Odifreddi, Avvenire, Marco Tarquinio shoah immensa e innegabile, olocausto, ordine di sterminio, Adolf Hitler, camere a gas

Published: 2013-11-01

"Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio, né della Croce di Cristo" , Federico Lombardi, portavoce vaticano (fonte)

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Abbiamo ritagliato da Avvenire, giornale dei vescovi  gli unici  due punti interessanti (dal punto di vista storico)  della risposta di Marco Tarquinio al matematico Odifreddi su sue precedenti affermazioni, vedasi al link ...

" ha affermato: «Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. E non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. Ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato». Pare anche a me, insomma, che sia difficile smentire che in quel testo lei abbia definito un’immensa, tragica e innegabile mole di notizie e di documentazione sui lager e le camere a gas dei nazisti e, dunque, sulla Shoah un’«opinione»"..."quelle sue frasi sullo sterminio pianificato da Aldolf Hitler"...(fonte: http://www.avvenire.it/Lettere/Pagine/shoah-immensa-e-innegabile-tarquinio.aspx):

1) La pretesa... "documentazione sui lager e le camere a gas"

2) ..."sterminio pianificato da Adolf Hitler"...

Finalmente abbiamo trovato la quadratura del cerchio! Grazie al giornale dei vescovi! Nessun storico, finora, aveva trovato tale documentazione su "camere a gas " e "piano di sterminio", ora tutto l'affannarsi per scrivere una idiozia in forma di legge cesserà! IL negazionismo è stato sconfitto !

Purtroppo per i "credenti"non è così! Meglio continuino a credere al Sole che si fermò, alla verginità di una donna dopo  il parto e amenità simili. Sotto diamo conto della disfatta di simili certezze/illusioni/allucinazioni certificata in 2 consessi internazionali, ma, prima di lasciare la parola a chi ne sa di più di noi su certe fabulazioni olocau$tiche, citiamo : Raul Hilberg, Robert Jan Van Pelt, Jacques Baynac, Leon Poliakov, 3 storici ebrei ed uno "goy"...

Citazione 1) “there was a Holocaust, which is, by the way, more easily said than demonstrated.”

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Raul Hilberg, Is There a New Anti-Semitism? A Conversation with Raul Hilberg, Logos Journal. Volume 6 – Issue one-two (http://www.logosjournal.com/issue_6.1-2/hilberg.htm), 2007, soon before dying and after studying ‘the Holocaust’ for decades.

Citazione 2) “Ninety-nine per cent of what we know [about Auschwitz] we do not actually have the physical evidence to prove . . . it has become part of our inherited knowledge

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- Auschwitz [exterminationist] expert Robert Van Pelt, A Case for Letting Nature Take Back Auschwitz, The Toronto Star – December 27, 2009 (http://www.thestar.com/news/insight/art … -auschwitz)

Citazione 3) “it is necessary to recognize that the lack of traces involves the inability to directly establish the reality of the existence of [Nazi] homicidal gas chambers” 

Jacques Baynac

French historian jacques Baynac (http://winstonsmithministryoftruth.blog … dence.html)

Citazione 4) “The archives torn from the bowels of the Third Reich, the depostions and accounts of its chiefs permit us to reconstruct in their least detail the birth and the development of its plans for aggression*, its military campaigns, and the whole range of processes by which the Nazis intended to reshape the world to their pattern. Only the campaign to exterminate the Jews, as concerns its completion, as well as in many other essential aspects, remains steeped in fog. Psychological inferences and considerations, third- or fourth-hand accounts, allow us to reconstruct the developments with a considerable verisimilitude. Certain details, nevertheless, will remain unknown forever. As concerns the concept proper of the plan for total extermination, the three or four principal actors are dead. No document remains, and has perhaps never existed

poliakov leon, ebreo

- Holocaust [exterminationist] historian Leon Poliakov, Breviaire de la haine (Breviary of Hate) , Paris, 1979, p. 134.

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TRADUZIONE dei TESTI

Citazione 1, traduzione: “cè stato un olocausto, che è, tra l’altro, più facile a dirsi che a dimostrarlo“
Citazione 2, traduzione: “del 99% (novantanove per cento) di quello che sappiamo [di Auschwitz] in realtà non abbiamo, attualmente, la prova fisica . . . è diventato parte della nostra conoscenza ereditata”
Citazione 3, traduzione: “è necessario riconoscere che la mancanza di prove comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide [naziste]“
Citazione 4, traduzione:” “Gli archivi del Terzo Reich e le deposizioni e i racconti dei capi nazisti, ci permettono di ricostruire nei particolari la nascita e lo sviluppo dei piani di aggressione, delle campagne militari e di tutta la gamma di procedimenti con i quali i nazisti intendevano rifare a guisa loro il mondo.Soltanto il piano di sterminio degli Ebrei, per quanto concerne la sua concezione, come per molti altri aspetti essenziali, rimane avvolto nella nebbia. Deduzioni e considerazionì psicologiche, racconti di terza o di quarta mano, ci permettono però di ricostruirne lo sviluppo con notevole approssimazione. Molti particolari, tuttavia, resteranno per sempre sconosciuti. Per quanto riguarda la concezione propriamente detta del piano di sterminio totale, i tre o quattro principali responsabili non sono più in vita. Nessun documento è rimasto, né forse è mai esistito. ” (Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino 1977, p. 153.)

Il cosidetto olocau$to/$hoah, quindi, NON è provato!

Conclusione. Crediamo che ogni commento sia superfluo. La conoscenza di  questi giudizi, che, “epitaffi”, dovrebbe indurre a prudenza tutti gli addetti ai lavori olocau$tici: storici, giornalisti, opinionisti, invece nessuno ne prende atto pubblicamente e adegua il proprio operato, NULLA! Evidentemente lo stipendio gli è caro e ancor più caro è il rimangiarsi le falsità che per una infinità di tempo hanno propagandato. Tali affermazioni dovrebbero essere tenute in considerazione anche dagli assatanati di leggi repressive sulla libertà di espressione dei ricercatori storici o divulgatori, almeno come nozione, che li tenga al riparo da richieste di proibizione di cose di cui  non c’è prova tecnica/storica/processuale che siano avvenute! Evidentemente il rischio del ridicolo di cui si copriranno, dello sberleffo, richiesta di risarcimento dei danni, sono minori dei vantaggi accumulati. Stessa considerazione vale per la massa di onorevoli e senatori che dovranno decidere se approvare o meno la “isterica” (la felice definizione è del senatore LONGO, PDL, che si disse “indisponibile ad approvare una legge intrinsecamente isterica che intende sanzionare indefinite condotte negazionistiche legge “Amati” sulla “negazione” di fatti storici!

Informazione  sulla disfatta delle certezze/illusioni/allucinazioni olocau$to-sterminazioniste... per gli "addetti alla cultura"

1) Il convegno di Parigi dal 29 giugno al 2 luglio 1982 sul tema «La Germania nazista e lo sterminio degli Ebrei».
2) Il congresso di Stoccarda, che si svolse dal 3 a 5 maggio 1984 sul tema «L’uccisione degli Ebrei europei durante la seconda guerra mondiale. Genesi della decisione e realizzazione».

Il seguente brano è tratto dallo studio del maggior ricercatore mondiale di cose di olocausto e dintorni, Carlo Mattogno,"Raul Hilberg e i "centri di sterminio" nazionalsocialisti. Fonti e metodologia", capitolo V, "Hilberg e le conoscenze della storiografia olocaustica sul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici",consultabile nella sua intierezza QUI .

1.
Il Convegno di Parigi

Dal 29 giugno al 2 luglio 1982, l’École des Hautes Études en sciences sociales e la Sorbona organizzarono a Parigi un importante convegno internazionale sul tema «La Germania nazista e lo sterminio degli Ebrei». Gli atti relativi furono pubblicati nel 1985 in un volume omonimo (593). Al convegno partecipò anche Hilberg, con due conferenze: «La burocrazia della soluzione finale» (594) e «Il bilancio demografico del genocidio» (595).


 

 

1.1.
Intenzionalisti e funzionalisti

Il convegno fu organizzato per far fronte al progredire della storiografia revisionistica, come scrisse senza mezzi termini nella prefazione dell’opera François Furet, uno degli organizzatori:

«La nostra idea iniziale era semplicissima. Cioè che era tempo, e anche più che tempo, quarant’anni o quasi dopo la seconda guerra mondiale, di riunire in un libro ciò che gli specialisti sanno su uno degli episodi più tragici di questa guerra: il genocidio nazista degli Ebrei. Al pari di altri, io ero stato sorpreso e urtato dai tentativi fatti da piccoli gruppi partigiani di rimettere in causa la materialità dei fatti o almeno di banalizzarne l’importanza. Ma l’indignazione non costituisce conoscenza e, come il pregiudizio e lo spirito partigiano, può perfino ostacolarla. Bisognava dunque dare la parola a coloro che avevano dedicato l’essenziale della loro attività alla ricerca storica sul nazismo, la seconda guerra mondiale e la “soluzione finale” del problema ebraico. Come si dice nel gergo professionale, era giunto il momento di fare “il punto della questione”. Donde l’iniziativa del convegno organizzato dall’ École des Hautes Études en sciences sociales all’inizio di luglio del 1982» (596).


Saul Friedländer sottolineò che

«dalla fine degli anni Sessanta, la storiografia sul nazionalsocialismo, soprattutto nella Germania Federale, si divide - implicitamente o esplicitamente - in due campi opposti: “intenzionalisti” e “funzionalisti”. Per gli intenzionalisti c’è una relazione diretta tra ideologia, pianificazione e decisioni; quanto alla centralità assoluta del decisore supremo, Adolf Hitler, essa è evidente a tal punto che per Klaus Hildebrand, per esempio, “non si deve parlare di nazionalsocialismo, ma di hitlerismo”. La posizione funzionalista, invece, implica che non c’è una relazione necessaria tra le premesse ideologiche e l’azione politica, che le decisioni sono l’una in funzione dell’altra - a causa dell’interazione costante di istanze semiautomatiche che limitano parimenti il ruolo del decisore supremo -, e che queste decisioni assumono l’aspetto di una politica voluta e coerente soltanto a posteriori. In breve, l’immagine di un sistema in cui l’essenziale dipendeva dalla volontà di Hitler di fronte a quella di una policrazia più o meno anarchica. L’opposizione di queste due tesi appare in modo particolarmente chiaro quando ci si rivolge all’interpretazione della politica nazista nei confronti degli Ebrei» (597).

Mentre infatti la posizione intenzionalista afferma «la continuità tra l’ideologia degli inizi e lo sterminio finale» (598), quella funzionalista, che presenta a sua volta aspetti contrastanti, è riconducibile al comun denominatore che lo Stato nazista rappresentava un sistema in gran parte caotico in cui le decisioni maggiori erano spesso la risultante delle pressioni più varie, senza che ci fossero necessariamente pianificazione, previsione o ordini chiari provenienti dall’alto» (599).
Nella relazione presentata al convegno di Parigi, di cui quella che appare negli atti è una rielaborazione posteriore, S. Friedländer rilevò l’infondatezza di entrambe le posizioni:

«Né la tesi della inesorabile continuità e di una pianificazione dello sterminio totale degli Ebrei prima dell’attacco contro l’URSS, né quella della discontinuità e dell’improvvisazione possono in realtà essere dimostrate allo stato attuale delle fonti: è la conclusione cui giungono Krausnick e Wilhlem al termine del loro studio monumentale sugli Einsatzgruppen. È egualmente la sola conclusione che ci sembra plausibile a questo stadio» (600).

Egli delineò poi un «quadro delle acquisizioni della storiografia» olocaustica in cui ammise:

«La questione della data in cui fu deciso lo sterminio fisico totale degli Ebrei, così come il problema dell’ elaborazione del piano di “soluzione finale”, restano irrisolti» (601).

Il testo rielaborato che compare negli atti del convegno non contiene questa franca ammissione della vacuità del relativo dibattito storiografico, ma il problema fondamentale dell’ordine di sterminio vi appare parimenti irrisolto:

«Oggi nessuno storico crede più che un tale ordine sia stato dato per iscritto. In forma orale si poteva trattare sia di una istruzione diretta di Hitler a Göring o a Himmler, sia, più probabilmente, di una allusione chiara, compresa da tutti» (602).

L’interpretazione di Martin Broszat era assai più radicale: «non ci fu mai un ordine generale concernente lo sterminio degli Ebrei» (603).
Quanto a Friedländer, egli tentò una sintesi delle due posizioni opposte: riconoscendo da un lato che il funzionalismo «risponde meglio dell’intenzionalismo alle concezioni della storiografia contemporanea»; sostenendo dall’altro che, nella politica ebraica, nessuna decisione importante fu presa all’insaputa di Hitler (604). Ma la sua conclusione dell’«esistenza di un piano globale di sterminio degli Ebrei d’Europa nell’autunno del 1941» (605) era una mera congettura al pari di quelle dei suoi colleghi.
Eberhard Jäckel sostenne la tesi radicale intenzionalista, secondo la quale, sin dagli anni Venti, Hitler era orientato verso una soluzione cruenta della questione ebraica. Egli partiva dall’analisi del passo fondamentale del «primo documento politico di Hitler», la lettera all’amico Gemlich del 16 settembre 1919:

«L’antisemitismo fondato su motivi puramente sentimentali troverà la sua espressione finale sotto forma di progrom [sic]. Al contrario, l’antisemitismo della ragione deve condurre ad una lotta legale metodica e all’eliminazione [Beseitigung] dei privilegi che l’Ebreo possiede a differenza degli altri stranieri che vivono tra di noi (legislazione degli stranieri). Ma il suo obiettivo finale e immutabile deve essere l’eliminazione [Entfernung] (606) degli Ebrei in generale» (607).

Jäckel commentò così questo passo:

«Quali misure proponeva Hitler? È evidente che questa è la questione più importante. Niente pogrom né eccessi. Bisogna procedere in modo legale e programmato. Hitler distingueva due fasi. Anzitutto, bisognava assoggettare gli Ebrei alla legislazione degli stranieri, ritirare loro i diritti civili, trattarli conformemente a ciò che erano realmente: degli stranieri. Poi, eliminarli semplicemente. Hitler non ha chiarito questo concetto di eliminazione, da allora ripetuto incessantemente. Ciò che almeno si può dire, è che egli voleva la loro emigrazione o la loro espulsione fuori della Germania; ma non è escluso che egli abbia già pensato al loro sterminio» (608).

Questa ipotesi sarebbe confermata dal Mein Kampf, in cui Jäckel riscontrava «una radicalizzazione francamente mostruosa delle misure raccomandate nella lotta contro gli Ebrei»:


«L’eliminazione degli Ebrei reclamata fino ad allora, diventava, pur conservando in parte il termine di eliminazione, l’annientamento, l’estirpazione degli Ebrei e, del tutto apertamente, la loro liquidazione fisica, la loro uccisione. Anche se Hitler si era immaginato questa soluzione anteriormente, forse in modo inconscio, la proclamò pubblicamente per la prima volta qui» (609).

La tesi propugnata da Jäckel fu confutata da un altro partecipante al convegno, Karl A. Schleunes, il quale, nella sua relazione sulle «politiche naziste verso gli Ebrei» tra il 1933 e il 1939, si occupò dello stesso argomento. Egli riassunse anzitutto la tesi intenzionalista:

«Quando Hitler divenne cancelliere nel 1933, aveva delle idee precise sul modo di regolare la questione ebraica? Auschwitz è il frutto di un disegno chiaro e netto? Oppure Hitler, come pensano certuni, aveva definito i suoi obiettivi ancor prima del 1933? Sin dal 1919, del resto, prima di aderire al partito operaio tedesco, egli aveva espresso a uno dei suoi superiori le sue idee sul problema ebraico e la sua opinione secondo la quale un “antisemitismo razionale” doveva avere come scopo “la scomparsa totale degli Ebrei” (610). Nel 1924, quando scrisse Mein Kampf, egli disponeva evidentemente di una completa “Weltanschauung” [visione del mondo] razzista, il cui carattere dominante era l’antisemitismo. Nel Mein Kampf figura perfino la gasazione degli Ebrei. Hitler vi scrisse: “Se la Germania avesse posto, durante la guerra mondiale, dodicimila o quindicimila Ebrei [...] corruttori del popolo sotto gas asfissianti”, affinché provassero le stesse sofferenze dei soldati tedeschi sul campo di battaglia, allora i sacrifici del fronte “non sarebbero stati vani”. L’idea che Hitler conoscesse sin dall’inizio, forse dal 1919, le grandi linee della politica ebraica, è stata ragguardevolmente sostenuta da Lucy Dawidowicz nel suo libro The War against the Jews 1933-1945 (1975). A sostegno della sua tesi, ella cita una lettera di Hitler del 1919 (611), dei passi significativi di Mein Kampf e numerose altre allusioni agli Ebrei fatte da Hitler prima che divenisse cancelliere. Per lei ognuna di queste affermazioni “prefigura le realtà politiche della dittatura hitleriana [...]”. Quando questi testi si leggono alla luce del monito ulteriore di Hitler del 30 gennaio 1939, nel quale dichiarava che, se gli Ebrei “riuscissero a gettare di nuovo le nazioni nella guerra mondiale”, il risultato sarebbe “la liquidazione (612) della razza ebraica in Europa”, diviene ancora più verosimile che la “soluzione finale” costituiva il risultato inevitabile di un progetto gigantesco» (613).

Schleunes sosteneva invece che una intenzione o un progetto di sterminio ebraico non era mai esistito non solo fin dagli anni Venti, ma neppure nel periodo che va dal 1933 al 1939:

«Hitler, o qualunque altro capo nazista, aveva nel gennaio 1933 o ancora prima un’idea chiara dei fini di una politica ebraica? I fatti sembrano dimostrare il contrario».

La retorica antiebraica costituiva indubbiamente fin dall’inizio il tema centrale della propaganda nazista,

«ma, nel 1933, per non parlare del 1919 o del 1925, nessuno immaginava ancora dove questa energia avrebbe potuto condurre. Durante i primi sei anni del potere di Hitler non si può parlare di una politica ebraica nazista, ma piuttosto di molte politiche ebraiche, le quali, lungi dall’essere coordinate, spesso si contraddicono, e nessuna delle quali è veramente ufficiale. Solo nel 1939, come contraccolpo delle difficoltà causate dalla notte dei cristalli, si vede apparire nella politica ebraica una misura di coordinazione che ha il marchio di Adolf Hitler stesso. Sino ad allora, la politica ebraica era stata oggetto di rivalità tra i capi nazisti, la posta di una selvaggia lotta interna per il potere in cui erano permessi tutti i colpi. In questa guerra ebbero il sopravvento i meno adatti, cioè, nel 1939, in particolare la SS, aiutata dal SD» (614).

Questa molteplicità di politiche dipendeva dal fatto che

«quando i nazisti arrivarono effettivamente al potere, circa otto mesi dopo, la politica ebraica non ricette affatto la priorità che ci si sarebbe potuti attendere alla luce delle considerazioni ideologiche» (615).

In questi primi anni l’azione di Hitler fu soltanto restrittiva e indicativa:

«Una soluzione del problema ebraico mediante una politica coordinata e centralizzata non gli sembrava una priorità sufficientemente importante per incaricarne specificamente qualcuno; egli non espresse neppure idee personali su ciò che avrebbe implicato questa soluzione» (616).

La politica unitaria che si delineò nel 1939 mirava all’emigrazione e all’espulsione degli Ebrei dalla Germania. Sin dal 1934, le SS, in un Rapporto sulla questione ebraica, avevano proposto di «organizzare l’emigrazione in massa degli Ebrei fuori della Germania». Veniva anche prospettata l’idea di incoraggiare negli Ebrei il sentimento sionista per indurli ad andarsene.

«La SS assunse il controllo totale dell’emigrazione ebraica (e in pari tempo della politica ebraica) solo nel 1939, quando Hitler la incaricò di organizzare questa emigrazione in tutto il Reich».

Questo incarico fu la conseguenza del successo conseguito dalle SS in Austria, in particolare da Adolf Eichmann, che nei mesi successivi all’Anschluss organizzò l’emigrazione di quasi un quarto degli Ebrei austriaci.
«L’emergere di Eichmann come figura importante della politica ebraica è una delle prove migliori del fatto che la soluzione finale non fu il risultato di un progetto grandioso, maturato a lungo» (617).
Alla luce di questa politica di emigrazione, riteneva Schleunes, le espressioni minacciose di Hitler degli anni 1938 e 1939 vanno interpretate in senso puramente metaforico:

«Alla fine del 1938 e all’inizio del 1939 si parlava molto di una soluzione imminente del problema ebraico. “Il problema sarà risolto presto”, disse Hitler al ministro della Difesa del Sudafrica, Oswald Rirow, il 24 novembre 1938. Alcune settimane dopo, egli confidava al ministro degli Esteri ceco Chvalkovski: “Noi stiamo per distruggere gli Ebrei” (618). Essi non se la caveranno così dopo aver fatto il 9 novembre 1918. Per loro è venuto il giorno della resa dei conti”. E il 30 gennaio 1939 egli dichiarò al Reichstag che la guerra, se mai fosse scoppiata, avrebbe avuto come risultato “l’annientamento della razza ebraica in Europa”. Hitler voleva parlare di una reale distruzione fisica? Senza dubbio ancora no, sebbene la perversità della sua retorica vi conducesse direttamente. Eberhard Jäckel ha fatto notare che, sulla bocca di Hitler, la parola eliminazione non significava sempre eliminazione fisica. Abbondanti prove indicano che, per tutto l’anno 1939, i nazisti vedevano sempre nell’emigrazione il mezzo per rendere la Germania “judenfrei” (pura da Ebrei). Il 24 gennaio 1939, una settimana prima del discorso di Hitler al Reichstag tanto spesso citato, Göring affidava a Reinhard Heydrich la coordinazione di una emigrazione accelerata degli Ebrei. Heydrich assistette, al ministero dell’Aeronautica, alla riunione che seguì la Kristallnacht (notte dei cristalli) e vi colse l’occasione per glorificare i successi di Eichmann in Austria. Bisognava ora estendere i metodi di Eichmann alla Germania. Dall’interno della SS, Heydrich mise a capo del nuovo Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica un responsabile della Gestapo, Heinrich Müller. Uffici simili a quello istituito da Eichmann a Vienna dovevano essere creati a Berlino, Breslavia, Francoforte sul Meno e Amburgo» (619).


La politica di emigrazione, rilevò Schleunes, fu perseguita, con successo sempre minore, anche dopo lo scoppio della guerra, finché le vicende belliche non imposero il suo abbandono:

«Se i piani di emigrazione non avevano potuto seguire il ritmo delle annessioni di Hitler in tempo di pace, essi si disintegrarono quasi completamente quando scoppiò la guerra, nel settembre 1939. La guerra si era estesa più di quanto Hitler avesse creduto, oltre al fronte orientale, a un fronte occidentale inatteso. Un ultimo piano di emigrazione, detto “piano Madagascar”, dominò ancora per qualche tempo la politica ebraica. Riassumendo, il programma, che proveniva dal ministero degli Esteri, prevedeva che la Francia avrebbe ceduto il Madagascar che sarebbe divenuto così disponibile per l’emigrazione ebraica. L’insediamento sarebbe stato poi finanziato dai beni ebraici sequestrati dai nazisti in Europa. Himmler e Heydrich trovarono l’idea accettabile, perché era previsto che il Madagascar sarebbe stato governato dalle SS. Questo progetto restò lettera morta. La guerra gli tolse quasi ogni possibilità di successo, come pure a qualunque altro piano di emigrazione. La conquista della Polonia pose almeno 3 milioni di Ebrei nell’orbita nazista! La loro emigrazione o espulsione, malgrado le grandiose visioni di Rosenberg, erano ormai fuori questione» (620).

 


 

1.2.
L’ordine di sterminio

Uwe Dietrich Adam esaminò la politica ebraica nazionalsocialista dal settembre 1939 al giugno 1941, periodo che «può essere considerato come quello della scalata verso la “soluzione finale”». Egli però puntualizzò subito che

«la data precisa nella quale fu ordinata questa “soluzione finale” costituisce un problema irrisolto sia per la storia tedesca sia per la storia mondiale».

Circa la genesi della “soluzione finale”, Adam si schierò decisamente contro la tesi intenzionalista radicale sostenuta da Jäckel, dichiarandosi «d’accordo con la schiacciante maggioranza degli storici nel pensare che l’ordine di liquidare gli Ebrei sotto il dominio tedesco non è mai stato dato e neppure progettato, in nessuna forma, prima dell’inizio della guerra» (621). Dal momento che «non è stata mai scoperta traccia scritta di quest’ordine» ed è poco probabile che se ne trovi una in futuro,

«allo storico incombe il compito di datarlo il più precisamente possibile facendo appello all’interpretazione. Poiché i metodi e le ipotesi sono numerosissimi a questo riguardo, ci troviamo di fronte ad opinioni molto diverse. Alcuni pongono la concezione della “soluzione finale” all’epoca di Landsberg (Jäckel, Dawidowicz); un altro la fissa al marzo 1941 (Krausnick) o al luglio 1941 (Hilberg, Browning), altri infine alla fine dell’autunno 1941 (Adam, Broszat). Né le leggi né le misure amministrative del Terzo Reich contro gli Ebrei possono permetterci di precisare la data dell’ordine di sterminio. Ma per chi conosce bene la struttura istituzionale del Terzo Reich dopo l’inizio della guerra, ogni misura presa circoscrive le possibilità di interpretazione e permette perfino di eliminare certe date o di confermarne altre con qualche certezza» (622) (corsivo mio).


Allo scoppio della guerra, la questione ebraica, quale era stata formulata nel programma del Partito e dai primi protagonisti di una legislazione razziale, era risolta.

«Se si vuole riassumere l’essenziale della politica nazista nei confronti degli Ebrei, si ritrova un obiettivo costante e primordiale: separare gli Ebrei dagli “Ariani”. Questo obiettivo politico e razziale dell’ideologia nazista - l’eliminazione degli Ebrei dal “Volkskörper” (corpo della nazione) tedesco - fu raggiunto nel 1938» (623).

Dopo l’inizio delle ostilità, la politica nazista nei confronti degli Ebrei mirò al consolidamento di tale separazione, ma essa fu

«elaborata in gran parte sotto l’effetto di fattori imponderabili, di idee a breve scadenza, di rivalità tra uffici, di allusioni accidentali o intenzionali di Hitler. L’assenza di un’autorità centrale per coordinare, amministrare, dirigere le misure antiebraiche ha svolto un ruolo non trascurabile in questa mancanza d’unità e in queste esitazioni della legislazione» (624).

L’Ufficio centrale di sicurezza del Reich (RSHA) continuò in questo periodo la politica di emigrazione dell’anteguerra.

«Prima dell’inizio della guerra, il Servizio di sicurezza (Sicherheitsdienst: SD) in particolare sosteneva con accanimento una “soluzione della questione ebraica” mediante emigrazione. La creazione dell’Agenzia centrale per l’emigrazione (Zentralstelle für jüdische Auswanderung) nel gennaio 1939, permise a Heydrich di assumere la direzione della politica ebraica al livello ministeriale. Egli mise in opera rapidamente i piani di emigrazione del SD e ottenne il suo primo successo apprezzabile nel luglio 1939, quando creò l’Associazione degli Ebrei della Germania (Reichsvereinigung der Juden in Deutschland). Essendo sottoposta all’autorità del RSHA, essa gli dava il controllo di importanti organismi culturali ebraici e soprattutto del finanziamento e della direzione dell’emigrazione ebraica» (625).

Ma il RSHA aveva fatto i conti «senza la struttura anarchica del Terzo Reich», che creò ostacoli all’emigrazione ebraica e non consentì di raggiungere anche in Germania

«le cifre stupefacenti di Eichmann a Vienna. Dopo lo scatenamento della guerra, si può concludere che la politica del RSHA era in accordo con la volontà di Hitler di ottenere il più presto possibile una “judenreines Deutschland”, una Germania “epurata degli Ebrei”» (626).

Il RSHA cercò di risolvere d’urgenza il problema dell’emigrazione.

«Certo, le tasse di emigrazione aumentavano regolarmente, ma, nello stesso tempo, il RSHA tentò di ammorbidire il controllo dei cambi. Malgrado tutti i regolamenti ufficiali, esso permise perfino l’impiego degli Ebrei nell’agricoltura “al fine di facilitare la loro emigrazione dando loro una formazione professionale”. Il RSHA riuscì anche a diminuire o ad abolire per gli Ebrei un buon numero di tasse speciali e di limiti all’esportazione dei capitali. Nel dicembre 1940, esso giunse a convincere il ministero dell’Economia a fare accelerare, contro tutte le regole in vigore, le procedure finanziarie in ogni caso di emigrazione. Questa ricerca di una soluzione globale della “questione ebraica” si può cogliere ancora nel tentativo effettuato nel maggio 1941 dal RSHA per ottenere da Göring una direttiva generale di emigrazione. In seguito questo documento (627) è stato spesso male interpretato a causa della sua formulazione. Göring ordinò a tutte le autorità di facilitare l’emigrazione degli Ebrei fuori del Reich e dei territori sotto protettorato, per quanto era possibile, anche durante la guerra. L’emigrazione degli Ebrei di Francia e Belgio doveva essere invece proibita a causa della “soluzione finale che, senza alcun dubbio, si avvicinava”. Questo termine ingannatore di “soluzione finale” fu interpretato da generazioni di storici come se designase una distruzione fisica, mentre in quest’epoca significava soltanto l’emigrazione degli Ebrei verso il Madagascar. La trappola si strinse solo a partire dall’agosto 1941. Il RSHA proibì l’emigrazione degli Ebrei in buona salute (628). Alla fine di agosto del 1941, Eichmann estese quest’ordine a tutti gli Ebrei che vivevano nei territori occupati dalla Germania. Il 23 ottobre 1941, il RSHA informò tutti i servizi di polizia e il SD dell’ordine di Himmler che proibiva qualunque emigrazione di Ebrei, senza eccezione, per la durata della guerra» (629).

La relazione di Adam terminò così, senza specificare in che cosa consistesse questa «trappola».
Christopher R. Browning affrontò il tema specifico della decisione concernente la “soluzione finale”. Egli sottolineò anzitutto le «divergenze essenziali» che all’epoca dividevano le due interpretazioni olocaustiche:

«La decisione concernente la soluzione finale è stata oggetto di un gran numero di interpretazioni storiche. Le divergenze essenziali appaiono a proposito di due questioni connesse: da una parte, la natura del processo attraverso il quale fu presa la decisione, e, più particolarmente, il ruolo di Hitler e della sua ideologia; dall’altra, il momento in cui questa decisione fu presa. Come Martin Broszat ha rilevato a ragione, una varietà di interpretazioni ci avverte che qualunque teoria sull’origine della “soluzione finale” rientra nel dominio della probabilità piuttosto che in quello della certezza» (630) (corsivo mio).

Browning espose poi un quadro ricapitolativo di queste «divergenze essenziali»:

«Per Lucy Dawidowicz, la concezione della soluzione finale precedette di ventidue anni la sua realizzazione; per Martin Broszat, l’idea emerse dalla pratica: l’uccisione sporadica di gruppi di Ebrei fece nascere l’idea di uccidere sistematicamente tutti gli Ebrei. Tra questi due poli estremi si trova una grande quantità di interpretazioni. Così Eberhard Jäckel sostiene che l’idea di uccidere gli Ebrei si formò nella mente di Hitler alla fine degli anni Trenta. Karl Dietrich Bracher suppone che l’intenzione esistesse già in quest’epoca. Andreas Hillgruber e Klaus Hildebrand affermano la supremazia dei fattori ideologici ma non propongono alcuna data precisa. Altri, non tutti funzionalisti, collocano la svolta decisiva nel 1941: tuttavia, per quanto riguarda quest’anno, sono state proposte molte date. Léon Poliakov stima che la data più verosimile sia l’inizio del 1941, mentre Robert Kempner e Helmut Krausnick sostengono che Hitler prese la decisione in primavera, in connessione con i preparativi per l’invasione della Russia. Raul Hilberg pensa che la decisione fu presa nel corso dell’estate, quando i massacri in massa perpetrati in Russia fecero credere che questa soluzione fosse possibile in tutta l’Europa per la Germania vittoriosa. Uwe Dietrich Adam afferma che essa fu presa in autunno, nel momento in cui l’offensiva militare ristagnava e si rivelava dunque impossibile una “soluzione territoriale” per mezzo dell’espulsione in massa verso la Russia. Infine Sebastian Haffner, che non è certamente funzionalista, sostiene una tesi ancora più tardiva, l’inizio di dicembre, quando un primo presentimento della disfatta militare finale indusse Hitler a ricercare una vittoria irreversibile sugli Ebrei» (631).

A questo punto Browning si chiese:


«Come spiegare una tale diversità di interpretazioni circa il carattere e la data della decisione concernente la soluzione finale?».

Questa diversità si spiegava, secondo Browning, con una ragione soggettiva - il differente punto di vista da cui si pongono gli intenzionalisti e i funzionalisti - e una oggettiva, che è in realtà la vera ragione: «con la mancanza di documentazione». Infatti egli dichiarò:

«Non esistono archivi scritti su ciò che fu discusso tra Hitler, Himmler e Heydrich a proposito della soluzione finale, e nessuno dei tre è sopravvissuto per testimoniare dopo la guerra. Perciò lo storico deve ricostruire egli stesso il processo di decisione al vertice, estrapolando a partire da avvenimenti e testimonianze esteriori. Come l’uomo di Platone nella caverna, egli vede soltanto i riflessi e le ombre, non la realtà. Questo processo temerario di estrapolazione e di ricostruzione conduce inevitabilmente a una grande varietà di conclusioni» (632) (corsivo mio).

Browning insistette in effetti ripetutamente sulla mancanza pressoché totale di documenti riguardo alla genesi della decisione concernente la “soluzione finale”:

«Eppure, malgrado tutto ciò che si sa sulla preparazione dell’invasione tedesca della Russia, non esiste una documentazione specifica concernente il destino riservato agli Ebrei russi. Per ottenere una risposta a tale questione, bisogna ricorrere a testimonianze del dopoguerra, a prove indirette e a riferimenti sparpagliati nei documenti più recenti» (633).
«Se la decisione di uccidere tutti gli Ebrei in Russia è stata indubbiamente presa prima dell’invasione, le circostanze e il momento esatto di questa decisione restano invece oscuri. È impossibile stabilire se l’iniziativa venisse da Hitler o da qualcun altro, da Heydrich per esempio. Inoltre, non si sa se Hitler aveva già fatto la sua scelta in marzo, quando annunciò chiaramente ai militari che la guerra russa non sarebbe stata una guerra convenzionale, o se la compiacenza dei militari li spinse successivamente ad estendere la cerchia delle vittime prese di mira al di là dell’intelligentzia giudeo-bolscevica. Una documentazione insufficiente non consente di rispondere in modo defitivo a tali questioni e autorizza soltanto ipotesi informate» (634)(corsivo mio).
«Non si sa, e senza dubbio non si saprà mai esattamente, quando e come Heydrich e il suo superiore diretto, Himmler, presero coscienza della loro nuova missione» (635).

Infine,

«non ci fu un ordine scritto per la soluzione finale, e non abbiamo alcun riferimento a un ordine verbale, tranne quello fornito da Himmler a Heydrich che affermava di agire in accordo col Führer» (636)(corsivo mio).

Browning rilevava poi che «il rapporto tra l’antisemitismo di Hitler e l’origine della “soluzione finale“ resta soggetto a controversia». Tuttavia la tesi intenzionalista è nettamente smentita dalla politica di emigrazione attuata dai nazionalsocialisti nei confronti degli Ebrei fino all’autunno del 1941:

«L’ipotesi di una politica nazista che sarebbe la conseguenza logica e deliberata dell’antisemitismo di Hitler non si accorda facilmente col suo comportamento reale negli anni che hanno preceduto il 1941. Per esempio, egli credeva alla responsabilità degli Ebrei, questi “criminali di novembre”, nella sconfitta tedesca del 1918, con un fervore pari a quello con cui credeva a ognuna delle sue altre asserzioni antiebraiche. È certo che il passo del Mein Kampf spesso citato in cui Hitler si rammarica che dodicimila o quindicimila Ebrei non fossero stati gasati durante la guerra, ha più senso nella leggenda della “pugnalata alle spalle” che come profezia o allusione velata alla soluzione finale. Se si ammette la premeditazione a lungo termine, la conseguenza “logica” della tesi degli Ebrei traditori di guerra avrebbe dovuto essere il massacro “preventivo” degli Ebrei tedeschi prima dell’offensiva in Occidente o almeno prima dell’attacco contro la Russia. In pratica, la politica ebraica dei nazisti consisteva nel creare una Germania “judenrein” (pura da Ebrei) incoraggiando e spesso obbligando gli Ebrei ad emigrare. Per riservare agli Ebrei tedeschi le possibilità di accoglimento, che erano limitate, i nazisti si opposero all’emigrazione degli altri Ebrei del continente. Questa politica fu mantenuta fino al momento in cui, nell’autunno 1941, i Tedeschi proibirono l’emigrazione degli Ebrei dalla Germania e, per la prima volta, dichiararono che la proibizione di emigrare imposta agli Ebrei di altri paesi mirava ad impedir loro di sfuggire al loro dominio (637). Gli sforzi degli specialisti nazisti della questione ebraica per promuovere l’emigrazione, sia prima della guerra sia durante essa, e i loro piani di reinsediamento in massa non erano solo tollerati, ma anche incoraggiati da Hitler. È difficile conciliare questo comportamento coll’ipotesi di una intenzione omicida da lungo tempo covata nei confronti degli Ebrei occidentali. Bisognerebbe allora ammettere che, sapendo che si accingeva ad uccidere gli Ebrei, Hitler perseguiva tuttavia una politica di emigrazione che “favoriva” gli Ebrei tedeschi rispetto agli altri Ebrei e salvava dalla morte la maggioranza di coloro che egli considerava precisamente i più responsabili della disfatta del 1918. Si è sostenuto che Hitler attendeva semplicemente il momento opportuno per la realizzazione dei suoi progetti omicidi. Ora, questa tesi non spiega né il perseguimento nello stesso tempo di una politica di emigrazione che andava nel senso opposto, né questa lunga dilazione. Se Hitler attendeva semplicemente lo scatenamento del conflitto per intraprendere la sua “guerra contro gli Ebrei”, perché lasciò ai milioni di Ebrei polacchi, che erano nella mani dei Tedeschi dall’autunno del 1939, un “rinvio di esecuzione” che durò trenta mesi? Essi furono vittime di massacri sporadici e di condizioni di vita che provocarono numerosi morti, ma non ci fu uno sterminio sistematico prima del 1942».

In conclusione,

«la politica ebraica attuata dai nazisti fino al 1941 non giustifica la tesi secondo la quale esisteva da molto tempo una volontà ben determinata di liquidare gli Ebrei europei. È molto più plausibile considerare l’antisemitismo di Hitler non come l’origine di un “piano” di sterminio logicamente dedotto e stabilito da molto tempo, ma come uno stimolante, un pungolo per la ricerca incessante di una soluzione sempre più radicale» (638).

Dal canto suo, Browning sostenne la tesi che

«l’intenzione di massacrare sistematicamente tutti gli Ebrei europei non era ben determinata nella mente di Hitler prima della guerra; essa si cristallizzò solo nel 1941, dopo che le soluzioni precedentemente considerate si furono rivelate irrealizzabili e l’offensiva imminente contro la Russia ebbe aperto la prospettiva di un accrescimento ancora più considerevole del numero degli Ebrei nell’impero tedesco in espansione. La soluzione finale prese forma a partire da un certo numero di decisioni prese quello stesso anno. In primavera, Hitler ordinò la preparazione del massacro degli Ebrei russi che sarebbero caduti nella mani dei Tedeschi nel corso dell’invasione imminente. Durante l’estate di quello stesso anno, Hitler, sicuro della vittoria militare, fece preparare un piano che mirava ad estendere il processo di sterminio agli Ebrei europei. In ottobre, sebbene la speranza di una vittoria militare non si fosse realizzata, Hitler approvò le grandi linee di questo piano, che precedeva la deportazione verso i centri di sterminio utilizzando un gas letale» (639).

Ma anche questa ricostruzione era puramente congetturale. Del resto Browning dichiarò che questa presunta decisione non si poteva inquadrare in un piano generale di sterminio ebraico:

«Tuttavia, la politica ebraica dei nazisti nel resto dell’Europa non ne fu trasformata immediatamente. Si continuò a parlare di emigrazione, di espulsione e di piani per un reinsediamento futuro. Nell’autunno 1940, degli Ebrei furono espulsi dalla regione di Baden, dal Palatinato e dal Lussenburgo verso la Francia non occupata; ci furono anche deportazioni da Vienna verso la Polonia all’inizio del 1941. Nel febbraio 1941, Heydrich parlava ancora di “trasferirli in un paese che si stabilirà più tardi”. E il ministero degli Esteri continuava a collaborare col RSHA, l’Ufficio centrale di sicurezza del Reich, per bloccare l’emigrazione degli Ebrei di altri paesi e monopolizzare così per gli Ebrei tedeschi le possibilità di emigrazione, che erano limitate. Questa politica fu ancora riaffermata il 20 maggio 1941 in una circolare firmata da Walter Schellenberg che proibiva l’emigrazione degli Ebrei dal Belgio e dalla Francia. La vecchia politica di emigrazione, di espulsione e di reinsediamento fu abbandonata solo progressivamente. Nel luglio 1941 il RSHA informò il ministero degli Esteri che non si prevedevano altre espulsioni verso la Francia. Nel febbraio 1942 il ministero degli Esteri abbandonò ufficialmente il piano Madagascar. I preparativi dell’uccisione degli Ebrei russi non ebbero dunque ripercussione immediata sulla politica ebraica dei nazisti negli altri paesi» (640).


Nonostante ciò, Browning non fu neppure sfiorato dal dubbio che la sua congettura di un ordine di massacro degli Ebrei russi fosse infondata; al contrario, sostenne che

«l’idea della soluzione finale per gli Ebrei europei si formò con un processo separato e risultò da una decisione distinta» (641).

Ma, non essendo neppure questa presunta decisione suffragata da prove documentarie, anche qui il campo restava aperto alle congetture più disparate, che Browning riassunse così:

«Hilberg pone la decisione al più tradi nel luglio 1941; Uwe Dietrich Adam sostiene una data tra settembre e novembre; Sebastian Haffner suggerisce dicembre e Martin Broszat contesta l’idea stessa di una decisione globale in una data particolare e crede ad un processo graduale ed incosciente di intensificazione» (642).

Circa il presunto ordine di sterminio, la sua posizione era la seguente:

«Nel luglio 1941, dopo che le armate naziste avevano sbaragliato le difese sul confine sovietico, accerchiato quantità enormi di soldati russi, e infine percorso i due terzi della distanza da Mosca, Hitler approvò la bozza di un piano per lo sterminio di massa della popolazione ebrea d’Europa. E nell’ottobre 1941, con l’accerchiamento vittorioso di Vyazma e di Bryansk e con il breve riaccendersi della speranza di un triofo finale prima dell’inverno, approvò la soluzione finale» (643).

Una ulteriore congettura documentariamente infondata.

 


 

 

1.3.
Hilberg al convegno di Parigi

Al convegno di Parigi, Hilberg espose due relazioni che, pur rientrando nella sezione «Lo sterminio», avevano comunque un carattere marginale rispetto a quella centrale, presentata da Uwe Dietrich Adam, su «Le camere a gas»(pp. 236-261).
Questi si occupò, con un minimo di senso critico, di temi che furono poi ripresi, acriticamente, da Hilberg nell’edizione definitiva della sua opera, in particolare riguardo al campo di Bełżec. Ad esempio, Adam rilevò:

«È poco verosimile che gli Ebrei dei primi convogli fossero stati sterminati con gas in bombole, come dichiarò Josef Oberhauser, assistente di Wirth, come sono inesatte le sue indicazioni sul numero delle vittime. D’altra parte è certo che il tribunale giunse ad una falsa conclusione affermando che a Bełżec “nelle prime settimane fu usato Zyklon B, e successivamente, per ragioni di economia, il gas di scappamento di un motore Diesel”»(Nota 72 a p. 259).
«Le indicazioni della Corte d’Assise di Monaco riguardanti il “rendimento” di Bełżec sono sicuramente false... L’affermazione di Kogon, secondo la quale le nuove camere a gas potevano uccidere 4.000 persone alla volta, non è difendibile» (Nota 81 a p. 259).
«Kogon situa per errore questo episodio nel primo periodo di funzionamento di Bełżec. Le indicazioni di Gerstein quanto al numero di vittime da uccidere a Bełżec sono talmente inverosimili che se ne può rendere conto immeditatamente anche un profano: egli parla di 700-800 persone gasate in un locale di 25 metri quadrati» (Nota 85 a p. 260).

Tuttavia, incredibilmente, per Adam «un errore [sic] di questo tipo rafforza al contrario la credibilità e la buona fede del racconto»!
Adam inoltre fissava il numero dei presunti gasati di Auschwitz, senza alcuna indicazione, tra 1.000.000 e 1.200.000 persone. L’editore aggiunse una nota che rimandava al ben noto articolo di Georges Wellers Essai de détermination du nombre de morts au camp d’Auschwitz (644), secondo il quale «il numero dei gasati ad Auschwitz ammontava almeno a 1.334.700, di cui 1.323.000 ebrei» (nota 108 a p. 260), ma Hilberg nella sua opera addusse la cifra di un milione di Ebrei (p. 1318) senza alcuna giustificazione e senza mai citare l’articolo di Wellers, che all’epoca era lo studio più importante sul numero dei presunti gasati di Auschwitz.
Il volume degli atti del convegno riporta in appendice un articolo di Pressac intitolato Studio e realizzazione dei crematori IV e V di Auschwitz-Birkenau (pp. 539-584) corredato di numerose fotografie e documenti e con riferimenti d’archivio al Museo di Auschwitz. Nell’edizione definitiva della sua opera Hilberg non menzionò questo studio e non ebbe mai la curiosità di esaminare quest’archivio a lui ignoto.
Le due relazioni presentate da Hilberg trattavano temi secondari - la burocrazia del preteso sterminio e le statistiche dei morti - che non rientrano in modo specifico in questo studio.


2.
Il congresso di Stoccarda

 

2.1.
I problemi dibattuti

Il problema della genesi della decisione concernente la “soluzione finale”, rimasto irrisolto al convegno di Parigi, fu ripreso in esame al congresso di Stoccarda, che si svolse dal 3 a 5 maggio 1984 sul tema «L’uccisione degli Ebrei europei durante la seconda guerra mondiale. Genesi della decisione e realizzazione». I relativi atti furono pubblicati l’anno dopo in un volume omonimo (645).
Eberhard Jäckel ne spiegò il «compito principale» in termini molto chiari:

«Come, quando e dove, eventualmente ad opera di chi si è sviluppata la decisione o si sono sviluppate le decisioni di uccidere gli Ebrei europei in qualche successione e in qualche modo? Si potrebbe formulare la questione in termini più semplici: come si pervenne alla realizzazione dell’assassinio degli Ebrei europei durante la seconda guerra mondiale?» (646).

La risposta a tale questione era «controversa» per lo stato particolarmente «sfavorevole» delle fonti. Ciò dipendeva da una serie di ragioni che Jäckel riassunse così:

«L’operazione era rigorosamente segreta. Perciò al riguardo si scrisse il meno possibile. Molto fu discusso solo verbalmente, soprattutto ai livelli di comando più alto. Dei pochi documenti relativi ad essa, molti probabilmente sono stati distrutti prima della fine della guerra. In quelli che ci sono pervenuti, si incontrano spesso espressioni mascherate che ne rendono ancora più difficile la comprensione. Infine, molte delle persone direttamente coinvolte morirono prima di poter essere interrogate. La maggior parte dei superstiti risposero in modo evasivo. Ma persino coloro che erano pronti a fare dichiarazioni, spesso non furono interrogati in modo sufficientemente preciso, perché i funzionari che procedettero agli interrogatori non erano interessati ai particolari che vorrebbero conoscere oggi gli storici. Inoltre, molti testimoni furono giustiziati e portarono con sé le loro conoscenze» (647).

Inoltre l’azione, «malgrado un’innegabile volontà di raggiungere lo scopo, tradisce tuttavia all’inizio una mancanza di unitarietà e di pianificazione», con conseguenti confusioni e improvvisazioni (648). All’opera di sterminio erano infine interessati quattro organi, tra i quali «ci furono anche conflitti di competenza e rivalità» (649).
Sulla decisione e sull’ordine del presunto sterminio non esistevano dunque - e a tutt’oggi ancora non esistono - documenti né testimonianze attendibili, donde la controversia tra intenzionalisti e funzionalisti già affiorata al convegno di Parigi. Eberhard Kolb formulò con grande chiarezza le due questioni fondamentali sulle quali essa era incentrata:

«1) La “soluzione finale” è la realizzazione di un piano già da tempo stabilito che prevedeva fin da principio - come stadio finale - lo sterminio fisico dell’ebraismo europeo?
2) Ci fu un ordine formale di Hitler - se non scritto, perlomeno verbale - di uccidere non solo gli Ebrei che vivevano nell’Europa orientale, ma tutti gli Ebrei che erano sotto la sovranità tedesca, e quando fu impartito quest’ordine?» (650).

Indi Kolb passò in rassegna le risposte fornite dalla storiografia olocaustica fino all’anno del congresso:

«Se la mia osservazione è corretta, la maggior parte degli studiosi propende oggi a mettere un grosso punto interrogativo alla concezione di una politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei che si sia sviluppata sistematicamente ed abbia proceduto in una direzione unica - dalle agitatorie parole d’ordine antisemitiche del “tempo della lotta” attraverso i provvedimenti antiebraici degli anni 1933-1939 fino al massacro organizzato a partire dal 1941. Al centro della controversia c’è attualmente piuttosto la questione se (e quando) Hitler abbia impartito un ordine formale di sterminio. Fino agli anni Sessanta a tale questione fu risposto pressoché unanimamente in modo affermativo. Certo, un ordine scritto di Hitler relativo allo sterminio non ci è pervenuto, e si può ben presumere che un simile ordine scritto non sia mai esistito. Tuttavia, un formale “ordine del Führer” in forma di istruzione verbale di Hitler a Himmler era senz’altro necessario come presupposto indispensabile delle azioni omicide iniziate nel 1941. Sulla data in cui fu diramato quest’ordine del Führer non c’era però pieno accordo: secondo l’interpretazione di Raul Hilberg (1961), Hitler diede l’ordine generale di sterminio “all’inizio dell’estate” del 1941; Helmut Krausnick fece risalire tale ordine “al più tardi al marzo 1941”; Uwe Dietrich Adam (1972) ad un momento “tra il settembre e il novembre 1941”; secondo il parere di Andreas Hillgruber, la decisione di Hitler fu presa nel luglio 1941, in relazione al trionfo sull’Unione Sovietica, che si presumeva già ottenuto, e alla progettata espansione all’Est. D’altra parte, Martin Broszat (1977) dubitò che un formale ordine generale di sterminio di Hitler sia mai esistito. Lo sterminio fisico degli Ebrei europei, secondo Broszat, non fu progettato e sistematicamente preparato da gran tempo, non fu messo in moto da un unico atto decisionale e da un unico ordine segreto di Hitler; piuttosto il “programma” dello sterminio ebraico si sviluppò gradualmente in senso istituzionale e fattuale “da singole azioni” fino alla primavera del 1942 ed ebbe un carattere determinato dopo l’installazione dei campi di sterminio in Polonia (tra il dicembre 1841 e il luglio 1942). Una simile interpretazione, secondo Borszat, non si può documentare con assoluta certezza, ma è di per sé stessa più probabile dell’ipotesi di un radicale ordine segreto di sterminio ebraico dell’estate 1941. Broszat aggiunge:“Se la nostra interpretazione si basa sul fatto che lo sterminio ebraico in tal modo fu improvvisato, non fu progettato da gran tempo e non fu avviato da un ordine segreto unico, ciò implica che la responsabilità e l’iniziativa delle azioni omicide non furono dovute soltanto a Hitler, Himmler o Heydrich. Ciò però non scagiona Hitler”.
Il modello ermeneutico di Broszat della genesi del piano omicida fu ulteriormente radicalizzato da Hans Mommsen (1983). Come Broszat, Mommsen è esplicitamente dell’avviso che non è esistito alcun “ordine formale” di Hitler sulla “soluzione finale”, neppure in forma verbale. Ma Mommsen postula inoltre un ruolo straordinariamente passivo di Hitler nella concezione e nell’esecuzione del piano omicida: “Come già prima del 1939, egli si sentiva investito di responsabilità da parte del Partito e dell’apparato SS, i quali presero alla lettera ciò che per Hitler rappresentava ‘la grande prospettiva storica’”. Hitler è stato invero il promotore ideologico e politico della soluzione finale, “ma il suo passaggio da un programma che appariva utopistico ad una strategia effettivamente seguita fu il risultato da un lato della natura dei problemi che erano sorti da soli, dall’altro dell’ambiente di Himmler e dei suoi satrapi”.
La maggior parte degli studiosi ritiene come prima che l’iniziativa determinante del massacro degli Ebrei europei venne da Hitler e si realizzò in forma di ordine di sterminio impartito verbalmente. Hans-Heinrich Wilhelm (1981) ammette invero che non esistono prove che l’ordine generale di sterminio ebraico fosse stato impartito già prima della campagna di Russia del 1941; egli respinge però la tesi di una “radicalizzazione improvvisata” della persecuzione ebraica fino all’uccisione sistematica conclusiva e rileva che, senza la funzione direttiva di Hitler e senza il suo consenso, tutte le attività parziali che sfociarono nel programma della soluzione finale non sarebbero state possibili. In diretta polemica coll’interpretazione di Broszat, Christopher Browning (1981) è giunto alla conclusione che Hitler ordinò l’elaborazione di un piano di sterminio nell’estate del 1941; i punti fondamentali del piano omicida basati su quest’ordine furono approvati da Hitler “nell’ottobre o nel novembre 1941”. Gerad Fleming (1982) rileva che “nell’estate 1941” ebbe luogo la svolta fatale nella politica ebraica del Terzo Reich: allora Hitler ordinò lo sterminio degli Ebrei europei e in pari tempo dispose che le azioni omicide avrebbero dovuto essere effettuate con un rigoroso mascheramento e nella più grande segretezza possibile. Wolfgang Scheffler (1982) sottolinea che tutte le decisioni essenziali sulla realizzazione dello sterminio in massa furono prese tra il marzo e il novembre 1941. Nell’attuazione dell’Olocausto però Hitler e Himmler furono condizionati dalle circostanze fattuali: “Alla fine il programma di sterminio si presentò così definito, gli inizi della realizzazione furono così vari come si erano sviluppati dall’agosto all’ottobre-novembre 1941”. Comunque, continua Scheffler, gli avvenimenti dimostrano che “tra la decisione di Hitler e la sua attuazione che si delineò rapidamente dovrebbe intercorrere solo un lasso di tempo di non meno di un mese e di non più di tre”.
Per finire, adduciamo brevemente anche le opinioni più recenti. Shlomo Aronson (1984) è giunto alla conclusione, in base alla coincidenza di molti fattori, che Hitler decise di uccidere gli Ebrei europei “nell’autunno inoltrato del 1941”. Anche secondo il parere di Saul Freidländer non si può dubitare dell’esistenza di un piano generale di sterminio nell’autunno del 1941: Hitler deve aver approvato questo piano di sterminio “in qualche momento dell’estate 1941”» (651) (corsivo mio).

Anche il congresso di Stoccarda, per quanto riguarda questo tema fondamentale, fallì completamente il suo obiettivo. Lungi dal comporre la controversia tra intenzionalisti e funzionalisti, il dibattito congressuale, da cui non emerse alcun elemento nuovo, l’accentuò, rivelando l’inconsistenza delle due interpretazioni in tutte le loro svariate sfumature, entrambe prive di riscontro documentario ed entrambe fondate su semplici congetture. Su un solo punto tutti i congressisti si trovarono d’accordo: un ordine scritto di sterminio non è mai esistito.
Riguardo invece all’esistenza di un ordine verbale di Hitler, intenzionalisti e funzionalisti ribadirono le loro posizione contrapposte. Gli intenzionalisti esaminarono la genesi della decisione del presunto ordine verbale in relazione agli ordini del Führer dell’estate 1941 agli Einsatzgruppen e in relazione all’“azione Reinhard” e ad Auschwitz.
Solo Jäckel continuò a sostenere la tesi estrema secondo cui l’intenzione di Hitler di sterminare gli Ebrei sarebbe risalita al 1919 (652).
Helmut Krausnick si occupò in modo specifico «delle testimonianze e degli indizi esistenti circa l’eventuale impartizione di un ordine di fucilazione degli Ebrei». Su questo tema egli ammise:

«Riguardo alle questioni relative a quando, dove, da chi e per quale cerchia di persone un tale ordine fosse stato trasmesso agli Einsatzgruppen, le deposizioni rese dopo la guerra non concordano - o non concordano più».

Egli aggiunse che

«più importante della questione di chi abbia trasmesso l’ordine di uccisione, è indubbiamente quella di sapere se e quando sia stato impartito, e a quale cerchia di persone» (653).


Alcuni capi di Einsatzkommandos asserirono che l’ordine generale di uccisione era stato emanato «tra la fine di luglio e la fine di agosto» del 1941, altri, «prima del 22 giugno 1941» (654), tesi con la quale concordava Krausnick.
Anche Alfred Streim sottolineò che

«mentre sull’esistenza dell’ordine verbale del Führer non esistono dubbi, fino ad oggi, nonostante la chiarificazione sistematica dei crimini degli Einsatzgruppen, non si è potuto chiarire in modo definitivo chi, in che tempo, in che luogo abbia trasmesso ai capi degli Einsatzgruppen e ai comandanti di Einsatzkommandos o Sonderkommandos l’ordine di sterminio di tutti gli Ebrei».

La questione restava insoluta, anche perché «in definitiva non è ancora chiarito chi abbia trasmesso l’ordine del Führer agli Einsatzgruppen» (655).
In contrasto con Krausnick, Streim asserì che «il relativo ordine dovrebbe essere stato impartito solo parecchie settimane dopo l’inizio della campagna di Russia» (656). Circa il suo carattere, Streim propugnò la tesi, accolta anche da altri congressisti, dell’ordine «indeterminato»:

«In definitiva, è degno di nota che l’ordine generale di sterminio agli Einsatzgruppen non è stato impartito in un luogo determinato, in un tempo determinato come direttiva in sé conchiusa - come si è ammesso finora; piuttosto sono state impartite parecchie direttive singole che, messe insieme, produssero alla fine ciò che noi oggi intendiamo nel nostro linguaggio per “ordine del Führer”» (657).

Browning si spinse ben oltre, dichiarando che Himmler e Heydrich sapevano perfettamente che cosa Hitler si aspettasse da loro, sicché, riguardo all’ordine di sterminio, «Hitler non si deve essere espresso necessariamente in modo così esplicito», potendo bastare a tal fine un semplice «cenno della testa» (658).
Czesław Madajczyk affermò invece che la decisione circa la sorte degli Ebrei dell’Unione Sovietica fu presa «probabilmente tra il marzo e il maggio 1941» (659), mentre Hillgruber ribadì che «l’uccisione sistematica degli Ebrei sul territorio sovietico che doveva essere conquistato era cosa decisa al più tardi nel marzo 1941» (660).
Yehuda Bauer giunse alla conclusione che «all’inizio non ci fu un ordine chiaramente formulato di sterminare completamente la popolazione ebrica» (661). Esso fu impartito nell’estate del 1941 (662) ed aveva perfino una «versione» scritta:

«La lettera di Göring dovrebbe dunque essere considerata inequivocabilmente come una versione dell’ordine del Führer»,

per cui, «l’opinione che noi non abbiamo un ordine scritto del Führer dev’essere riveduta. Noi abbiamo una versione dell’ordine del Führer» (663).
Nella sua relazione su Auschwitz, Bauer sostenne che «Auschwitz e il massacro nell’Unione Sovietica furono contemporanei» (664) e che questo campo «fu considerato come parte del piano della soluzione finale già dall’estate del 1941» (665), incorrendo nelle decise smentite di Madajczyk, Rückerl e Hilberg (666).
I funzionalisti, dal canto loro, mantennero rigidamente la loro posizione. Schleunes affermò che la genesi della decisione del presunto sterminio fu «caotica» come il periodo del terrore durante la rivoluzione francese o la fase iniziale della rivoluzione bolscevica. Hitler parlava seriamente della creazione di una comunità nazionale ariana, ma non sapeva in che modo ottenerla.

«Che a tal fine fosse necessaria una soluzione della questione ebraica, era chiaro, ma non lo era come si dovesse risolvere la questione. Altrettanto poco chiaro dovette essere all’inizio che la soluzione sarebbe diventata estremamente radicale».

Questa soluzione fu la «radicalizzazione cumulativa» del conflitto di competenze tra varie istanze nazionalsocialiste che volevano dare il loro contributo all’epurazione della comunità nazionale tedesca per realizzare l’ideale della purezza razziale (667).
Mommsen parlò di un «automatismo autoindotto che alla fine non ammette più altra soluzione che la liquidazione totale», precisando che «tuttavia questo processo si può spiegare solo in minima parte con un intervento diretto di Hitler»:

«Io mi oppongo decisamente - aggiunse Mommsen - alla equiparazione tra le dichiarazioni classico-ideologiche, dunque radical-antisemite di Hitler e di altri, le quali tendevano allo sterminio degli Ebrei tedeschi, e la trasposizione di questa rappresentazione visionaria dell’obiettivo in una politica concreta. Le prime dichiarazioni sullo sterminio degli Ebrei nel caso di una guerra risalgono al 1933, allorché Dio sa quanto il Reich tedesco e Hitler erano relativamente lontani dal giungere ad una tale situazione. Indipendentemente da ciò che Hitler pensava al riguardo, è chiaro che l’opinione pubblica tedesca e anche i funzionari del regime che non avevano un atteggiamento specificamente radicale erano già abituati a questo linguaggio, a tal punto che lo interpretavano essenzialmente come supplemento retorico alla politica ebraica volta allo spodestamento e all’emigrazione. Perciò da queste dichiarazioni pubbliche di Hitler, Rosenberg ed altri, non si può trarre la conclusione che, chi avesse voluto sapere, avrebbe dovuto dedurre automaticamente da ciò una politica di soluzione finale imminente o in corso di attuazione».

Mommsen si disse convinto che «dopo questa spinta iniziale che sopravvenne in relazione al Kommissarbefehl, non fu necessario nessun altro atto formale del dittatore per mettere in moto la “soluzione finale”» e aggiunse:

«Noi non abbiamo nessuna documentazione sul fatto che Hitler internamente si sia espresso concretamente in qualche modo sullo sterminio sistematico degli Ebrei» (668).

Broszat ribadì che

«anche nello sterminio ebraico Hitler non fu assolutamente necessario come elemento principale, come colui unicamente che con la propria decisione mise in moto le relative attività. Per le misure omicide bastò la determinazione di molti altri. Questa determinazione era largamente diffusa soprattutto nell’ambito della Polizia di sicurezza e di coloro che avevano comandi territoriali all’Est. Hitler, il Führer carismatico, fu perciò necessario - e fu necessaria la possibilità di appellarsi a lui - affinché le misure risultanti da tale determinazione potessero diventare effettivamente la politica predominante del regime. Soltanto la possibilità di appellarsi a Hitler permise di conferire alle criminali misure omicide la “santità” di una politica ideologica assicurata dal Führer carismatico. Ma per questo non ci fu bisogno di un ordine, bastò, per così dire, un cenno della testa di Hitler. Ciò per me significa: Hitler è stato indispensabile per il processo complessivo dello sterminio ebraico, ma in nessun modo come “acting leader”, bensì come l’indispensabile istanza legittimatrice» (669).

Per questi studiosi era illusorio parlare non solo di un ordine specifico, ma anche di un piano sistematico di sterminio. Mommsen dichiarò al riguardo:

«Ci si dovrebbe liberare dell’illusione che nella cerchia governativa più riservata si sia discussa sistematicamente in qualche momento la soluzione finale della questione ebraica o della questione ebraica mondiale» (670).

E Broszat asserì che la concezione storica di una politica nazionalsocialista mirante fin dal principio allo sterminio degli Ebrei è insostenibile: «Essa è troppo unidimensionale e manca di sufficiente autenticità» (671).
Anche riguardo alla motivazione della presunta decisione, al congresso di Stoccarda vennero alla luce contrasti insanabili. Broszat affermò che

«Hitler, nella primavera e nell’estate del 1941, su pressione di parecchi Gauleiter e del Governatore generale, aveva promesso, tanto grandiosamente quanto sconsideratamente, che i loro territori sarebbero stati resi in breve tempo liberi da Ebrei - promesse che allora evidentemente furono fatte in vista della preparazione o dell’inizio della guerra contro la Russia, ma si basavano anche sull’attesa che questa guerra si sarebbe conclusa con successo entro l’inizio dell’inverno e allora si sarebbero offerte possibilità per così dire illimitate di espellere gli Ebrei in un territorio molto lontano al di là dell’impero tedesco dell’Est. Quando ciò si rivelò un errore fatale, ma nel Reich il programma di deportazione era già preparato e in corso, nell’autunno del 1941 si giunse alle conclusioni e alle soluzioni già ripetutamente menzionate, ma, come loro effetto, anche alla terribile conseguenza che non sembrò esserci nessun’altra “via d’uscita” che ulteriori programmi d’uccisione. Ciò portò prima all’azione “Reinhard”, allo scopo di eliminare soprattutto gli Ebrei polacchi, poi, con la grande installazione di Auschwitz-Birkenau come presupposto tecnico, allo sterminio in massa anche degli Ebrei tedeschi e europei» (672).

Browning si oppose decisamente alla tesi di Broszat:

«Ciò significa che la spinta finale per lo scatenamento della soluzione finale non scaturì da difficoltà del trasferimento di Ebrei in Russia dopo i successi militari o dal sovraffollamento dei ghetti. La spinta scaturì piuttosto dall’euforia della vittoria dell’estate 1941. Le grandi vittorie dei primi mesi della campagna di Russia suscitarono la convinzione che presto tutta l’Europa sarebbe stata alla mercè dei nazionalsocialisti. In realtà poi la soluzione finale fu attuata in condizioni molto diverse, cioè durante rovesci militari e successivamente nel corso di una sconfitta imminente. Ma il sistema nazionalsocialista non poteva tornare indietro. Una volta messo in moto, il programma di uccisione sviluppò una sua propria forza motrice» (673).

 


 2.2. La relazione di Hilberg

Il tema scelto da Hilberg per la sua relazione fu «L’azione Reinhard» (674). Egli, in riferimento allo sviluppo del presunto processo di sterminio, premise subito che «molto, su questo sviluppo, resterà sempre nell’oscurità», in quanto le relative decisioni e iniziative erano state prese «verbalmente» (675). Circa il presunto ordine di sterminio, Hilberg, al pari degli altri congressisti, formulò mere congetture senza alcun supporto documentario:

«In quell’estate [del 1941] Hitler deve aver impartito a Himmler un ordine inequivocabile di sterminio fisico del popolo ebraico. Himmler lo trasmise senz’altro a varie persone, tra cui Heydrich, il quale comunicò a sua volta la decisione al capo della Gestapo, Heinrich Müller, e ad Eichmann. Tra di esse, ci fu anche Höss, il tenebroso comandante di Auschwitz, e come terzo senza dubbio il capo della Polizia e delle SS del distretto di Lublino, Odilo Globocnick, che fu incaricato dell’azione Reinhard» (676).

Nella successiva discussione, Jäckel si oppose a questa congettura di Hilberg sulla base di un’altra congettura:

«Ho solo una breve domanda sulla datazione, signor Hilberg. Perché suppone che l’ordine di Hitler di cui ha parlato debba essere stato impartito soltanto dopo il 31 luglio? Noi sappiamo però che Himmler fu a Lublino il 20 e 21 luglio e lì parlò con Globocnik. Io invero ho sempre supposto che la direttiva di Himmler a Globocnik deve aver avuto luogo in uno di questi due giorni» (677).

Nell’«azione Reinhard», spiegò Hilberg, c’erano tre campi della morte: Bełżec, Sobibór e Treblinka, ma «per nessuno di essi si è potuta trovare finora una pianta del campo» (678). Inoltre, nella loro progettazione, «si improvvisò un po’ e si risparmiò molto» (679) ed essi furono costruiti «in condizioni primitive». Tutti e tre i campi erano privi di forni crematori (680). Egli ammise anche che la fase organizzativa dell’«azione Reinhard» può suscitare vari interrogativi:

«Perché tre campi e non uno solo? Perché furono costruiti uno dopo l’altro, prima Bełżec, poi Sobibór e infine Treblinka? Perché all’inizio ci furono solo tre camere a gas se poi non bastavano? Si potrebbe essere propensi a rispondere che i progettisti non conoscevano tutta l’estensione del loro compito, che procedevano a tastoni verso la meta senza averla in vista. Ciò non è del tutto inconcepibile, ma non è certo la spiegazione completa e forse neppure la più importante. In breve, si tratta di un difficile problema amministrativo. Il Terzo Reich, per una “soluzione finale della questione ebraica” non aveva specificamente né un’autorità centrale, né un proprio capitolo di bilancio» (681).

Ma questa era una semplice congettura per tentare di spiegare le contraddizioni summenzionate.
La struttura “dimostrativa” della relazione, per quanto riguarda i presunti campi di sterminio, è in sintesi quella nell’opera definitiva del 1985, ma con una concessione a fontamatici «progetti di impianti di gasazione» (682) che ovviamente non furono mai trovati e che egli in tale opera smentì apertamente, asserendo: «Le informazioni relative al numero e alle dimensioni delle camere a gas che erano nei campi, non si basano su documenti, ma sui ricordi dei testimoni» (nota 43 a p. 1052).
In una intervista pubblicata nel 1994, Hilberg ribadì che la presunta distruzione degli Ebrei d’Europa si era attuata «senza finanziamenti, centralizzazione o pianificazione» e, riguardo all’«azione Reinhard» affermò:

«Il problema vero sta nel chiedersi come riuscirono a commettere un crimine fino a tal punto mostruoso con così pochi mezzi, materiali e umani. Consideriamo i centri di sterminio: solo 92 militari tedeschi lavoravano a Treblinka, Sobibór e Bełżec, più alcune centinaia di Ucraini. Novantadue Tedeschi nella Polonia occupata riuscirono a uccidere, in quei tre centri di sterminio, quasi un milione e mezzo di Ebrei» (683).


Ma una tale concezione era in aperto contrasto con quella canonica di un’ «azione Reinhard» provvista di un’autorità centrale (Globocnik) centralizzata e pianificata, e forse per questo nell’ edizione definitiva della sua opera Hilberg rinunciò alla denominazione storiografica ufficiale di «azione Reinhard», in cui l’interpretazione storiografica ufficiale vede notoriamente il nome di Reinhard Heydrich.
In fatto di dubbi, al convegno di Parigi Adam aveva rilevato:

«Utilizzare il nome del capo del RSHA [Heydrich] scomparso sarebbe stata una scelta non solo impropria, ma anche irriverente: d’altra parte, quale rapporto avrebbe potuto esserci tra l’assassinio di Ebrei polacchi e i Cechi autori dell’attentato? (684). Il nome evoca senza dubbio più verosimilmente quello del segretario di Stato alle Finanze, Fritz Reinhardt, un ortografo che si ritrova precisamente in certi documenti dell’operazione Reinhard(t)» (685).

Ma ci si può chiedere anche quale rapporto avrebbe potuto esserci tra il segretario di Stato alle Finanze e il presunto assassinio di Ebrei polacchi: a meno che l’«azione Reinhard» fosse non già un progetto di sterminio, ma di evacuazione e di spoliazione di Ebrei, come del resto è attestato dai documenti (686).

Sopra ho riportato la domanda dell’avvocato Christie a Hilberg se l’esistenza del presunto ordine di sterminio di Hitler fosse un articolo di fede basato sulla sua opinione. Egli rispose che non era affatto un articolo di fede, ma una conclusione. I risultati del convegno di Parigi e del congresso di Stoccarda dimostrarono invece che era effettivamente un articolo di fede basato su un’opinione personale o un’opinione personale assunta come articolo di fede.
Un ulteriore spergiuro di Hilberg.

Apparentemente Hilberg era un intenzionalista, anzi un intenzionalista radicale, sostenitore di una teoria «telepatica» della genesi del presunto «processo di distruzione». Di fatto, egli era un cripto-intenzionalista, fautore di una sorta di metafisica della storia che era preordinata da secoli allo sterminio degli Ebrei come «punto di arrivo di un’evoluzione ciclica» (p. 6) e nella quale i Tedeschi erano predestinati allo sterminio ebraico:

«L’idea di sterminare gli Ebrei aveva preso corpo in un lontano passato. Se ne può rintracciare un’allusione ancora molto velata nella lunga omelia di Martin Lutero contro gli Ebrei. Lutero li paragonava al Faraone ostinato dell’Antico Testamento:“Mosè - diceva - non poté emendare il Faraone né con i flagelli né con i miracoli, nemmeno con le minacce e le preghiere; fu costretto a lasciarlo inghiottire dal mare”. Nel corso del XIX secolo, la suggestione di una distruzione totale si insinuò, assumendo una forma più precisa e definita, all’interno di un discorso pronunciato al Reichstag dal deputato Ahlwardt. Gli Ebrei come i Thungs, dichiarò Ahlwardt, erano una setta melefica che bisognava “sterminare”» (p. 417).

Questi «parallelismi storici» costituivano per Hilberg dei «precedenti del processo di distruzione»(p. 29), anzi, una vera e propria «strada della distruzione» che era stata «tracciata nei secoli passati», ma si era interrotta «a metà percorso» (p. 12).
L’«evoluzione ciclica» ad esso preordinata si svolse in tre fasi:

«Dopo il quarto secolo della nostra era, si manifestarono in successione tre politiche antiebraiche: quella della conversione, quella dell’espulsione e quella dell’annientamento. La seconda comparve in sostituzione della prima e la terza della seconda» (p. 6).

La terza fase, quella del presunto annientamento nazionalsocialista, riproduceva a sua volta questo schema teleologico, in quanto Hilberg considerava «definizione», «espropriazione» e «concentramento» come stadi del «processo di distruzione» (p. 81, 163), che nella sua opera diventa una sorta di automatismo impersonale che procedeva per forza propria:

«La distruzione degli Ebrei non fu accidentale. Nei primi giorni del 1933, quando il primo funzionario redasse la prima definizione di “non ariano”, il destino del mondo ebraico europeo fu segnato» (p. 1124).

Queste fisime metastoriche si addicono più a un teologo che a uno storico e ciò giustifica pienamente il relativo giudizio di Faurisson riguardo a Hilberg.

Note:
(593) Colloque de l’École des Hautes Études en sciences sociales. L’Allemagne nazie et le génocide juif. Gallimard, Parigi, 1985.
(594) Idem, pp. 219-235,(595) Idem, pp. 262-282.,(596) Idem, p. 7.,(597) Idem, p. 20.,(598) Idem.,(599) Idem, p. 22.
(600) S. Friedländer, «Il dibattito storiografico sull’antisemitismo nazista e lo sterminio degli Ebrei», in: Storia contemporanea, anno XIV, n. 3, giugno 1983, p. 419.,(601) Idem, p. 420.
(602) Colloque de l’École des Hautes Études en sciences sociales. L’Allemagne nazie et le génocide juif, op. cit., p. 22.
(603) Idem, p. 23.,(604) Idem, p. 24.,(605) Idem, p. 30.
(606) La traduzione francese di questo testo (*) contiene un grossolano errore: il traduttore rende giustamente «Beseitigung» con «élimination», ma traduce abusivamente «Entfernung», che significa «allontanamento», di nuovo con «élimination». Egli ha commesso un altro abuso riferendo l’avverbio «überhaupt» al sostantivo invece che al verbo. La frase «muss unverrückbar die Entfernung der Juden überhaut sein» non significa «dev’essere (immutabilmente) l’eliminazione degli Ebrei in generale», ma «dev’essere irremovibilmente in generale (= soprattutto) l’allontanamento degli Ebrei». Con questi artifici il traduttore introduce nel testo l’idea di una «eliminazione generale degli Ebrei», travisandone completamente il significato effettivo. Per coerenza, il traduttore francese ha reso sempre il sostantivo «Entfernung» (allontanamento) e il verbo «entfernen» (allontanare) con «élimination» e «éliminer», a cominciare dal titolo stesso della relazione di E. Jäckel: L’eliminazione degli Ebrei nel programma di Hitler.
(*)Testo tedesco in: Ernst Deuerlein, «Hitlers Eintritt in die Politik und die Reichswehr», in: Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, 1959, p. 204.
(607) Colloque de l’École des Hautes Études en sciences sociales. L’Allemagne nazie et le génocide juif, op. cit., p. 101.
(608) Idem, p. 102.,(609) Idem, p. 108.
(610) Qui «Entfernung» viene reso con «scomparsa» e l’avverbio «überhaupt» diventa un aggettivo concordato col sostantivo.
(611) La lettera a Gemlich menzionata sopra. L. Dawidowicz traduce correttamente «Entfernung» con «removal». The War against the Jews 1933-1945. Penguin Books, Londra, 1979, p. 43.
(612) Ma il termine tedesco è “Vernichtung”.
(613) Idem, p. 118.,(614) Idem, p. 119.,(615) Idem, p. 121.,(616) Idem, p. 124.,(617) Idem, p. 126.
(618) Il testo tedesco è «Bei uns werden sie vernichtet», ossia «Da noi [in Germania] essi [gli Ebrei] vengono annientati». Vedi capitolo I,4.
(619) Colloque de l’École des Hautes Études en sciences sociales. L’Allemagne nazie et le génocide juif, op. cit., pp. 129-130.
(620) Idem, p. 130.,(621) Idem, p. 177.,(622) Idem, pp. 177-178.,(623) Idem, p. 179.,(624) Idem, p. 185.,(625) Idem, p. 186.,(626) Idem.
(627) La lettera di W. Schellenberg del 20 maggio 1941. NG-3104.
(628) L’ordine di Eichmann riguardava propriamente gli Ebrei «abili al servizio militare»(wehrfähige) e mirava ovviamente ad impedire di fornire ai nemici potenziali soldati. Joseph Walk (a cura di), Das Sonderrecht für die Juden im NS-Staat. C.F. Müller Juristischer Verlag, Heidelberg-Karlsruhe, 1981, n. 227, p. 347.
(629) Idem, pp. 186-187.,(630) Idem, p. 190.,(631) Idem, p. 192.,(632) Idem, p. 193.,(633) Idem, p. 196.,(634) Idem, p. 197.,(635) Idem, p. 200.,(636) Idem, p. 211.
(637) Secondo il protocollo di Wannsee, Himmler aveva proibito l’emigrazione ebraica «in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell’Est». Vedi capitolo I,2.
(638) Idem, p. 195.,(639) Idem, p. 190.,(640) Idem, p. 198.,(641) Idem.,(642) Idem.
(643) C.R. Browning, Verso il genocidio. Il Saggiatore, Milano, 1998, p.36
(644) In: Le Monde Juif, n. 112, ottobre-dicembre 1983.
(645) Ebehard Jäckel, Jürgen Rohwer (a cura di), Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg. Entschlußbildung und Verwirklichung. Deutsche Verlags-Anstalt, Stoccarda, 1985.
(646) Idem, p. 11.,(647) Idem, p. 12.,(648) Idem.,(649) Idem, p. 13.,(650) Idem, p. 61.,(651) Idem, pp. 61-63.,(652) Idem, p. 189.,(653) Idem, p. 91.,(654) Idem.,(655) Idem, p. 115.,(656) Idem, p. 112.,(657) Idem, p. 117.,(658) Idem, p. 186.,(659) Idem, p. 202.,(660) Idem, p. 188.,(661) Idem, p. 170.,(662) Idem, p. 166.,(663) Idem, p. 172.,(664) Idem, p. 178.,(665) Idem, p. 169.,(666) Idem, pp. 174-177.,(667) Idem, pp. 80-81.,(668) Idem, pp. 192-193.,(669) Idem, p. 211.
(670) Idem, p. 67.,(671) Idem, p. 179.,(672) Idem, pp. 183-184.,(673) Idem, p. 186.,(674) Idem, pp. 125-136.,(675) Idem, p. 125.,(676) Idem, p. 126.,(677) Idem, p. 137.,(678) Idem, p. 127.,(679) Idem.,680) Idem, p. 129.,(681) Idem.,(682) Idem, p. 128.
(683) La distruzione degli Ebrei d’Europa, op. cit., “Nota introduttiva” di Frediano Sessi, p. XIII e XV.
(684) Heydrich morì il 4 giugno 1942 in conseguenza delle ferite riportate in un attento eseguito da partigiani cechi.
(685) L’Allemagne nazie et le génocide juif , op. cit., nota 70 a p. 259.
(686) Mi riferisco in particolare al carteggio contrassegnato PS-4024, che contiene numerosi documenti dell’«azione Reinhard».

Nota di Olodogma

Sono passati rispettivamente 29 e 31 anni da quei convegni/funerali e tranne "indizi criminali" di Pressac, ampiamente ridimensionati dalla ricerca revisionista ( QUI QUI ), non si conoscono "prove" nuove esibite da chicchessia sui due argomenti

... "documentazione sui lager e le camere a gas"

..."sterminio pianificato da Adolf Hitler"...

Nessuna PROVA è mai stata esibita a supporto dell'esistenza di UNA camera a gas omicida tedesca, nè sul preteso, sognato, ambito, indispensabile "piano di sterminio"... di chicchessia!

Sic et simpliciter!

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Published: 2013-11-01
First posted on CODOH: Dec. 16, 2017, 3:35 p.m.
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