovuto scoprirne una insospettata ma immediata, fulminea, disponibilità a tradirli, ad allearsi col nemico. Ulteriormente, Shamir conferma in implicito la tesi sulla vera natura del rapporto fra americani ed ebrei, quella del parallelismo culturale e non dell’influenza: nota infatti le somiglianze fra calvinisti ed ebrei ("I calvinisti e gli ebrei non hanno tali timori"), e gli americani sono certamente di matrice calvinista.

Il vero "peso" degli ebrei negli USA

Infine, torniamo agli ebrei degli USA. Questa è dunque la conclusione: il successo che Weber attribuisce agli ebrei statunitensi è un successo artificioso; è iniziato solo nel 1967, ed è stato dovuto ad una decisione precisa del Potere USA, motivato dalle concrete considerazioni sopra esposte. La "particolare intelligenza" o anche solo il "particolare talento per gli affari" degli ebrei non c’entra nulla: fosse stato per i loro meriti gli ebrei statunitensi sarebbero sempre rimasti ai livelli antecedenti il 1967, e cioè alla vera base della piramide sociale, poco sopra i neri ed i portoricani e circa alla pari con i paisà italiani. Cioè, avrebbero tenuto le posizioni circa sempre tenute nei Paesi ospiti dell’Europa, dell’Africa settentrionale e dell’Asia, nessuno dei quali si è mai fatto mettere sotto dai propri ebrei per via di "meriti". Negli USA poi bisogna ricordare che a dominare sono i WASP, un gruppo che mediamente, dal punto di vista dell’efficienza intellettuale, ha ben poco da invidiare a chiunque. Credere, come gli ebrei statunitensi certamente credono visto l’entusiasmo con cui divorano il banchetto messogli sotto il naso, che una minoranza come la loro possa prendere il sopravvento su un tale gruppo è solo un’altra dimostrazione di quanto gli ebrei siano intellettualmente normali, anzi normalissimi, proprio come effettivamente in tutti i tempi e in tutti i luoghi si è sempre evidenziato. La "potente lobby ebraica" che fa il bello e il cattivo tempo negli USA e ne condiziona o addirittura stabilisce le politiche estere è un mito. Gli ebrei contano poco negli USA; contano poco in quelli di oggi, hanno contato poco in quelli di ieri, e tanto meno hanno contato in quelli di prima del 1967. Il governo USA non ha mai attuato alcuna politica né effettuato alcuna azione di rilievo che fosse solo nell’interesse degli ebrei statunitensi o di Israele e non anche nel suo. L’appoggio degli USA a Israele non è stato né un sentimentalismo verso le "vittime dell'Olocausto" né il frutto della pressione della lobby ebraica negli USA: è stato puro American Interest, una strategia scelta dagli USA per contribuire al controllo del Medioriente e del suo petrolio. Le estorsioni a danno di Paesi europei che sono state denunciate da Finkelstein hanno esiti positivi per i querelanti ebrei perché così vogliono gli USA, certamente, e gli USA così vogliono non perché convinti dai loro ma perché la cosa fa esattamente comodo anche a loro, per i motivi detti sopra. Le leggi liberticide che alcuni Paesi europei, con l’indignazione dei loro stessi popoli, hanno adottato contro il revisionismo dell'Olocausto non vedono solo ebrei e Israele come beneficiari, ma anche gli USA, perché gli USA gongolano nel vedere diffondersi in Europa l’astioso mito dello strapotere ebraico. La stessa Hollywood, dove pure gli ebrei sono sempre stati tanto numerosi, per decenni addirittura la maggioranza, non ha mai prodotto niente - e intendo non un film - che fosse soltanto nell’interesse ebraico e contro quello statunitense. Questo perché Hollywood è sempre stata controllata in qualche modo dal Potere USA, che si è sempre reso conto delle sue potenzialità politiche e che non ha mai permesso - ebrei o non ebrei - la diffusione di "messaggi" non conformi. Nei primi anni il controllo fu eseguito informalmente tramite le Producers' Associations (associazioni di produttori, di vari tipi), quindi nel 1930 tramite il regolamento scritto detto Codice Hays, ed infine nel 1953 affidato alla Agenzia federale USIA (United States Information Agency), in pratica il Ministero della Propaganda degli USA (vedi il mio libro "I Divi di Stato", Il Settimo Sigillo, Roma 1999). Così, per esempio, l'"ebrea" Hollywood non ha mai realizzato un film non dico incentrato, ma neanche vagamente ispirato allo spirito del Talmud. Avrebbe potuto farlo, perché questo è il vero e peculiare spirito ebraico e qualunque ebreo ne desidera l’esaltazione pubblica, ma non lo ha mai fatto, perché? Perché esso urta i non ebrei, compresi certo i WASP, e così nessun ebreo di Hollywood ha mai osato produrre una tale pellicola, perché Hollywood non è "governata dagli ebrei" come dice Marlon Brando, ma anche lei come tutti negli USA dipende dal Potere USA, che è WASP dalla cima dei capelli alla pianta dei piedi. Il signor Steven Spielberg, ebreo, non confeziona tanti film pieni zeppi di propaganda ebraica occulta e palese perché così vuole lui per servire le sue cause; lo fa perché ciò è apprezzato dal Potere e spesso addirittura gli è commissionato dal Potere, Potere che è WASP e che segue i suoi propri scopi. Spielberg non è un "buon ebreo"; è un buon persuasore occulto nel campo del cinema, che fa ciò che i padroni degli USA vogliono, e questi padroni sono WASP e solo WASP. Infatti, confeziona anche film pieni zeppi di propaganda statunitense tipica, zeppi di American Way. Si potrebbe continuare con altri esempi, ma il concetto ormai dovrebbe essere chiaro: tutto ciò che gli USA fanno per ebrei e Israele lo fanno perché fa comodo anche a loro stessi, e non perché sono plagiati dagli ebrei. Questo semmai lo fanno credere. Negli USA una lobby ebraica esiste (lo si vuole, che esista) ma la sua potenza è apparente; essa si agita e tramite i suoi sforzi ottiene solo le cose che già si era deciso che era conveniente concederle. Essa esiste, ma c’è qualcuno dietro che la sostiene, issandola proprio come una maschera e agitandola anzi come un drappo rosso davanti a un toro, qualcuno che di ebreo non ha niente: il Potere USA, sempre stato monopolio WASP. Ma anche io come Weber voglio cercare di dare una veste "scientifica" alle mie valutazioni sugli ebrei statunitensi, anche io voglio suffragare il tutto con dei numeri, delle statistiche. Ho detto prima che gli ebrei statunitensi contano "poco" ; ebbene, quanto è questo "poco"? E’ presto detto. Weber ha riportato tante statistiche atte a dimostrare l’influenza degli ebrei sulla società statunitense: ebrei tot percento dei "200 massimi intellettuali", tot percento della "elite del Paese", eccetera. Ma a pensarci sarebbe bastato un dato solo: la quota del reddito totale nazionale di cui è titolare la minoranza ebraica. In un Paese come gli USA, dove per ammissione di tutti ciò che conta è solo il danaro (Almighty Dollar), ad ogni livello a cominciare da quello politico, questa dovrebbe essere la misura esatta della sua forza politica, non è vero? Eppure, fra i tanti proposti da Weber proprio questo dato manca. Ma bene, rimedio subito dicendo che: la minoranza ebraica statunitense, che numericamente costituisce circa il 3% del totale della popolazione, rappresenta circa il 7% del totale del reddito nazionale. E a dimostrazione che negli USA il danaro davvero è tutto e misura e stabilisce tutte le cose, comprese quelle politiche, si può constatare come questa - circa il 7% - sia circa anche la percentuale degli ebrei eletti al Congresso federale, il supremo organo politico degli USA, anche questo - a pensarci - un dato non fornito da Weber (invece che dire quanti ebrei c'erano a Hollywood o negli studi legali, per sostenere le sue tesi non era più semplice dire quanti ce n'erano al Congresso?). Nel 1999, l’ultima volta che ho fatto il calcolo, gli ebrei erano 11 su 100 al Senato e 25 su 435 alla Camera dei Rappresentanti, cioè in totale 36 su 535 pari al 6,7%, la stessa percentuale circa del ventennio precedente e che dovrebbe essersi confermata anche in questo anno 2003 dopo i rinnovi parziali del 2000 e del 2002. Il fatto che la percentuale di ebrei è più alta al Senato riflette quanto già segnalato dietro, che i senatori sono tutti miliardari e gli ebrei presentano più miliardari di quanto spetterebbe alla ricchezza media del gruppo. Questo è dunque il vero "peso" della minoranza ebraica USA e della sua "potente lobby": su di una scala di 100 esso è di 7. Tale minoranza non può contare più di così: non lo permettono i meccanismi né sociali né politici del Paese, dove tutto è espressamente studiato per far prevalere le quantità di danaro maggiori; gli Stati Uniti sono appunto questo, il Paese dove conta il danaro maggiore. Se abbiamo l’impressione che tale minoranza conti di più è perché c’è qualcuno - naturalmente il vero padrone del vapore - che così ci vuole fare credere.

La "superiore intelligenza" ebraica

Torniamo a quel valore del 7% come espressione del reddito e consideriamolo in sé e per sé: esso offre il corrispondente poco peso politico però rappresenta sempre un reddito più che doppio rispetto alla numerosità della minoranza, che è del 3%. Qualcuno penserà: magari gli ebrei statunitensi non saranno i padroni del Paese, però questo è comunque un risultato lusinghiero per loro, indicativo di una qualche eccellenza. Non è così. Il fatto è che quel 7% si riferisce al reddito attuale della minoranza ebraica, al reddito cioè che essa ha cominciato a raggiungere a partire dal 1967, l’anno in cui il Potere WASP le spianò la strada del successo sociale, anzi gliela mise in vertiginosa discesa. E' dunque un reddito in gran parte immeritato e non realmente significativo, frutto dei favoritismi del Potere. In realtà, il reddito percentuale veramente pertinente della minoranza ebraica sarebbe quello degli anni anteriori al 1967, ma purtroppo questo interessante e delicato dato mi è risultato difficile da reperire; mi manca. Ma per chi ricorda quegli anni di grandi stenti per gli ebrei statunitensi, quegli anni in cui per migliorare le loro condizioni sociali essi si attaccavano al carro di quei neri che ora immemori ed ingrati tanto spregiano, non dovrebbero esserci soverchi dubbi: il reddito pro capite della minoranza ebraica doveva essere piuttosto inferiore alla media nazionale, e la sua sommatoria rispetto al reddito totale nazionale doveva essere espresso da un numero più basso della consistenza numerica; per esempio, se gli ebrei erano il 3% della popolazione il loro reddito totale doveva essere del 2 o 2,5% del reddito nazionale. La verità è che - se vogliamo parlare delle riuscite economiche delle minoranze USA - la minoranza etnica che nel Novecento negli USA ha raggiunto il maggior reddito medio pro capite è sempre stata, e di gran lunga, quella greca; la minoranza ebraica non si è mai distinta se non negli ultimi decenni del secolo, per i motivi politici detti. Che ne è allora della "superiore intelligenza" ebraica, quel sacro postulato che sembra implicitamente accettato un po’ da tutti qua in Occidente? Subisce il destino di tutti i luoghi comuni, va e deve andare al macero. Gli ebrei non hanno affatto rispetto agli altri una superiore intelligenza. Abbiamo visto che nell’antichità al popolo ebraico non erano riconosciute doti intellettuali particolari, anzi da questo punto di vista gli erano imputate addirittura delle carenze, cosa abbastanza in linea con l’arretratezza del loro Stato della Giudea, uno Stato di secondo piano dal punto di vista culturale, sociale, politico e militare, che nel corso della sua esistenza - il primo millennio a.C. abbondante - non riuscì praticamente mai ad essere indipendente, attorniato com’era da vicini che erano tutti culturalmente più raffinati ed economicamente e militarmente più potenti (si trattava di egiziani, fenici, siriani, persiani, anche palestinesi e cioè philistin, filistei), vicini che spesso lo razziarono e ne ridussero in schiavitù parte della popolazione. E ciò benché gli ebrei non fossero affatto, come in genere si crede, un popolo piccolo; erano anzi uno dei più numerosi dell’antichità, tanto che nel I secolo d.C. assommavano al 10% della popolazione dell’intero Impero Romano (8 milioni su 80, circa) e per secoli costituirono, come detto addietro, il 20% della popolazione dell’Impero Romano detto d'Oriente. Cifre che assumono il dovuto rilievo se si pensa che il popolo romano non oltrepassò mai il livello di 1,5 milioni di individui, un massimo raggiunto verso la metà del III secolo a.C., mentre quello cartaginese di 700mila (sino a una metà del quale, oltretutto, era probabilmente costituita da ebrei). Durante la Diaspora, iniziata nel 135 d.C. per volontà dell’imperatore Adriano, presso i popoli dove andarono (circa tutti) agli ebrei non furono mai riconosciute doti intellettuali particolari ed i loro successi, quando li avevano, erano correttamente attribuiti ad una ragione politica, e cioè al collaborazionismo col potere. Un cambiamento ci fu nell’Europa occidentale dell’Ottocento, è vero, ma ebbe un motivo ben preciso: la rivoluzione industriale e scientifica. Ciò che capitò fu che, con l’aumento dei traffici internazionali e la diffusione delle nuove scoperte scientifiche e delle relative applicazioni tecnologiche, cominciò a farsi sentire quel vantaggio che gli ebrei avevano sempre avuto ma che prima non aveva mai avuto occasione di fare una gran differenza: la loro rete internazionale ed esclusiva di scambio di informazioni e di punti di appoggio. C'erano ora molte merci in movimento da un Paese all’altro, e c'erano ora molte novità - una scoperta scientifica, un’invenzione, un nuovo procedimento industriale, un libro - che nascevano in un Paese e che erano da diffondere in tutti gli altri, e gli ebrei erano in posizione più favorevole rispetto agli altri per trarre vantaggi da queste situazioni: così molti più ebrei di prima divennero ricchi e molti di quelli che lo erano già dai tempi precedenti divennero straricchi. Nella massa gli ebrei erano sempre poveri come al solito, ma quei nababbi davano nell’occhio, come notato da Riccardo Calimani a proposito dei Rotschild, e cominciava a nascere così, nell’Europa occidentale del tempo, l’idea che gli ebrei avessero qualcosa in più nei cromosomi dell’intelletto. A peggiorare le cose comparvero poi in Europa in quel secolo-secolo e mezzo tre grandi menti ebraiche, che sembrarono suggellare la "superiorità" della "razza": Marx, Freud ed Einstein. Fu appunto una impressione del tutto fuori luogo. In quel periodo gli studiosi e gli scienziati europei di livello intellettuale comparabile al loro saranno stati come minimo alcune centinaia (mi riferisco ad elementi come Mendel, Darwin, Tesla, Gauss, Coulomb, Avogadro, Fourier, Hertz, Marconi, Fermi ecc. ecc., e per l’analisi sociale a Pareto, Weber, Sombart, Engels, Michels ecc. ecc.) e quindi i tre hanno semplicemente espresso la consistenza numerica della loro minoranza, forse dilatandola di un tanto per via sempre del vantaggio fornito dal cosmopolitismo ebraico in un periodo di scambi intellettuali internazionali come quello. Inoltre non bisogna dimenticare che i tre grandi scienziati erano ebrei sì, ma anche europizzati da generazioni, cioè assolutamente inseriti nella corrente culturale europea. Una osservazione che mostra il suo significato pieno se si considera il rendimento diciamo intellettuale dell’Israele moderno, quello fondato nel 1948. Nei primi lustri, assieme ai coloni dei kibbuz, si trasferirono in Israele da vari Paesi culturalmente e scientificamente avanzati molti intellettuali - scrittori, scienziati, ingegneri, economisti, tecnici specialisti dei più vari rami - e sia in Israele che fra gli ebrei rimasti nella Diaspora c'era la convinzione che questi elementi così pieni di talento, ora che erano finalmente tutti insieme e liberi anzi ansiosi di far lavorare il cervello, avrebbero fatto meraviglie, avrebbero scoperto e inventato chissà cosa, avrebbero trasformato le pietre del deserto in diamanti e la sabbia in oro, avrebbero trovato le medicine per curare tutti i mali, le formule per vivificare ogni economia e così via e, certamente, i loro fisici quantistici avrebbero inventato chissà quali armi portentose, che avrebbero messo in grande soggezione se non proprio in dichiarata inferiorità anche le più grandi potenze del momento, gli USA e l’URSS, per non parlare di entità medie come Gran Bretagna, Francia e Cina. Era come se gli ebrei di quegli anni fossero convinti che un intellettuale ebreo fosse in verità ostacolato dal fatto di dover lavorare in Europa o negli USA, non potesse esprimersi al meglio in un ambiente così retrogrado, e che invece trovandosi esclusivamente fra altri ebrei avrebbe liberato chissà quali potenzialità. Questa - ricordo bene il mio periodo universitario a Bologna - era l’atmosfera fra gli ebrei in quegli anni, queste erano le loro fiduciose aspettative, anzi direi le loro certezze. Ma abbiamo visto la "carriera" di Israele. Non è diventato il Paese dei miracoli, non ha realizzato un tremendo sviluppo economico grazie alle sue scoperte mirabolanti, non ha mantenuto una densità particolare di intellettuali: dopo alcuni decenni, indebolitosi via via il legame con le culture madri di provenienza, europea e statunitense, ha assunto la dimensione che naturalmente competeva ai suoi abitanti ed è diventato - era da dubitarne? - un Paese mediorientale come gli altri, circa con gli stessi problemi e le stesse carenze. Guardiamolo, questo Israele dei giorni nostri. La sua economia è disastrata, non è mai decollata, e sopravvive solo grazie agli aiuti USA, che assommano alla cifra di 5 miliardi di dollari all’anno. Unica altra fonte di danaro dall’estero è il crimine organizzato, il traffico internazionale di droga (il citato Meyer Lansky a suo tempo si trasferì a Gerusalemme), il traffico di diamanti in Africa, il traffico di organi umani in Africa e in America Latina, l’addestramento di milizie illegali sempre in Africa e America Latina, la vendita di armi leggere ai peggiori regimi ovunque. E anche in queste attività i boss israeliani devono le loro posizioni a fattori politici: sono protetti dal loro governo (Meyer Lansky fu accolto a braccia aperte), e ancora più dall’alto dagli USA. E naturalmente sono ancora gli USA a garantire con la fornitura delle loro armi la superiorità militare di Israele nella regione: tutti i tentativi di Israele di fabbricare armi importanti, come cacciabombardieri, missili, carri armati e sistemi radar, anche se si trattava solo di copiare sono puntualmente falliti, tenuti in vita quando il caso solo pro forma, per prestigio. Sembra esserci una importante eccezione: le bombe nucleari. Si dice infatti che Israele sia riuscito a fabbricarne un certo numero, si dice più di 80. Non sarebbe una impresa particolare, perché copiati i progetti e ottenute le masse critiche (plutonio arricchito) assemblare una bomba atomica non presenta difficoltà proibitive (è sempre una bomba, non un bombardiere). Ma secondo me Israele non ha fatto neanche questo. Secondo me, Israele non possiede affatto delle bombe nucleari. Anche se avesse copiato tutto dagli amici statunitensi, come ha fatto magistralmente credere l’episodio di Mordecai Vanunu, avrebbe alla fine dovuto fare almeno un esperimento, fare esplodere almeno una testata, ma ciò non risulta che l’abbia mai fatto. Ciò non significa che non ve ne siano sul suo territorio. Anzi, certamente ve ne sono, ma non sono né di fabbricazione israeliana né a loro disposizione: sono statunitensi, azionabili solo da personale statunitense dietro ordine statunitense. La spiegazione del tutto è elementare: ad Israele conviene fare credere di avere armi atomiche, e agli USA conviene fare cadere su Israele la responsabilità del loro uso nel caso dovesse verificarsi la necessità o la convenienza. Tutto torna. In effetti l’unica cosa che agli USA davvero non conviene è un Israele dotato di proprie armi atomiche, perché ciò lo porrebbe al di fuori del loro controllo. E’ la stessa sceneggiatura messa in opera col Pakistan: si da per certo che questo Paese sia riuscito a fabbricare delle testate atomiche, ma non è probabile. E’ più che probabile che in Pakistan ci sono testate o bombe nucleari, ma del caso sono di proprietà e a disposizione esclusiva degli statunitensi, per farle entrare in azione a loro decisione. Per l’India il discorso è più incerto: il Paese è capace di molto in campo tecnologico, perché grande e con una ricerca scientifica avanzata, però il fatto che abbia condotto esperimenti nucleari - o che del caso l’abbia fatto in prima persona - secondo me non è certo: i cinque test atomici attribuiti all’India nel 1998, avvenuti nel Rajasthan, potevano non essere realmente tali, o potevano non avere una paternità realmente indiana. Dubbi analoghi ci sarebbero sui test che appena due settimane dopo il Pakistan avrebbe eseguito sul proprio territorio, in risposta. Così l’India potrebbe avere fabbricato ordigni nucleari, come potrebbe averne ottenuto un certo numero di già pronti dall’URSS, o come anche potrebbe ospitare sul territorio una deterrenza nucleare controllata da un Paese estero, che nel caso non potrebbe che essere sempre l’URSS, ora Russia. E la Corea del Nord? Non so; io spero che abbia testate nucleari, e vettori per farle giungere alle desiderate destinazioni, ma non ne sono certo. Però la possibilità che le abbia esiste. I coreani sono intelligenti, e sono motivati: nella guerra del 1951-54 ebbero 4 milioni di civili morti per i bombardamenti statunitensi, e certamente nel caso di una ripresa delle ostilità questa volta vorranno essere in grado di poter contraccambiare, almeno in parte.

A chi serve il mito della "potente lobby ebraica"

Ci tengo a terminare con un invito: di non sottovalutare la questione della "potente lobby ebraica". Non si tratta di un mito inoffensivo: esso indebolisce le capacità di difesa del mondo - di tutti noi - nei confronti dell’assalto statunitense. Gli USA sin dalla loro fondazione hanno perseguito il fine della sottomissione-schiavizzazione di tutto il mondo, ma sempre hanno cercato di camuffarsi, di nascondere questo loro obiettivo. Ad esempio, per lungo tempo gli USA furono più deboli delle maggiori Potenze europee e non potevano permettersi di affrontarle al di fuori del continente americano; non dissero però mai "non possiamo": dicevano "non vogliamo", ed inventarono il mito dell’isolazionismo americano, un mito la cui colossale falsità in pratica solo ora è ammessa da tutti (con l’eccezione di alcuni giornalisti e storici platealmente servili, specie italiani). E’ ovvio perché gli USA dissimulano le loro intenzioni: perché un mondo consapevole offrirebbe maggiore resistenza, arrivando forse a pericolose forme di associazione, magari ad invocare una crociata antiamericana armata, che liberi per sempre l’umanità da questa minaccia che è sorprendente, è vero, ma che pure è concreta, incombente, totale. Questo gli USA temono, e costantemente mettono in atto accorgimenti per non essere individuati dalla vittima prima del boccone finale. Ecco, il mito della "potente lobby ebraica" è insidioso perché essenzialmente non è altro che uno di questi accorgimenti, appartenente alla categoria della disinformazione, del depistaggio, del camuffamento ideologico. La sua funzione è già stata evidenziata in precedenza: ridurre le responsabilità degli USA sulla scena mondiale; confondere le idee circa certe loro iniziative; anche nascondere il fatto che la loro intima essenza è razziale e razzista. E' una funzione ampiamente sfruttata. Si è già detto della protezione incondizionata offerta dagli USA a Israele, fatta passare per concessione alla loro "potente lobby ebraica" e invece puro american interest su petrolio e posizione strategica del Medioriente. Possiamo ricordare altre colpe essenzialmente statunitensi WASP addossate invece in tutto o in gran parte agli ebrei ricchi, e cioè appunto alla "potente lobby ebraica", una attribuzione - si noti - che anche quando si riferisce ad episodi vecchi anche di secoli è però emersa con insistenza solo negli ultimi decenni (anche magari al livello del pettegolezzo storico, cosa che ha una sua efficacia). Citando le topiche maggiori abbiamo: il traffico negriero dall’Africa, attribuito in buona parte ad armatori ebrei (specie portoghesi) o a società dominate da ebrei (specie inglesi e olandesi ma anche statunitensi); lo strangolamento finanziario della Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, attribuito anche qui in buona parte a finanzieri ebrei (statunitensi, tedeschi, francesi); il finanziamento invece della rivoluzione comunista in Russia, attribuito ad alcuni banchieri ebrei (statunitensi, tedeschi); i processi, le esecuzioni capitali, i risarcimenti e le ingiustizie varie perpetrate in nome dell’Olocausto e attribuite alle organizzazioni ebraiche senza nominare donde proveniva loro tutto quel potere; il disastro della desocialistizzazione degli anni Novanta in Russia, attribuito ai neo magnati ebrei locali, magari appoggiati dalla "potente lobby" statunitense. Intendiamoci: non è che in tutte quelle evenienze gli ebrei - degli USA e degli altri Paesi - non c'entrassero nulla. Anzi, ebrei vi figurarono sempre, e con convinzione, con vera intenzione di danneggiare le vittime di turno. Ma il punto è che non furono mai loro a determinare quelle situazioni, ogni volta troppo grandi per le loro mani; ciò che essi sempre fecero fu di farsi trovare pronti e zelanti all’appuntamento col vero demiurgo del momento, che appunto fu sempre il Potere WASP degli USA. Sono gli USA il problema del mondo, non gli ebrei. Sugli USA bisogna concentrarsi; risolto il problema USA il resto viene da sé, tutto si sistema perfettamente ed eticamente, tutti i buoni vengono premiati e tutti i cattivi puniti. Dunque sostenere, propagare, elaborare la tesi della "potente lobby ebraica", in pratica usare all’occorrenza questa chiave interpretativa, fa oggettivamente il gioco degli Stati Uniti. Ad usare questa chiave sono in molti, anche in Italia, e ci si può chiedere perché lo fanno. Io direi che in grande maggioranza queste persone sono in buona fede: credono effettivamente nella "potente lobby ebraica". Ci credono alcuni per ingenuità, altri per inadeguata riflessione sulla questione - per superficialità abituale o occasionale -, altri per mancanza di prospettiva storica. Alcuni sono tratti in inganno dalla Chiesa Cattolica, che mentre a parole lo nega nei fatti è però una alleata di ferro degli USA e contribuisce a propalare il mito della "potente lobby" nella sua variante vaticana del "complotto giudaico-massonico"; lo fa in forma privata, affidandosi a quelle vere macchiette che sono gli intellettuali cattolici integralisti ed i clerici d’assalto (magari dotati di siti internet), ma lo fa. Altri ancora sono in realtà degli antisemiti idrofobi, ma di questi tempi non possono rivelarlo e si sfogano con gli anatemi e gli sproloqui sulla "potente lobby". E così via, con altre sfumature culturali-psicologiche. Una minoranza dei propalatori del mito della "potente lobby ebraica" invece è in cattiva fede: si rende conto della secondarietà del fenomeno ebraico, della sua natura indotta, ma essendo dedita alla causa statunitense - per convinzione o come è più frequente per interesse (carriera, appoggi vari ecc.) - mesta e rimesta sempre in quel mortaio. Al proposito posso solo ricordare il vecchio detto, e cioè che l’apparenza inganna. In breve, ciò che a mio parere bisogna sapere, è che il mito della "potente lobby ebraica" è falso e di fatto sostiene gli USA. E sostenendo gli USA di fatto sostiene anche Israele, che sugli USA si regge (a meno che non speri in un ritorno degli USA alla politica ante 1967, cosa del tutto improbabile). Ognuno, ma specie chi non ama gli USA, deve respingere questo mito, riconoscerne e denunciarne la falsità, e ogni volta assegnare le responsabilità a chi veramente competono, che sono appunto gli USA. E non si dica che in questo modo le responsabilità della "lobby ebraica" sono condonate: non lo sono affatto, sono semplicemente riconosciute per quello che sono, minori negli effetti anche se certamente non sempre nelle intenzioni.

da "Italicum", nn. Marzo-Aprile e Maggio-Giugno 2004

di John Kleeves

E' possibile riprodurre liberamente il materiale su questa pagina, a patto che siano citati l'autore e la fonte, e che sia riprodotta per intero anche questa precisazione.

Fonte: http://ilfrancot.altervista.org/articoli/lobbyebraica.htm


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Author(s): Olodogma
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Published: 2013-09-17
First posted on CODOH: Nov. 1, 2017, 12:27 p.m.
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