L' "irritante questione" delle camere a gas ovvero da cappuccetto rosso ad Auschwitz, risposta a valentina pisanty

Published: 2013-05-29

 

Carlo MATTOGNO

L'«IRRITANTE QUESTIONE» DELLE CAMERE A GAS

OVVERO

DA CAPPUCCETTO ROSSO AD...AUSCHWITZ

RISPOSTA A VALENTINA PISANTY

Edizione riveduta, corretta e aggiornata

2007

parte 1

PRESENTAZIONE

La prima edizione di quest'opera è stata data alle stampe dall'Editore Graphos di Genova nel 1998. Come avevo previsto, dopo la sua pubblicazione la dottoressa Valentina Pisanty,non sapendo che cosa replicare, si è ritirata in silenzio dalla scena, ritornando ad occuparsi del suo Cappucceto Rosso, salvo qualche occasionale incursione mediatica in cui ha sproloquiato le sue fantasie semiotiche sul revisionismo. Ma ormai il seme velenoso aveva attecchito. E se ora si sentono persone di cultura italiane - che non hanno mai visto un libro revisionstico - asserire con supponenza che il revisionismo storico è scientificamente e metodologicamente nullo - lo si deve in massima parte a Valentina Pisanty. La mia demolizione sistematica dei suoi sofismi è valsa a ben poco, data l'immensa sproporzione mediatica che è sempre esistita tra il suo libro e il mio. Non resta dunque che diffondere la mia risposta in rete. Ciò è tanto più necessario in quanto - in tempi in cui gli istigatori della Pisanty minacciano anche la libertà di espressione revisionistica - è importante mostrare che il revisionismo è ben altra cosa dall'immagine distorta e parodistica di esso che la Pisanty ha creato con le sue interpretazioni cavillose e truffaldine. Il testo che presento è ovviamente riveduto, corretto e aggiornato. MATTOGNO : Capucetto rosso 3

INTRODUZIONE

Nel settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna sono apparsi due importanti articoli dello storico e romanziere francese Jacques Baynac, intitolati Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti1 e In mancanza di documenti probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito2, nei quali l’Autore espone una lucida analisi del marasma in cui si dibatte la storiografia ufficiale. Nel primo articolo, dopo aver denunciato il clima isterico acutizzato in Francia dall’affare Garaudy-abbé Pierre, Baynac rileva: «In mezzo a questo tohu-bohu [caos] disastroso, si è levata una voce, chiara, netta. Senza dubbio, soltanto Simone Veil, ex deportata ed ex presidente del Parlamento europeo, poteva permettersi di guardare le cose in faccia e di violare un tabù senza rischiare l’ostracismo. “I negazionisti - ella dichiara a L’Evénement du Jeudi - hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità storica con la legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro che cercano di negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere sottomessa a versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di apparire come martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i negazionisti possono far deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa legislazione ha spinto l’abbé Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa legge, non ci sarebbe alcun affare abbé Pierre”. Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore Dominique Jamet, “trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare, secondo lo stesso autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il partito o la Chiesa, dopo aver fissato una dottrina ufficiale, affidano alla polizia e alla giustizia la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”? Perché, fin dall’inizio, si rifiuta il dibattito. Lo si rifiuta nell’aula di tribunale. Il giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge Gayssot è stata fatta “onde evitare dei dibattiti scabrosi tra storici e pseudostorici” (Libération,17.7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran rabbino Sitruk, che l’aveva accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La Chiesa cattolica lo rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La LICRA3 lo rifiuta. Il MRAP4 lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In breve, nessuno lo vuole e tutti imitano quelli che di primo acchito hanno dato l’intonazione: gli storici». Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi apparso su Le Monde il 21 febbraio 1979 - secondo la quale non bisogna chiedersi se lo sterminio ebraico è stato possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è il punto di partenza 1 «Comment les historiens délèguent à la justice la tâche de faire taire les révisionnistes», in: Le Nouveau Quotidien, 2 settembre 1996, p. 16. 2 «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14. 3 Lega Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo. 4 Movimento contro il Razzismo e per l'Amicizia tra i Popoli. . MATTOGNO : Capucetto rosso 4 obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché «non può esserci dibattito sulle camere a gas» -, e commenta: «Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel rispondere per le rime ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e liquidando i loro cavilli con prove materiali, documenti solidi e cifre verificabili, se si vede ancora meno come il delicato fiore dell’ etablishment universitario ha potuto decretare che non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede bene che è il defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il bebè mostruoso ai tribunali, poi - avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di recalcitrare,perfino di scrivere nei loro considerandi che la questione dell’esistenza delle camere a gas era una questione di opinione - a fare una legge che permettesse di condannare automaticamente gli pseudostorici.La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono defilati»5. Baynac risponde a questa domanda nel secondo articolo. Dopo aver accennato allo scompiglio suscitato da Jean-Claude Pressac nella storiografia ufficiale con la sua drastica riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle traduzioni italiana e tedesca del suo ultimo libro)6, egli affronta il nodo cruciale della questione: «Bisogna essere grati a Pierre Bourez per aver finalmente osato porre la questione chiave, quella dell’estensione del campo scientifico di investigazione e, di conseguenza, quella della natura della storia scientifica e del suo metodo. È qui, e da nessun’altra parte, che i negazionisti hanno teso la trappola agli storici, i quali l’hanno identificata fin dal 1979, ma, non sapendo come evitarla, si sono sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la Giustizia di dire la Verità. Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con un problema che supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas omicide nei campi nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del passato. Quella della Storia. Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma tergiversare ancora espone a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità poco piacevole quando l’avvenire è già così imprevedibile e il presente così inquietante. Per salvare la Storia, bisogna partire dalla realtà... e restarvi. Le camere a gas sono esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali, ebrei, malati,zingari, slavi. Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei superstiti e i lavori degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli altri, si sono sviluppati due discorsi, paralleli ma di natura diversa. L’uno, ascientifico, in cui la testimonianza ha il primo posto. Leggere uno o più racconti, a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla convinzione. 5 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14. 6 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, p. 173; Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco, 1994, p. 202. L'edizione originale non contiene il relativo paragrafo: Les crématoires d'Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. CNRS Editions, Parigi, 1993.   MATTOGNO : Capucetto rosso 5 Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro esagerato un fatto,l’avvenimento resta valido: è esistito. [...]. Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato. Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta,ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico. Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti. L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile,stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente. Il dramma è qui». A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro «queste carogne di nazisti» i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma «hanno voluto uccidere sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia». La totale mancanza di documenti su tale presunto sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa volontà nazista. Baynac presenta al riguardo alcune citazioni di storici ufficiali e continua: «Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico. Infine - e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese - dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare:“Storici, i vostri documenti!” - e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare:“Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”». Di fronte a questo dilemma, Baynac si chiede: «Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le divisioni pesanti mediatiche? I risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti vincere a questo sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e sostituendo il vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio imparare la lezione e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali. MATTOGNO : Capucetto rosso 6 O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le manque de traces] comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide. A partire da qui, riconquistare il terreno scientifico sarà possibile nel rispetto del lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire che i negazionisti hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un “dettaglio”: se la storia scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di un fatto è essa stessa irreale. Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si liquiderà definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola storica tra altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio: una ideologia,quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui mezzo e il cui fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del virtuale»7 (corsivo mio). * Nel 1995 ho scritto che il revisionismo «è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono ad una critica storica seria»8. Lo storico “antinegazionista” Jacques Baynac sottoscrive in via di principio questa definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionistica per natura, riconosce che la testimonianza vale poco o nulla se non è confermata dal documento, ammette perfino che,sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure “tracce” documentarie; tuttavia, sul piano pratico egli non solo afferma “ideologicamente” una realtà storica che non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma, sulla base di una metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare dignità scientifica al revisionismo perché ha il torto di mettere in atto «il postulato della storiografia scientifica»,cioè «niente documenti, niente fatto accertato»! Quanto poi la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto circolo vizioso, alla perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli Ebrei ma hanno distrutto i documenti sullo sterminio, sicché questo non può essere dimostrato documentariamente, ma c’è stato lo 7 J. Baynac, «Faute de documents probants sur les chambres à gaz, les historiens ésquivent le débat», in: Le Nouveau Quotidien, 3 settembre 1996, p. 14. 8 Intervista sull’Olocausto. Edizioni di Ar, Padova, 1995, p. 11.   MATTOGNO : Capucetto rosso 7 stesso) risulta chiaramente dalla enorme mole di documenti sequestrati dai Sovietici ad Auschwitz nel 1945, ora accessibili a Mosca nell’archivio di via Viborgskaja9. * Il defilamento degli storici ufficiali ha avuto per gli “antinegazionisti” altri effetti collaterali non meno disastrosi di quelli esposti da Baynac: il terreno lasciato libero dalla loro coraggiosa ritirata è stato presto invaso da una masnada di gazzettieri - brillanti imitatori di idee altrui, acuti chiosatori di libri che non hanno mai letto, sagaci interpreti di stralci di documenti d’archivio di terza mano, profondi conoscitori di luoghi che non hanno mai visto - destinati inevitabilmente ad essere travolti dall’inconsistenza dei loro stessi postulati. Di questi veri e propri dilettanti allo sbaraglio, tra i quali spiccavano le grandi teste pensanti di Pierre Vidal-Naquet e di Deborah Lipstadt, mi sono già occupato altrove10. Questo disperato assalto di sprovveduti è stato di recente affiancato da un subdolo attacco trasversale proveniente dal «delicato fiore dell’ etablishment universitario». Le grandi teste universitarie, volendo colpire il revisionismo restando al riparo dall’eventualità - tutt’altro che aleatoria - di perdere la faccia in un confronto personale - cominciano a mandare in avanscoperta un povero diavolo di studente, che fungerà da capro espiatorio, proponendogli una tesi di dottorato teleguidata. E il povero diavolo, vuoi per ambizioni carrieristiche, vuoi per vassallaggio adulatorio (il termine studentesco è molto più colorito),si trova sempre. Questa nuova strategia, inaugurata nel 1996 in Francia da Florent Brayard sotto l’egida di Pierre Vidal-Naquet11, è apparsa ora anche in Italia, con il libro L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo12 di Valentina Pisanty. 9 In questo archivio sono conservate, tra l’altro, circa 88.000 pagine di documenti della  Zentralbauleitung di Auschwitz, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e delle presunte camere a gas omicide! 10 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah  Lipstadt, Till Bastian,Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996; Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002; Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005; Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Effepi,Genova, 2006; riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell'anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi, 2007, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.; Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006. 11 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme. Fayard, Parigi, 1996. Vedi al riguardo il cap. VII (pp. 267-291) di Olocausto: dilettanti allo sbaraglio e l’opuscolo Rassinier, il revisionismo olocaustico e il loro critico Florent Brayard (Graphos, Genova, 1996) da esso tratto. 12 Bompiani, Milano, 1998.  

MATTOGNO : Capucetto rosso

8

CAPITOLO I

I METODI DI LAVORO DI VALENTINA PISANTY

1) Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz

La prima iniziativa della nuova strategia messa in atto dal «fiore» universitario bolognese si rivela sin dalle prime pagine per ciò che realmente è: un tentativo pseudoscientifico di demolizione delle basi metodologiche del revisionismo. Vediamo perché. L’irritante questione delle camere a gas, spiega l’Autrice, «prende origine da una tesi di dottorato svolta sotto la supervisione di Umberto Eco,Patrizia Violi e Mauro Wolf» (p. 4)13. La terza pagina di copertina ci informa inoltre che la Pisanty «ha conseguito il dottorato di ricerca in Semiotica presso l’Università di Bologna». Ci si può chiedere che cosa abbia a che fare la semiotica con la questione storica  dell’esistenza o inesistenza delle camere a gas omicide; la risposta è semplice: nulla. Infatti, come recita la dichiarazione programmatica dell’Autrice, il libro in questione non vuole essere un’opera storiografica: «L’obiettivo principale di questo libro non è di confutare l’ipotesi cosiddetta revisionista con argomentazioni di tipo storico e con il supporto dei numerosissimi documenti a disposizione di chiunque li voglia consultare. Ritengo che una simile operazione di smontaggio storico sia già stata effettuata con successo da vari autori, tra cui Pierre Vidal-Naquet, i quali hanno a più riprese dimostrato l’infondatezza delle ipotesi interpretative di Rassinier e compagni se messe alla prova dell’evidenza documentaria. Lo scopo che mi pongo è piuttosto di portare alla luce le strategie persuasive messe in atto dai negazionisti nella lettura dei documenti storici» (p. 2). Questa dichiarazione è fin troppo scopertamente pretestuosa: la Pisanty pretende di analizzare una metodologia storiografica dal punto di vista puramente semiotico senza una preliminare analisi storica - che dà per scontata (Pierre Vidal-Naquet dixit) -, e senza una preliminare preparazione storica; ella pretende di giudicare in che modo uno storico interpreta un documento senza esaminare il valore storico del documento. Questo tipo di indagine, se fosse condotta sul serio, si esaurirebbe inevitabilmente in una sterile esercitazione retorica, senza alcun contatto con la realtà. Proprio qui sta la pretestuosità della dichiarazione summenzionata: per non restare sul piano nebuloso delle astratte categorie semiotiche, la Pisanty è costretta ad affrontare le problematiche storiche concrete 13 Per ridurre il numero delle note, indico la pagina del libro della Pisanty alla fine di ogni citazione. MATTOGNO : Capucetto rosso 9 avanzate dai revisionisti, ad esprimere un giudizio sul loro valore storico, dunque a far rientrare dalla finestra ciò che aveva finto di cacciare dalla porta. L’irritante questione delle camere a gas è pertanto un tentativo di confutazione delle argomentazioni storiche revisionistiche sotto la copertura semiotica. La necessità di questa copertura appare manifesta quando si consideri che questa «tesi di dottorato» sulle camere a gas è nata e si è sviluppata non già - come ci si sarebbe aspettati - in un Istituto di storia moderna e contemporanea, bensì in un Istituto di semiotica, in cui docenti e discenti hanno necessariamente una conoscenza della storia olocaustica pari a quella che i docenti e discenti di filosofia possono avere della fisica nucleare. La necessità di questa copertura appare ancora più manifesta quando si consideri la competenza specifica della Pisanty, essendo ella una profonda esperta della storia di... Cappuccetto Rosso! In una nota ella rimanda al suo unico libro scritto prima di quello in esame - Leggere la fiaba - per delucidazioni, sicuramente importantissime, «sulle numerose letture (in chiave etnologica, psicoanalitica, mitologica, alchemica, ecc.) della fiaba di Cappuccetto Rosso» (p. 265, nota 29). Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz: quale mirabile travaglio interiore! 2) I «Riferimenti bibliografici» generali Considerate la qualificazione e la competenza specifica dell’Autrice, non stupisce che nel suo libro l’aspetto semiotico sia di gran lunga preponderante su quello storico. Poiché a me interessa invece esclusivamente quest’ultimo, lascerò da parte le prolisse e tediose analisi semiotiche - esercitazioni dialettiche con finalità prettamente accademiche, spesso abilmente pilotate per poter esternare il doveroso atto di vassallaggio adulatorio ai docenti. Questo fastidioso groviglio di minuziose sofisticherie ha però anche uno scopo più pratico, rappresentando quello stratagemma che consiste nel «confondere l’avversario con un profluvio di parole» (p.275) che la Pisanty attribuisce naturalmente ai revisionisti. A questo riguardo, la pomposa bibliografia presentata dalla nostra dottoressa è particolarmente rivelatrice. Delle 100 opere (libri e articoli) relative alla storiografia ufficiale elencate alla fine del libro (pp. 279-285), appena 20 - mal lette e mal digerite -sono di storiografia olocaustica, una decina di critica antirevisionistica; il resto è costituito da un’accozzaglia di opere di argomento disparato, da Che cosa è il cinema a L’idea deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, da Problemi di linguistica generale a i Falsi Protocolli (dei “Savi di Sion”), da Usi “politici” della preistoria indoeuropea a Sémiotique, da Contro l’antisemitismo a Introduzione alla filosofia della scienza, da Gli atti linguistici a Secret Societies and Subversive Movements, da L’analisi del discorso a Le pretese scientifiche del razzismo, da I formalisti russi a Retorica del complotto, da Lo spirito della narrazione a Le bouc émissaire, da Umberto Eco a Umberto Eco (la bibliografia elenca diligentemente 5 opere del “maestro” più una sesta in collaborazione)14. 14 La «tesi di dottorato» cita 9 volte Umberto Eco - il più importante “supervisore” - il quale, con il revisionismo e le camere a gas c’entra come i classici cavoli a merenda. La Pisanty trova il modo perfino di citare l’inizio del Nome della Rosa! (p. 198). MATTOGNO : Capucetto rosso 10 Completato il quadro della qualificazione e della competenza della Pisanty, passiamo all’esame del suo libro. 3) Il titolo Cominciamo dal titolo del libro, L’irritante questione delle camere a gas. Nell’Introduzione la Pisanty spiega: «Nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne, il revisionista Paul Rassinier si riferisce all’ “irritante questione” delle camere a gas. [...]. Perché la questione delle camere a gas è descritta come irritante? Per il semplice motivo che essa costituisce il maggiore ostacolo incontrato da chi, come lui, voglia riabilitare il regime nazista» (p. 1). Il ragionamento sembra stringente come un sillogismo aristotelico: il revisionista vuole riabilitare il regime nazista; le camere a gas sono il maggior ostacolo a questa riabilitazione, dunque le camere a gas sono una questione irritante. È un vero peccato che le due premesse siano false! Per quanto concerne la frase incriminata di Rassinier, non esiste alcuna “seconda edizione” del Passage de la ligne; questo scritto fu ripubblicato da Rassinier in Le Mensonge d’Ulysse (1955)15. D’altro canto nella prefazione a quest’opera Rassinier scrisse esattamente il contrario di ciò che pretende la Pisanty: «Che degli stermini con i gas siano stati praticati mi pare possibile, se non certo: non c’è fumo senza arrosto»16. Non a caso la citazione della nostra dottoressa è priva di riferimento alla fonte: niente editore, niente anno di pubblicazione, niente pagina. Quanto poi alla seconda premessa, si tratta della ignobile calunnia di Deborah Lipstadt,alla quale ho già risposto per le rime altrove17. In realtà, proprio perché gli storici ufficiali non sono in grado di uscire dal dilemma metodologico prospettato da Baynac, proprio perché non sanno che cosa rispondere sul piano scientifico alla domanda dei revisionisti: «Storici, i vostri documenti!», proprio per queste ragioni la questione delle camere a gas omicide è divenuta per loro la questione più irritante, tanto irritante che anche la Pisanty finge di occuparsene senza neppure sfiorare il nocciolo della questione. 4) La bibliografia revisionistica: preselezione del campo di indagine Tra i rimproveri che la Pisanty muove ai revisionisti c’è quello secondo il quale essi «operano una preliminare selezione del materiale storico» (p. 13). Vedremo poi quanto questo rimprovero sia fondato. Qui rilevo che questo è in realtà proprio il principio metodologico generale che condiziona la struttura stessa del libro in oggetto. L’esame della 15 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme, op. cit., p. 33 e 449. 16 Idem, p.282. 17 Vedi Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 145-152.   MATTOGNO : Capucetto rosso 11 bibliografia “negazionista” addotta dalla dottoressa Pisanty è sufficiente per mostrare apertamente quale sia la buona fede dell’Autrice. La bibliografia contiene 32 titoli (pp. 285-286). Per quanto riguarda l’aspetto qualitativo, la bibliografia è un’accozzaglia di libri, opuscoli e articoletti vari. Tra i titoli citati figurano: - 4 opere letterarie (!) di Robert Faurisson, - 2 opere di Maurice Bardèche che non hanno nulla a che vedere con il revisionismo, - 3 opuscoli che sono da relegare nell’angolo delle curiosità storiografiche (The Myth of the Six Million e gli scritti di R.Harwood e di Th. Cristophersen), - 1 scritto del “NOI (Nation of Islam)” che non ha niente a che fare con il revisionismo, - 1 articolo apparso in forma anonima nelle Annales d’Histoire Révisionniste che formula ipotesi insensate le quali mettono in causa solo l’autore, - 1 articolo molto modesto sul film Shoah apparso parimenti nelle Annales d’Histoire Révisionniste. Dal punto di vista cronologico, le opere citate sono ripartite così: - 16 titoli sono anteriori al 1980 (dal 1948 al 1978), - 14 titoli sono anteriori al 1990 (dal 1980 al 1988), - 2 titoli si riferiscono agli Novanta (1991 e 1995). Gli unici due scritti apparsi negli anni Novanta menzionati dalla Pisanty sono il già menzionato libro (?) del “NOI” (The Secret Relationship between Blacks and Jews: il titolo è tutto un programma!) e il libro di Roger Garaudy, che si limita a divulgare qualche tesi revisionistica. Quanto alla lingua, i titoli citati dalla Pisanty sono quasi tutti in italiano, francese ed inglese. I due soli autori tedeschi menzionati nella bibliografia sono citati in traduzione francese (Wilhelm Stäglich) o inglese (Udo Walendy) - e già da ciò si può desumere quale sia la conoscenza del tedesco dell’ Autrice. Particolarmente comica poi è la sua attribuzione del rapporto Leuchter - in tedesco! - a Udo Walendy18. Che cosa significano questi dati? Per rispondere a questa domanda confrontiamo la finta bibliografia della Pisanty con la vera bibliografia revisionistica essenziale che ho riportato nel libro già citato Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (pp. 308-309) e che rispecchiava abbastanza bene lo status delle conoscenze revisionistiche fino al 1995. Dal punto di vista qualitativo, la bibliografia contiene tutti i più importanti contributi di ricercatori o divulgatori di buon livello: Enrique Aynat, John Ball, Jena-Marie Boisdefeu, Arthur Butz, Robert Faurisson, Jürgen Graf, Pierre Guillaume, Michael Hoffman, Robert Lenski, Pierre Marais, Germar Rudolf, Walter Sanning, Wilhelm Stäglich, Steffen Werner. Per quanto concerne la data di pubblicazione, delle 30 opere menzionate: - 2 sono anteriori al 1980, - 9 sono anteriori al 1990, - 19 opere sono apparse tra il 1990 e il 1995. Quanto alla lingua: 18 U. Walendy ha soltanto pubblicato la traduzione tedesca di un estratto del rapporto americano di Fred Leuchter (An engineering report on the alleged execution gas chambers at Auschwitz, Birkenau and Majdanek Poland. Prepared for Ernst Zündel. April 5, 1988 by Fred A. Leuchter, Jr. Chief Engineer. Fred A. Leuchter, Associates, 231 Kennedy Drive Unit # 110, Boston, Massachusetts 02148).   MATTOGNO : Capucetto rosso 12 - 10 opere sono in francese, - 9 sono in tedesco, - 6 in inglese, - 3 in spagnolo, - 2 in italiano (questa bibliografia non comprende le mie opere). I testi anteriori al 1980 (A.Butz, W.Stäglich) e dell’inizio degli anni Ottanta (R.Faurisson) sono ormai ampiamente superati e, in generale, hanno importanza più per i problemi che sollevano che per le soluzioni che propongono. Tornando alla nostra dottoressa in semiotica, risulta evidente che l’esame critico del revisionismo che ella vuole presentare al lettore è inficiato e falsato già in partenza da una disonesta delimitazione del campo di indagine che esclude a priori l’80% quantitativo e qualitativo della letteratura che dovrebbe costituire l’oggetto della sua indagine. Il trattamento che la Pisanty infligge alle 4 riviste revisionistiche più importanti è ancora più spietato: - la rivista Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung19 - attualmente la più importante rivista revisionistica - viene liquidata direttamente senza neppure una menzione; - la stessa sorte tocca alla Revue d’Histoire Révisionniste, che contiene parecchi articoli di buon livello; - la rivista Annales d’Histoire Révisionniste subisce una drastica selezione: su una trentina di articoli che appaiono nei suoi 8 numeri, la Pisanty ne sceglie 2: i peggiori; - la rivista The Journal of Historical Review subisce una selezione ancora più drastica: tra le centinaia di articoli pubblicati (il primo numero è apparso nel 1980) la Pisanty ne sceglie ben tre! Inutile dire che si tratta di scritti del tutto marginali rispetto alla questione centrale delle camere a gas omicide, alla quale sono invece specificamente dedicati vari articoli. Naturalmente neppure i miei scritti sfuggono alla regola metodologica della dottoressa Pisanty: anche nel mio caso ella opera una spietata selezione liquidando senza mezzi termini tutti i miei scritti più importanti - le 5 opere apparse dal 1991 al 1996; inoltre, dei 9 scritti precedenti (dal 1985 al 1988) la Pisanty ne selezione solo 3. In pratica, ella prende in considerazione solo 3 delle mie 14 opere apparse in italiano fino al 1996. La cosa più grave è che la Pisanty, che riprende le metodologie truffaldine e le argomentazioni capziose dei suoi maestri, evita accuratamente di menzionare proprio l’opera che le demolisce sistematicamente: Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Certo, è più facile fare finta di niente piuttosto che rispondere, soprattutto quando non si hanno argomenti. La strategia della Pisanty è dunque semplice. Ella opera anzitutto una selezione preliminare nella quale scarta i testi che espongono le tesi fondamentali revisionistiche (di carattere soprattutto storico-tecnico), alle quali la povera dottoressa in semiotica non saprebbe che cosa controbattere. Il restante 20% che ella prende in considerazione è per di più alquanto datato; come ho accennato sopra, si tratta di testi (Rassinier, Butz, Faurisson,Stäglich) il cui merito maggiore consiste nell’aver additato una direzione di ricerca che successivamente si è sviluppata raggiungendo livelli incommensurabilmente superiori. 19 Stiftung Vrij Historisch Onderzoek, Postbus 60, B-2600 Berchem, Belgio. Il primo numero è uscito nel marzo 1997. MATTOGNO : Capucetto rosso 13 In questi testi la Pisanty opera una ulteriore selezione isolando quattro temi generali20,all’interno dei quali isola di nuovo le argomentazioni revisionistiche che ritiene di poter confutare (vedremo poi come). In particolare ella tralascia tutte le questioni tecniche - che sono l’aspetto essenziale della struttura argomentativa revisionistica -, a cominciare dal rapporto Leuchter, che evidentemente neppure conosce21. Ma anche ciò è comprensibile: qui non si tratta di disquisire su Cappuccetto Rosso. E infatti quando talvolta ella azzarda qualche spiegazione tecnica, fa delle figure come questa. Confutando l’affermazione (errata) di J. Gillot (il cui unico merito è di aver scritto un mediocre articolo sul film di Claude Lanzmann “Shoah”) secondo la quale era impossibile accedere nelle camere a gas di Treblinka se non dopo una ventina di ore di aerazione, la Pisanty spiega: «Ciò è semplicemente falso. Il gas letale impiegato a Treblinka era il monossido di carbonio e non lo Zyklon B (come invece sostiene questo negazionista minore e decisamente poco informato): pochi minuti di areazione [sic!] sono ampiamente sufficienti affinché il CO si trasformi in CO2» (p. 188). Dunque il CO non si trasforma in CO2 per combustione, come si insegna erroneamente in tutti gli Istituti di chimica22, ma per aerazione! Sulle altre cantonate di questo calibro prese dalla nostra dottoressa (tra cui quella tragico-comica del recupero del grasso umano) mi soffermerò successivamente. Per amor del vero, la Pisanty prende enormi cantonate anche in campo storico, come quando scrive che «anche il lager di Dachau stava per essere fornito di una camera a gas (come risulta dalla corrispondenza tra Berlino e la Topf)» (p. 182, corsivo mio),ignorando che l’unico contatto della ditta Topf con questo campo riguardò l’installazione del forno crematorio a 2 muffole costruito nel vecchio crematorio. Riprendiamo l’analisi della strategia della Pisanty. Alla letteratura dei precursori del revisionismo ella mescola una serie di libelli e articoletti di personaggi insignificanti che pone più o meno sullo stesso piano di coloro che all’epoca erano i rappresentanti del revisionismo nascente, infierendo su personaggi assolutamente irrilevanti, come l’anonimo articolista delle Annales d’Histoire Révisionniste (p. 26 e 193), W. Grimstadt (p. 229), L.Stielau (chi era costui?) (p. 53) - il che è come dire: mettere sullo stesso piano V. Pisanty e Raoul Hilberg. Questo volgare trucco metodologico, che costituisce la condicio sine qua non dell’esistenza stessa del libro, ne infirma dunque a priori il valore scientifico. L’operazione compiuta dalla Pisanty è analoga a quella che effettuerebbe chi, volendo confutare la tesi dello sterminio ebraico ad Auschwitz, prendesse di mira il Dizionario del Nazismo di 20 Il diario di Anna Frank, il diario del dott. Kremer, il rapporto Gerstein e le annotazioni di Höss. Vedi  capitoli III-V. 21 La Pisanty cita Fred Leuchter due volte: la prima come testimone al processo Zündel del 1988 (l’Autrice scrive erroneamente 1987)(p. 20), la seconda come titolare di un sito Internet (p .22). Come ho già segnalato,nella bibliografia ella attribuisce il rapporto Leuchter - in lingua tedesca - a Udo Walendy! 22 Michele Giua e Clara Giua-Lollini, Dizionario di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1948, vol. I, p. 500: «L’anidride carbonica si forma: 1° Per combustione del carbonio o dell’ossido di carbonio: C + O2 =CO2, 2 CO + O2 =2CO2».   MATTOGNO : Capucetto rosso 14 Gustavo Ottolenghi23 invece dei libri di Pressac. In breve, il campo d’indagine della Pisanty è una minima parte del campo d’indagine revisionistico e l’oggetto dell’indagine della Pisanty non è il revisionismo, ma una parodia di esso. Il ricorso a questo volgare trucco non dipende soltanto da qualche enorme lacuna nell’onestà intellettuale dell’Autrice, ma ha inoltre una spiegazione pratica: sfortunatamente la grossa testa pensante della polemica antirevisionistica - Pierre Vidal- Naquet - ha pensato fino al 1987 (e ormai non penserà più)24, perciò, per il periodo successivo, gli umili adepti del Verbo del Maestro si trovano spiazzati, non essendo in grado di pensare da soli. La cosa migliore, dunque, è tacere. Unica eccezione, le critiche che la Pisanty rivolge alle mie argomentazioni. Trovatasi senza guida, l’Autrice ha dovuto improvvisare e creare, grazie alle sue indubbie capacità semiotiche, dei sofismi passabili. Vedremo nei capitoli successivi quanto valore abbia questa simulazione di pensiero. 5) Le citazioni Nel profluvio delle disquisizioni semiotico-metodologiche addotte dalla Pisanty apparentemente allo scopo di mettere al riparo il lettore dalle perfide insidie revisionistiche, l’Autrice menziona la seguente: «Al lettore del saggio storico è richiesto un atto di fiducia basato sul riconoscimento dell’autorità dello scrittore in quanto soggetto competente nella materia di cui il saggio tratta. Solo così è possibile arrestare momentaneamente la continua richiesta di prove supplementari (tipica di un’interpretazione sospettosa) che inibirebbe lo svolgersi della narrazione storica» (p. 202). Al lettore di questo libro sulle camere a gas è dunque richiesto un atto di fiducia basato sulla competenza dell’Autrice in ... Cappuccetto Rosso. La Pisanty prosegue. «Tale riconoscimento di una competenza autoriale è accompagnato dalla possibilità, offerta al lettore, di verificare da sé se la sua fiducia sia stata saggiamente riposta: grazie alla citazione delle fonti documentarie, infatti, egli può ricostruire il percorso interpretativo intrapreso dallo storico per valutarne l’appropriatezza, ovvero l’adesione o meno a principi epistemologici generalmente accettati» (p. 202, corsivo mio). L’Autrice rileva inoltre che «così come l’insufficienza di indicazioni bibliografiche, anche l’eccesso informativo (in quanto fonte di “rumore”) blocca l’iniziativa personale del destinatario, 23 Sugarco Edizioni, 1995. Non posso resistere alla tentazione segnalare almeno qualcuna delle enormi corbellerie che si possono leggere in questo libro: Il campo di Auschwitz era dotato di «10 forni crematori» (p. 8), quello di Birkenau di «12 crematori» (p. 12); i campi di Belzec e di Sobibór, dove non sono mai esistiti forni crematori, ne avevano ben 12 ciascuno (p. 11 e 93); «Abwanderung», che significa “emigrazione”, è spiegato come «Ufficio Alto Comando delle forze armate per la difesa all’estero (spionaggio e controspionaggio)» (p. 7), dove Ottolenghi confonde con “Abwehr”; le camere a gas non sono “Gaskammern” bensì «Gaszimmer» («stanze a gas»)! (p. 15 e 39), ecc. ecc. 24 P. Vidal-Naquet è deceduto il 29 luglio 2006. MATTOGNO : Capucetto rosso 15 costringendolo a ripiegare sul metodo dell’autorità per ricavare un senso dal testo» (p. 276). Vediamo dunque se la Pisanty offra sempre al lettore la possibilità di questa verifica e se il lettore possa riporre «saggiamente» la propria fiducia in lei. Le citazioni della Pisanty si dividono in due grandi categorie: quella dei testi che ha letto e che indica con il riferimento esatto (autore, titolo, anno di pubblicazione e pagina) e quella dei testi che non ha letto ma che finge di aver letto e spaccia per sue. La seconda categoria comprende parecchie citazioni di seconda o di terza mano per le quali l’Autrice non sa indicare il riferimento completo. Come ho già rilevato nel § 3, il titolo stesso del libro si fonda già su questo trucco che mira evidentemente ad un «eccesso informativo» per bloccare «l’iniziativa personale del destinatario»: la finta citazione è introdotta con la formula «nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne» e questo è tutto. Naturalmente quest’opera di Rassinier non appare neppure nella bibliografia della Pisanty, sicché per il lettore che non sia uno specialista della materia la verifica è impossibile. Già il titolo stesso del libro richiede perciò un cieco atto di fede da parte del lettore. A p. 53 la Pisanty presenta una citazione di tal fatta con questa sola indicazione: «Sempre nel 1958, l’insegnante Lothar Stielau di Lubecca, che vanta un passato di dirigente della Hitlerjugend, scrive un saggio teatrale in cui inserisce la seguente frase: ...» (p. 53). La citazione della pagina seguente viene presentata così: «Questa è la posizione sostenuta da Teresa Hendry in un articolo pubblicato nel 1967 dalla rivista The American Mercury. La Hendry scrive: ...» (p.54). Si tratta di una citazione di terza mano alla quale la Pisanty è giunta tramite Deborah Lipstadt, la quale, pur non citando direttamente il testo in questione, fornisce le seguenti indicazioni blibliografiche: «Teressa Hendry, “Was Anne Frank’s Diary a Hoax?” American Mercury (Summer 1967), reprinted in Myth of the Six Million, pp.109-111»25. Questo libretto contiene effettivamente la ristampa dell’articolo in questione, insieme ad altri quattro articoli tratti da The American Mercury e con il riferimento cronologico (Summer 1967)26, ma non è la fonte della citazione in questione, perché la Pisanty lo conosce solo attraverso la Lipstadt27 e Mattogno28. A p. 55 la Pisanty cita Irving con questa semplice spiegazione: «Nel 1975 lo storico revisionista/negazionista David Irving scrive, nell’introduzione al suo Hitler and His Generals: ...». Quest’opera non appare neppure nella bibliografia della Pisanty. Nella stessa pagina l’Autrice offre un’altra citazione che introduce così: «Anche Faurisson, in un primo tempo, si riallaccia all’ipotesi Levin per screditare il diario di Anne Frank: in una lettera inviata a Jean-Marc Théolleyre nel settembre 25 Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust. The Growing Assault on the Truth and Memory. A Plume Book, New York, 1994, p. 270. 26 Anonymous, The Myth of the Six Million. The Noontide Press, 1978, p.104 (il testo dell’articolo si trova alle pp. 109-111). 27 Deborah Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p. 105. 28 Vedi cap. II,1. MATTOGNO : Capucetto rosso 16 1975 a proposito di un’opera di Hermann Langbein su Auschwitz, egli scrive: ...» (p.55). La fonte? Mistero! A p. 153 appare una citazione di Stäglich senza indicazione del numero di pagina. La stessa cosa vale per la citazione di Höss a p.157. A p. 178 la Pisanty scrive: «Nonostante dichiari, come tutti gli antisemiti, di non essere un antisemita,Bardèche sostiene che gli ebrei sono stranieri e dunque non si vede il motivo per cui un francese si debba preoccupare del loro destino: “Non mi sento tenuto a prendere particolarmente la difesa degli ebrei, non più di quella degli slavi o di quella dei giapponesi. [...]. Non sento una preferenza particolare nei confronti degli ebrei che abitano in Francia e non vedo perché dovrei averne”» (p. 178). Qui la Pisanty ha fornito tutti i dati per la verifica. Verifichiamo dunque. Ecco il testo originale del passo di M. Bardèche: «Je ne me sens pas tenu de prendre particulièrement29 la défense des juifs, pas plus que celle des Slaves ou celle des Japonais: j’aimerais autant qu’on cesse de massacrer sans raison les juifs, les Slaves et les Japonais, et aussi les Malgaches, les Indochinois ou les Allemands des Sudètes. C’est tout. Je ne me sens pas d’élection spéciale à l’égard des juifs qui habitent la France et je ne vois pas pourquoi il faudrait que j’en aie»30. Come si vede, la Pisanty, con una pia omissione, ha falsato completamente il senso del testo. Il passo omesso suona: «vorrei tanto che si cessi di massacrare senza ragione gli Ebrei, gli Slavi e i Giapponesi, e anche i Malgasci, gli Indocinesi o i Tedeschi dei Sudeti.Tutto qui». Il bello è che la nostra dottoressa, la quale dedica pagine e pagine alla correttezza metodologica, scrive indignata: «Le citazioni tratte dai discorsi degli avversari vengono spesso decontestualizzate,amputate selettivamente o accompagnate da espressioni come “sorprendentemente”,“inspiegabilmente”, “sic”, volte a screditare la figura dell’enunciatore» (p. 232,corsivo mio). Così sappiamo anche che lo scopo della sua «amputazione selettiva» è quello di «screditare la figura dell’enunciatore»: Maurice Bardèche. A pagina 185 la Pisanty presenta due citazioni di miei testi senza indicazione della pagina e a p. 234 una citazione di Faurisson precisando che si tratta di «un brano, tratto da Faurisson»! Nella discussione su Höss, ella finge di conoscere il testo tedesco e di citarlo a beneficio del lettore secondo la traduzione italiana: «Le nostre informazioni sulla storia personale di Höss ci giungono per lo più dalla sua autobiografia (Kommandant in Auschwitz, d’ora in poi KiA) redatta nella prigione di Cracovia tra il gennaio e il febbraio 1947 mentre Höss attendeva la sua esecuzione» (p. 132). 29 In corsivo nel testo originale. 30 Maurice Bardèche, Nuremberg ou la terre promise. Les Sept couleurs, Parigi, 1948, p. 191. MATTOGNO : Capucetto rosso 17 Per questo - e per la sua profonda ignoranza dell’aspetto tecnico della questione, citando il passo relativo al “processo di sterminio” ad Auschwitz, neppure si accorge degli svarioni della traduttrice italiana. Il testo tedesco dice: «Die Tür wurde nun schnell zugeschraubt und das Gas sofort durch die bereitsstehenden Desinfektoren in die Einwurfluken durch die Decke der Gaskammer in einen Luftschacht bis zum Boden geworfen»31, cioè: «Allora la porta veniva rapidamente serrata a vite32 e il gas veniva gettato immediatamente dai disinfettori negli abbaini di versamento attraverso il soffitto della camera a gas in un pozzo di ventilazione33 fino al pavimento». Nella traduzione italiana34 citata da V. Pisanty il passo viene reso così: «Quindi si chiudevano rapidamente le porte e il gas veniva immediatamente fatto uscire dagli appositi serbatoi e immesso, attraverso fori praticati nel soffitto, in un pozzo d’aerazione che li faceva arrivare fino al pavimento» (p. 140). Dunque la sprovveduta traduttrice35 scambia i Desinfektoren («disinfettori»), cioè il personale del Desinfektionskommando (squadra di disinfestazione) diretto dall’ SSOberscharführer Joseph Klehr, un servizio dei Sanitätsdienstgrade (personale sanitario ausiliario) addetto all’impiego dello Zyklon B a scopo di disinfestazione, con dei «serbatoi» e la Pisanty non se ne accorge neppure! Chiudo questa rapida carrellata con la citazione fantasma di Rassinier che la Pisanty  riporta a p. 62: «“Questo Kurt Gerstein non ha decisamente il compasso nell’occhio, e per un ingegnere non è molto lusinghiero” (Rassinier, 1964: 63)». Qui il riferimento sembra completo: ma a quale opera si riferisce? Nella bibliografia la Pisanty menziona solo due opere di Rassinier, ma nessuna delle due è del 1964: «Rassinier, Paul.1950 Le mensonge d’Ulysse. Éditions Bressanes (tr. It. 1966, La Menzogna di Ulisse, Milano, Le Rune)1967 Les responsables de la seconde guerre mondiale. Paris, Nouvelles Éditions Latines» (p. 286). 31 Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. Herausgegeben von Martin Broszat. DTV Verlag, Monaco, 1981, p. 171. 32 Il verbo “zuschrauben” qui si riferisce propriamente all’avvitamento del bullone a farfalla della leva di chiusura di una porta di legno a tenuta di gas. 33 Il Leichenkeller 1 (presunta camera a gas omicida) dei crematori II e III, al quale si riferisce Höss, era collegato, attraverso due canali murati all’interno dei muri laterali, a due pozzi di aerazione e disaerazione (Be- und Entlüftungsschächte) verticali installati all’esterno del locale e che sbucavano in appositi comignoli sul tetto del crematorio. Höss allude invece alle presunte colonne di rete metallica (M.Kula) o di lamiera forata (M.Nyiszli) la cui parte superiore sbucava dal soffitto della “camera a gas” in un apposito camino. Un tale congegno, mai esistito, si sarebbe potuto chiamare “Vergasungsschacht”, pozzo di gasazione, ma non certo “Luftschacht”, pozzo di aerazione. 34 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss. Einaudi, Torino, 1985, p.187. 35 A p. 180 la traduttrice rende l’espressione «fünf 3-Kammer-Öfen» («cinque forni a tre camere di cremazione») con «cinque forni a tre stanze», e l’espressione «je zwei 4-Kammer-Öfen» («due forni a quattro camere di cremazione ciascuno», cioè un forno a 8 muffole in ciascuno dei crematori IV e V) con «due [forni] ogni quattro locali»! Cfr. Kommandant in Auschwitz, op. cit., pp. 164-165. MATTOGNO : Capucetto rosso 18 L’unica opera di Rassinier apparsa nel 1964 è Le Drame des Juifs européens, che però la Pisanty non menziona. Come si spiega questo piccolo mistero? In modo molto semplice: la Pisanty ha copiato Brayard. All’inizio di p. 101 l’Autrice riporta infatti una citazione del suddetto libro del 1964 traendola da p. 336 del libro di Brayard più volte menzionato, ma sbagliando perfino il numero di pagina: «Rassinier, 1964: 225» (p. 268). In realtà Brayard cita da p. 62 de Le Drame des Juifs européens. 6) I documenti Le osservazioni precedenti mettono già in chiaro che l’onestà intellettuale della dottoressa Pisanty non è poi così cristallina come vorrebbe far credere al lettore. Ma c’è di peggio. L’ Autrice non fornisce i riferimenti esatti neppure dei documenti che cita. La cosa non stupisce, perché essa li trae quasi sempre dai testi revisionistici, e dover ammettere ciò, per una olo-ricercatrice universitaria, sarebbe troppo imbarazzante. Ella dedica parecchie pagine all’analisi del diario del dottor Kremer (pp. 68-84) e presenta perfino il testo tedesco di alcuni brani di esso (pp. 266-267), ma senza mai indicare la fonte del documento. L’unico indizio si trova nella bibliografia: «Kremer,Johann Paul, 1971 Hefte von Auschwitz, Oswiecim, Staatliches Auschwitz-Muzeum» (p.282). Ma la Pisanty conosce questo testo solo tramite le citazioni di Faurisson36. Il testo del rapporto Gerstein del 26 aprile 1945 che la Pisanty offre alle pp.253-262 è  tratto senza indicazione dalla tesi di laurea di Henri Roques37. La citazione del documento in olandese Tötungsanstalten in Polen è una mia traduzione che la Pisanty ha tratto senza riferimento da uno dei miei libri38. Segnalerò successivamente altri casi di questa disinvolta metodologia dell’Autrice39. 36 R. Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La  question des chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, pp. 13-64 e 105-107. 37 André Chelain, Faut-il fusiller Henri Roques? Polémiques, Parigi, 1986, pp. 289-294. 38 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985, p. 100. 39 Vedi capitoli IV e V. MATTOGNO : Capucetto rosso 19 CAPITOLO II LE FONTI DI VALENTINA PISANTY: ANATOMIA DI UN PLAGIO 1) Il plagio storico-critico e argomentativo Nel libro della Pisanty l’appropriazione indebita (senza riferimento alla fonte) di fonti o documenti di altre opere non è un fenomeno sporadico, ma una vera e propria metodologia. Non è esagerato dire che il suo intero libro è, in massima parte, il risultato di un inverecondo saccheggio di testi altrui, revisionistici e non revisionistici, dalle chiavi interpretative alle argomentazioni, dalle obiezioni agli inquadramenti storici, fino alle osservazioni e alle spiegazioni più minute. Passiamo dunque all’esame di questo aspetto poco edificante del libro della Pisanty. Per dimostrare le presunte strategie ingannatrici dei revisionisti, l’Autrice seleziona quattro temi fondamentali: il diario di Anna Frank, il diario del dott. Kremer, il rapporto Gerstein e le “memorie” di Höss. Alla discussione di questi temi ella dedica quasi la metà del libro; il resto è costituito da una tediosa congerie di disquisizioni metodologiche e di sottigliezze semiotiche. Vediamo anzitutto da quali testi sia tratta la struttura argomentativa storico-critica del libro. • I negazionisti americani e inglesi L’intero paragrafo (pp. 12-14) è un collage di elementi tratti da Denying the Holocaust della Lipstadt senza alcun riferimento alla fonte. Elenco nell’ordine i saccheggi della Pisanty: - F. P. Yockey dalle pp. 146-147, inclusa la citazione che comincia con le parole «l’Ebreo è spiritualmente logorato...», la quale è tratta da p. 147 («The Jew is spiritually worn out...»). - H. R. Barnes dalle pp. 67-76, in particolare: • The Struggle against Historical Blackout da p. 69; • Blasting the Historical Blackout da p. 73; • Revisionism: A Key to Peace da p. 76; • The Myth of the Six Million da p. 105. Segue un’informazione falsa tratta da Vidal-Naquet che la Pisanty cita a senso («...l’opera di Thies Christophersen, citata invariabilmente da tutti i negazionisti..»: p. 13)40, indi riprende il saccheggio del libro della Lipstadt: 40 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Editori Riuniti, Roma, 1993, p. 41: «Th. Christophersen, il testimonio dei revisionisti...» (corsivo dell’Autore). MATTOGNO : Capucetto rosso 20 - D. Hoggan dalle pp. 71-73; - W. Carto da p. 146, inclusa la citazione relativa agli Ebrei come «Nemico Pubblico n.1» («The Jews were “Public Enemy No.1”»: p. 147). - Il plagio continua con le otto asserzioni di A. App che espongo nel paragrafo seguente; - R. Harwood da p. 105 e seguenti. Il paragrafo L’Institute for Historical Review (pp. 17-19) è tratto dall’omonimo capitolo della Lipstadt (pp. 137-156), ma la storia di M. Mermelstein, di cui mi occuperò subito, è presa da Vidal Naquet. Il paragrafo La propaganda nelle università (pp. 19-20) è tratto dal capitolo 10 del libro della Lipstadt (pp. 183-208). Il paragrafo I processi canadesi (pp. 20-21) è ripreso dal capitolo 9 del medesimo libro (pp. 157-182), dove, tra l’altro, la Pisanty si appropria (p. 20) anche della citazione iniziale di «The Hitler We Loved and Why» (Lipstadt, p. 157). • La storia di Mel Mermelstein Al riguardo la Pisanty riferisce quanto segue: «Nel 1981 l’Institute of Historical Review annuncia che pagherà una ricompensa di 50.000 dollari a chiunque possa dimostrare inequivocabilmente l’esistenza delle camere a gas. Naturalmente si tratta di una mossa pubblicitaria, basata sull’assunto che, se le uniche testimonianze irrefutabili sono quelle dirette, è improbabile che chi abbia avuto l’esperienza diretta della camera a gas possa essere vivo per raccontarla. La commissione è composta da Faurisson, Butz, Felderer, ecc. Mel Mermelstein, ex detenuto di Auschwitz la cui famiglia è stata massacrata dai nazisti,manda un plico di documenti che l’ IHR rifiuta come non validi. Mermelstein fa ricorso legale, e nel 1985 la Corte Suprema di Los Angeles ordina all’Istituto di pagare 90.000 dollari a Mermelstein” (pp. 262-264, corsivo mio). La storia è tratta da Vidal-Naquet41, con un altro prestito dalla Lipstadt per quanto riguarda la cifra42. L’onestà della Pisanty è pari a quella del suo Maestro. Vediamo come si sono svolti i fatti. Dopo il ricorso alla magistratura di Mermelstein, che aveva inviato all’ Institut una  semplice dichiarazione, il giudice T. Johnson della Corte Superiore della California prese judicial notice dello sterminio ebraico ad Auschwitz, cioè lo assunse come un dato di fatto dimostrato, ponendo Mermelstein nella condizione di aver ragione a priori in un eventuale processo. Per evitare ciò, l’ Institut scelse la via del patteggiamento, e il 22 luglio 1985, di fronte al giudice della Corte Superiore R.L. Wenke, i due contendenti concordarono un risarcimento di 90.000 dollari (Mermelstein ne aveva chiesti 500.000). Nell’agosto 1986 Mermelstein tornò all’attacco pretendendo di essere stato diffamato dall’ Institut. Nel 1991 egli riuscì ad ottenere una seconda judicial notice delle gasazioni omicide ad Auschwitz,ma perdette comunque il processo successivo e anche il suo ricorso alla Corte di Appello (28 ottobre) fu respinto43. 41 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p.133. 42 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p.141. 43 Theodore J.O’Keefe, «Best Witness”: Mel Mermelstein vs. the IHR», in: The Journal of Historical Review, n. 1, gennaio-febbraio 1994, pp. 25-32; IHR Newsletter n. 33, agosto 1985. MATTOGNO : Capucetto rosso 21 La «Dichiarazione di Melvin Mermelstein» in virtù della quale il testimone pretendeva di “dimostrare” la realtà delle gasazioni omicide ad Auschwitz, si articola in 21 punti, di cui solo due forniscono la fatidica “prova”: «10.Osservai il crematorio con i suoi quattro alti camini che vomitavano fumo e fiamme. 11.Il 22 maggio 1944 osservai gli edifici usati come camere a gas e vidi una colonna di donne e bambini che furono spinti nel tunnel che portava alle camere a  gas, che, come accertai successivamente, era la camera a gas numero 5»44. Ma nessun crematorio di Birkenau aveva quattro camini: i crematori II e III ne avevano uno ciascuno, i crematori IV e V due ciascuno. Inoltre l'uscita di fiamme dai camini dei  crematori era tecnicamente impossibile45. La presunta «camera a gas numero 5» era il crematorio V, che però non aveva alcun «tunnel», essendo completamente al livello del suono. Dunque un volgare falso testimone “risarcito” a peso d'oro! • Robert Faurisson critico “letterario” A mo’ di introduzione generale ai temi storici da lei trattati, la Pisanti premette un’indagine su «Faurisson critico letterario». A questo tema, che riguarda esclusivamente la critica letteraria, l’Autrice dedica oltre dieci pagine (pp. 33-44). Non starò a tediare il lettore con le profonde disquisizioni della nostra dottoressa sull’ interpretazione di «Voyelles» da parte di Faurisson o sul suo «fondamentalismo» o «ermetismo». Mi limito soltanto a segnalare che qui la Pisanty si è appropriata in modo inverecondo dell’analisi e delle tesi di Brayard46, che ella, tralasciando la bibliografia, cita una sola volta, così: «Per una bibliografia dettagliata di Rassinier, v. Brayard, 1996»! (p. 263). • Il diario di Anna Frank L’inquadramento storico presentato dalla Pisanty è tratto essenzialmente, come al solito senza riferimento alla fonte, dal libro di Deborah Lipstadt47 (che, in questo contesto, l’ Autrice cita marginalmente ed esclusivamente riguardo a Ditlieb Felderer, cui del resto dedica dieci righe) e dal libro sul quale la Lipstadt basa le sue affermazioni (citandolo correttamente): «Attacks on the Authenticity of the Diary», Diary of Anne Frank di D. Barnouw. Il plagio è particolarmente evidente nel paragrafo «Gli attacchi all’autenticità dei diari di Anne Frank», che si apre con queste parole: 44 Mel Mermelstein, By bred alone. The story of A-4685. Auschwitz Study Foundation, Inc. Huntington Beach, California, 1981, p. 277. 45 Vedi al riguardo il mio articolo «Flammen und Rauch aus Krematoriumskaminen», in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 3-4, dicembre 2003, pp. 386-391. 46 Florent Brayard, Comment l’idée vint à M. Rassinier. Naissance du révisionnisme, op. cit., pp. 422-448. In particolare, la Pisanty ha tratto l’interpretazione di «Voyelles» (pp. 34-35) dalle pp. 427-428 di Brayard; la tesi del «fondamentalismo» di Faurisson (pp. 36-38) dalle pp. 427-428 (dove Brayard disquisisce sulla «critique littéraire totalitaire» e sulla univocità semantica del linguaggio secondo Faurisson); la questione dell’ «ermetismo» di Faurisson (pp. 38-42) dalle pp. 434-435 (perizia sulla penna Bic), la questione della «mistificazione» (pp. 42-44) dalle pp. 431-432. 47 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., pp. 229-235. MATTOGNO : Capucetto rosso 22 «Il primo a mettere in dubbio l’autenticità dei diari è il danese Harald Nielsen che,in un articolo pubblicato in Svezia nel 1957 (nel giornale Fria Ord), sostiene che il vero autore del testo sia Levin. Come prova a sostegno della sua tesi Nielsen afferma che Anne e Peter non sono tipici nomi ebraici» (p. 53). la Lipstadt, attingendo da D. Barnouw, scrive: «Il primo attacco documentato apparve in Svezia nel 1957. Un critico letterario danese sosteneva che il diario era stato in realtà redatto da Levin, cirando come “prova” il fatto che i nomi come Peter e Anne non erano nomi ebraici»48. • Il diario del dottor Kremer Gli argomenti che la Pisanty oppone a Faurisson e a Jean-Gabriel Cohn-Bendit sono plagiati in massima parte da Pierre Vidal-Naquet, anche qui senza riferimento alla fonte,tranne che a p. 76, dove però ella non indica le pagine che cita. Adduco alcuni esempi di tali appropriazioni cominciando da una di cui è vittima Faurisson stesso: A p. 69 l’Autrice scrive che «Kremer presenzia a un totale di quindici azioni speciali», precisando in nota quanto segue: «Kremer partecipa a quindici azioni speciali: non undici come dice Vidal-Naquet, e nemmeno quattordici, come hanno erroneamente sostenuto Wellers e Cohn-Bendit» (p. 266). Questa “scoperta” è tratta da un passo della Mémoire en defense di Faurisson, che del resto la Pisanty cita a p. 72: «Il dottor Kremer dovette ugualmente partecipare a quindici riprese ad azioni speciali». Passiamo ad altre scorrerie dell’Autrice negli argomenti di Vidal-Naquet. Pisanty: «L’interpretazione ufficiale di questi testi consiste nell’attribuire all’espressione cifrata “azione speciale” il significato di gassazione di prigionieri sfiniti (che nel gergo del lager venivano chiamati “musulmani”) e dei nuovi arrivi, selezionati per le camere a gas» (pp. 69-70). Vidal-Naquet: «L’interpretazione solita di questi testi sta nel dire che una “azione speciale” corrisponde precisamente alla selezione, selezione per quelli che arrivavano dall’esterno, selezione anche per i detenuti stremati»49. Pisanty: «Nel suo diario, Kremer talvolta racconta di avere assistito a una fucilazione;tuttavia, simili esperienze non sembrano intaccare minimamente la sua placidità, e infatti vengono menzionate distrattamente, alla stregua di episodi scarsamente rilevanti. Evidentemente sotto l’espressione in codice di azione speciale si nascondeva qualcosa di ben più ignominioso di una semplice fucilazione» (p. 70). Vidal-Naquet: «Stessa calma il 13 e 17 ottobre, sebbene allora le esecuzioni siano state molto più numerose [...]. Il tono non cambia che in una sola serie di circostanze, per assumere allora (non sempre) un accento emotivo notevole. Si tratta di quel che il testo chiama azioni speciali, Sonderaktionen»50. 48 Idem, p. 232. La Pisanty ha tratto i nomi (del critico e del giornale) dalla fonte citata dalla Lipstadt in nota (idem, p. 270). 49 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 45. 50 Idem, p. 44.   MATTOGNO : Capucetto rosso 23 Pisanty: «Nel contesto di Auschwitz [...] è abbastanza normale che il medico impiegasse l’espressione correntemente usata nel lager per designare le gassazioni» (p. 75). Vidal-Naquet: «A Auschwitz, Kremer si esprime in un linguaggio semi-cifrato, quello che dominava nel campo in seno all’amministrazione SS»51. Pisanty: «Nel farlo, egli [Faurisson] incorre inoltre in alcuni errori o distorsioni palesi: ad esempio, affermando che lo stesso Kremer si sia ammalato di tifo, egli sorvola sul fatto che la “malattia di Auschwitz”, che Kremer dichiara di avere contratto il 3.9.1942 e il 14.9.1942, non è affatto il tifo (nelle sue due forme - esantematica e addominale - contro le quali Kremer viene vaccinato), bensì una banalissima dissenteria» (p. 76). Vidal-Naquet: «Infine, argomento che ricordo per mostrare come Faurisson legge i testi, è falso che Kremer abbia avuto il tifo52 e che quella che chiama la malattia di Auschwitz sia il tifo. Le indicazioni date nel Diario il 3 settembre, il 4 settembre e il 14 settembre mostrano con perfetta chiarezza che la malattia di Auschwitz è una diarrea con febbre moderata (38,7 il 14 settembre). Kremer è stato, di fatto, vaccinato contro due forme di tifo: esantematico e addominale»53. Pisanty: «Sebbene si proclami “sterminazionista”, Jean-Gabriel Cohn-Bendit nega l’esistenza delle camere a gas e dunque può essere agevolmente inserito nel novero degli autori negazionisti» (p. 83). Vidal-Naquet: «Per esempio il candido Jean-Gabriel Cohn-Bendit che si proclama, contrariamente ai suoi amici, “sterminazionista”, ma non crede all’esistenza delle camere a gas»54. Pisanty: «Ciò significherebbe che non sono le persone (musulmani o 1600 persone) a essere messe in relazione diretta, bensì sono i luoghi di provenienza, segnalati dalla presenza di “aus”, a entrare in rapporto con le Sonderaktionen» (p. 82). Vidal-Naquet: «Per J.-C. Cohn-Bendit, la parola essenziale è aus, “da” ...»55. Pisanty: «In particolare, rimangono irrimediabilmente aperti alcuni quesiti: perché un convoglio dovrebbe essere definito azione o operazione? Perché un dottore dovrebbe assistere a un convoglio? Perché l’azione speciale dovrebbe riguardare anche donne provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit sostiene che tali donne vengano indirizzate verso altri campi. Ma allora, perché trasferire delle “musulmane”, visto che stanno per morire di inedia?» (p. 83). Vidal-Naquet: «Ma allora, perché bisogna essere presenti (zugegen) a un convoglio? Perché un convoglio è un’azione? E perché un’ “azione speciale” si eserciterebbe anche su donne provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit supera quest’ultima difficoltà immaginando che le donne vengano trasferite a un altro campo. Ma per quale ragione trasferire a un altro 51 Idem, p. 109. 52 Per mostrare a mia volta come Vidal-Naquet e la Pisanty abbiano letto i testi, è falso che Faurisson abbia fatto una simile affermazione; egli riporta per di più il relativo passo del diario del dott. Kremer in francese, dove si parla esplicitamente di «crisi di diarrea» (crises de diarrhée). R. Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz, op. cit., p. 18. 53 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 47. Vidal-Naquet dimentica di aver scritto poco prima: «Fin dal giorno del suo arrivo, Kremer è colpito dall’importanza del tifo esantematico» (p. 44). 54 Idem, p. 110. 55 Idem. MATTOGNO : Capucetto rosso 24 lager donne giunte alla cachessia - questo il senso della parola “musulmani” usata da Kremer - quando la logica dell’uccisione finale è, essa, coerente?»56. • Il rapporto Gerstein In questo capitolo la Pisanty plagia sfrontatamente non solo le mie indicazioni storiografiche relative alla storia processuale dei documenti, ma addirittura le critiche da me rivolte agli altri autori revisionisti nell'omonimo libro57, appropriandosi di esse senza il minimo riferimento alla fonte e spacciandole per proprie. Nel paragrafo 2.5.2., «Il documento Gerstein dopo la morte dell’autore», ella riprende ciò che ho scritto nei paragrafi «Il documento PS-1553 al processo di Norimberga»58 e «Il documento PS-1553 nei processi successivi»59. In particolare, l’Autrice scrive: «La versione T II [il PS-1553] del rapporto Gerstein venne scoperta negli archivi della delegazione americana durante il primo grande processo di Norimberga e presentata alla corte il 30.1.1946 dal procuratore generale aggiunto della Repubblica francese, Charles Dubost. Quella mattina, il documento venne rifiutato dal presidente del tribunale in quanto mancava un certificato che ne stabilisse l’origine: dunque, si trattava di un vizio di forma. Difatti, il pomeriggio stesso il procuratore generale britannico produsse l’affidavit per l’identificazione dell’originale e il documento fu accettato come autentico, con le scuse del presidente. Inutile dire che alcuni negazionisti hanno invocato questo piccolo incidente giuridico quale prova definitiva della presunta inautenticità del documento in questione» (p. 98). Ciò è giustissimo, ma la Pisanty dimentica di aggiungere di aver tratto l’intera questione dal mio libro summenzionato, dove ho narrato la storia di questo piccolo equivoco legale: «Il 30 gennaio 1946, il procuratore generale aggiunto della Repubblica francese, Charles  Dubost, presentò al Tribunale di Norimberga il documento PS-1553 come RF-350. Esso era stato trovato da un collaboratore di Dubost tra i documenti sequestrati dagli Americani. In tale occasione, il documento PS-1553 RF-350 fu al centro di una controversia di carattere puramente formale tra il Presidente del Tribunale e Dubost. Questa controversia, che verteva sull’ammissibilità del documento, ha fatto nascere la tesi, largamente diffusa nella letteratura revisionista,che esso sia stato respinto dal Tribunale come falso o apocrifo ... [segue la citazione del verbale dell’udienza del mattino]. Nell’udienza pomeridiana, Sir David Maxwell-Fyfe, procuratore generale aggiunto britannico, fornisce la dichiarazione giurata richiesta dal Presidente chiudendo la controversia...[segue la relativa citazione del verbale dell’udienza].Il documento PS-1553 RF-350 è stato dunque ammesso dal Tribunale, che ne ha preso atto»60. 56 Idem, p. 111. 57 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit. 58 Idem, pp. 19-25. 59 Idem, pp. 25-27. 60 Idem, pp. 19-23. MATTOGNO : Capucetto rosso 25 Ben più grave è il plagio delle mie critiche dirette a vari autori revisionisti che si erano occupati del rapporto Gerstein prima di me, come risulta dal seguente confronto di testi. • Rassinier. «Il primo negazionista a occuparsi del rapporto Gerstein è Paul Rassinier [...].Rassinier indugia sul mistero che circonda le circostanze della stesura del rapporto e della morte di Gerstein ma, nel farlo, avvolge di segretezza alcuni elementi che in realtà sono perfettamente limpidi. [...]. La seconda argomentazione impiegata da Rassinier riguarda prevedibilmente il rifiuto del Tribunale di Norimberga di includere il rapporto Gerstein tra le testimonianze formalmente valide, la mattina del 30.1.1946. Come abbiamo visto,l’incidente fu risolto poche ore dopo senza molto clamore. Ciò nonostante, secondo Rassinier, “il documento Gerstein era un falso storico così falso che lo stesso Tribunale di Norimberga l’aveva escluso come non probante, il 30 gennaio 1946”»(pp. 99-100). (Seguono altre argomentazioni tratte - parimenti senza riferimento alla fonte - dal libro di Brayard)61. Nel mio libro sul rapporto Gerstein ho riconosciuto il valore di alcune delle critiche mosse a Rassinier da Georges Wellers e ne ho aggiunte altre mie, tra l’altro, al riguardo ho rilevato: «In secondo luogo, obietta Wellers, Rassinier si è limitato a fare varie supposizioni sul mistero della fine di Kurt Gerstein invece di ricercare quei documenti che lo hanno almeno in parte chiarito, come ha fatto Poliakov rivolgendosi alla Giustizia Militare francese. Wellers ha ancora ragione a rimproverare a Rassinier di aver scritto che “il documento Gerstein era un falso storico, talmente falso che il Tribunale di Norimberga stesso l’aveva respinto come non probante, il 30 gennaio 1946”»62. La Pisanty ha ripreso persino la mia osservazione finale adattandola opportunamente alla sua tesi. Io ho scritto: «La letteratura revisionista successiva non ha fatto registrare progressi sostanziali nella critica del rapporto Gerstein, limitandosi a riprendere in varia misura le critiche di Rassinier». La nostra dottoressa ha chiosato: «Nonostante la fragilità di questa ipotesi, la lettura di Rassinier rimane per anni il riferimento principale di tutti i negazionisti che intendano smantellare la credibilità del rapporto Gerstein» (p. 102). • Butz «Arthur Butz (1976) riporta la versione T II del rapporto in appendice al suo libro e commenta: “Risulta difficile credere che chicchessia intendesse che questo “rapporto” venisse preso sul serio. Alcuni punti specifici vengono esaminati qui ma, 61 F. Brayard, Comment l’idée vint à M.Rassinier, op. cit., pp. 337-338. 62 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p. 177. MATTOGNO : Capucetto rosso 26 nel complesso, lascio che sia in lettore a meravigliarsene”. Le obiezioni avanzate [...] sono le seguenti [...]; • il grado esatto del professor Pfannenstiel, che in un punto del rapporto è identificato come Obersturmbannführer, mentre altrove è definito Sturmführer,dimostrerebbe che l’autore del testo non può essere un membro delle SS. In realtà Pfannenstiel non viene mai chiamato Sturmführer nel testo di Gerstein, ma semmai Sturmbannführer, e comunque non si vede come un errore commesso da Gerstein a proposito dell’esatto grado di una persona che ha conosciuto superficialmente per pochi giorni, tre anni prima di redigere il suo rapporto, possa influire sulla credibilità complessiva del rapporto stesso;• l’affermazione secondo la quale i detenuti dovevano marciare nudi in inverno sarebbe in evidente contrasto con il fatto che la visita di Gerstein a Belzec abbia avuto luogo in agosto. Qui Butz è fuorviato da un errore di omissione nella traduzione inglese di T II (naturalmente egli si guarda bene dal controllare il testo originale): “On me dit; aussi en hiver nus!” (“Mi si dice; nudi anche in inverno”) è reso in inglese come “Somebody says me: Naked in winter!” (pp. 102-103, corsivo mio). Riguardo a Butz io ho rilevato: «Arthur Butz pubblica la traduzione integrale del rapporto del 26 aprile (PS-1553) effettuata dalla delegazione americana a Norimberga. Egli riprende alcune critiche di Rassinier e rileva inoltre la contraddizione interna che “consiste nel riferire avvenimenti che ebbero luogo in agosto come se avessero avuto luogo d’inverno”. Tuttavia nel PS-1553 si legge: “On me dit:63 aussi en hiver nus!” (“Mi si dice: anche d’inverno nudi!”)64. La contraddizione segnalata da Butz deriva da un errore di traduzione della delegazione americana: “Somebody says me: 'Naked in winter!'” (“Qualcuno mi dice: 'Nudi d’inverno'!”). Lo stesso errore si trova nell’estratto del rapporto pubblicato nei “Trials of War Criminals”. L’attribuzione del grado di SS-Sturmführer al prof. Pfannenstiel è invece un errore di Butz: sia il testo francese sia la traduzione americana del PS-1553 presentano in questo passo il grado di SS-Sturmbannführer, che è comunque in contraddizione,come abbiamo rilevato, con la successiva attribuzione del grado di “obersturmbannfuehrer” [sic]»65. Al plagio del mio testo la Pisanty aggiunge una falsificazione delle conclusioni di Butz, il quale non ha dedotto dal presunto errore di grado summenzionato «che l’autore del testo non può essere un membro delle SS», ma che Gerstein non avrebbe potuto commettere un simile errore se avesse redatto spontaneamente il suo rapporto: «È poco probabile che Gerstein avrebbe fatto un tale errore se avesse redatto questa “dichiarazione” volontariamente»66. 63 Nel mio libro, per un errore tipografico, qui appare il punto e virgola in luogo dei due punti del testo originale. La Pisanty, che rimprovera a Butz di non aver controllato il testo originale del documento, fa di peggio: cita la mia citazione, errore tipografico compreso! 64 Per il commento di Gerstein, vedi il capitolo IV, 3 a. 65 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., pp. 182-183. 66 A.R. Butz, The Hoax of the Ttwentieth Century. Historical Review Press, Chapel, Ascote, Ladbroke,Southam, Warwickshire, 1977, p. 256. MATTOGNO : Capucetto rosso 27 Il fatto che questa conclusione sia a sua volta falsa nulla toglie alla falsificazione della Pisanty. • Stäglich «Le obiezioni di Wilhelm Stäglich (1979) - negazionista tedesco con un passato di collaborazione con il nazismo - sono dello stesso tenore scientifico. La sua grande innovazione rispetto ai negazionisti precedenti consiste nell’osservare che, nel rapporto Gerstein, il lager di Auschwitz-Birkenau è assente dall’elenco dei campi di sterminio esistenti nel 1942 [...]» (p. 103). Anche questa osservazione è tratta dal mio libro: «Wilhelm Stäglich fa un breve riferimento al rapporto Gerstein seguendo Rassinier e Butz. Data la natura del suo libro, egli si interessa in particolare al campo di Auschwitz, che non compare nel testo del documento pubblicato da Poliakov nel 1951 solo perché si tratta di una versione parziale»67. • The Myth of the Six Million «Altri esempi lampanti di mislettura del rapporto Gerstein ci giungono da The Myth of the Six Million (1969), in cui l’autore sostiene che Gerstein affermò che erano stati gassati non meno di 40 milioni di prigionieri nei lager nazisti. L’errore in questo caso è duplice: prima di tutto, Gerstein non parla di detenuti gassati ma del numero complessivo delle vittime del sistema concentrazionario; inoltre, la cifra che egli fornisce è di 20 (o 25, a seconda delle versioni) milioni» (p. 106). Qui, stranamente, la Pisanty si accontenta di una sola delle critiche che ho mosso allo scritto in questione: «L’anonimo autore del libro The Myth of the Six Million scrive che “Gerstein affermò di sapere che erano stati gasati non meno di quaranta milioni di prigionieri nei campi di concentramento”. Tuttavia questa dichiarazione, priva peraltro di riferimento alla fonte, non compare in nessuno dei documenti in nostro possesso ed è quasi certamente falsa»68. • Harwood «Nel suo pamphlet del 1974, l’inglese Richard Harwood riprende gli errori di Hoggan69 (40 milioni) e di Butz (inverno/agosto), e ve ne aggiunge uno di propria fattura. L’obiettivo di Harwood è di delegittimare il testimone Gerstein facendolo passare per psicolabile: “La sorella di Gerstein era congenitamente malata di mente e morì di eutanasia: questo potrebbe ben suggerire che anche in Gerstein scorresse una vena di instabilità mentale” (Harwood, 1974:7). Qui Harwood confonde i gradi di parentela: Bertha Ebeling non era la sorella, bensì la cognata di Gerstein, e difficilmente si può sostenere che vi sia un legame genetico-ereditario tra parenti acquisiti» (p. 106). 67 Idem, p. 182. 68 Idem, p. 183. Seguono altre critiche a p.184. 69 David Hoggan, presunto autore del libro The Myth of the Six Million. MATTOGNO : Capucetto rosso 28 Anche qui la Pisanty ripete quasi alla lettera la mia critica del 1985: «Richard Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate e vi aggiunge la falsa contraddizione segnalata da A. Butz e l’osservazione relativa all’ammissione di Gerstein “che nella sua famiglia corre una vena di pazzia”. È certamente vero che Gerstein, parlando dell’uccisione dei malati di mente a Grafenek, Hadamar, ecc. asserisce di aver avuto un caso simile nella sua famiglia (PS-1553, p. 4), ma nel T-1310 (VfZ, p. 187) egli chiarisce che si tratta di una cognata, che Harwood trasforma incomprensibilmente in sorella»70. La Pisanty mi plagia persino in nota: «Alcuni negazionisti statunitensi (Hoggan) e inglesi (Harwood) hanno erroneamente sostenuto che lo studio di Rothfels sia giunto alla conclusione che il rapporto non è autentico» (p. 268, nota 61). L’informazione è tratta da un mio passo relativo all’autore di The Myth of the Six Million (Hoggan): «L'autore continua:“È interessante notare che Hans Rothfels in Augenzeugenbericht zu den Massenvergasungen (Rapporto di un testimone oculare sulle gasazioni in massa), in Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, aprile 1953, si preoccupò di dichiarare che il vescovo evangelico di Berlino Wilhelm Dibelius denunciò i memorandum di Gerstein come inattendibili (untrustworthy)”. In realtà Rothfels dice esattamente il contrario: Dibelius ha confermato di essere convinto dell’“attendibilità” (Zuverlässigkeit) politica e umana di Gerstein. [...]. Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate...»71. La Pisanty giunge fino ad usare contro di me una informazione plagiata da un mio testo! « “L’autenticità formale dei rapporti attribuiti a Kurt Gerstein non è mai stata irrefutabilmente dimostrata sulla base di una perizia calligrafica, tuttavia, alla luce della documentazione esistente, non c’è a nostro avviso motivo di dubitarne” (Mattogno, 1985:33). Mattogno sorvola sul fatto che la moglie di Gerstein ha riconosciuto nelle note manoscritte e nella firma la calligrafia di suo marito» (p.269, corsivo mio). Qui la nostra dottoressa aggiunge al plagio la malafede, perché non solo non ho “sorvolato” su tale fatto, ma ella l’ha appreso proprio da me! «La vedova di Kurt Gerstein ha inoltre riconosciuto in una dichiarazione giurata la calligrafia del marito nei documenti PS-1553 e T-1310»72. Questo è proprio uno degli elementi per i quali non dubitavo dell’autenticità dei documenti in questione! Concludo segnalando un plagio di argomento diverso. Discutendo gli elementi testuali di una mia critica a Filip Müller, la Pisanty scrive che uno di questi è «il discorso del “dajan”» (p. 184). In nota l’Autrice spiega:“Dajjân in ebraico significa giudice...”. Ciò suscita l’impressione che io abbia citato una parola ebraica - per di più traslitterata male - senza conoscerne il significato. In realtà la Pisanty si è semplicemente appropriata della mia spiegazione: 70 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit., p.184. 71 Idem. 72 Idem, p. 34. MATTOGNO : Capucetto rosso 29 «La parola ebraica “dajjân” significa “giudice” (specialmente di tribunale rabbinico) (M.E. Artom, Vocabolario ebraico-italiano, Roma 1965, voce indicata)»73. 2) Il plagio metodologico e interpretativo La metodologia che la Pisanty attribuisce ai revisionisti è tratta essenzialmente da Vidal-Naquet e dalla Lipstadt. Ciò che l’Autrice vi ha aggiunto di suo, sono soltanto delle osservazioni semiotiche decisamente insulse o cavillose (vedi in particolare le pp. 214-239). La sua acuta disquisizione giunge fino ad analizzare minuzie come il tendenzioso uso revisionistico delle virgolette (p. 236), che qualche pagina dopo adotta ella stessa parlando dei «negazionisti “ricercatori” » (p. 239). Dei sofismi metodologici della Pisanty mi occuperò nel capitolo VI. Ora voglio solo mostrare che anche riguardo alla critica delle metodologie e delle finalità dei revisionisti la Pisanty ha saccheggiato a piene mani i suoi Maestri. Ecco un piccolo florilegio delle prede. Cominciamo dai presunti otto “assiomi” della metodologia revisionistica. Questi «otto assiomi (formulati nel 1973) che tuttora fungono da princìpi-guida di quell’ Institute for Historical Review che oggi coordina le attività di tutti i principali negazionisti» (p. 13),di cui sarebbe autore Austin J. App e che la Pisanty riporta a p. 14 sono tratti di sana pianta dal “classico” della Lipstadt74, la quale riassume il paragrafo di A.J. App intitolato «Eight Incontrovertible Assertions On The Six Million Swindle»75 presentando correttamente le sue asserzioni come «assertions»76; meno scrupolosa della Maestra, l’allieva le trasforma invece in «assiomi». Gli otto argomenti rispecchiano le conoscenze storiche di allora e vincolano soltanto il loro autore. Da Vidal-Naquet invece la Pisanty copia i sei “princìpi” dei revisionisti, ma apportando un suo personale contributo: pone le lettere al posto dei numeri ed elimina il punto 5. Trattandosi di un saccheggio molto esteso, riporto solo le righe iniziali. Pisanty: «(a) Non vi è stato alcun genocidio programmato e le camere a gas non sono mai esistite ...»(p. 24). Vidal-Naquet: «1. Non c’è stato genocidio, e lo strumento che lo simboleggia, la camera a gas, non è mai esistito»77. Pisanty: «(b) La “soluzione finale” di cui parlano molti documenti nazisti non era che l’espulsione degli ebrei verso l’est...» (p. 24). Vidal-Naquet: «2. La “soluzione finale” non è mai stato altro che l’espulsione degli ebrei verso l’est europeo...»78. Pisanty: «(c) Il numero di ebrei uccisi dai nazisti è di gran lunga inferiore a quello dichiarato» (p. 24). 73 Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986, p. 8, nota 5. 74 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit, pp. 99-100. 75 A. J. App, The Six Million Swindle. Boniface Press, Takoma Park, Maryland, 1976, pp. 4-25. 76 D. Lipstadt, Denying the Holocaust, op. cit., p. 99. 77 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 19. 78 Idem. MATTOGNO : Capucetto rosso 30 Vidal-Naquet: «3. La cifra delle vittime ebraiche del nazismo è molto inferiore a quella che si è detta»79. Pisanty: «La Germania hitleriana non è la maggiore responsabile per lo scoppio del conflitto» (p. 25). Vidal-Naquet: «4. La Germania hitleriana non ha la maggiore responsabilità della seconda guerra mondiale...»80. Pisanty: «Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, principalmente ebraica e particolarmente sionista» (p. 25). Vidal-Naquet: «6. Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, specialmente ebraica, e in particolare sionista...»81. Con sottile finezza semiotica, nel punto (d) la Pisanty interpola un altro passo che Vidal-Naquet, meno fine di lei, ha collocato altrove: Pisanty: «In genere, i negazionisti si riferiscono a una presunta dichiarazione di guerra rivolta alla Germania nel 1939 dal portavoce dell’organizzazione sionista, Chaim Weizmann, a nome della popolazione ebraica mondiale» (p. 25). Vidal-Naquet: «Inventare di sana pianta una immaginaria dichiarazione di guerra da parte di un immaginario presidente del Congresso mondiale ebraico...»82. Oltre ai «princìpi» generali, la Pisanty plagia anche “metodi” singoli. Qualche esempio. - Sull’ estorsione delle testimonianze SS: Pisanty, parlando delle testimonianze rese dalle SS (Broad, Höss) nel dopoguerra: «Naturalmente i negazionisti ritengono che queste ultime testimonianze siano state estorte durante la prigionia dei loro autori...» (p. 68). Vidal-Naquet: «Ogni testimonianza nazista posteriore alla fine della guerra [...] è considerata come ottenuta sotto tortura o intimidazione»83. - Sull’ assunzione aprioristica dell’inattendibilità delle testimonianze: Pisanty, in riferimento alla «lettura che i negazionisti forniscono delle testimonianze dei sopravvissuti ai lager nazisti» rileva che «per loro tali testimonianze sono da scartare a priori...» (p. 129); in fondo alla pagina ella parla inoltre di «una testimonianza aprioristicamente bollata come inattendibile». Vidal-Naquet attribuisce ai revisionisti il metodo di «respingere, per principio, tutte le testimonianze dirette per ammettere come decisive le testimonianze di coloro che, a quanto essi dicono, non hanno visto niente...»84. La Pisanty copia anche la seconda parte della frase di Vidal-Naquet, adattandola ad un contesto diverso come segue: «A meno che questi [le testimonianze in quanto documenti storici: p.92] non vadano incontro alla loro tesi, nel qual caso i criteri applicati per determinarne la validità si fanno molto meno severi» (p. 268, nota 58). - contraffazione dei documenti: 79 Idem. 80 Idem. 81 Idem. 82 Idem, p. 65. Vedi anche le pp. 37-38. 83 Idem, pp. 22-23. 84 Idem, p. 48. MATTOGNO : Capucetto rosso 31 Pisanty:«Infatti, Faurisson ritiene che tutto il materiale documentario risalente al dopoguerra sia il frutto di un’abile contraffazione storica» (p. 73). Vidal-Naquet, con riferimento a Faurisson: «Ogni documento, in generale, che ci dà informazioni di prima mano sui metodi dei nazisti è un falso o è un documento truccato»85. Anche le finalità che la Pisanty attribuisce ai revisionisti sono copiate dai due Maestri, in particolare, l’insinuazione che il revisionismo miri esclusivamente a riabilitare il regime nazista (p. 1, 241 e 247) rappresenta la tesi di fondo della Lipstadt. Non c'è bisogno di dire che questi «princìpi» sono stati inventati da Vidal-Naquet e non trovano la minima applicazione nella storiografia revisionistica. 85 Idem, p. 22. MATTOGNO : Capucetto rosso 32 CAPITOLO III GLI ARGOMENTI E LE STRATEGIE ERMENEUTICHE DI VALENTINA PISANTY 1) La «premessa indiscussa» Una delle accuse più ricorrenti che la Pisanty muove ai revisionisti è quella di un presunto fondamentalismo che li indurrebbe a «scartare a priori» le testimonianze, a bollare «aprioristicamente» ogni testimonianza «come inattendibile» (p. 129). In pratica i revisionsti partirebbero dalla convinzione aprioristica dell’inesistenza delle camere a gas per dedurre poi sillogisticamente l’inattendibilità delle testimonianze ad esse relative. In realtà questo principio dogmatico - mutatis mutandis - sta alla base proprio della forma mentis e del libro della Pisanty, che non esita a proclamarlo apertamente: «Per questo motivo, l’esistenza del genocidio è la premessa indiscussa di ogni serio studio storico su questo argomento, e non la tesi da dimostrare. Si potrà discutere sul come, sul perché, sul dove, sul quando e perfino sul chi, ma non sul fatto in sé,poiché è proprio su questo fatto che tutte le testimonianze si dimostrano concordi»(p. 191). Da questa «premessa indiscussa» scaturiscono due princìpi ermeneutici aberranti che infirmano radicalmente gli argomenti dell’Autrice: il primato della testimonianza sul documento (in senso stretto) e l’accettazione aprioristica dell’attendibilità della testimonianza. Il primo principio comporta gravi implicazioni metodologiche che vedremo nel capitolo VI. Il secondo porta inevitabilmente alla negazione del più elementare senso critico, alla fede cieca nella veridicità delle testimonianze86 e, alla fine, al loro travisamento sistematico. Partendo dal presupposto dogmatico che tutte le testimonianze siano veridiche, la Pisanty si lambicca il cervello nel tentativo di spiegare razionalmente le assurdità e le contraddizioni di cui esse sono cosparse, minimizzandole87, arrampicandosi sugli specchi per escogitare una spiegazione plausibile, appellandosi all’ ignoranza generale delle circostanze (che è in realtà soltanto sua), tacendole semplicemente, quando sono troppo assurde e troppo  contraddittorie. Sulla base di questo principio l'Autrice si accinge a confutare le argomentazioni revisionistiche. 86 Una fede tanto cieca che la Pisanty accetta come assolutamente attendibile persino la testimonianza di Pery Broad (p. 131), sulla quale il suo Maestro esprime invece seri dubbi: «Nella documentazione su Auschwitz esistono testimonianze che danno l’impressione di adottare interamente il linguaggio dei vincitori. È il caso,ad esempio, della SS Pery Broad, che nel 1945 redasse per gli inglesi un memoriale su Auschwitz, dove era stato attivo come membro della Politische Abteilung, cioè della Gestapo. Egli parla di sé in terza persona». P.Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 27. 87 Assurdità e contraddizioni diventano per la Pisanty irrilevanti «grinze», «anomalie» (p. 141),«anacronismi», «piccole incongruenze» (p. 176), «piccole zone grigie» (p. 209). MATTOGNO : Capucetto rosso 33 2) Il diario di Anna Frank La Pisanty introduce la sua “confutazione” con la seguente osservazione: «Forse perché per molti lettori il diario di Anne Frank rappresenta il primo contatto con la storia del genocidio, i negazionisti si sono sempre sforzati di dimostrarne l’inautenticità. Da un punto di vista puramente storico, nessuno ha mai pensato di considerare questo diario come un documento che provasse l’esistenza dei campi di sterminio o delle camere a gas, e ciò per il semplice motivo che, come è noto, Anne Frank redasse i suoi diari durante gli anni della sua reclusione nell’ alloggio segreto, in Prinsengracht 263, ad Amsterdam. Sorprende dunque la veemenza con la quale i negazionisti si sono accaniti contro questo resoconto della vita quotidiana e dei pensieri di una adolescente che dovette conoscere la realtà dei lager nazisti solamente dopo aver cessato di scrivere il suo diario» (p. 44, corsivo mio). Condivido pienamente lo stupore dell’Autrice. Al riguardo, non posso che confermare ciò che ho già scritto altrove, cioè che «non ho mai compreso la tenacia con cui certi revisionisti si sono occupati di questo scritto che non ha alcuna relazione con la questione delle camere a gas e che, sia esso autentico o no, nulla aggiunge e nulla toglie a tale questione»88. Ma il mio accordo con la Pisanty finisce qui, perché ella passa immediatamente ad una abusiva generalizzazione che vorrebbe, non alcuni, bensì i (tutti!) revisionisti sempre intenti a tramare contro l’autenticità di questo scritto. In realtà il problema dell’ autenticità del diario di Anna Frank è un falso problema di cui nessun ricercatore revisionista si occupa più da una quindicina d’anni. La generalizzazione della Pisanty ha una precisa funzione tattica che appare chiara qualche pagina dopo: «La contestazione dell’autenticità del diario di Anne Frank gioca un ruolo di un certo rilievo nell’ambito delle strategie impiegate dai negazionisti per suscitare incertezze circa l’esistenza della Shoah. L’obiettivo è di insinuare dubbi attorno a quello che, per vari motivi, col passare del tempo è diventato un documento paradigmatico nella storia della persecuzione ebraica e, facendo ciò, di sperare che il lettore - disilluso e stizzito per essere stato ingannato per tutti questi anni - estenda il proprio scetticismo a ogni altro aspetto della storia ufficiale dello sterminio nazista. La logica è quella del “Falsus in Uno, Falsus in Omnibus” (titolo di un articolo diffuso nelle università americane dal negazionista californiano Bradley Smith89): se il paradigma ufficiale cede anche in un solo punto della sua formulazione, allora bisogna considerarlo complessivamente mendace» (p. 67). Il valore di questa affermazione risulta chiaro proprio dal fatto che tale questione è caduta nel dimenticatoio revisionistico da parecchi anni. Tuttavia la Pisanty si occupa del diario di Anna Frank non solo per inventare un falso obiettivo che si possa colpire facilmente, vale a dire una finta strategia revisionistica - e questo è il motivo fondamentale -, ma anche per poter sfoggiare le sue sottigliezze 88 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 153. 89 Il lettore si deve fidare della buona fede della Pisanty, che non si preoccupa affatto di dimostrare la veridicità di questa affermazione citando la fonte. MATTOGNO : Capucetto rosso 34 semantiche sul «Lettore modello nei diari» (pp. 45-48) o sulla «topologia diaristica» (p.265). Si tratta pur sempre di una tesi di «dottorato»! 3) Il diario del dottor Kremer Come ho già rilevato nel capitolo precedente, nella trattazione del diario del dott. Kremer,la Pisanty saccheggia gli argomenti di Vidal-Naquet. Non voglio ripetere ciò che ho risposto al Maestro in un libro che la Pisanty ha preferito fingere che non esista90. Qui mi limiterò a segnalare un paio di strafalcioni supplementari della nostra dottoressa e ad aggiungere un sintetico inquadramento storico. L’Autrice dedica un intero paragrafo alla Sprachregelung (§ 2.4.3), che sarebbe «il codice cifrato impiegato dalla burocrazia nazista» (p. 71). La citazione del termine tedesco è truffaldina, perché lascia intendere che si tratti di un termine nazista; in realtà esso è stato creato dalla storiografia olocaustica tedesca91. Che i nazisti usassero un linguaggio burocratico è cosa ovvia, ma che questo linguaggio fosse «cifrato» è tutto da dimostrare. Disquisendo se le Sonderaktionen significassero soltanto le gasazioni omicide o anche le selezioni per le camere a gas (fermo restando il significato criminale), la Pisanty si appella a Pressac92, il quale ammette però che il termine «non è tuttavia specificamente criminale potendosi applicare ad un’operazione che non lo era» (p. 72). Nell’interpretazione del diario del dott. Kremer, la Pisanty adotta la medesima metodologia di Vidal-Naquet: entrambi presuppongono a priori la prassi, ad Auschwitz, di una politica di sterminio ebraico, entrambi pressuppongono a priori l’esistenza dei cosiddetti Bunker di gasazione, entrambi forniscono una spiegazione puramente linguistica - il Maestro filologica93, l’allieva semiotica, ma entrambe le spiegazioni non hanno alcuna connessione con la realtà storica di Auschwitz quale risulta dai documenti. Poiché le Sonderaktionen menzionate nel diario significherebbero direttamente o indirettamente la gasazione delle vittime nei Bunker, questi rappresentano il presupposto immediato della validità dell’interpretazione omicida. Al riguardo ho già scritto che «non esiste nessun documento tedesco sui Bunker 1 e 2, sebbene negli archivi di Mosca vi siano decine di migliaia di documenti su ogni costruzione del campo, dai crematori alle stalle»94. Qui voglio approfondire questo punto. La Pisanty, riferendosi, senza menzionarlo, a Pressac, scrive: 90 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 68-76. 91 Enzyklopädie des Holocaust. Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden. Argon Verlag,Berlino, 1993, vol. III, p.1361. 92 Per conferire maggiore importanza a questa fonte, la Pisanty riprende la faceta storiella del Pressac «ex negazionista riconvertito» (p. 72, 167 e 246). Sfortunatamente per lei, san Pressac non ha mai avuto questa illuminazione sulla via di Auschwitz: fin dalla sua prima visita al campo e dal suo primo incontro con Pierre Guillaume e Robert Faurisson egli era convinto della realtà dello sterminio ebraico e non ne dubitò mai. Vedi al riguardo P. Guillaume, Droit et Histoire. La Vieille Taupe, Parigi, 1986, pp. 83-89. 93 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., p. 48. 94 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 72. MATTOGNO : Capucetto rosso 35 «Il comandante polacco parla dei Bunker I e II che, come risulta dai documenti del campo, furono messi in funzione tra il maggio e il giugno 1942...» (p. 181, corsivo mio). In realtà nessun documento tedesco menziona direttamente o indirettamente i Bunker (come dichiara Pressac), tantomeno la loro entrata in funzione (come chiosa la Pisanty). L’Autrice, confrontando «la tecnica interpretativa adottata da Mattogno con quella di un negazionista mancato come Pressac» (p. 167) oppone «la sostanziale onestà scientifica di Pressac» (p. 167) alla - secondo la logica del discorso - sostanziale disonestà pseudoscientifica mia. Ho già dimostrato altrove quale sia la metodologia scientifica di Pressac95. Ora vedremo questa «sostanziale onestà scientifica» in azione riguardo alla questione dei Bunker. A questo fine, bisogna anzitutto portare l’attenzione sul documento in cui, secondo Pressac, apparirebbe un (l’unico!) riferimento ai Bunker. Pressac scrive: «Himmler aveva scaricato vigliaccamente un abominevole compito criminale su Höss che, per quanto carceriere indurito fosse, non apprezzava per nulla il dubbio onore del quale veniva gratificato. Per finanziare questo “programma” e l’estensione del campo, furono accordati dei fondi considerevoli. Giusto prima della visita del capo delle SS, Bischoff aveva steso un rapporto esplicativo, pronto il 15 luglio, sui lavori da svolgere nello Stammlager, e il cui costo previsto ammontava a 2.000.000 di RM. Il passaggio di Himmler mandò tutto all’aria. Bischoff rielaborò per intero il suo rapporto in funzione dei desideri del Reichsführer, che vedeva in grande, molto in grande, e lo monetizzò in 20.000.000 di RM, e cioè dieci volte di più, un importo accettato il 17 settembre dall’SS-WVHA96»97 . Il rapporto esplicativo preparato da Bischoff si riferisce ai lavori eseguiti nel primo e secondo anno finanziario di guerra, come viene spiegato chiaramente alla fine del documento: «L’ampliamento del campo di concentramento descritto in precedenza è stato eseguito nel primo e secondo anno finanziario di guerra» [«Der vorstehend beschriebene Ausbau des Konzentrationslagers wurde im 1. und 2.Kriegswirtschaftsjahr durchgeführt»]98. Secondo le disposizioni dell’Amt II dello Hauptamt Haushalt und Bauten (Ufficio Centrale Bilancio e Costruzioni), il secondo anno finanziario di guerra terminava il 30 settembre 1941 99. Ciò è tanto vero che, ad esempio, per il crematorio viene indicata l’installazione di due soli forni100, sebbene il terzo fosse stato montato tre mesi e mezzo prima della redazione del rapporto. 95 Auschwitz: fine di una leggenda, op. cit. 96 SS-Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS. 97 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 55. 98 Erläuterungsbericht zum prov. Ausbau des Konzentrationslager Auschwitz O/S. RGVA, 502-1-223, pp. 1-22, citazione a p. 9. 99 Lettera dell’Hauptamt Haushalt und Bauten al comandante del campo di Auschwitz del 18 giugno 1941,contenente l’elenco dei Bauwerke autorizzati per il terzo anno finanziario di guerra (1° ottobre 1941- 30settembre 1942). RGVA, 502-1-11, p. 37. 100 Idem, p. 6 e 16. MATTOGNO : Capucetto rosso 36 Il secondo rapporto di Bischoff, quello pretesamente «corretto» su indicazioni di Himmler, è invece semplicemente il rapporto esplicativo esteso anche al terzo anno finanziario di guerra, come si legge anche qui alla fine del documento: «Già nel secondo anno finanziario di guerra è stato eseguito un gran numero di lavori, gli altri vengono iniziati nel terzo anno finanziario di guerra e portati avanti con il massimo impiego possibile dell’intera Bauleitung e dei mezzi che sono a sua disposizione» [«Bereits im 2. Kriegswirtschaftsjahr wurden eine Anzahl von Bauten durchgeführt, die anderen werden im 3. Kriegswirtschaftjahr begonnen und unter grösstmöglichstem Einsatz der gesamten Bauleitung und der ihr zur Verfügung stehenden Mittel vorangetrieben»]101. Appunto perché qui è compreso il programma di costruzioni del terzo anno finanziario di guerra, per il crematorio dello Stammlager, tornando all’esempio di prima, è menzionata l’installazione del terzo forno102. Il fatto che Pressac non si sia accorto di questa differenza elementare ha veramente dell’incredibile. Quanto infine il nuovo rapporto esplicativo risenta della visita ad Auschwitz di Himmler del 17 e 18 luglio, si può giudicare dal fatto che il programma era già stato approvato nelle sue linee essenziali dall’ Hauptamt Haushalt und Bauten fin dal giugno 1941, perché nella lettera già citata del 18 giugno 1941 ne sono elencate venti voci. Le conclusioni che Pressac trae da questo documento sono ancora più incredibili. Egli scrive: «Col favore di questa insperata manna, e dato che Himmler aveva trovato che lo spogliarsi degli ebrei all’aperto creava disordine, Bischoff chiese nel suo secondo rapporto il  montaggio, nei pressi dei due Bunker, di quattro baracche-scuderie in legno quali spogliatoio per gli inabili. Ogni baracca costava 15.000 RM. La richiesta venne formulata così: “4 Stück Baracken für Sonderbehandlung der Häftlinge in Birkenau/ 4 baracche per [il] trattamento speciale dei detenuti a Birkenau”. Era la prima volta in assoluto che appariva il termine “trattamento speciale”, e questo alla fine del luglio 1942. Ma la categoria di persone che riguardava e la sua finalità erano conosciute con precisione soltanto dalle SS di Berlino e di Auschwitz»103. È bene precisare subito che le frasi della citazione che ho sottolineate non hanno nulla a che vedere con il documento, ma sono arbitrari commenti di Pressac. Il testo integrale del passo in questione è il seguente: «BW 58 5 Baracken für Sonderbehandlung u. Unterbringung von Häftlingen,Pferdestallbaracken Typ 260/9 (O.K.H.) 4 Stück Baracken für Sonderbehandlung der Häftlinge in Birkenau 1 Stk. Baracken zur Unterbringung v. Häftl. in Bor Kosten für 1 Baracke: RM 15.000,--mithin für 5 Baracken: Gesamtkosten z.b.N RM 75.000» 101 Erläuterungsbericht zum Bauvorhaben Konzentrationslager Auschwitz O/S. RGVA, 15 luglio 1942.502- 1-220, pp. 1-52, citazione a p. 19. 102 Idem, p. 10 e 23. 103 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., pp. 55-56. MATTOGNO : Capucetto rosso 37 «BW 58 5 baracche per trattamento speciale e alloggiamento di detenuti, baracche scuderia tipo 260/9 (Comando supremo dell’Esercito) 4 baracche per trattamento speciale dei detenuti a Birkenau 1 baracca per alloggiamento di detenuti a Bor Costo di una baracca: RM 15.000 perciò per 5 baracche costo complessivo con la migliore approssimazione RM 75.000»]104. L’interpretazione di Pressac è dunque chiaramente capziosa: questo testo non solo non suffraga la tesi della finalità criminale delle quattro baracche «per trattamento speciale», ma la esclude: la menzione della baracca per alloggiamento dei detenuti (immatricolati),che fa parte dello stesso Bauwerk delle quattro baracche presuntamente destinate agli Ebrei (non immatricolati), dimostra che anche queste baracche erano realmente destinate ai detenuti (immatricolati) e che questo termine di «Häftlinge» non era una parola “cifrata”, ma indicava proprio i detenuti immatricolati. È chiaro che Pressac, troncando la citazione, ha voluto appunto evitare che il lettore giungesse a questa conclusione. Un fulgido esempio di «sostanziale onestà scientifica»! La correttezza di questa conclusione è confermata da un documento che Pressac ignorava e che demolisce da solo la sua intera tesi storiografica di fondo: una lista di tutti i Bauwerke (BW105 di Auschwitz - progettati o realizzati - datata 31 marzo 1942. Il BW 58 è descritto così: «5 Pferdestallbaracken (Sonderbehandlung) 4 in Birkenau 1 in Budy» [«5 baracche scuderia (trattamento speciale) 4 a Birkenau 1 a Budy»]106. Nella prima stesura di questo documento, recante la stessa data, la consistenza del BW è spiegata con la seguente nota manoscritta: «5 Pferdestallbaracken/Sonderbehandlung 4 in Birkenau 1 in Bor-Budy»107. Si tratta evidentemente delle stesse baracche menzionate nel rapporto esplicativo di Bischoff del 15 luglio 1942, ma esse appaiono - insieme al termine Sonderbehandlung, con buona pace dell’affermazione di Pressac secondo cui «era la prima volta in assoluto che appariva il termine “trattamento speciale”, e questo alla fine del luglio 1942» - in un documento del 31 marzo 1942, due mesi prima della presunta convocazione di Höss a Berlino108 nel corso della quale «Himmler lo informò della scelta del suo campo come centro per l’annientamento di massa degli ebrei»109. Se dunque il 31 marzo 1942 l’ordine di sterminio non era ancora stato impartito a Rudolf Höss, è chiaro che la Sonderbehandlung menzionata nei due documenti citati non ha nulla a che vedere con lo sterminio ebraico. In conclusione, l’unico documento (sulle 88.000 pagine dei documenti di Mosca!) che dimostrerebbe l’esistenza dei Bunker 1 e 2 non dimostra nulla, di conseguenza bisogna 104 Idem, p. 36. 105 Il termine designava sia una singola costruzione, sia un cantiere con più costruzioni dello stesso tipo. 106 Aufteilung der Bauwerke (BW) für die Bauten, Aussen- und Nebenanlagen des Bauvorhabens Konzentrationslager Auschwitz O/S del 21 marzo 1942. RGVA, 502-1-267, pp.3-13, citazione a p. 8. 107 Aufteilung der Bauwerke (BW) für die Bauten, Aussen- und Nebenanlagen des Bauvorhabens Konzentrationslager Auschwitz O/S del 31 marzo 1942. RGVA, 502-1-210, pp. 20-29, citazione a p. 25. 108 J.-C. Pressac colloca questo presunto evento all’inizio di giugno del 1942. Le macchine dello sterminio.Auschwitz 1941-1945, p. 51. Vedi capitolo V. 109 Idem. MATTOGNO : Capucetto rosso 38 interpretare il diario del dott. Kremer in base a questo dato di fatto, non già in base ad ipotesi aprioristiche di comodo. I due presupposti dell'interpretazione olocaustica del diario del dott. Kremer, la presunta  equivalenza tra Sonderaktion e gasazione omicida e l'esistenza dei Bunker di Birkenau come impianti di sterminio, sono storicamente infondati. A questi temi ho dedicato due studi specifici. Il primo,“Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato110,dimostra su base documentaria, tra l'altro, che il termine Sonderaktion aveva vari significati, nessuno dei quali riconducibile allo sterminio (aspetto igienico-sanitario,internamento dei trasporti ebraici, trasporto e immagazzinamento degli effetti ebraici)111. In tale contesto rientrano anche le Sonderaktionen menzionate dal dott. Kremer, che ho analizzato e spiegato in dettaglio112. Il secondo studio, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History113, fornisce la prova documentaria e fotografica che i cosiddetti Bunker di Birkenau non esistettero mai come impianti di sterminio. 4) Le testimonianze «in presa diretta» a) I “Protocolli di Auschwitz” La Pisanty comincia la trattazione del documento noto agli specialisti come “Protocolli di Auschwitz” con queste parole: «Nell’aprile 1944 due ebrei slovacchi - Vrba e Wetzler - riescono a evadere da Birkenau. Giunti a Zilina (in Slovacchia), redigono un rapporto in cui descrivono le varie tappe della loro esperienza del sistema concentrazionario, a partire dalla deportazione (avvenuta il 13.4.1942 per il primo, e il 14.1.1942 per il secondo),attraverso le procedure di immatricolazione (Vrba viene trasportato ad Auschwitz e poi a Birkenau, mentre Wetzler soggiorna a Lublino prima di essere trasferito ad Auschwitz-Birkenau, nel giugno 1942), fino al lavoro forzato nel lager e all’evasione» (p.1 79). La nostra dottoressa offre subito un saggio delle sue profonde conoscenze storiche scambiando i due personaggi l’uno per l’altro: il 13 aprile 1942 fu deportato Alfred Wetzler, non Rudolf Vrba (che all’epoca si chiamava Walter Rosenberg); d’altro canto quest’ultimo non fu deportato il 14 gennaio 1942, bensì il 14 giugno; infine al KL Lublino (Majdanek) non soggiornò Wetzler, ma Vrba. La Pisanty prosegue: «Il rapporto venne tradotto dallo slovacco e spedito in Ungheria, in Palestina e in Svizzera» (p. 179, corsivo mio). Un altro svarione. Come ogni specialista della materia sa, il rapporto in questione fu redatto in tedesco: 110 Edizioni di Ar, Padova , 2001. 111 “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., pp. 79-101. 112 Idem, pp. 101-116, Le “Sonderaktionen” e il dottor Kremer. 113 Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. MATTOGNO : Capucetto rosso 39 «Quello stesso giorno, Krasznyansky, coll'aiuto dei due fuggiaschi, preparò un dettagliato rapporto in tedesco che fu dattiloscritto dalla signora Steiner»114 (corsivo mio). La successiva menzione di «un comandante polacco» redattore di un altro rapporto su Auschwitz è un altro esempio delle conoscenze dell’ Autrice. Come tutti gli specialisti sanno, questo «comandante» era un “maggiore”115 e si chiamava Jerzy Wesolowski, alias Jerzy Tabeau. La Pisanty osa anche scrivere che «Il WRB report, e in particolare la prima parte scritta da Vrba, colpisce per la puntualità delle informazioni che contiene» (p. 179), e ha l’ardire di aggiungere che «i negazionisti hanno tentato (senza successo) di smantellare la credibilità di quest’ultimo documento» (p. 173). Tali giudizi non possono che derivare da ignoranza o malafede. Del rapporto Vrba-Wetzler - semplice propaganda nera confezionata dal movimento di resistenza clandestino di Auschwitz - mi sono occupato altrove116 e non è il caso di ripetere quanto ho scritto soltanto perché la Pisanty ha ignorato volutamente le mie critiche. Quale sia la «puntualità delle affermazioni» che esso contiene risulta già dal disegno e dalla descrizione dei crematori II e III che vi appare, in cui non c’è nulla, ma proprio nulla che corrisponda alla pianta originale dell’impianto!117. b) I manoscritti dei membri del Sonderkommando A questa “prova”, nonostante la sua «grande importanza», la Pisanty dedica tre righe: «Dei diari sotterrati clandestinamente dai membri dei Sonderkommandos i negazionisti non fanno cenno, nonostante la grande importanza documentaria di questi testi» (p. 181). Questa laconicità in un’Autrice affetta da sproloquio semiotico è solo apparentemente strana: Vidal-Naquet ha a sua volta liquidato la questione in sette righe, sicché la Pisanty non poteva fare di meglio. Da Vidal-Naquet l’Autrice trae, generalizzandola,l’affermazione riportata sopra. La grande testa pensante si è accontentato più modestamente di questa osservazione: «Butz o Rassinier ignorano completamente, per esempio, i documenti scritti da alcuni componenti del Sonderkommando di Auschwitz...»118. La Pisanty dimentica però di citare la relativa indicazione bibliografica, sicché qualche lettore non troppo incline a riporre la sua fiducia nell’Autrice potrebbe pensare che tali 114 Randolph L. Braham, The Politics of Genocide. The Holocaust in Hungary. Columbia University Press,New York, 1981, vol. 2, p. 710. 115 V. Pisanty ha sicuramente tratto l’informazione da un testo francese e ha tradotto il termine “commandant”con “comandante”. 116 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 56-63. 117 Idem, pp. 293 e 294. Il mio “smantellamento” (con successo) di questo documento si trova alle pp. 56-63. Vedi anche il mio studio Auschwitz: 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di propaganda. I Quaderni di Auschwitz, 5, 2005, pp. 22-28 e documenti 2 e 3 a p. 62 e 63. Edizione in rete riveduta, corretta e aggiornata in: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMausch45.pdf 118 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria, op. cit., pp. 21-22. MATTOGNO : Capucetto rosso 40 diari non esistano. Rassicuro tutti: i diari esistono119 ed esiste anche il libro revisionistico che «fa cenno» di essi120. Un’ osservazione a proposito dei Sonderkommandos. La Pisanty scrive che «per quanto riguarda il prefisso Sonder- (speciale) che i nazisti anteponevano ad alcuni termini tecnici relativi alla gestione dei lager (Sonderaktionen,Sonderbehandlung), l’interpretazione quasi unanimamente accettata è che esso designasse dei casi di esecuzioni collettive che in qualche modo si distinguessero dalle ordinarie fucilazioni» (pp. 71-72). Donde la designazione di Sonderkommando per il gruppo di detenuti addetto al servizio nei crematori. La povera dottoressa ignora persino che la denominazione ufficiale era Sonderkommando, al singolare (che esso venisse sterminato periodicamente è una storiella senza alcun fondamento documentario)121. Nell'opera che ho dedicato a questo specifico argomento citata sopra ho dimostrato che in nessun documento il termine Sonderkommando si riferisce al personale dei crematori, che viene sempre chiamato Krematoriumspersonal o indicato con il numero del relativo Kommando (ad es. «206 B Heizer Krematorium I und II», «206 B Fuochisti crematorio I e II»); ad Auschwitz esistettero invece almeno 11 Sonderkommandos che non avevano la minima relazione con i crematori122. Quanto al termine Sonderbehandlung (trattamento speciale), basti solo dire che nella lista dei progetti di costruzione del campo di Birkenau del 28 ottobre 1942, la cui funzione viene spiegata nel sottotitolo come «Durchführung der Sonderbehandlung» (Esecuzione del trattamento speciale), l'unico impianto previsto «für Sonderbehandlung» (per il trattamento speciale), è l'Entwesungsanlage, cioè la Zentralsauna, l'impianto di docce, di disinfezione e disinfestazione del campo123, dunque non un crematorio o un Bunker, ma un impianto igienico-sanitario! c) Le fotografie Disquisendo su questo argomento, la Pisanty trova il modo di “svelare” un’altra presunta tattica revisionistica: «Per quanto riguarda le fotografie della resistenza polacca, queste di per sé non costituiscono una grave minaccia per i negatori della Shoah, i quali possono sempre ripiegare sul trattamento che riservano abitualmente a ogni documento fotografico che attesti qualche aspetto dello sterminio: se non riescono a ricontestualizzare la fotografia (ad esempio, sostenendo che i cadaveri raffigurati appartengono alla 119 Inmitten des grauenvollen Verbrechens. Handschriften von Mitgliedern des Sonderkommandos. Verlag des Staatlichen Auschwitz-Birkenau Museums, 1996. 120 Sulla questione dei manoscritti del Sonderkommando vedi le pp. 63-68 di Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit. 121 Carlo Saletti scrive al riguardo: «Sono innumerevoli i testi memorialistici in cui si sostiene che la durata della vita dei prigioneiri del Sonderkommando non era superiore ai quattro mesi, e che una volta trascorso il termine essi venivano, regolarmente, eliminati. Nessuna delle due informazioni corrisponde a verità». C.Saletti (a cura di), Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945). Ombre corte, Verona, 2004, nota 12 a p. 16. 122 “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., pp. 138-141. 123 Idem, pp. 47-51. MATTOGNO : Capucetto rosso 41 popolazione civile di Dresda dopo i bombardamenti alleati), essi asseriscono che si tratta di fotomontaggi realizzati da consumati professionisti dello show business» (pp. 181-182). Attualmente nessun ricercatore revisionista sostiene queste tesi. La storia dell’uso da parte alleata di fotografie delle vittime tedesche di Dresda è menzionata da Harwood, che rimanda ad una presunta falsificazione apparsa nel giornale Catholic Herald del 29 ottobre 1948124, che non conosco. La tesi dei fotomontaggi è stata sostenuta da Walendy in un libretto apparso nel 1973125, in cui si tratta però in massima parte di ritocchi fotografici e di didascalie errate126. Inutile dire che la Pisanty si guarda bene dal menzionare le fotografie aeree pubblicate e analizzate da J.-C. Ball che smentiscono la tesi dello sterminio127. A p. 173 la Pisanty accenna alle fotografie relative a una «fossa di incinerazione a cielo aperto»128 e menziona anche una fotografia che mostrerebbe «una fila di donne nude che si dirigono verso la camera a gas». Pressac, più sagace degli altri storici, riesce ad accertare (non si sa come) che queste donne non corrono verso le camere a gas, ma aspettano di entrarvi!129. Delle fotografie di Birkenau mi sono occupato nello studio Auschwitz: Open Air Incinerations130, nel quale, tra l'altro, ho analizzato anche le due fotografie in  questione131. Per quanto riguarda le donne ritratte nella fotografia, come risulta da ingrandimenti, esse né si dirigono verso la camera a gas né aspettano di entrarvi, ma sono intente a fare un bagno all'aperto con tinozze piene d'acqua e recipienti vari!132 Per quanto riguarda la fotografia di una «fossa di incinerazione a cielo aperto», escludendo la possibilità di «fotomontaggi» e di fotoritocchi, prego gentilmente la dottoressa Pisanty di spiegarci da quale pianeta proviene l'essere ritratto in questo ingrandimento.(non disponiamo della foto) 124 Richard Harwood, Auschwitz o della soluzione finale. Storia di una leggenda. Le  Rune, Milano, 1978, p. 29. 125 U. Walendy, Bild “Dokumente” für Geschichtsschreibung? Vlotho/Weser, 1973. 126 Quella delle didascalie errate è una prassi ordinaria nei servizi giornalistici (come ho mostrato nell’articolo Didascalie rivelatrici, in: Intervista sull’Olocausto, pp. 51-53), ma talvolta anche i testi scientifici si concedono qualche svarione di questo genere: ad esempio, nel “classico” Faschismus Getto Massenmord (Röderberg-Verlag, Francoforte sul Meno, 1960), una fotografia del forno a 5 muffole H. Kori del KL Lublin (Majdanek) viene presentata come «Forni crematori nel KZ Auschwitz-Birkenau» (p. 364). 127 John C. Ball, Air Photo Evidence. Auschwitz, Treblinka, Majdanek, Sobibor, Bergen Belsen, Belzec, Babi Yar, Katyn Forest. Ball Resource Services Limited, Delta, B.C., Canada, 1992. 128 Vedi J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., documento 57 fuori testo. 129 J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique ans operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation,New York, 1989, p. 423. 130 Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005 131 Idem, pp. 34-42, Historical and Technical Analysis of Ground-Level Photos. 132 Idem, pp. 39-41 e foto 12-15 alle pp. 98-99. MATTOGNO : Capucetto rosso 42 CAPITOLO IV IL RAPPORTO GERSTEIN E IL “CAMPO DI STERMINIO” DI BELZEC 1) Premessa generale Nel capitolo 2.5. la Pisanty si occupa del mio libro più volte menzionato Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso133. Qui la tattica argomentativa dell’allieva di Eco si affina. Prima di esaminare le sue critiche, è necessaria una premessa. A differenza dei miei predecessori, che hanno formulato singole critiche slegate tra di loro,in questo libro io ho presentato una confutazione organica del rapporto Gerstein, ritracciando la sua narrazione sulla base di tutti i testi disponibili e mettendo in rilievo le 133 Con questa espressione intendo l’intero corpus degli scritti e delle dichiarazioni di Kurt Gerstein. MATTOGNO : Capucetto rosso 43 contraddizioni, le assurdità e le inverosimiglianze che pullulano in essi e che lo rendono del tutto inattendibile. Perché l’inattendibilità del rapporto Gerstein non è episodica, ma strutturale: è la struttura stessa della narrazione - i suoi presupposti, il suo svolgimento, la sua conclusione, ossia proprio l’ “essenziale” di questa testimonianza - che non resiste ad un’analisi critica seria. In un’opera recente, che la Pisanty ha ignorato intenzionalmente, ho delineato sommariamente una tale critica strutturale; la ripropongo di nuovo qui (con qualche considerazione ulteriore), in modo da inquadrare meglio e meglio valutare le critiche della Pisanty134. 2) La mia critica strutturale al rapporto Gerstein Il 10 marzo 1941 Gerstein si arruola nelle SS135 e viene assegnato all'SSFührungshauptamt, Amtsgruppe D, Sanitätswesen der Waffen-SS, Abteilung Hygiene136. In virtù dei suoi successi nel campo della disinfestazione, egli viene presto promosso Leutnant e Oberleutnant137, gradi inesistenti nelle Waffen-SS138. Nel gennaio139 o nel febbraio140 1942 egli viene nominato capo del servizio tecnico di disinfezione delle Waffen-SS. In tale qualità, l'8 giugno 1942, Gerstein riceve la visita dell'SS-Sturmbannführer Günther, del RSHA141, il quale gli affida l'incarico di procurare immediatamente, per una missione del Reich segretissima, 100 kg142 e in pari tempo 260 kg143 di una sostanza che è sia acido cianidrico (Blausäure, acide prussique)144, HCN, sia cianuro di potassio (cyanure de potassium)145, KCN, e di portarla con un'automobile («mit einem Auto»)146 e nello stesso tempo con un autocarro («cammion»)147 in un luogo sconosciuto, noto soltanto all'autista. L'incarico di Günther offre a Gerstein l'opportunità di visitare i campi di sterminio orientali. Ma secondo il documento Tötungsanstalten in Polen Gerstein non viene prescelto inopinatamente dal RSHA per la sua missione segretissima, ma prende egli stesso l'iniziativa: cerca di mettersi in contatto con ufficiali SS in Polonia, guadagna la loro 134 Per i riferimenti alle fonti utilizzo le sigle che ho adottato nello studio Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit. 135 T-1310, p. 4. 136 PS-2170, p. 2: Direzione centrale delle SS, gruppo di uffici D, sanità delle Waffen-SS, sezione igiene. 137 T-1310, p. 5. 138 PS-2164, Dienstrangabzeichen der Schutzstaffeln, IMG, vol.XXIX, pp. 276-277 (tavola fuori testo). I gradi di Leutnant e Oberleutnant appartenevano alla Wehrmacht. 139 PS-1553, p. 4; T-1310, p. 5. 140 PS-2170, p. 2; D6, p. 3. 141 Reichssicherheitshauptamt, Ufficio centrale della sicurezza del Reich. 142 T-1310, p. 5; PS-1553, p. 5. 143 PS-2170, p. 2; D6, p. 3; W, p. 28; M6, p. 7. 144 T-1310, p. 5; PS-1553, p. 5; PS-2170, p. 2. 145 W, p. 28; B, p. 2. Il termine tedesco è Zyankali. 146 T-1310, p. 5; M6, p. 7:«par moyen d'un auto». 147 PS-1553. MATTOGNO : Capucetto rosso 44 fiducia e riesce ad ottenere il consenso («toestemming te krijgen») per visitare due «stabilimenti dell'uccisione»148. L'8 giugno Gerstein riceve dunque da Günther un ordine di missione verbale confermato per iscritto 48 ore dopo149, cioè il 10 giugno. Nove settimane dopo, Gerstein e l'autista partono alla volta di Kolin, presso Praga, per caricare la sostanza tossica. Gerstein porta con sé il prof. Pfannenstiel, che è in pari tempo SS-Sturmbannführer150 e Obersturmbannführer151, «più casualmente» («mehr zufällig»)152, il che significa che Pfannenstiel non aveva nulla a che vedere con la missione di Gerstein. A questo punto le cose si complicano. Gerstein deve infatti prelevare153 e in pari tempo trasportare154 a Kolin 100/260 kg di acido cianidrico/cianuro di potassio; la località del prelievo/trasporto è sia imposta155 a Gerstein, sia scelta156 da Gerstein; il quantitativo di sostanza tossica viene ordinato a Gerstein dal RSHA157 e in pari tempo fissato da Gerstein158. Qui bisogna rilevare che i metodi di lavoro del RSHA, per quanto concerne lo sterminio ebraico, erano a dir poco bizzarri: Günther affidò a Gerstein l'incarico di procurare «immediatamente» («sofort») la sostanza tossica «per una missione del Reich estremamente segreta» («für einen äusserst geheimen Reichsauftrag»)159, ma Gerstein partì tranquillamente dopo oltre due mesi senza che nessun funzionario del RSHA avesse avuto nulla da eccepire; non solo, ma il RSHA aveva curiosamente rivelato il segreto della destinazione del viaggio di Gerstein ad un autista, ad un estraneo (Pfannenstiel), ma non al diretto interessato: Gerstein stesso! Lo scopo della missione di Gerstein era di trasformare il sistema di funzionamento delle camere a gas omicide introducendo l'acido cianidrico al posto del gas di scappamento di motori Diesel160; ma in contraddizione con ciò Gerstein dichiara: «Io comprendevo la mia missione, aggiunge Gerstein. Mi si chiedeva di scoprire un mezzo di soppressione più rapido e più efficace di questo sterminio di genere primitivo. Proposi l'impiego di gas più tossici, e specialmente di quelli che sprigiona l'acido prussico»161. Dunque egli doveva scoprire proprio quel mezzo di soppressione che gli era stato precedentemente indicato dal RSHA e propose proprio quella sostanza che gli era stata precedentemente ordinata dal RSHA! 148 TP, p. 1. 149 W, p. 29. 150 PS-1553, p. 6. 151 PS-1553, p. 7. 152 T-1310, p. 6. 153 PS-1553, p. 5; PS-2170, p. 2; T-1310, p. 6. 154 B, p. 2. 155 W, p. 28. 156 W, p. 29. 157 W, p. 29. 158 W, p. 30. 159 T-1310, p. 5. 160 T-1310, p. 9. 161 GK, pp. 1-2. MATTOGNO : Capucetto rosso 45 A Kolin, Gerstein non prelevò Zyklon B - che vi si produceva regolarmente - ma acido cianidrico liquido in 45 bottiglie, «dietro presentazione di un buono di requisizione del RSHA»162, dunque per ordine del RSHA, cosa alquanto singolare, dato che, per la sua pericolosità, in Germania, l'acido cianidrico liquido non era più usato nella disinfestazione dall'introduzione del Bottich-Verfahren e dello Zyklon B163. Qui sorge un altro problema: perché il RSHA ordinò a Gerstein di portare con sé un quantitativo così ingente di acido cianidrico? Considerato il volume effettivo delle 6 presunte camere a gas di Belzec – circa 145 m3 tenuto conto del volume occupato dai corpi di 1.500 vittime164 - 500 grammi di acido cianidrico sarebbero stati sufficienti a produrre in ciascuna di esse una concentrazione teorica di gas 10 volte superiore a quella immediatamente mortale. I 100 kg di acido cianidrico presuntamente trasportati da Gerstein sarebbero dunque bastati a uccidere 300.000 persone in 200 gasazioni! Decisamente un po’ troppo per dei semplici esperimenti. Per questi sarebbero stati sufficienti una decina di barattoli di Zyklon B, che Gerstein, visto che si doveva recare a Lublino, avrebbe potuto comodamente prelevare al campo di Majdanek, al quale, appena due settimane prima, il 30 luglio 1942, la ditta Tesch und Stabenow aveva consegnato 360 barattoli di Zyklon B da 1,5 kg ciascuno, per complessivi 540 kg di acido cianidrico165. Invece il RSHA, incomprensibilmente, costrinse Gerstein a fare un viaggio di circa 700 km da Kolin a Lublino con questo carico pericoloso. A Lublino, Globocnik affidò a Gerstein due compiti: la disinfestazione della raccolta di tessuti (stracci e vestiario), che ammontavano a «circa 40 milioni di kg = 60 treni merci completamente pieni»!166. Facciamo un piccolo calcolo. Dal documento NO-1257 risulta che 2.700 tonnellate di stracci occupavano 400 vagoni. Ne consegue che 40.000 tonnellate richiedevano circa 5.925 vagoni (sicché ciascuno dei 60 treni di Gerstein aveva la bellezza di 98 vagoni!). Curiosamente però, alla conclusione dell’ “azione Reinhard”, il 15 dicembre 1943, Globocnik era riuscito a mettere insieme soltanto 3.400 vagoni di tessuti (per la precisione:«vestiario, biancheria, piume da letto e stracci»), cioè 2.525 vagoni meno di quanto avesse fatto fino al 17 agosto 1942! Non è poi molto chiaro per quale ragione Globocnik avesse affidato proprio a Gerstein questo compito, dato che a Lublino esistevano «lavanderie e impianti di disinfestazione», oltre a ditte specializzate nella disinfestazione167, né come questo compito si conciliasse con la missione segretissima (un segreto di Stato) 162 W, p. 29. 163 O.Lenz, L.Gassner, Schädlingsbekämpfung mit hochgiftigen Stoffen, Heft 1: Blausäure.Verlagsbuchhandlung von Richard Schoetz, Berlino, 1934, pp. 8-10. L'acido cianidrico liquido poteva essere trasportato soltanto refrigerato, di notte e con un veicolo speciale: Schwurgericht in Frankfurt am Main, Sitzung vom 28, März 1949, in: C.F.Rüter, Justiz und NS-Verbrechen. Sammlung deutscher Strafurteile wegen nationalsozialistischer Tötungsverbrechen, 1945-1966. Amsterdam, 1968-1981, vol. XIII,p. 137. 164 La capacità di 1.500 vittime è menzionata nella motivazione della sentenza del processo contro Josef Oberhauser da parte della Corte di Assise di Monaco (gennaio 1965). A. Rückerl, NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 133. 165 J. Graf e C. Mattogno, KL Majdanek. Eine historische und technische Studie. Castle Hill Publisher,Hastings, 1998, p. 205. 166 T-1310, p. 8. 167 Idem. MATTOGNO : Capucetto rosso 46 di trasformare le camere a gas funzionanti con i gas di scappamento di un motore Diesel in camere a gas ad acido cianidrico. Ma procediamo. Gerstein, come è noto, si recò con il suo carico letale a Belzec, ma non adempì la sua missione, e poi se ne tornò tranquillamente a Berlino, senza che nessuno gli chiedesse conto di questa missione, che, ricordo, era un segreto di Stato. A questo riguardo il giudice istruttore francese Mattei gli chiese: «A chi avete reso conto dell'esecuzione della vostra missione? [Gerstein] - Al mio ritorno a Berlino da un viaggio che è durato circa due settimane, non ho reso conto a nessuno dell'esecuzione della mia missione. Nessuno mi ha chiesto nulla»168. Un'altra bizzarria dei metodi di lavoro del RSHA! Circa la sorte dell'acido cianidrico prelevato a Kolin, Gerstein racconta di aver portato al campo di Belzec 44 delle 45 bottiglie169 e in pari tempo di averle nascoste a 1.200 metri dal campo170. Giunto in Polonia, Gerstein visita i campi di Belzec, Treblinka e Majdanek171, e in pari tempo di Belzec, Sobibór e Treblinka172 e nello stesso tempo soltanto di Belzec e Treblinka173. La cronologia di questi viaggi è a dir poco sorprendente. Egli menziona due date precise, il 17 agosto 1942, giorno del suo arrivo a Lublino174, e il 19 agosto 1942, giorno del suo arrivo a Treblinka175: tra queste due date Gerstein fornisce due cronologie diverse ed entrambe contraddittorie. Il 17 agosto è a Lublino, il giorno dopo176 va a Belzec: 18 agosto; il mattino seguente177 egli assiste alla famosa gasazione omicida: 19 agosto; «il giorno dopo, il 19 agosto» («am nächsten Tage, den 19.August»)178 va a Treblinka: in realtà si tratta del 20 agosto. Seconda cronologia: il 17 agosto a Lublino, un altro giorno179 va a Belzec: 18 agosto; un'altra mattina180 assiste alla gasazione: 19 agosto; un altro giorno181 le fosse comuni vengono riempite di sabbia: 20 agosto; un altro giorno182 Gerstein va a Treblinka: 21 agosto. Inoltre Gerstein ha trascorso nei campi di Globocnik «soltanto tre giorni»183 e in pari tempo due giorni, cioè «il 17 e 18 agosto» 1942 184, il che è in ulteriore contraddizione con la cronologia esposta sopra. 168 W, p. 29. 169 W, p. 31. 170 W, p. 28. 171 W, p. 28. 172 D6, p. 4. 173 PS-2170, p. 3. 174 M26, p. 3; M6, p. 8; PS-1553, p. 5; D6, p. 4; PS-2170, p. 3; T-1310, p. 7. 175 T-1310, p. 18; D6, p 9; PS-2170, p. 7. 176 PS-2170, p. 4; T-1310, p. 10. 177 PS-2170, p. 4; T-1310, p. 11. 178 PS-2170, p. 7; T-1310, p. 18. 179 PS-1553, p. 5. 180 PS-1553, p. 5. 181 PS-1553, p. 7. 182 PS-1553, p. 7. 183 B, p. 3. 184 W, p. 34. Parte 2


Additional information about this document
Property Value
Author(s): Olodogma
Title:
Sources:
n/a
Contributions:
n/a
Published: 2013-05-29
First posted on CODOH: Aug. 5, 2017, 3:14 p.m.
Last revision:
n/a
Comments:
n/a
Appears In:
Mirrors:
Download:
n/a