La razza nel Nazionalsocialismo. Teoria antropologica, prassi giuridica

Published: 2013-05-11

Gianantonio Valli

La razza nel Nazionalsocialismo

 Teoria antropologica, prassi giuridica

Brano tratto, con l'autorizzazione dell'Autore, da

" I  COMPLICI  DI  DIO "  Genesi del Mondialismo

valli,fondamenti,approccio al mondo

Opera chiusa il 20 aprile 2009 e dall'autore irritualmente dichiarata, per quanto il concetto di «umanità» gli ripugni in quanto flatus vocis e mistificante arma per uccidere i popoli, Patrimonio Intangibile dell'Umanità. Di conseguenza, ogni sua parte – considerazioni dell'autore, citazioni, tabelle e tavole comprese, delle quali l'autore assicura la conformità al vero per quanto gli è stato dato attingere – può essere ripro­dotta da chiunque per uso personale. Nel concreto, può essere fotocopiata, trascritta da amanuensi, archiviata, memorizzata à la Fahrenheit o trasmessa in qualsivoglia forma o mezzo: elettronico, meccanico, reprografico, digitale, in codice, rune, geroglifici o tavolette di terracotta. Opera edita da: Effepi, via Balbi Piovera 7, 16149 - Genova, tel. 338.9195220.

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 Il processo dell'unione dell'anima col corpo – la discesa dell'anima nella materia – è, a voler vedere, la profonda tragedia dell'anima. Ma l'anima si assume tale terribile rischio come parte della necessità di discendere per poter poi ascendere ad altezze sconosciute [...]  La stessa Creazione, e la creazione dell'uomo, è precisamente tale rischio, una discesa per ascendere.

                                                                        Rabbi Adin Steinsaltz, in A. Kurzweil, 1996

 La forza della visione del mondo dell'ebraismo riposa nella fondamentale concezione ebraica delle anime ebraiche del popolo ebraico, le quali sono contenute nel serbatoio delle anime della comunità ebraica. I nostri saggi hanno detto: "Una pianta non cre­sce dal basso senza l'intervento di un angelo dall'alto".

                      il Capo Rabbino askenazita israeliano Abraham Schapiro, in Hila Tov, 1992

 Una nazione dispersa che ricorda il proprio passato e lo mantiene in relazione col presente avrà certamente un futuro come popolo e forse anche un'esistenza più glo­rio­sa di quella passata.

                                                                         l'ebreo Lev Levanda, in A. Kurzweil, 1996

 Il popolo d'Israele è assolutamente refrattario all'idea di Stato, considerato come collet­tività giuridicamente organizzata sopra un determinato territorio. Gli ebrei hanno viva in loro, per tradizione millenaria, la coscienza di popolo e di razza: una solida­rietà settaria li riunisce in un nesso unico in qualunque parte del globo essi si trovino. L'ebreo potrà vivere l'intera esistenza della Nazione dove è nato, ma la sua struttura, i suoi sentimenti si manterranno sempre ebraici e mai nazionalizzati. La storia d'Isra­e­le prova e documenta questa innegabile verità. Subirono infatti le più grandi sconfit­te morali, essendo banditi da una successione interminabile di Stati; e sempre si man­tennero compatti, gelosissimi della omogeneità della loro razza. Tutti quei signori che condannano con violente apostrofi le teorie razziste e le misure precauzionali anti­semi­te dovrebbero leggere, nella vera storia sociale, che gli ebrei furono i primi a praticare l'endogamia: a impedire cioè con il controllo e l'applica­zione di sanzioni severissime che un appartenente alla loro razza si unisse in matri­mo­nio con un indivi­duo di razza diversa.
                                         Cesare Bonacossa, Il vecchio mondo in congedo assoluto, 1941
Es ist heute aber ebenso wichtig, den Mut zur Schönheit zu finden wie den zur Wahr­heit, Oggi è però importante trovare il coraggio per la bellezza altrettanto come per la verità. Il nemico mondiale contro cui siamo in lotta ha scritto sulle sue bandiere la distruzio­ne del vero e del bello. È riuscito a far passare l'apprezzamento dei senti­menti più naturali in parte come stupido, in parte come risibile, in parte persino come infame. Tutti i grandi sentimenti e le grandi virtù caratteriali sono state da lui schernite, derise o infangate. È riuscito a far perdere a molti il coraggio di ricono­scersi aperta­mente nella propria razza, o addirittura di prenderne le difese.

             Adolf Hitler, discorso alla sessione culturale al Reichsparteitag, 5 settembre 1938

 C'è forse al mondo cosa più bella / di questa che ho avuto dagli avi? / Io monto a cavallo nell'alba nebbiosa / la mia mano scansa i beni di strada / splende un aratro in terra turingia / e solca la mia terra!

 Börries von Münchausen (nato nel 1874, suicida il 16 marzo 1945, di fronte all'imminente perdita  del suo bene più prezioso),Eigen Land (La mia terra), in L.L. Rimbotti

 Un mito antico, destato da uomini moderni, si rianimava impadronendosi della co­scienza, della fantasia, del sangue di milioni di uomini, risvegliati nella loro volontà e nel loro istinto d'impadronirsi della vita. Tutto questo era un corpo estraneo rispet­to alla società occidentale del Novecento, portava i segni inconfondibi­li di una rivolta pensata e attuata contro la modernità e in nome di valori ritenuti eterni, non immola­bi­li sull'altare del progresso, per sfamare l'insaziabile moloch consumista costruito dal capitalismo calvinista [...] Tornare non al sistema di vita della società preindu­striale e precristiana, ma al suo sistema di valori (comunità, ordine, gerarchia, senso della consanguineità della stirpe, amore per la terra, culto per la natura...) e disporre questi valori in qualità di fondamenta sulle quali erigere una civiltà padrona della tecnica: questo l'intendimento finale, la meta ultima del nazionalsocialismo. Il che significò nulla di meno che invertire la rotta della storia, spezzare il giogo di una rappresentazione temporale rettilinea, e disporsi invece a pensare la storia come costante emergere, inabissarsi e riaffermarsi di forze e valori in perenne pòlemos tra di loro [...] Il Terzo Reich appare come un edificio che si leva dal caos della prima metà del se­co­lo XX in virtù delle ascendenze storiche e culturali da un lato e popolari dall'altro. La "strana coppia" che in esso viene fatto marciare allo stesso ritmo – la tradizione e la modernità – è la sintesi evidente di un procedimento più interno, costruito sulla concessione di attributi sacri a nozioni eterne: il sangue e la terra innanzi a tutte [...] La creazione di una nuova religiosità eroica fondata sull'etica comunitaria fu la conci­liazione dell'eredità legata alla Prussia e agli Ordini cavallere­schi con quella prove­niente dagli strati più interni della cultura popolare: in questo senso veramente il nazio­nalsocialismo può essere visto come il riassunto mo­derno di tutte le esperienze del germanesimo storico. Il significato messianico dell'an­dare incontro al destino, sacrificando a questo compito la propria volontà, che Hitler pose all'inizio del suo cammino di rivoluzionario, ci rivela che con il nazionalsociali­smo non si è soltanto sul terreno della politica, e nemmeno solo su quello dell'ideolo­gia.

 Luca Leonello Rimbotti, Il mito al potere - Le origini pagane del nazionalsocialismo, 1992

Teoria antropologica

      La documentazione sulla quale il presente saggio ha trovato il suo fondamento – e le conclusioni che da essa sono legittima­mente scaturite – proviene, abbiamo detto, per la quasi totalità da fonti ebrai­che. La definizione di «ebrei» e di «ebreo» ha però trovato for­mu­la­zione non solo all'interno del Popolo Eletto, bensì anche nell'elabora­zione scien­tifica, antropolo­gica, religiosa e politi­ca degli studiosi, degli ideologi e degli statisti nazional­so­cia­li­sti. In questa penultima Appendice non ci proponia­mo di trattare delle radici culturali del nazionalsocialismo né di illustrare i provvedi­menti adottati per dare pratica soluzione alla questione ebraica in Germania e allon­tana­re dal suolo euro­peo mi­lio­ni di individui consi­de­rati inassimila­bili in quanto irriduci­bil­mente ne­mi­ci, ma di espor­re le definizio­ni da esso date, attra­ver­so gli studi di antro­po­logia e le disposizio­ni legislati­ve, circa i gruppi appartenenti all'ebrai­smo.      Preliminare ad ogni discorso è la definizione del concetto­ di «razza». Mentre i concetti di «specie» e «sottospecie» ve­do­no, soprattutto il primo, obiettivi criteri per la loro defini­zio­ne, quello di razza è invece sempre rimasto privo di parame­tri i­nequi­voci e scientificamente codificati (cosa che, per inci­so, non comporta certo l'inesi­stenza delle razze, ma unica­men­te l'impo­tenza della scienza a stabilirne una precisa demarca­zio­ne). Come più ampiamente diremo nell'ultima Appendice, una specie non è solo un raggruppamento di individui morfologicamen­te si­mi­li, ma una comunità ri­produt­ti­va i cui membri si riconoscono e ri­cer­cano come potenziali compa­gni sessua­li, con na­sci­ta di prole fertile dalla loro unione. La specie risulta perciò essere un'unità ecologica che interferisce come tale con le altre unità in­sieme alle quali vive, e un'unità genetica­ con­si­stente in un pa­trimonio genico intercomuni­cante, del quale l'in­dividuo è un tempo­raneo e limitato recipiente.      Divisione tassonomica successiva alla specie è la sottospe­cie, popolazione re­gionale di una specie politipica che si di­stin­gue dalle popolazioni sorelle per il fatto di occupare un territorio geografico distinto e pressoché isolato, e che pur essendo legata alle altre dal criterio della riproduttività fer­ti­le è tuttavia dotata di differenze morfologiche e fisiologi­che considerevoli. In persistenza di un isola­mento territoriale com­pleto la sottospecie assume i caratteri di una specie in potenza, può cioè col tempo da­re origine a nuove specie, alla fine anche molto diverse da quel­la originaria. Nell'ambito di tali popolazioni inoltre, a causa di meccanismi di varia natura, posso­no instaurarsi singoli complessi di geni per cui determinati sottogruppi vengono a dif­fe­renziarsi da altri della medesima sottospecie. A tali sottogruppi, e solo ad essi, è scientifica­mente cor­retto attribuire il termine di razza, o meglio «razza primaria», voca­bo­lo che in passato è impropria­mente impropria­mente servito e tuttora impro­pria­mente ser­ve per designa­re le sottospecie umane (razza «bian­ca», «nera» o «gialla»: i «ceppi prima­ri» di Kroe­ber) o al con­tra­rio etnie (gruppi determi­nati da un complesso di caratteri in­clu­dente sì un aspetto fisico comune, ma anche lingua, religio­ne, costumi e mentali­tà comuni), aggregati nazionali e perfino gruppi lingui­stici e comunità religio­se.      Definizione storico-biologica, la razza si basa, per quanto concerne la specie umana, su caratteri mor­fologici, anatomici, genetici, psico­lo­gi­ci e spirituali pre­sen­ti, ad espressività più o meno eleva­ta, negli in­dividui del gruppo (sostenendo l'inscindibilità di corpo e spirito, ben aveva fustigato nel 1940 Paul Bruch­hagen: «Da rigettare è la tesi che la razza sia solo e soltanto un aspetto cor­poreo, ma da rigettare è anche la tesi di Spengler ed altri che vi siano solo razze spi­ri­tuali»). La mancanza di criteri scientifica­mente co­di­ficati rende ragione delle molteplici classi­fi­cazioni delle razze da sempre operate dagli studio­si («Ogni scien­za definisce il concetto di quanto tratta. Il concetto di razza non è ancora stato chiarito scientificamente. La definizio­ne è un compito che spetta alla sistematica generale della psicologia razziale in quanto scienza», rileva ancora Bruchhagen).      Il frammischiamento di due o più razze (generalmente affini) può dare origine, in condizioni di isolamento riproduttivo e su congrua scala tempo­rale, ad una razza secondaria o «stori­ca», do­ta­ta di un più sfug­gente statuto scientifico/bio­logico che non le raz­ze progenitrici, ma porta­tri­ce di una non minore, concreta le­gitti­mità stori­ca ed esistenziale. Un'articolata definizione di «razza secondaria» è stata esplicitata nel 1939 dall'insigne medico e antropologo francese Georges Montandon, docente alla Sorbo­na e spirito scientifico tra i più liberi (ferito da partigiani ebrei in casa sua il 3 agosto 1944, mentre la moglie Marie Zoyaghine, che aveva aperto la porta, era morta all'istante, lo studioso viene dapprima ricoverato all'ospe­da­le Lariboisière, poi trasfe­rito in Germa­nia, ove si spegne a Fulda il giorno 30): «La parola razza si applica, o dovreb­be applicarsi, e conti­nua, almeno per la maggioranza degli etno­lo­gi e degli antropologi, ad applicarsi ad un gruppo umano defi­nito unica­mente dai suoi caratteri fisici o somatici. Ma oggi, nei paesi fascisti – per semplifica­re, chia­mere­mo paesi fascisti quelli che, conforme­mente all'abitu­dine secolare degli ebrei, fanno a loro volta ciò che gli ebrei chiamano razzismo, ma che biso­gne­rebbe chiamare etni­smo e che, infi­ne, per farsi comprende­re più facil­mente, bisognerebbe chiamare tut­t'in una volta etnismo e razzismo – nei paesi fasci­sti, dicevo, si chiama razza ciò che noi chiamia­mo etnia e, quando si vogliono precisa­re i due sensi della parola razza, si dice, in quei paesi, "razza etnica" per dire etnia, e "razza antropolo­gi­ca" per razza in senso pro­prio. La ragione di questa terminolo­gia, nei paesi fascisti, è che la parola razza è conosciuta da tutti, mentre la parola etnia è ignorata dalla massa». In parallelo, in L'école des cadavres Céline aveva fustigato gli ottusi, gli ignavi o i troppo furbi: «Beninteso, salvo rare e molto coraggiose ecce­zioni, i dotti della Scienza ufficiale, quasi tutti ebrei o massoni, negano puramente e semplicemente l'e­si­stenza della razza ebraica. Per tagliare ancora più corto a ogni pericolosa contro­ver­sia, trovano ancora più espedienti per negare puramente e sempli­cemente l'esi­stenza delle razze e della razza bianca ariana, certamente, in particola­re [...] Comun­que, malgrado tutto, nondimeno, si trova sempre qualche dissenziente, qualche nega­tore di luoghi comuni nei quadri più scelti della Scienza più ufficiale, come Georges Montandon, professore di Etnologia alla Scuola di Antropologia di Parigi. Ecco ciò che dichiara questo irreprensibile studioso nel suo recente opuscolo "Messa a punto del problema delle razze": [...] "Giungeremo così alla seguente con­clu­sione quanto al problema antropologico giudaico. Quelli che dicono 'Non esiste una razza ebraica', oppure 'Gli ebrei rappresentano un'etnia, non una razza!', gioca­no con le parole. Certo, prima di tutto esiste un'etnia ebraica; è l'etnia ebraica che gioca un ruolo nella storia. Si può pure dire, da un punto di vista antropologico, 'Non esiste una razza ebrai­ca' nel senso che la somma dei caratteri giudaici non è sufficiente per mettere questo tipo sullo stesso piano d'altri ai quali è conferita dignità razziale. Ma, se non c'è una razza ebraica in questo senso, c'è un tipo razziale ebrai­co che permet­te, in numerosissimi casi, di riconoscere gli ebrei dal loro fisico"».      Con altrettanta chiarezza si era espresso, dopo avere premesso la definizione di razza formulata dall'antropologo Hans F.K. Günther («the racial zealot, il fanatico della razza» di Robert Proctor, noto anche come «Rassen-Günther»), il dottor Curt Rosten nel popo­la­re Das ABC des Nationalsozialismus, capitolo "La questione razzia­le dal punto di vista nazionalso­ciali­sta!": «Esistono dunque, generalmente, popoli di razza pura? A tale domanda possia­mo rispondere con un netto "no", poiché pressoché tutti i popoli costituiscono miscu­gli razziali. Ciò che fa apparire diverso ogni popolo è il diverso rapporto tra le razze che lo formano. In un popolo è mag­gior­mente rap­presentata una razza, in un altro un'altra. Anche gli ebrei non sono un popolo raz­zial­mente puro [sind kein rassereines Volk]. Ma, per quanto anche i popoli europei sia­no costituiti da miscugli razziali, ciò che sempre fa apparire gli ebrei una razza estra­nea [Fremd­rasse] discen­de dal fatto che nel miscuglio razziale del popolo ebraico pre­dominano caratteristiche fisiche e psichiche [leibliche und seelische Eigenschaf­ten] di razze extraeuropee consolida­te. A prescindere dagli ebrei, anche ogni altro individuo appartenente a razze extraeuro­pee ci appare sempre come qual­cosa di estra­neo. Donde nasca la più o meno grande av­versione nei con­fronti della razza ebraica, l'ho illustrato in un altro capitolo di questo stesso libro. Ma perché noi, che pure non siamo un popolo razzial­mente puro, siamo contrari a ­mi­schiarci con gli ebrei? In un certo qual modo le razze europee sono fra loro collegate da rapporti di consangui­neità, mentre gli ebrei sono una razza bio­lo­gicamente estra­nea [eine bluts­fremde Ras­se] e gli incroci tra razze biologicamen­te estranee non contribuiscono in nulla al­l'a­scesa di un popolo [absolut nicht zur Höherentwicklung eines Volkes beitragen]».      Consapevoli sia delle difficoltà di una definizione scienti­fi­camente fondata, sia del fatto che non esistono più da secoli razze primarie o «pure», i più autorevoli esponen­ti nazio­nal­so­cialisti hanno infatti sempre avuto chiari i termini del proble­ma, sia sotto l'aspetto teorico-ideologico, sia sotto quello pratico-politico. Talché se polemica è nata, e tuttora perdura, sul senso e sulla posizione raz­ziale del nazionalso­cialismo, ciò è dovuto in primo luogo al deliberato obliare la so­stanza e la profondità dei numerosissi­mi studi di antropologia, medicina sociale, igiene e demo­grafia com­piuti non solo dagli esponenti di quel movimento ma anche dagli stu­diosi che li hanno preceduti, in tutta Europa, ne­gli­ ulti­mi decenni dell'Otto­cento.      Tra i primi ad accostarsi in senso scientifico – ovviamente con la terminologia dell'epoca – alla «questione raz­ziale» sono i france­si Arthur De Gobineau e Georges Vacher de Lapouge; i tedeschi Julius Lan­gbehn, Rudolf Virchow, Guido von List, Jörg Lanz von Liebenfels, Paul An­ton de Lagarde e Richard Wagner; l'inglese Hou­ston Stewart Chamber­lain, gene­ro di Wag­ner; l'ebreo austriaco Otto Weininger.      Per la sola Erb- und Ras­senpfle­ge, «igiene ereditaria e razziale», si possono poi fare i nomi dei tedeschi, molti attivi prima dell'a­scesa al potere del nazionalsociali­smo: Erwin Baur, Karl Heinrich Baur, Agnes Blum, Max Hildebert Boehm, Fried­rich Burgdor­fer, F. Dubit­scher, Werner Feldscher, Eugen Fischer, Albert Friehe, Ger­hard Friese, Jakob Graf, Bernard Groethu­ysen, Maxim von Gru­ber, Arthur Gütt, Wilhelm Hildebrandt, Geza von Hoffmann, E. Jörn­s, Igo Kaup, Friedrich Keiter, Hansjoa­chim Lemme, Fritz Lenz, D. Linden, Hermann Lundborg, Emil Hugo Mö­bius, Hermann Mucker­mann, Alexander Paul, Alfred Ploetz, Kurt Poh­lisch, Ernst Roden­waldt, Curt Rothenberger, E. Rüdin, H. Schade, Wilhelm Schallma­yer, J. Schottky, Julius Schwab, Hermann Werner Siemens, Martin Staemm­ler, B. Stein­wallner, Lothar Stengel von Rutkowski, F. Stumpfl, Otmar von Ver­schuer, Hans Weinert, S. Wellisch, Frie­drich von Wettstein, Ludwig Woltmann e Matthes Ziegler.      La filosofia, l'ideologia, la storia e l'antropologia etnica, la psicologia, la medici­na sociale e la demogra­fia, che tante relazioni hanno con l'igie­ne razziale, sono coltivate, oltre che da taluni degli studiosi sopra nominati, da scienzia­ti, storici e sociologhi quali Karl Astel, Ejnar Baaben, Adolf Bartels, Carl Böhm, Kurt Brenger, Paul Bruchha­gen, H. Bryn, Hans Burk­hardt, Ludwig Ferdi­nand Clauss, Richard Walter Darré, Paul Dermann, J. Ditel, Ernst Dobers, Ri­chard Eiche­nauer, Egon von Eickstedt, Rolf Ludwig Fah­renkrog, Wil­helm Franke, Georg From­molt, Hans Geisow, H. Geissel, Walter Groß, Hans F.K. Gün­ther, Siegfried Gün­ther, Jakob Wilhelm Hauer, Otto Hauser, Adolf Helbok, W. Hellpach, Otto Helmut, Her­bert Hentschel, Michael Hesch, Kurt Higel­ke, Hans Hinkel, F. Hoff­mann, Her­bert Hoffmann, Egon Hundei­ker, Werner Huttig, Paul Irrgang, Erich Rudolf Jaensch, W. Jaensch, Rostislav Jendyk, Stef­fen Kamp, Fritz Kern, Kisskalt, Gustav Kossin­na, Ernst Krieck, Werner Kulz, Eidur G. Kvaran, Emil Lehmann, Ro­bert Lehmann, Her­bert Linden, Bruno Luxen­berg, K. Ma­gnussen, Jon Alfred Mjöen, Theodor Mol­li­son, Helmut Nicolai, Eugen Ortner, Siegfried Passar­ge, Gustav Paul, Johannes Paulsen, Bruno Peter­mann, Bernhard Pier, Josef Pfitzner, Otto zu Rantzau, Otto Reche, Rolf C. Reiner, Fritz Reinhardt, J. Riess, Ernst Ritter­shaus, Ferdinand Rossner, Falk Ruttke, Peter Sachse, Heinz Saeßner, Karl Saller, Walter Scheidt, Ludwig Sche­mann, Arno Schic­kedanz, Werner Schmidt, Ludwig Schmidt-Kehl, Bru­no K. Schultz, Wolfgang Schultz, Walter Schultze, Paul Schultze Naumburg, Gregor Schwartz-Bostunitsch, I. Schwi­detzky, G. Spannanus, Karl Spiess, Wilhelm Stapel, W. Stolpe, Hans Thie­ler, Alexander Thomsen, Hermann Ullmann, Wal­ter­ Wallo­witz, Arthur Wetz, Hein­rich Wolf, K.F. Wolff ed Hermann Wurmbach. I centoquaranta autori citati non sono del resto che i più autorevo­li, attivi e noti, avanguardie e testimoni di centinaia di autori minori o meno puntuali che trattano dell'argomento razziale in libri e riviste dei più disparati settori della vita culturale. Pressoché ignote alle masse dei nostri giorni sono la varie­tà e l'entità della pro­du­zione libraria e della pubblicistica edite nei dodici anni del Terzo Reich, talché buon gioco hanno avuto i nemici del na­zionalsocia­li­smo nel tac­ciarlo di «incultura», «oscurantismo» e mero attivismo. A sfatare tale tesi basti anche solo considerare i quattro vo­lumi della Liste der auszuson­dernden Literatur, «Elenco dei Li­bri da Sele­zionare», compilata dall'Abtei­lung­ Volksbild­ung der Sowjetischen Mi­litär-Admini­stration in Deutschland, «Divi­sione per l'Educazione Popolare del­l'Am­mini­strazione Milita­re So­vie­tica in Germania».      Editi a Berlino nel 1946, 1947, 1948 e 1953, i volumi ripor­ta­no, in ordine alfabe­tico per autore, rispettivamen­te: 13.223 ti­toli di libri e 1502 di periodici; 4739 di libri e 98 di perio­dici; cir­ca 9400 di libri e 500 di periodici; circa 6000 di libri e 450 di periodici. Oltre a tutti i libri di scuola editi dal 1933 al 1945, il totale degli scritti «da selezionare», va­le a dire da mettere all'Indice, da sottrarre cioè al pubblico (le prime tre liste valgono anche nelle Zone occidentali), am­mon­ta quindi a oltre 33.000 volumi e 2500 periodici. Degli esponenti politici del nazionalso­ciali­smo vengono i­nol­tre proibite tutte le opere, così come tutte le opere – per quanto attiene a questa Appendice – di autori quali Darré, Günther, Gütt, Hauer, Hinkel, Krieck, Nicolai, Reinhardt e Ruttke. La prima lista e i tre aggiorna­menti sono il risultato del­l'e­same di due milioni di titoli, un milione edito dal 1914 al 1933, l'altro dal 1933 al 1945.      Dando piena attuazione ai «consigli» («Sarà superstizione, ma ai miei occhi i libri che hanno comunque avuto la possibilità di uscire in Germania fra il 1933 e il 1945 sono del tutto privi di valore, e non si dovrebbe neppure prenderli in mano. Sono impregnati tutti di un certo odor di sangue e di vergogna: meglio varrebbe mandarli tutti al macero») formulati da Thomas Mann nella «lettera aperta» inviata nell'estate 1945 allo scrittore Walter von Molo, già presidente della Deutsche Akademie, che lo aveva invitato a rientrare in Germania, e pubblicata per la prima volta da Aufbau, periodico ebraico newyorkese in lingua tedesca, la «selezione» concerne però per la quasi totalità il milio­ne di scritti pubblicati nei dodici anni del nazionalsocia­lismo, in quanto di gran lunga più pericolosi per l'opera di «rie­du­cazione» del popolo tedesco. Anche gli Occiden­tali, del resto, e con la stessa ferocia, svolsero nelle loro Zone di occupazione un'intensa campagna rieducativa non solo con de­creti, tribu­na­li ed esecuzioni, ma col con­trollo totale dell'e­du­cazione scolastica, delle case editrici, della stampa e della ra­dio.      «L'Elenco dei Libri da Selezionare» – recitano i curatori nel I volume – «deve costituire un ausilio per i competenti uffici ed addetti al fine dell'appli­cazione delle ordinanze del Governo Militare, onde sottrarre al pubblico uso tutte quelle ope­re che hanno un contenuto fascista o militarista, che conten­gono proget­ti di espan­sio­nismo politico, che illustrano la dot­tri­na razziale na­zionalso­cialista o che sono rivolte contro gli Alleati. Per un e­sa­me secondo questi parametri furo­no in primo luogo con­si­derate le opere tedesche pub­bli­cate negli anni del regime hitleria­no, dunque negli anni dal 1933 al 1945. Per certi versi furono prese in consi­derazione anche le opere pubbli­cate negli anni precedenti [...] Mol­ti libri che, senza essere na­zio­nalsocialisti o militari­sti nella loro totalità, mostrano tut­ta­via assunti isolati degni di ri­prova­zio­ne, saranno ripresi per una successi­va verifi­ca. Accanto a questi libri, assenti dal presen­te Elenco, manca­no poi opere che non sono state finora sot­toposte all'esame della Commissione, poi­ché le giacenze delle li­brerie tedesche, sulle quali è stato compo­sto l'Elenco, hanno po­tuto essere rile­va­te dai depositi soltanto a lavo­ri in atto».      In tutti i casi l'Elenco non esime i responsabili delle bi­blio­teche e delle librerie dall'adoperar­si attivamente nel vietare il prestito e la vendita di pubblica­zioni non esaminate e perciò non comprese nell'Elen­co. Il medesimo inten­di­men­to deve portare al divieto, al sequestro ed alla segnalazio­ne di tutti quei giornali e riviste che «mo­stra­no espressa­mente uno spirito fascista o contengono in gran co­pia saggi ed articoli influenzati in senso fascista». Dei libri, quando non altrimenti previsto, sono da con­si­de­rare sotto divieto tutte le edizio­ni e le ristampe; dei periodi­ci, tutte le annate. Quanto la sottrazione, allo studioso, all'indipendente e al semplice al curioso, delle testimo­nianze e delle fonti primarie del nazionalsocia­lismo (un semplice conto dei libri demoproibiti ci rivela la pubbli­ca­zione media quotidiana di almeno otto opere «maledette» – e di com­plessive duecentotrenta quotidiane – per tutti i giorni dell'an­no e per ognuno di quei dodici anni) ha giovato ad una corretta, non faziosa comprensio­ne di quel feno­meno epo­ca­le costituito dai fascismi eu­ropei?      Motivi d'incomprensione della concezione razziale del na­zio­nalso­cialismo sono in secondo luogo, dopo la sottrazione delle fonti primarie al comune lettore e all'uomo della strada, l'uso volutamen­te scorretto dei termini usati dal nazionalso­cia­lismo e la mistificazio­ne delle sue tesi da parte degli avversari, in particolare dopo la demoniz­zazione olo­cau­stica. Con la devastante vittoria dei nemici radicali della Germania e di ciò che essa ha rappresentato nel campo dello spiri­to come nel diveni­re storico, abbiamo in­fatti assistito per mezzo secolo non solo ad una greve imposi­zio­ne alle mas­se – attraverso l'aggres­sione multi-media­le – della loro versione degli eventi come dato «intangibile e definitivo», ma anche, e so­prattutto, del loro linguag­gio e della loro semantica, vera neolin­gua orwelliana. Il risultato di tale occhiuta attenzione è stato un rozzo, maligno, caricatu­rale stravolgi­mento delle tesi e dei signi­ficati conferiti ad uomini e cose dal nazionalso­cia­lismo. L'obiettiva difficoltà dell'approccio alla questione raz­zia­le è infatti ben presente alla mente dei più responsabili esponenti politici e dei più obiettivi studiosi te­deschi.      «Col concetto di "razza"» – scrive l'antropo­logo Richard Ei­che­nauer, già curatore dell'opera di Darré Neuadel aus Blut und Boden, «La nuova nobiltà di sangue e suo­lo», rifa­cendosi al maestro e più noto antropologo Hans F.K. Gün­ther – «inizia la confusione in perso­na. Nelle con­versazioni­ co­me sulla stampa si possono ancor oggi incontrare espres­sio­ni come "razza tedesca, italiana, slava, ebraica" e similari. Propria­mente il concetto di razza nulla ha da spartire con alcuno di tali at­tribu­ti. In altri termini: si confondo­no ancor oggi spesso: razza e Volkstum [il termine, coniato nel 1809 da Friedrich Ludwig Jahn a sostituzione del meno tedesco Nationalität e per il quale manca l'equi­va­len­te italiano, corrisponde alla risultante di un insieme di concet­ti­ qua­li: nazionalità, etnicità, stirpe, popolo inteso come spiritualità e costuman­ze, carat­tere naziona­le, comu­nità socio­an­tropologi­ca; va quindi inteso come identità etno­nazio­na­le, «l'in­sieme di tutto ciò che costituisce lo specifico modo di essere di un popo­lo» o anche, come scrive Giorgio Penzo (I) seguendo il giurista nazionalsocialista Wilhelm Sauer, il «complesso di valori spirituali di un determinato popolo»; pur essendo insomma certamente qualcosa di più di «etnicità» e di «nazione», nel prosie­guo lo tradurre­mo col più generi­co termine «na­zio­ne», intesa però come sommatoria soprat­tutto spirituale e di costumi], razza e lingua, razza e cit­ta­dinanza, perfino razza e religione».      Quest'ultima equivalenza, continua Eichenauer, è poi quanto di più paradossa­le e scorretto possa esservi, e deve quindi asso­lu­ta­mente scomparire: «Nessuno può so­ste­nere seriamente che un negro battezzato non sia più negro in conseguen­za del suo batte­si­mo; o che un uomo che si faccia o ritorni, per qualsivo­glia motivo, mu­sul­mano, da cristiano che era, cambi con ciò la sua appartenenza raz­ziale. La medesima cosa si può dire per il caso, per noi tede­schi così rilevante, in cui un ebreo abbando­na la religio­ne [più pre­cisa­mente: Glaubensge­meinschaft, «comunità di fede»] dei suoi padri. I rapporti fra razza, popolo e Stato si confondono i­nol­tre in parecchi cervelli soprattutto perché oggi, specialmente in Europa, anche l'appartenen­za allo Stato ed alla nazione non sem­pre coincidono. Noi parliamo a­d e­sem­pio erroneamente di razza "te­de­sca", generando una doppia confusione, poiché non si sa se con il termine "tede­sco" si­ deb­ba­no intendere tutti gli appartenenti al Reich tedesco o tutti i membri del Volkstum. Se si intende la prima cosa, l'espressione "razza tedesca" è chiaramen­te errata. E ciò perché la storia ha amaramen­te insegnato proprio a noi tedeschi co­me facilmente i confini statali possano separare uomini del medesi­mo sangue. La cittadi­nanza [Staatsan­gehörigkeit, «il far parte del­lo Stato», concetto solitamen­te tradotto con «l'appartenenza allo Stato» e che con la prima legge di Norim­ber­ga avrebbe mu­ta­to seman­ti­ca, impropriamente tradotto con «sudditan­za»] non esprime quindi assolu­tamen­te l'apparte­nenza razziale [Rassenzu­geh­örigkeit] di un uomo».      «Anche se si possono addurre esempi nei quali nazione e cit­ta­dinanza più o meno coincidono, come in Francia [ricordiamo che Eichenauer scrive nel 1935, dato che oggi, dopo tre quarti di secolo, la Francia è, quanto alla "cittadinanza", il paese più meticciato, antesi­gna­no dello ius soli e repulsivo dello ius sangui­nis], è errato colle­ga­re la parola razza con un nome di popolo. Facendo ciò si favori­sce la confusione tra razza e na­zio­ne. Per la nostra convin­zione di tede­schi "l'inglese" ap­pare fatto in un certo modo; diversa­mente "il francese", "il russo" e "l'italia­no". Certo i caratteri proprî di questi popoli si possono fare risalire a differenti rapporti razziali origina­ri all'inter­no dei singoli complessi nazionali [...] ma ognuno che conosca anche solo superfi­cial­mente questi po­poli sa che oggi quel­la rap­pre­sentazione globale della loro esterio­ri­tà non sempre ri­sponde al vero. Non tutti gli inglesi sono slanciati, magri e biondi; non tutti gli ita­lia­ni sono di pelle scura, bassi e cortesi. Nei territori te­de­schi occupati dopo la Grande Guerra si poterono frequente­mente vedere uf­fi­ciali francesi che, infilati in uniformi tede­sche, non si sareb­be detto opportuno vestire altrimenti. Queste rifles­sio­ni dimo­stra­no quindi che espressioni come raz­za "germa­ni­ca" o "slava" sono egualmente erra­te, perché "germani­co", "sla­vo", "roma­no" identifica­no gruppi di lingue o aggregati di nazio­nali­tà, ri­por­tandoci quindi sempre al concetto di popolo, non a quello di razza».      «Lo stesso accade infine per concetti come "indoeuropeo" o "semiti­co". En­trambe le espressioni indicano una parte preci­sa della nazione, cioè l'appar­tenenza lin­guistica. Anche qui, nel­l'affinità linguistica, persistono accennati certi legami di razza col passato, ma ai popoli parlanti lingue indoeuropee o semitiche appartengono uomi­ni di razze molto diverse. All'oppo­sto, abbiamo e­sempi a suffi­cienza di come indivi­dui e gruppi uma­ni che cambiano la loro lingua mantengo­no tuttavia intatta la lo­ro razza. Gli ebrei parlano ovunque le lingue dei popoli che li ospitano; i negri degli Stati Uniti parlano inglese; i norman­ni studiano in Normandia il francese e in Inghil­ter­ra l'anglo­sasso­ne; la lingua di Roma scac­ciò tutte le lingue dei popoli detti roman­zi, senza che una succes­siva trasformazione razziale fosse tuttavia collegata con questo mu­ta­mento di lingua. Noi quindi con­cludiamo: Le affinità e le dif­fe­renze lin­gui­stiche non si di­mo­strano di per se stesse razzia­li».      «E tuttavia l'esperienza insegna che le nazioni, ad esempio quelle europee, sono chiaramente diverse l'una dall'altra. Non ha proprio nulla a che vedere la razza con queste diversità? Ri­sponde­re affermati­vamente sarebbe certo errato. In tutti i popoli europei si trovano pressoché le stesse razze, ma in rap­porti quantita­tivi di­versissimi tra loro. È questo rapporto quantita­tivo a determina­re in grande misura l'essenza ge­nerale dei popo­li. Per lo più non dipende da questo rap­porto quantitati­vo se una razza è più o meno rappre­sen­tata in un popolo, ma dalla forza con cui è in esso rappresen­ta­ta e dal fat­to che essa, in conse­guenza delle sue forze, è o meno nella con­dizione di in­fluen­zare in modo rilevante o decisivo il volto fisi­co­ e spi­ri­tuale di quel popolo. Lo studio delle razze è una scienza dei gruppi; i suoi dati par­la­no quindi talora male quando si cerchi di applicarli al caso indivi­duale. Essi parlano però per la media del gruppo. Riassu­mendo allo­ra con Günther: "La cittadinanza è un concetto giuridi­co, la nazio­ne­ un concetto stori­co e di costumi; la razza è un concetto delle scienze natu­rali ap­plicate all'uomo: un concetto dell'antropologia descrittiva [...] La nazione uni­sce per lo più uomini della stessa lingua e della stessa civiltà, lo Stato uomi­ni di un medesimo deli­mi­tato territo­rio; la razza uomini con gli stessi caratteri eredi­ta­ri fisici e spirituali [più esatta­men­te: seelischen, "psichici", "dell'anima", n.d.A.]". In queste proposizio­ni di Günther abbiamo anche una defini­zione u­ti­liz­zabile del concetto di "razza". Di­ciamo quindi: "Le razze sono gruppi umani con gli stessi caratteri eredita­ri". Poiché però oggi si tralascia l'a­spetto spirituale dell'uomo, si direbbe forse me­glio: "Le razze sono gruppi umani con gli stessi caratteri eredita­ri fisici e spiritua­li"».      Eichenauer identifica poi, e connota seguendo Günther, le razze prima­rie euro­pee in sei gruppi: nordico (nordisch), fàlico (fälisch, o dàlico, o cro-magnoide), occiden­ta­le (westisch, o mittelländisch, mediterraneo, o mediterranisch), al­pino (ostisch, orientale, o dunkel-ostisch, orientale scuro), dinarico (dina­risch), baltico-orientale (ostbaltisch o hell-ostisch, orientale chiaro). Per quanto concerne le caratteristiche fisiche e spirituali delle sei razze, di cui non è qui luogo parlare, rinviamo il let­to­re a Günther e Clauss (già allievo, questi, del fenomenologo Edmud Husserl e di Carl Gustav Jung) e agli italiani Julius Evola e Adriano Romualdi.      Dopo aver tratteggiato il divenire storico-razziale delle prin­cipali nazioni europee, lo studioso nazionalsocialista viene a parlare dell'ebrai­smo, aprendo il discorso con una notazione perso­nale: «In un colloquio con un conoscente insoli­ta­mente sin­ce­ro, e­gli mi disse: "So bene che ci sono tedeschi, ebrei, negri, ma per il resto non cono­sco molto della questione razzia­le". Que­sta frase è significativa: l'attenzio­ne del mio conoscen­te si era portata, come accade per la maggior parte della gente, da un lato su di una razza lontana (i "negri"), dall'altro sull'"an­tisemiti­smo" nella sua forma corrente. In effetti, fino a non molto tempo fa nei cir­co­li non scientifici la "questione razziale" era consi­derata­ qua­si sinonimo di "questione ebraica". Solo il formidabile sviluppo della ricerca sulle razze ha portato a conoscenza, in circoli più ampi, del fatto che, in fondo, l'oc­cuparsi dell'e­braismo per lo studio delle razze non è un caso eccezionale, e cioè non è altro che lo studio razziale di una certa nazione. La partico­lare importanza della questione ebraica per la storia te­de­sca dei nostri giorni si chiari­sce soltanto in riferimento alle particolarità epo­cali e spaziali della nostra situazione. Noi u­siamo per l'appunto l'e­spres­sione "studio di una nazione". In­ es­sa si esprime un fatto che, sebbene sia oggi ripe­tuto quasi quo­ti­dianamen­te, è tuttavia un possesso effettivo e profondo di po­chi: l'ebraismo non è una razza, ma una nazio­ne».      «Il popolo ebraico» – ribadisce agli allievi a Vienna il professor Ja­kob Graf, con­cordando non solo con la più equilibrata scienza tedesca della razza, ma proprio col Capo del nazio­nalsocialismo – «è un miscuglio di razze [Rassengemisch; già Sombart aveva parlato degli ebrei quale ethnisches Gemisch, miscuglio etnico; dell'ebreo J.M. Judt ricor­diamo la definizione di Konglome­rat; di Schwartz-Bo­stu­nitsch di Rassen­mischmasch] nel quale la parte principale è composta dalle razze ana­to­lica [vorde­r­asia­tisch, o dell'Asia Anteriore, successiva­mente chiamata anche levanti­na, armenoi­de, o taurica, prima portatri­ce del famoso «naso ebraico»] ed orientale [orien­ta­lisch]».      Anche l'italiano Leone Franzì, illustrando ai connazionali nel 1939 la «fase attuale del razzismo tedesco», si esprime in modo simi­la­re: «Concetto fon­damentale [delle tesi razziste tedesche] è il conside­rare l'ebreo non una razza, ma unicamente una comunità etni­co-nazio­nale la quale, per ragioni sconosciute, si è mantenu­ta­ in­tegra at­traverso i secoli e che deriva dalla fusione di molte­pli­ci razze originarie, anche se sulla definizio­ne di queste raz­ze non vi è completo accordo (bianca e negra secondo alcuni, o­rientale e levan­tina secondo altri)».      «Se si definisce razza un gruppo umano con lo stesso patri­mo­nio ereditario» – continua Eichenauer – «ne consegue che gli ap­par­tenenti ad una stessa razza debbono essere così simili nel fisico che, perlome­no ad un occhio esperto, li si può riconosce­re­ come si­mili. È però un fatto che nell'ebraismo gli individui si mostra­no così diversi che persino i loro connaziona­li non li riconoscono – così come avverrebbe per l'aspetto di individui tede­schi o francesi. Devono perciò esserci nell'e­braismo indivi­dui di razze diverse. Ricordiamo inoltre con poche parole che naturalmen­te l'e­brai­smo non rappresenta però una mera comunità religiosa. In verità nell'ebraismo fin dall'i­ni­zio comunità religiosa e nazio­ne sono strettamente connessi; oggi ci sono però notoriamen­te molti ebrei che non fanno più parte della confessio­ne mosaica. Chi vo­les­se dire di costoro che non sono più ebrei dovrebbe misconoscere non solo i dati biologi­ci, ma avrebbe contro di sé, quali testimoni, gli ebrei stessi, poiché essi con­siderano notoriamen­te dei loro an­che i connaziona­li non mosaici. L'e­braismo è invero più difficil­men­te riconosci­bile come na­zio­ne in quanto gli mancano due cose che ab­bia­mo in precedenza conside­rato quali segni di riconosci­mento degli aggre­gati nazio­nali: non ha un territorio sul quale raggrup­parsi come padrone (cioè: non ha uno Sta­to) e non ha una propria lingua. Quando si ammettesse la riuscita di una fondazio­ne statale ebrai­ca – in Palestina od altrove – quando si presuppones­se più remo­ta­mente la realizzazio­ne delle aspirazioni all'introduzione del neo-ebraico come lingua di uso corrente, la nazione ebraica non si discosterebbe­ più­ dal­le al­tre anche sotto questi due aspetti. Come si dia il caso che nono­stante la mancanza di lingua essi restano così stretta­mente uniti fra loro, lo vedremo più avanti. Se l'ebrai­smo è una nazio­ne, deve allora essere, come ogni altra nazione odierna­, un mi­scu­glio di razze diverse. Consi­de­rare la sua struttura­zione raz­ziale è dunque il nostro prossimo compi­to».      Eichenauer passa quindi all'esame storico della formazione e del consolidamento del Volkstum ebraico: «Sulla conformazione raz­ziale della prima popola­zione stabili­ta­si in Palestina non c'è­ an­co­ra concor­danza di vedute; i più la considerano westisch. Nel quarto millennio a.C. troviamo in quel paese la razza anato­li­ca [vorderasiatisch]. La sua patria primor­diale sono state le terre caucasi­che, dalle quali essa nel quarto e quinto millennio si era diffu­sa per tutta l'Asia Mino­re. Già nel terzo millennio dobbiamo poi con tutta verosi­miglianza ammet­tere migra­zioni di gruppi nordici in Palesti­na. Le loro più antiche tracce sono reperibili [...] nelle grandi costruzioni di pietra, nei dolmen e nelle tombe me­ga­litiche. Noi vi abbia­mo già considera­to anche gli amorrei con i loro ceti superiori nordici, così come lo saranno i filistei che vi giungeranno più tardi. Accanto a que­sti entrano poi nella questione, quali portato­ri di impronte nordi­che, i mitanni, che nel secondo millen­nio subentrano come strato dominante del­le città palestinesi. Essi ci si presentano come individui di razza nordica attraverso le rappre­sentazioni date di loro dai dipinti e dai bassorilie­vi egizi ed attraverso i nomi indo­europei di persone e di divinità, la cui conformazione molto si appa­ren­ta a quelli dell'In­dia antica. Come terza compo­nente del miscuglio raz­ziale antico-palestinese si ag­giunge la razza o­rienta­le [o­rien­talisch, "semiti­ca"]. Già la gran massa del popolo amorreo sembra essere stata di tale raz­za; si nomina da lui una delle mi­grazioni semi­tiche, la "migrazione amorrea o cana­nea". Essa ha il suo inizio intor­no al 2500. Ad essa ap­par­tiene, co­me "più re­cente ondata" (Günther [Rassenkun­de des jüdischen Vol­kes "Antropologia del popolo ebraico", cui si affiancano gli ebrei Judt con Die Juden als Rasse - Eine Analyse aus dem Gebiete der Anthro­polo­gie "Gli ebrei come razza - Analisi antropolo­gica", Maurice Fishberg con The Jews: A Study of Race and Envi­ron­ment "Gli ebrei - Studio sulla razza e l'ambiente" e Die Rassen­merkma­le der Ju­den - Eine Einführung in ihre Anthropolo­gie "Le caratte­ri­stiche raz­ziali degli ebrei - Introduzione alla loro antropologia" e Fritz Kahn con Die Juden als Rasse und Kul­tur­volk "Gli ebrei come razza e civil­tà"]), la migrazio­ne degli ebrei in Palesti­na, che la seguì tra il 1400 ed il 1200 a.C.: "Possiamo indivi­duare due migrazioni principali degli ebrei, una dal nord, che pene­tra nel territorio del futuro regno di Israele, una dal sud, che occupa il territorio del futuro regno di Giuda. Il nome della stirpe che migra dal sud, quella degli habiru, è stato più tardi conferito al popolo intero: gli ebrei (in ebraico, ibrim)". Aggiun­giamo infine elementi delle razze camita (etio­pica) e ne­gra, che si possono pe­raltro supporre già per la Palestina antica [non meravigli tale apporto di sangue, ammesso anche da Kahn], ed abbiamo elencato tutte le com­po­nenti del mi­scu­glio razziale dal quale si costruì il popolo ebraico nei secoli prima di Cri­sto"».      «Il popolo ebraico» – scrive Walter Grundmann – «nasce dall'incontro tra le stirpi orientali e le stirpi anatoliche che si trovavano già sul posto con il loro strato superiore di origine nordica: "razza orientale come base, razza mediterranea come aggiunta, razza anatolica come seconda più forte base ed elementi nordici di quando in quando incrociati" [Eugen Fischer, Rassenentste­hung und älteste Rassengeschichte der Hebräer]. Dalla differenza tra ebrei e arabi, i quali non posseggono la componen­te anatolica ma appartengono soprattutto alla razza orientale, possiamo riconoscere cosa ha prodotto il frammischiamento con gli elementi razziali anatolici. Gli incroci nordici, che innanzitutto poterono essere rinforzati dall'incontro coi filistei, si lasciano riconoscere nelle età più antiche nei ceti dominanti, ma si perdono progressi­vamente col passare del tempo. All'origine nordica Günther adduce per la prima età ebraica il 10-15% del complesso ereditario totale delle stirpi ebraiche, quota che nei secoli intorno all'anno zero si aggira ancora intorno al 5-10%».      Con l'inizio dell'«era volgare» la com­posizione razziale delle genti ebraiche trova quella stabiliz­za­zione che avrebbe sostanzial­mente mantenu­to per due millenni, per cui ben corretto è l'appunto di Kahn: «Die Juden sind kein Ras­sentyp gewesen son­dern geworden!, Gli ebrei non sono stati un tipo razziale, lo sono diventati!». Se di «razza» ebraica possiamo quindi con le­git­ti­mità parla­re, dobbiamo sempre avere pre­sente che essa, come tanti altri aggregati odierni, non è certo una razza «primaria» o «pura». A differenza tuttavia di tutti gli altri aggregati nazionali odierni, il Volkstum ebraico, compattato dal­l'in­cessante predicazio­ne talmudica dell'«elezio­ne divina», se ha perso bensì milioni di individui – entrati in altre nazioni a modificarne più o meno sottilmente la confor­ma­zione razzia­le – ha sempre man­tenuto una sostan­zia­le chiusura nei con­fronti di ogni altra realtà biologica. Le ottanta genera­zioni di incroci in­ter­ni e la virtuale (e spesso effettiva) assenza di esoincroci per due mil­lenni hanno dato vita ad un rimescolio di geni all'interno di quel­l'aggre­gato, con la forma­zione di una non meno legittima «raz­za seconda­ria» (la «race juive» di Elie Eberlin).      È questa «razza secondaria», o «storica», che gli ebrei cer­ca­no oggi di «fissare» e salvare dalla disgregazione. È con essa che, legittimamen­te considera­ta dal nazio­nal­socialismo con tutti i distinguo e le intelligenti eccezioni co­me raz­za tout court, deve confron­tarsi oggi ogni spirito libero che voglia restare fedele alla memoria e al retaggio ­spiri­tua­le-biologi­co – al com­plesso inscindibile di corpo, anima e spirito, il Körperlich-Seelisch-Gei­stiges di Rolf Reiner – dei Padri.      Quanto al problema della «superiorità razziale­», e­quilibrate sono le tesi di Eichenauer, espressione della più ve­ra, completa e radicale concezione razziale na­zionalsocia­li­sta, riecheggiata anche da Walter Groß, medico, capo dell'Ufficio per la Politica Razziale della NSDAP, deputato, autore e curatore di numerosi saggi sulla razza e l'ebraismo, dal 1942 capo del dipartimento Scienze Naturali dell'Amt Rosenberg (nato nel 1904, cadrà combattendo a Berlino, nella sua casa, il 25 aprile 1945): «Noi apprezziamo il fatto che i membri di un'altra razza siano diversi da noi […] Se quest'altra razza sia "migliore" o "peggiore", non ci è possibile giudicare. Perché questo esigerebbe che superassimo i nostri limiti razziali per la durata del giudizio e assumessimo un'attitudine superumana, perfino divina, dalla quale soltanto potrebbe essere formulato un verdetto "impersonale" sul pregio o il difetto di tante fra le molte forme viventi dell'inesauribile Natura» (in Der deutsche Rassengedanke und die Welt, 1939).      Già cinque anni prima, lo stesso Groß aveva espresso gli stessi concetti in un discorso pienamente inserito nella visione del mondo pagana, poi diffuso in opuscolo a larghissima diffusione, tenuto a Colonia il 13 ottobre ad un convegno femminile durante il congresso del Partito del Gau Köln-Aachen: «Nel nostro Reich, noi separiamo ciò che ci appartiene, perché è sangue del nostro sangue, da ciò che non ha legami con noi, in quanto straniero. E stiamo facendo quanto è giusto non soltanto in questo momento, ma per l'eternità. Credetemi, cari compatrioti, non è vero, come alcuni sostengono, che questa dottrina sia un segno di arroganza o di superiorità o di millanteria. Noi non ci reputiamo migliori di altre razze sulla terra. No, non ci crediamo migliori, neppure pensiamo che gli altri siano peggiori di noi. Noi insistiamo soltanto su un punto, una legge stabilita dallo stesso creatore: "Al mondo ogni uomo è diverso da un altro e ciascuna razza dall'altra". Gli altri possono essere migliori o peggiori, ma sono certo differenti da noi e poiché sono diversi vi è una sorta di muro fra noi e ciò è parte delle leggi della vita. Questo è il nucleo del pensiero razziale nazionalsocialista. Il nostro obiettivo non è quello di oltraggiare gli altri o dire "Quanto sono grande!". Anzi, noi teniamo all'umile riconoscimento che ogni parte sana della vita possiede il suo angolo nel mondo e i suoi compiti speciali. Ciò è giusto e vero tanto per gli esseri umani quanto per le piante e gli animali in tutta la loro varietà. Sappiamo che una specie non è più preziosa di un'altra. Ma sappiamo anche che ciascun genere di vita ha diritto all'esistenza fino a quando si mantiene puro e forte. Solo quando un albero produce i suoi frutti ha diritto alla vita. Altrimenti verrà abbattuto e distrutto. Noi non sappiamo perché le cose stanno così, e sarebbe sciocco chiederne la ragione. Ma stanno così. Il nostro compito è quello di accettare semplicemente le leggi che governano l'umana esistenza ed acconsentire al fatto che siamo nati tedeschi in Germania, e non cinesi o eschimesi. Ciò non per le nostre virtù, neppure per i nostri difetti e neanche per nostra volontà. È stata la volontà del destino che viene dall'alto. Non abbiamo altra scelta se non quella di accettare questa sorte e sviluppare le capacità che il destino ci ha accordato secondo la necessità e la legge. Gli altri possono svilupparsi seguendo la propria strada, nella propria terra. Noi dobbiamo dare ascolto all'interiorità del nostro stesso popolo, per attingere dal nostro sangue e dal nostro retaggio quella forza di cui abbiamo bisogno per costruire la nostra patria […] Muoviamoci sul cammino del sangue e della razza che non trascura la fede, la conoscenza e il senso delle potenze superiori. Seguiamo questa strada, che non è cammino di materia, superstizione ed eresia, bensì una via di profonda umiltà e di pietà nei confronti delle leggi divine».      Oltre agli esponenti e alle opere ufficiali e semi-ufficiali di cui abbiamo dato e daremo le conclusioni, ricordiamo infatti che identiche sono le anali­si dei manuali ufficiali e operativi:      1. Der rassische und völkische Grundge­danke des Natio­nalsozia­lismus, "Fonda­menti ideologici razzia­li ed etno-nazionali del nazionalso­cia­li­smo", del professor Wolfgang Schultz dell'Università di Monaco, e      2. Vom Wesen der Volks­gemeinschaft, "Essenza della comunità di popo­lo", del segreta­rio di Stato al ministero delle Finanze dottor Fritz Reinhardt, numeri 4 e 7 della raccolta Die Verwaltungs-Akademie - Ein Hand­buch für den Beamten im natio­nal­so­zialistischen Sta­at, Band I: Die weltanschau­lischen, politischen und staatsrechtli­chen Grundlagen des nationalso­ziali­stischen Staa­tes, "Scuola superiore di amministra­zione - Manuale per i funzionari dello Stato nazionalsocialista, vol.I: I fondamenti ideologi­ci, politici e giuridici dello Stato nazionalsocialista";      3. Das Rassenge­danke und seine gesetzliche Gestaltung, "La concezione razziale e la sua strutturazio­ne giuridica", a cura del Capo della Sicherheitspolizei e del Sicherheit­sdienst, "Nur für den Gebrauch inner­halb der Sicherheitspolizei und des SD, Solo per uso interno della SP e del SD", della serie Schriften für politische und weltanschauli­che Erziehung der SP und des SD, "Scritti per l'educazione politica e ideologica della SP e del SD"; e      4. il numero 2, Die Gesetze des Lebens - Grundlage unserer nationalsoziali­sti­schen Weltanschau­ung, "Le leggi della vita - Fondamenti della nostra visione del mondo nazionalsocia­li­sta", degli SS Handblät­ter für die weltanschaulische Erziehung der Truppe, "Opuscoli SS per l'educazione ideologica dei militari", editi dal Reichsführer SS - SS Hauptamt.      Tale concezione riposa infatti su un postulato, che è poi anche il risultato dello studio disincantato del divenire umano: l'impos­si­bilità di una razionale classificazione gerarchica delle razze. O, meglio, l'inesistenza di un sistema di valori comune, l'assenza di parametri condivisi, comune­mente applicabili ed e­gualmente ac­cetti dalle varie razze (cosa che, con diverse articolazioni, è alla base delle concezioni spengle­riane della storia).      Ed è per questo, aveva scritto nell'ufficiale periodico NS-Briefe del 1° giugno 1927 il trentaseienne Dietrich Klagges, che «non esiste alcuna nazione idonea e destinata a dominare e possedere la Terra, nessu­na può realizzare da sola gli obiettivi dell'umanità; le nazioni sono destinate a vivere una accanto all'altra, collaborando. Perciò è la pace, e non la guerra, la condizione naturale tra le nazioni».      Determinato come Groß nell'affermare l'irriducibilità di una razza all'altra e l'impossibilità di una strutturazione gerarchica dell'umanità – data anche l'ontologica incapacità umana di comprendere il destino del mondo – è Adolf Hitler al Reichstag, il 30 gennaio 1937: «La più grande rivoluzione compiuta dal nazionalso­cia­lismo è quella di avere spalanca­to le porte al riconoscimen­to che tutti gli errori umani sono contingenti e con ciò rimediabili, all'infuori di uno: l'errore sull'impor­tanza di mantenere puri il sangue e la stirpe, vale a dire l'essenza propria dataci da Dio. A noi uomini non spetta di giudicare perché la Provvidenza abbia creato le razze, ma solo di riconosce­re che essa castiga chi offende la sua creazione [...] Come il riconoscimento della rotazione della Terra intorno al sole rivoluzionò il concetto dell'universo, così dalla dottrina nazio­nalsocialista del sangue e della razza risulterà un mutamen­to radicale delle idee e del quadro della storia umana del passato e del­l'av­venire [...] il senso e il fine ragionevoli d'ogni umano pensiero e d'ogni azione umana non stanno nella reazione o nella conservazione di organizzazioni o funzioni ideate dagli uomini, bensì nel consolidare ed elaborare l'elemento-popolo [Volk, vale a dire «razza», stirpe, nazione] dato dalla Provvidenza. Ecco perché con la vittoria del movimento nazionalsociali­sta il popolo è stato posto al di sopra di ogni organizza­zio­ne, costruzione e funzione, come un ele­mento vivo e duraturo. A noi mortali non è dato di riconoscere o di rilevare il senso e lo scopo della esisten­za delle razze create dalla Provvidenza. Ma senso e fine delle umane organizzazioni e delle loro funzioni si misurano da quanto di utile queste e quelle possiedono per la conservazio­ne del popolo, elemento vivo ed eterno. Pertanto l'elemento primario è il popolo; partito, stato, esercito, economia, giustizia, ecc., sono manifestazioni secondarie, mezzi per raggiungere il fine, vale a dire per conser­vare il popolo».      Aggiunge Luca Leonello Rimbotti: «Il relativismo culturale proprio alla concezio­ne germanica del mondo – come, più in generale, a quella della tradizio­ne occidenta­le – fondava in questo modo la vita vissuta con l'ispirazione, ripetendo così gli anti­chi canoni dialettici del divenire e dell'essere: Erlebnis (esperienza) ed Ergriffen­heit (commozione) costituiscono per l'animo nordico di ogni epoca i modelli perenni cui affidare la stabilità dei riferimenti culturali come di quelli comunitari. La mistica "nostalgia delle origini" che pervade la riflessione dell'uomo nordico di fronte ai grandi quesiti esistenziali possiede co­mun­que un solido terreno sul quale poggiare la fermezza della propria specificità ed affidarla alla corsa del tempo. Quel terreno è la stirpe. La stirpe, il genos dei greci antichi: ed anche per essi il vissuto è lo specchio che riflette il mondo delle idee [...] Il panteismo germanico era insomma il culto della natura e delle sue forze, espresso attraverso il mistico rapporto d'amore con la Madre Terra, che sanciva l'unione indis­solubile tra la razza e il suolo in cui essa viveva; ed era insieme culto della vita, in tutte le sue manifestazioni. Si può dire che nella religiosità politeista l'uomo, in virtù di questa sua così sviluppata sensibilità per il sacro, si elevi al divino, evitando il processo inverso, di un piegarsi cioè della divinità alla sfera umana, come finirono col fare forme di religione poi sopravvenute a gestire la loro vocazione più egemoni­ca che spirituale [...] La totale "ebraicizza­zio­ne" degli antichi popoli ariani, i quali finirono spogliati delle loro memorie, della loro cultura, della loro più antica religio­si­tà, generò dunque la frattura, dapprima solo concettuale, in seguito anche sociale e storica, tra il presente e la tradizione».      Irriducibili tra loro e ad un modello comune sono quindi non solo i diversi aggre­gati razziali, ma anche i Sistemi di valori da essi generati (e che li hanno a loro volta infor­mati in un gioco di azione e retroa­zione di cui è ancor oggi, e sempre lo resterà, arduo, quando non impossibile, stabilire la dinamica). Questo, e solo questo, è il vero «scandalo» per la cultura e la sensibilità moderne, creature partorite dal monoteismo giudaico: l'antiuni­versa­li­smo radicale, così difficile da capire per gli antirazzisti di ogni epoca e latitudi­ne, a partire dai primi galilei e passando per gli innumeri movimenti pauperi­stici, ereticali e protestan­ti,­ non­ché per la Grande Chiesa fino al liberalismo, al marxismo e al democratismo dei nostri giorni (e, purtroppo, financo a certa impostazione dei razzisti alla Evola, quelli del «filosofico fumo» del razzismo «dello spirito», o, per dirla col Giorgio Almirante del 5 maggio 1942, «i buongustai del razzismo: i piatti comuni li disgustano. Vogliono manicaretti di secondo e terzo grado»… per non dire poi del «tradizionalista» René Guénon, il massoni­co islamizzato Abdel Wahed Yahia «Servitore dell'Unico»).      Questo, e solo questo, non la volontà di prevarica­zione di una razza sull'altra, è lo «scandalo»: l'inesistenza, il rifiuto di un comune sistema di giudizio che permetta di allineare su gradini più o meno elevati le diverse razze umane (usia­mo il termine­ raz­ze non certo con connota­zione aridamen­te scien­tifica, ma per legitti­ma opportuni­tà semantica).      Non esiste una scala comune di valori. Non esistono, in quanto non possono esi­stere, un superiore e un inferiore razio­nalmente i­dentifica­bili. Esistono solo gruppi indiffe­renti o nemici. Esi­ste solo la pratica lotta per l'afferma­zione di questa o di quella razza, esiste solo il prevalere storico di questa o di quella razza. E, quindi, il prevalere di questo o di quel sistema di valori. La maggior bontà che si può ricono­scere a questa o a quella razza è data dai risul­tati che l'agire dell'una o dell'altra im­pli­ca, o meglio ha implicato e implicherà, per l'umanità tutta e per l'eleva­zione dell'essere umani, per la comprensio­ne e la strutturazio­ne del mondo da parte della specie uomo. Di un mondo in ogni caso già dato e di cui la specie uomo mai cono­sce­rà le coordi­na­te essenziali. Ed anche questo, in ogni caso, resta un criterio opinabi­le, contestabi­le e vago, essenzialmente convenzionale, se non altro perché il «bene» inteso da una razza è diverso dal «bene» inteso da un'altra razza, e perché il bene e il male, più che il presente, li giudicheranno le genera­zio­ni future.      Se da una parte questa posizione risulta in un certo senso più «morbida» della «dura» affermazione classificatoria su una sca­la di valori, non dimentichiamo che proprio la mancanza di un comune Sistema di Giudizio – riprova della splendi­da plasti­ci­tà e dell'incredibile varietà dell'essere umani – isola ogni razza nel suo solipsi­smo, negando un sostanziale sentire comune interrazziale (ribadiamo che si parla di gruppi, di anima del­la razza, e non di individui). I termini «superio­re» e «inferiore» assumo­no valore solo al­l'interno di un gruppo, per indi­vidui e per parti di quel gruppo. Solo un razzismo intellettualmente limitato (ma in ogni caso oscura­men­te più conscio del mondo reale che non il miglio­re antirazzi­smo) può pretendere di forgiare, e im­por­re, una scala di valori comune e «giudicare» in base ad essa altre razze.      Questo, ripetiamo, è il vero «scandalo»: il rifiuto di parame­tri comuni (al di fuori ovviamente, di quelli più ma­te­riali come il sesso, il denaro o la fame) e, quindi, di un desti­no comune e, quindi, di un'origine comune (che non sia da una «scim­mia» o da un Adamo comune) e, quindi, di una divinità comune, cioè di un Unico Dio. Questa è la prima questione – metafisica – del contendere, e questo hanno sem­pre ben capito le genti del monoteismo, coloro che hanno avuto in sorte di avere rivelato dalla voce stessa di Dio il mistero dell'esistenza umana e del Cosmo. Tutto ciò che va generica­mente sotto il nome di paganesimo, cioè tutti i politeisti, i «negatori della cosa principale», questi sono i veri, radicali avversari di ogni universalismo e antirazzi­smo, di ogni mistificazione e confusione, di ogni disprezzo e tracotanza.      La fusione – la con-fusione – biblico-babelica ed entropica è anche il dettato, la consegna imposta ai suoi eletti dalla divinità giudaico-paolino-evangeli­ca. Ma altri Dei esistono, che impongono il rispetto per il mi­ste­ro del­l'uomo e del cosmo.      In tal modo, reitera Umberto Malafronte, se la prospettiva radicalmente razzista non com­porta alcun principio di uguaglianza, «la difesa di una identità razziale non implica al­cun principio di superiorità di una razza sull'altra. L'idea che cerchiamo di affermare è quella di una pu­ra differen­ziazione come bene generale da salvaguar­dare. Nega­re al tempo stesso uguaglianza (meglio parità) e superiorità tra le razze e i popoli può sembrare una aporìa insuperabile. Ma noi ri­badiamo: per far discendere dal principio di diffe­ren­zia­zione un criterio di superiorità occorre­rebbe un sistema di valori univer­salmente condiviso [egualmente, nota Norman Cantor, per Franz Boas «non esiste gruppo etnico o cultura superiore ad un altro/a, perché empiricamente non si può fondare una categoria di giudizio comparativo. Ogni popolo dev'essere valuta­to nel proprio contesto e nelle proprie forme di azione sociale»]. Nel caso di popoli e razze disomogenei­ e­sclu­diamo a priori un tale postulato e sul piano logico formale dob­biamo ricorrere al "terzo incluso", che ci permette di conciliare concetti da ritenersi opposti solo al­l'in­terno di un quadro lo­gi­co rigido ed assoluto [...] In realtà, dietro ogni universa­lismo, dietro ogni cosmopoliti­smo si nasconde il virus etnocen­trico, un (inconfessato ed inconfessabile) senso di superiorità che fa ri­te­nere quella che è l'espressione cultu­ra­le di un popolo come va­lida per qualsiasi altro popo­lo». «Una visione del mondo monodimensionale» – continua Malafronte – «si è espres­sa nella storia nelle forme più spurie: dall'altruismo missionario al ge­no­ci­dio pro­gram­ma­to, da un certo nazionalismo sciovinista di stam­po borghese all'internazionali­smo marxista. Simile visione ha in sé i prodromi di una autentica esclusione prevari­cante. Il lin­guaggio sov­vertito dei nostri tempi definireb­be quest'ulti­ma "razzismo", ma è necessario usare un'altra espressione, in quanto il termine "raz­zismo" nella guerra delle parole deve assumere una accezione­ posi­ti­va differenziali­sta».      In modo simile nel 1934 si era espresso il medico e antropologo Karl Saller, docente a Gottinga: «Dobbiamo [...] rifiutare ogni mesco­lanza con le razze allogene per salvaguardare la nostra specie. Ciò non implica nessun giudizio di valore sugli altri popoli e razze e, a maggior ragione, sulle razze rappresentate nel corpo del nostro popolo tedesco» (in Biologie des deutschen Volks­körper, "Biologia del corpo del popolo tedesco", in Edouard Conte e Cornelia Essner).      In modo simile nel 1935 si era espresso Eichenauer, do­po avere tratteggia­to il plurisecolare percorso della «questione e­brai­ca»: «Non c'è perciò affatto un immoti­vato odio per gli e­brei,­ ben­sì un ben fondato senso di difesa, quando i popoli ri­get­tano­ la lo­ro influenza, soprattutto la commistione con loro. Poiché al propo­sito si sono spes­so affermate sciocchezze usando il concetto di "in­feriore", dobbiamo chie­derci infine cosa questo possa signifi­ca­re nella vita dei popoli e delle razze. Che vi siano nell'e­braismo individui inferiori, ciò non significa nulla, poiché di tali ve ne sono dapper­tutto, ed inoltre non dobbiamo certo questionare se ve ne siano in una nazionalità più che in altre, perché ciò ci condur­rebbe a discussioni senza fine. Pos­sia­mo tranquilla­mente ammettere che nell'e­braismo la maggio­ranza è composta da indi­vidui di costu­mi irreprensibili, e tuttavia so­stenere che si dovrebbe giungere, dal punto di vista di un cor­ret­to studio razziale, ad un rigetto del­l'e­lemento ebraico per i popoli caratteriz­zati in senso nordico. Ciò perché, abbiamo già stabilito più volte, non esiste una valuta­zione per così dire sovra­-raz­ziale del dive­ni­re umano, bensì ci si può sempre soltanto chie­dere cosa valga un certo deter­minato spirito per una comunità nazionale razzialmente determina­ta [...] Gli ebrei, ha scritto anche Günther, sono inferiori al gruppo nordico non in sé, ma soltanto in relazione al complesso ereditario del (conforma­to in senso nordico) popolo tedesco, così come un individuo nordico è e deve essere inferiore per il com­ples­so delle caratteristiche ereditarie del (conforma­to in senso anato­lico [vorderasia­tisch]) popolo ebraico».      Con ciò, continua Eiche­nauer, «si vede chiaramente che que­ste argomenta­zioni nulla hanno a che vedere con colpa o inno­cen­za. Non c'è certo col­pa nell'essere ebreo; ma c'è colpa se un grup­po­ uma­no con­for­mato tenta di intru­fo­larsi in un altro già confor­ma­to e stabile, poiché il risultato di questo tentativo, inten­zio­nale o meno che sia, può sempre solo portare a considera­re l'intruso come un ordi­gno esplosivo e a far sì che egli debba poi tendere, come di­ce Günther, "a rinforzare un modello eterogeneo ed estra­ne­o". Così anche il movimento popolare e­braico, il sionismo, ha ricono­sciuto che le tendenze dei cosiddet­ti ebrei assimilazio­ni­sti portano danno non solo agli europei ma anche, ne­cessariamen­te, al giudaismo. La corretta comprensio­ne razziale-scientifica delle cose non nutre dun­que l'odio, bensì è al con­tra­rio l'unica dure­vo­le pos­sibilità di giungere col tempo ad una pace durevole. Chi voglia consi­de­rare la questione ebraica nel modo con cui è stata sviluppa­ta in quest'o­pe­ra si porrà, senza che gli abbisogni di comportarsi in modo passio­nale ed offensivo, su di un terreno che è più saldo di una roc­cia».      Più precisamente, col Günther di Rassenkunde des jüdischen Volkes: «Quegli "anti­semiti" che cercano di provare una qualche "inferiorità" razziale degli ebrei non troveranno sostegno da parte dell'antropologia razziale e della genetica [von rassen­kundlich-vererbungswissenschaftlicher Seite], poiché sarebbe difficile trovare una qualche scala generale per giudicare le razze ed i popoli [denn es würde schwer sein, irgendeinen allgemeinen Maßstab zur Beurteilung von Rassen und Völkern]». Ed anco­ra: «Non è una qualche "inferiorità" del miscuglio razziale ebraico a costituire il nocciolo della questione ebraica, bensì la sua singolarità razzialmente determinata [son­dern dessen rassisch-bedingte Andersartigkeit], in primo luogo l'estra­neità della sua anima razziale all'interno dei popoli dell'Occidente, in altra maniera conformati [vor allem dessen rassenseeli­sche Fremdheit innerhalb der ras­sisch anders zusammen­gesetzen abendländischen Völker]».      In modo simile, un ventennio prima si era espresso Werner Sombart, uno dei proto-maestri del nazionalsocialismo: «In nessun campo, del resto, la valutazione sog­get­tiva ha cagionato tanto male, in nessun dominio ha tanto ritardato la conoscenza della realtà oggettiva, come nell'ambito della "questione delle razze", e specialmente in quello della "questione ebraica" [...] È lecito, ad esempio, mostrare come tanto i popoli quanto gli uomini debbano venir giudicati secondo quel che sono e secondo quel che fanno. Ma bisogna affrettarsi ad aggiungere che, in ogni caso determinato, il criterio ultimo rimane di ordine soggettivo: che non è quindi ammis­sibile parlare di razze "superiori" e "infe­rio­ri" – sostenendo riguardo agli ebrei che essi partecipa­no di queste e di quelle – poiché alla fine è il sentimento eminente­mente personale di ciascuno a decidere del valore o del non-valore dei caratteri etnici e delle manife­sta­zioni dell'operato di un popolo [...] Chi, ad eccezione di Dio, potreb­be giudicare del valore "oggettivo" del carattere o dell'agire di un determinato indivi­duo o di un determinato popolo? Non esiste individuo né razza di cui si possa dire che risultano "oggettivamente" superiori o inferiori a un altro individuo o ad un'altra razza. E quando uomini seri nondimeno si arrischiano ad emettere giudizi di questo tipo, nes­su­no può contestare loro il diritto di esprimere ciò che si risolve in una opinione essenzialmente personale. Ma non appena essi vogliono dare ai propri giudizi di valo­re il carattere di giudizi oggettivi e generali, siamo noi allora ad avere il diritto di spogliarli della dignità che hanno usurpata, senza arretrare – dati i pericoli che gene­ra­lizzazioni di questo tipo compor­ta­no – dinanzi all'impiego dell'arma più effi­cace nelle battaglie delle idee: il ridicoliz­zare l'avversario. In effetti, non v'è nulla di più comico che vedere i rappresentanti di certe razze, di certi popoli, vantare la propria razza, il proprio popolo (al pari di un fidanzato riguardo alla sua fidanzata) come la razza "eletta", come il popolo "su­pe­riore", attribuendo ad essi inestimabile valore». E con Eichenauer, Günther e Sombart concorda, anticipandoli anzi, il «rabbi­no comunista» Moses Hess, scagliandosi – lui ebreo! – contro «gli innati pre­giu­dizi di razza che sono un oltraggio a tutta l'umanità».      Il concetto di doverosità della separazione tra le varie «raz­ze» umane vede quindi la sua base teorica in primo luogo in un fon­da­mento metafisico, consisten­te nel rico­no­scimento dell'ir­riduci­bi­li­tà a un modello comune dei diversi Sistemi di valori che esse han­no espresso e da cui sono state a loro volta confor­ma­te nel di­ve­ni­re storico, e in un fonda­mento etico, consistente nell'asso­lu­to ri­spetto della loro specifica indi­vi­dualità e quin­di nella con­side­razione dell'immoralità di ogni atteggia­mento missio­na­ri­sti­co. Altri aspetti, direttamente discesi dalla riflessione sul mon­do della natu­ra e sull'agire storico dell'uomo, deve tutta­via sem­pre avere presenti l'essere umano.      La doverosità della vita separata delle razze (prima­rie o se­con­darie che siano) trova infatti due ulteriori capisaldi: l'uno di ordi­ne scientifico-biolo­gico e l'altro storico-politico; da cui necessariamente con­se­guo­no atteg­giamenti «pratici», fattuali. Atteg­gia­menti che non tollerano co­mo­de (e irresponsabili) neutralità, né ammettono vi­sioni così «su­periori» e prassi così «astratte» come invece li­ per­met­te, ed anzi li esige, la specu­lazione metafisica ed etica.      Nessuna contraddizione comunque riusciamo a scorgere nel­l'ac­cettare e con­ci­liare le due posizioni, «teorica» e «pra­ti­ca». L'ideale, la cosa ottimale sareb­be certo l'intima coerenza di prassi e di azione, ma ben raramen­te si danno nella storia momenti in cui non incalzi l'ur­genza e si pos­sa con tran­quil­lità calare nel reale e compiutamente inverare la propria teoria. Se non altro perché gli uomini non operano nell'astrazio­ne di un mondo vuoto, su una tabula rasa in cui possano a loro pia­ci­mento imprimere tutto ciò che reputino giusto (o comodo, se lo si voglia), ma nel turbinìo di altre realtà, in uno spazio e in un tempo che hanno già comunque trovato una loro concreta «legittimazione»­ dal passato e per i quali è sempre in corso una lotta onde conferir loro sensi e ri­so­nanze.      Il quarto decennio di questo secolo è appunto stato epoca tra le centrali della storia dell'uomo. Epoca ad «alta tensione» in cui nel cuore d'Euro­pa sono venute a catalizzarsi, in virtù del pensiero e dell'azione di Hitler e del suo movimento, motivi idea­li di plurimillenaria ascendenza e pratiche urgenze di vita nel coz­zo non solo di nazioni in lotta per la sopravvi­venza e la supre­ma­zia, ma – scontro metafisico – di ideologie e visioni del mondo. La «questione razziale» è stata uno dei motivi qualifi­canti, da una parte e dall'altra, della lotta tra l'universali­smo demo­li­beral-marxi­sta e il radicamento nei valori del sangue e suolo degli Stati fascisti. Ciò ha, inevitabil­mente, comportato la brusca discesa nel rea­le, dalle pagine dei libri, dalle nobili analisi, dalle aset­ti­che for­mu­lazio­ni teoriche, della «questione razziale» a un punto ta­le che es­sa si è fatta arma e mito per una lotta senza quartiere.      Quanto di tale dissidio siano stati coscienti gli statisti tedeschi, lo rilevano le parole pronunciate da Hitler agli intimi il 13 febbraio 1945, in un momento in cui, consapevole del crollo epocale di tutto un mon­do spirituale ed umano, riconside­ra senza più tatticismi o pratiche urgenze le questioni nodali dell'umani­tà: «L'ebreo è per defini­zione lo straniero inassi­mila­bile e che rifiuta di assimilar­si. Ciò distingue l'ebreo da­gli altri stranie­ri: egli pretende di avere in casa vostra gli stessi diritti di un membro della comunità pur rimanendo ebreo. Egli considera come dovuta questa possibilità di giocare simulta­ne­amente su due tavoli; è l'unico al mondo a rivendica­re­ un pri­vi­le­gio così esorbitante. Il nazionalsocialismo ha posto il pro­blema ebraico sul piano dei fatti: denunciando la volontà di do­mi­nio mondiale degli ebrei; attaccan­doli sistemati­ca­mente su tut­ti i fronti; estromettendoli da ogni posizione da loro usurpa­ta; braccan­doli dappertutto con l'assoluta determina­zione di liberare la Germa­nia dal cancro giu­daico. Per noi si è trattato di un'in­di­spensabile cura disintos­sicante iniziata all'ultimo momento, quando non eravamo ancora stati asfissiati e sommersi­. Questa o­pe­razione, una volta riuscita in Germania, si sarebbe allargata a macchia d'o­lio. Ciò sarebbe stato fatale, perché è normale che la salute trionfi sulla malattia. Gli ebrei si sono resi subito conto del pericolo – e questa è la ragione che li ha spinti ad ingaggiare un duello mortale contro di noi. Bisognava distruggere il nazionalso­cialismo a qualunque prez­zo, anche se il pianeta in­tero dovesse essere distrutto».        Dopo aver rilevato che, comunque finisca il conflitto, la questione ebraica è ormai stata posta nella sua vera luce per tutti i popo­li della terra, Hitler afferma che l'antigiudai­smo non potrà mai sparire, poiché gli stessi ebrei lo alimenteranno e lo rianime­ran­no senza sosta: «Dico questo al di là da ogni sentimen­to di odio razziale; non è augura­bi­le per nessuna razza mescolar­si con le altre razze. Il meticciato siste­mati­co – senza per questo ne­ga­re eccezioni fortuite – non ha mai dato buoni esiti. La volontà di preservarsi pura è una prova di vitalità e di salute da parte di una razza. È naturale che ognuno sia orgoglioso del­la propria razza; ciò non implica alcun di­sprezzo nei confronti delle altre. Non ho mai pensato che un cinese o un giappone­se fossero infe­riori a noi. Essi appartengono ad antiche civiltà, e ammetto pure che il loro passato sia superiore al nostro. Hanno ragione di esserne fieri così come noi siamo fieri della civiltà alla quale apparte­niamo».      A causa degli ultimi tre secoli, iniziati con le atroci devastazio­ni biologiche/politi­che della Guerra dei Trent'Anni (cui accennammo al cap.XXVIII), secoli caratteriz­za­ti da divisioni intestine, guerre di religione, influenze ideologiche straniere e dall'o­pera dissol­ven­te del cristianesi­mo, l'orgo­glio basato sull'apparte­nenza ad una razza non è mai esistito in Germa­nia, con la conseguenza che, di fronte ad altre più radica­te stirpi quali l'inglese o l'ebraica, «l'or­go­glio razziale dei tedeschi, anche quando si manife­sta ed assume un atteg­gia­mento aggressi­vo, è [in realtà] soltanto una reazione che compensa un com­ples­so d'inferiorità prova­to da molti tede­schi. I­nu­tile dire che ciò non riguarda i prussiani. Fin dall'epoca di Federico il Grande, costoro hanno ac­qui­sta­to quell'orgo­glio semplice e tranquillo che contraddi­stingue le persone sicure di sé, le quali sono ciò che sono senza ostenta­zione. Grazie alle qualità che li caratte­riz­zano, i prussiani sono stati capaci, e lo hanno dimo­strato, di realizzare l'unità tedesca. Il nazionalso­cialismo è stato in grado di dare a tutti i tedeschi quell'orgo­glio che, fino a questo momento, era stata la carat­te­risti­ca dei soli prussiani».      Solo l'opera del nazionalsocialismo è stata in grado di dare al popolo tedesco, in un tempo incredibilmente breve, quell'orgo­glio che fino ad allora era stata caratteri­sti­ca unicamente dei prussiani: «Il nazionalsociali­smo fonderà nel suo crogiolo tutte le particolarità dell'anima tedesca. Ne uscirà il tipo del tede­sco moderno, lavoratore, responsabile, sicuro di sé e semplice nello stesso tempo, orgoglioso non di quel che rappre­senta indi­vi­dual­men­te bensì della sua apparte­nen­za organica ad una grande tota­lità comunitaria che susciterà l'ammira­zione degli altri po­po­li. Questo senti­men­to di superiorità radicato nell'ani­ma tede­sca non implica alcun deside­rio di annientare gli altri. Noi ab­biamo esaltato questo sentimento persino con una certa enfasi, ma ciò era necessario in rapporto al punto di parten­za».      «Il nostro razzismo è aggressi­vo solo nei con­fronti della razza ebraica. Noi parliamo di razza ebraica per co­modità di linguag­gio, poiché non esiste, in senso proprio e dal punto di vista genetico, una razza ebrai­ca. Esiste tutta­via una realtà di fatto a cui, senza la minima esitazione, si può attri­bui­re questa quali­fica e che, inoltre, viene ammessa dagli stessi ebrei. Si tratta dell'e­sistenza di un gruppo umano spiritual­mente omogeneo cui gli ebrei di tutto il mondo hanno coscien­za di ap­par­tenere, quale che sia il paese di cui, sotto il profilo ammi­ni­strativo, essi sono cittadini. È il gruppo umano che denomi­niamo razza ebraica. Quin­di non si trat­ta assoluta­men­te – ben­ché la religione ebraica talvolta serva loro da prete­sto – di una comunità religiosa, né di un legame costitui­to dall'apparte­nen­za ad una comune reli­gio­ne. La razza ebraica è prima di tutto una razza interiore. Se essa deriva dalla reli­gione ebraica, se è stata plasmata da quest'ultima, purtutta­via la sua essenza non è puramente religiosa, poiché la razza ebrai­ca comprende alla stes­sa maniera sia gli atei dichiarati che i sinceri prati­can­ti. A ciò bisogna aggiungere il legame rappresen­tato dalle persecuzioni subite nel corso dei secoli, che gli ebrei dimenticano sempre di aver provo­cato. Sotto il riguardo antropologico, gli ebrei non presentano le caratteri­stiche che potrebbero fare di loro una razza unica. È purtuttavia indubbio che ciascun ebreo cela nelle proprie vene qualche goccia di sangue specifi­camente ebraico».      Una razza interiore, continua Hitler, scorgendo nella storia la riprova della corret­tezza dell'impostazione razziale del divenire umano (e in ciò  con­cordando col più vero giudaismo), è qualcosa di più solido e durevole di una razza «meramen­te» biologica: «Trapiantate un tedesco negli Stati Uniti, e ne farete un america­no. L'e­breo, dovunque vada, ri­ma­ne un e­breo. È un essere naturalmente inassimilabi­le. Ed è il suo stesso carattere a renderlo refrattario all'assimi­la­zione e a definirne la razza. Ecco una prova della superiorità dello spirito sul corpo! La folgorante asce­sa avve­nu­ta nel corso del XIX secolo ha radicato negli ebrei la consa­pe­volez­za del­la loro potenza, inducendoli a gettare la maschera. Questo fatto ci offre il modo di combatterli in quanto ebrei riconosciuti e aggressivamente fieri di esserlo. Data la credulità del popolo tedesco, non possiamo esimer­ci dal lodare questo accesso di sincerità da parte dei nostri più mortali nemi­ci».      La «razza» non è quindi per Hitler un fatto esclusivamente materiale, e non è d'altra parte neppure un «mito», anche se come «mito» è stata nominata ed usata, talora con estremo realismo, sia da lui che dai maggiori esponenti nazionalsociali­sti. Poiché ci siamo proposti di usare il rasoio della ragione, deve però essere obbligo ri­conoscere che altri mi­ti – giudaico-cristiani – rite­nu­ti oggi più «nobili» (l'uguaglian­za, la libertà democrati­ca, la fraternità, la scienza, il progresso, per non dire dell'«uma­ni­tà») sono stati crudamen­te usati a giustifica­re deva­stanti politiche di potenza e non mentite, durature prassi di sterminio.      Per converso, nota Rimbotti, «il fatto deprecabile che da un'esi­gen­za prettamente spirituale, da un'ansia di elevazione ai misteri del sovrannaturale quali furono il paganesimo antico e la sua riscoperta moderna, concepita questa per lo più come chiave di liberazione da una dogmatica teologica opprimente e da un mo­ra­lismo falso e mortificante, il fatto dunque che da un anelito religioso sia scaturito qualcosa di diverso, se pure tangenziale, cioè una forma di razzismo esclusivista che fu in seguito usato come leva di sollevamento per interessi nazionali, questo fatto non intacca né la sostanza né il valore del neopagane­simo, del quale importa qui porre in rilievo i connotati di rivolta religiosa pensata come riscatto della spiritualità dell'uomo e della sua restituzione a determinate suggestioni interiori naturali, spontanee, innate, e non imposte da un certo numero di dottrinari».      Ed ancora più chiaramente, in rapporto particolare ad Alfred Rosenberg: «Gli inne­gabili scivoloni nell'infatuazione pangermanica o nella denigrazione acritica pensiamo che debbano vedersi nella loro sostanza di sovrastrutture. Il razzismo biolo­gico, a volte davvero irritante, che è presente nella cultura nazionalso­cialista, e quindi nello stesso Rosenberg, non fu che il frutto di un'epoca avvelenata, e spesso è inquadra­bile nel contesto delle devastanti pressioni psicologiche operate dalla presenza del bolscevi­smo. Rosenberg ebbe la vita segnata dall'osservazione diretta degli eccessi della rivoluzione russa: fu testimone oculare degli eccidi, delle macabre sarabande comuniste (come quella dell'orgiastica profanazione delle tombe dei duchi di Curlandia), delle sanguinose violenze cui si abbandonarono i rossi nella regione baltica, e da tutto questo ne trasse un'impressio­ne da incubo. Nolte sottolinea come questo fatto debba essere considerato nella sua giusta dimensione, prima di esprimere [sul nazionalsocialismo] un affrettato giudizio morale. Certamente tali vicende influi­rono sulla psicologia di molti europei, creando i presupposti di un'occasionale estre­mizzazione dei parametri ideologici. Fu in tale contesto che nacque l'imperativo di opporre il terrore al terrore. Ma al di là dei sedimenti reattivi, ogni spirito libero è bene in grado oggi di verifica­re senza forzature che l'ideologia nazionalsocialista presenta il suo lato di più origina­le valore proprio nei significati religiosi, etici, interiori che intese presentare come le tappe di un cammino rivoluzionario. Il mito neopagano di nuova redenzione è un mito dello spirito e un'esigenza intima, culturale e storica: è l'antico sogno dell'in­quieta anima faustiana che si leva a pretendere il definitivo suo connubio con la coscienza profonda del popolo».      In uno dei primi volumi usciti in Italia sulle tematiche raz­ziali, Il mito del sangue (la prima edizione è del 1937), il pensatore tradiziona­lista Julius Evola, dopo aver esposto il per­cor­so ideolo­gico delle concezioni razziali in Europa a partire­ dai primi antro­pologi settecente­schi, viene a trattare di quella nazio­nalsociali­sta. In quello che il giovane Delio Cantimori a più riprese rac­comanda come «stru­mento di informazio­ne sicura e completa» sul problema raz­zia­le, il mistico-esoterico, «spiritualista» Evola critica da una parte «il razzismo ateo e populista della sinistra nazi» alla Walther Darré e dall'al­tra le tesi «ra­zio­naliste» e neopagane elaborate da Alfred Rosenberg e dallo stesso Hitler, tac­ciandole di biologi­smo materiali­sti­co.      «Molto vicino agli ambienti rivoluzionario-conservatori, [E­vo­la] non risparmia critiche e giudizi severi nei confronti delle impostazio­ni basilari del nazionalsocia­lismo» – scrive Nicola Co­spi­to – «che, a suo modo di vedere, aveva usurpato le idee e ad­di­rit­tura lo stesso linguaggio della Rivoluzione Conservatri­ce, an­nac­quandone la dottrina dello Stato, l'Orden­­staatsge­danke, e procedendo sulla strada di un populismo volgare e sostan­zial­mente plebeo». E a bacchettare quell'interpretazione fuorviante è anche Sonia Michelacci, riportando la questione ai suoi più veri princìpi, quelli del monismo pagano: «Nella concezione nazionalsocialista [...] l'uomo è mem­bro della società con funzioni non individuali, bensì organiche e gene­rali. Nel­l'uomo come tipo politico nazionalso­cialista, cioè, quel che costituisce il fondamento etico del fenomeno politico è il senso dell'affinità verso i propri camerati – poco importa invece il senso di ostilità verso i nemici – ed il cameratismo presuppone l'esi­stenza di una comunità in cui ciascun membro si senta e riconosca legato agli altri membri, definendo così il tipo del Volks­genosse, ovvero del compagno di stirpe in cui il popolo si manifesta [...] Possiamo quindi dire che il Volk nazionalso­cia­lista è un organismo sociale dinamico, plasmato sì da fattori culturali e politici ("spiritua­li"), ma sopra tutto da fattori razziali e quindi biologici, senza i quali si ricadrebbe in quell'idealismo soggettivo incardinato nell'e­terno dualismo fra spirito e materia».      Quanto ad Evola, addirittura ancora nel 1942 (e poi nelle Note sul Terzo Reich del 1974!), illu­stran­do le posizioni italiane sulla que­stione raz­ziale in uno schema proget­tuale della rivista italo-tedesca San­gue e Spiri­to, egli si esprime come se il problema spiri­tua­le – «la razza interiore», «la razza dell'anima» – fosse stato in Ger­ma­nia trascu­rato, misco­nosciuto, sottovalutato. E ciò non solo da studiosi del calibro di un Gün­ther o di un Clauss (ma anche, ad esempio, da un meno noto Bruno Peter­mann con Das Pro­blem der Rassen­se­ele, "La que­stio­ne dell'anima razzia­le"), quanto pro­prio dagli statisti nazio­nal­so­cia­listi: «La dottrina fascista del­la razza prende quindi posizione contro ogni tentativo di­ li­mi­tare la razza all'ambito scien­tifico-materiale e di esulare dall'am­bito dei valori spiritua­li.      Essa rifiuta la­ con­ce­zione di un unilaterale condizio­namento dei più alti valori e delle capa­cità del­l'uo­mo dalla pura razza del corpo. Questi valori e capa­ci­tà dipendo­no dalla raz­za interiore che normalmente si serve della razza soma­tica co­me mezzo di espres­sio­ne e di azione [...] La per­fe­zione e la purezza della razza del corpo sono da considera­re come condizioni [necessa­rie, anche se non suffi­cienti] per la completa rea­liz­zazione della razza inte­rio­re».      Indubbiamente l'esigenza di semplificazione e la pratica lotta politica hanno talora condotto Hitler ad esprimersi in modo ec­ces­si­va­mente rigido (ma più con una termi­nologia «indeli­cata» che con errati con­cet­ti, più con una forma che con una sostanza impropria). È d'altra parte comprensibile che il suo linguaggio suoni un po' duro e certo desueto alle orecchie degli uomini razio­pacifici dei nostri giorni.      Ma è meno duro il linguag­gio della vi­ta? Sono state meno dure, per gli europei in particola­re e per l'u­mani­tà tutta, le con­seguenze della vittoria della «parte nobile e uma­na» nei conflitti mondiali?      È forse meno duro l'osceno spettacolo dell'anomìa delle città; dello sfacelo della natura; della morte del Sacro; della perdita di senso e di scopo per la vita; del denaro e del successo come Unico Dio; dell'effi­mero elevato a sistema; del proliferare mo­struo­so della fi­nan­za apolide; del frammi­schiarsi insensato e delinquenziale delle etnie; della scompar­sa, nelle nazioni «evolu­te», di quell'indi­spensabile tessuto connet­ti­vo che sono i ceti medi e, ancor prima, il contadinato? Del­la frenesia senza scopo che annienta le ore ed i giorni; dell'indiffe­renza e quasi dell'odio provato dai reggitori delle nazioni nei confron­ti della loro stessa gente; del­l'atro­ce irrespon­sa­bilità dei padri e dei figli, dei governanti e dei governa­ti, legati da ferree complici­tà, i­gnoran­za e idiozia; della dif­fusione metastatica della criminalità; della con­sunzione dei gio­vani nella droga e nel solipsismo; dell'ottuso­ pie­ti­smo; della pre­sunzione u­ni­ver­sale; dei superlativi lasciti, alle generazioni fu­tu­re, di morbi sempre più gravi?      A tali aspetti si adattano alla perfezione le radicali espres­sioni uscite dalla penna di Hitler set­tan­t'anni or sono, pre­veggenti risposte non solo agli avversari, ma anche alle sottigliez­ze cau­sidiche dei nobili filosofi che vogliono scindere il «biologico» dallo «spirituale»: «Tutti questi fenomeni di decadenza sono in ultima analisi la con­se­guenza della mancanza di una pre­ci­sa, e da tutti riconosciuta, vi­sio­ne del mondo; come pure della conse­guente incertezza del giudizio e dell'atteg­­giamento dei sin­go­li nei con­fronti dei grandi problemi del tempo. Sarebbe errore ravvisare nella ricchezza di cognizioni teori­che una prova caratte­ristica dell'idoneità e abilità a dirigere. An­zi, spesso è vero l'opposto. È raro il caso che grandi teorici siano pure grandi organizza­to­ri, perché la grandezza del teorico e del programmati­co è, in prima linea, riposta nella scoperta e nella fissazione di leggi astratta­mente esatte, mentre l'organizza­tore de­ve essere anzitutto uno psicologo. Deve prendere l'uomo qual è e perciò lo deve conoscere: senza valutarlo troppo né troppo po­co» (Mein Kampf, I 10). Inoltre, «è ozioso discutere se sia più importante additare all'uma­ni­tà ideali e scopi o realizzarli. Qui, come nella vita, l'una cosa sarebbe del tutto priva di senso senza l'altra. La più bella idea teorica rimane priva di scopo e di valore se un capo non mette in moto, verso quella, le masse» (Mein Kampf, II 11).  

*   *   *

       La concezione razziale del nazionalsocialismo riposa, abbia­mo detto, su quattro fondamenti: metafisico, etico, scientifico-bio­lo­gico e storico-poli­ti­co. Dei primi due abbiamo trattato con Eiche­nauer e Günther. Delineiamo i secondi con la parola­ di Hi­tler. Rifacendosi ai dati scientifici dell'epoca – in particolare, la teoria dell'evo­lu­zio­ne darwiniana e le scoperte di Mendel e dei genetisti del primo Nove­cento – il Capo del nazionalsocialismo inquadra tali ele­men­ti con spirito pa­ga­no, pur usando in talune pagine espressioni tipi­camente cri­stiane come «creato­re» o perlomeno ambigue, per quanto di ascendenza filosofica stoica, come «prov­vi­denza».      «Ci sono verità talmente ovvie che proprio perciò non sono viste o ricono­sciute dall'uomo della strada. Costui passa vi­ci­no, come cieco viandante, a queste verità spicciole, e poi stu­pi­sce altamente quando qualcuno scopre ciò che tutti dovreb­be­ro­ sape­re. Le uova di Colombo stan­no a centinaia intorno a noi; sono i Co­lombo che, invece, scarseggia­no. Così gli uomini vanno attorno qua­si incoscienti nel giardi­no della natura, s'il­lu­dono di sapere ogni cosa; mentre poi, salvo poche ecce­zio­ni, passano accanto al fonda­mento stesso della loro attività senza ricono­scer­lo: l'intima sin­go­larità delle specie di tutti i viven­ti su questa terra» (Mein Kampf, I 11).      Tale singolarità, legge ferrea di tutte le manifestazioni­ del­la volontà di vita, com­porta in primo luogo che il simile vada col simile, ai fini della procreazio­ne e della moltiplicazio­ne. Quan­do tale fedeltà venga meno, la natura reagisce con tutti i mezzi «e la sua più visibile protesta consiste sia nel rifiutare ai bastardi un'ulte­riore capacità creativa, sia nel limitare la fecon­dità dei prodotti; nella maggioranza dei casi essa toglie loro la forza di resistenza contro la malattia o gli attacchi nemici» (ibidem).      E anche questo è naturale: «Ogni incrocio di due esseri di grado diver­so dà come prodotto un che di mezzo tra i livelli di­spa­rati dei due genitori. Ciò signifi­ca: la creatura starà più su del­l'e­lemento inferiore della coppia, ma non sarà così elevato come il superiore. Perciò, nella lotta contro que­sta specie più alta, essa dovrà soc­com­be­re. Simili accoppiamenti contraddi­co­no la volontà del­la natura, che tende a mi­gliorare i prodotti vita­li». Se le cose non stessero così, continua il Capo del nazionalsocialismo, «cesserebbe ogni miglio­ra­mento della specie e subentrerebbe il contrario. Sic­come i mediocri sorpassano per nu­mero i migliori, a uguali condizioni di procreazione e di possibilità vitali i peggiori aumenterebbero rapida­mente, finché il migliore non venga cacciato di scena» (ibidem).      È qui evidente che il giudizio di «migliore» non vede più valenze neu­tramente scientifiche – il «migliore» o il «più adat­to» essendo per la biolo­gia unicamente chi è in grado di lasciare dietro di sé un più vasto retag­gio genetico, cioè una più numerosa prole – ma veri e propri, e perciò contestabili, giudizi di valore. Come che sia, il risultato di ogni incrocio di razze – e non si vede perché proprio e soltanto l'essere umano debba fare eccezio­ne – è l'abbas­samen­to della razza supe­rio­re, la retro­gra­dazione fi­sica e spiri­tua­le, inizio di un contagio lento, ma i­nar­restabile: «Contri­bui­re ad un simile stravol­gi­mento significa pertanto peccare contro la volontà del Creatore. E questo modo di procede­re viene difatti punito come pec­ca­to. In quan­to l'uomo tenta di ribel­larsi alla ferrea legge della natura, egli è coinvolto nella lotta contro i fondamenti cui deve la sua stessa esistenza come uomo, per­ciò la sua azione contro la natura lo porta inelut­ta­bil­mente a rovina» (ibidem).      L'intima coerenza etico-storica (teorico-pratica) della sua concezio­ne razziale Hitler la riesplicita, in forma colloquiale, ai più stretti collabora­tori vent'anni più tardi, mentre l'Ulti­ma Lotta devasta interi continenti, sanzionan­do­la con le con­clu­sioni di un ethos metafisico­-re­ligioso-sa­crale: «La terra continua a girare. Che sia l'uomo a uccidere la tigre, o la tigre a sbranare l'uomo! Il più forte s'im­po­ne, è la legge della natura. Il mondo non cambia, le sue leggi sono eter­ne. C'è di quelli che dicono che il mondo è brutto e che vogliono la­sciare questa vita. A me, invece, que­sto mondo piace [...] Per facilitar­gli la morte, la Chiesa tende all'uomo l'esca di un mondo migliore. Noi invece ci limitiamo a chiedergli di foggiare degna­men­te la sua vita. Per far ciò, l'uomo non ha che da confor­marsi alle leggi naturali. Ispiriamo­ci a questi prin­cìpi e finiremo per trionfare sulla religione. Ma ciò non significa che il nazionalso­cialismo possa mai mettersi a scim­miot­tare una religione me­diante l'isti­tu­zione di un culto. La sua unica ambizione dev'essere di costruire scientifica­mente una dot­trina che non sia niente di più che un omaggio alla ragione. Il nostro dovere è di insegnare agli uomini a vedere ciò che c'è di bello e di vera­men­te meraviglioso nella vita, a non diventare pre­matura­mente iracondi e stizzosi. Noi vogliamo godere pienamen­te di ciò che è bello, aggrapparvici – ed evitare, nella misura del possibile, tutto ciò che potrebbe nuocere ai nostri simi­li» (23 settembre 1941, dai Tischgesprä­che, i colloquiali discorsi trascritti per ordine di Bormann).      L'umiltà che l'uomo deve osservare nei confronti del cosmo e della Forza che lo regge torna motivo dominante un mese più tardi: «Considerato nei suoi ele­men­ti materiali, l'universo ha la stessa composizione, che si tratti della terra, del sole o di un qualun­que pianeta. È esclu­so che oggi si possa pensare che la vita organica esi­sta soltanto sul nostro pianeta. Le conoscen­ze apportate dalla scienza danno la felicità all'uomo? Questo non lo so. Ma con­sta­to che l'uomo può essere fe­lice pascen­dosi di false conoscenze. M'inchino: bi­so­gna saper essere tol­leranti» (24 ottobre 1941). «È [tuttavia] insensato incoraggiare l'uomo nell'idea che egli sia un re della crea­zione, come la scienza materialistica del secolo scorso ha tentato di fargli credere. Questo stesso uomo che per spostarsi più rapidamente inforca un cavallo, questo mammifero senza cervello! Non conosco pretesa più ridicola. I russi pote­vano pren­dersela con i loro pope, ma non avevano il diritto di attentare al concet­to di una Forza suprema. È un fatto che noi siamo delle deboli creature e che esiste una Forza creatrice. Volerlo negare è da stolti. In tal caso, meglio cre­de­re qualcosa di falso che non credere proprio niente. Che cosa rappresenta quel pic­co­lo professo­re bolscevico che ha la pretesa di trionfare sulla creazione? Simi­li uomini, noi li schian­te­remo. Che facciamo appello al catechismo o alla filoso­fia, noi abbiamo pur sempre in serbo alcu­ne possibili­tà, mentre loro, con le loro concezio­ni puramente materialisti­che, possono soltanto divorarsi a vicen­da» (ibidem).      Nella notte dal 28 al 29 dicembre 1941, mentre milioni di europei – tede­schi, ita­liani, ungheresi, romeni, finlandesi e slovacchi, insieme a volontari di ogni altro paese d'Europa – resistono nella neve alla mostruosa offen­si­va so­vie­tica, Hitler si riapre a chi lo cir­con­da: «La grande tra­ge­dia dell'uo­mo è che egli com­pren­de, sì, il mec­canismo delle cose, ma che le cose stesse riman­gono un enigma per lui. Noi sia­mo in grado di dissociare gli elementi di una mole­cola. Ma­ quan­do dobbiamo spiega­re il perché di una cosa, la parola ci fa difet­to. Ed è ciò, che porta l'uomo a concepi­re l'e­sistenza di una Forza superiore. Se farò costruire un osserva­to­rio a Linz, farò imprimere queste parole sulla facciata: "I cieli proclamano la gloria dell'E­terno". È meravi­glioso che in tale occasione l'uo­mo abbia formato l'idea di Dio. L'onnipo­tenza che ha creato i mondi ha certamente impartito ad ogni essere anima­to il senso della propria funzione. In natura tutto avviene­ con­for­me­mente a ciò che deve avveni­re».      Dopo avere scoperto le leggi della natura, l'uomo deve assecon­dar­e la natura stes­sa con l'intelli­genza, senza pretendersene si­gnore e padro­ne. Come rilevato al cap.V, per il vero uomo reli­gio­so è blasfemia il coman­do ja­hwi­stico dato a Noè dopo il diluvio – coman­do che ha legitti­mato e tuttora legittima, sopravviven­do secola­rizzato nelle filoso­fie del progresso liberali e marxiste, il saccheggio del mondo: «E la paura di te, e il terrore di te sarà sopra ogni animale della terra, e sopra ogni uccello dell'aria, e sopra tut­to ciò che si muove sulla terra, e sopra tutti i pesci del mare; essi sono posti nelle tue mani. Ogni mobile cosa che vive sarà cibo per te; io te le concedo tutte come le verdi erbe» (Genesi IX 2-3; stupenda, già nel 1845, la precisazione del proudhoniano Alphonse Toussenel in Les Juifs, rois de l'époque - Histoire de la féodalité financière: «Disgra­ziatamente, tutti i lettori della Bibbia, che si chiamino ebrei, ginevrini, olandesi, inglesi o americani, devono aver visto scritto sul loro libro di preghiere che Dio ha concesso a coloro che servono la sua legge il monopolio dello sfruttamento della terra, dato che tutti questi popoli mercantili profondono, nell'arte di ricattare il genere umano, lo stesso fervido fanatismo religioso»). Dimostrando profondo rispetto per il Cosmo, Hitler si scaglia contro tale pretesa: «A questo punto interviene natural­men­te l'impu­dente e scioc­ca critica dei moderni pacifisti ebrei: "L'uo­mo è fatto per vincere la natu­ra". Milioni di persone ripe­to­no questa idiozia ebraica, e credono magari di essere eversori della natura; mentre non possiedo­no come arma che una i­dea, e an­che questa così limitata che non ne può derivare una reale raffi­gurazione di un mondo effetti­vo» (Mein Kampf, I 11).      Aspra, se possibile ancor più radicale, da religiosa la critica si fa storica e politica: «L'uomo rac­coglie qua e là qualche briciola di veri­tà, ma non saprebbe domi­nare la natura. Anzi, deve sapere che dipende dalla creazio­ne. E que­st'at­teggiamento porta più lontano che non le supersti­zioni a­limentate dalla Chiesa. Il cristianesimo costituisce il peggiore dei regressi che l'umanità abbia mai potuto subire ed è stato l'e­breo, grazie a questa invenzione diabolica, a ricacciarla quin­dici secoli indie­tro. Solo la vittoria dell'ebreo attraverso il bolscevi­smo sarebbe un male ancora peggiore. Se il bolscevismo trionfasse, l'umanità perderebbe il dono di ridere e di gioire. Non sarebbe più che una massa informe, con­dannata al grigiore e alla disperazione. I sacer­doti dell'an­ti­chità erano più vicini alla natura e cercavano mode­stamente il significato delle cose. Il cristianesimo, invece, pro­mulga i suoi dog­mi inconsistenti e li impone con la forza. Una si­mi­le religione porta in sé l'intolle­ranza e la persecu­zio­ne. Non ce n'è di più sanguino­se» (notte dal 20 al 21 febbraio 1942).      «Ma anche a prescindere dal fatto che l'uomo non ha mai vinto la natu­ra e al massimo è riuscito a sollevare il velo sopra qualcu­no dei suoi infiniti e gigante­schi segreti; che perciò egli non in­venta niente, ma soltanto scopre; che non domina la natura, ma soltanto è diventato, in grazia della conoscenza di alcune leg­gi naturali, il signore di altre creature cui questa conoscen­za appun­to manca – a prescindere dun­que da tutto que­sto: una mera idea non può distruggere le leggi del divenire del­l'u­ma­nità, dato che essa dipende, a sua volta, dagli uomini, e quindi dalle leggi che ne stanno a fondamento» (Mein Kampf, I 11).      Del tutto conseguente è quindi il passaggio alla considera­zio­ne del quarto fonda­mento della «questione razziale». Nel ri­cor­do delle tesi di Nietzsche che la fondazione (e cioè, meglio, il riconosci­men­to) dei Valori per un gruppo umano – e la loro diffu­sio­ne (accetta­zio­ne) al gruppo stesso – non è stata, non è e non può essere che opera di singoli (vedi Al di là del bene e del male, IX 260 e Teognide di Megara), il Capo del nazionalso­cia­li­smo afferma che: «Determina­te idee sono legate a determinate persone­. Questo vale soprattutto per quei pensieri la cui sostanza non deriva da una verità scientifica, ma dal mon­do dei sentimenti. Tut­te queste idee che non hanno nulla in comu­ne con la fredda logica, ma rappresentano espressio­ni emotive od imma­gini morali, sono stret­tamente congiunte all'e­si­stenza degli uomini, alla cui forza creativa e rappresen­tativa esse devono la loro esistenza» (Mein Kampf, I 11).      È allora del tutto logico che le idee – che la civiltà che tutte insieme le idee connotano – dipendono dagli uomini e non viceversa, e che dunque per conservare de­terminate idee – una determinata civiltà – è necessario conservare gli uomini che le hanno prodot­te, le mantengono e le pro­du­cono: «È una discussione oziosa quella che vuol ricercare quale raz­za fosse la originaria portatrice della cultura umana, cioè l'autenti­ca fondatrice di ciò che chiamiamo in sintesi: umanità. È molto più semplice imposta­re que­sto problema sul tempo d'oggi; in questo caso la risposta appare facile ed evidente. Ciò che noi ve­diamo oggi, in materia di cultura o d'arte o di scienza o di tecni­ca è quasi esclusiva­mente il prodotto geniale dell'aria­no».      Il vero creatore di cultura nel mondo è, per Hitler, l'ariano, inteso però non tanto come singolo indivi­duo, quanto come possibilità offerta da una co­mu­nità razziale omo­ge­nea, serba­toio dei più alti valori finché si manten­ga, nel suo pur ampio ed arti­colato ambito, non intaccata da altri patrimoni genici, e cioè da altri tipi razziali: «La mescolanza di sangue e la conseguen­te diminuzione del livel­lo della razza è l'unica causa della morte delle antiche­ cul­tu­re; gli uomini non si distruggono in conseguenza di guerre­ perdu­te, ma soltanto per la perdita di quella forza di resisten­za che è peculiare ad un sangue puro» (ibidem).      Il valore primo dell'ariano, testimoniato da tutta la sto­ria, la causa della sua capacità costruttiva e formativa, non sta co­mun­que per Hitler nella sua pur rilevante intelligenza, cioè nella capa­cità di capire il mondo e se stesso, di rappresentare la realtà mediante concetti astratti e di elaborare i medesimi, ma nella co­scienza e nella volontà di subordinare gli interessi per­so­nali al bene del­la comu­nità. Concetto espres­so dal motto che fin dal 24 febbraio 1920, data di pubblicazio­ne del pro­gram­ma del partito (e della sua ridenominazione da DAP in NSDAP davanti a 2000 presenti alla Hofbräukeller), identifica al 24° dei 25 punti la conce­zio­ne sociale della Rivoluzione Nazio­nalsocialista: «Gemeinnutz [geht] vor Eigen­nutz», «L'inte­resse comu­ne [viene] prima dell'interesse individua­le» (la formula sarà anche il motto del Win­terhilfs­werk, il Soccorso d'Inverno, la principale organizzazione assisten­ziale del partito, nonché incisa sullo spessore della moneta da un Reichsmark, l'unità valutaria tede­sca). «Questa volontà di sacrificio, que­sta messa in gioco del pro­prio lavoro e della propria vita per la comunità, appare più mar­ca­ta negli ariani. La gran­dezza di costoro non è tanto nelle loro capacità intel­let­tuali, quanto nella misura della loro capa­ci­tà di porre tutte le loro qualità al servi­zio della comu­ni­tà. L'istinto della conservazione ha raggiunto presso di loro la forma più nobi­le, in quanto subordina­no volontaria­mente il pro­prio io alla comu­nità e, quan­do l'ora lo voglia, giungono anche al sa­cri­ficio di se stessi [...] Questa menta­lità che fa indie­treg­gia­re l'interesse del proprio io a vantaggio della conserva­zione della comuni­tà è la vera premessa per ogni autentica cultu­ra u­ma­na» (Mein Kampf, I 11).      La premessa per ogni miglioramento di se stessi e la possi­bi­lità di elevazione per l'intera umanità giacciono profonde nel­le fibre del popolo tedesco. È inoltre profon­da­mente germani­co, ed anzi fonda­mento del sistema di valori indoeuro­peo, pensare che solo chi sia responsabile e «capace», indi­pen­dente­mente dal ceto cui appartie­ne, debba socio-politicamente elevarsi, e che «l'incapace debba cedere il posto».      «Per consentire ad ogni tedesco dotato ed attivo [fähigen und fleßigen] di giunge­re a un più alto grado di istruzione e con ciò di assumere posti di comando, lo Stato dovrà provvedere ad un'essenziale ristrutturazione di tutta la nostra pubblica istru­zione. I piani di studio di tutti gli istituti dovranno essere adeguati alle necessità della vita pratica. La comprensione di tale concezione dello Stato sarà un obiettivo già dei primi anni di scuola (educazione civica). Vogliamo che vengano istruiti a spese dello Stato i bambini particolarmente dotati, figli di genitori poveri, a prescindere dal loro ceto o dalla loro professione», proclama il 20° punto del programma della NSDAP (l'«irrevocabilità» delle 25 proposizioni viene solennemente conferma­ta nell'assemblea generale del Partito il 22 maggio 1926: «Dieses Programm ist unabänderlich», il che significa, commenta Gottfried Feder in Das Programm der NSDAP und seine weltan­schaulischen Grundgedanken, che va detto «con tutta fermezza e infles­sibile chiarez­za: Nulla può essere mutato dei fondamenti ideali di questo programma»).      «Siamo usciti dal popolo e al popolo sempre torneremo» – afferma Goeb­bels, chiudendo un comizio subito prima delle elezioni del 31 luglio 1932 – «Il popolo è per noi al centro di ogni cosa. Per questo popolo ci sacrifichiamo, per questo popolo siamo pronti a morire quando occorresse. Fedeli al Popolo, fedeli all'Idea, fedeli al Movimento e fedeli al Führer! Questo sia il nostro giuramento, mentre gridiamo: Per il nostro Führer e per il nostro Partito: Sieg Heil      «Il popolo è una comunità reale, e al contempo una comunità storica: comunità reale nel senso di comunità di lingua, di origini, di parentela, di civiltà, di costumi, di storia, di miti, di suolo e di clima. La comunità reale è al contempo retaggio e possesso; la comunità sto­ri­ca è sinonimo di missione e di creazione. È dal fatto che noi poniamo nel popolo le fondamenta dello Stato, che lo Stato deriva la propria di­gni­tà, il proprio scopo, la propria forza e la propria potenza. Il sentimento nazionale è amplissimamente diffuso nei larghi strati del popolo, contra­ria­mente a quanto acca­de con gli intellettuali cosmopoliti», assevera Hitler al Reichstag il 30 gennaio 1937.      «L'idea sociale», commenta il nazionalsocialista Johannes Ohquist, «poggia anzi­tutto su una forza morale, cioè su una concezione della vita umana che non è condi­zio­nata dai rapporti esteriori, ma da una legge interna che determina l'attitudine degli uomini fra loro. Si parla di principio democratico. Ma questo è divenuto un concetto sospetto, quando non pericoloso, poiché è stato falsato e spogliato della sua essenza primitiva. Per quanto concerne i rapporti morali e sociali degli uomini tra loro, il nazionalsocia­lismo esige un mutuo rispetto. Per esprimerlo, non c'è che un vocabolo: il dovere. È il solo imperativo che s'indirizza a tutti e non accorda ad alcuno un privilegio ri­spetto al suo prossimo. Davanti a tale elemento tutti sono uguali, i forti come i deboli, i poveri come i ricchi, chi comanda come chi obbedisce [...] Lo Stato nazio­nalsocialista poggia dunque su questi tre pilastri: razza, comunità nazionale, socialismo. Il popolo è il suo nucleo e la sua sostanza vivente, il Partito la sua volontà e il suo spirito che plasma la sostanza, lo Stato lo strumento al servizio del Partito per realizzare l'idea. Perché lo Stato non è un fine in se stesso. È solo il mezzo per raggiungere gli obiettivi più alti [...] Lo Stato non è il contenuto, ma la forma; è il recipiente, il contenuto è il popolo. Essi non sono in opposizione, bensì inscindibilmente legati l'uno all'altro. Lo Stato è il popolo organizzato. E il popolo non è la somma dei cittadini, ma una comunità di destino nazionale e sociale ove ognuno ha il proprio compito e il proprio dovere, e dove non potrebbe deporre tale dovere senza ferire la legge morale del socialismo. Perché l'individuo non è un tutto in se stesso, ma un membro della comunità nazionale passata, presente e futura, una personalità il cui valore consiste nel suo agire in favore della nazione. Sopra la volontà di ogni connazionale sta l'imperativo: "L'interesse comune viene prima del­l'interesse individuale". Il socialismo non è una politica sociale fatta da elemosinieri, ma una dottrina che impegna ogni membro della nazione a concepire e condurre la propria vita come un servizio reso al popolo».      Antitetica a quella moderna e liberale è infatti la concezione nazio­nalsocialista dell'essere umani. A ribadire il concetto è nel 1941, nel pieno del con­flit­to, il Reichs­pressechef (responsabi­le per la stampa nel Reich) Otto Dietrich in Die geistigen Grundlagen des neuen Europas, "I fondamenti spi­ri­tuali della nuova Europa": «La lotta che si combatte oggi sui campi di battaglia e sui mari con l'ulti­ma ratio dei popoli, la forza delle armi, è, ormai non v'è dubbio, nel più profondo una lotta tra due visioni del mondo. Dietro gli eserciti e gli squadro­ni di ferro e di acciaio, e con loro, è in atto una lotta mondiale degli spiriti, in cui una nuova idea di conviven­za umana, scaturita dai popo­li più civili del continente eu­ropeo [il tedesco e l'italia­no], combatte per la propria libertà e per il proprio futuro contro le potenze spirituali del passato [...] Con la visione del mondo che ci offre l'idea nazionalsocia­lista, si è compiuta una rivoluzione teoretica assiale: il passag­gio dall'"io" al "noi", dall'indivi­duo alla comunità. Con essa si è verificata una breccia nel mondo dello spirito, che pone rimedio ad un plurisecolare errore di pensiero!».      «Il pensiero individualista ha come errata premessa che l'uomo è un individuo [Einzel­wesen] e che come tale dovrebbe essere considerato in ogni espressione di vita. Su tale premessa teoretica apparentemente irreprensibile e auto-evidente, ma falsa, fu alzato per secoli, torre di Babele, l'edificio del pensiero individuali­sta. Mancò all'a­cu­me di tanti filosofi di quest'epoca indivi­dualista la nozione che l'uomo come "io" isolato non possiede in questo mondo alcuna realtà, che in tutti i suoi comportamenti è un essere sociale, nella famiglia, nella naturale [naturgebun­den, «legata alla natu­ra»] comunità di un popolo, di una razza, di una nazione di cui è parte, in una totalità alla quale è unito, in grado maggiore o minore. Era loro sfuggito il fatto essenziale che la comunità, nella quale la vita umana trascorre dalla culla alla bara, non è solo la condizione del suo essere e delle sue possibilità di azione, ma anche la premessa concettuale, la categoria del suo pensiero. Non avevano riconosciuto che in ogni aspet­to della vita umana associata il mondo della realtà non ci si presenta come pen­siero individualista, liberalista, ma come pensiero integrale, cosciente della comunità [ganzheitliches, gemeinschafstbewußtes Denken], non avevano riconosciuto che nell'a­de­sione dell'essere alla comunità naturale [naturgegeben, «data dalla natura»] sono racchiuse anche tutte le forze conoscitive dell'indivi­duo. Il pensiero individualistico fu il grande errore costruttivo di tutta un'epoca. È grande fatto del nostro tempo l'es­serci liberati dal viluppo dell'individua­lismo, dal quale i movimenti sociali del secolo passato non poterono liberarsi da sé, e aver visto nella comunità l'unico fondamento possibile del nostro pensiero e comporta­mento. Con ciò si è compiuta una delle più profonde rivoluzioni nella storia del pensiero. Questa rivoluzione del pensiero è la chiave che apre una nuova era [...] Di nuovo oggi si compie nel pensiero una rivolu­zione copernicana dello spirito. Oggi scopriamo che il mondo non ruota intorno al­l'in­dividuo ma alla comunità, al popolo, dal cui destino viene condotto l'indivi­duo».      Ed ancora: «Libertà è una parola solenne ed entusiasmante, ma spesso anche incompresa e mistificata. Come in ogni tempo ha attratto gli spiriti migliori, così in ogni tempo anche i peggiori l'hanno usata per i loro scopi. È un luogo comune del sen­timento e del pensiero, ove l'individualismo celebra vere orgie. La libertà dell'in­divi­duo, così afferma l'individualismo, è il primo nato dei diritti umani. Ma già questo avvio del pensiero è falso. Già Aristotele insegnava: "Il popolo è confor­me alla natura più che non l'individuo". La fonte dei nostri concetti non è il singolo, ma, come ho esposto, la comunità. Ogni concetto di libertà, dunque, che non si fondi sul­la comunità, non si fonda sulla realtà delle cose. Un concetto di libertà che non esca dalla comunità è a priori falso e inutilizzabile per qualsivoglia conoscenza nel campo della vita associata. Esso opera non in senso favorevole alla vita, ma in senso distrut­tivo della vita [il nietzscheano «dire sì alla vita»: Er wirkt nicht lebensbejahend, sondern lebenszerstörend]. Perciò anche la cosiddetta "libertà individuale", come affer­mano senza riflettere e banalmente i suoi apostoli, non è qualcosa che sia stato conferito all'uomo dalla natura. Dalla natura gli è data la coscienza della comunità, la coscienza del dovere verso la comunità in cui è nato. Il concetto individualisti­co di libertà richiede lo scioglimento del singolo da questo dovere nei confronti della comunità. Perciò, la sensibilità linguistica definisce chi si sottrae ai doveri verso la propria comunità anche come "individuo" o "soggetto"».      «Il fondamento politico del nazionalsocialismo è la concezione politica popolare dello Stato. Il nazionalsocialismo non cerca conquiste imperialiste, ma il raccoglimen­to interno e la concentrazione nazionale. Prova indiscutibile è il potente movimento di ritorno della nazione tedesca voluto dal nazionalsocialismo in modo così unico, il ritorno del sangue tedesco alla madrepatria. La concezione politica popolare dello Stato non è volta ad un'espansione esterna dispersiva di forze [kraftzersplit­tende], ma alla costruzione interna razionale e ad assicurare i fondamenti della vita nazionale. Il nazionalsocia­lismo ha evidenziato l'idea che i rapporti tra gli Stati possono essere strutturati stabilmente se i lineamenti delle nazioni sono chiari e definiti, se i capi sono radicati responsabilmente e autorevolmente nel popolo [...] Perciò il Partito Na­zionalsocialista non è un partito in senso parlamentare, ma il partito del popolo tede­sco per eccellenza. È il grande custode della coscienza sociale della Nazione, sen­te il polso del popolo, vigila sui suoi moti più fini, le sue ansie e bisogni, le sue esigen­ze e desideri, le sue gioie e dolori. È colui che l'aiuta e lo consiglia, che trasferisce incessantemente le sue iniziative dal basso all'alto. Ha dato responsabi­lità politica a centinaia di migliaia di connazionali [Volksgenossen] di ogni ceto e profes­sione, dan­do con ciò la possibilità a decine di migliaia di tedeschi di giungere ai posti di co­man­do dello Stato con una prova politica. Ha unito organicamente e inscindibil­mente con la vita della Nazione l'eterno flusso della gioventù e creato una selezione dei capi che porta ad un incessante impegno vitale le generazioni a venire. Col Partito acqui­sta concreta esistenza non una discutibile volontà parlamenta­re, ma la vera volontà del popolo. Coi suoi princìpi educativi, operativi e selettivi, esso ha dato alla Nazione un sistema meraviglioso e funzionale, il ritmo di forze sempre auto-rinnovantisi».      Ed ecco ancora Hitler, sempre il 30 gennaio 1937: «Certi di non sbagliare, noi proce­diamo verso un ordine che – come in ogni altro settore della vita nazionale – garantisce, anche nel campo del governo politico del paese, un processo di selezione ovvio e naturale, attraverso il quale gli elementi veramente capaci del nostro popolo sono destinati a diventare i dirigenti della Nazione, indipendentemente dalla nascita, dalle origini, dal nome e dai beni di fortuna. La bella verità proclamata dal grande Còrso, che ogni soldato ha nello zaino il bastone di maresciallo, troverà in questo paese il suo coronamento politico. Esistono un socialismo più bello e più splendido, una democrazia più vera e genuina di questo nazionalsocialismo che, grazie alla sua orga­nizzazione, fa sì che ognuno dei milioni di fanciulli tedeschi, purché a ciò desti­na­to dalla Provvidenza, possa arrivare al sommo della scala gerarchica della Nazio­ne? E ciò, si badi, non è pura teoria! Nell'odierna Germania nazionalsociali­sta è per tutti noi una ovvia realtà. Io stesso, chiamato a questo posto dalla fiducia del popolo, vengo dal popolo. Tutti i milioni di lavoratori sanno benissimo che alla testa del Reich non si trova un letterato straniero o un apostolo rivoluzionario internaziona­le, bensì un tedesco uscito dalle loro file. Del resto, numerosi figli di operai o di contadini si trovano oggi a posti di comando, in questo Stato nazionalso­cialista, e alcuni, anzi, sono ministri, luogotenenti e dirigenti del partito.      «Beninteso, il nazionalsocialismo vede anche qui soltanto il popolo nel suo insie­me, e giammai una classe. L'obiettivo della rivoluzione nazionalsocialista non era di trasformare una classe privilegiata in una classe di paria, bensì di creare un unico ordine di cittadini con eguali diritti ed eguali doveri. Noi non abbiamo annienta­to milioni di cittadini degradandoli a lavoratori forzati; il nostro obiettivo era di trasformare dei lavoratori forzati in cittadini tedeschi. Infatti tutti i tedeschi compren­deranno una cosa, e cioè che le rivoluzioni, come atti di violenza, possono essere sol­tanto di breve durata; se non sono in grado di costruire qualcosa di nuovo, esse, non essendo altro che eccessi, sono destinate a consumare, in breve tempo, ciò che è rima­sto in piedi. All'atto violento della presa del potere è indispensa­bile segua tosto una proficua opera di pace. Chi elimina certe classi per creare altre classi, pone il germe di nuove rivoluzioni! Chi oggi è borghese e comanda, sarà domani nuovamen­te proletario, condannato ai lavori forzati in Siberia, e un giorno spererà di essere liberato, così come il proletario che una volta era oppresso e ora crede di comandare. Ecco perché la rivoluzione nazionalso­cialista non ha mai avuto intenzione di affidare il potere a una determinata classe per eliminarne un'altra, bensì il contrario: il suo fine era di garantire a tutto il popolo germanico, con la organizzazio­ne delle masse, la possibilità di svolgere non solo un'attività economica, ma anche politica».      «Chiusa» verso l'e­ster­no, la comunità della razza e della nazione, del sangue e del suolo vede al suo interno la mas­si­ma parità di diritti e l'assenza di barriere fra i ce­ti. Come rileva Rainer Zitelmann I: «L'obiettivo di Hitler era la sostituzio­ne della borghesia con una nuova élite, reclutata in gran parte anche dalle file della classe operaia. Infatti, così come la borghesia deteneva tutte le qualità più negative – fiac­chezza, debolezza, viltà, mancanza di energia – le classi lavoratrici pos­sedevano tutte le doti migliori, la forza e l'energia [...] Alla luce di ciò si com­pren­dono anche le ripetute prese di posizione di Hitler a favore del migliora­men­to delle possibilità di ascesa sociale per gli appartenenti ai ceti svantaggiati (soprattutto operai), nel quadro di un futuro Stato nazionalsocialista. Egli era un fervente sosteni­tore di una "ugua­glianza delle opportunità" che portasse ad una maggiore mobilità sociale e all'aumen­to delle possibilità di ascesa dei lavoratori».      Ed ancora: «Anche se furono intrapresi dei tentativi in direzione della formazione di una "nuova élite" che avrebbe dovuto sostituire a lungo andare quella vecchia, i ver­tici del nazionalso­ciali­smo furono spesso in disaccordo sul modo con cui costituire la nuova classe dirigen­te: al proposito, ad esempio, le concezioni di Himmler incon­trarono sempre l'op­po­sizione tanto di Hitler, quanto di Goebbels e di altri espo­nenti di punta del partito. Hitler insisteva nel dire che era sbagliato selezionare le persone basandosi sulle loro qualità fisiche, come invece faceva Himmler, che elesse a criteri selettivi delle SS la statura, le fattezze del viso, il colore dei capelli e degli occhi e la struttura fisica nel suo complesso. Come annotò Goebbels nel suo diario il 26 giu­gno 1936, "il Führer disapprova aspramente il lavoro delle commissioni raz­ziali". Lo stesso Goebbels, il cui aspetto fisico non sarebbe certo rientrato nei criteri ideali delle SS, si scagliò con veemenza contro l'"idiozia del materialismo raz­ziale, che guarda sol­tan­to al biondo ossigenato e non allo spirito e al comportamen­to"».      Egualmente Walther Darré, responsabile dal 1929 della poli­ti­ca rurale nazio­nalso­cia­lista, poi ministro per l'Agricol­tura e l'Alimen­tazione: «Noi rifiutia­mo [...] per prin­ci­pio ogni speculazione intellet­tuale contraria all'egua­glianza sociale, in altre parole ogni costituzio­ne di caste nel corpo del nostro popolo. In termini gene­ra­li, tutto quel che si rivela af­fi­ne alla concezione di casta è da respinge­re» (l'unica giu­sti­fica­zione morale di una divisione in caste si ha, per una società, quando due raz­ze molto diffe­renti l'una dal­l'al­tra sono costrette dalla storia a vivere fianco a fianco ed una risulta, come si è verificato in India per gli indoarî e le genti dravidi­che, «molto superiore all'altra. Nella casta si tro­va la "frontiera del sangue", essa co­stituisce un modo per evita­re una penetra­zione del san­gue inferiore nella casta dei Si­gnori»).      Ed ancora Zitelmann II, riba­dendo la centralità nel pensiero hitleriano del concet­to che Stato ed economia non sono fini a se stessi, ma mezzi per uno scopo, cioè la difesa e il man­te­nimen­to della comunità nazionale: «Poiché secondo lui malsani rap­porti sociali avreb­bero condotto al crollo, alla pura rovina fisica del popolo, egli attribuì alla questione sociale un'importanza primaria sotto questo aspetto. E dunque, non fu affatto pietà o compassione ciò che indusse Hitler a porre l'accento sull'im­por­tanza della questio­ne socia­le. Egli stesso lo riconobbe in un discorso [tenuto ad Erlangen il 3] luglio 1931: "... se qualcuno mi chiede: 'perché Lei è socialista', rispondo: 'perché credo che il nostro popolo non possa continuare ad esistere, come popolo, se non è sano in ogni sua parte'. Non posso raffigurarmi futuro per il nostro popolo quando vedo che da un lato passeggiano cittadini pasciuti e dall'altro gridano masse di emaciati lavoratori. Mi interrogo sul nostro futuro, mi interessa solo il mio popolo, come sarà fra cent'anni, tutto dipende da questo. Non per compassione verso il singolo sono socialista, ma solo in funzione del nostro popolo. Voglio che il popolo che ci ha dato la vita continui ad esistere anche in futuro"».      Concetti ripetuti a Otto Wagener, suo consulente economico, nel 1931: «Non sono entrato in politica per aprire la strada a un socialismo internazionale [...] Io porto al popolo tedesco il socialismo nazionale, la dottrina politica della comunità di popolo, la comunione di tutti coloro che fanno parte del popolo tedesco, che sono pronti e vo­glio­no sentirsi parte inscindibile e corresponsabile della totalità del popolo». Per la qual cosa il nazionalso­cialismo non era merce da esportazione, tesi sempre af­fermata: «Sono decisa­mente con­trario a qualsiasi tentativo di esportare la dottrina nazionalso­cialista. Se gli altri paesi desiderano conservare il sistema democratico, e correre così verso la rovina fatale, noi dobbiamo rallegrarcene – tanto più che nel medesimo tem­po, grazie al nazional­so­cialismo, noi ci trasformia­mo, lentamente e sicu­ramente, nella più solida comunità popolare che si possa imma­ginare» (20 maggio 1942).      «In un discorso tenuto il 30 gennaio 1939» – continua Zitelmann II – «si chiari­scono i momenti egualitari del pensiero di Hitler, e tale eguagliamento (che doveva essere solo la base per la creazione di una nuova élite) s'indirizzava in primo luogo contro la borghesia, contro le classi un tempo dominanti e la loro pretesa a diritti particolari e privilegi: "Ma questa nuova selezione dei capi deve, in quanto fenomeno sociale, venire liberata da numerosi pregiudizi che non posso non definire una bugiar­da e, nel profondo, insensata morale sociale. Non c'è atteggiamento che non abbia la sua giustifica­zione ultima nell'utilità da esso scaturente per la totalità del popolo. Ciò che è chiaramente insignificante o persino dannoso per l'esistenza della totalità del popo­lo, non può venire considerato un'etica al servizio di un ordine sociale. E sopra tutto: possiamo pensare una comunità di popolo solo osservando leggi valide per tutti. Non è cioè tollerabile aspettarsi o pretendere che una persona osservi prin­cì­pi che per un'altra sono insensati, dannosi o anche solo insignificanti. Non ho alcu­na compren­sione per gli sforzi di ceti sociali decadenti di estraniarsi dalla vita reale trincerandosi dietro una siepe di leggi di ceto disseccate e divenute irreali per soprav­vi­ve­re artificialmente per mezzo di esse. Certo, se ciò accade per assicurare alla propria decadenza la pace eterna, allora non abbiamo nulla da obiettare. Se inve­ce si vuole intral­ciare la vita che avanza, allora l'assalto di una gioventù irrompente elimi­ne­rà tosto questa sterpaglia. L'odierno Stato popolare tedesco non conosce pre­giu­dizi sociali. Non conosce perciò etiche sociali particolari. Conosce solo le leggi della vita e le necessità comprese dall'uomo tedesco con la ragione e la conoscenza. Il nazionalsocialismo le ha comprese e vuole vederle rispettate"».      Impostazione così giudicata da Enrico Syring: «Dal punto di vista sociopoli­tico la creazione di una "comunità di popolo [Volksge­mein­schaft]" tedesca fu l'obietti­vo primario di Hitler. Al riguardo, anche tale proget­to va inteso come un ulteriore stru­mento della "politica razziale" nazionalsocia­li­sta, in vista di quella più salda intima unione di tutti i tedeschi che doveva abbracciare ogni classe e ceto e che doveva esse­re raggiunta anche attraverso una cosciente demar­cazio­ne nei confronti de­gli ebrei. Hitler non poteva né voleva abolire ogni differenza sociale. Il far parte di un certo ceto piuttosto che di un altro doveva essere libero e non più, come in passato, "eredi­tato" dalle precedenti generazioni. Piuttosto, almeno in teoria, ci si aspettava da ogni giovane tedesco "ariano" che, indipenden­temente dalla sua estrazio­ne, si acquistasse,  lottando con le proprie forze, il rango e il posto sociale che gli spettava­no individual­mente per le proprie capacità e disponibilità nei confronti del bene comune. In parti­co­lare, doveva essere data ai figli dei ceti più bassi la possibili­tà per ascende­re socialmente. Inoltre, Hitler voleva che in futuro il credito goduto dal sin­go­lo nella società fosse indipendente dalla sua posizione sociale. Chiunque con tutte le sue capacità e impegnandosi con tutto se stesso – imprenditore od operaio, pro­fessore o spazzino, "lavoratore della mente" o "lavoratore del pugno" – si fosse dedi­cato, nel suo ambito, al bene comune, avrebbe per questo dovuto gode­re, mal­gra­do le sussistenti differenze di reddito, sostanzial­mente dello stesso credito sociale. Non più la posizione sociale in sé, ma unicamente la disponibilità mostrata per il – tale defini­to dai nazionalsocialisti – "grande compito comune [große gemein­sa­me Sache]" sareb­be stato il termometro per misurare il credito sociale. Tutti i tedeschi "ariani" avreb­bero dovuto, gradualmente, farsi "connazionali" ["Volksge­nos­sen" und "Volksgenossinnen"] l'uno nei confronti dell'altro».      «Una comunità umana organizzata in Stato» – aveva scritto nei primi anni Trenta il socio­logo Otto Am­mon, docente a Vienna – «sopporterà tanto meglio la lotta se essa si confor­merà al princi­pio secondo cui ad ogni posto deve trovarsi la persona più adatta ad occu­parlo. An­che se nasce nella condi­zio­ne più bassa, l'uomo altamente dotato deve poter occupare il posto che gli compete, perfino il primo, se nessuno nella comuni­tà lo supera quanto a capacità. L'uomo di nascita superiore deve cedere il suo posto se non ha più la capacità di occuparlo degna­mente: lo esige l'interesse comune. In ciò risiede il pro­ble­ma sociale più importante: dalla sua soluzione non dipende soltanto il benessere del popolo all'interno dello Stato, ma anche la sua vittoria nella lotta per l'esistenza in caso di conflitto ester­no». «Ognuno di noi è storia» – completa nel 1934 in Deutsche Gottschau, "La visione te­desca di Dio", Wil­helm Hauer, presidente della Deutsche Glaubensbewe­gung, "Mo­vi­men­to per la reli­gio­sità tedesca", docente di Sanscrito e poi di Indologia, Storia Comparata delle Religioni e Visione del Mondo Ariana a Tübingen – «in quan­to divie­ne, cioè è svol­gi­mento sotto il potere di forze profonde. Ma solo là dove c'è popolo c'è storia in senso stretto. Poiché la storia è l'insorgere di una forma definita dal sangue e dallo spirito di un popolo in uno spazio assegnato­gli dal destino. Il popolo è un organismo che cresce secondo un interiore destino [...] Il divenire di un popolo si svolge dal suo interno. I suoi più alti destini vengono foggiati dalla sua profondità creatrice. Niente è caso. I suoi grandi uomini e donne, i suoi capi e veg­gen­ti nascono secondo quel pro­fondo volere del destino che inabita il popolo. Esso è il volere divino».      I ceti superiori del popolo – le élites di paretiana memoria, quelli che nella storia hanno sempre fornito la struttura della classe politica di una nazione – se non posso­no rin­no­varsi con i propri elementi o non lo vogliono, accet­tando l'ap­porto di sangue degli altri ceti, non solo giungono prima o poi essi stessi ad estin­zio­ne, ma portano a rovina l'intera nazione da cui sono scatu­riti e che li ha «riconosciu­ti», accettati e legittimati (l'esempio più cla­mo­roso di tale delete­ria chiusura è costituito dalla para­bo­la storica della società spartana).      Questa motivazione costituisce il fondamento primo dell'eti­ca sociale del nazional­socialismo (e del fasci­smo in senso lato): «I pregiudizi di classe non potrebbe­ro sus­si­stere in uno Sta­to come il nostro, dove il proletariato produce uo­mini di tanta supe­rio­ri­tà. Qualsiasi organizza­zione ragionevole deve favorire l'av­vento degli individui di valore. Ho voluto che le organizzazio­ni scolastiche del Partito permet­tessero al bambi­no più povero di aspirare alle funzioni più elevate, avendone le capacità. Il Parti­to, d'altra parte, deve vigilare a che la so­cie­tà non sia divisa in comparti­menti, di modo che ciascuno possa affermarvisi rapi­damente. Altrimenti, il mal­contento met­te radici e l'ebreo si trova in ottima posizione per sfruttarlo. È indispensa­bile che si stabili­sca un equi­li­brio, di modo che i conservato­ri irriducibili siano an­nien­tati al pari degli anarchici ebrei e bolscevichi [...] Come sono propugna­tore di un massimo di e­quità nell'ordine sociale sta­bi­lito, così mi sento in diritto d'infie­ri­re con spietato rigore contro chi pre­ten­desse di minare que­st'or­dine. L'ordine che io co­struisco de­ve essere di una solidità a tutta prova ed è per questo che soffo­chere­mo qual­sia­si tentativo di sovverti­re quest'ordine. Ma in questa società nazionalso­cialista niente sarà trascurato per situare debi­tamente la competenza e il talento. Noi voglia­mo dav­vero che ciascuno possa foggiarsi il suo destino. Che coloro che sono atti al co­man­do possa­no comandare, gli altri siano agenti esecuti­vi. Occorre valutare sen­za partito preso le attitudini e i difetti di ciascu­no – affinché ciascuno possa occupare il posto che gli si addice per il maggior bene della comu­nità» (27 gennaio 1942).      Poiché, secondo Hitler, nel popolo tedesco è soprattut­to l'ele­men­to nordico, in virtù delle sue caratteristiche razziali, ad infor­ma­re le strutture portanti dell'anima nazionale, è in primo luogo su tale elemento che incombe il do­vere di custodire ­l'ori­gi­naria ­spi­ri­tualità ariana. È quindi a tal scopo che egli con vigore sostiene: «Non avrò pace finché non sarò riuscito a rico­sti­tuire un nucleo di sangue nordico dovunque la popolazione abbia biso­gno di essere rigenerata. Se, al tempo delle migrazioni, tra le grandi cor­ren­ti etniche che esercitavano la loro influenza, al nostro popolo sono stati assegnati doni così diversi, questi hanno assunto tutto il loro valore soltan­to in ragione dell'esi­stenza di un nucleo raz­zia­le nordico [...] poiché noi possediamo una facoltà che congloba tutte le altre: il senso imperiale, il potere di ragionare e di costruire freddamente» (12 maggio 1942).  

Prassi giuridica

       L'opera del Günther cui abbiamo fatto riferimento – Rassenkunde des deutschen Vol­kes, Antropologia del popolo tedesco – fu edita per la prima volta nel 1922 e vide in undici anni se­dici edizioni; quella di Eichenauer uscì per la prima volta nel marzo 1934 e fu ristampata l'anno seguente; nel 1932 Mein Kampf, compar­so in due volu­mi nel 1925 e nel 1927, conta 77 edizioni con una tiratura com­ples­siva di 1.060.000 copie; dieci anni più tardi sarebbe arrivata a 690 edizioni, con una tiratura complessi­va, sempre nella sola lingua tedesca, di 8.150.000 co­pie.      Come detto al capitolo XXVII, nel 1934 l'ebraismo internazionale, coi suoi punti di for­za in Inghil­ter­ra e negli USA, intensifica quell'aspra, ag­gres­siva guer­ra contro la Germania – retta dal nazionalso­ciali­smo a partire dal 30 gen­naio 1933 – che la sua sezione «interna» ave­va scatena­to con­tro il­ po­po­lo tedesco ancor prima del novembre 1918. Poiché non è qui la sede di trattare del secolare percorso del­l'ebraismo, come illustrato in dodici tappe stori­che da Hitler, riman­diamo il lettore direttamen­te alle pagine in que­stio­ne (Mein Kampf, I 11).      Che la cosiddetta «rivoluzione russa» si debba poi identi­ficare con un vero e proprio «colpo di stato bolscevico» diretto ed agìto in prima persona, per la quasi totalità della sua dirigen­za, dal­l'e­braismo, lo abbiamo dimostrasto nella terza Appendice. Basti qui richiamare, con le parole di Hitler, quella plastica sensazione, quella co­gni­zione de­gli eventi e dei protagonisti del bolscevismo un tempo patrimonio della memo­ria europe­a: «Quando ha raggiunto il potere politico, l'ebrai­smo getta la ma­sche­ra. L'ebreo popo­la­re e democratico si trasforma in ebreo san­gui­na­rio e tiranno del popolo. In pochi anni egli tenta di sradica­re i portatori dell'intel­ligenza nazionale e to­gliendo ai popoli la loro guida naturale e spirituale li fa matu­ri per una soggezio­ne permanente. Il più spaventoso esempio di ciò ci offre la Russia, dove l'ebreo la­sciò morire di fame od uccise trenta milioni di uomini con una rabbia fanatica e selvag­gia e sotto tormenti inu­ma­ni; e ciò per assicurare ad un mucchio di ebrei letterati e ban­di­ti di Borsa il dominio su un grande po­polo» (Mein Kampf, I 11).      Consapevole dell'indifferibilità di provvedimenti a tutela interna e internaziona­le della nazione tedesca, il gover­no del Reich adotta rapidamente misure legi­slative per difendere gli interessi, i va­lo­ri, il concreto sangue germanico. A ritorsione per il boi­cot­taggio procla­ma­to dall'ebraismo internazionale a tempo indetermina­to contro la Ger­ma­nia, il 31 mar­zo 1933 il mi­ni­stro della Giustizia di Prussia, Hans Kerrl, emana il primo­ de­cre­to di esclusio­ne, limitando l'attività degli ebrei nel mondo le­ga­le. Venti­quat­tr'ore più tardi viene proclamata una gior­na­ta di boicottag­gio dei nego­zianti e dei professionisti ebrei, sotto la guida di Julius Streicher, Gauleiter di Norimberga.      Un decreto che esclude gli ebrei dall'amministrazione civile viene approvato dal Consiglio dei Ministri il 7 aprile. La Legge per la Ricostru­zione e la Semplificazione dell'Amministrazione­ Ci­vi­le dello Stato, firmata da Hitler, dal ministro degli Interni Frick e da quello delle Finanze Schwe­rin von Krosigk, prevede la messa a riposo di tutti i funzionari civili «che non siano di san­gue ariano», ad eccezione dei militari che hanno prestato servi­zio al fronte nella guerra mondiale e delle persone i cui figli o padri sono caduti in guerra. Un successivo decreto dell'11 aprile, definisce «non ario» chi ha per genitori o per nonni degli individui non-arî, e particolar­men­te degli ebrei. A tal fine è sufficiente che sia non ariano anche uno soltanto dei genitori o dei nonni. Alla stes­sa stregua viene consi­derata la discen­denza extraconiuga­le, mentre l'adozione da parte di genitori arî non è riconosciuta valida agli effetti di conferire auto­maticamente all'adottato la qualifica di ario. La medesima legge dispone che nel caso in cui la discendenza ariana sia incerta debba venire richiesto il parere di esperti­ no­mi­nati dal ministero degli Interni. Questi provvedimenti valgono per tutti i funzionari pubblici del Reich, dei Länder e degli enti dipendenti, compresi quelli di diritto pubblico e gli istituti di assicurazione. La Reichsbank e le Ferrovie tede­sche sono autorizzate ad ap­pli­care gli stessi criteri al proprio personale, criteri che, sia pure in modo «giudizio­so», possono essere applicati anche nei ri­guardi degli avventizi.      Il 30 giugno, viene approvata una legge sull'assun­zio­ne dei funziona­ri pubblici: «Chi non è di discendenza ariana o è sposa­to con persona di discendenza non ariana, non può essere assunto come fun­zionario del Reich. I funzionari del Reich che con­tra­essero matrimonio con una persona di discendenza non ariana saran­no li­cenziati». Nella considerazio­ne della non-arianità «non è più de­ci­siva una qualche fede religiosa od un nome, ma unicamente la di­scen­denza, cioè l'ap­parte­nenza ad una data razza».
   
Alla sensibilità moderna di quel lettore che ritenga «urtanti» tali cri­teri, lo storico potrebbe invitare a consi­derare che: 1) pro­po­siti e precetti ben immorali ha imposto per millenni ed impone l'inse­gna­mento biblico-talmu­di­co; 2) più o meno ufficialmente, a torto o ragione ma in ogni caso con piena consa­pe­volezza, il popolo tede­sco si trova in guerra contro un popolo-Stato dota­to di infinite «quinte colonne»; 3) ancor oggi, nell'anno 2000, per quanto un arabo faccia addirittura parte della Corte Suprema, il demo­cratico Israele non accetta arabi quali funzio­na­ri gover­nativi di li­vello più o meno eleva­to; 4) asso­lu­to è il divieto per i non-ebrei a prestare servizio nelle forze armate; 5) vietata è anche la partecipazio­ne di cittadini israeliani non-ebrei, cioè cristiani o musulma­ni, alla vita comunisti­ca dei kibbutzim.
   
     Da quelle prime due, l'emanazione di leggi antiebraiche pro­se­gue senza interru­zio­ni: quattrocentotrenta provvedimenti legi­slati­vi saranno emanati fino al novembre 1944, quarantuno dei quali en­tro la fine del 1933. Dell'asprezza delle «vessazio­ni» subite fino al momento della radicaliz­za­zione del conflitto con l'ebraismo mondiale testimonia l'ebreo George Mosse: «Eccettua­ti i liberi professio­ni­sti, poco fu fatto per indebolire la posizione economica della maggio­ranza degli ebrei tede­schi. È vero che tra il 1933 e l'au­tunno del 1937 furono espropriati i beni di pochi ebrei molto in vista e potenti, per lo più proprietari di giornali e di grandi magazzi­ni, ma, malgrado il boicottag­gio decretato il 1° apri­le 1933 [della durata, risottolineiamo, di un giorno, o meglio di sei-otto ore, e perdipiù di sabato, giorno di chiusura-riposo per gli ebrei osservanti], i commer­cianti ebrei continuaro­no a guada­gna­re di che vivere un'esi­sten­za accetta­bi­le».      «Una pietra miliare negli annali dell'antisemitismo» (così sempre Mosse) rappre­sen­ta il settimo Congresso del Partito Nazionalsocialista a Norimber­ga (da martedì 10 a lunedì 16 settembre 1935), significativamente chiamato Parteitag der Freiheit, «Con­gresso della Libertà». Il motto di tale adunanza (a differenza di quello del precedente «Congresso dell'U­ni­tà e della Forza» tenutosi nel 1934) suona Wehr­freiheit durch Wehrpflicht, «Libertà di difesa attraverso il dovere di di­fe­sa». Nel tardo pomeriggio del 15 settembre, alla presenza dei deputati del Reichstag riu­niti in seduta straordi­naria nel Kulturvereinshaus (Casa della Cultura), Hermann Goering dà lettura di tre leggi, che vengono accolte con entusiastiche acclamazioni.      La prima, firmata da Hitler, Frick e dal capo di Stato Mag­gio­re von Blom­berg, non concerne la questione ebraica. Essa impo­ne come ban­diera nazionale e commer­ciale del Reich i colori bian­co, nero e rosso con lo svastica, che non solo va a sostituire la vecchia bandiera imperiale nero-bianco-rossa introdotta da Hindenburg l'11 marzo 1933 (affiancata con pari dignità dalla bandiera nazionalso­cialista), ma soprattutto cancella il tricolore nero-rosso-oro della Repubbli­ca di Weimar, introdot­to nel novembre 1918 dopo il crollo del secondo Reich (sarà in seguito riesuma­to quale ves­sillo della Repubblica Federa­le). Pur mantenendo i colo­ri della Germania imperia­le, diverso è tuttavia lo spirito sotte­so alla nuova inse­gna: «La bandiera di una volta andava bene per il Reich di una vol­ta, così come, grazie a Dio, la Repubblica scelse la bandiera che va bene per lei [...] Noi non ci proponia­mo di destare dalla morte il vecchio Reich, crollato per i propri errori, ma di fondare uno Stato nuovo [...] In qualità di socia­li­sti nazionali noi ravvisiamo nella bandiera il nostro program­ma. Nel rosso ravvisiamo l'idea so­ciale del movimento, nel bianco l'idea nazionalista e nella croce uncinata la missione di combat­tere per la vittoria dell'uomo ario e per il trionfo dell'idea del lavoro creatore, che fu e sarà sem­pre antigiudai­co» (Mein Kampf, II 7).      Le altre due leggi, rimaste alla storia come Leggi di Norimber­ga – «il più micidia­le strumento legislativo della storia d'Europa», le avrebbe definite Gerald Reitlinger – riguardano es­senzialmente gli ebrei tedeschi e rivestono un grado di importanza mag­giore. Una prima, Reichsbürgerge­setz, «Leg­ge sulla Cittadinanza del Reich», fir­mata da Hitler e Frick, stabilisce i criteri per l'acquisi­zione del­la citta­dinanza. Già il 14 luglio 1933 il gabinetto aveva approvato un decre­to che auto­rizzava la revoca della cittadinanza e la confi­sca delle proprietà nei confronti di coloro che, avendo ottenuto la cittadi­nanza sotto la Repubblica di Weimar, risul­tas­sero «indesi­derabili», nonché nei confronti dei cittadini tede­schi emigrati all'estero che avessero dato prova di slealtà verso il Reich. Il 23 agosto successi­vo Frick aveva così tolto la cittadi­nanza a pa­rec­chi transfughi anche di notevole fama, la maggior parte dei­ qua­li ebrei. In seguito la legislazione in materia aveva incorpora­to spo­ra­di­ci amplia­menti, come il decreto di Hitler e Frick del 15 maggio 1935 che ne­gava l'e­si­stenza di diritti auto­ma­tici all'acquisizio­ne della cittadinanza e­ subordi­na­va cia­scun caso all'esame e all'appro­vazione delle autorità competen­ti.      La seconda legge del 15 settembre è più radicale­. Essa di­stin­gue, in base a criteri ideologico-razziali, fra «membri dello Stato» (Staatsangehörige) e veri e propri «cit­ta­dini» (Reichsbürger, «citta­di­ni del Reich»), dotati come tali della pienezza dei diritti politici. Nella seconda categoria  rientrano solo persone di sangue tedesco od affine, che con il loro comporta­mento abbiano dimostrato il desiderio e le capacità di servire le­al­mente il popolo e lo Stato tedeschi.      Dopo che il precedente regolamento sulla cittadinanza del 5 febbraio 1934 aveva abolito la cittadinanza dei Länder, la­scian­do ai loro governi la facoltà di prendere decisioni in mate­ria di diritto di cit­tadinanza solo in nome e su incarico del Reich, la nuova legge e i regolamenti esecu­tivi attuano il 4° e il 5° punto del pro­gramma del­la NSDAP: «Staatsbürger kann nur sein, wer Volksgenosse ist. Volks­genosse kann nur sein, wer deutsches Blutes ist, ohne Rücksichtnahme auf Konfession. Kein Jude kann daher Volksgenosse sein» per cui, traduce Giuseppe Lo Verde, insi­gne giuri­sta palermitano, «Può essere c­itta­di­no dello Stato chi fa parte della comunità­ po­po­la­re. Della comu­ni­tà popolare può far parte soltanto chi è di san­gue tedesco senza riguardo alla confessione. Nessun israe­li­ta può perciò far parte della comunità popola­re» e «Wer nicht Staatsbürger ist, soll nur als Gast in Deutschland leben kön­nen und muß unter Fremdengesetzge­bung stehen, Chi non è cittadino dello Stato, può vivere in Germania solo come ospite e deve sottostare alla legislazione per gli stranieri».      La ratio di tale posizione è illustrata dal Hitler in Mein Kampf, II 3: «Il diritto di cittadinanza s'acquista oggi in prima linea col nascere entro i confini d'uno Stato. La razza o l'apparte­nenza alla nazione non hanno in ciò nessuna parte. Un ne­gro, vissuto una volta nei territori di pro­tet­torato tedesco ed ora dimorante in Germa­nia, mette al mondo un­ fi­glio che è "cittadino tedesco". E così, ogni figlio di ebrei o di polacchi o di africani o di asiatici può essere senz'altro dichia­ra­to cittadino tedesco [...] L'acquisto della cittadinan­za si svol­ge non diversa­mente dall'ammis­sione in un club automo­bi­li­stico. Il candidato pre­senta la sua richie­sta, si procede ad un'in­da­gine, la richiesta è accolta, ed un bel giorno gli si fa conoscere con un biglietto che è diventato cittadino dello Stato. E la notizia gli è data in forma umoristica: a colui che finora è stato uno zulù od un cafro si comunica che "è diventato tede­sco"! Siffat­to privilegio è la prerogativa di un semplice funzio­nario. In un batter d'occhio questo funzionario fa ciò che nemme­no il Cielo potrebbe fare. Un tratto di penna, e un mon­go­lo di­ven­ta un autentico "tedesco". Non solo non ci si cura della razza di quel nuo­vo cittadino, ma non ci si preoccupa nemmeno della sua sanità fisica. Egli può essere roso dalla sifilide quanto vuole, tuttavia è benvenuto quale cittadino per lo Stato odierno, purché non rappresenti né un onere finanzia­rio né un pericolo politico. Così ogni anno lo Stato assorbe ele­men­ti velenosi da cui non può più liberarsi». Lo Stato Nazionale ripartisce invece gli abitanti in tre categorie: cittadi­ni, membri dello Stato, stra­nie­ri. La nascita non rende di per se stessa cittadino un in­divi­duo, bensì gli conferisce l'«appar­te­nenza allo Stato»: «Questa, per sé, non rende capaci di coprire cariche pubbli­che né di eser­ci­tare un'attività politica par­te­cipando ad elezio­ni [...] Il giovane di nazionalità tedesca, appartenente allo Sta­to, ha l'obbligo di compie­re l'educazione scolastica prescrit­ta ad ogni tedesco. Così si as­sog­get­ta all'educazione necessaria a diventare un mem­bro del popolo avente co­scien­za della razza e della naziona­lità [...] Quan­do il giovane, sano e virtuoso, ha ter­minato il ser­vizio militare, gli viene conferito nella maniera più solenne il diritto di cittadinanza [Sta­atsbürger­recht]». Il certificato di cittadinanza deve «essere confe­rito con un solenne giura­mento da prestare alla comunità nazionale e allo Sta­to. Questo docu­mento deve essere come un legame allac­ciante tutti i ceti e varcante tutti gli abissi».      Nel riservare l'acquisto della cittadinanza agli appartenen­ti allo Stato «di sangue tedesco o affine», la legge sostituisce il termine «discen­denza ariana» che si ritrova nella legislazione precedente, al qua­le non si era potuto ascrivere un preci­so significa­to giuridico a cagione della sua provenienza dagli studi linguistici. Concretamente possono divenire cittadini tedeschi, oltre alle persone di sangue tedesco, i misti (Mischlinge) di secondo e di primo grado, gli appartenenti agli altri popoli europei e i discendenti di questi che siano di razza pura, fermo restando che la cittadinanza non viene confe­ri­ta automaticamente, ma dopo valutazione di ogni sin­go­lo caso. Il conferimen­to è costituito da un atto am­mi­nistrati­vo, dalla conces­sio­ne cioè della «patente di cittadi­nanza» (Reichsbür­ger­brief). I principali diritti ad essa collegati sono l'elettorato e la capaci­tà di rivestire un impiego pubblico. A colui che intende acquisire la cittadinan­za, oltre che il possesso del­l'appar­tenenza allo Stato e delle premesse di carat­te­re razziale, la legge richiede una terza condizione: che egli «sia idoneo e in­ten­zio­nato di servire fedelmente il popolo tede­sco ed il Reich». L'atte­stazio­ne di questa volontà e di questa idoneità è data so­prat­tutto dall'effettua­ta presta­zione del Servizio del La­vo­ro (RAD Reichsar­beitsdienst) e del servizio militare.      Fanno seguito a questa altre leggi contenenti limita­zioni di diritto pubblico per le persone non di sangue tedesco od affine: così i regolamenti sulla professio­ne di medico del 13 dicembre 1935, di veteri­na­rio del 3 aprile 1936, di avvocato del 21 feb­braio 1936 e di farmacista del 18 apri­le 1937. Tutte queste professioni, per la concezione nazionalso­cia­lista dei rapporti sociali, non sono più considerate «libere», ma «vincolate al popolo ed allo Stato» (Volks- und Staatsge­bunde­ne Berufe), per cui i professionisti in questione sono investiti di pubbliche funzio­ni.      La terza legge del 15 settembre – o Seconda Legge di Norim­ber­ga – Gesetz zum Schutze des deutschen Blutes und der deutschen Ehre, «per la difesa del sangue e del­l'onore tedesco», firmata da Hitler, Frick, dal ministro della Giustizia Franz Gürtner e da Rudolf Hess quale Stellvertre­ter («facente funzio­ne») del Führer, comincia con il constatare che la purezza del sangue tede­sco costituisce il requisito primo per la conti­nua­zio­ne del popolo tedesco e con l'affermare l'incrollabi­le de­ci­sione del Reichstag di assicurare in tal senso il futuro della nazione.      Già il Taschenwörterbuch des Nationalsozialismus, "Diziona­rio Tasca­bi­le del Nazionalsociali­smo", pubblicato in seconda edi­zione nel 1934 a cura di Hans Wagner dal Nationalsozialisti­scher Lehrerbund, "Lega na­zio­nalso­cialista degli inse­gnanti" (la seconda edizione porta il titolo "Dizionario tascabile del Nuovo Stato"), aveva recita­to alla voce Misch­ehen, "Matrimoni misti": «Essi sono matrimoni fra appartenen­ti a razze diverse. Il princi­pio razziale del nazional­so­cialismo­ ri­chiede da ogni cittadino la tutela della razza e la conserva­zione della purezza del sangue. Di conseguenza i matrimo­ni tra apparte­nenti a razze diverse non sono nazionalso­cialisti. Eccetto le di­spo­sizioni per il riordina­mento del pubblico impiego [la citata legge del 7 aprile 1933] la legislazione non ha finora proibito i matrimoni misti, ma essi sono divenuti pra­ti­camente impossi­bili in virtù del compor­ta­mento del popo­lo».      La nuova legge proibisce ora, sotto pena del carcere, i matrimoni o le relazio­ni extra-coniugali fra ebrei e cittadini tedeschi, di sangue tedesco o affine. Tali matrimoni, anche se contratti all'estero per eludere la legge, sono dichiarati nulli (lo Statistisches Jahrbuch für das Deutsche Reich annate 1937-1941/42 riporta, per il delit­to di Rassenschande, «disonoramento della razza», 1911 condanne a pene varianti dal minimo di un giorno al massimo di quindici anni di carcere, e precisamen­te: 11 nel 1935, 358 nel 1936, 512 nel 1937, 434 nel 1938, 365 nel 1939, 231 nel 1940). Inoltre, gli ebrei non possono assumere come persone di servizio donne di sangue te­de­sco o affine di età inferiore ai 45 anni (età considerata limite per la fertilità). Agli ebrei è infine vietato esporre la bandiera nazionale e del Reich, nonché portare i colori del Reich. Hanno invece l'e­spli­cito permes­so di esporre e portare i colori ed i simboli ebraici, facoltà il cui esercizio è tutelato dal­lo Sta­to. Ben dissonanti dall'odierno sentire sono le reazioni di due autorevoli organi ebraici ufficiali, come anche del principale periodico delle SS.      Già il 17 settembre, infatti, la Jüdische Rundschau, organo della ZVfD Zionisti­sche Vereinigung für Deutschland, pubblica un entusiastico editoriale, ove afferma che il Reich «soddisfa le richieste del Congresso Sionista Mondiale, quando dichiara che tutti gli ebrei attual­mente residenti in Germania sono una minoranza nazionale [e non religiosa]. Una volta che gli ebrei sono riconosciuti come minoranza naziona­le, è nuovamente possibile stabilire relazioni normali tra la nazione tedesca e la nazione ebraica. Le nuove leggi offrono alla minoranza ebraica in Germania la pro­pria vita culturale, la propria vita nazionale. In futuro agli ebrei sarà possibile fondare proprie scuole, un loro proprio teatro, le proprie associazioni sportive. In breve, il popolo ebraico potrà essere artefice del proprio futuro sotto ogni aspetto della propria vita nazionale [...] La Germania ha dato alla minoranza ebraica l'oppor­tunità di vivere basandosi sulle proprie forze e concede la protezione dello Stato per questa vita separata della minoranza ebraica. Il processo che porta dalla comunità ebraica alla nazione verrà incoraggiato e contribuirà allo stabilimento di migliori rapporti tra le due nazioni». Ancora più plausi giungono il giorno 19 da parte di Der Israelit, organo della comunità ortodossa in Germania, quando il periodico, dopo avere espresso il proprio appoggio all'idea di autonomia culturale e di educazione separata, approva senza ambiguità l'interdizione a celebrare matrimoni misti.      Il 26 settembre segue poi, tra le tante voci ufficiali di parte tedesca, l'himmleria­no Das Schwarze Korps: «L'avere riconosciuto la comunità ebraica quale comunità razziale basata sul sangue e non sulla religione porta il governo tedesco a garantire incondizionatamente l'integrità razziale di questa comunità. Il governo tedesco è in piena sintonia col grande movimento della comunità ebraica chiamato sionismo, il quale riconosce la solidarietà degli ebrei in tutto il mondo e rigetta ogni concetto di assimilazione. Su questa base, la Germania vara misure che in futuro avranno un ruolo determinante nella risoluzione della questione ebraica nel mondo».      Due mesi dopo la promulgazione, il 14 novembre, le due leggi ricevono una prima con­ferma con un Regolamento Esecutivo. Un secondo Regolamento, specifica­mente inerente alla Legge sulla Citta­di­nan­za, viene emanato il 21 dicembre.      Un inquadramento della ratio delle due leggi, espressione del «nuovo atteg­giamen­to dello spirito tedesco», ma radicate nella più profonda anima della Germa­nia, viene offerto nel 1941 agli italiani dal Lo Verde: «I concetti giuridici nazionalsocialisti sono [...] formulati tenen­do conto del processo di forma­zio­ne del popolo tedesco e in par­ti­co­lar modo del fatto che il popolo tedesco ha as­sun­to la sua particolare caratte­ristica della razza nordico-falica (nordisch-fälisch). Con tale constatazione non si disconosce che il popolo germanico, come tutti gli attuali popoli civili, rappresenta un miscuglio di razze, miscu­glio fra quelle che i biologi hanno determinato come razze-tipo. La propor­zio­ne nella quale avviene il mi­scuglio determina l'essenza ed il modo di manife­starsi di un popolo, fermo essendo che sol­tan­to le cosiddette razze compo­ste costituiscono delle realtà empiriche. Il miscuglio degli elementi razziali contenuti in un popolo avviene di regola entro i limiti del popolo stesso. Dato che tale procedi­mento dura da secoli e continua con ogni genera­zio­ne, tutti gli apparte­nenti ad un popolo sono il frutto dei più svariati incroci. Il po­po­lo è una comunità di propaga­zione in forte misura segregata da se­co­li e magari da millenni dai popoli vicini. I più importan­ti­ ele­menti raz­zia­li dei popoli moderni si ritrovano perciò in germe o sviluppati in ogni appartenente al popolo. Si viene così alla conclusione che più che una raz­za composta si tratta di un vinco­lo di sangue esi­stente nei singoli popoli che diventa più forte dopo ogni nuova generazione e che dà luogo a quella che opportu­namente si è chiamata una razza secondaria o sto­ri­ca. Tali raz­ze secondarie formano la base organica del carattere naziona­le, che va for­mandosi per la tradizione sociale attraverso le particola­rità della storia di un popolo».      La diversità della composizione razziale costituisce ovvia­men­te una divi­sione del popolo. Il collegamento razziale che pro­gredi­sce con ogni generazione fa del popolo una stirpe (Ar­tge­meinschaft, «comunità di natura e di modo d'essere», la natio di latina ascen­denza), di cui forma biologica­mente il nucleo la raz­za determinante di quel popolo, che, in parte più o meno grande ed in forma più o meno incisiva, è attiva in ogni apparte­nente al popolo. La stirpe si presenta così come il «corpo del popolo», per cui in tedesco si parla di Volkskörper. Poiché tuttavia la strutturazione razziale tedesca è stata stori­ca­mente presente come Reich, «impero», e non come «na­zio­ne», essa compren­de anche po­po­lazioni estranee alla stirpe tedesca: «Ma la diversi­tà della composi­zio­ne razziale non è a confondersi con l'e­sistenza in Germania dopo la formazio­ne del grande Reich di gruppi di popolazioni non tedesche. Il Führer ha di­chiarato più volte che egli respinge ogni forma di germanizza­zione o di assi­mi­la­zione violenta di queste popolazioni. Le leggi che proteggono le popolazioni non tede­sche non sono state ancora riunite in un ordi­na­mento organico, né potrebbero esser­lo, data la brevità del tempo trascorso dalla formazione del grande Reich» (e, aggiungiamo, del conflitto allora in corso, voluto mondiale da In­ghilterra, USA ed Unione So­vie­tica proprio per impedire la realiz­zazione di una comunità dei popoli europei intor­no al più forte, determinato e centrale nucleo germani­co).      Quanto agli aspetti normativi della Seconda Legge di Norim­ber­ga, prima di passa­re ad esporli come chiariti nel de­cre­to (Ver­ordnung) supplementare del 14 novembre, è necessario soffer­marci sull'argomento della prima Appendice: l'identi­tà ebraica, ora considerata nell'otti­ca del nazional­socialismo, dopo averla trattata da quella dello stesso ebraismo. È il decreto applicativo che, nella parte riguardante la­ Leg­ge sulla Cittadinan­za, definisce giuridicamen­te i concetti di «ebreo» e di «misto ebreo». Uno dei commenti più esaustivi al proposito è quello formu­la­to dai giuristi W. Stuckart ed R. Schiedermair in Rassen- und Erbpflege in der Gesetzge­bung des Drit­ten Reiches, "Tutela della razza e del patrimonio ereditario nella legislazione del Terzo Reich", edito a Lipsia nel 1939, del quale riportiamo integral­mente i tre corri­spondenti sottoca­pi­toli, tratti dall'opera di Horst Seidler e Andreas Rett.   AIL PUNTO DI PARTENZA PER LA DEFINIZIONE LEGALE DEI CONCET­TI.   In linea di principio la classificazione di un individuo con­se­gue all'appar­te­nenza razziale dei suoi nonni. In tal modo si può di regola rinunciare ad una indagine biolo­gico-razziale [su di lui]. Poiché ogni persona ha quattro nonni, bisogna distingue­re, in senso bio­lo­gi­co-razziale: ebrei completi [Vollju­den], ebrei a tre quar­ti [Drei­viertelju­den], ebrei a metà [Halbjuden] ed ebrei a un quarto [Vier­teljuden]. Questa quadripartizione non è stata accettata dalla legislazione razziale. In linea di principio la legge fa distinzione fra due so­li gruppi: «ebrei» e «misti ebrei». Poiché per la classificazione razziale di un individuo è determinante l'ap­par­te­nenza razziale dei nonni, la decisione se quell'individuo sia ebreo o misto ebreo presuppone la determina­zione dell'appartenenza razzia­le dei nonni. Ne conse­gue che si rende necessario rintrac­ciare i nonni ebrei com­ple­ti; in linea di princi­pio non vengono presi in considerazione i nonni con solo una parte di sangue e­braico.   I.  Per la determinazione dell'appartenenza razzia­le dei non­ni ha valore la presunzio­ne, strettamente legale, che un non­no è con­si­derato ebreo com­pleto se ha fatto parte della comu­ni­tà re­li­gio­sa ebraica (praesum­ptio iuris et de iure).  
  1. 1.      Questa pre­sunzione trova con­ferma nel fatto che un tempo l'ap­parte­nen­za razziale all'e­brai­smo coincideva di regola con l'appar­tenenza alla comunità religiosa ebraica e che il frammi­schiamento delle razze si è diffuso solo nelle ultime generazio­ni. Un nonno di un individuo oggi viven­te che abbia fatto parte della co­munità religiosa ebraica, deve perciò essere, di rego­la, anch'egli raz­zial­mente ebreo completo.
  a)  In primo luogo la presunzione [giuridica] facilita­ ogni conclusio­­ne. Essa esclude senz'altro ricor­si infondati, e diffi­cilmente confutabi­li, sul fat­to che un nonno possa aver fatto parte della comunità reli­giosa e­brai­ca ma fosse di sangue tede­sco o misto. b) Inoltre, poiché la presunzione è [giuridicamente­] incon­fu­tabile, essa significa che un uomo che ha fatto parte della co­mu­nità ebrai­ca è consi­derato ebreo completo an­che se è in effetti solo mi­sto o di sangue tede­sco. Nella misura in cui la presun­zione [giuri­di­ca] della­ re­al­tà non fosse corretta o comportas­se aspetti di ef­fet­tiva durezza [wir­kli­che Härten], il Führer e Cancel­liere del Reich può ac­cor­da­re esenzio­ni. c)  La presunzione ha valore soltanto per la classi­fica­zione dei nipoti e non per quella dei nonni, anche se essi han­no fatto parte della comunità religiosa ebraica. Quando si tratti di determina­re la posizio­ne giuridica di un non­no, per la clas­sifica­zione razziale bi­sogna risalire ai suoi nonni. d) Quando non operi la presunzione [giuridica], bisogna ri­cor­rere esclusivamen­te all'evidenza biologico-razzia­le.  
  1. 2.      In linea di principio l'appartenenza alla comunità re­li­gio­sa ebrai­ca si fonda su segni oggettivi. Qualora si voles­se af­fiancare ad essi segni soggettivi o pre­scin­dere com­pletamente dal considerare l'apparte­nenza, legal­mente de­finita, alla comunità religiosa ebrai­ca, si en­tre­rebbe per ogni caso in pesanti e complicati procedi­menti di prova. Ciò viene evitato appunto con l'uso del­l'ele­mento «presunzione» [giuri­dica].
  Possono essere considerati segni oggettivi di appar­te­nenza alla co­munità religiosa ebraica: a)  L'ingresso nella comunità religiosa ebraica che conse­gue alle usua­li cerimonie rituali. b) La conseguente registrazione negli elenchi della circo­scrizio­ne sinagogale ebraica. c)  Il conseguente pagamento delle tasse di culto.  
  1. 3.      È indifferente la lunghezza del periodo in cui il nonno ha fatto parte della comunità religiosa ebraica. Un nonno che abbia fatto parte della comunità religio­sa ebraica an­che solo per un certo periodo va considerato ebreo com­ple­to. Anche qui possono venire appianate particolari durezze [be­sonde­re Härten], che sorgano in conseguenza del criterio di presunzio­ne, at­traverso un'e­sen­zione accordata dal Führer e Cancel­liere del Reich.
  II.   Nel caso che il nonno non abbia mai fatto parte della comu­nità religio­sa ebraica, si dà effettiva la presunzione che egli non fu di razza ebrai­ca (praesumptio iuris). Questa pre­sunzione può tuttavia venire confuta­ta. Occorre allora­ accer­ta­re che il nonno fu razzial­mente ebreo comple­to, se deve essere inserito nella classificazio­ne razziale del ni­pote.   BDEFINIZIONE DEI CONCETTI.   a)       Il concetto di ebreo.  
  1. I.       Nell'intendimento della legge è ebreo, a prescindere dalla cittadi­nanza [Staatsan­ge­hörigkeit] e dal sesso:
1.  Chi discende da quattro nonni ebrei completi. 2.  Chi discende da tre nonni ebrei completi e da un nonno non ebreo [l'Ordi­nanza del Maresciallo Petain 18 ottobre 1940, stabilirà che «est regardé comme Juif» una persona con tre nonni «de race juive», o anche con due soli «de la même race» quando sia ebreo il coniuge]. Agli ebrei completi sono parificati anche gli ebrei a tre quarti in re­la­zione alla loro predomi­nante percen­tuale di sangue ebrai­co.  
  1. II.    È da considerare ebreo anche il cittadino [Staatsangeh­örige] tedesco che discende da due nonni ebrei completi e da due al­tri non-ebrei, se egli:
1.  Al 16 settembre 1935 (giorno della promulgazione del­la Legge sulla Cittadi­nanza) ha fatto parte della co­mu­nità re­li­giosa ebraica o vi è entrato successi­vamente. 2.  Al 16 settembre 1935 era sposato con un ebreo o con un­ e­breo si è succes­sivamente sposato. 3.  Discende da un matrimonio celebrato dopo il 17 set­tem­bre 1935 (giorno del­l'entrata in vigore della Legge per la Protezione del Sangue) con uno degli ebrei di cui a «I 1» e «I 2». 4.  Discende da un rapporto extra-matrimoniale con uno degli e­brei di cui «I 1» e «I 2» e nasce dopo il 31 lu­glio 1936 fuori del matrimo­nio.   b)      Il concetto legale di misto.   Misto ebreo è chi discende da uno solo o da due nonni razzialmente ebrei comple­ti, nella misura in cui non debba essere conside­rato ebreo (vedi supra «II 1–2»).  
  1. I.       I misti ebrei [Jüdische Mischlinge] si dividono in due gruppi:
  2. 1.    I misti di primo grado (ebrei a metà), cioè coloro che discendo­no da due [soli] nonni ebrei. Di essi fanno parte le persone discese da due nonni ebrei com­ple­ti, che «sono da considerare ebrei». Questi non vanno classificati tra i misti ebrei, ma tra gli ebrei (vedi «a II 1–4»).
    1. 2.      I misti ebrei di secondo grado (ebrei a un quarto), cioè co­loro che discendo­no da un solo nonno ebreo com­ple­to.
 
  1. II.    Questa distinzione gioca un ruolo importante per le di­spo­si­zio­ni di legge valevoli per i misti ebrei, soprat­tut­to per quanto concerne i divieti matrimonia­li. Natural­mente in ambo i gruppi non vengono con­si­derati quei misti per i qua­li la parte di san­gue non ebraica è tedesca. Le notazioni «misto di primo grado» e «misto di secondo grado» non si trovano nella legge, ma sono introdotte da una circolare del ministro degli Interni del 26 novem­bre 1935 [...]
  e) L'applicazione dei concetti.  
  1. I.       I concetti legali di «ebreo» e «misto ebreo» sono esclu­si­vi, cioè non autorizzano una corrispondente applicazio­ne in casi analoghi. Da ciò conse­gue tra l'altro che:
 
  1. 1.      Se un individuo ha nonni che hanno una sicura im­pron­ta di san­gue [Blutein­schlag] ebraica ma non sono ebrei comple­ti, le im­pronte di sangue ebraiche non vengo­no sommate. Piuttosto, ri­guardo alla definizione se un nipote sia ebreo o misto ebreo, non si tiene conto dei nonni che non sono ebrei pieni. La legge non considera dunque affatto i bisnon­ni e non conosce ebrei a tre ottavi [Dreiachtel-] o a cinque ottavi [Fünfachtelju­den].
 
  1. 2.      La sposa di sangue tedesco di un ebreo è di sangue tedesco. Ciò vale anche quando si sia convertita alla comunità re­ligiosa ebrai­ca.
 
  1. II.    La distinzione terminologica operata dalla legge tra indi­vi­dui che «sono ebrei» [Juden sind] e individui che «sono da consi­de­rare ebrei» [als Juden gelten] tiene conto solo della distinzione biologico-razzia­le esistente tra i due gruppi, ma non ha alcuna importanza giuridica. La posi­zione giuridica di tutti gli indivi­dui com­presi sotto il concetto di ebreo (supra «a I II») è comunque la stessa in ogni caso. Una dispo­si­zione di legge che usa la defini­zione di «ebreo» concer­ne perciò sem­pre tutti gli ebrei, senza riguardo se «sono ebrei» o «sono da considerare ebrei».
  CESENZIONI.   Il Führer e Cancelliere del Reich può concedere esenzioni dal di­spo­sto dei decreti esecutivi della Legge sulla Cittadinanza del Reich.  
  1. I.       La concessione di un'esenzione comporta l'equiparazione giuri­di­ca di un ebreo o di un misto ebreo con le persone di sangue tedesco, o l'equipara­zione giuridica di un ebreo con un misto ebreo, e precisa­mente limitata all'ambito per il quale l'esen­zione è stata concessa.
L'esenzione può essere concessa solo dal Führer e Cancel­liere del Reich. Le domande devono essere inoltrate alle più alte autorità amministrati­ve competenti del luogo di residenza o del domicilio abituale del richieden­te.  
  1. II.    Tale disposizione serve ad appianare eventuali durezze su­ben­tranti, che oltrepas­sano lo scopo della legge. La con­ces­sione dell'esenzio­ne è da considerarsi solo in casi pre­visti e del tutto particolari:
  2. 1.      Quando gravi motivi consigliano di discostarsi dalle norme di legge nell'interesse della comunità e non solo nell'interes­se del richiedente.
  3. 2.      Quando il richiedente sembra degno dell'esenzione in conside­ra­zione delle sue caratteristiche personali, soprattutto razzia­li, spiritua­li e caratteriali, delle sue benemeren­ze e del suo atteg­gia­mento politico.
       Complimentandoci con quel lettore che abbia seguito con vi­gi­le cura le ostiche pagine appena trascorse, veniamo, più brevemente, al decreto appli­ca­tivo della Legge per la Prote­zione del San­gue. Esso afferma in primo luogo che le persone di sangue tedesco possono con­trar­re matrimonio fra loro e con i misti di II gra­do. In ambedue i casi la prole viene considerata di sangue tedesco. Con i misti di I grado essi posso­no contrarre matri­mo­nio solo in base a speciale autorizzazio­ne.      I misti di II grado non possono contrarre matrimo­nio fra loro; possono in­ve­ce contrarre matrimonio con i misti di I ­gra­do dietro autorizzazione. La prima delle disposizio­ni vale a favorire l'assorbi­mento dei misti di II grado da parte della popola­zione di sangue te­desco. Per la stessa ragione i misti di II grado non possono contrar­re matrimonio con individui tre quarti ebrei ed ebrei completi. I misti di I grado possono, dietro autorizzazione, contrarre matri­monio con perso­ne di sangue tedesco. Essi possono an­che stipulare matri­monio fra loro; i figli sono considerati egualmente misti di I grado. Essi possono anche stipulare matri­monio con indi­vidui per tre quarti ebrei e con gli ebrei completi. In questi casi sono considerati ebrei ambedue i genitori ed i figli. I tre quarti ebrei non possono stipulare matrimonio con persone di sangue tede­sco né con i misti di II grado. In tutti gli altri casi potranno contrarre matrimonio e saranno considerati ebrei sia i coniugi ed i figli. Lo stesso è per gli ebrei completi.      Terminiamo il paragrafo con le definizioni di ebreo date  1. dal governo ita­liano col Regio Decreto 17 novembre 1938-XVII n.1728, art. 8 (ove il termine «razza» non è usato con rigida accezione scientifica, ma è sinoni­mo di «stirpe, nazione, sangue»),  2. dal secondo Statut des Juifs francese, varato il 2 giugno 1941 dal commissario ge­ne­rale agli Affari Ebraici Xavier Vallat e pubblicato sul Journal Officiel il 27, nel quale la definizione ha carattere non solo razziale, ma anche religioso (al primo Sta­tu­to, varato dal ministro della Giusti­zia Alibert il 3 ottobre 1940 e pubblicato sul J.O. l'8 ottobre, segue l'a­brogazione del decreto Crémieux il 7 ottobre), e  3. dal governo slovac­co di monsignor Jozef Tiso col "Codice Ebraico" n.198/1941 del 9 settembre 1941 (Nariadenie zo dza 9. septembra 1941 o právnom postavení Zidov, duecentosettanta articoli definitori e normativi, raccolti in dieci sezioni).      Quanto al primo: «Agli effetti di legge: a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l'altro di nazionalità straniera; c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qua­lora sia ignoto il padre; d) è considera­to di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazio­na­lità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, mani­festazio­ne di ebraismo. Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genito­ri di nazio­na­lità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1° ottobre 1938-XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica».      Quanto al secondo, è ebreo: «1. Un individuo, appartenente o meno ad una con­fes­sione religiosa, che abbia tre nonni di razza ebraica o anche solo due quando il coniuge abbia due nonni ebrei. Il nonno di religione ebraica è considerato membro della razza ebrai­ca. 2. Un individuo che sia di religione ebraica o lo sia stato fino al 25 giugno 1940 e abbia due nonni di razza ebraica. La non appartenenza alla religio­ne ebraica è attestata producendo prove dell'appartenenza a una confessione ricono­sciu­ta dallo Stato avanti la legge 9 dicembre 1905. Il disconoscimento o l'annulla­men­to del riconoscimento di un figlio considerato ebreo non hanno effetto riguardo alle precedenti disposizio­ni».      Quanto al terzo, è ebreo: «Art. 1 [...] senza distinzione di sesso, chi: a) da alme­no tre genera­zioni è discendente da ascendenti di razza ebraica [tali definiti, come per il nazional­so­ciali­smo, dall'appar­tenenza alla comunità religiosa ebraica]; b) è incrocio [miesa­nec] ebreo chi è discendente da almeno due nonni di razza ebraica, ed inoltre (1) alla data del 20 aprile 1939 apparteneva alla religione ebraica o è diventato tale dopo questa data, (2) si è sposato con un ebreo dopo il 20 aprile 1939, (3) è discen­dente di un coniuge che ha contratto matrimonio con una persona appartenente alla razza ebraica dopo il 20 aprile 1939, (4) è nato da una relazione extra-matrimoniale con un ebreo in data successiva al 20 febbraio 1940».  

*   *   *

       Volgendo questa Appendice al termine, invitiamo il lettore a confrontare i criteri dell'«essere ebreo» dati dagli ebrei con quelli della legislazione nazionalso­cia­lista (per i criteri dati dal fascismo italiano, vedi alla terza Appendice).      Come abbiamo detto, e a prescindere dagli individui conver­ti­ti, dai co­niugi accet­ta­ti e dal criterio della frequenta­zione della comunità religio­sa, per gli ebrei halachi­ci è «ebreo» chiunque sia nato da madre ebrea, e que­sto a prescindere se la madre abbia avuto anche ascendenti non-ebrei; per la legge israe­liana può poi essere ebreo, indipen­dentemen­te dal sesso del geni­tore o dell'avo – e dato per ebreo completo l'avo o il bisavo­lo – anche un individuo che abbia un solo quar­to di sangue ebrai­co. Il che vale a dire, rove­sciando la prospettiva, che – certo in via di pura teoria – può essere conside­rato ebreo un individuo con tre quarti di sangue genti­le.      Per il nazionalsocialismo, in parallelo, può essere accolto ed assorbito nella più ampia comunità di sangue tedesco anche un indi­viduo con sangue ebraico al cinquanta per cento (misto di I grado), ottenendo in tal modo per i suoi figli uno status giuridi­co privo di discriminazione. Se un nonno (vedi supra «A II») non risulta iscritto nelle liste sinagogali, e in assenza di evidenti motivazioni per essere conside­ra­to ebreo, tale nmonno viene auto­maticamente considera­to non ebreo. A proposito della «politica di demarcazione» matrimoniale­ prescritta del­le due Leggi di Norimberga scrive Franzì: «È interessan­te­, inol­tre, notare come mentre nessuna eccezione si fa per l'ebreo puro, qualcuna può essere ammessa per l'e­breo al cinquanta ed al venti­cin­que per cento, ed inoltre come individui, sia pure aria­ni, sposati ad elementi ebraici, vengano considerati quali ebrei al cinquanta in quanto si ritiene che essi debbano indub­bia­mente avere una affinità di idee con l'elemen­to israelita o, in ogni modo, debbano essere stati influenzati dal mondo ebrai­co».      Evidentemente esiste una contraddi­zio­ne tra l'ultima considerazione del Franzì e il commento di Stuckart e Schie­dermair in «e I 2» – contraddizione par­zial­mente spie­gabile col considerare l'individuo del Franzì come di sesso maschile.      Quanto al concetto di «arianità», anch'esso vede una certa interna ar­ticolazio­ne, differente secondo l'impegno politico del singolo. Così, men­tre per la maggior parte delle attività gli ebrei al di sotto del quarto (misti di II grado) vengono conside­rati ariani sotto quasi tutti gli aspetti, per gli appar­te­nenti alla NSDAP, come per le loro consorti, è ri­chie­sta un'a­scen­denza ariana pura dal 1800 in poi. Per gli apparte­nenti alle SS, nucleo germinale e punto di partenza biologico per lo sperato «riscatto» nor­dico della nazione tedesca, oltre a parti­co­lari caratteristiche di natura fisica, carat­teria­le ed intel­let­tuale è richiesta un'ascenden­za ariana a partire dal 1650.  

*   *   *

       Se il lettore dovesse chiederci una personale opinione su quanto espo­sto in questa Appendice, dovremmo confessare di essere rimasti spesso sorpresi, tanto è discorde il quadro rispetto alle immagini correnti da ormai mezzo secolo.      La prima impressione – a prescindere da un indubbio, urtante senti­mento di artifi­cio­sità, derivante in primo luogo dall'essere noi immersi nel clima psico-esisten­zia­le di un mondialismo che rende ostico ogni ap­proc­cio alla pro­ble­matica razzia­le – concerne la serietà dell'e­la­bo­ra­zione nazionalso­cialista delle norme giuridiche.      La seconda: il fondarsi della definizione di «ebreo» non tanto sui pur nume­ro­si dati biologici, quanto su oggettivi criteri religioso-sociali.      La terza: l'accetta­zione e il «recupero», a certe condizio­ni di garanzia, di un sangue ebraico anche percentualmente cospicuo (come detto al cap.XXVII, nella Gran­de Ger­mania del 1939 sono 72.000 i misti di I grado, 42.000 quelli di II grado).      La quarta: il senso del reale – così lonta­no dagli in­va­samenti «teutonici» cui ci ha assuefatto una cinquantennale pubblici­stica – nel riconosce­re la com­plessità storica di ogni singola fattispecie razziale.      La quinta: la profondità di pensiero di Hitler quanto all'elaborazio­ne di motivi etico-re­ligiosi con­sonanti coi fon­da­men­ti dell'e­thos pagano.      La sesta: il duro equilibrio, da situare in un'epoca di sangue e ferro che vede da un lato l'aggressio­ne del mondialismo libe­rale e dall'altro l'im­mane stragismo bolsce­vico, della legi­sla­zio­ne nazionalso­ciali­sta e in particolare di Hitler.      Tutto ciò, e mille altre cose di cui si potrebbe trattare, in primo luogo il ripristi­no della verità sugli eventi più controversi della storia contempora­nea – in primo luogo sull'effettivo destino degli ebrei europei nel conflitto mondiale – ci conferma come l'«odio» per il sangue ebraico che si suole imputare al fascismo tede­sco possa essere legittimamente inteso come forma di difesa contro una snaturante realtà mondialista.      Uno degli obiettivi del nazionalsocialismo – «Nationalsozialismus ist angewandte Rassenkunde, Il nazionalsocialismo è antropologia applicata», rivendica il Reichs­amtsleiter Karl Motz – è certo con­si­stito nella esclusione della presenza ebraica dal suolo euro­pe­o, ma non mediante quell'Olo­causto che rin­tro­na e perseguita l'umanità da mezzo secolo, bensì attraverso il riassorbi­mento del patrimonio genico dei Mischlinge nel più vasto patrimonio genico europeo e l'al­lontanamento degli ebrei dalla Germa­nia dall'Europa, più volte ribadito agli intimi.      notte dall'8 al 9 agosto 1941 – «Se c'è un popolo che ha il diritto di ordinare delle eva­cua­zioni, questo popolo siamo noi, poiché a più riprese abbiamo dovuto eva­cuare la nostra stessa popolazione. Dalla sola Prussia Orientale sono dovuti migrare ottocentomila uomini. Il nostro grado di sensibilità è dimostrato dal fatto che conside­riamo il massimo della brutalità l'aver liberato il nostro paese da seicentomila ebrei. E tuttavia abbiamo ammesso senza recriminazioni, e come una cosa inevitabile, l'e­vacuazione dei nostri compatrioti!».      25 ottobre 1941 – «Dalla tribuna del Reichstag ho profetizzato al mondo ebraico che gli ebrei sarebbero scomparsi dall'Europa qualora la guerra non si potesse evita­re. Questa razza di criminali ha sulla coscienza i due milioni di morti della guerra mondiale, e ora ne ha già centinaia di migliaia. Che non mi si venga a dire che ciò nonostante non possiamo rinchiuderli nelle regioni paludose dell'Est! Chi si cura dei nostri uomini?».      19 novembre 1941 – «Il piagnucolare che fanno oggi alcuni­ borghesi sotto il pre­te­sto che gli ebrei devono andar via dalla Germa­nia è un aspetto caratteristico di que­sti baciapile. Hanno forse pianto quando ogni anno centinaia di migliaia di tedeschi, non potendo guadagnarsi il pane sul nostro suolo, dovevano emi­gra­re? Costoro non a­vevano parentele nel mon­do, erano abbandona­ti a se stessi, partiva­no per l'ignoto. Niente di simile per gli e­brei, i quali hanno dappertutto degli zii, dei nipoti, dei cugi­ni. La pietà dei nostri borghesi è in tale occorrenza decisa­mente inopportu­na».      25 gennaio 1942 – «Bisogna agire radicalmente. Quando si ca­va un dente, lo si cava d'un colpo solo, e il dolore non tarda a scomparire. L'ebreo deve levar le tende dall'Europa. Altrimenti nessun accordo sarà possibile tra europei».      27 gennaio 1942 – «L'ebreo deve andarsene, scomparire dal­l'Eu­ro­pa. Se ne vada in Russia! Quando si tratta degli ebrei ignoro qualsiasi senti­mento di pietà. Saranno sempre il fermento che spinge i popoli gli uni contro gli altri. Seminano zizzania dappertutto, tanto fra gli individui quanto fra i popoli. Dovran­no sloggia­re anche dalla Svizzera e dalla Svezia. Dove sono in pochi, è là che sono più pericolosi. Met­te­te cinque­mi­la ebrei in Svezia – in poco tempo vi occupano tutti i posti di potere! Eviden­te­men­te, ciò li rende più facilmente ricono­scibili. È assolutamente natu­rale che noi ci preoccupiamo della questione sul piano europeo. Infatti, scac­ciarli dalla Ger­ma­nia non basta. Non possiamo ammet­tere che essi conser­vino po­sizioni di agguato alle nostre porte. Vogliamo essere al sicu­ro da tutte le infiltra­zio­ni».      4 aprile 1942 – «È abbastanza strano constatare come le nostre classi supe­rio­ri, le quali non si sono mai preoccupate di centinaia di migliaia di emigranti tedeschi né della miseria di questi, si abbandoni­no a un senti­men­to di compas­sio­ne per la sorte degli ebrei che noi intendiamo scaccia­re. I nostri compa­trioti di­menticano troppo facilmente che gli ebrei hanno complici nel mondo intero».      15 maggio 1942 – «E su questi stessi ebrei, specialisti nella pugnalata alla schiena, la nostra borghesia si impietosisce quando noi li spediamo in qualche località dell'Est! Ciò che tuttavia è strano è che la nostra senti­men­tale borghesia non abbia mai versato una lacrima sui duecento­cinquan­tami­la o trecen­tomila tede­schi che, anno dopo anno, si vedevano costretti a lasciare il loro pae­se».      Crollato per interna dissoluzione il marxismo, più chiara deve farsi la visione, per ogni buon europeo, di quel maggiore nemico dell'uomo e dei popoli identi­fi­cato da Giorgio Locchi, Alain de Benoist e Guillaume Faye a cavallo dei primi anni Ottanta, epoca in cui il comu­ni­smo incomben­te sui due tronconi d'Europa appariva ai più come l'unico, vero, asso­luto ne­mi­co. L'ironia della Storia, in un lasso di tempo incredibilmente breve, ha indicato nel liberalismo il nemico più fermo e agguerri­to, il nemico strategico e metafisico, il nemico princi­pale della visione del mondo, degli interessi e del concreto agire europei.      Come detto in fine cap.XXXVIII, tale cancro dell'uo­mo era stato identifi­cato già mezzo secolo fa da Alfred Rosenberg: «Chi si propone di im­pedire il declino dell'Euro­pa deve definiti­vamen­te staccarsi dalla concezione del mondo liberale, di­sgregan­te dello Stato, e raccogliere tutti gli elementi, uomini e donne, o­gnuno nel suo specifico campo d'azione, per la parola d'ordine: protezione della razza, forza del popolo, disciplina dello Sta­to».      L'osservanza delle leggi del sangue, la difesa della razza e del popolo – serbatoio vivente e potenziale di energia della Nazione – in un momento supremo in cui decine di milioni di individui di ogni colore, inci­ta­ti dal verbo assassino dell'Uni­co Dio e dagli interessi della Finanza mondiale, si prepa­ra­no a sommer­ge­re l'Euro­pa, è ai nostri giorni solo la premessa, ma la pre­messa vitale per ogni riscatto.      «Quel che si può dire di qualsiasi popolo» – osserva Hitler il 20 agosto 1942 in un pen­siero che giustizia tutta la paccottiglia di Herrenvolk e Unter­men­schen, darwi­ni­stica­mente elaborata in epoca gugliel­mi­na (ma non scordiamo che il dar­wi­nismo socio-storico era allora patrimonio comune dell'in­tellettua­lità, vedi il «polacco» Ludwig Gumplowicz docente a Graz e nel 1883 autore di Der Ras­senkampf "La lotta delle razze", e dei ceti dirigenti di ogni paese, compresi gli States!) – «è che, nel comples­so, non è né buono né cattivo. La massa non possiede né il coraggio di distin­guersi nel bene né la mollezza necessa­ria per splendere nel male. È il peso impresso dagli e­stre­mi che fa pendere la bilancia in un senso o nell'al­tro».      Ma coloro che incarnano, interpretano e sostanziano di real­tà il sistema di valori di una nazione pos­so­no sorgere solo dal popolo stesso. È quindi doveroso e morale mantenere quanto più indenne il patrimonio geni­co, segmento temporale della nazio­ne, poiché solo in ciò risiede la speranza che i valori dei Padri tornino a fissare per l'uomo direttrici più alte e più giuste.      La degenerazione di un popolo, la perdita della differenziazione così a fatica conqui­sta­ta nel divenire storico, la discesa nel caos spirituale e nello smarri­mento biologico, signifi­ca­no molto più che la regressio­ne bio­lo­gica di quel popolo.      Signifi­ca­no l'esaurirsi dell'uomo – di ogni uomo, bianco o nero, nomade o seden­ta­rio, primitivo o evoluto – il disfaci­men­to di ogni civil­tà, la morte di ogni sistema di valori, la scomparsa di ogni dio. Decadu­to un popolo nella sua cor­porei­tà, persa la continui­tà biologica della stirpe, «non rimangono a testi­mo­nianza dell'E­ter­no né le religioni né gli Stati» (Hitler a Norim­ber­ga il 16 settembre 1935).      Si spezza la continuità coi Padri, perisce il concetto di nazione, si segmenta nel solipsi­smo ogni esistenza, s'annulla ogni afflato divino, si spegne ogni sentire sacra­le.      Per quanto una «purezza» non sia oggi possibile né recuperabile – come non lo era mezzo seco­lo fa, né secoli o millenni fa, cosa della quale sono sempre stati con­sa­pevoli i Capi delle rivoluzioni europee – compito di ogni essere umano, sua prerogativa, suo vanto, sua forza deve essere la fedeltà quanto maggiore alla propria eredità biologica e, quindi, spiritua­le.      Ciò in quanto, assevera Hitler: «Ogni cosa su questa terra è mi­glio­ra­bile. Ogni sconfitta può esse­re la causa di una futura vittoria. Ogni guerra persa, la base di una prossima ripresa. Ogni neces­si­tà, lo stimolo dell'ener­gia umana; e da ogni sogge­zione posso­no sorgere le forze di una rina­sci­ta – finché il sangue sia con­ser­vato puro» (Mein Kampf, I 11).                                                                      

 

Non ho consegnato il popolo ario nelle mani dello straniero

 Eine Sünde gibt's auf Erden

uralt schon, doch immer neu,

untreu seinem Volk zu werden

und sich selber ungetreu.

 

Sulla terra c'è una colpa

antichissima e sempre nuova

non restare fedeli al proprio popolo

non restare fedeli a se stessi.

 

Dein Leben lebst du nicht auf eigne Hand,

du bist ein Glied von Volk und Vaterland!

 

La tua vita non la vivi da te solo,

sei un elemento del popolo e della patria!

 

Halte Dein Blut rein,

es ist nicht nur Dein.

Es kommt weit her,

es fließt weit hin.

Es ist von tausend Ahnen schwer,

und alle Zukunft strömt darin.

Halte rein das Kleid

deiner Unsterblichkeit!

 

Mantieni puro il sangue,

non è solo tuo.

Il sangue viene da lontano,

e lontano fluisce,

porta il peso di mille avi

e vi scorre tutto il futuro.

Mantieni puro il manto

della tua immortalità!

noi sappiamo che con la distruzione della famiglia

si disperdono i valori della famiglia stessa

e nella distruzione delle leggi di un intero popolo

l'empietà prevale in tutta la razza

le donne della famiglia diventano corrotte

e il sangue così non è più puro

la confusione delle razze non consente di compiere

gli antichi riti secondo il costume degli avi

e gli avi stessi se la voce del popolo ha un che di vero

sono trascinati in un misero stato di totale infelicità

 


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Author(s): Olodogma
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Published: 2013-05-11
First posted on CODOH: July 14, 2017, 5:15 p.m.
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