Industria dell'olocausto, truffatori,venditori e storia

Published: 2013-06-20

AVVERTENZA
L'autore del brano che pubblichiamo non è un revisionista, bensì un difensore della versione hilberghiana del preteso olocausto ebraico. Di “sinistra”, nemico dell’entità sionista di occupazione della Palestina,olocredente, lamentante per i pochi soldi ricevuti dai genitori come "risarcimento" dalla Germania. Interessante quando afferma esistere un "complotto ebraico, americano e israeliano per usare l’Olocausto al fine di opprimere i palestinesi ed estorcere soldi ai tedeschi"..., interessante e divertente ciò che afferma riguardo al sedicente ebreo, sedicente sopravvissuto, sedicente wiesel elie...
 
«clown di casa del circo dell’ O£ocau$to»... «personaggio ridicolo»...il «mercante della $hoah»...
 
( La spiegazione del termine “sedicente” nel testo del Mattogno )
Dissacrante il suo...Non esagero se dico che un ebreo su tre che incontri per strada a New York sostiene di essere un sopravvissuto”, ma se è così,“aveva ragione mia mamma: se sono tutti sopravvissuti, allora Hitler chi ha ucciso?”.
Ovvio l'ostracismo ebraico-sionista che ha subito, e subisce, quindi "naturale" la sua inclusione nell'idiota classe degli "ebrei che odiano se stessi" !
_____________________________________
.
 
 
Norman G. Finkelstein
 
L'industria dell'Olocausto
 
 
Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei
 
(2002)

CAPITOLO 2

TRUFFATORI, VENDITORI E STORIA

«L'informazione sull'Olocausto» osserva Boas Evron, rispettato scrittore israeliano, è in realtà «un'operazione d'indottrinamento e di propaganda, un ribollio di slogan e una falsa visione del mondo il cui vero intendimento non è affatto la comprensione del passato, ma la manipolazione del presente.» Di per sé, l'Olocausto nazista non è al servizio di un particolare ordine del giorno politico: può altrettanto facilmente motivare il dissenso o il sostegno alla politica israeliana. Filtrata dalla lente dell'ideologia, però, «la memoria dello sterminio nazista» fini col diventare, secondo Evron, «un potente strumento nelle mani della dirigenza israeliana e degli ebrei della diaspora». L'Olocausto nazista divenne «l'Olocausto» per antonomasia.
Due assiomi centrali stanno a sostegno dell'impalcatura ideologica dell'Olocausto: il primo è che esso costituisce un evento storico unico e senza paragoni; il secondo è che segna l'apice dell'eterno odio irrazionale dei gentili nei confronti degli ebrei. Nessuna delle due affermazioni appare in interventi pubblici prima della guerra del giugno 1967,né, per quanto esse siano diventate la pietra angolare della letteratura sull'Olocausto,figurano negli studi critici sull'Olocausto nazista . D'altro canto, i due assiomi attingono a componenti importanti dell'ebraismo e del sionismo.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, l'Olocausto nazista non era considerato un evento unicamente ebraico, tanto meno un evento storico unico. L'ebraismo americano, in particolare, si diede cura d'inserirlo in un contesto di tipo universalista. Ma dopo la guerra dei Sei Giorni la Soluzione Finale fu radicalmente ridisegnata. «La prima e più importante convinzione che emerse dal conflitto del 1967 e che divenne l'emblema dell'ebraismo americano» fu, come ricorda Jacob Neusner, che «l'Olocausto [...] era qualcosa di unico, senza paragoni nella storia umana». In un saggio illuminante, lo storico David Stannard mette in ridicolo la «piccola industria degli agiografi dell'Olocausto che sostengono l'unicità dell'esperienza ebraica con tutta l'energia e l'ingenuità di zeloti della teologia».  Il dogma della sua unicità, dopo tutto, non ha senso.
Al livello più elementare, qualunque evento storico è unico, se non altro in virtù del tempo e del luogo in cui accade, e presenta tanto caratteristiche sue proprie  quanto tratti comuni ad altri eventi storici. L'anomalia dell'Olocausto consiste nel fatto che la sua unicità è ritenuta assolutamente decisiva. Quale altro evento storico, si potrebbe chiedere, è definito in larga parte dalla sua categorica unicità? Come è evidente, i tratti distintivi dell'Olocausto vengono isolati allo scopo di porre l'evento in una categoria completamente separata. Non si capisce perché, in ogni modo, i molti tratti comuni debbano essere considerati insignificanti a confronto di questa specificità.
Tutti coloro che hanno scritto dell'Olocausto concordano sul fatto che sia unico, ma ben pochi concordano sul perché. Ogni volta che un argomento a sostegno della sua unicità viene confutato, ne viene addotto uno nuovo in sostituzione. Il risultato, secondo Jean-Michel Chaumont, è una massa di argomenti contraddittori che si elidono a vicenda: «La conoscenza in proposito non procede per accumulazione. Anzi: per superare quello precedente, ogni nuovo argomento parte da zero».  Detto in altri termini, l'unicità dell'Olocausto è un assioma: provarla è il compito assegnato, confutarla equivale a negare l'Olocausto stesso. Forse il problema sta nella premessa e non nella dimostrazione. Anche se l'Olocausto fosse unico, che differenza farebbe? Come potrebbe cambiare la nostra comprensione se non fosse il primo, ma il quarto o il quinto di una serie di catastrofi comparabili?
L'ultimo a fare il proprio ingresso nella lotteria sull'unicità dell'Olocausto è stato Steven Katz, con la sua opera The Holocaust in Historical Context [L'Olocausto in un contesto storico], progettata in tre volumi. Nel primo di essi, citando circa cinquemila titoli, Katz prende in esame l'intero orizzonte della storia umana per dimostrare che «l'Olocausto è fenomenologicamente unico in virtù del fàtto che mai in precedenza uno Stato si era proposto, come una questione di principio e di programma politico, l'annientamento fisico di ogni uomo, donna e bambino appartenente a un determinato popolo». Per chiarire la propria tesi, Katz spiega: « [La qualità] C è attribuita esclusivamente a f . Può condividere A, B, D... X con ® ma non C. E ancora, può condividere A, B, D... X con tutti i ® ma non C. Ogni dato essenziale s'incentra, per così dire, sul fatto che f è l'unico a essere una qualità di C [...] Mancando di C, p non è f [...] Per definizione, non sono ammesse eccezioni a questa regola. Condividendo A, B, D... X con f , ® può essere come f sotto vari aspetti [...] ma per quanto concerne la nostra definizione di unicità qualunque ® mancante di C non è f [...] Naturalmente, preso nella sua totalità f è più di C, ma non c'è mai f senza C». Traduzione: un evento storico che contenga un tratto distintivo è un evento storico distinto. Per evitare ogni confusione, Katz spiega ulteriormente che utilizza il termine fenomenologicamente «in un senso non-husserliano, non-schutzeano, non-scheleriano, non-heideggeriano, non-merleaupontiano». Traduzione: il tentativo di Katz è un nonsenso fenomenico. (6) Anche se la dimostrazione sostenesse la tesi portante di Katz, e non lo fà, proverebbe soltanto che l'Olocausto presenta un tratto distintivo. Sarebbe strano se non fosse così. Chaumont ne deduce che lo studio di Katz è in realtà «ideologia» travestita da «scienza», questione che verrà approfondita tra breve. 
Solo un capello separa l'affermazione di unicità dell'Olocausto da quella che questo evento non può essere compreso razionalmente. Se l'Olocausto non ha precedenti nella storia, deve starne al di sopra e quindi non può essere oggetto di una spiegazione storica.
E infatti l'Olocausto è unico in quanto inesplicabile e inesplicabile in quanto unico.
Etichettata da Novick come «sacralizzazione dell'Olocausto», questa mistificazione ha il suo campione più esperto in Elie Wiesel, per il quale, osserva giustamente Novick, l'Olocausto è una vera e propria religione «misterica». Perciò Wiesel salmodia che l'Olocausto «conduce nelle tenebre», «nega tutte le risposte», «sta al di fuori, anzi al di là, della storia», «resiste tanto alla comprensione quanto alla descrizione», «non può essere né spiegato né visualizzato», è incomprensibile e intramandabile», segna il punto di «distruzione della storia» e di una «mutazione su scala cosmica». Solamente il sopravvissuto-sacerdote (vale a dire solamente Wie[70]sel) è qualificato per divinarne il mistero. Eppure il mistero dell'Olocausto - Wiesel lo dichiara apertamente - è «incomunicabile»: «Non possiamo nemmeno parlarne». Così, per il suo normale onorario di venticinquemila dollari (più limousine con autista), Wiesel ci tiene conferenze sul fatto che il «segreto» della «verità» di Auschwitz «giace nel silenzio». 
Secondo questa prospettiva, comprendere razionalmente l'Olocausto equivale a negarlo, perché la ragione nega l'unicità e il mistero dell'Olocausto; metterlo poi a confronto con le sofferenze di altri costituisce, secondo Wiesel, «un completo tradimento della storia ebraica». Qualche anno fa, nella parodia di un tabloïd newyorkese apparve il titolo «Michael Jackson e altri sessanta milioni di persone muoiono in un olocausto nucleare», che suscitò un'irata protesta di Wiesel sulla pagina delle lettere al direttore: «Come osano riferirsi a ciò che è accaduto ieri come a un Olocausto? C'è stato un solo Olocausto [...]».
Nel suo nuovo libro di memorie, a riprova del fatto che la vita può anche imitare la parodia, Wiesel bacchetta Shimon Peres per aver parlato «senza esitazione dei "due olocausti del ventesimo secolo: Auschwitz e Hiroshima. Non avrebbe dovuto».  Uno dei pistolotti finali favoriti di Wiesel è che «l'universalità dell'Olocausto sta nella sua unicità».  Ma se è incomparabilmente e incomprensibilmente unico, come è possibile che l'Olocausto abbia una dimensione universale?
Il dibattito sull'unicità dell'Olocausto è sterile e in realtà l'insistenza sulla sua unicità ha finito col costituire una forma di «terrorismo intellettuale» (Chaumont). Coloro che mettono in pratica le normali procedure comparative della ricerca scientifica devono prima chiedere mille e una sospensiva per cautelarsi dall'accusa di «banalizzare l'Olocausto». 
Un corollario del dogma sull'unicità dell'Olocausto è che esso è il male nella sua unicità: per quanto terribile, la sofferenza di un altro popolo non si può neppure paragonare a esso. I sostenitori dell'unicità dell'Olocausto si rifiutano ovviamente di ammettere questa implicita conseguenza, ma si tratta di una posizione in malafede. 
Queste dichiarazioni di unicità dell'Olocausto sono sterili dal punto di vista intellettuale e indegne da quello morale, eppure persistono. Il punto è capire perché. In primo luogo, una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male unico dell'Olocausto, secondo Jacob Neusner, non soltanto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri, ma concede loro anche una «rivendicazione nei confronti di questi altri». Per Edward Alexander, l'unicità dell'Olocausto è un «capitale morale» e gli ebrei devono «rivendicare la sovranità» su questo «patrimonio prezioso». 
In effetti, l'unicità dell'Olocausto (questa «rivendicazione» nei confronti dì altri, questo «capitale morale») serve a Israele come alibi. «La singolarità della sofferenza degli ebrei» sostiene lo storico Peter Baldwin «aumenta le rivendicazioni morali ed emotive che Israele può avanzare [...] nei confronti di altre nazioni.»  Di conseguenza, secondo Nathan Glazer, l'Olocausto, che ha messo in evidenza il «tratto distintivo peculiare degli ebrei» ha dato loro «il diritto di considerarsi particolarmente minacciati e particolarmente meritevoli di ogni sforzo possibile per la loro salvezza»  (il corsivo è nell'originale). Per fare un esempio classico, qualunque articolo o libro dedicato alla decisione israeliana di mettere a punto armi nucleari evoca lo spettro dell'Olocausto. 
Quasi che, se l'Olocausto non fosse avvenuto, Israele non sarebbe diventata una potenza
nucleare.
C'è in gioco un altro fattore. La rivendicazione dell'unicità dell'Olocausto è una rivendicazione dell'unicità degli ebrei. Non la sofferenza degli ebrei, ma il fatto che gli ebrei hanno sofferto è quello che ha reso unico l'Olocausto. Oppure: l'Olocausto è speciale perché gli ebrei sono speciali. Perciò Ismar Schorsch, segretario del Jewish Theological Seminary, ridicolizza l'affermazìone di unicità dell'Olocausto come «una versione secolare e di cattivo gusto dell'ideologia del popolo eletto».  Veemente nell'affermare l'unìcìtà dell'Olocausto, Elie Wiesel lo è altrettanto nel rivendicare quella degli ebrei. «Tutto quello che ci riguarda è diverso.» Gli ebrei sono «ontologicamente» eccezionali.  Segnando l'apice di un odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei, l'Olocausto ha testimoniato non soltanto l'unicità della sofferenza degli ebrei, ma l'unicità degli ebrei stessi.
Durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, dice Novick, «quasi nessuno all'interno dell'amministrazione [americana] - e quasi nessuno al di fuori di essa, ebreo o non ebreo - avrebbe capito l'espressione "abbandono degli ebrei"». Dopo il giugno 1967 si verificò un capovolgimento di prospettiva. «Il silenzio del mondo», «l'indifferenza del mondo», «l'abbandono degli ebrei»: queste espressioni divennero l'ingrediente di base del discorso sull'Olocausto. 
Facendo proprio un principio sionista, la rappresentazione dell'Olocausto giunse a considerare la Soluzione Finale di Hider come l'apice dell'odio millenario dei gentili nei confronti degli ebrei: gli ebrei erano morti perché i gentili, che fossero esecutori materiali o collaboratori passivi, li volevano morti. «Il mondo libero e "civile"», secondo Wiesel, consegnò gli ebrei «nelle mani dei loro carnefici. Ci furono gli assassini - i killer - e ci furono quelli che rimasero in silenzio».  È inutile cercare qualche prova storica di tale impulso omicida dei gentili. Lo sforzo titanico di Daniel Goldhagen di dimostrare una variante di questa affermazione in Hitler's Willing Executioners [I volonterosi carnefici di Hitler] sfiora il ridicolo.  Comunque, la sua utilità politica è considerevole. Si potrebbe incidentalmente notare che la teoria dell'«antisemitismo eterno» finisce col sostenere l'antisemitismo. Come dice Hannah Arendt in The Origins of Totalitarism [Le origini del totalitarismo]: «Non meraviglia che la storiografia antisemita abbia
professionalmente adottato tale teoria; essa fornisce infatti il miglior alibi possibile per ogni orrore: se è vero che l'umanità non ha mai smesso di ammazzare ebrei, vuol dire che l'uccisione di ebrei è una normale occupazione umana e l'odio per essi una reazione che non occorre neppure giustificare. Quel che sorprende e confonde è che questa ipotesi sia stata accettata da parte di moltissimi storici non prevenuti e di quasi tutti gli storici ebrei». 
Il dogma dell'odio eterno dei gentili è stato utile tanto per giustificare la necessità di uno Stato ebraico quanto per rendere conto dell'ostilità rivolta contro Israele. Lo Stato ebraico è l'unico baluardo contro la prossima, e inevitabile, esplosione di antisemitismo omicida; viceversa, l'antisemitismo omicida sta dietro ogni attacco o anche ogni manovra difensiva contro lo Stato ebraico. Per rendere conto delle critiche nei confronti d'Israele, la scrittrice Cynthia Ozick ha la risposta pronta: «Il mondo vuole cancellare gli ebrei [...] il mondo ha sempre voluto cancellare gli ebrei».  Se il mondo vuole vedere morti gli ebrei, c'è davvero da stupirsi del fatto che essi  siano vivi e che, diversamente dalla maggior parte dell'umanità, non stiano proprio morendo di fame.
Questo dogma ha anche dato carta bianca a Israele: vista la ferrea determinazione dei gentili nell'uccidere gli ebrei, questi hanno tutti i diritti di proteggersi come meglio credono. Qualunque espediente a cui possano ricorrere gli ebrei, perfino l'aggressione e la tortura, costituisce una legittima difesa. Nel deplorare il dogma dell'odio eterno dei gentili, Boas Evron osserva che «equivale davvero a un'educazione alla paranoia [...]
Questa mentalità [...] giustifica in anticipo qualsiasi trattamento inumano dei non ebrei, perché la mitologia prevalente è che «tutti collaborarono con i nazisti nella distruzione degli ebrei, e dunque agli ebrei è permessa qualsiasi cosa nei confronti degli altri popoli».

Fonte: http://vho.org/aaargh/ital/fink/holind/olind2a.html


Additional information about this document
Property Value
Author(s): Olodogma
Title:
Sources:
n/a
Contributions:
n/a
Published: 2013-06-20
First posted on CODOH: Aug. 25, 2017, 3:51 p.m.
Last revision:
n/a
Comments:
n/a
Appears In:
Mirrors:
Download:
n/a